FIRENZE VECCHIA

STORIA - CRONACA ANEDDOTICA - COSTUMI

(1799-1859)

di: Giuseppe Conti

I

I Francesi a Firenze

Pietro Leopoldo fatto irnperator d’Austria - Scambio di fidanzate - Ferdinando III granduca di Toscana - La Madonna di via del Ciliegio - Francia e Inghilterra - Napoleone Buonaparte e Lorenzo Pignotti - Il Buonaparte a Firenze - Seimila napoletani a Livorno - Due proclami e un ordine del giorno - Pace fra la Toscana e la Francia - L’arrivo dei Francesi a Firenze - Morte ai codini! - La partenza di Ferdinando III.

Se il Granduca Pietro Leopoldo, in Conseguenza della morte del fratello Giuseppe II, non fosse stato obbligato ad andai a Vienna il l° marzo 1790, per cingervi la corona imperiale d’Austria, la Toscana avrebbe veduti giorni assai migliori di quelli che essa non vide, per la perdita di un sovrano di mente elevata, di somma abilità e di un'accortezza senza pari.

Pietro Leopoldo, che non pensava di dover succedere al fratello imperatore, aveva rivolte tutte le sue cure e la sua ambizione alla Toscana, che egli sinceramente amava come sua vera patria. Egli aveva in animo di costituirla alla maniera inglese, facendone lo Stato più libero e più innanzi nel progresso, di tutti gli altri d’Italia. Ma con la sua assunzione al trono d’Austria, le buone intenzioni di lui e le liete speranze concepite dai liberali rimasero deluse, sebbene gli effetti della rivoluzione francese andassero a mano a mano facendosi strada anche tra noi. Ed era appunto per questo, che Pietro Leopoldo avrebbe voluto mettersi da sé alla testa del movimento che ogni giorno più si rivelava, per dominarlo e dirigerlo, con mano ferma e con intelletto sereno. Avrebbe voluto trarre vantaggio dai buoni effetti che poteva recare la rivoluzione dell’ottantanove, impedendone i danni e gli eccessi.

Nel partire da Firenze per Vienna, Pietro Leopoldo destinò il trono della Toscana al suo secondogenito Ferdinando, riserbando la corona imperiale per il figliuolo maggiore Francesco.

L’imperatore volle che il figlio Ferdinando, quando avesse raggiunto l’età voluta, salisse al trono della Toscana già ammogliato; perciò chiese per lui la mano d’una delle figlie di Ferdinando IV re delle due Sicilie, e gli fu concesso con giubilo la principessa primogenita Maria Teresa. Nel frattempo il principe ereditario Francesco, rimase vedovo della principessa Elisabetta del Wurtemberg, morta di parto dando alla luce una bambina, che poco le sopravvisse. Pietro Leopoldo per distrarre il figliuolo immerso in un profondo dolore, giacché egli aveva sposata per amore la principessa Elisabetta, come fanno i principi che sanno far prevalere i diritti del cuore, pensò di dargli un'altra sposa; e ricorse anche per questa seconda nuora al re delle due Sicilie, che aveva la fortuna d'aver per moglie quella perla della regina Carolina, che gli regalò la bellezza di diciotto figliuoli, tutti nati in casa! Alla Corte di Napoli parve di toccare il cielo con un dito, per esserle capitata questa seconda fortuna. Ma siccome la primogenita Maria Teresa era già stata destinata al futuro Granduca di Toscana, nacque in famiglia un po' di malumore, tanto più che la seconda, Luisa Amalia che sarebbe toccata al principe ereditario di Germania, era "un po' difettosa nella persona, benché graziosissima come la sorella maggiore"; e questo, dalla astutissima madre, era ritenuto un grave ostacolo per l’alta destinazione a cui veniva indicata la secondogenita. Perciò, profittando essa della bellissima circostanza che a Vienna le sue figliuole non eran conosciute, e che per conseguenza anche i due sposi se ne stavano a lei, ricorse ad uno strattagemma che le riuscì pienamente. La regina fece fare il ritratto delle due figliuole, in miniatura, come usava allora, e li mandò tutt' e due all’imperatore, indirizzando al principe Francesco quello della figliuola maggiore, cioè di Maria Teresa; ed a Ferdinando quello di Luisa Amalia, colei che era piuttosto difettosa. D’altronde, fece a dire la madre, la corona d’imperatrice esige maggiori riguardi: per una granduchessa, anche se aveva preso una brutta piega era più che sufficiente. Alla imperiale Corte di Vienna nessuno avverti il cambio; e così la fidanzata dell’uno diventò la fidanzata dell’altro, senza che nessuno se ne accorgesse, e senza danno del cuore, poiché ancora i quattro fidanzati non si conoscevano affatto.

Il 18 novembre 1790 si celebrarono a Vienna le nozze dei due principi con le due sorelle della Corte di Napoli; e dopo cinque mesi, cioè alla fine di febbraio del 1791, Pietro Leopoldo accompagnò in Italia il figliuolo con la sposa, facendo con lui solenne ingresso in Firenze il dì 8 aprile, acclamati calorosamente dal popolo, il quale par che sempre non abbia altro da fare che applaudir chi viene; ma forse era più contento di rivedere il monarca filosofo, che aveva destato in tutti tante liete speranze, che di ricevere il figliuolo così giovane destinatogli per sovrano.

Quando si riseppe la burletta del cambio delle due spose, fu l’oggetto d’un' infinità di commenti piacevoli nelle conversazioni e nei circoli delle varie Corti d’Europa; e lo stesso Pietro Leopoldo che ne rise di cuore, scrisse alla regina Carolina che essa poteva rallegrarsene poiché tutto era andato a seconda dei suoi desiderii.

Ferdinando III intanto, compiuti i ventun' anno, prese possesso del Granducato con un cerimoniale solennissimo, il giorno di San Giovanni del 1791 "alla vista del pubblico sotto la Loggia dell’Orcagna", con apparato mai più veduto, con l’intervento dell’amplissimo Senato e del Municipio fiorentino. Mentre il popolo acclamante giurava fedeltà al sovrano, questi giurava sul Vangelo di osservare gelosamente i patti costituzionali, mediante i quali tutti i granduchi ricevettero omaggio e giuramento di sudditanza dal popolo toscano, quantunque poi governassero da despoti sempre.

Ferdinando III era un giovane principe buono e leale; ma non aveva né la fibra né la mente del padre. Per governare uno Stato, specialmente in tempi difficili, la sola bontà e la lealtà non bastano: bisogna che il principe sappia non solo quello che ha l’obbligo di fare per il pubblico bene, ma che altresì sappia scegliere con accortezza coloro che debbono coadiuvarlo nel difficile compito. Le doti di Ferdinando III, ammirabili e preziose in un privato cittadino ma insufficienti e qualche volta fatali per chi deve stare sul trono, lo condussero... a raggiungere presto, la casa paterna a Vienna.

Mentre gli avvenimenti d’Europa mettevano a soqquadro tutti gli Stati, Ferdinando aveva in animo di mantenere la Toscana neutrale; ma si trovò poi vinta la mano dagli eventi.

Per colmo di sventura per lui, ed anche per la Toscana, l’imperatore Pietro Leopoldo il 29 febbraio 1792, a soli quarantacinque anni, morì di colica essendo rimasti inutili tutti i rimedii tentati nei tre giorni della malattia. Così mancò a Ferdinando, quell’appoggio principalissimo sul quale egli insieme col popolo, contava sicuramente.

I clericali intanto, spaventati dalle simpatie ognor crescenti per la repubblica francese, specialmente nei giovani, profittando della morte dell’imperatore, spargevano ad arte, per intimorire la gente più matura, che i principii rivoluzionari avrebbero rovinato lo Stato, poiché contrari alla religione. Ma queste scuse facevano poca breccia nell’animo dei più. Si ricorse allora al ripiego dei miracoli, cominciando a parlar sul serio di fatti avvenuti ad Arezzo e in Casentino. Nell’estate del 1796 si pensò di fare qualche cosa di simile anche a Firenze: perciò si prese a volo l’occasione che due ramoscelli di gigli selvatici fiorirono spontaneamente, alimentati dall’acqua, in un vaso presso un tabernacolo posto in via del Ciliegio, ora via degli Alfani. Indescrivibile fu la sorpresa dei bigotti, che incitati dai preti cominciarono a sbraitare e a darsi moto, per far credere che si trattasse d’un inaudito miracolo. La via del Ciliegio si parò subito di setini, e vi si posero lumiere penzoloni, riducendola quasi una chiesa. Baciapile e pinzochere, giorno e notte stavan davanti al tabernacolo, ove era dipinto un quadro su tela rappresentante la Concezione, cantando laudi, e dicendo rosarii senza riposo. Ma siccome il mondo è sempre stato mondo, così anche allora ci fu chi profittò di quello stolto fanatismo, artificialmente eccitato da chi ne aveva interesse. Perciò la via del Ciliegio se fu sempre affollata di donnicciuole e di bigotti, lo fu anche di zerbini e di borsaioli, i quali, nella calca e al barlume, trovavano come sfogare i loro progetti a scapito del buon costume e della proprietà privata.

L’arcivescovo Martini uomo dotto, e repugnante da ogni falsità che reca sempre più danno che utile alla religione vera, incarico il dottore Attilio Orlandini, direttore dell’Orto botanico, uomo di somma dottrina e scevro da ogni prevenzione, di emettere il suo parere sulla fioritura di quei due gigli.

E l’Orlandini nel 25 agosto 1796, dichiarò, con un parere scritto in lingua latina, che quella rifioritura dei gigli era "un caso affatto naturale e non prodigioso". Onde, per levar lo scandalo, l’immagine di quella Concezione, alla quale dopo la fioritura dei gigli attribuirono guarigioni e miracoli che poi nessuno poté provare, fu portata in una cappella del Duomo dove a poco a poco fu quasi dimenticata, perché non serviva più a nessuno scopo come quando era nel tabernacolo di via del Ciliegio e ne rimase soltanto la devozione nelle persone sinceramente credenti le quali anche oggi la venerano, senza le esagerazioni del 1796.

Però questi eran tutti imbarazzi che facevano sempre più impensierire il giovane Granduca, il quale, incapace per la mancanza di pratica e della necessaria avvedutezza, non sapeva da che parte voltarsi.

Egli cominciò pertanto una politica onesta ma pusillanime, piena di incertezze e di tentennamenti; e quel suo traccheggiare destò le gelosie dell’Inghilterra, che temeva egli parteggiasse invece per la Francia. E la perfida Albione lo mise perciò tra l’uscio e il muro, costringendolo con intimazioni, violenze e minacce a dichiararsi per la Francia o entrar nella Lega Europea contro di lei. il Granduca resisté a tante prepotenze finché gli fu possibile; ma siccome un al flotta inglese s’avvicinava a Livorno con l’intento di impadronirsene, il 28 ottobre 1793 per evitare guai maggiori firmò un trattato col re d’Inghilterra, mediante il quale egli rinunziò alla neutralità, rompendo apertamente le sue relazioni con la Repubblica. Frattanto le continue vittorie dei Francesi, ed il terrore che generavano in Europa le notizie di tanti loro trionfi, fece pentire Ferdinando di non aver mantenuta quella neutralità che s'era imposta. onde per incarico suo, dal principe don Neri Corsini, come quegli che aveva molta pratica degli affari politici, e godeva in Francia molta stima, furono intavolate trattative col Governo francese per tornare con esso in buon accordo; e condotte queste a buon punto furon poi terminate a Parigi dal conte Carletti, inviato speciale di Ferdinando, cd in suo nome tu firmato un trattato di pace nel dicembre del 1795.

Ma tutto questo non bastò, perché il Direttorio ingiungeva a Napoleone di andare contro il Granduca di Toscana che è servo degli inglesi in Livorno. "Ite ed occupate Livorno; non aspettate che vi acconsenta il Granduca, il sappia quando sarete padroni di quei porto". Questo fu il frutto dell’accordo!

Ferdinando III spaventato dalle notizie che da Parigi mandava don Neri Corsini, che aveva sorpreso qualche parola concernente questa faccenda e dallo zelo di Napoleone, di cui comprese il fine, mandò a lui, in Bologna ove si trovava col quartier generale, una Commissione composta del principe Tommaso Corsini, fratello di don Neri, del marchese Manfredini e del poeta Lorenzo Pignotti, affinché mutasse proposito e prendesse un altro giro lasciando in pace la Toscana. Napoleone accolse come amici e trattò con moltissima cortesia i tre commissari, che gli vennero presentati dal commissario Saliceti, stato scolaro del Pignotti all’università di Pisa. E quando il Maliceti gli indicò il Pignotti, Napoleone, con semplicità piuttosto rara in lui, gli disse: "Mio fratello Giuseppe è stato vostro scolare a Pisa, e mi ha parlato spesso di voi; ed il generale Cervoni mi ha lette molte delle vostre favole".

Da questa inaspettata cortesia il Pignotti tutto infatuato gli rispose con la 66a ottava del 2° canto della Gerusalemme liberata, quella che comincia: "Signor, gran cose in picciol tempo hai fatte", che pareva stata scritta apposta per il generale Buonaparte; e tanto il buon Lorenzo quanto i suoi compagni ne trassero i più lieti prognostici. Il Manfredini fu invitato a pranzo da Napoleone, gli altri due dal Saliceti; e quindi tutt' e tre contenti come pasque per l’accoglienza ricevuta, e per le promesse ottenute, tornarono a Firenze nel tempo stesso che Napoleone si dirigeva col generale Giovacchino Murat per Pistoia all’occupazione di Livorno. Da Pistoia il 26 giugno 1796 Napoleone annunziava direttamente al Granduca la sua decisione, dicendogli, fra le altre cose, che doveva nascondere il nero pensiero di conquista, che il Direttorio era stato costretto a prender quella misura, per i continui reclami che riceveva dai cittadini francesi stabiliti a Livorno, le cui proprietà erano violate dagli inglesi, i quali ogni giorno insultavano "il paviglione della repubblica francese in quel porto". Perciò il Direttorio aveva deciso che a tutelare i propri interessi a Livorno marciasse una divisione dell’armata posta sotto gli ordini dello stesso Napoleone. Quindi dopo la consueta protesta che sarebbero stati rispettati i sudditi di S. A. R. ed i loro averi, c’era la canzonatura in forma di complimento, di dire cioè, ch’egli, Napoleone, era incaricato dal Governo francese, d’assicurare il Granduca dal desiderio "di veder continuare l’amicizia" che legava la Toscana a la Francia nella certezza che S. A. "avrebbe anche applaudito alla misura giusta, utile e necessaria" presa dal Direttorio. Il Fossombroni, ministro degli esteri rispose che la Toscana non aveva "nulla da rimproverarsi nella condotta leale sincera ed amichevole""" tenuta con la repubblica francese; e che il principe non poteva veder senza sorpresa il partito ordinato dal Direttorio protestando però che non si sarebbe opposto con la forza! Napoleone forse avrà riso: il fatto sta che il 27 giugno arrivò alla porta di Livorno. Gli inglesi furono a tempo a scappare, portando seco molti bastimenti carichi di mercanzie, dirigendosi in Corsica; e a Napoleone non dispiacque di occupar il 26 giugno 1796 la città senza sparare una fucilata, confiscando le sostanze napoletane, inglesi e russe. Intanto, giacché era a Livorno, con la scusa di ossequiare il Granduca fece una corsa fino a Firenze, dove arrivò la sera del 30 giugno, scortato da un reggimento di dragoni.

Ferdinando lo accolse con tutti gli onori dovutigli; ma un po' di tremarella l’aveva, poiché con uomini di quella fatta, non c’era da levarla mai pulita.

La lealtà, la correttezza del Granduca fecero ottima impressione sull’animo del guerriero còrso, che in breve lasciò Firenze, senza però che promettesse di levare i soldati francesi da Livorno, come avrebbe desiderato Ferdinando. Ma siccome poi gli inglesi abbandonarono l’Elba, allora anch' egli nell’aprile del 1797, consentì a ritirar le sue truppe da Livorno.

Ferdinando, vedendo che passavano gli anni e le guerre non finivano, pensò, non foss’altro per mostrare che lui pure poteva avere una specie d’esercito da far fronte a ogni evento, di chiamare "i suoi buoni toscani alle bandiere, aumentando i corpi dei cacciatori volontari," e gastigando severamente gli agitatori, che da vario tempo eran venuti all spicciolata in Firenze a far propaganda per la repubblica francese.

Ma questo armare per mettersi in guardia e scacciare i fautori dei francesi, non gli attirò le costoro simpatie, tanto più che Napoleone aveva la fissazione d’impadronirsi della Toscana.

I disegni di Napoleone non potevano esser maggiormente favoriti; poiché all’improvviso sbarcarono a Livorno 6000 napoletani per prendere i francesi alle spalle. Onde sdegnato fortemente il Direttorio col Granduca, e presa a pretesto tale occupazione, inviò in Toscana nel 1799 una divisione per occuparla.

La rottura poi definitiva della pace con la Germania che travolse seco anche la Toscana, essendo il Granduca sospetto alla Francia per esser fratello dell’Imperatore, determinò i governo francese di invaderla addirittura, inviando a tale scopo il generale Gualtier con un forte esercito.

Ferdinando III badava a protestare simpatia alla Francia; ma quegli armeggioni di Parigi, s’eran subito accorti che tra sovrano e ministri facevano a chi aveva più paura dei francesi, e che la loro amicizia non era sincera. Perciò, tenendo fermo l’invio delle truppe, finsero di crederci, e d’esser commossi e riconoscenti alle proteste di Ferdinando III. Intanto questi, per evitare mali maggiori, intimò risolutamente al generale Diego Naselli che con i soldati napoletani occupava Livorno, di sgombrare immediatamente quella città, premendogli meno d’attirarsi le ire del suocero che quelle del Direttorio. Il generale Naselli vista la mala parata, temendo anch' egli una guerra coi francesi, fece allestire bastimenti; e figurando d’andar via per non creare ulteriori imbarazzi al genero del suo re, chiedendo scusa della troppo lunga visita fatta a Livorno, fu lesto a tornarsene co' suoi donde era venuto, imbarcandosi a' primi di gennaio del 1799

Come un fulmine a ciel sereno però giunse in Firenze il 24 marzo 1799 un proclama "ai popoli della Toscana" emanato da Mantova del generale Scherer capo dell'armata d'Italia il 1° germinale (22 marzo) col quale egli deplorando che il Granduca non avesse prese le misure opportune per tempo onde liberare la Toscana dalla invasione dei nemici di essa, la Repubblica aveva stabilito di farla invadere dagli amici! Il proclama chiudeva con queste parole: "Popolo della Toscana! conservati pacifico, riposa con fiducia sulle disposizioni che saranno prese per farti godere della tranquillità e dei benefizi di un governo giusto".

Da Bologna il giorno successivo venne un altro proclama dei generale Gaultier, destinato ad occupar la Toscana, il quale assicurava i cittadini che le truppe che egli conduceva non venivano altro che per preservar la loro cara patria "da tutti i mali che le si volevano attirare". Ed aveva anche il fresco cuore di dire: "Voi fremerete di sdegno quando saprete che i nemici della Francia volevano inondare le vostre città"! Che è quanto dire che i toscani dovevan ballare dalla contentezza, perché, invece di tedeschi venivano dei francesi. Quando si tratta di stranieri che valgano come amici, è una finzione ed una stoltezza il crederlo! Nello stesso tempo il generale Gaultier emanava un ordine del giorno alle truppe destinate alla invasione cominciando così: "Soldati! Il generale in capo per la esecuzione degli ordini del Governo, vi ha destinato ad occupare una delle più belle contrade d'Italia, ove i nostri nemici volevan portare il flagello della guerra". Una tenerezza simile per gente che non ci conosceva nemmeno, ma che sapeva soltanto che si stava in un discreto paese, che piaceva tanto anche a loro, era davvero commovente. Soggiungeva poi l'egregio generale, parlando sempre ai suoi soldati, che "il popolo toscano è dolce e pacifico" e che perciò lo trattassero meglio che potevano, perché questo avrebbe loro meritato "la confidenza degli abitanti". Ma prevedendo che qualcuno, attratto da tante bellezze potesse lasciarsi sedurre dall'idea ammaliatrice del saccheggio, da uomo prudente minacciava, non foss'altro per non scomparire, "di fare tradurre ì colpevoli dinanzi al consiglio di guerra, ed il gastigo non sarebbe stato lontano dal delitto". Questi proclami facevano un effetto magico sui partigiani dei francesi; e il Granduca temendo che gli avversari facessero nascere dei disordini, spinse la sua eccessiva bontà, fino a fare affiggere sulle cantonate di tutte le strade, un manifesto che annunziava l'arrivo delle truppe repubblicane. E quel manifesto, purtroppo, era così concepito:

Noi, Ferdinando III Granduca di Toscana, ecc., ecc.

Nell'ingresso delle truppe francesi in Firenze, riguarderemo come una prova dì fedeltà, d'affetto e di gratitudine dei nostri buoni sudditi, se secondando la nostra sovrana intenzione, essi conserveranno una perfetta quiete, rispettando le truppe francesi ed ogni individuo delle medesime, e si asterranno da qualunque atto potesse dar loro motivo di lamento. Questo savio consiglio impegnerà sempre più la nostra benevolenza a loro favore.

24 marzo 1799.

FERDINANDO

FRANCESCO SERRATI

GAETANO RAINOLDI.

Verso mezzogiorno, furono anche affissi di nuovo e dispensati ai cittadini i due proclami del generale Scherer e del generale Gaulthier, il quale era alla testa delle truppe che stavano per entrare in Firenze per l'appunto in quel giorno che era Pasqua, recando l'olivo della pace sulla punta delle baionette.

La città aveva preso d'improvviso un aspetto di sgomento, quasi di terrore, come se fosse minacciata da un grave disastro. Per quanto le vie fossero affollate, pur nonostante vi regnava un relativo silenzio, che faceva pena. Da un momento all'altro, si aspettava di sentire il rullo de' tamburi francesi. Tutti, o almeno molti, i quali erano i più paurosi e contrari al nuovo stato di cose, che stava per impiantarsi nella pacifica ed apatica città, e che ne temevano le conseguenze, corsero a chiudersi in casa, facendo provviste di viveri per più giorni, quasi si temesse l’irromper della piena.

Altri, specialmente i giovani, sempre ansiosi di novità, più fidenti nell'avvenire, e che per la loro età e per l'indole vivace, si sentivano attratti dall'ignoto, da cui eran divisi per poche ore, si dirigevano a gruppi, a mandate, verso la porta a San Gallo, dalla quale dovevano arrivare le temute soldatesche.

Giorno di Pasqua più triste e melanconico di quello, Firenze non aveva passato mai.

Le famiglie, i parenti, non si riunirono in quell’anno, secondo l’usato, non arrischiandosi alcuno di abbandonare la casa al sopraggiungere del nemico, come la maggior parte dei cittadini reputava l’esercito francese.

Molti nobili e signori si rifugiarono nelle loro ville fuori della città; gli altri non uscirono dai loro palazzi. Quelle ore di aspettativa, convulse per i curiosi, angosciose per gli altri che avevan paura, non passavano mai.

Finalmente nel pomeriggio comparvero alla spicciolata alcuni squadroni di cavalleria, che si dirigevano verso il centro della città, coi moschetti impugnati come se entrassero in un paese vinto per valore o per forza d'armi. Quindi si videro calare dalla scesa del Pellegrino, fuori di porta San Gallo, diversi reggimenti di fanteria, preceduti da una turba di vagabondi, raccolti, strada facendo, dai paesetti e dai borghi di dove passavano.

Il grosso dei francesi entrò in Firenze preceduto da un branco di ragazzacci entusiasmati dalle manciate di soldi che via via buttavan loro gli ufficiali, perché gridassero "morte ai codini!" come facevano, a perdita di fiato. Appena arrivati alla porta a San Gallo, fecero prigionieri i soldati della compagnia che era stata mandata di guardia, e li fecero portare disarmati in fortezza da Basso. Questo fu il primo saluto!

Dopo i guastatori e i tamburi, veniva la musica e la bandiera francese, seguita da una lunga fila di cannoni e di carriaggi. La fanteria era stata posta in coda per lasciare il maggiore effetto all'artiglieria, che suol persuadere più che i fucili.

Il popolo, che assisteva in scarso numero per le vie a quel nuovo spettacolo, non rispondeva alle grida di una turba di scioperati, che urlava e strepitava; ma guardava come intimorito quei soldati abbronzati dal sole, mezzi strappati, laceri, polverosi, che avevano tuttavia l'aria trionfale del conquistatore.

I più sdegnosi cittadini se ne stavano a veder gl'invasori, quasi di nascosto, dietro i vetri delle finestre, maledicendo alla stupida ragazzaglia, che per applaudire i francesi salutava loro col grido di "morte ai codini!".

In piazza della Signoria battezzata subito lì sul tamburo, col nome di "Piazza Nazionale" o anche di "Piazza d'Armi" perché cominciarono ad andar d'accordo fin da principio, si accampò una parte delle truppe; ed altre andarono in Piazza di Santa Croce e di Santa Maria Novella.

Il generale Gualtier senza frapporre indugio prese alloggio al Palazzo Riccardi; e per cominciare a dimostrare al Granduca la gratitudine della Francia per l'amicizia da lui manifestata, prima anche di spolverarsi l'uniforme emanò un decreto col quale ingiungeva alle truppe toscane di rimanere in quartiere, e di depositare le armi. Mandò quindi ad occupare militarmente tutte le porte della città; inviò una compagnia di fucilieri con bandiera e musica a montare la guardia al Palazzo Pitti occupandone tutti gli sbocchi perché nessuno uscisse, e mandando in fortezza quella toscana che smontava. Dei drappelli armati furon posti alle case dei ministri esteri e toscani. Per colmo di gentilezza, la mattina dopo, d'ordine dello stesso generale Gualtier, il commissario Reinhard preceduto da un aiutante di campo, si presentò al Granduca, che lo ricevé nel quartiere della Meridiana, per presentargli un dispaccio del Direttorio che gli intimava la guerra, senza perder tempo in discorsi, e di lasciar Firenze dentro ventiquattr'ore, e meglio anche prima, egli e tutta la sua rispettabilissima famiglia. Quindi lo ringraziò di tutte le gentilezze usate alla Francia, che non avrebbe mai dimenticata la sua devozione; ma ora poteva andarsene, perché non c'era più bisogno di lui!... Chi non ha testa, abbia gambe!

Ferdinando III, pallido ed affranto per il sopruso che riceveva dopo essersi sfegatato tanto a far l'amico della Francia, appena letto il dispaccio del Direttorio, voltò le spalle senza rispondere, e rientrò nelle sue stanze.

Prima dell'alba del giorno 27 marzo, l'infelice sovrano, con le lacrime agli occhi abbandonò la reggia. L'ora di questa melanconica partenza era stata tenuta segreta per evitare probabili dimostrazioni in favore del discacciato principe. Ma lo scalpitìo del drappello degli ussari che doveva scortarlo fino a Bologna, ed il rumore delle pesanti carrozze da viaggio a sei cavalli, ove era la Corte e pochi fidati amici, seguite dai carriaggi dei bauli, fiancheggiati pure dalla cavalleria, svegliarono molti cittadini, i quali tutti timorosi, e presaghi di ciò che avveniva, uscirono freddolosi dal letto, restando dietro i vetri delle finestre a veder partire l'infelice Granduca, in assetto più di prigioniero che di sovrano.

Nel giorno stesso, fu piantato sulla piazza di Santa Croce e di Santa Maria Novella l'albero della libertà, attorno al quale la sera furon fatte delle luminarie, ed i soldati mezzi ubriachi cantavano e strepitavano, senza infondere entusiasmo nella popolazione, che non s'era ancora convinta di tutto il benessere e di tutta la grande felicità che ì francesi le promettevano.

Non è facile che a Firenze ci si commuova così alla svelta. Ed i nuovi arrivati, con tutte le loro chiacchiere, furon sempre ritenuti dalla gente di buon senso come invasori e mai come amici. Si desiderava, è vero, da tutti la libertà e l'indipendenza dal giogo austriaco; ma non per questo s'intendeva d'uscir dal fuoco ed entrar nelle fiamme. Il popolo, già iniziato alle idee di libertà dal savio e franco regime di Pietro Leopoldo, aveva accolto con giubilo le nuove dottrine dell'ottantanove; ma intendeva di seguirle da se stesso ed in casa propria senza che il nuovo vangelo gli venisse spiegato a baionetta in canna dai soldati francesi, che vennero a invadere la Toscana. Gli amici veri, di questi scherzi non ne fanno!

II

La festa della libertà e i frutti dell'albero

Pio VI prigioniero - Il nuovo regime - Un bando del commissario - I Nuvoloni - L'albero della libertà - Feste ufficiali - Diciotto matrimoni - L'ortolana di Borgognissanti - Luminaria - Malcontento - I contadini a Firenze Il prestito forzato - Requisizione di arredi sacri - Indignazione generale - La rivolta d'Arezzo - Viva Maria! - San Donato e la Madonna - La rivolta di Cortona - Una feroce ordinanza e un'energica risposta - Cortona si sottomette - Gl’insorti a Siena - La battaglia della Trebbia e la rivoluzione a Firenze - I francesi si allontanano dalla Toscana - Versi di un Pastor Arcade.

Come Ferdinando III non era stato buono a salvarsi per sé, molto meno lo fu per salvare Pio VI, che s'era rifugiato in Firenze, credendo d'esser più sicuro, e di sfuggire alle granfie di Napoleone, vivendosene più o meno tranquillo nel convento della Certosa. Appena entrati i francesi in Firenze, furono poste sessanta sentinelle attorno al monastero, che venne guardato anche da uno squadrone di cacciatori a cavallo, affinché nessuno confabulasse più col Pontefice, che si considerava già come prigioniero della Repubblica. Ed il giorno stesso della partenza del Granduca, alcuni ufficiali francesi imposero al papa di partire alla volta di Parma, poiché tali erano gli ordini del Direttorio. Per conseguenza, la notte seguente, Pio VI, col cardinale Laurenzana arcivescovo di Toledo, monsignore Spina arcivescovo di Corinto, monsignor Caracciolo maestro di camera, l'abate Marotti, un medico, alcuni preti e pochi domestici si preparò a partire alla volta di Bologna, per proseguire il viaggio fino a Parma, e di lì a Valenza nel Delfinato, ove doveva star prigioniero.

La partenza che era stata tenuta segretissima, ebbe luogo a mezzanotte. Le carrozze ed i furgoni erano preceduti da tre cacciatori a cavallo; agli sportelli della carrozza ov'era il Papa c'erano altri due cacciatori, con una torcia accesa; seguiva il resto dello squadrone, e poi le carrozze dei prelati e dei servitori.

Dopo la partenza del Granduca e di Pio VI, ed instaurato così alla svelta il nuovo regime, e dopo aver piantati gli alberi, poiché non ci poteva esser repubblica senz'albero, che spesso avrebbe potuto esser quello di Giuda, s'incominciò a disfare il vecchio per rifare il nuovo, con una confusione, ammirabile. Una sola cosa di vecchio fu rispettata; e furono gli aggravi e le imposizioni d'ogni genere, le quali, anzi, vennero raddoppiate e triplicate sotto speciosi pretesti. Tutti i salmi finiscono in gloria! Ogni governo nuovo che via via si succede, dopo aver promesso tante belle cose, raddoppia subito le tasse. Pare che i nuovi governanti abbiano sempre avuto le mani di calamita per levare i quattrini d’addosso alla gente: ciò vuol dire che questa è una bella cosa, altrimenti non la rispetterebbero tutti come fanno, con tanto scrupolo.

Pur troppo in Italia è sempre stato così: si diffida di noi stessi, ci si dà in testa e ci si maltratta indegnamente, per buttarsi poi in ginocchio dinanzi agli stranieri, bruciando loro l'incenso sotto il naso, preparandosi a sempre nuovi soprusi.

I toscani, abituati da quasi tre secoli al giogo mediceo, non avevano una educazione politica che valesse a renderli accorti per discernere il bene dal male nelle condizioni novissime ed inaspettate della invasione francese. Molti erano i malcontenti, e moltissimi i contrari. C'era però la gente di buon senso, che consigliava di non opporsi apertamente ai nuovi padroni, e di pigliare come suol dirsi la lepre col carro. Gli sfaccendati, ì ciaccioni, i chiacchieroni invece, che entran sempre avanti a tutti, che fanno più del necessario, che si danno moto per venti, che sembrano gli inviati da Dio per illuminare le turbe, guastavano l'opera dei più savi e dei più moderati, generando una confusione straordinaria, e facendo più male che bene.

Per porre un freno a quel disordine d'idee, a quel moltiplicarsi istantaneo di partiti sotto diversa forma favorevoli o avversi alla Francia, il commissario Reinhard ed il generale Gaultier, ordinarono per il dì 9 d'aprile la grandiosa festa della libertà, con la collocazione dell'albero in Piazza Nazionale. A Firenze, qualunque sia il motivo che può tener discordi gli animi, quando si bandisce una festa si può star sicuri che per quel giorno nessuno pensa ad altro, e diventan tutti amici. Così avvenne il dì 9 aprile 1799.

Il 15 germinale (come registrava il nuovo calendario il giorno 5 di aprile) il Commissario francese fece affiggere un bando per invitare i fiorentini a piantare l'albero della libertà, che era quanto dire, secondo lui, "di prendere impegno di unirsi ai principio della Repubblica francese, ai suoi sacrifizi, ai suoi trionfi e alla sua gloria, per preparare la felicità dell'avvenire". Non c'è stato mai proclama di nuovi tempi, che non abbia assicurata una futura felicità, la quale dalla creazione del mondo in poi si va sempre cercando, senza sapere chi debba mantener la promessa.

Il proclama però cominciava quasi con una specie di canzonatura, se non si fosse potuta prendere anche per un'insolenza. Infatti, il cittadino Commissario diceva subito che, essendo entrata l'armata francese senza trovar resistenza, questa armata aveva trovati i toscani e specialmente gli "abitanti di Firenze" quali erano a lui stati dipinti cioè: buoni e pacifici! E subito dopo ammoniva questi buoni e pacifici abitanti, dicendo loro che avevan fatto bene, perché così i soldati francesi, "guerrieri terribili nelle battaglie" non avevan fatto mostra che della loro amabilità. Parole dette colla voce grossa, come chi vuol far paura ai ragazzi.

Il buon senso dei fiorentini però, valutava giustamente l'importanza delle insolenti lodi e le spacconate delle minaccie. E per non mancare al solito sarcasmo, che in Firenze è quasi di rito, cominciarono subito a chiamare i francesi Nuvoloni, perché ogni editto, ogni manifesto dei liberatori, cominciava col sacrosanto Nous voulons.

Tutto ciò non toglie che il 9 aprile, o 19 germinale che dir si voglia, non fosse atteso con una certa bramosia e curiosità, per vedere in che cosa consisteva la cerimonia alla quale si dava tanta solennità, quella cioè di piantar l'albero nel mezzo di Piazza. La curiosità maggiore però era quella di assistere alla celebrazione affatto nuova e strana, dei diciotto matrimoni che si sarebbero celebrati attorno all'albero verdeggiante di foglie.

La mattina del giorno tanto aspettato, la Piazza Nazionale, aveva preso un aspetto tutto nuovo, poiché era decorata a guisa di circo equestre, con una teatralità straordinaria. Nel centro era stato costruito una specie d'anfiteatro in faccia alla Loggia dell'Orcagna, avendo all'intorno più ordini di gradini. Il recinto era coronato da varie statue allegoriche, o rappresentanti numi ed eroi dell'antichità. La Loggia superba, era tutta parata d'arazzi, tolti dalle Gallerie, ed ornata di festoni di lauro e di fiori e pennoni coi colori nazionali francesi. Grandi ghirlande rompevano qua e là la monotona dell'addobbo; e sotto la volta dell'arcata centrale s'ergeva maestosa e severa la statua della Libertà. Nella mano destra teneva una picca sormontata dal berretto frigio, e la sinistra stesa accennava al livello, segno di uguaglianza cittadina. Sul piedistallo eran dipinte due figure di donna: una di gentile apparenza rappresentava la timida Etruria, tenuta per mano dall'altra, austera matrona, simboleggiante la bellicosa repubblica francese. Ai quattro pilastri della Loggia erano state appese delle grandi tavole dipinte a marmo, sulle quali erano scritte sentenze filosofiche, concernenti l'amore della patria e della libertà, ed incitanti i cittadini all'obbedienza delle leggi, specialmente di quelle emanate dai Nuvoloni.

Sulla torre di Palazzo Vecchio sventolava la bandiera francese, ed a tutte le finestre eran tappeti tricolori, che stridevano in modo straordinario colla seria imponenza dell'antico Palagio dei Signori.

Alle tre pomeridiane (oggi bisognerebbe dire alle quindici) il generale Gaultier si mosse dal Palazzo Corsini in Lung'Arno, dov'era andato ad abitare lasciando il Palazzo Riccardi, per recarsi alla festa che aveva attirato agli sbocchi della Piazza Nazionale, occupata quasi tutta dal recinto, tanta folla che pareva si schiacciasse contro l'impalancato.

Il generale col suo stato maggiore, preceduto da due reggimenti di piemontesi e di cisalpini e seguito da un distaccamento di ussari e da uno di cacciatori a cavallo, fece sfilare tutta quella truppa per Via Maggio fino a San Felice; voltando poi per Piazza de' Pitti, oltrepassando il Ponte Vecchio per Por Santa Maria, entrò trionfalmente in Piazza, accolto da applausi assordanti.

Il commissario Gaultier con la cittadina sua moglie, circondato dalle principali autorità civili e militari, aveva preso posto sopra un palco eretto sulla gradinata di Palazzo Vecchio. Le altre autorità del Comune e delle vecchie e nuove istituzioni, ebbero posto intorno alla statua della Libertà.

Le due fortezze tiravan cannonate continue in segno di gioia; e tutto un popolo, almeno per quel tempo, esultava veramente. Le truppe andarono a schierarsi nell'anfiteatro, i gradini del quale eran pieni zeppi di patriotti che parevan pazzi dalla contentezza, credendo davvero ad un'èra felice di vera libertà e di ben inteso progresso.

Appena ordinate al loro posto le milizie, venne portato sulla piazza ed introdotto nel recinto un gran carro all'antica, tutto storiato, una specie di Carroccio, tirato da quattro cavalli di fronte, e sul quale era il grande albero che doveva esser piantato.

Dietro a questo carro veniva un grosso cannone circondato da diciotto coppie di fidanzati, che dovevan darsi l'anello appena l'albero fosse stato messo dagli operai nel mezzo della piazza, ossia dell'anfiteatro.

Cerimonia curiosissima cotesta, che rimase famosa anche quando quegli sposi diventarono col tempo nonni, ed alcuni forse anche bisnonni.

Gli sposi eran vestiti in abiti da festa secondo la nuova foggia francese, avendo all'occhiello la coccarda della repubblica; le spose avevano il vestito bianco, col velo ed una ghirlanda di fiori in testa.

La cerimonia di quei diciotto matrimoni, fatta attorno all'albero della libertà, appena che gli operai con molta fatica l'ebbero piantato, riuscì curiosissima; tutta la gente accorsa ammirò di più fra quelle spose una certa Rosiera, bellissima ragazza, che faceva l'ortolana in Borgognissanti, sul la cantonata di via de'Fossi.

Terminata la nuovissima funzione, le spose che avevano tutte un velo e una ghirlanda di fiori in testa lasciarono andar libera a volo una colomba, che ciascuna aveva tenuta legata per le zampe con un lungo nastro tricolore, non quale emblema di perduta innocenza, perché allora le colombe avrebbero potuto prendere il volo anche un po' prima, ma sivvero per bandire al mondo che per la Toscana, da quel giorno incominciava, come disse Pietro Feroni "oratore del popolo" un'èra novella, e riacquistava, a male agguagliare, l'antica libertà spenta con Ferruccio a Gavinana, "ricuperando il libero reggimento dopo dugentosettanta anni". Ci voleva una faccia tosta di quella fatta, per discorrer in quel modo, con gli stranieri in casa!

Così dunque terminò la cerimonia dell'albero e dei matrimoni consacrati attorno al medesimo da quelli sposi che afferraron l'idea della nuova libertà francese, per emanciparsi dalle opposizioni dei reciproci parenti, così alla svelta e con una pubblicità tale, che legalizzava il sacro nodo.

La sera, per coronar la festa, furono fatte luminarie per tutta la città e banchetti all'aperto, con brindisi pieni d'entusiasmo e di fede in un avvenire di felicità, che non arrivò mai, per quanto il tempo passasse veloce come prima. Ma il fanatismo raggiunse quasi la pazzia; perché un manipolo di facinorosi tentò perfino di buttar giù la statua di Cosimo I, legandovi dei grossi canapi col fine di atterrarla e farne tante monete da distribuirsi ai poveri. Questa barbarie fu impedita quasi per miracolo da un egregio cittadino che riuscì a persuaderli a desistere da quella insensata impresa. Sulla piazza di Santa Croce e di Santa Maria Novella ove era stato pure piantato l'albero, furon fatti balli pubblici, a cui presero parte molte donne del popolo, verso le quali i soldati si mostrarono amabili perché avevan trovato i fiorentini "buoni e pacifici com'erano stati loro dipinti".

L'albero non fruttò la desiderata libertà; fruttò invece trentasei suocere, e qualche altra cosa di peggio, come vedremo.

A forza di editti, di manifesti e di Nous voulons, non si può persuadere un popolo, specialmente scettico come il fiorentino, a credere a ciò che non è. Per conseguenza, ai cittadini amanti della vera libertà della patria, ed ai quali non era dispiaciuta la partenza del Granduca, rincresceva ora il fare altezzoso dei Nuvoloni, che venuti in sembiante d'amici dei liberali, spadroneggiavano e comandavano come se fossero entrati in Firenze per valor d'armi, e Firenze fosse una città di conquista.

Ed i contadini, poiché il contadino specialmente nelle rivoluzioni è stato e sarà sempre lo stesso, profittavano del malcontento, per varie ragioni generale, e la notte imbrattavano gli editti affissi in nome della repubblica e "attentavano" agli alberi della libertà, con l'idea di promuover sommosse per rilevarne il saccheggio!

Allora la buona e pacifica città fu percorsa da pattuglie di cavalleria francese, e da drappelli di fanteria per tutela degli alberi e dei manifesti, se non della libertà. Per maggiore sicurezza poi fu dal maire, non più gonfaloniere, ordinato di tenere un lume acceso per tutta la notte a coloro che volessero lasciar la porta di casa aperta fino dopo le otto di sera. Se però la plebaglia non s'abbandonò al saccheggio, i francesi spogliarono i musei e le gallerie; per mostrar forse che appartenevano ad una nazione di artisti.

Le intemperanze dei francesi, scontentarono non solo i partigiani di Ferdinando III e dell'Austria ma anche i veri liberali. Infatti, dopo tante promesse di benessere, di felicità e di libertà, non potendo il nuovo governo sostenere le spese enormi dell'armata,, ricorse ai mezzi straordinari. Fra questi, il primo fu quello di esigere alla svelta, dai cittadini, seicentomila scudi, che tanti rimanevano per coprire il prestito forzato di ottocentomila, ordinato per conto proprio da Ferdinando III nel 1798, e del quale non era stata pagata che la prima rata. Quindi, l'immediata consegna degli utensili e vasellami d'oro e d'argento di uso sacro, non strettamente necessari al culto, e già parzialmente ordinata dallo stesso Granduca, che s'era veduto però mal corrisposto. 1 preti non intendevano affatto di privarsi di tali oggetti, per quanto nel 24 dicembre 1798 fosse stata spedita al vescovi una circolare, onde esortarli a dare il buon esempio ed eccitare preti, frati e monache, a concorrere con alacrità e zelo al sollievo delle pubbliche finanze, così tartassate per sopperire alle spese fatte per "l'armamento delle bande e per la creazione dei cacciatori volontari". Ma fu fiato e carta sciupata. Vescovi, e clero fecero il sordo. Amici cari, e borsa del pari!...

Il governo francese dunque, riportò in ballo la faccenda del prestito e della consegna degli oggetti preziosi, perché il bisogno stringeva e non c'era tempo da perdere. Giacché il Granduca, pel primo, aveva avuto quella felicissima idea, non ostante che non gli riuscisse poi d'attuarla, i francesi credettero ben fatto di sfruttare l'odiosità ch'egli s'era tirato addosso, per trarla a lor vantaggio.

Cosicché il 1° maggio, il Cellesi, "segretario della giurisdizione", mandò fuori un editto per raccogliere gli argenti e gli ori superflui nei luoghi destinati al culto, poiché anche "l'antico governo aveva dato l'esempio d'una raccolta d'argenteria superflua". Gli oggetti da consegnarsi dovevano esser portati entro tre giorni alla Zecca di Firenze, per farne tanta moneta.

Questa misura colpiva anche le sinagoghe e le chiese di altro rito, eccettuati soltanto gli spedali.

Si concedeva per uso ecclesiastico ad ogni chiesa, monastero, convento o luogo pio, un ostensorio, purché non ne avessero un altro di metallo!; i calici e le pissidi non aventi che la sola coppa d'argento, e se in qualche chiesa fossero tutti d'argento, se ne lasciassero il minor numero possibile per l'uso di essa. Eran pure esclusi dalla consegna "i piccoli vasi da olio santo e da crisma", gli ornati uniti alle immagini o ad altri lavori che non potessero levarsi senza "deturpare l'opera": che, del resto, avrebbero dovuto portare alla Zecca anche quelli. Ma ciò che non veniva escluso, erano "gli ornati, benché di sfoglia, di quelli arredi di chiesa, che si riservano per le pompe e funzioni straordinarie".

Al governo francese piaceva la semplicità, specialmente nelle tasche dei cittadini! E mentre protestava una gran devozione per le reliquie dei santi, ingiungeva a tutte le chiese che ne possedevano, di levarle con la dovuta riverenza dai reliquiari, tenersi le reliquie, e i reliquiari, se fossero stati d'argento, mandarli alla Zecca. Anche negli atti della religione, la repubblica amava la semplicità!

Nelle cattedrali poi, e nelle abbazie, non era permesso che un pastorale solo, e ciò che era strettamente necessario nei

pontificati. Se in qualche chiesa vi fossero oggetti d'argento reputati opere d'arte, meritevoli d'esser conservati, il rettore doveva farne rapporto, probabilmente per mandarli a conservare a Parigi, come avvenne dei molti quadri, dei cammei, e degli oggetti in pietra dura delle gallerie.

Finalmente si ordinava senza tanti preamboli, a tutti coloro che presiedevano o amministravano chiese, monasteri e luoghi pii, di sostituire al più presto le lampade e gli arredi d'argento, con altri "d'altra materia a piacimento"!

Se la chierica de' preti fosse stata d'argento, i francesi si sarebbero fatta consegnare anche quella!

Queste, che molti ritennero per vere esorbitanze, specialmente nelle campagne, indignarono gli animi dei più; e cominciò allora il sordo lavorìo dei preti e dei reazionari per sobillare le plebi.

Specialmente nell'aretino, dove gli emissari austriaci trovarono il terreno più adatto che altrove a sollevare le masse, queste si ribellarono al regime francese; e la rivolta a poco a poco assunse serie proporzioni. Ad Arezzo fu preso a pretesto della prima insurrezione, il 6 di maggio, trentesimo anniversario della nascita di Ferdinando III. In quel giorno i contadini della provincia aretina, ai quali dai codini giubbilanti s'era dato ad intendere che i tedeschi erano entrati in Firenze, fecero nelle campagne intorno ad Arezzo fuochi di gioia. Molti di quei contadini entrarono in città, e senza curarsi, anzi, provocando il piccolo presidio francese, e la scarsa guardia nazionale, percorsero le vie della città, gridando Viva Maria, - che non ci aveva nulla che fare - Viva _Ferdinando III; Viva l'imperatore, abbasso l'albero della libertà.

Poco dopo l'ingresso di quelle ciurme ignoranti di contadini, comparve in Arezzo una sdrucita carrozza guidata da un cocchiere, che aveva accanto a sé una vecchia, la quale teneva in mano una bandiera austriaca, che faceva sventolare dove maggiore era la massa dei contadini, eccitandoli sempre più. Quella sozza folla fu così stupidamente idiota, da credere che il cocchiere non fosse altri che San Donato protettore d'Arezzo e la vecchia la Madonna, e che entrambi venivano ad annunziare la prossima liberazione d'Arezzo! Parrebbero novelle queste, se non fosse pura storia!!

Allora non ebbero più limite le ingiurie ai francesi, e gli insulti d'ogni genere ai patriotti. In brev'ora la città fu in preda alla rivoluzione. Il popolo ubriacato, trascinato dai contadini, si armò come meglio poté di fucili, di pali, di forconi, di falci, di scuri e dì tutto quanto forse atto a ferire.

La scarsa truppa francese, tenne testa per un po' di tempo; ma vedendo che la folla s'imbestialiva sempre più, perché nella mischia aveva avuto anche un morto, sebbene fosse morto anche un soldato, la truppa, diciamo, si dette alla fuga.

Rimasta libera la città, le bastonate ai pochi patriotti e le sassate a' vetri delle loro case, piovvero come la grandine. Furon distrutti tutti gli emblemi della repubblica e rimessi quelli del Granduca al grido di Viva Maria, - al solito - Viva l'Austria. Furon messe fuori le bandiere del papa, quella austriaca e perfino il vessillo della Madonna del Conforto.

Da Arezzo l'insurrezione s'estese subito a Cortona; e il general Gualtier, impensierito della piega che prendeva la cosa, badava a fulminare da Firenze editti pieni di minacce e di terrore, ingiungendo col primo, in data del 10 fiorile, (ossia del 9 maggio) agli abitanti di Toscana di consegnare ai comandi di Piazza tutte le armi d'ogni genere che possedevano, comminando pene severissime ai contravventori, ed ingiungendo ai parroci di legger l'editto nelle chiese dopo la messa parrocchiale.

A queste ingiunzioni, si rispondeva con l'aumentare la pertinacia della rivolta; e le popolazioni del Casentino, infiammate dai cenobiti di Camaldoli e di Vallombrosa, e dai mendicanti dell'Alvernia, presero le armi, e per la Consuma scesi rapidamente al Pontassieve, favoriti dalla località, impedirono ai francesi inviati da Firenze di forzare il passo e di marciare sopra Arezzo.

Il commissario Reinhard il 29 fiorile (19 maggio) anno VII della Repubblica francese Una e Indivisibile, emanò un 'nuovo editto assegnando il termine agli abitanti di Arezzo e di Cortona a sottomettersi. L'editto era basato sulla considerazione, che gli abitanti di quelle due città avendo "assunto" la coccarda d'una potenza in guerra, incarcerato ed assassinato dei soldati francesi, stampati proclami sovversivi, ed essersi opposti al passo della legione polacca, ausiliaria dell'armata della repubblica, si imponeva alle due città di liberare entro ventiquattr’ore dalla notificazione dell'editto i cittadini toscani e francesi incarcerati nei fatti del 16 e 17 fiorile, e di mandare a Firenze venti ostaggi scelti fra i possidenti e funzionari pubblici delle due città da rimanervi sotto la protezione delle leggi, intanto che le truppe francesi occupassero militarmente tanto Arezzo che Cortona.

Passato questo tempo inutilmente, le dette città e le comunità circonvicine, sarebbero state dichiarate ribelli e ridotte all'obbedienza con la forza delle armi. Il paragrafo VII poi conteneva questa esplicita comminazione: "Tutti i proprietari nobili domiciliati nelle dette città, tutti i preti aventi dei benefizi, che non sono di quelli con cura d'anime, i quali non usciranno subito da queste città dichiarate in stato di ribellione aperta, e non si recheranno a Firenze, verranno considerati come capi di rivolta, puniti come tali, e i loro beni saranno confiscati a profitto della repubblica".

Quest'editto inasprì sempre più gli animi dei rivoltosi.

Allora il generale in capite Macdonald emanò da Siena in data del 3 pratile (23 maggio) questa, che giustamente fu detta feroce ordinanza:

"Art. 1. Nel corso di 24 ore dalla notificazione della presente risoluzione, le comunità d'Arezzo e di Cortona poseranno le armi, e invieranno una deputazione al Generale in capite composta dei principali cittadini, per assicurarlo della loro commissione e per servire d'ostaggio.

Art. 2. Mancando esse di conformarsi al precedente articolo nella dilazione prescritta, si manderanno delle colonne di truppe francesi e dei cannoni, per assoggettare i ribelli con la forza.

Art. 3. In caso di resistenza, tutti gli abitanti saranno passati a fil di spada, e le città date in preda al saccheggio e alle fiamme.

Art. 4. Le due città d'Arezzo e di Cortona, saranno distrutte e rase.

Art. 5. Sarà inalzata una piramide nel luogo che occupavano, con queste parole: Le città d'Arezzo e di Cortona punite della loro ribellione.

Art. 6. La presente risoluzione sarà stampata, pubblicata ed affissa in tutte le Comunità del territorio toscano. I generali comandanti le colonne contro Arezzo e Cortona sono incaricati della sua esecuzione".

Nello stesso giorno il generale Macdonald emanò un altro editto contro "alcuni preti fanatici" che si univano "ai miserabili agenti" dell'Austria, per rovesciare il regime repubblicano.

Per conseguenza, stabiliva con quell'editto che ogni comunità che inalberasse lo stendardo della rivolta sarebbe stata sottomessa con la forza; e che "i cardinali, arcivescovi, vescovi, abbati, curati, e tutti i ministri del culto" sarebbero tenuti personalmente responsabili degli attruppamenti e delle rivolte.

E per farsi intendere anche più chiaramente, il bravo generale in capite intimava a tutti i preti di portarsi immediatamente nei luoghi della loro giurisdizione dove fosse scoppiata la rivolta per sedarla. E se fossero invece trovati con l'arme alla mano sarebbero stati, per una volta tanto, giova almeno sperarlo, fucilati senza processo. Ugual sorte sarebbe toccata agli altri ribelli arrestati in simili condizioni.

La risposta degli aretini ai proclami del Macdonald se fu ispirata al fanatismo più bizantino, non fu però meno energica ed arrogante. In essa, fra le altre cose, si diceva chiaro e tondo al generale francese: "Voi in nome del governo francese ci avete fatto sempre delle belle promesse; ma nemmeno una volta ci avete mantenuta la parola. Se eravamo liberi, perché non lasciare a noi la scelta dei nostri rappresentanti? Era una volta in proverbio la fede greca; nelle vostre mani è divenuta tale la fede, francese"! Parole roventi coteste, ma dette con coraggio! La conclusione della risposta degli aretini conteneva un'aperta sfida, dicendo che la rabbia del generale non li spaventava: ed alla minaccia di erigere una piramide, dove sorgeva la città d'Arezzo, rispondevano che più facile sarebbe stato agli aretini formarne una di teste di giacobini e dì soldati francesi, ponendovi in cima quella del comandante Mesange, che era scappato con la compagnia, appena scoppiata la rivolta.

La chiusa poi era enfatica quanto mai. Dopo aver detto che gli aretini non s'inchinavano che, a Dio e "alla grande protettrice Maria" in nome della quale però, commisero ribalderie senza nome, concludevano ammonendo il Macdonald: "Vergognatevi delle vostre insultanti minacce: e chinando gli occhi a terra, riconoscete il vostro delitto; tremate che il Dio delle vendette non vibri sul vostro capo quel folgore che oramai vi striscia intorno, e che certo non isfuggirete, se al lungo errore non succede un pronto e sincero ravvedimento". Considerate da quali pulpiti si dovevan sentir tali prediche!...

Il Macdonald con le sue truppe si mosse allora da Siena e marciò prima su Cortona, avendo intenzione di continuar poi per Arezzo e sottomettere con le armi le due ribelli città. I cortonesi meno fermi degli aretini, appena furono in vista i soldati francesi, andaron loro incontro; e fatto atto di sottomissione al generale, fu ripristinato il governo francese e rimessi gli alberi della libertà.

Il Macdonald non poté però continuare la sua marcia sopra Arezzo perché gli austro-russi gli davano da fare altrove.

Per conseguenza dové lasciar la Toscana, dando così agio ai ribelli di continuare nelle loro imprese: le quali, benché

mascherate dai gridi di Viva Maria, nascondevano il fine del saccheggio e delle maggiori bricconate, che potessero aspettarsi da una masnada di quella fatta.

La prima marcia degli insorti fu sopra Siena, dove appena giunti abbassarono l'albero della libertà in tutte le piazze e ne fecero un rogo, sul quale bruciarono tredici disgraziati ebrei, accusati di partigianeria verso i francesi, per avere un motivo di sfogare su di essi la loro malvagità. Il più bestiale tra i condottieri di quella canaglia, era un frate laico zoccolante del Monte San Savino, che con la sciabola in mano eccitava i suoi seguaci "bestemmiando come un forsennato" in onore di Dio e del principe. Fu saccheggiato il ghetto e la sinagoga, fracassate e vuotate le sette cassette dell'elemosina nella sagrestia del tempio, e portati via gli argenti, che ornavan la bibbia.

Questi barbari fatti di Siena, e il tremendo rovescio, toccato da Macdonald alla Trebbia nei giorni 17, 18 e 19 giugno ebbero il loro contraccolpo anche in Firenze, dove la sera del 4 luglio, in Piazza Nazionale, vi fu una specie di rivoluzione, nella quale il popolo bruciò tutti gli emblemi della repubblica. Le cariche di cavalleria furono insufficienti a frenare il furore della plebaglia istigata dai reazionari; ed i liberali si videro in pericolo.

Frattanto la disfatta della Trebbia determinò i francesi ad allontanarsi dalla Toscana: e la notte del 5 luglio, il generale Gaultier e il commissario Reinhard, scortati da poca cavalleria, si diressero a Livorno, seguiti da pochi patriotti che preferirono di esulare da Firenze, piuttosto che esporsi alle vendette dei reazionari, i quali rialzaron subito la cresta, ed incitarono i mercatini, i facchini, i conciatori e i navicellai del Pignone, a molestare i giacobini, o coloro come tali ritenuti, i quali furon perseguitati con ogni maniera, di danni e d’offese.

I reazionari, coraggiosi sempre quando il nemico non c'è più, diffondevano a centinaia di copie una poesia fregiata dello stemma di Ferdinando III, dovuta al peregrino ingegno di un tal "Dott. G. P. L. Pastor Arcade" e intitolata "L'inganno della libertà schiarito ai popoli toscani".

Sarebbe afflizione troppo grande il riprodurre le venticinque strofe di quella poesia: ma per darne un'idea, essendo una caratteristica pittura della scena su cui si svolgevano tanti fatti, bisogna pur riportarne saltuariamente qualcuna:

Oh! che bella libertà

Ci portò la gran Nazione

Che con quindici persone

Conquistando il mondo va.

Oh! che bella libertà.

Una statua, un arboscello

Ch'apre i sensi il reo sentiero

Son quel nume lusinghiero

Che soldati ognun ci fa.

Oh! che insana libertà.

Mentre poi con tal follia

Farci liberi pretende

Tanti schiavi ella ci rende

Al suo orgoglio e vanità.

Che tiranna libertà.

Mentre tutti arbitri siamo

Con l'orpel de' Cittadini,

I francesi han gli zecchini

Resta a noi la scarsità.

Oh! che scaltra libertà.

Nella gottica eguaglianza

Che ci portan questi eroi

La miseria è sol per noi

Lor han sol felicità.

Oh! che trista libertà.

Mangian ôr, mangian argenti

Fan dei templi orride stragi

Vuotan fondachi e palagi

Per coprir lor nudità.

Che inumana libertà.

Ove appar questa canaglia

Porta fame e carestia

E la pace e l'armonia

In sussurri se ne va.

Che molesta libertà.

I più finti, i più mendaci

Mai di lor formaro i cieli;

Traman danni i più crudeli

Mentre affettan amistà.

Che ingannevol libertà.

 

La poesia, che circolava già in modo clandestino quando i francesi erano ancora in Firenze, appena spariti si vendeva impunemente da un libraio "dirimpetto alla chiesa della Madonna de' Ricci" nel Corso.

Ma con le satire soltanto non s’è mai levato un ragno da un buco!

 

III

Maria Luisa, Napoleone I ed Elisa Baciocchi

Ultimi atti del commissario Reinhard - Il Senato fiorentino - Effetti della reazione - Selim III - Il generale Suwarow - La Sandrina Mari e gli aretini a Firenze - Il vescovo Scipione Ricci - Gli austro-russi - Sempre Te Deum - La morte di Pio VI - I francesi tornano in Toscana - Il regno d'Etruria - Lodovico di Borbone a Parigi - Proclama del generale Murat - Giuramento prestato al nuovo sovrano - Suo arrivo a Firenze - L'Apollo di Belvedere e la Venere dei Medici - Tristi condizioni del regno d'Etruria - Viaggio dei reali e morte del re Lodovico.

Appena gli ultimi soldati francesi ebbero lasciato in fretta e furia Firenze, fu affisso un avviso senza data - ciò dimostra che era stato pronto da un pezzo - del commissario Reinhard col quale rammentava ai fiorentini ch'erano "sottomessi al governo francese dal diritto della guerra; e che se era stata rispettata la loro religione, le proprietà e le persone, lo dovevano soltanto alla loro pacifica commissione e alla generosità francese, che non s'era obliata un istante". E dovevasi altresì "alla saviezza, alla purità e alla bontà dei Toscani" se era stato conservato il loro paese, cioè se non era stato distrutto erigendovi una piramide sulle sue rovine, come avevano minacciato di fare ad Arezzo e a Cortona.

Per essere amici, non potevano parlar meglio davvero!

Nello stesso tempo, fu affissa l'ultima e "furibonda" ordinanza del su nominato Reinhard, il quale, alludendo ai fatti d'Arezzo, diceva che "una ribellione provocata e feroce aveva invasa una parte considerabile della Toscana, nel mentre che l'armata francese era chiamata momentaneamente a combattere altrove la causa generale della libertà d'Italia". La disinvoltura del Commissario francese è stupenda. Per non dire che le truppe del suo paese andavano a soccorrere le altre, che ne avevan già toccate alla Trebbia, diceva, con faccia tosta, che andavano altrove a combatter per la libertà d'Italia!...

In conclusione, il signor Reinhard, nella sua sconfinata bontà, decretava che tutti i cittadini che avevan servito il loro paese "o la causa della libertà" si riunissero in Livorno dove per somma grazia sarebbero considerati come facienti parte del battaglione toscano.

I nobili e i preti della Toscana erano chiamati nientemeno responsabili di tutti coloro che venissero "assassinati, arrestati e perseguitati sotto pretesto d'attaccamento ai francesi e ai loro principii". E per maggiore consolazione di quelli che avessero delle ideacce contro i preziosi amici che momentaneamente s'allontanavano per la libertà d'Italia, il compitissimo signor Reinhard ammoniva i pacifici e buoni fiorentini, che gli ostaggi stati condotti in Francia risponderebbero testa per testa, delle uccisioni o degli affronti che fossero commessi in Toscana contro i patriotti.

Quest'ultima ordinanza, altezzosa e provocante, finì di esasperare gli animi, e ci volle tutta la prudenza e l'ascendente dell'arcivescovo Martini, per impedire che la popolazione si sollevasse e trasmodasse contro i fautori di così prepotenti e sfacciati amici, i quali si comportavano molto peggio che nemici. Se almeno avessero avuto la lealtà e la franchezza di mostrarsi per quello che erano, ognuno forse si sarebbe regolato: ma venire come liberatori non cercati, e proclamare poi negli editti che i toscani erano sottomessi alla Francia dal diritto della guerra era una tale insultante provocazione, che ogni popolo, anche dolce e pacifico come era stato dipinto nei precedenti proclami il popolo toscano, se ne sarebbe giustamente offeso.

Da ciò nacque una tremenda reazione. I cittadini, indispettiti contro i fautori dei francesi che trattavano i toscani come popoli conquistati mentre non costavan loro una sola cartuccia, e inaspriti dalle burbanzose minacce, arrestavano da se stessi e portavano alle Stinche o al Bargello quei disgraziati che credendo alla libertà, all'eguaglianza e alla fratellanza francese, s'eran lasciati illudere. Molti di quei patriotti, che in buona fede avevan creduto in una nuova èra di libertà della patria, furono bastonati dai reazionari, partigiani d'altri predoni stranieri, cioè degli austriaci; e così Firenze, rimasta senza governo, ebbe un dicatti che il vecchio Senato fiorentino, di cui nessuno rammentava più nemmen l'esistenza, riprendesse, dopo la partenza dei francesi, le redini dello Stato. Ed il primo atto di quel nucleo di gente inetta ed austriacante, che formò lì per lì una specie di governo, fu quello di mandare in tutta fretta come deputati ai generali austriaci, il conte Cammillo della Gherardesca, il marchese Antonio Corsi, l'avvocato Giuseppe Giunti e Carlo Pauer, per pregarli ad accelerare la marcia delle loro truppe su Firenze. Nel tempo stesso, si facevano premure all'armata aretina di venire a rimetter l'ordine, poiché gli eccessi dei "facinorosi avidi e audaci manomettevano le persone e le proprietà dei patriotti, in varie guise ingiuriate dalla plebaglia". Per conseguenza, non cessava di raccomandare al popolo con l'editto del 6 luglio, di cessare dagli arresti dei giacobini, non perché ciò era indegno di gente libera, ma "per non turbare con tali atti arbitrarii l'amatissimo sovrano", che avrebbe reso loro il dolce suo governo. E siccome il Senato prevedeva da un giorno all'altro il ritorno di Ferdinando III, così esortava tutti a non permettere che la gioia di tanta aspettativa "fosse mista con i mali sempre inseparabili dal disordine e dalla confusione".

Il capitano Lorenzo Mari, già uffiziale dei dragoni di Ferdinando III, e capo dell'armata aretina, credendosi sul serio un altro Napoleone, da San Donato in collina, dov'era coi suoi prodi accampato, fece sapere all'improvvisato governo di Firenze che egli avrebbe dato una risposta decisa soltanto quando egli fosse sicuro che le fortezze sarebbero state cedute alle sue forze, e le armi della guardia urbana,, stata costituita lì per lì alla meglio, venissero depositate fuori della porta a San Niccolò.

Al "superbo foglio di quel filibustiere" il Senato rispose che i toscani, essendo tutta una famiglia, non c'era bisogno di far tanto il gradasso; quindi rinnovava la preghiera che gli aretini venissero a Firenze. Si intromise allora fra le due parti il cavalier Wyndham, incaricato d'affari inglese, il quale, lasciato il campo degli aretini, giunse a Firenze il 6 di luglio.

Nel giorno stesso, quel patriottico e dignitoso governo, composto dei senatori Cesare Gori, Andrea Ginori e Federigo de'Ricci, stipulò con l'armata degli insorti aretini, vera banda di malfattori guidata da ufficiali austriaci e russi, una vergognosa convenzione, per la quale si dichiarava che il Senato fiorentino desiderava vivamente di avere in Firenze l'armata aretina; di cedere ad essa le fortezze, le porte, le caserme, le munizioni, i cannoni, le armi ed altri oggetti militari; che a quei banditi fossero resi gli onori militari ben dovuti ad un'armata regolare che si espone per portarsi al soccorso di Firenze!; di trovar giusto e conveniente che l'armata aretina non conoscesse altro capo che il suo comandante, finché non ne giungesse uno insieme allarmata tedesca, maggiore di grado al comandante aretino. Questi ed altri patti, tutti a favore dei facinorosi aretini, furono conclusi dal nuovo governo, facendo arrossire i liberali veri, che non intendevano libertà senza indipendenza e senza intervento straniero, di qualunque nazione fossero gli invasori, che sotto mentite spoglie di amici venivano a darci la schiavitù e l'oppressione, chiamati dai più vili e codardi cittadini, vergogna del loro paese.

E tanto è vero, che la Toscana faceva gola a tutti, che perfino il sultano "Selim III Gran Signore dei Turchi, Ombra di Dio, Fratello del Sole e della Luna, capo di tutti i re, distributore delle corone, ec." mandò anch'egli un proclama per dire che il Profeta aveva permesso che la Francia sterminatrice facesse le sue vendette per le colpe degli uomini; ed ora che il suo compito era eseguito, i turchi sarebbero venuti a darci la libertà, promettendoci "una primavera di delizia e di riso!...". Ma degno di riso sarebbe stato davvero, se non lo fosse di sdegno, il veder bandire dagli altari da alcuni preti fanatici e ignoranti il proclama del sultano, come se si trattasse del vangelo di un nuovo apostolo!

E non fu soltanto il fratello del Sole e della Luna, che s'intenerì per noi, vedendoci preda dei francesi; ma anche il generale Suwarow si commosse per conto del suo governo, alla nostra sorte; e anche lui, poveretto, mandò un proclama che cominciava così: "Popoli d'Italia, armatevi e venite a porvi sotto gli stendardi della religione e della patria, e voi trionferete d'una perfida nazione". E dire che il comandante russo intendeva di alludere alla Francia!...

Il colmo dell'indignazione russa a nostro vantaggio è contenuta in queste parole: "I francesi vi opprimono tutti i giorni con gravezze immense: e sotto il pretesto d'una libertà e d'una eguaglianza chimeriche, portano la desolazione nelle famiglie...." e via di questo passo.

Poi che fu ammansita la tracotanza del fiero guerriero Lorenzo Mari, il patriottico e sapientissimo governo toscano, non sdegnò di trattare il 7 luglio anche col prete Donato Landi, qualificato commissario di guerra della armata aretina, per preparare gli alloggi e le vettovaglie necessarie a tale valorosa armata, costituita da una ciurmaglia di 5000 ribelli, per la maggior parte appunto aretini. Essi infatti entrarono in Firenze nel pomeriggio del giorno stesso dalla porta a San Níccolò in numero di 2500 fra fanti e cavalli guidati dalla celebre Sandrina Mari, che a cavallo come un uomo, vestita metà da donna e metà da soldato, entusiasmava quel prode esercito. Il vero nome di lei era Cassandra Cini, figlia d'un macellaro di Montevarchi; ma ad Arezzo la chiamavano Sandrina. Fu poi sposata al capitano Lorenzo Mari, il quale, dopo essere stato licenziato con gli altri ufficiali toscani dai francesi, si era messo alla testa dei rivoltosi aretini, illudendosi d'essere un condottiero d'eroi.

La Sandrina, che montava un bellissimo cavallo bianco, aveva a destra il cavaliere Wyndham, il gran Paciere inglese, e a sinistra il barbuto frate zoccolante del Monte San Savino, che tutti prendevano per un cappuccino, essendosi lasciata crescer la barba onde dar più tono alla sua insipida fisionomia. Egli, di motu proprio s'era dato il titolo di cappellano dell'armata, per giustificare in qualche modo la sua presenza fra le bande, delle quali mostravasi degno, continuando a bestemmiare come un facchino. Il marito di quella specie di Giovanna d'Arco in caricatura, era in uniforme di capitano con l’elmo da dragone, avea una tunica piena d'alamari, ricami e galloni; le spalline dorate, ed il petto fregiato di medaglie d'ogni specie, croci e tosoni, come i giuocatori di prestigio o i ciarlatani d'un tempo. Pareva un di coloro che con gli specchietti vanno a caccia dell'allodole.

Poco dissimili dal condottiero erano gli ufficiali, adorni d'assise e nappe svariatissime, fregiati tutti di coccarde toscane, austriache, russe, pontificie e perfino della mezzaluna turca insieme agli scapolari con la Madonna e l'immagine dei Santi.

E così ce n'era per tutti i gusti!

La figura più grottesca era sempre quella dello zoccolante truccato da Pietro Eremita, che fingeva di morire sotto il peso d'un'enorme croce che appoggiava sulla coscia destra, e che poi si seppe esser di sughero!

Altri 2800 aretini, provenienti dal Pontassieve, entrarono da porta alla Croce urlando tutti e schiamazzando, con un diavoleto strepitoso.

Il primo atto del comandante Mari fu quello di imporre al Senato fiorentino l'ordine di ribassare subito il prezzo del pane e di tutte le vettovaglie.

Dopo tale ingiunzione, l'impavido guerriero Mari ordinò che venisse arrestato e rinchiuso nel Bargello, e quindi per intromissione dei parenti e degli amici, in Fortezza da Basso, Scipione Ricci, già vescovo di Pistoia, venuto in odio per le rivelazioni da lui fatte sulle nefandezze che si commettevano da certe monache di Pistoia e di Prato. Ma tanta era la stima che professava per il valoroso prelato "la gente illuminata ed onesta", che anche l'arcivescovo ebbe a interessarsi della sua sorte. E per dimostrare che roba fossero gli aretini insorti al grido di Viva Maria, basta sentirlo dalla bocca stessa del vescovo Ricci, il quale, raccontando le sue sofferenze durante l'empia prigionia, così si esprime: "Io ho dovuto più volte gemere davanti a Dio per le orrende bestemmie e per le infami laidezze ch'ero costretto sentire continuamente, in modo che gli orrori della carcere non mi avevano fatto mai tanto ribrezzo. Il giuoco continuo e la perdita di grosse somme davano luogo a frequenti risse. La santificazione delle feste non ho mai saputo distinguerla in quella truppa. Quanto poi alle ruberie di cui non si faceva scrupolo, era strana cosa il sentire come tra loro medesimi era in proverbio il Viva Maria per segno d'aver con buona coscienza rubato, quasi che nominandola si garantissero della trasgressione del precetto di Dio, e non piuttosto la oltraggiassero con insulto nell'offendere il suo divino figlio. Io non parlerò degli ammazzamenti volontari e proditorii che a sangue freddo si commettevano, perché tutta la Toscana ne è testimone. Dirò solo che la massima di molti preti e frati, che per castigo del Signore furon cieche guide a tanti popoli traviati, era non solo favorevole a tali omicidi, come se in così fare prestassero ossequio a Dio, ma taluni ancora ne gli animava, ne dava l'esempio, e si vantava inoltre di aver lordato del sangue di suoi fratelli quelle mani medesime, con cui offriva il sangue dell'immacolato agnello sparso per essi".

Questa sola testimonianza di Scipione Ricci basta per tutte, se non ce ne fossero a migliaia.

Le bande aretine invasero la città: ed il dì 8 luglio la percorsero trionfalmente, in unione alle truppe austriache e russe arrivate fresche fresche a rioccupare il posto dei francesi, per proclamare daccapo la sovranità di Ferdinando III. I due reggimenti di cosacchi, entrando in Firenze dalla porta al Prato, passarono di Mercato Vecchio; e rimase famosa la stupida ingordigia di quei soldati quasi barbari, i quali, traversando mercato, e vedendo agli ortolani i panieri delle zucchettine, le prendevan per fichi e con le lancie le infilavano e le mangiavano senza accorgersi che erano zucche.... meno dure delle loro ma non meno sciocche. I più intelligenti infilavano invece i salami, che i pizzicagnoli tenevano a mostra appesi sotto la tettoia della bottega.

Gli aretini che avevano sul petto e nel cappello immagini della Madonna ed abitini, entrarono gridando " Viva Gesù, e Viva Maria!". E in questi due santi nomi prendevano e rubavano tutto quanto loro capitava sotto. I fiorentini che non si smentiscon mai neppur nelle disgrazie, parafrasavano quelle religiose grida furfantesche, dicendo, quando vedevano quei branchi d'aretini:

Viva Gesù e Maria

E questa roba l'è mia!

Gli aretini se ne andarono mettendo l'assedio a varie città, percorrendo buona parte d'Italia, dove però non c'erano più francesi.

Il 20 luglio arrivò a Firenze anche il generale Klenau, che alloggiò al palazzo Riccardi. Egli abolì subito il bollo francese e rimise in uso quello di Ferdinando III.

Ricostituì poi la guardia cittadina, detta urbana, che fu composta di dodici compagnie di 120 uomini, la quale intervenne ad una gran rivista passata dallo stesso generale alle Cascine, ed alla quale intervennero quei due reggimenti di cavalleria russa, "armati di picche con le quali avevano infilato le zucche e i salami, e vestiti con superbe uniformi che destarono meraviglia e stupore nel popolo che gli accompagnò in fortezza gridando: Viva l'imperatore Paolo!".

Intanto fra il Senato ed il governo provvisorio di Arezzo nacque un aperto dissidio, poiché una deputazione aretina, guidata da Niccolò Gamurrini, era andata a Vienna ad umiliare ai piedi di Ferdinando III la proposta di separare dal resto della Toscana gli Stati occupati dagli insorti. Ma siccome l'insurrezione, per il modo con cui era stata condotta e per i furti e saccheggi ed altre infinite ribalderie fatte in nome di Maria Santissima e di San Donato, aveva dato luogo ad infinite lagnanze, che eran giunte anche a Vienna, così il Granduca, per mezzo del suo segretario Luigi Bartolini, fece rimettere ai deputati d'Arezzo un dispaccio che cantava molto chiaro.

Quel dispaccio, dopo i soliti complimenti d'uso circa "l'ammirazione, la gratitudine ed il plauso di S. A. per il coraggio fermezza e fedeltà di tutto quel popolo toscano" cioè aretino "che il signor Gamurrini aveva l'onore di rappresentare e che con l'assistenza di Dio e di Maria Santissima" che non ci pensavan nemmeno "aveva diminuite le disgrazie cui soggiaceva il granducato", conteneva altresì l'esplicito volere della prefata A. S. la quale non ammetteva nessuna distinzione e separazione, dovendo tutti i toscani essere uniti e sotto di lui.

Per dorare poi la pillola, si diceva che S. A. aveva presentato al suo imperiale fratello il signor Gamurrini, il quale era stato fatto conoscere a tutta la reale famiglia.

Il governo provvisorio d'Arezzo fu costretto a fare buon viso a mala fortuna; ed il 5 di settembre mandò fuori un avviso col quale annunziava che i felicissimi Stati di S. A. il granduca Ferdinando III erano stati liberati "dall'oppressione dell'usurpato governo francese" e che "le gloriose vittorie degli invitti eserciti imperiali e gli intrepidi sforzi delle combinate armi austro-aretine-russe" li avevano assicurati da ulteriori invasioni.

Dopo questa fanfaronata, il governo provvisorio veniva a dire che S. A. pulitamente e bene "per il canale dell'inclito Senato fiorentino" gli aveva fatto sapere che i componenti quel governo se ne potevano tornare a casa "e che dovessero cessare tutte le misure provvisorie state prese, ripristinando tutto l'antico sistema politico ed economico". Cessato così il potere di quei governanti, celebrarono il termine della loro esistenza con una solenne funzione nel Duomo di Arezzo, cantando un Te Deum solennissimo!

Il governo posticcio rimasto a Firenze, cominciò, per non sbagliare, dal voler far quattrini, poiché i nuvoloni avevan lasciate le casse vuote. Io non voglio dire come disse il Guerrazzi, che "dacché l'uomo nacque con mani fu ladro". No; l'ha detto lui, non c'è bisogno di ripeterlo; ma è un fatto che fra chi andava e chi veniva, facevano a chi portava via di più.

Quindi il governo rivolse un appello ai cittadini, i quali non poterono corrispondere che con poche migliaia di lire, essendo già esausti. Fu allora intimato, con spirito di malvagia persecuzione, un imprestito forzato agli ebrei, che si dicevan possessori di grosse somme nascoste; ciò che non era punto vero, perché anch'essi erano stati frugati bene e non male, ed eran ridotti così al verde, che non parevan più nemmeno ebrei.

Per conseguenza, la delusione dei governanti fu completa.

Invece però di pensare a dare un assetto qualsiasi alle finanze, essi si diedero con una specie di voluttà feroce a far processi ai giacobini; ed in quindici mesi, fra prima e dopo, sopra un milione d'abitanti, che tanti ne faceva la Toscana, ne furono intentati trentaduemila "per genialità francese"! Molti cittadini per antichi rancori furono anche messi alla gogna alla colonna di Mercato, dove si mettevano soltanto gli assassini ed i ladri.

Alla fine di luglio partirono le truppe russe ed i due reggimenti di dragoni austriaci "Kaiser" e "Arciduca Giovanni". Fu cantato anche allora in Firenze un altro Te Deum in Duomo, con l'intervento del Senato e di settanta dame fiorentine vestite di nero e col velo in capo, per onorare il generale Klenau e... più che altro il suo stato maggiore, composto di ufficiali delle più distinte famiglie, e piuttosto bei giovani!

In questo tempo giunse la notizia della morte di Pio VI, avvenuta a Valenza, nel Delfinato, il 29 agosto; e mentre che a Firenze si apprendeva tale nuova, giunse l'altra dello sbarco a Livorno del re di Sardegna Carlo Emanuele IV il quale "veniva colla pia consorte ad alloggiare nella consueta villa del Poggio Imperiale"; il Senato lo accolse rispettosamente a nome di Ferdinando III; ma cercò di non compromettersi.

Il mesto monarca aspettava che gli alleati gli rendessero i suoi Stati; e nella tranquillità del Poggio Imperiale gli erano gradite le visite che gli faceva Vittorio Alfieri. Carlo Emanuele si trattenne in Firenze fino al giugno del 1800.

La vittoria di Marengo mutando a un tratto faccia alle cose, riportò a galla Napoleone. Il Granduca, impensierito per le conseguenze che ne potevano derivare, avendo saputo che l'inetto e stolto governo di Firenze aveva daccapo eccitate le masse e specialmente gli aretini ad armarsi, rimandò subito da Vienna il senatore Bartolini, il quale, con i senatori Amerigo Antinori e Marco Covoni, più invisi ai reazionari, ed il generale Sommariva comandante i presidii tedeschi, costituì una nuova "Reggenza" la quale fu più fatale delle altre due, perché commise arbitrii e vendette alla sua volta. Gli aretini poi dalla regina Carolina di Napoli, che passava da Firenze per andare a Trieste erano eccitati sempre di più. Tutto questo giovò a Napoleone, il quale pensò subito a rifarsi degli smacchi subìti, occupando il 18 ottobre I799 Livorno e bombardando Arezzo, ed entrando poi di nuovo in Firenze con le sue truppe, che portarono come trofeo di guerra, otto bandiere tolte agli aretini, diciotto cannoni e trecento prigionieri.

Quando pareva che a poco a poco si mettesse un po' d'ordine, la Toscana dopo nuovo alternarsi di governi provvisorii, e di ritornare a ciò che poc'anzi, via via aveva lasciato, ebbe, diciamo così, la promozione. Essa fu convertita in regno d'Etruria, mediante il trattato di Luneville, passando in dominio ai Borboni i quali cederono in cambio di essa a Napoleone, proprio come se fosse stata roba sua, Parma e Piacenza, perché ne ingrandisse lo Stato Cisalpino. Regnanti e console si barattavan provincie e popoli, come i ragazzi fanno dei giuocattoli.

E giacché li lasciavan fare, facevan bene.

Il 15 ottobre 1800 i francesi rioccuparono la Toscana per conto della Spagna. La miseria era estrema, specialmente nel medio ceto a causa dei molti impiegati licenziati perché d'opinioni contrarie alla repubblica, e dei commercianti che si trovavano in difficili condizioni per esser fermi i porti, ai quali non approdavan più i bastimenti che portavano il grano. Cosicché i francesi, per togliere una delle tante cagioni di malcontento, pensarono di occupare tutta questa gente, ridotta senza aver da mangiare facendo costruire un loggiato dalla parte esterna della porta alla Croce che fu di grande comodità quando nei giorni di mercato pioveva. Era però doloroso il vedere tante persone di civil condizione con le mani sanguinanti perché non abituatela quella sorta di lavoro, e che in abiti puliti si piegavano a far da manuali e da facchini.

Il 9 febbraio 1801 l'imperatore Francesco, fratello di Ferdinando III, rinunziò per sé e per i suoi discendenti al Granducato di Toscana ed alla parte dell'Isola dell'Elba che ne dipendeva.

Il 21 marzo fu istituito legalmente il nuovo regno d'Etruria sotto lo scettro dell'infante Lodovico di Parma, e tutte le autorità laiche ed ecclesiastiche che ne furono informate, vi si assoggettarono con una specie di soddisfazione. Soltanto il colonnello De Fissou, governatore di Portoferraio, sostenuto e protetto dietro le scene dall'Inghilterra, che per pigliare, anche lei, ha sempre avuto un cuor di Cesare, si rifiutò recisamente di riconoscere per sovrano il re Lodovico; ed alla intimazione di uniformarsi alle nuove disposizioni, ebbe il fegato di rispondere con lettera del 7 agosto 1801 che "non constando a lui della renunzia al Granducato di S. A. R. Ferdinando III, Arciduca d'Austria e Granduca di Toscana, qui (in Portoferraio) non si attendono, né, senza farsi rei di ribellione in prima classe si possono attendere, gli ordini del re d'Etruria sconosciuto al comando di Portoferraio".

Conchiudeva poi dicendo: "Se mai costà piacesse, si pubblichi pure che il Paviglione dell'Austriaco regnante è inamovibile da questi posti; sappia ciascuno che vien protetto da mano potente; che la Gran Brettagna non ne permette l'abbassamento".

E così Portoferraio stette apparentemente fermo per Ferdinando III, in sostanza per l'Inghilterra, fino alla pace di Amiens.

I nobili, che dispregiavano i patriotti, rimasti sino allora nascosti in campagna, tiraron fuori le corna, quando sentiron pronunziare di nuovo la dolce parola sovrano, tanto più che di costui nessuno ne sapeva nulla.

Questo re balzato all'improvviso, generò lo scontento generale.

I veri liberali che non volevan sapere né di Ferdinando, né di francesi né d'austriaci, né di Borboni, ma intendevano solo di avere una grande patria italiana, furono contrariati di quest'altro atto arbitrario del primo console, tanto più che il nuovo sovrano d'Etruria veniva da "una schiatta" così retrograda, da tornare indietro d'un secolo più che sotto il Granduca.

Agli altri partiti dei francesi, degli austriaci e del nuovo re, apparteneva tutta gente che era degna del dispotismo straniero. 1 nobili e i preti erano i più fanatici per Lodovico Borbone, poiché conoscevano le bigotterie del padre, ed erano certi che il venire dalla Spagna dove l'autorità del re era il solo diritto conosciuto, la canaglia plebea sarebbe stata oppressa quanto meritava. Sentimenti, degni invero di onesti cittadini!

L’infante Lodovico, regalato da Napoleone alla Toscana ribattezzata "regno d'Etruria" aveva ventott'anni, quando dal primo console gli venne destinato il trono. Egli, benché fosse d'alta statura e di bell'aspetto, non aveva nulla di regale. Aveva i capelli biondi come una fanciulla tedesca, e li portava pettinati all'índietro terminando in un codino legato da un nastro nero, che finiva con un fiocco. Aveva più l'aria di melenso che di principe, e vestiva con molta trascuratezza. Sua moglie, piccola e bruna, tozza della persona e di carnagione ulivastra, con occhi neri vivacissimi e penetranti, senza istruzione, ma d'una superbia veramente spagnuola, era il tipo della donna da casa borghese. Per conseguenza, sotto certi rispetti, potevan dirsi una coppia e un paio.

Il 21 aprile 1801 i due nuovi regnanti della Toscana lasciaron Madrid scortati da due reggimenti di cavalleria "vestiti a nuovo" fino al confine francese, poiché si recavano a Parigi a ricever scettro e corona dalle mani del primo console. Gusti quelli, che non poteva levarsi un altro console che non si chiamasse Napoleone.

Nella carrozza della futura regina venne messa una cassetta piena di decorazioni, da regalarsi alle dame della sua corte, quando l'avrebbe costituita; e re Carlo IV vi fece anche aggiungere un sacco pieno di luigi d'oro.

Napoleone preparava a Parigi accoglienze sfarzose agli sposi Borboni; ed aveva ordinato che fossero ricevuti con grande onore nelle città della Francia. ove ad essi fosse piaciuto di fermarsi.

Infatti, appena arrivati a Bordeaux la trovarono in festa, e quando la sera si recarono con le autorità al teatro che era tutto illuminato, furono accolti da grandi applausi, spesso però superati da fischi sibilanti e acutissimi; cosicché una cosa bilanciò l'altra se non la sorpassò.

A Parigi arrivarono il 25 maggio, ed il giorno seguente si recarono alla Malmaison, nome di cattivo augurio, in un antico carrozzone tirato da quattro muli. Alla Malmaison, Napoleone li ricevé da regnante più che da console, circondato dal suo stato maggiore. L'infante e la moglie viaggiavano col titolo imposto loro da Napoleone stesso, cioè, di conte e contessa di Livorno. Appena Lodovico vide il primo console, l'abbracciò e lo baciò come se fosse stato suo padre. Napoleone che non s'aspettava l'amplesso di quel fanciullone, credendo che avesse inciampato, gli stese le braccia per sorreggerlo. I sovrani d'Etruria si trattennero a Parigi vario tempo; e quell'ingenuo principe che Napoleone regalava alla Toscana, diede la maggior prova della sua pusillanimità il dì 3 giugno, nella circostanza della grande rivista fatta in suo onore davanti alle Tuilleries. Nientemeno, che cotesto tipo novissimo di sovrano, avendo una indecente paura dei cavalli, preferì di stare a godersi lo spettacolo da un terrazzino, motteggiato e deriso dai generali e dagli ufficiali che si burlavan così per causa sua della Toscana e dei fiorentini che dovevano ossequiarlo come re!

Ma ciò non è tutto.

Questo sovrano buffone, poiché tale è il titolo che gli spetta nella storia, profittando della confidenza che a mano a mano prendeva coi coniugi Bonaparte, smettendo la timidezza che gli era abituale, faceva spesso in loro presenza, e dei familiari, pare incredibile, le capriole sul tappeto della sala, come fanno i ragazzacci di strada, o i pagliacci delle arene!... Di più, insegnava ai generali ed al seguito militare di Napoleone, a cantare il Tantum ergo ed altri inni sacri, facendosi deridere da quella gente fiera e guerresca, che aveva tutt'altro da pensare che al Pange linguae.

E tanto si prendevano giuoco di lui, che per scherno gli portavano i balocchi che avevan servito ai piccoli. Beauharnais, perché con quelli si divertisse!

Il 30 giugno 1801 i sovrani d'Etruria partirono da Parigi accompagnati e scortati da 260 ussari francesi che li accompagnarono fino a Parma, dove si fermarono per qualche tempo. Finalmente il 12 agosto arrivarono a Firenze, capitale d'un regno, che non si sarebbero mai sognati.

In questo frattempo il generale Murat, comandante delle truppe francesi in Firenze, emanò un proclama per annunziare ai toscani la gran fortuna che stava per piombare loro addosso, con l'arrivo del nuovo re. E anche questo proclama conteneva, per i veri ben pensanti che sapevan leggere tra le righe, la solita beffarda canzonatura. Bastano infatti le prime parole: "Toscani! Voi siete distinti tra i popoli per il vostro attaccamento alla Monarchia: un Re vi annunzia che egli viene a prendere le redini dello Stato".

Finché al governo francese piaceva di occupare la Toscana per conto proprio, allora lodava i toscani perché eran repubblicani anche se eran codini; e dovevano esser repubblicani per forza: quando poi gli piaceva di mandare un re, come voleva lui, allora li lodava perché attaccati alla monarchia; quasi che i buoni e pacifici toscani non potessero nemmen mangiare, se a Palazzo Pitti non c'era a sedere un re.

Il proclama di Murat continuando nella canzonatura, dice che la venerazione dei toscani per le istituzioni e per la memoria dei principi, che inalzarono il paese al più alto grado di splendore (gli antichi tempi della repubblica il generale francese non li rammentava più) avrebbero spinto il re Lodovico a continuare nell'opera della loro saviezza, ed il suo avvenimento al trono presagiva tutti i successi gloriosi del regno dei Medici, dai quali cavillosamente si voleva far discendere!

Ce n'erano ancora però, delle belle parole nel proclama di Murat, e che ai liberali parvero tante staffilate. Di fatto, aveva la disinvoltura di dire che egli si era sforzato di far godere i benefizi della pace, e che erano state rispettate le proprietà e le persone, e che i toscani non avevano sopportato che le pure spese per il mantenimento dell'armata, dimostrando a lui un vero attaccamento, ciò che formava la sua soddisfazione. "Il nuovo re terminerà di cicatrizzare le piaghe della guerra".

Prima di venire a Firenze, Lodovico mandò in sua vece il "marchese di Gallinella conte Cesare Ventura, cavaliere Gran Croce del reale e distinto ordine di Carlo III, gentiluomo di camera con esercizio, e consigliere del consiglio di Sua Altezza Reale, il signor infante Duca di Parma, Piacenza e Guastalla", a prendere possesso in suo nome del regno della Toscana, ricevendo nei modi soliti, gli omaggi e i giuramenti consueti.

Ed il 2 agosto ebbe luogo in Palazzo Vecchio la solenne cerimonia del giuramento al nuovo Sovrano, alla quale intervenne Murat, e il Magistrato civico fiorentino "come rappresentante il soppresso Consiglio dei dugento".

L'avvocato regio Tommaso Magnani, ed il luogotenente del Senato Orlando Malavolti del Benino, ebbero l'audacia di pronunziare all'indirizzo del nuovo re, in presenza del suo mandatario marchese di Gallinella, con tutta la filastrocca dei titoli alla spagnola, compreso quello di "gentiluomo di camera con esercizio", ipocrite e in quel momento in ispecie, mendaci parole. Ecco quelle pronunziate dall'avvocato regio Magnani, nel "favellare agli astanti, sulle lodi del passato e del nuovo monarca".

"Bene a ragione avete manifestati finora col profondo vostro dolore, o clarissimi senatori, o fedelissimi cittadini, i grati sentimenti di un cuore, che è troppo giustamente oppresso dalla perdita dell'ottimo, dell'augusto Ferdinando III, del Reale Granduca di Toscana, già vostro clementissimo sovrano. Questo principe, destinato a governare e felicitare altri popoli, principe magnanimo, giusto e benefico, doveva ben risvegliare negli animi vostri i più teneri movimenti d'amore e di gratitudine. Foste voi testimoni del di lui adorabile carattere, e la Toscana tutta poté riconoscere in esso quanto influisca alla felicità dei popoli, la saviezza, l'umanità, la giustizia, del sommo imperante.

La perdita però benché dolorosa, benché somma, va ad ottenere nella risoluzione delle cose un efficace riparo".

Con queste lacrime di coccodrillo si rimpiangeva un buon uomo mandato via come un servitore licenziato su due piedi, non perché fosse chiamato a felicitare altri popoli; ma perché i francesi non ce lo vollero più per venirci loro. E l'insolenza della concione dell'avvocato regio risaltava maggiore dal fatto che appunto il trattato di Luneville, come abbiamo veduto, convertiva la Toscana in Regno d'Etruria, e l'assegnava all’infante Lodovico, l'imperatore Francesco nel dì 9 febbraio 1801 a nome del fratello granduca Ferdinando, per sé e suoi successori, rinunziò alla Toscana ed all'isola dell'Elba: e l'imperatore stesso si obbligò di indennizzarlo in Germania di quanto perdeva in Italia. E la meschina indennità consisté nello spogliare l'arcivescovo di Salisburgo della potestà laica che esercitava insieme con l'ecclesiastica nella sua diocesi, e formarne un principato per Ferdinando III, che assunse il titolo di Elettore, facendo, in tal guisa, come si suol dire, quinta per discendere.

Così il cristianissimo imperatore diede un minuscolo esempio di soppressione di potere temporale. Ma in casa nostra costoro fanno i difensori della Chiesa!...

A queste spudorate parole si unì lo smacco delle altre ad elogio del nuovo padrone, dicendo: "Felici noi, che vediamo rianimate le nostre speranze con l'avvenimento al trono di S..M. Lodovico Primo, Infante di Spagna, nostro Re e Signore"!...

Ribadì il chiodo il Malevolti del Benino, cominciando anche lui col piagnucolare sulla "rimembranza dell'amara perdita fatta dell'amato nostro sovrano il serenissimo granduca Ferdinando III, destinato a governare e felicitare altri popoli", e proseguiva: "la memoria di un tenero padre, che formò sempre la delizia, la felicità dei sudditi, e l'ammirazione delle Nazioni tutte d'Europa, non poteva non eccitare vivamente la nostra tenerezza, il nostro dolore; le di lui sovrane beneficenze, le regie di lui virtù, il di lui dolce e generoso carattere, saranno eternamente scolpiti nei nostri cuori, e sempre rammenteremo con piacere il nostro benefattore".

E di fatti lo ricompensaron bene il loro padre e benefattore!

"Solamente" continuò con la sua faccia verniciata il Del Benino "poteva calmare il nostro cordoglio quel nuovo monarca che ci viene annunziato; e S. M. Lodovico Primo poteva solo eccitare in noi i sentimenti di gioia e di letizia". Ed ora bastano le citazioni, perché si fa il viso rosso soltanto a leggerle, queste parole. I liberali veri se non amavano Ferdinando perché soggetto all'Austria, non ebbero mai la viltà di fingere un dolore che non sentivano, come facevano coloro che gli si eran sempre protestati affezionatissimi sudditi ed umilissimi servitori.

Che brava gente!

Avvenuta così la cerimonia del giuramento, la città si preparò a ricevere i nuovi sovrani, non foss'altro per la curiosità di vedere com'eran fatti.

Giovacchino Murat, il più bel generale dell'esercito francese, che la teneva più dai realisti che dai giacobini, accompagnato da uno stupendo stato maggiore di generali e d'ufficiali, ed alla testa di tutta la truppa francese, andò a ricevere i sovrani davanti al parterre fuori di porta a San Gallo, facendo così un francese, ad un re di stirpe spagnola, gli onori di casa in una città italiana.

Uno squadrone di dragoni francesi ed uno di polacchi - poiché scortavano il re d'uno Stato italiano! - aprivano il corteggio di mezzo trotto, per far largo all'immensa folla, che spaventata si rifugiava contro i muri delle case.

Il corteggio magnifico era chiuso da un plotone di cavalleria polacca preceduta dalla fanfara. E con questo apparato francese, spagnuolo e polacco, entrarono in Firenze i sovrani dei regno d'Etruria, come la Toscana, con appellativo da Museo, si era voluto dal dittatore di Francia che fosse chiamata.

Dagli etruschi veri ai toscani d'allora, ci correva poco, ma tutt'insieme!...

Così entrò Lodovico di Borbone in Firenze, dove non c'era mai stato e dove veniva da re, insieme con la moglie ed il bambino, Carlo Lodovico.

La sera vi furono le solite illuminazioni, il consueto giubbile, la solita gioia spontanea imposta con le notificazioni delle autorità che eccitavano il pubblico sentimento a forza di editti e di paroloni.

Gli uomini di cui si circondò Lodovico di Borbone, lo consigliarono a porre in oblio tutte le divergenze dei partiti e ad esortare i sudditi alla concordia e a quella benevolenza di cui egli per il primo dava l'esempio.

Ma coloro che secondo le promesse del Murat, si aspettavano dal sire spagnuolo il risarcimento delle piaghe della passata guerra, stavan freschi: perché il nuovo sovrano venne ben presto a noia a causa delle "imperiosità e delle dissipazioni della corte" che finivan di rovinare lo stato: ed anche perché essa riceveva gli ordini dalla Francia, ciò che valse a riaccendere nel popolo il desiderio di riavere Ferdinando III. Almeno si sapeva dove si cascava!

Ma di ciò non si preoccupava Napoleone, il quale tempestava di lettere il governo etrusco e d'ordini il residente francese a Firenze, per avere come senseria del trono d'Etruria, altri oggetti preziosi delle nostre Gallerie. La sua fissazione più tenace era 1a Venere de'Medici, poiché voleva effettuare un suo antico progetto di rapina velato dalle parvenze di capriccio artistico.

Nel 1796 la celebre statua dell'Apollo di Belvedere fu portata per ordine del liberatore d'Italia, Napoleone, da Roma a Parigi come trofeo di guerra; e siccome egli soleva dire che aveva in mente di fare un matrimonio tra l'Apollo e la Venere de'Medici, così il senatore Mozzi, ministro degli esteri, consigliò il re d'Etruria di mandare nel 1802 a Palermo in deposito sotto la tutela e protezione del re Ferdinando IV, la Venere detta de'Medici insieme ad altri preziosi oggetti delle Gallerie per salvarli dalle rapaci mire dei francesi e più specialmente di quel genio artistico del Bonaparte. Responsabile e custode di tali preziosi oggetti fu il cavalier Tommaso Puccini, che si recò appositamente a Palermo. Ma Napoleone che considerava il re Lodovico quanto il terzo piè che non aveva, non si diè per vinto; e mentre faceva mille moine e carezze ad Averardo Serristori, rappresentante etrusco a Parigi, conquideva continuamente il re di Napoli insistendo per avere la famosa Venere. Il re aveva fatto sempre mille salamelecchi al cavalier Puccini, che teneva d'occhio gli oggetti della Galleria di Firenze depositati in Palermo, e gli protestava che li avrebbe fatti gelosamente custodire per essere restituiti subito che gliene sarebbe fatta richiesta.

Ma un bel giorno il bravo Ferdinando IV di Napoli fece notificare al Puccini che la Venere de'Medici per ordine del Bonaparte e col pieno consenso del re d'Etruria era già in viaggio per Parigi. Tutto questo però fu un intrigo del Bonaparte con la complicità di Acton, che fece credere al cardinal Pignattelli, reggente la Sicilia, che effettivamente il governo d'Etruria era convenuto con Napoleone di cedergli la Venere. Intanto la statua partì, e "Francia applaudì, vedendo accrescere il Museo di Parigi colle spoglie di popoli più traditi che vinti".

Il cavalier Puccini, per la paura che anche gli altri oggetti preziosi, mercè le astuzie del Bonaparte, dovessero seguire la sorte della Venere, scrisse subito a Firenze perché si pensasse al modo "di ritirare sollecitamente in Toscana gli altri monumenti con il loro Direttore (che era lui stesso), cui non molto confacevasi l'aria di Sicilia".

A buon intenditor poche parole. Era quanto dire che avere affidati gli oggetti preziosi della, Galleria di Firenze al re delle due Sicilie, era lo stesso che aver fatto il lupo pecoraio!

Questo smacco inasprì maggiormente i fiorentini; tanto più che i migliori vedevano che il governo del re d'Etruria riportava lo stato alle peggiori consuetudini del passato. Non prevalevano che i gesuiti ed il clero, e si pose mano perfino a ripristinare il tribunale della inquisizione, già soppresso da Pietro Leopoldo. L'arcivescovo Martini, che nel 1796 aveva tolto di mezzo lo scandalo dei miracoli della Concezione di Via del Ciliegio, ora aveva voltato bandiera anche lui; ed era uno dei più caldi fautori di una stolta superstizione. Egli favorì la falsa credenza dell'apparizione nelle vicinanze di Villamagna di una madre defunta alla propria figliuola; e la non meno stolta portentosa moltiplicazione dell'olio nel monastero di Santa Maria Maddalena. Non sdegnò nemmeno di appoggiare le imposture di una certa Borselli, che abitava in Piazza San Marco, la quale, dandosi aria di profetessa, pretendeva indovinare i futuri eventi, spacciando le più grossolane fole agli ignoranti che a torme si recavan da lei. Fra le altre, diceva che essa era stata bastonata dal diavolo, perché adorava certe immagini di rame a cui ella attribuiva i più strepitosi miracoli. Se. almeno fosse stata vera quella bastonatura, sarebbe stata la prima buon'azione del diavolo!...

La polizia si preoccupò seriamente dei malcontento della gente sensata, che biasimava con sdegno tali sconcezze in un paese che nei passati tempi era stato ammirato per la sua grande civiltà. Onde non curando il falso bigottismo eccitato dai preti nella plebe, cercò di troncare quello scandalo. Ma il Martini vi si oppose. Allora il rimedio più efficace fu il dileggio e il disprezzo dei fiorentini, i quali non avendo ancora dimenticati i tristi effetti del fanatismo degli aretini, misero tanto in ridicolo l'arcivescovo, la Borselli, i miracoli e quelli straccioni che ci credevano, i quali finirono tutti per smettere e non se ne parlò più.

Questo darà un'idea di ciò che era ridotta Firenze sotto il nuovo regime del Borbone. I conventi eran pieni di ragazze che non avevan neppure l'età necessaria. ma che vi si rifugiavano più per aver da mangiare e non far nulla, che per sentimento religioso. Gli scandali dei conventi però, dove formicolavano tante ciondolone senza voglia di lavorare, furono enormi; ed è meglio non parlarne!

La Toscana, o diciamo anche l'Etruria, andava a rifascio; ed a questo contribuiva grandemente la salute del re, il quale, essendo epilettico non poteva occuparsi degli affari di Stato. Cosicché il vero re d'Etruria, era... la regina, la quale si intrometteva in tutte le faccende anche più importanti, e comandava a bacchetta. "Ella era vana e presuntuosa di spirito, di modi imperativi e prepotenti; i pregiudizi delle donne plebee si accoppiavano in lei coi difetti delle più orgogliose principesse". Di qui facile il credere, che essa esercitasse sempre "amplissimo predominio sull'animo del debole marito"; il quale non soddisfatto di non contar quasi nulla di fronte alla moglie, volle anche attestarlo pubblicamente con uno speciale motuproprio, chiamandola con quello "a parte dell'autorità sovrana" poiché il re stesso dichiarava, e quando lo dice lui bisogna crederci, essere ella dotata di rari meriti personali!

Ci si ritrova proprio il giullare che faceva le capriole dinanzi a Napoleone, e pretendeva d'insegnare, ai generali del suo stato maggiore, a cantare il Tantum ergo!

Per dir la verità, a mandarci Lodovico, il Console ci fece un bel servizio! È vero però che non era il primo, e pur troppo non fu l'ultimo!...

Il maggior tracollo della poca popolarità del governo di Lodovico Borbone fu dunque l'assoluta padronanza dello stato che prese la regina Maria Luisa. Essa, sedotta nel suo volgare orgoglio dalla simulata cupidigia "di cortigiani e di cortigiane indegnissime" concesse il suo particolare favore al conte Odoardo Salvatico di Parma e alle sorelle Paglicci "tra i bassi intriganti spregevoli". Del Salvatico basta questo ritratto: "Senza essere egli di cattivo cuore, era ignorante e da nulla; si lasciava condurre dai frati e dal Nunzio. Il rovesciamento d'ogni buon ordine, la total rovina delle finanze, l'istallamento delle persone più inette nei più alti gradi, la legislazione paralizzata, tutto era effetto non della cattività, ma della incapacità di quest'uomo".

Nell'autunno del 1802 i sovrani d'Etruria s'imbarcarono a Livorno sopra una nave spagnuola, accompagnata da una squadra stata loro appositamente inviata, per andare a Madrid ad assistere alle nozze del principe delle Asturie con una principessa di Napoli; e a quelle tra il principe di Calabria con una infanta di Spagna.

Partirono i sovrani con prospero vento; ma ben presto incolse loro una così fiera burrasca, che corsero serio pericolo. Per colmo di disdetta, la regina prima di giungere a Barcellona fu presa dalle doglie del parto, e diede alla luce una bambina. Furon poi contenti quando si trovarono riuniti a Madrid fra loro parenti, tutti d'una medesima razza!

Il re Lodovico peggiorò grandemente delle sue condizioni e dové trattenersi fino alla fine dell'anno a Madrid, non essendo in grado di porsi in viaggio. Finalmente il 29 dicembre la Corte Etrusca s'imbarcò a Cartagena e giunse a Livorno il 7 gennaio I 803.

Non c'è da dire che avessero avuta furia a riportare in giù quel camorro!

Ma gli strapazzi del viaggio fecero peggiorare ancora di più quel vacillante re: ed il magistrato civico di Firenze era ansioso di sapere quando i sovrani amatissimi fossero tornati a Firenze per poterne dare, in tempo debito, consolante avviso al pubblico.

Quel ritorno, non punto necessario, fu annunziato al popolo con una sdolcinata e vergognosa notificazione affissa il 12 gennaio 1803. E lo stupido documento merita d'esser riprodotto nella sua integrità, per dimostrare a qual grado di abiezione era giunta Firenze, rappresentata da persone servili ed inette, che avevan perduto perfino la forma del giglio fiorentino, lo stemma glorioso dell'antica città, riducendolo a quella specie di granchio, di cui aveva tutta l'apparenza.

NOTIFICAZIONE

Il Gonfaloniere e Priori Rappresentanti la Comunità Civica di Firenze, dopo di avere con altra loro notificazione augurato il felice ritorno delle Loro Maestà i Nostri Amatissimi Sovrani, si riservarono di render noto anche al pubblico il giorno preciso, in cui era luogo a sperare che facessero il loro ingresso in questa Dominante, onde potesse ognuno, per mezzo di un'illuminazione alla Casa di propria abitazione, esternare la gioia, il giubbilo ed il contento che seco traeva una così fausta ricorrenza.

Essendo stati prevenuti pertanto che questo sì bramato avvenimento possa effettuarsi nella sera del dì 13 stante, si fanno un dovere di avanzarne la presente loro partecipazione, acciò possan tutti gli abitanti con sentimento di filiale amore saziarsi nella vista di pegno così prezioso, augure di prosperi futuri eventi, in cui sono riuniti tutti i voti. della Nazione Toscana, alla quale è toccata la sorte di goderne il Vassallaggio e la Protezione.

Dalla Cancelleria della Comunità di Firenze, li 12 gennaio 1803.

MICHELE ROTI, Gonfaloniere

VINCENZIO SCRILLI, Cancelliere.

Due belle teste quel Roti e quello Scrilli, per avere il coraggio di scriver quella po' po' di roba ad un popolo che aveva un passato così diverso dal presente!

La primavera, nella quale eran riposte le speranze dei medici per un miglioramento nella salute del re Lodovico, gli fu invece fatale. E non poteva esser di meno, perché era tornato il giorno 13, secondo le viete superstizioni della Corte. Gli insulti epilettici si fecero più frequenti e più gravi; a questi si aggiunse una febbre catarrale, che lo spense la sera del 27 maggio 1803, assistito fin da ultimo da monsignor Martini. La regina, dichiarata reggente per testamento del defunto, durante la minorità del figlio, assunse subito la direzione del governo.

Il popolo, sempre eguale, dopo essersi continuamente lamentato del malgoverno del Borbone, appena questi morì, dimenticando tutte le noiose querimonie passate, pensò di svagarsi andando in folla al Palazzo Pitti, giacché non si spendeva nulla, a vedere la salma del re esposta al pubblico.

Se non ci fosse stata per molti quella occasione per vedere il Palazzo e farsi un'idea del come stavano i regnanti, sarebbero morti con quella voglia. E la sera, nelle case del medio ceto e del basso popolo non si parlava d'altro che della magnificenza delle sale, della ricchezza della mobilia, dei quadri, delle lumiere e perfino delle scale larghe come strade.

Il morto non lo rammentavan quasi nessuno; o, se ne parlavano, era per magnificare lo sfarzo dei viticci con le candele gialle accese attorno al feretro; per celebrare la ricchezza del baldacchino sotto il quale era esposto, e lo splendore della grande uniforme con cui era vestito il morto, dicendo che era un vero peccato che tutta cotesta bella roba dovesse andar sottoterra.

Un altro svago la folla lo trovò la sera del trasporto alla chiesa di San Lorenzo, fatto con pompa di soldati, di clero, di magistrati e di ciambellani. Il cadavere fu messo in deposito nei sotterranei, dove sono le tombe medicee, e dopo alcuni anni, nel 1815, fu trasportato in Spagna e sepolto nell'Escuriale

 

IV

Maria Luisa, Napoleone I ed Elisa Baciocchi

Primi atti della reggenza - Visita ai Santuari - Il pontefice Pio VII - Un sonetto - Napoleone imperatore - Feste e luminarie - La principessa Carlotta di Parma - Editto della reggente - Le sorelle Paglicci - La caduta del regno d'Etruria - Lo Stato torna in mano di Napoleone - Nuovi ordinamenti amministrativi - Diecimila reclute - Buoni proponimenti - Elisa Baciocchi principessa di Piombino - La Semiramide di Lucca - Elisa Baciocchi granduchessa di Toscana - La disfatta di Mosca - Una canzone francese - I napoletani a Firenze - Il prossimo ritorno di Ferdinando III.

La regina reggente con atto di politica femminile credé di fare un grande effetto facendo prendere subito, dopo trascorsi quaranta giorni dalla morte del padre, l'abito di cavaliere di Santo Stefano al nuovo re, Carlo Lodovico, che non aveva ancora quattro anni, e di dare in tale occasione un pranzo, sotto le Logge dell'Orgagna, a cento bambini e a certo bambine del basso ceto, permettendo loro di portarsi a casa gli avanzi, il tovagliolo, il bicchiere e la posata.

Il minuscolo re, in collo alla madre, assisté a quel pranzo, stando sotto un baldacchino eretto sul terrazzino di Palazzo Vecchio. Le musiche dei reggimenti fucilieri "Reale Toscano" e "Reale infante" e la fanfara dei dragoni, tutti schierati sulla piazza, suonavano alternativamente, nel tempo stesso che dalle due fortezze si sparava il cannone. Povera polvere !

Vi furon poi il palio dei barberi, il corso delle carrozze e la corsa dei cocchi, con Te Deum, fuochi e luminarie, tanto per far vedere che è proprio vero che "chi muore giace e chi vive si dà pace".

La regina fu molto biasimata per avere sospeso il lutto, onde sfoggiare vesti ricchissime in quelle feste; ma essa ne fece pronta ammenda, riprendendo il lutto appena terminate: e per dar sempre più nel genio ai parrucconi che l'attorniavano, e fare impressione sul clero e su tutti gli abatucoli mondani e i farisei che bazzicavano a corte, si recò, a guisa di volontaria espiazione, a visitare il monastero di Vallombrosa, l'eremo di Camaldoli e il sacro monte della Verna, conducendo seco il conte Salvatico, il balì Antinori, la duchessa Strozzi e la contessa Arrighetti.

Quest'atto della sovrana reggente intenerì i cuori di tutti i bigotti, che la sfruttavano con la scusa della religione e con l'orpello della virtù. Essi portavano ai sette cieli la mortificazione che Maria Luisa si era imposta recandosi in quei monasteri di frati, e di volere essa degnarsi di prender parte a tutte le loro funzioni e intervenire a coro, anche nelle ore di notte, sedendo accanto al padre provinciale!... E spinse la sua umiltà, poveretta, fino a volere abitare, tanto a Vallombrosa, che a Camaldoli e alla Verna, nello stesso quartiere del padre abate. Tant'è vero, che alla Verna c'è sempre una celletta e un'altra stanza dette "il quartiere della regina". Desiderava proprio di levarsi la voglia della vita fratesca!... Perfino alla sua mensa volle che si assidessero il guardiano, il provinciale e il padre abate. E perché questa mortificazione del corpo risguardasse lei sola, ordinò che le persone del suo seguito alloggiassero nella foresteria. Voleva esser sola a guadagnarsi il paradiso, nel convento dei frati!

Per compire il mazzo poi, andò ad Arezzo a visitare il Santuario della Madonna del Conforto, nel cui nome gli aretini insorgendo avevan commesse tante scelleratezze; ed andò anche a Cortona per venerare il corpo di Santa Margherita. Insomma, volle, con la sua presenza in quelle due città, rendersi solidale della reazione del 1799. Ma il giusto Dio, venne anche per lei.

Tornata a Firenze, pretese di occuparsi da se stessa delle finanze, da buona massaia, con la scusa di volerle riordinare; ma in sostanza per vedere di prelevare sulle economie 250 mila lire l'anno. Essa dové contentarsi di risparmiare per sé trecento lire il giorno, attese le strettezze incredibili in cui si trovava lo Stato, poiché anche l'eredità che il defunto re aveva avuta poco tempo prima di morire, per la morte del padre, era stata più di scapito che di guadagno, per i gravi oneri che portò seco.

Una cosa che non ci voleva appunto per la povertà. dello Stato, fu il passaggio da Firenze del pontefice Pio VII, che si recava a Parigi per incoronare imperatore Napoleone.

La reggente, al solito, voleva fare le cose alla grande; ma i ministri ebbero a moderare la sua mania fastosa, facendole replicatamente conoscere che c'eran più debiti che crediti: o, come diceva il popolo sarcasticamente, eran "più i birri che i preti"!

Pio VII arrivò il 4 novembre 1804 a Cettino, luogo di confine, e fu incontrato dal senatore Salvetti, direttore generale delle poste, e da un distaccamento di dragoni, che dalla reggente era stato colà inviato per scortare fino a Firenze il Pontefice, che fu ossequiato a Radicofani dal principe Tommaso Corsini, maggiordomo del re. Con esso eran pure il nunzio pontificio a Firenze e i vescovi delle varie città, per le quali sarebbe passato Pio VII. La regina andò ad aspettarlo, con gran seguito di dame e di gentiluomini, alla Villa Orlandini a Poggio Torselli presso San Casciano, dove spesso usava recarsi Maria Luisa.

Una di queste sue gite a San Casciano, avvenuta il 12 agosto 1804, ispirò il dottor Francesco Guarducci "Pastore arcade e Accademico etrusco" a dettare questo lezioso, smaccato e piuttosto bugiardo sonetto, che fa uggia, non fosse altro per lo spreco delle lettere maiuscole, per dar più solennità al verso!

Donna Real, che al Fiume Etrusco in Riva

I giorni fai tornar del Secol d'oro,

Dell'Eroiche virtù sommo lavoro,

Del benefico Nume imagin viva;

Al Tuo venir la Patria mia s'avviva,

E t'offre quanto può; gemme, o tesoro

Non già, non Archi, o trionfale Alloro,

Che a tanto grandeggar mai non arriva.

Ma in trionfo Ti dà l'umil suo cuore,

Su cui Tu sai Regnar: dagli occhi suoi

Scorgi, che per Te sola arde d'Amore.

Lascia al furor de' marziali Eroi

De' lauri sanguinosi il frale onore;

Tu più Nobil Trofeo vantar non puoi!

Per dire che Maria Luisa faceva tornare il secolo dell'oro, e che la patria del Pastor Guarducci, cioè San Casciano, le offriva l'umile suo cuore, mentre negli occhi ardeva l'amore per lei, ci vuole un coraggio da leoni!

Ma i pastori arcadi, dicevan quello e peggio. Non c'era da badarci.

Il Papa quando arrivò a Poggio Torselli, si soffermò al cancello che metteva al viale della Villa Orlandini, dove la regina e tutta la corte, inginocchiatisi subito per non perder tempo, gli domandarono la benedizione. Quindi continuò per Firenze, seguìto da diciotto carrozze piene di prelati, di segretari, di minutanti, di camerieri segreti e palesi, di cuochi e di servitori.

Sua Santità dopo il pomeriggio giunse a Firenze e scese alla chiesa di Santo Spirito, ricevuto sulla porta da monsignor Martini, mentre le campane delle chiese scampanavano senza pietà e le artiglierie delle fortezze sparavano senza misericordia.

Non c'è bisogno di dire che fu cantato il Te Deum. La regina intanto s'affrettò a tornare a'Pitti per ricevere l'augustissimo ospite, il quale, appena arrivato e preso possesso del suo quartiere al primo piano, ricompensò Maria Luisa di tante premure e di tanto onore, ammettendola a baciargli il piede! Anche la corte fu ammessa a questo invidiabile onore.

Per contentare il popolo, che stipato giù nella piazza s'ammazzava per arrivar sotto il terrazzino implorando la benedizione, il pontefice, dopo poco, in piviale di teletta d'oro e con la mitria in capo, comparve sotto il magnifico baldacchino eretto sul terrazzo, e di lì diede la invocata benedizione al popolo, che si prostrò a un tratto tutto in ginocchioni come fosse rimasto fulminato.

Il giorno dopo, nella Sala delle Nicchie, fu da Pio VII amministrata la cresima al piccolo re Carlo Lodovico.

La mattina del dì 7, il papa lasciò Firenze passando da porta al Prato, diretto a Pistoia.

Egli fu ricevuto a Parigi con ogni sorta di distinzioni e d'onori; ed il 2 dicembre 1804 nella chiesa di Nótre-Dame consacrava col crisma Napoleone Imperatore, rivolgendo a Dio queste enfatiche parole:

"Dio Onnipotente, che avete stabilito Hazael per governare la Siria, e Jehu re d'Israele, manifestando loro le vostre volontà per l'organo del profeta Elia; che avete ugualmente sparsa l'unzione santa dei re sulla testa di Saulle e di Davidde, pel ministero del profeta Samuele, spandete per mezzo delle mie mani, i tesori delle vostre grazie e delle vostre benedizioni sopra il vostro servo Napoleone, che malgrado siamo noi personalmente indegni, oggi consacriamo Imperatore in vostro nome".

Pio VII ripassò da Firenze la sera del 6 maggio 1805, entrando dalla porta a San Gallo e fu ricevuto con luminarie, archi di trionfo e cannonate come se invece di uno Stato vicino a fallire, fosse venuto in California. La reggente, al solito, con grande sfarzo, andò a incontrarlo a Cafaggiolo. Di lì il papa proseguì per Firenze; e mentre egli scendeva a Santa Maria Novella dove fu cantato l'eterno Te Deum, Maria Luisa andò ad aspettarlo a'Pitti per riceverlo da Sovrana!

La regina reggente cominciava però ad accorgersi che i Ministri non eran più portati per la sua casa; e che cercavano di orientarsi di nuovo verso la Francia, ed alcuni anche parteggiavano per il ritorno di Ferdinando III.

Cosicché credé di operare con furberia accostandosi sotto sotto alla Spagna; e per ingrazionirsi con quella corte così stomachevolmente bigotta e falsa, colse l'occasione dell'arrivo a Firenze della principessa Carlotta di Parma, che s'era vestita monaca delle Orsoline, e andava con altre due monache a Roma per fondarvi un nuovo monastero, per farle smaccate dimostrazioni: la prima fu quella d'andar fino a Cafaggiolo a riscontrarla, con un drappello di guardie a cavallo e con tale sfarzo, che contrastava con la umiltà dell'abito della principessa; la seconda d'andar con lei, vestita da monaca, a girar per Firenze a visitare i monasteri; e quindi assistere, insieme con essa, dal terrazzino di Palazzo Vecchio, sotto un ricco padiglione, al passaggio della processione del Corpus Domini. E come se questo fosse poco, dando ascolto ai vescovi che da tanto tempo si lamentavano contro "il vestire sfacciato delle donne" che osavano andare in chiesa coi cappelli colle penne, ebbe la disinvoltura di pubblicare questo curioso editto:

Noi, CARLO LODOVICO II INFANTE DI SPAGNA E RE D'ETRURIA.

Le giuste doglianze de'nostri zelanti vescovi pervenuteci al trono contro l'immodestia di vestire, specialmente del sesso femminino, resta ormai scandalosa nelle chiese medesime, ad onta della loro vigilanza, predicazione e catechismo, ed hanno richiamato la nostra sovrana previdenza a coadiuvarli per impedire e togliere, per quanto da noi dipende, un sì fatto intollerabile abuso.

Perciò col presente editto avvertiamo i nostri amatissimi sudditi ad usare d'ora in avanti nella loro foggia di vestire la dovuta modestia cristiana, specialmente nelle chiese, ed a tralasciare in quelle, l'indecente uso dei cappelli e di qualunque altro abbigliamento seducente, con sostituire invece, per il bene della società, la vera semplicità e la modestia, non escludendo da tale avvertimento sempre più le persone del teatro, tanto per i balli che per la recita.

Attesa la fiducia dei nostri amatissimi sudditi, abbiamo creduto espediente di restringere la nostra suprema autorità a questo semplice avvertimento, convinti che per loro equivarrà ad un comando, senza obbligarmi ad addivenire ad ulteriori misure.

Dato da Palazzo Pitti,

il 19 agosto 1807.

MARIA LUISA, REGGENTE.

Ma, povera donna, fece come quello che lavava il capo all'asino: perse ranno e sapone. Nel tempo che essa si dava da fare per mantenersi sul trono, Napoleone e il re di Spagna, firmarono a Parigi un trattato, in virtù del quale il regno d'Etruria tornava pari pari alla Francia, verso un compenso alla Spagna nel Portogallo, che ancora Napoleone non aveva conquistato. Quello si chiamava trattar gli affari!

L'ultima consolazione che ebbe avanti il crollo del suo regno, sul quale ormai non si faceva più illusioni, fu quella di vedere finalmente una delle sorelle Paglicci, dopo tanto inutile brigare, e tanto affannarsi con altri personaggi della Corte, sposare il conte Ferdinando Guicciardini, colonnello dei cacciatori toscani.

Il matrimonio si celebrò nella cappella della villa di Castello, il 20 ottobre 1807.

Queste Paglicci, pettegole e intriganti, che erano le intime della regina, la quale, con grande scandalo delle dame di Corte, portava alle Cascine nella sua stessa carrozza, non furono ultima causa dell'antipatia che si acquistò Maria Luisa. Essa stava su tutti i chiacchiericci di queste sorelle, le quali non avevano altra mira che di concluder qualche bel matrimonio fra i gentiluomini che frequentavano la reggia, diventando nemiche acerrime, con quelli che facevan loro la corte e poi le lasciavano in asso, mettendo scandali, e seminando zizzania. Per conseguenza, quando finalmente il Guicciardini sposò la Margherita Paglicci, alla regina più che a lei, parve di toccare il cielo con un dito. E spinta dalla sua cieca affezione, avrebbe voluto regalare agli sposi la villa di Castel Pucci, se i Ministri non l'avessero dissuasa, facendole conoscere in ultimo, siccome lei non voleva intendere, che il regno d'Etruria c'era per oggi e non per domani.

E più a proposito non poteva capitare la visita del cavalier D'Aubusson La Feuillade, plenipotenziario francese in Etruria, il quale, il 23 novembre 1807 si presentò a lei, che si trovava alla villa di Castello, per dirle che poteva lasciare la Toscana ed andarsene, poiché questa non le apparteneva più, per il trattato stipulato in quei giorni a Fontainebleau.

Maria Luisa ci pensò un pezzetto prima di partire, ma non ci fu rimedio. Quindi il dì 11 dicembre diresse un proclama al buon popolo toscano - poiché non, ce n'è mai stato un altro che abbia avuto tante volte di buono da tutti come quello toscano - col quale proclama essa lo proscioglieva dal prestato giuramento di fedeltà, sebbene nessuno vi si credesse più obbligato. La reggente però fu l'unica sovrana che molto scortesemente fosse fischiata da alcuni giovinastri, quando fu fuor della porta a San Gallo; il popolo, benché tanto buono, non ne poteva più di tanti sconvolgimenti, e di questo fare e disfare di stranieri, che pareva si dessero la muta, uno mandando via l'altro.

È poi da considerare, che nonostante le mezze difese dei partigiani d'un governo retrogrado e fazioso, Maria Luisa, donna frivola e vana, dilapidò l'erario pubblico in un lusso e in un fasto esagerato.

Dopo la morte del re le male spese non ebbero più freno. Non considerando gli esorbitanti aggravi sopportati dalla misera Toscana in nove anni di occupazioni straniere, i quali assorbirono centosette milioni di lire - cosa quasi incredibile, se non fosse vera - la corte borbonica "montata con lusso parassito" accrebbe a dismisura il dissesto finanziario. "A tutti i momenti, i favoriti e le favorite cortigiane cospiravano a vuotare i regi scrigni". Ed il marchese Corsi, nobile ma incapace ad amministrare la finanza, metteva ogni cura a far sì che la Corte "non penuriasse di danaro erogabile in scioperaggine", aggravando sempre più i disgraziatissimi sudditi, che eran ridotti all'estremo della pazienza. Ci vuol altro per governare i popoli, che andare a dormire nei conventi dei frati, desinare coi padri abati, andare a gironzar con le monache, e proibire alle donne i cappelli con le penne!

Il successivo 12 dicembre, i toscani, liberati da un governo di donnicciuole, di bigotti e di pettegoli, come era stato quello della reggente, salutarono quasi con sollievo il generale Reille che venne in Firenze a nome di Napoleone, a prender possesso dello Stato. E il Senato e i Magistrati, il giorno stesso giurarono daccapo fedeltà a luì, finché non avrebbero dovuto fare altrettanto a un altro che fosse venuto in sua vece. In otto anni, era stato tutto un legger proclami, giurar fedeltà e cantar il Te Deum in Duomo per il regnante che via via i padroni ci davano, e pagar quattrini stando sempre con l'animo rimescolato, che non venisse di peggio.

E il peggio venne, perché ancora non s'era a nulla.

I toscani inviarono a Napoleone a Milano una deputazione di ragguardevoli cittadini per esortarlo a dare un assetto definitivo allo Stato, e nello stesso tempo a rispettare questa volta i musei e le gallerie. Si contentasse di guardare e non toccare. Fu tempo e fiato sprecato. Napoleone promise tutto ciò che vollero quegli egregi cittadini; e per riscaldarli anche più, si disse fortunato "che i padri suoi dall'inclita Firenze traessero origine". A queste parole, i deputati toscani gli avrebbero buttate le braccia al collo e lo avrebbero baciato. Ma Napoleone non contento d'averli tanto confusi, fece loro capire che la sua idea costante era di fare un gran regno italico.

Quella brava gente rimase così entusiasmata, così commossa e sbalordita da tali dichiarazioni, che non trovava più nemmen la porta per andar via. Prima però che i deputati tornassero a Firenze, la Toscana pulitamente e bene era stata annessa alla Francia. Con ordine del 18 marzo 1808, Napoleone ne dichiarò cessato il Consiglio di Stato e venne divisa in tre prefetture con funzionari venuti da Parigi. Questo per far vedere che Napoleone manteneva la promessa di costituire il gran regno italico. Di più, nello stesso anno fece fare la prima coscrizione levando di Toscana diecimila reclute, che servirono in gran parte a sostituire i vuoti nell'esercito francese e a formare il 13° reggimento di fanteria e il 28° di cavalleria. La desolazione delle famiglie, la costernazione di tutti fu grandissima. Non c'era da rifiatare. Quei ragazzi, a diciotto anni, furon presi, vestiti, o meglio, insaccati nelle ampie uniformi, e in quei calzoncioni dove ci si perdevano, furono mandati a raggiunger qua e là l'esercito francese.

La sola soddisfazione, e non fu lieve, che ebbe la Toscana, fu quella di sapere, per bocca degli stessi scrittori francesi, il che è tutto dire, che le reclute toscane, convertite in soldati, sui campi di battaglia si portarono da valorosi sempre, destando l'ammirazione delle vecchie truppe agguerrite, al fianco delle quali marciarono in terre straniere, e per interessi non propri, vi lasciarono, pur troppo, anche la vita.

Napoleone medesimo decorò di propria mano sul campo molti toscani in ricompensa del loro valore, sul quale fece sempre grande assegnamento. E perché la Toscana diventasse francese in tutte le regole, Napoleone aveva firmato a Parigi fin dal 19 febbraio 1808 un decreto, che imponeva in Toscana l'applicazione del Codice Napoleone, mandando poi a Firenze una Giunta che doveva governare lo Stato per conto della Francia. Quella Giunta, che prese possesso il 26 giugno dello stesso anno, era preceduta dal generale Menon, uomo inetto, "avido e licenzioso".

Un altro bel servizio di Napoleone che ci voleva tanto bene!

Uno sfrontato editto di quella malaugurata Giunta, diceva nientemeno ai toscani queste parole:

"L'Imperatore e re vi chiama all'onore di far parte della gran famiglia, e vi associa al gloriosi destini dell'Impero che il suo genio ha fondato. Napoleone il Grande vi adotta per suoi figliuoli, ed i francesi vi salutano col nome di fratelli. Questa adozione vi assicura gli effetti della benefica sollecitudine del nostro augusto Imperatore. Protettore della religione e dei costumi egli vi vuole felici; vi dà un Codice che è il frutto della saviezza e dell'esperienza de'secoli, i quali prende sotto la sua tutela le proprietà e le famiglie (sic); egli vuol veder sempre florida la vostra agricoltura e la vostra industria; egli vuol rendere alla Toscana, alla patria di Dante, di Galileo e di Michelangiolo, all'Atene d'Italia, l'antico splendore che le procurarono nei suoi giorni più belli le lettere, le scienze e le arti, delle quali fu essa la cuna nel seno dell'Europa moderna. Giunti tra voi per ordine del più grande degli eroi e dei sovrani, il nostro primo scopo si è quello di farvelo amare; basta a tal fine il solo farvelo conoscere, ed eseguir fedelmente le istruzioni che abbiano ricevute. Ma già i vostri sentimenti hanno prevenuto i nostri desiderio; voi venerate, ammirate ed amate con noi il suo nome augusto. Toscano! voi siete un popolo buono, virtuoso e fedele; l'Imperatore vi conosce e vi stima; abbandonatevi alla fiducia; tacciano omai le persone esagerate di ogni partito, e non nutrano alcuna speranza. Gli uomini dabbene, saggi ed imparziali si riuniscano qui, come nel resto della Francia; non abbiano che un solo spirito, ed un solo cuore; siano essi, ed insegnino a voi, ad essere degni figli di Napoleone!".

E così, anche questa volta i toscani la pensavano secondo i desiderio del grand'uomo. Dapprima, nel 1799, eran secondo lui repubblicani; e perciò mandò i francesi ad occupar la Toscana; quando poi cedé questa alla Spagna, allora era ammirato dal loro attaccamento alla monarchia; e vi mandò il re d'Etruria: fatto poi imperatore mutò registro; e capì, a detta sua, che i toscani che erano "un popolo buono, virtuoso e fedele" volevano tornare alla Francia, per essere "adottati come figliuoli" dal "più grande degli eroi e dei sovrani".

Queste continue cabale, finirono per stancare addirittura i toscani, i quali, per uscirne, non vedendo altro mezzo, domandarono a colui, che i preti francesi avevano portato alle stelle dicendolo l'inviato da Dio, che accordasse loro una corte residente in Firenze tanto per vedere che cosa avrebbero ottenuto. E siccome le sorprese non eran finite, così un decreto dell'Imperatore li contentò. Era predestinata a divenir sovrana la sua sorella Elisa, nata nel 1776, e fatta sposa nel I797 al tenente di fanteria Felice Baciocchi, nobile corso, il quale con quel matrimonio diventò colonnello di stianto, e fu felice di nome e di fatti.

Ma benché semplice tenente, il Baciocchi era noto per un giuocatore valoroso, forse più di quello che non lo fosse come soldato. Una volta diventato cognato di Napoleone, la strada agli onori era più che aperta e larghissima. Infatti, come militare, arrivò sollecitamente al grado di colonnello; e come marito, giunse fino a diventare il principe consorte di sua moglie, essendo essa già stata nominata dal fratello, principessa di Piombino. Dopo due mesi, siccome ogni prun fa siepe, fu aggiunto al piccolo principato anche la repubblichetta di Lucca, cosa molto gradita alla signora Baciocchi, la quale aveva però mire più alte. Essa, anche senza l'aiuto del marito che non contava nulla, e che non era buono ad altro che a far pompa della sua uniforme, o piuttosto livrea, si mostrò arditamente degna dei suoi nuovi destini, e faceva la regnante sul serio, come se davvero fosse nata, per modo di dire, sui gradini d'un trono. Presiedeva i consigli dei ministri, favoriva il commercio e spendeva assai nei pubblici lavori. Per ciò i suoi devotissimi sudditi l'appellarono la Semiramide di Lucca. Quanto più la signora Baciocchi si affermava come sovrana, sia pure di terza classe, tanto più il principe consorte spariva, e faceva la figura di quei mariti delle levatrici, che ricevono l'ambasciate per le chiamate della moglie che li mantiene.

Il pensiero fisso della signora Elisa, era il trono di Toscana: paion cose da nulla, ma era proprio così. Essa non cessava d'informare delle spese pazze, dello sperpero delle finanze toscane che faceva la frivola regina reggente Maria Luisa l'"augustissimo" fratello, che s'era già incoronato re d'Italia, senza domandare il permesso a nessuno.

Queste segrete informazioni, la moglie del principe marito le mandava non per altro che perché quanto più sciupava la regina d'Etruria, meno restava per lei, giacché oramai era più che sicura, che la Toscana poteva star poco a diventar lo Stato della signora Baciocchi, la quale andava prendendo pratica del trono esperimentando la sua abilità su quello minuscolo di Lucca.

E quando in forza di un imperiale decreto del 3 marzo 1809 la signora Elisa fu nominata Granduchessa di Toscana, non stava più nella pelle. Gongolante di gioia, mandò subito dalla reggia lucchese un pomposo proclama al buon popolo - cioè il toscano, che ora diventava suo - dicendo che l'altissimo ed augustissimo di lei fratello "col suo vasto genio, le aveva affidata la dolce cura" di accogliere i voti della Toscana.

Come se qualcuno avesse cercato proprio lei! Ma oramai la Toscana era di tutti e di nessuno; se la passavano da uno a un altro, come se i cittadini non ci fossero stati nemmeno.

"Noi saremo" diceva il proclama con frase un po'arrischiata per una Granduchessa nuova "accessibile agli uomini di tutte le classi": e prometteva che avrebbe soprattutto protetti e favoriti i ministri del culto. Non c'è da dire se i preti ne gongolassero di gioia. Tutti i vescovi ed arcivescovi mandaron subito pastorali ai loro diocesani, perché pregassero Dio affinché si degnasse di accogliere i ringraziamenti dei sudditi della signora Baciocchi, per avergliela data per Granduchessa. E di nuovo si cantò il Te Deum in tutte le cattedrali anche per questa nuova sovrana: e Dio, che da quei benedetti sudditi si vedeva ringraziar sempre ogni volta che cambiavan padrone, lasciava fare. Contenti loro, contenti tutti.

Il male era che dopo il Te Deum di ringraziamento, cominciavano i malcontenti, se non degli uni, certo degli altri, con vicendevole scambio.

Sotto la signora Baciocchi, la Toscana non fu altro che una grande Prefettura francese. Ed il buon popolo toscano cominciava ad averne piene le tasche, di tutto quell'andare e venire di sovrani che gli piovevan dal cielo quando meno se l'aspettava, e che non aveva mai visti né conosciuti. A crescer poi questo malcontento, contribuì assai un'altra leva anticipata d'un anno, per mandare nuove reclute in Russia a farsi ammazzare per il bel viso dell'"altissimo e augustissimo" fratello della signora Baciocchi truccata da Granduchessa: il quale, col suo vasto genio dissanguava la Toscana, ne portava via i tesori d'arte, e sostituiva i vuoti del suo esercito con la miglior gioventù, costretta a servire ed a morire per l'oppressore della patria.

Ma il rovescio di Mosca cambiò aspetto alle cose, e Napoleone fu costretto il dì 11 aprile 1814 ad abdicare.

Come accade ai vinti, tutti voltaron le spalle al grande capitano, che ebbe il solo torto di non comprendere che il genio della guerra, di cui egli era veramente dotato, non può accoppiarsi alla malafede come uomo di Stato, né alla tirannia come monarca. Il più spregevole fra i beneficati da quest'uomo che lasciò nella storia una traccia cosi luminosa, fu Gioacchino Murat, suo cognato, avendo sposata la sorella di lui Maria Carolina, e che egli aveva creato re di Napoli, poiché a lasciarlo fare avrebbe dato la corona anche al gatto di casa.

Murat, dopo la ritirata di Mosca, si accostò all'Austria con la quale fece alleanza col trattato del dì 11 gennaio 18I4, ed in forza di esso gli austriaci, ripassando s'intende da Firenze, andarono a Napoli, ad occupare il posto che lasciavano i francesi.

Un proclama agli italiani, diretto a nome del suo imperatore, dall'austriaco generale Nugent, diceva che gli eserciti di S. M. venivano a liberarli dal ferreo giogo sotto il quale avevan dovuto gemere per tanti anni. Concludeva promettendo questa po' po' di fandonia: "Avrete tutti a divenire una nazione indipendente!" Erano le stesse parole di Napoleone ai deputati toscani, in bocca d'un generale austriaco, e che, come le prime, non ebbero altro significato che d'una ingiuriosa menzogna.

In questo mentre giunsero da Parigi anche a Firenze molte copie di una canzone contro Napoleone, evidentemente scritte da legittimisti francesi rifugiati in Russia. Ora che egli era caduto, veniva calpestato da quel popolo, che aveva reso grande e temuto come non fu mai.

Quella canzone, oggi rarissima, che si cantava impunemente per le vie, era intitolata: "La bravoure de Nicolas - sur l'air To-to carabo, etc.," - era stampata a Parigi nella Imprimerie De Dubié, rue Saint Ferréol, e merita di essere riportata nella sua integrità:

 

S'exquivant de Russie, Aussi rapidement Que le vent; Sa Majesté transie Arrive incognito, En traineau. Gai, gai, mes amis, chantons le renom Du grand Napoléon C'est le héros (bis), des petites maisons. Courant à perdre haleine, Il croit prendre à Moscou, Le Pérou O le grand capitaine! Il n'y voit, ventrebleu, Que du feu. Gai, gai, mes amis, etc. Il laisse son armée Sans pain, sans Général, C'est égal; Elle est accoutumée A vivre de cheval, Pour regal. Gai, gai, mes amis, etc. Son armée est en route, Mais bientót l'aquilon Furibond Soufle et met en déroute Chevaux, soldats, caissons Et canons. Gai, gai, mes amis, etc.

A bon droit on s'étonne Qu'alors il n'áit pas fait Un décret Pour prolonger l'automne Et reculer verglas Et frimats. Gai, gai, mes amis, etc. Dans cet état funéste Brave comme un César De hazard; Sans demander son reste Napoléon le grand F.... t le camp. Gai, gai, mes amis, etc. O campagne admirable, Les destins sont remplis, Accomplis, Son armée est au diable. Que n'en est-il autant Du brigand. Gai, gai, mes amis, chantons le renom Du grand Napoléon C'est le héros (bis), des petites maisons.

I

l 31 gennaio 1814, guidate dal maresciallo di campo Minutolo, entrarono in Firenze le truppe napoletane. Non ci mancavan che quelle!

La mattina dopo, anche la signora Baciocchi, non più Granduchessa, ebbe a fare come quelli che erano stati a Palazzo Pitti prima di lei: cioè far le valigie e andarsene alla svelta, come c'era venuta.

I francesi, che all'arrivo dei murattiani furono tenuti come prigionieri nelle fortezze, poiché quel che si fa vien reso, appena liberati dopo pochi giorni se ne partirono, e buon viaggio.

Cominciarono intanto a far capolino le coccarde toscane, e pur troppo anche quelle austriache gialle e nere, poiché i toscani, fra i due mali, furon costretti a scegliere il minore, e desiderare il ritorno di Ferdinando III: né potevano fare diversamente. Stremati di forze, esausti di denaro, con la migliore e più valida gioventù o morta in Russia, o sempre sotto le armi nell'esercito francese di là dalle Alpi, non potevano profittare di quel momento per governarsi liberamente, tanto più che mancavano gli uomini di mente illuminata, e che avessero in petto anima sinceramente italiana.

Il Murat, che aveva usata ogni maniera di lusinghe per cattivarsi l'animo dei toscani, condonò perfino le somme da pagarsi per le guerre sostenute dai francesi, come se fossero state in pro nostro. Ma non valse; si cominciò con qualche subbuglio e qualche bastonatura, complicata da dei lattoni dati alle truppe napoletane, ed a gridare con sempre meno paura: "Viva Ferdinando III".

Per conseguenza, siccome Murat per timore di perdere il trono di Napoli, che stava ritto sui puntelli, non poteva sdegnarsi con l'Austria, mandò a Parma il duca Di Gallo per sottoscrivere col conte De Mair, rappresentante dell'Imperatore d'Austria, e col principe Rospigliosi, che rappresentava Ferdinando III, il trattato dei tre plenipotenziari firmato il 20 aprile 18I4, mediante il quale il granducato di Toscana tornava in possesso di Ferdinando.

Così l'Austria, tornò finalmente ad esserne la padrona.

E non si poteva dir nemmeno di male in peggio, venite adoremus!

V

La Toscana restituita a Ferdinando III

Illuminazione e festeggiamenti - Gaudio generale - Editti e proclami - Un discorso del principe Rospigliosi - Cambiamento ufficiale del governo - Il giuramento - La processione del Corpus Domini.

Un editto del duca di Rocca Romana, plenipotenziario in Toscana di Gioacchino Murat, ordinò ai fiorentini in nome del suo re, che nelle sere del 29 e 30 aprile 1814, in segno di spontaneo giubbilo "per il fausto avvenimento" del ritorno della Toscana a Ferdinando III, si facesse una solenne illuminazione, "giacché era piaciuto alla Divina Provvidenza di esaudire i preghi degli afflitti toscani".

E la mattina di quei due giorni, furono affissi per la città vari altri editti, che concernevano tutti il definitivo cambiamento di governo.

"Per contrassegno di gratitudine al popolo fiorentino lo stesso re di Napoli ordinò che alle tre pomeridiane del 29 aprile fossero estratte alle Cascine in una bene intesa ed elevata tribuna, cento doti di cento lire l'una ad altrettante povere zittelle della città". Per quanto delle elevate tribune tutte ne avessero vedute, nessuno però era avvezzo a vederne una "ben intesa" e perciò parve forse una cosa anche più straordinaria; ed il popolo esultò a queste prove d'affetto così tenero, dategli per l'appunto quando Murat se ne andava. Non per questo però sarebbe tornato addietro; perché ognuno contava le ore per affrettare il ritorno di Ferdinando. Ma non basta. Alle cinque e mezzo del giorno medesimo, e sempre per ordine di Murat, alle Cascine fu fatta "una corsa alla lunga con fantino, col premio di trenta zecchini al primo cavallo e di venti al secondo". Premi simili oggi farebbero ridere; ma bisogna pensare che non era stato ancora inventato il miglioramento delle razze equine. Allora i cavalli eran come nascevano; e nessuna società benemerita si dava pena di fare pateracchi fra i più baldi destrieri e le più avvenenti giumente.

La sera poi, come fu imposto, vi fu illuminazione spontanea di tutta la città, e vennero aperti "con passo gratis al popolo", i due teatri della Pergola e del Cocomero.

Non c'è da dire, se ai fiorentini pareva d'esser tornati a nuova vita. Sembrava loro perfino impossibile tutto quel godi che pioveva loro quasi dal cielo: ma più impossibile che mai, era il credere che la cuccagna dovesse durare a lungo.

La mattina successiva, a rendere anche più gongolanti i fedelissimi sudditi di S. A. I. e R., giunse desiata la voce del Sovrano, il quale parlava per bocca del suo ministro plenipotenziario, il principe don Giuseppe Rospigliosi, cavaliere del Toson d'oro, cavalier Gran Croce di San Giuseppe e gran Ciamberlano, che alla sua volta scelse per portavoce un proclama, scritto con impeto d'entusiasmo indicibile. Il Rospigliosi si lasciò andare perfino ad una frase invereconda, dicendo che la Toscana tornava all'Austria, alla quale di pieno diritto apparteneva!... Non s'era mai sentito di peggio! Altri proclami furono affissi in tutta la giornata, ed emanati dal Prefetto del dipartimento dell'Arno, e dal maire di Firenze, Bartolommei, coi quali si annunziava che il giorno dopo, 1° di maggio, il principe Rospigliosi avrebbe preso possesso della Toscana in nome di Ferdinando III. In tale circostanza si esortava il popolo "a mantenere quel pacifico contegno sempre dimostrato in qualunque già stato cambiamento di governo".

Una simile raccomandazione però, tradiva la paura che qualcuno non vi si assoggettasse volentieri. È ben vero d'altronde, che non c'era da dubitar di nulla, perché i fiorentini avevan preso tanta pratica in quindici anni ai cambiamenti di governo, che in fatto di contegno potevan insegnare agli altri. Ormai sapevano che queste cerimonie si solennizzavano tutte nella stessa maniera. Illuminazione, Te Deum, scampanìo di tutte le chiese, cannonate dalle due fortezze, e giuramento di fedeltà, fino a nuova occasione.

Da un importante diario inedito, si rileva che la sera del 30 aprile "fu ripetuta l'illuminazione, e che tutto il popolo nella sua esultanza, diede a conoscere la sua obbedienza agli ordini sovrani, non accadendo il più piccolo sconcerto". C'era da figurarselo!

Il 1° maggio alla levata del sole, il suono delle campane e lo strepito delle artiglierie "dettero il cenno del felice cambiamento del governo, nel tempo stesso che s'inalzava lo stemma del real sovrano sulla porta di Palazzo Vecchio, detto fino allora della Comune".

Non ostante che l'ora fosse poco propizia alle espansioni di giubbilo, pure, il buon popolo fiorentino salutò con grande applauso lo stemma "del Real Sovrano tutto spolverato (lo stemma) e rimesso a nuovo".

Alle nove una parte della truppa napoletana si schierò in Piazza della Signoria nel "salone grande" di Palazzo Vecchio, ed alle dieci, tutto il resto dei soldati napoletani partirono, con lo stato maggiore, per Napoli, prendendo dalla Porta Romana.

A mezzogiorno ebbe luogo nel Salone dei Cinquecento la funzione dell'investimento di Ferdinando III.

Il salone era stato addobbato e preparato per ordine del marchese Girolamo Bartolommei, maire di Firenze sotto la direzione dell'ingegnere Giuseppe Del Rosso, col consenso in privato del "Segretario d'etichetta" Giuseppe Corsi, stato pregato dal maire. Soltanto "tre uomini dei teatri" furon posti agli ingressi, "per assistere al passo delle persone e del popolo". La cerimonia ebbe luogo senza veruna etichetta. E le persone che vi intervennero, tanto le dame che i nobili e i cittadini, e le cittadine, andavano a prendere il posto loro assegnato.

Rappresentava il Sovrano il principe Giuseppe Rospigliosi, il quale prese posto alla tavola situata sul ripiano del salone, fra il duca di Rocca Romana che faceva le veci di Murat, e il generale Staremberg, comandante generale delle truppe austriache in Toscana.

Appena i tre cospicui personaggi furono riuniti, dalle fortezze di Belvedere e da Basso cominciarono a sparare le artiglierie, per annunziare al popolo che andava compiendosi finalmente il cambiamento del governo, di cui da tre giorni sentiva parlare; e non aveva tant'occhi da leggerlo nei numerosi manifesti, editti e proclami che da quarantott'ore si affiggevano per la città. Alle cannonate si aggiunse, al solito, lo scampanìo di tutte le chiese. Gli evviva del popolo, sempre più buono, facevano eco alle cannonate e alle campane "e vedevasi espresso in ogni volto il contento dei fedeli sudditi".

Tanto per parte del duca di Rocca Romana, cedente a nome del Re di Napoli, quanto per quella del principe Rospigliosi, accettante per il granduca Ferdinando III, vennero pronunziati dei "discorsi di circostanza": e dopo letto l'atto d'investimento, il duca di Rocca Romana con altro "brevissimo discorso" annunziò al popolo il mutamento del Governo, "ed il prossimo sperato felice ritorno di Ferdinando III nei suoi Stati".

"È più facile comprendere che esprimere" dice il prezioso diario citato, non sospetto certamente di eccessiva italianità "l'esultanza del popolo, ed i replicati Viva fatti risuonare in tale felice momento; ed era commovente il vedere la maggior parte degli affezionati sudditi, spargere lacrime di giubbilo e singhiozzare per vera tenerezza". Dev'essere stata una bella musica!

Sciolta l'adunanza "i tre illustri soggetti" si separarono, e tornarono a casa in carrozza a pariglia in mezzo ai rinnovati applausi.

La sera vennero incendiati diversi fuochi sulla torre di Palazzo Vecchio, e si aprirono i teatri al pubblico, che al solito si ebbe " il passo gratis" e non vi fu un posto vuoto!

Ma la cosa più imponente fu l'illuminazione della città, fatta, benché fosse la terza sera, con una grandiosità "non mai usata". Il Ghetto "della Nazione ebrea" si distinse sopra a tutti; e un immenso popolo "iva girando per le contrade, echeggiando l'aere con gli evviva Ferdinando e i principi coalizzati".

Il passeggio del popolo durò quasi tutta la notte; e così terminò "un sì fausto giorno, tanto desiderato, e che avrà epoca nei fasti della Toscana".

Il seguente dì 2 maggio fu cantato, tanto per mutare, un altro Te Deum, con relativo sparo d'artiglierie dalle due fortezze.

La sera il principe Rospigliosi diede pranzo a tutte le autorità, le quali avevan voltato bandiera daccapo, nella sua abitazione, alla Locanda della Nuova Yorck, allora in Via de'Cerretani, tra Via della Forca e Via de'Conti.

Nel Salone dei Cinquecento il giorno alle quattro erano state estratte cento doti di dieci scudi l'una a cento povere zittelle, che se prendevano marito con quella dote sola, potevan dire di diventare cento povere mogli.

Fra tutte le feste fatte per insediamenti di nuovi principi, o di restituzione dello scettro ai vecchi, il Te Deum era quello più in voga. Tanto è vero, che la mattina alle dieci del dì 6 di maggio, ne fu cantato un altro in Duomo, per solennizzare il giorno natalizio di Ferdinando III; ed al cominciare di esso, furono tirate le solite cannonate dalle fortezze.

Dopo il Te Deum, per solennizzare sempre più quel faustissimo giorno, il principe Rospigliosi, nel Palazzo della Crocetta in Via della Colonna, fece prestare da tutte le autorità il giuramento di fedeltà all'antico sovrano.

Tutti eran contenti e non c'era da dubitar di nulla; ma a scanso di casi, e con la parvenza di render più solenne la cerimonia, nel palazzo della Crocetta furori mandate diverse truppe, le quali si schierarono per fare "spalliera" lungo le scale, sui ripiani, alle porte principali ed a tutte le stanze, per quanto fosse stato stabilito che non doveva esservi nessuna etichetta.... se non quella forse di un po' di paura.

La direzione della funzione venne affidata al prenominato Segretario d'etichetta Corsi, combinata avanti col consigliere Leonardo Frullani, il quale alla sua volta aveva ricevuto gli ordini per l'esecuzione di essa, dal Segretario di Stato, duca Emilio Strozzi.

I biglietti d'invito alle autorità chiamate a prestare il nuovo giuramento, furon consegnati personalmente dal primo furiere Ranfagni e la Sala del trono preparata dai tappezzieri addetti alla real guardaroba generale, con l'assistenza del "Banchelli" guardaroba del palazzo della Crocetta.

La funzione cominciò alle undici e mezzo, e terminò al tocco.

Sotto il sontuoso baldacchino eretto nella Sala del trono, in mancanza del Sovrano fu posto il ritratto di lui, e fece lo stesso.

Il principe Rospigliosi rappresentante Ferdinando III, si assise alla destra di questo, facendogli corte i ciambellani granducali, o ciamberlani come dicevano allora, ed altre persone nobili invitate per mezzo del Segretario d'etichetta e del furiere di corte, con biglietto della Reale Segreteria di Stato.

Il furiere di turno, nell'anticamera, chiamava a mano a mano tutti coloro che erano stati invitati, e che introdotti nella Sala del trono "salutavano con profonda riverenza il ritratto del Real Sovrano, come se fosse stato lui, e quindi il suo rappresentante". Dipoi si dirigevano al tavolino sul quale era steso un ricco tappeto dove erano "aperti i sacri Evangeli". Era seduto a quel tavolino monsignor vicario Gaetano Niccolini, assistito da un cerimoniere della Metropolitana, che stava in piedi da una parte.

I personaggi, ciascuno alla loro volta mettendo la destra sul Vangelo, pronunziavano la seguente formula: "lo giuro

fedeltà ed obbedienza a Sua Altezza Imperiale e Reale il granduca Ferdinando III".

Fu un miracolo se nessuno sbagliò imbrogliandosi coi tanti giuramenti prestati innanzi, e dicessero, invece di Ferdinando III, di giurar fedeltà al Direttorio di Francia, o a Lodovico di Borbone, o a Maria Luisa regina reggente, o a Napoleone, o alla signora Baciocchi, o a Murat che tanti erano stati in quindici anni i padroni, passati dinanzi agli occhi dei fiorentini.

Il 21 di maggio, "senza nessuna etichetta né corte", ma con la massima semplicità, fu dato il giuramento al Prefetto di Siena, Bianchi; al Sottoprefetto di Pistoia, Cercignani; a quello di Volterra, Guidi; al Commissario d'Arezzo, a quello di Grosseto, Bonci; ai componenti l'amministrazione del debito pubblico, al Nomi, segretario generale del Prefetto; al Fabbrini, aiutante del Maresciallo di Palazzo; al Pistolesi, direttore della Dogana di Livorno; al Cappelli, direttore di quella di Pistoia; e al professore Benvenuti, direttore dell'Accademia delle Belle Arti.

Dopo il giuramento, i Prefetti, i Sottoprefetti e i Commissari, furono investiti di suprema autorità, per ricevere essi un tal giuramento nelle loro rispettive sedi dai maires ed altri impiegati, dipendenti dalla loro giurisdizione.

Ai maires del circondario di Firenze fu dato il giuramento dal Prefetto del dipartimento dell'Arno Giuseppe Stiozzi Ridolfi.

La prima festa solenne, dopo la restaurazione di Ferdinando III, fu quella del Corpus Domini il 9 giugno 1814; ed il principe Rospigliosi "tenne varie sedute col maire Bartolommei", con Monsignor Vicario, e col Comando Militare della Piazza come se si trattasse d'un piano di guerra, per concretare di comune accordo gli inviti da farsi, e l'ordinamento della processione, che fu eseguita col seguente ordine.

Apriva la marcia un caporale con quattro fucilieri del reggimento reale Ferdinando; e quindi venivano le Compagnie e Confraternite, secondo il loro ordine; dopo di esse i vari cleri per grado di precedenza. Seguiva quello della Metropolitana, i canonici della medesima, i ciambellani invitati, lo Stato maggiore militare e i sacerdoti parati, col baldacchino, al quale facevano ala i granatieri del reggimento reale Ferdinando. Dietro ad esso, il principe Rospigliosi con alla destra il Prefetto; ed alla sinistra, invece del maire Bartolommei che non si fece vedere, prese il suo posto il Presidente della Corte d'Appello.

Intervennero pure il Presidente del Tribunale di prima istanza, i componenti la Corte d'Appello nella loro precedenza, i consiglieri di Prefettura, i componenti il Tribunale di prima istanza, gli aggiunti del maire, i giudici di pace, i commissari di polizia, e gli uffiziali militari fuori di servizio.

Chiudeva la marcia un distaccamento militare, ed un corpo di Ulani tedeschi a cavallo.

Tutto "il militare" che era stato schierato sulla gran Piazza del Duomo dalla parte così detta del Bottegone, subito dopo passato in processione il clero di San Lorenzo, si pose in marcia, avendo alla testa i comandanti e tutta la banda militare con "i rispettivi istrumenti a fiato e cassa". I cavalieri di Santo Stefano non in cappa magna né uniforme, perché soppressi al tempo dei francesi, ma in abito appunto alla francese, in memoria di chi li aveva soppressi, portaron l'asta del baldacchino, come in passato; e ciò per invito fatto loro dal principe Rospigliosi; e furon diretti ed assistiti dai cerimonieri e Taù della religione, per le mute da farsi durante il corso della processione, alla quale prese parte "un copioso numero di nobiltà con torcia".

"Il militare" per tutto il tempo del corso medesimo formava una doppia ala, cominciando dal clero di San Lorenzo fino a tutto il restante del convoio, chiudendo infine un distaccamento di Ulani tedeschi a cavallo. Arrivato "tutto il treno suddetto" sulla piazza di Santa Maria Novella, venne data con le consuete forme la benedizione e quindi sciolto il convoio. avendo assistito a tutto ciò personalmente il principe Rospigliosi e tutti i corpi rappresentanti il governo provvisorio.

Tutte le cariche presero posto in chiesa nei luoghi loro assegnati. A destra dell'altar maggiore c'era l'inginocchiatoio e tappeto in terra preparato per il Sovrano, ch'era in Germania; e di faccia, al lato del Vangelo, quello del Rospigliosi. I granatieri facevano spalliera, dalla porta d'ingresso fino alle panche dell'uffizialità e della nobiltà con torcia.

Tutt'insieme fu una festa che al popolo andò molto a genio, tanto più che da diversi anni non vi aveva assistito.

Dopo la benedizione il principe Rospigliosi uscì di chiesa "senza veruna etichetta" montò in carrozza e tornò alla sua abitazione, alla locanda di Nuova Yorck, allora in via de'Cerretani, passato il Canto alla Paglia.

A poco a poco tutto ritorna: non c'è da sgomentarsi!

 

VI

I

l ritorno di Ferdinando III in Firenze

Preparativi - Il ricevimento - L'ingresso del Granduca in città - L'anfiteatro della piazza San Marco - In Duomo - A Palazzo Pitti - L'arrivo di Leopoldo, principe ereditario - Sempre festeggiamenti - Il "grande appartamento".

Ma il giorno desiderato, il giorno tanto aspettato da tutti, eccettuati coloro, ed erano pur troppo i meno, che si scoraggiavano di fronte a tanta debolezza di un popolo che applaudiva sempre al giogo, fu il 17 di settembre 1814, nel quale Ferdinando III avrebbe fatto il suo trionfale ingresso in Firenze.

Era un vero fanatismo.

Già fin dal dì 15 il Granduca aveva mandato da Bologna, per mezzo del principe Rospigliosi che si era recato lassù ad incontrarlo, al segretario d'etichetta Giuseppe Corsi, gli ordini per la funzione del suo ingresso in Firenze; ed il giorno seguente, il signor Gaetano Rainoldi, direttore della reale Segreteria di Gabinetto, tenne formale sessione con i consiglieri Fossombroni e Frullani, ed il Presidente del Buon Governo Aurelio Puccini, onde circolare gli ordini del Sovrano, e dare tutte le necessarie disposizioni. Nella mattina vennero affissi dappertutto proclami e motuproprii, che ristabilivano vari uffizi soppressi; e dalla Segreteria del Buon Governo fu affissa una notificazione per il regolamento delle carrozze dei signori intimati, non invitati, alla sacra funzione da farsi nella Metropolitana; e più che altro concernente "il pacifico contegno da tenersi dai sudditi all'arrivo del Real Sovrano in città, e suo tragitto al Real Palazzo". Nonostante tutto il giubbilo, le lacrime di tenerezza, gli evviva ed i singhiozzi, non c'era proclama che non invitasse il Popolo a tenere un pacifico contegno. O dov'era tutta la bontà di quel popolo?

Il maire, che da quel giorno riprese il suo titolo di Gonfaloniere, emanò un editto, col quale si "comandava e intimava" che all'arrivo del Sovrano fossero suonate tutte le campane e nella sera fosse fatta una "generale illuminazione". Più spontanee di così le feste non si possono immaginare!

In vari punti della città si vedevano impastati sui muri dei fogli con lo stemma granducale sul quale era scritto "Viva Ferdinando"; di fogli simili si servirono poi per i fanali della illuminazione.

Dalla Soprintendenza delle "Reali Possessioni" fu fatta annaffiare la strada da San Gallo fino alla Villa Capponi alla Pietra, da dove sarebbe partito il "Real Sovrano" affinché egli al suo passaggio non mandasse tanta polvere negli occhi ai sudditi fedelissimi, e al tempo stesso non apparisse in un nuvolo della stessa polvere a guisa di nume.

Non eran però terminate qui le disposizioni, gli editti, le intimazioni e gli inviti. Dalla Segreteria di Stato vennero intimati tutti i capi di dipartimento a presentarsi al Sovrano al suo arrivo a Palazzo: ed un pari invito fu fatto agli arcivescovi e vescovi che s'eran recati alla capitale, per essere presenti all'arrivo di Ferdinando III. A quei tempi, i preti, rigavan molto diritto, col Granduca, per quanto li tenesse a bacchetta come subalterni, sebbene apparentemente fossero trattati con la massima deferenza! Non per nulla gli impiegati di Corte ed i camerieri chiamavano il Granduca "il padrone".

L'avvenimento del ritorno di Ferdinando III suscitò la gara in tutti del più smaccato zelo. Primi furono gli uffiziali "del nuovo corpo dei Dragoni toscani", o cacciatori a cavallo i quali domandarono di far servizio come Guardie del Corpo: perciò furono intimati per mezzo del supremo comando militare, a guarnire le regie anticamere, continuando il sistema praticato dal 1791 al I799.

Molti signori fiorentini andarono a complimentare S. A. I. e R. alla sua villa di Cafaggiolo, dove si trattenne tutto il giorno 16 di settembre predetto "per consacrarsi ad alte cure di Stato, vale a dire alla scelta dei principali ministri". Ed i ministri prescelti furono il cavaliere Vittorio Fossombroni, "personaggio omai vantaggiosamente noto all'Europa scientifica e diplomatica", il quale fu nominato ministro degli Affari esteri "ufficio che aveva conseguito sin dal 1796, ad intuito di Napoleone, sagace conoscitore degli uomini". Il Fossombroni fu anche eletto segretario di Stato. Don Neri Corsini venne destinato agli Affari interni, e Leonardo Frullani alle Finanze.

Si recò a Cafaggiolo anche una deputazione della Accademia delle Belle Arti per presentare il prospetto della grandiosa festa da essa preparata sulla Piazza di San Marco, supplicando il Sovrano ad accettare questa dimostrazione d'affetto e di rispetto dei componenti l'Accademia medesima.

Il giorno seguente, non era appena spuntata l'aurora "che la popolazione fiorentina era in moto per aspettare il sospirato arrivo dell'amato sovrano, facendo risuonare l'aria di dolci acclamazioni di gioia". Era un giubbilo che avrebbe intenerito le pietre!

Una gran quantità di carrozze e di persone a cavallo "per anticipare il contento di vedere la reale altezza sua nel suo ingresso a Firenze", si recarono fuori della porta a San Gallo fino oltre il Pellegrino. Tutta la milizia, tanto toscana che tedesca, fin dalle sette antimeridiane era già postata per tutta la strada che doveva tenere il Sovrano, e schierata nell'interno del Duomo, per il solenne Servizio di Chiesa.

Alle otto Ferdinando III giunse con la sua comitiva alla deliziosa villa del marchese Pietro Roberto Capponi alla Pietra, ove fu ricevuto dal suo nuovo ciambellano cavaliere Amerigo Antinori e dai due ciambellani di settimana Corsi e Aldobrandini.

Il Granduca appariva mestissimo, poiché in quel momento gli tornava certo alla memoria, benché fossero trascorsi dodici anni, la infelice sua moglie morta a Vienna di parto, il 29 settembre 1802, che avendolo confortato nei primi anni del suo esilio, con tutta la soave delicatezza dell'animo suo, non era ora con lui a dividere la gioia del ritorno negli antichi Stati.

Certi ricordi, seppure carissimi, in simili circostanze, hanno tutta l'atrocità d'una pena!

Riposatosi alquanto, e cambiatisi gli abiti da viaggio per vestire il grande uniforme, Ferdinando III prese posto in una muta a sei cavalli "infioccati a gala" in compagnia del maggiordomo maggiore principe Giuseppe Rospigliosi, e del gran ciambellano già senatore Amerigo Antinori.

Seguiva quindi un'altra muta a sei cavalli con quattro ciambellani. La muta del Granduca era scortata da dodici uffiziali del nuovo corpo dei Dragoni, i quali avevano ottenuta quella grazia, e alla portiera cavalcava il maggiore comandante il reggimento medesimo. Dalle fortezze rimbombavano le artiglierie, a cui faceva eco il suono delle campane di tutte le chiese, con universale frastuono.

Alla porta a San Gallo, Ferdinando fu ricevuto dal Gonfaloniere Bartolommei, dai Priori e dal Magistrato civico. Il Gonfaloniere gli presentò le chiavi della città; ed essendosi preparato per fare un "ben inteso discorso" analogo alla circostanza, "tale e tanta fu l'emozione provata da esso e dal Sovrano, che troncata ad ambedue la voce, le sole lacrime di tenerezza del Gonfaloniere e Priori furono l'omaggio reso in nome di tutta la città". Cosicché "il ben inteso discorso" nessuno lo udì, e forse per questo tutti credettero che sarebbe stato un gran bel discorso. Il silenzio è d'oro! Anche il popolo, a detta dei cronisti, era in preda alla più grande commozione, poiché, "con unanime voce di giubbilo" festeggiò il felice ingresso del Sovrano nella "esultante sua bene amata patria"!...

Dopo il ben inteso discorso non proferito, le lacrime del Gonfaloniere, dei Priori, del Magistrato civico, ed il giubbilo del popolo, principiò a sfilare il treno consistente "in vari corrieri a cavallo uniformemente vestiti; quindi il direttore delle Poste già senatore cavaliere Pietro Salvetti, in un carrozzino a due cavalli in posta, e la banda detta dei Porti di Piazza elegantemente da sé stessi vestiti". Dipoi seguiva un distaccamento di granatieri, la banda militare, una divisione di truppa toscana e tedesca; la muta del Real Sovrano e quella dei ciambellani, chiudendo un distaccamento di Ulani tedeschi a cavallo, perché senza truppe straniere, pareva che le feste non fossero italiane! Il corteggio prese di via San Gallo, voltò in via degli Arazzieri: ed arrivato in piazza San Marco, fece il giro dell'anfiteatro per godere la festa data dall'Accademia di Belle Arti.

Questo anfiteatro era formato di varie gradinate "a semicircolo adornate di verzura e fiori". Nel mezzo ergevasi una macchina trionfale ornata ai quattro lati di varie pitture in bassirilievi. Il primo rappresentava la Religione seduta su varie rovine sacre, e l'Arno abbracciato dall'Abbondanza che si rallegra con esso. Cose da fare scoppiare il cuore! Nel secondo la Pace che arde con una fiaccola un mucchio d'armi sul quale due guerrieri quasi stanchi di fare il guerriero, gettano le loro spade che si cangiavano in aratri ed arnesi rurali, né mancavano due bovi aggiogati, e delle giovani coppie di ninfe e pastori che ballavano. Nel terzo eran rappresentate le primarie città della Toscana, che prestano omaggio al Sovrano, appoggiato presso il fiume Arno sull'urna liberale delle sue acque. Il quarto bassorilievo raffigurava il Dio del Commercio, che consolava l'addolorata Toscana additando Livorno rinata alla navigazione e al commercio.

Sull'alto della macchina vedevasi il carro trionfale, "ove era assiso in statua colossale il Sovrano, tirato dalle quattro virtù: la Vittoria, la Concordia, la Giustizia e la Pace". Un tiro a quattro da Dei più che da sovrani.

Appena giunto Ferdinando III, una numerosa orchestra di suonatori e di cantanti diedero principio ad una cantata scritta espressamente per quella circostanza straordinaria. "L'armonia del suono, l'applauso universale dei concorsi spettatori, le cannonate" trascrivo le parole del Diario "e il suono delle campane, commossero tanto il Sovrano, che tutti potettero vedere che egli spargeva lacrime di tenerezza e consolazione". Fatto un giro nel circo senza quasi veder nulla dalla soverchia emozione, seguitò per via Larga fino al Duomo.

Alla porta della metropolitana fu incontrato da vari vescovi e arcivescovi della Toscana, eccettuato quello di Firenze rappresentato dal vicario capitolare monsignor Niccolini, che era alla testa del clero e dei canonici. Il canonico Carlini, suddiacono, porse l'acqua santa al Sovrano, che si trovò dinanzi ad un numero infinito di consiglieri di Stato, ciambellani, nobili e uffiziali, "tanto esteri che nazionali", i quali erano andati ivi ad aspettarlo per fargli atto d'ossequio. Appena entrato, il popolo con un viva universale ha fatto conoscere il suo attaccamento, facendo da per tutto risuonare il nome di Ferdinando: e tale fu la commozione del Sovrano, che percorse tutta la chiesa "rasciugandosi col fazzoletto le abbondanti lacrime che la gioia e la riconoscenza le faceva spargere". Cantato il Te Deum, il vescovo di Siena diede la benedizione; ed il Granduca tornò a'Pitti prendendo dal Canto alla Paglia, da Santa Trinita, via Maggio e lo Sdrucciolo. Al corteggio del Sovrano si erano unite tutte le carrozze della nobiltà, dei consiglieri e di altre persone "che avevano l'onore dell'anticamera". Doveva essere un colpo d'occhio stupendo! "Oltre l'immensa quantità di popolo, era meravigliosa la vaghezza degli apparati e dei tappeti che ornavano tutte le finestre delle case e le botteghe piene zeppe di spettatori. A'Pitti il Granduca fu ricevuto dai quattro ciambellani principe don Tommaso Corsini, duca Ferdinando Strozzi, comm. Alamanno De Pazzi e senatore Marco Covoni".

Passato subito nel quartiere detto delle Stoffe, Ferdinando III si affacciò alla terrazza per salutare il popolo che applaudiva freneticamente, con la sola compagnia del maggiordomo gran ciambellano Antinori. Sfarzosissimo fu l'apparato di tutte le strade da porta a San Gallo al Palazzo; ed in alcuni punti formava un sorprendente colpo d'occhio.

A mezzogiorno, il Granduca diede udienza a tutte le autorità e cariche dello Stato; ed in ultimo al generale conte di Staremberg con tutta l'ufficialità e lo stato maggiore della truppa toscana e tedesca.

Dopo il ricevimento, andò a pranzo col principe Rospigliosi, con l'Antinori, e con i ciambellani Badeck e Reinack: e nelle ore pomeridiane si recò al passeggio delle Cascine in una muta a sei cavalli, con gli ufficiali del nuovo Corpo dei Dragoni che gli facevano scorta, con i quattro personaggi e i due ciambellani di settimana. Al ritorno, andò per la città sempre con lo stesso treno fino a piazza San Marco per godere lo spettacolo dell'illuminazione, e quindi tornò al Palazzo, ove cenò con le cariche di corte.

Il giorno seguente, 18 settembre, arrivò a Firenze alle sette e mezzo di sera anche l'arciduca Leopoldo, Principe Ereditario di Toscana, accompagnato dal marchese Araldo suo aio e dal conte Opizzoni sotto aio. In un'altra carrozza erano i precettori abate Biondi e abate Bossola, l'aiutante di camera Nasi, e negli altri legni il resto del suo particolare servizio. L'ingresso dell'arciduca Leopoldo fu festeggiato da un'immensa quantità di popolo.

Fu ripetuta quella sera l'illuminazione, ed il Principe passò egli pure per l'anfiteatro seguitando per il Canto alla Paglia, da San Gaetano e dall'Albergo del Nord, dove è tuttora la locanda del Nord, presso il ponte a Santa Trinita. Quivi fu ricevuto da diversi cittadini pazzi per la casa d'Austria, che furon poi i codini del quarantotto, i quali coi torcetti di cera "alla veneziana gli fecero treno fino alle scale del real Palazzo".

Il Granduca con le sue cariche si recò ad incontrare il diletto figliuolo al primo ripiano della scala, e dopo averlo abbracciato e baciato, lo accompagnò fino in camera sua, dove si trattenne con lui fino alle otto.

Dopo cena l'Arciduca andò a letto, ed il babbo andò invece al Teatro del Cocomero oggi Niccolini, il teatro aristocratico della prosa; ove fu accolto da triplicati applausi. Non c'erano, in quei giorni, persone più felici dei fiorentini!

Il giorno appresso l'arciduca Leopoldo andò al "passeggio" delle Cascine a farsi vedere anche lui con muta a sei cavalli, secondo il consueto. Tutta la gente che non lo conosceva accorreva a vederlo, perché essendo andato via di due anni, ora era sviluppato in lunghezza, ma non era un bel ragazzo. La sera alle sette e mezzo arrivarono anche le arciduchesse Maria Luisa e Maria Teresa figlie del Granduca. Esse erano in carrozza a sei cavalli, accompagnate dall'aia e dalle dame.

In tiro a quattro seguivano le loro cameriste Schregel, Venner, Del Greco e Cautrer. Dietro, in altre carrozze, le persone di servizio e le donne di guardaroba.

Sempre più affollato era il popolo a ricevere le Arciduchesse, in onore delle quali ripeté l'illuminazione della città; e dall'albergo del Pellicano un maggior numero di torce alla veneziana portate da diversi individui, rischiarò fantasticamente la strada fino a' Pitti. Il Granduca ed il fratello andarono a riceverle, e alle nove si riunirono a cena.

Tanto per la cittadinanza che per il Granduca e tutta la famiglia, cominciò una specie di carnevalino, poiché dopo le tre sere d'illuminazione generale della città furono fatte il 25 e il 27 di settembre a spese del Comune le feste di San Giovanni che si solevan fare il 24 di giugno. Questo forse fu un pensiero gentile verso il Sovrano, per rimetterlo in pari con gli arretrati dei quindici anni trascorsi fuori.

Firenze, in quei giorni, era piena di forestieri, che andaron matti alla corsa dei cocchi fatta con le bighe alla romana in piazza di Santa Maria Novella.

Il Granduca con i principi in tre carrozze a pariglia, con due cavallerizzi di sportello alla carrozza del Sovrano la quale era scortata da ufficiali dei dragoni, non essendo ancora ricostituita la Guardia del corpo, andarono alla corsa dei cocchi, e presero posto alla consueta terrazza sopra la loggia di San Paolino. L'anfiteatro della piazza rigurgitante di popolo, animato e festante, presentava un colpo d'occhio magnifico. Prima di dare il segnale della corsa furono serviti, secondo l'usanza di corte, abbondanti rinfreschi di gelati "ed acque acconce".

Le persone di servizio dei sovrani con biglietti speciali del Maestro della Real Casa assisterono allo spettacolo dal palco di Corte, lasciando libero lo spazio assegnato ai paggi e ai loro precettori, che ancora non erano stati nominati.

La sera alle otto la Corte si recò al casino di San Marco per godere della rinnovata festa dell'anfiteatro fatta pur quella a spese del Comune, che fece illuminare tutta via Larga (ora via Cavour) via del Cocomero (via Ricasoli) e la facciata della Torre del Maglio, lungo le mura in fondo alla strada che oggi si chiama via Lamarmora.

Come sorpresa, fu incendiato dopo "la cantata" un grandioso fuoco d'artifizio rappresentante il tempio della Gloria; e sotto, in un ben inteso e anche ben visto trasparente illuminato, apparì il ritratto del Sovrano circondato dalla Giustizia e dalla Clemenza. Gli spettatori a tale impensata sorpresa applaudirono freneticamente. Ed il Sovrano sentì il dovere di commuoversi, secondo il solito, quasi fino alle lacrime.

Lacrime di tenerezza eran coteste, che gli facevan bene, poiché sollevavano il suo cuore oppresso dalla gioia!

La domenica 25 settembre, come se tutte le feste fatte fino allora non bastassero a manifestare l'esultanza dei fiorentini per il ritorno del padrone, il Comune terminò la ripetizione delle feste di San Giovanni, con la corsa dei barberi dalla porta al Prato alla porta alla Croce.

La Corte vi andò con le carrozze di gala a sei cavalli, preceduta da due battistrada pure in livrea di gala, scortata dai soliti ufficiali dei dragoni, e tutte le cariche, le quali in tre mute anch'esse di sei cavalli e livree di gala, precedevan quella del Granduca e dei principi.

Alle quattro e tre quarti il sovrano e i principi presero posto al terrazzino in fondo a Borgognissanti "mentre molta nobiltà estera e nazionale fece corte alla reale famiglia. Secondo il solito prima della corsa furon distribuiti abbondanti rinfreschi di gelati; ed alle Loro Altezze venivan offerti dai due ciambellani di servizio" ai quali per regola d'etichetta gli porgevano due paggi. Le cameriste e le persone non nobili, per mezzo di speciali biglietti della Segreteria d'etichetta, andavano sulla terrazza del magazzino dei foraggi e alle tre finestre della casa Puliti. Gli altri uffiziali e serventi nel palco della Comunità.

La sera, al Palazzo Pitti vi fu una gran festa che secondo il gergo d'allora si diceva "grande appartamento". Nel quartiere delle Stoffe, alle otto eran già riunite centotrentadue dame e più di cinquecento cavalieri esteri e nazionali. Il Sovrano si degnò di parlare con tutte le dame e con diversi cavalieri di primo ordine, come fece l'Arciduca e le sorelle. Alle nove S. A. andò a giuocare con la marchesa Maddalena Capponi, col principe Orazio Borghese, e l'incaricato d'affari di Svezia Lagenward. Le Arciduchesse fecero lo stesso, ammettendo al loro tavolino il generale conte di Staremberg e il senatore Vittorio Fossombroni. L'Arciduca girò le sale con l'aio marchese Aroldi e discorse con le dame. Appena cominciato il giuoco fu sciolta l'etichetta di distinzione di posti, e tutta la nobiltà e uffizialità poté girare per tutte le regie anticamere fino al termine dell'"appartamento". Dalle nove in là furono sempre serviti raddoppiati rinfreschi di gelati d'ogni genere, caffè e ponci.

Alle dieci e mezzo S. A. si alzò, e l'"appartamento" terminò subito. Tutte le anticamere erano riccamente illuminate a cera con sfarzo veramente regale, e di una bellezza meravigliosa d'un valore immenso. Stupende le vesti delle donne e le gioie.

 

VII

Il Comune Fiorentino dal 1799 al 1814

Prima del 24 marzo 1799 - Per l'arrivo dei francesi - Imbarazzi finanziari - Spese per la festa della libertà - Il trattamento di tavola del generale Gaultien - 13 uniformi nuove - Nuovi debiti e nuovi imbarazzi - Richiesta di 140 cavalli - In cerca di denaro - Gratificazioni alla truppa austriaca - Indennità per bestie requisite dai francesi - Nuovo imprestito di diecimila scudi - Vendita delle 13 uniformi - Imposizione del Governo francese di 2 milioni e mezzo di franchi - Umiliazioni e preghiere - Riduzione della imposizione e pegno di garanzia per 300 mila franchi di gioie - Il marchese Catellini prigioniero in casa sua - Nuova imposizione di 100 mila franchi - Minaccia d'arresto del Magistrato - Te Deum per il ringraziamento dell'anno - Cittadini che non possono più pagare - Il Governo sospende il Magistrato perché impone le gravezze - Murat a Firenze - Pace conclusa fra l'Imperatore e Napoleone - Ossequi a Murat - Spese per le feste di San Giovanni - Illuminazioni e fuochi per la nascita d'una principessa d'Etruria - Spese in altre feste e illuminazioni - Grilli o locuste - E ancora illuminazioni – L’apparato della "Loggia de'Lanzi" - Cavalli che non corrono - Te Deum e illuminazioni per un nuovo cambio di Governo - Spese per la residenza del generale De Moulin - 30 doti a trenta ragazze - La grazia di poter parlare italiano - Istituzione delle Rosiere - Nuove spese per la granduchessa Baciocchi - Offerta di 50 cavalieri - Indirizzo a Napoleone - La Biblioteca Riccardiana - Ricostituzione della Magistratura civica - Con Ferdinando III si torna alla calma.

Per necessità storica si son dovuti finora riguardare gli avvenimenti dal 1799 al 1814 soltanto dal lato politico; ma non meno interessante, anzi sotto certi rispetti forse anche di più, sono quegli avvenimenti dal lato amministrativo. Perciò un breve riassunto della vita del Comune fiorentino in quei quindici anni, come documento di storia novissima, desunta dalle testuali deliberazioni del "Magistrato civico" servirà a dare, con maggiore evidenza, la caratteristica dì quel periodo così disastroso e turbolento che traversò Firenze.

Fino al 24 marzo 1799 la "Comunità di Firenze" non aveva voce in capitolo che per far le spese occorrenti per le feste di San Giovanni, per la processione del Corpus Domini e altre; doveva provvedere alle strade, alle fogne, agli stabbioli dei maiali fuori di porta alla Croce, alla nomina del primo norcino oppure alla pensione di uno spazzino pubblico che aveva servito per cinquantacinque anni "con fedeltà, energia e zelo" come se si fosse trattato di un ministro di Stato. Ma andato via Ferdinando III fu tutt’un’altra cosa. Da una vita tranquilla ed apatica, si passò a un tratto a una vita d'agitazione, e di scombussolìo generale. Per cominciar bene, il 25 marzo 1799 il magistrato civico s'adunò in fretta e furia, essendo presenti il brigadiere Orazio Morelli gonfaloniere, Luigi Rilli Orsini, l'auditore Giovanni Brichieri - della prima Borsa, cioè dei priori nobili - Giuseppe Fallani, Giuseppe Borri - della seconda Borsa cioè dei cittadini - Francesco Gherardi, Ulivo Giannassi e Giuseppe Gherardini - priori della terza Borsa cioè dei possidenti. Tutti questi signori convennero, che "stante l'imminente arrivo in questa dominante, di un corpo di truppe francesi, si rendeva necessario di devenire all'elezione di più deputati, all'effetto che dai medesimi venissero prontamente procurati i quartieri per l'ufizialità e stato maggiore".

A quest'uopo elessero una commissione di dodici persone sotto la presidenza del gonfaloniere, e ne nominarono un'altra di nove per soprintendere alla distribuzione delle razioni per la truppa francese.

Le due commissioni, che furono avvertite dai priori delle tre borse, che non avrebbero "potuto astenersi dall'accettare la suddetta deputazione", vennero altresì incaricate di render noto ai proprietari di case di dover dare alloggio a quegli ufficiali che avrebbero presentato il biglietto della deputazione, a tal fine istituita.

Gli stessi priori elessero, tanto per gli alloggi quanto per soprintendere alla distribuzione delle razioni, il signor Giuseppe Panzanini.

La deliberazione più curiosa però, fu quella presa il giorno seguente, 26 marzo "dopo pranzo" - come è scritto nel protocollo - con la quale prevedendo i signori priori - sempre di tutt'e tre le borse - la urgente necessità nella quale si trovava "la Comunità" di esser provvista di denaro per le spese occorrenti, ordinarono "farsi intendere al provveditore dell'Azienda dei Presti" che passasse immediatamente alla cassa comunale tutto il denaro esistente nelle casse dei rispettivi presti, niuna esclusa né eccettuata.

Elessero quindi i signori Silvestro Aldobrandini, Marco Bartoli, Giuseppe Baldovinetti, Vincenzo Gondi e Scipione Ganucci, perché "con le loro buone maniere" istruissero il pubblico sulla rettitudine delle intenzioni del Magistrato civico nell'emanare tali disposizioni; e ciò perché non restasse deluso da sinistre interpetrazioni affatto aliene dei "provvedimenti pubblicati per la quiete e tranquillità di ciascheduno". Considerando poi "i signori adunati" che per provvedere con prontezza alle richieste dell'armata francese non poteva supplire la sola cassa della loro Comunità affatto "esausta di denaro"; incaricarono i cancellieri Domenico Baretti cassiere della Comunità, ed il dottore Stefano Compostoff "secondo ministro della medesima" di presentarsi "al cittadino ministro Reinhard" per ottenere da lui la facoltà di far contribuire, per una somma almeno di quarantamila scudi, le casse della zecca, della depositeria, dei lotti, della dogana "e con più analogia quella della Camera delle Comunità in cui passano tutte le rendite degli altri comuni per dipendenza della tassa di redenzione" onde supplire a tutti i bisogni inerenti all'approvvisionamento dell'armata francese "stanziata nella dominante".

Il 28 marzo si adunò di nuovo il Magistrato ed elesse "i cittadini" - poiché avevan già fatto l'orecchio a chiamarsi così - Ippolito Venturi, dottor Giovacchino Cambiagi, Angelo Mezzeri, avvocato Giuseppe Giunti, Giuseppe Borri e Francesco Pauer, allo scopo di presentarsi "a nome di tutta la Comune" dal cittadino generale Gaultier per fargli conoscere che i corpi delle guardie, tanto a piedi che a cavallo, stati disarmati dai francesi al loro arrivo, e mandati nelle fortezze come composti di persone delle quali inutili, non se ne faceva più nulla, volesse rilasciarli nella sua piena libertà, essendo quei corpi "composti di cittadini da rendersi utili in altri servizi, alla patria ed alla cultura delle campagne" tanto più che si trattava di una truppa volontaria "senza il benché minimo ingaggio".

Incaricarono altresì il cittadino gonfaloniere di rappresentare al governo francese, che la sola Comunità di Firenze non poteva sopportare le spese dell'approvvigionamento delle truppe; e che essendo tali spese dirette "alla pubblica sicurezza universale, dovessero essere ripartite sul censo di tutte le altre comunità".

Frattanto elessero "col carattere di fornitore generale dei viveri in servizio dell'armata francese", il cittadino Giovanni Paolini sotto la immediata dipendenza del Gonfaloniere, e "col peso di dare idonei mallevadori per l'amministrazione di tale commissione".

Per lusingare poi i nuovi venuti, il Magistrato civico facendosi onore col sol di luglio, giacché era costretto ad obbedire, deliberò con la massima disinvoltura, e come se lo facesse di spontanea volontà, di dare. al governo francese, "che aveva stabilito il buon ordine in tutta la dominante, un riscontro di riconoscenza e di gradimento universale con quelle dimostrazioni solite praticarsi da tutte le altre nazioni costituite nello stato di libertà". Decretarono perciò di solennizzare il dì 7 aprile di quell'anno 1799, "con una festa nazionale di giubbilo nella Piazza del Pubblico - come il Comune battezzò per proprio conto la Piazza della Signoria - con l'apposizione dell'albero della Libertà, incaricando per la buona riuscita i seguenti soggetti: Filippo Guadagni, Angiolo Mezzeri, e Giovanni Baldi col carattere di deputati", Carlo Mengoni "coi carattere di oratore per un'allocuzione al popolo"; e col carattere. di poeti "per una raccolta" i cittadini Vincenzio Pieracci, Gonnella e Falugi.

Il cittadino Giuseppe Manetti, fu eletto col carattere "di architetto alla festa": e con quello di operatori, i cittadini Castellan e Seignorett.

Con la speranza poi che il governo francese venisse in aiuto alla cassa del Comune mercè il concorso di quella della Camera delle comunità, scialarono alla grande, stanziando dodici doti, di dieci zecchini l'una (112 franchi) "a dodici zittelle" che avessero pronta occasione di maritarsi, sebbene poi i matrimoni fossero diciotto, perché sei coppie non pretesero dote.

Tanto zelo però fu raffreddato alquanto da un ordine del cittadino generale Gaultier "imponente il trattamento di tavola, ec., da farsi ad esso e suo seguito dalla Municipalità di Firenze".

I cittadini priori dovettero striderci; e con partito di dieci voti tutti favorevoli "autorizzarono il loro gonfaloniere per una giornaliera prestazione" per il trattamento dell'egregio generale e suo seguito, e deputarono il cittadino Vittorio Hassiè d'eseguire un tal ordine a richiesta, e di fare tutte le spese occorrenti "con quella decenza e proprietà" che si richiedeva a riguardo di tali persone.

Ma giacché doveva la Comunità pensare a dar da mangiare al generale ed al seguito, credettero bene i cittadini priori di spender qualcosa anche a vantaggio loro; perciò nel giorno stesso stabilirono, che dovendo essi prender parte alla festa nazionale col loro cancelliere e primo coadiutore, non era conveniente di presentarsi "con la veste solita usarsi nel passato governo; ma di intervenirvi" con quella uniforme democratica ammessa dagli altri governi in simili funzioni, da farsi a spese della comunità per dieci residenti unicamente al loro assessore ed ai due ministri sopraindicati, "da unirsi alle altre spese" che accorrerebbero per la festa. Fu stabilito però che le tredici uniformi sarebbero appartenute sempre

alla Comunità e passate in consegna al cittadino magazziniere Bernardino Pratellesi, per servire in altre simili eventualità; o alienarsi a profitto della medesima, nel caso di dover cambiar daccapo padrone. I cittadini priori eran previdenti!

Per provvedere a queste spese, pensarono "di moderare" l'entusiasmo per la festa nazionale, riducendo a sei zecchini la dote già deliberata per le dodici zittelle che avessero nel giorno della festa nazionale pronta occasione di matrimonio.

E per maggiore economia stabilirono che l'abito uniforme bianco e la cuffia di cui dovevano esser fornite le spose a spese della Comunità, dopo la cerimonia del matrimonio attorno all'albero, dovessero essere restituite.

Nel dì 30 aprile poi, a cose finite, il Magistrato civico "considerando che il cittadino Pietro Feroni" nell'occasione della festa della libertà "si distinse con una dotta ed elegante allocuzione fatta al pubblico, e considerando ugualmente come articolo di precisa convenienza, di contestare al medesimo un atto di pubblica gratitudine" deputarono il cittadino gonfaloniere Giuseppe Morelli, a contentarsi di indirizzare all'eloquente oratore un biglietto di ringraziamento "che contesti al medesimo la riconoscenza del pubblico".

Il Comune si trovò poi in serio imbarazzo per il cambio, e dovette ricorrere alla creazione di un cambio forzato con quel frutto che fu poi stabilito coi "creditori cambisti, per la concorrente quantità di quindicimila novecento scudi, da repartirsi fra diversi possidenti più facoltosi"; i quali però eran sempre quelli che si ritenevano per giacobini. Gli austriacanti per quanto gravati anch'essi, lo eran però un po' meno.

In nuovi e gravi imbarazzi si trovò pure la Comunità alla fine di maggio del 1799, per non avere essa da far fronte agli impegni del prestito stato ordinato da Ferdinando III nel dicembre del 1798 al quale dovevan concorrere lo "Scrittoio delle fabbriche" lo Spedale di Santa Maria Nuova, e "diversi particolari".

Ma siccome lo Scrittoio delle fabbriche non aveva denaro, lo Spedale avanzava invece dalla Comunità, e i particolari erano in parte creditori, ed in parte livellari del Comune, così il Magistrato pensò bene di gravar la mano su questi ultimi, sequestrando loro le pigioni dei fondi, ed altri beni che potessero possedere.

C'è da credere se il malcontento era giustificato!

La Comunità era ridotta a tali strettezze, che non avendo nemmeno da pagare al setaiolo Pacini e C., i drappi per i palii di San Giovanni, di San Pietro e di San Vittorio, nella somma di poco più di quattromila lire, i priori furon costretti a stabilire il 25 maggio 1799 di dargli un acconto "di mille lire, da pagarsi però quando la cassa della Comunità sarebbe stata in grado di sopportare tale aggravio" che era quanto dire che per il momento non c'era furia!

Per uscire un po' d'impiccio, e tanto per andare avanti meno peggio e vivere giorno per giorno, fu anticipata la scadenza delle rate della tassa fondiaria; e quando nella cassa cominciò a sentirsi il suono di qualche solitario scudo, piombò come un fulmine a ciel sereno un ordine "del cittadino Macdonald, generale in capite dell'armata di Napoli" in data 2 giugno 1799 "per la pronta somministrazione dalla Comunità di Firenze di settanta cavalli da sella, e settanta cavalli o muli da tiro".

Il cittadino gonfaloniere "per la piena e sollecita esecuzione degli ordini ricevuti" non vide altro mezzo che di fare una nota, al solito, di centotrenta cittadini più facoltosi, che andavano diventando invece, a forza d'aggravi, i più miserabili, i quali dovessero somministrare altrettante bestie.

E il Magistrato approvò con nove voti, tutti favorevoli!

Per render sempre più floride le condizioni del Comune gli egregi cittadini Rutilio e M. Ranieri Orlandini che avevano dato a cambio alla Comunità la somma di 2506 scudi, vedendo che le cose andavano di male in peggio, nel 13 giugno domandarono l’immediato rimborso della somma da essi data in prestito, o l'aumento del frutto. Ed il Magistrato preso così per il collo, dové portare dal quattro al sei per cento il frutto del capitale medesimo!

Tutte risorse coteste, che rendevan sempre più facile e simpatico il nuovo regime dei liberatori.

Quando poi si allontanarono le truppe francesi, per assicurare "la tranquillità, la quiete e la sicurezza" della città il Comune fu costretto a provvedere, senza denari. E al solito se la cavò "con una deliberazione del 24 giugno 1799 dichiarando ipsofacto come descritti nel catalogo della truppa nazionale tutti i possidenti della città, senza elezione alcuna, e i loro figli capaci di portar l'arme".

Furono iscritti pure gli impiegati e i loro figli, e i pensionati.

Tutto questo "al fine di dimostrare alla nostra patria - servendo lo straniero - lo zelo, l'interesse, la fedeltà e l'attaccamento dì cui ciascheduno è debitore verso la medesima"! E siccome il Senato fiorentino, subentrato al governo francese, per fare onore alle deliziose truppe aretine ordinò uno spettacolo in onore di queste al teatro del Cocomero nella sera del dì 8 luglio, così la Comunità dové pagare a Gaetano Grazzini, impresario di quel teatro, la somma di cinque zecchini per la spesa dell'illuminazione del teatro.

E la Comunità, che andava sempre più in rovina, si vide costretta ad incaricare il cancelliere Domenico Baretti di adoprarsi col signor - non si diceva di già più cittadino - Giovanni Marcantelli, all'effetto di raccogliere delle somme da darsi a prestito alla Comunità stessa, rivolgendosi "al signor Francesco Baldi, al signor Donato Orsi e ad altri banchieri di credito".

Ma nessuno correva a prestare al Comune; il quale fu costretto nientemeno che ad implorare, con partito dell'11 luglio, dall'inclito Senato, l'autorizzazione di impegnare a favore di una persona da nominarsi che si era offerta di fare un prestito di- mille scudi, "il fondo che serviva di residenza al Magistrato comunitativo"! cioè il palazzo della parte guelfa in Piazza San Biagio.

E benché si trovasse il Comune in queste misere condizioni, pur nonostante il gonfaloniere Orazio Morelli, che a quanto pare, odiava i francesi ma amava i tedeschi - come se questi non fossero stranieri - ebbe il coraggio di proporre "di accordare agli individui della cavalleria tedesca una gratificazione di cinque paoli a testa per i comuni, ed un mese di paga per ciascheduno degli ufiziali, essendo stato considerato il merito della predetta truppa non meno che la riconoscenza di cui è debitrice la città di Firenze alla loro sollecitudine e al disagio da essa sofferto nel pronto viaggio che ha intrapreso per giungere prontamente in Firenze".

Cose che fanno ira soltanto a leggerle!

Il 18 luglio cadde un altro tegolo sulla testa del Magistrato civico con le istanze presentate da alcuni vetturali i quali esponevano di essere stati requisiti "con un respettivo loro numero di muli e cavalli in servizio dell'armata francese, e da questa città condotti a forza in varie parti dell'Italia". Quindi, di essere stati obbligati dai francesi ad abbandonare le dette bestie, e a ritornare "raminghi e desolati alle loro abitazioni". Perciò facevano istanza di essere indennizzati della perdita fatta. Dopo avere accertata la verità dei fatti esposti dagli otto vetturali ricorrenti il Comune fu costretto a pagare, "per indennizzazione delle rispettive bestie loro requisite con i legni e finimenti perdute, ucciseli e tolteli, nel servizio forzato dell'armata francese", e segnatamente in occasione della battaglia della Trebbia, la somma di franchi 13.585,74 pari alla moneta d'allora a 2310 scudi, di cui novecento ai signori Fratelli Fenzi.

Il signor Orazio Morelli tutto propenso per i tedeschi (ed al quale sarebbe stato bene, se non sembrasse un po' volgare l'augurio, un attestato di riconoscenza scrivendoglielo dove eran soliti di scriverlo loro col bastone di nocciuolo) nell'adunanza dei Magistrato dello stesso dì 18 luglio, domandò "se piaceva ai signori adunati di eleggere due soggetti della loro Comunità con l'espressa condizione di presentarsi ai piedi di S. A. R. Nostro Signore - cioè Ferdinando III - per contestargli i sentimenti del giubilo universale" dimostrato dal popolo fiorentino per i fausti avvenimenti delle armi austro - imperiali, e per le cure che si era dato di sollevarlo dal giogo pesante delle armi straniere che avevano barbaramente invaso la Toscana. Ma la proposta del signor Orazio non andò a genio; e quando fu girato il partito "tornò negato": che era quanto dire che se qualcuno voleva andare a presentarsi ai piedi del Sovrano, ci andasse lui perché "i signori adunati" non si sarebbero mossi per ringraziarlo d'un cambio di stranieri.

Per non perder l'uso di farsi prestar denaro, il Magistrato nella seduta del dì 8 agosto incaricò il signor gonfaloniere di prendere a prestito da una o più persone la somma di diecimila scudi "al frutto più discreto della piazza" e ciò in vista degli urgenti, bisogni "e segnatamente per provvedere le armate austro – russe". Perché il bello era questo, che tutte le migliaia di scudi che si macinavano, tutti gli imprestiti che il Comune era costretto a concludere facendosi anche strozzare, servivano sempre per mantenere gli stranìeri che spadroneggiavano in casa nostra, oltre poi al ringraziarli e dar loro le gratificazioni per lo zelo col quale accorrevano e per la noncuranza con cui affrontavano i disagi del viaggio!

Dovevano stare a casa loro, e così non si sarebbero strapazzati. Il male era che ci avevan conosciuto!...

Per vedere di realizzare qualche soldo, i priori della prima, della seconda e della terza borsa, stabiliron di procedere, senza la solennità dell'incanto ma privatamente, alla vendita di tutti gli abiti uniformi serviti in occasione della festa "così detta nazionale". Avevan durato poco!

Fra tanti rincalzi, la Comunità ebbe anche la disdetta di una eccessiva mortalità nelle "truppe imperiali" stanziate in Firenze; poiché dal 25 settembre 1799 al 23 aprile 1800 "i cadaveri estratti dagli spedali militari dell'armata austriaca" ascesero a 1812. Per conseguenza "conguagliati a 115 cadaveri il mese" furono dovute sborsare dalla esausta cassa comunale, con platonica protesta di rivalsa verso l'amministrazione militare, venti scudi per il pagamento del trasporto di quei cadaveri nel cimitero di Trespiano, per parte del cottimante Niccola Martini, che li portava lassù sui carri come i maiali al mercato.

Per cercare di fare economia in tutto, il Magistrato civico si sarebbe attaccato ai rasoi: lo provi il fatto, che per l'illuminazione comprava due o tre barili d'olio per volta; e di più, per non spender tanto nella rena che si spargeva nelle vie, per tutto il corso delle carrozze e dei barberi in occasione di feste fu deciso che dopo la festa fosse ammassata dagli spazzini "e depositata in una buca da farsi nell'area del Prato per quivi conservarla".

Di fronte a tanta miseria, capitò come un disastro più grande il ritorno dei francesi; i quali per non perder tempo imposero con decreto del 19 ottobre 1800 emanato dal general Dupont, comandante in Toscana, alla città di Firenze una contribuzione di due milioni e mezzo di franchi. Ma il magistrato, "persuaso dell'impossibilità di poter collettare dagli abitanti della città, estensivamente anche ad ogni ceto, la detta somma", incaricarono il nuovo gonfaloniere marchese Francesco Catellini da Castiglione, ed altri sette rispettabili soggetti "di presentarsi in corpo in forma di Deputazione pubblica" al luogotenente generale Dupont e fargli presente "con l'esposizione di tutti i fatti antecedenti, la povertà del paese, le luttuose circostanze in cui si ritrovava da molto tempo la decadenza del commercio, la scarsità delle raccolte, e per conseguenza l'impossibilità assoluta di supplire alla detta richiesta, pregandolo instantemente a volerla moderare più equitativamente".

E il gonfaloniere coi "sette soggetti" si presentò al generale Dupont, il quale prese tempo a rispondere. Ventiquattro ore dopo il Magistrato civico ricevé una lettera del generale di brigata Gobert "capo dello stato maggiore dell'ala diritta", con la quale si manteneva ferma l'imposizione di due milioni e mezzo da repartirsi fra le seguenti classi, e cioè: sulle case più opulente della nobiltà, del clero, e del commercio; sul corpo della nazione ebrea, sulle proprietà della corona, le commende di Malta, l'Arcivescovado, i capitoli, le abbazie e conventi della città.

E daccapo "si ingiunse" al gonfaloniere ed ai sette soggetti di presentarsi al generale Gobert per dimostrare al solito anche a lui le circostanze luttuose della città, gli aggravi da essa sofferti nel corso di pochi anni, ed insistere per la diminuzione della imposizione.

Finalmente, dopo tante umiliazioni e preghiere, a chi veniva ad invader di nuovo il paese, la contribuzione fu ridotta a un milione e centomila franchi "con la condizione però che per garanzia dell'esito di tale imposta venisse effettuato un deposito in gioie, per la somma di trecentocinquantamila franchi". Varii gioiellieri si prestarono a fare il detto deposito, "con le debite solennità" con la condizione però che per la garanzia dei loro depositi oltre all'obbligazione dei beni della Comunità, fossero ipotecati "tutti gli effetti e i beni della R. Corona". Ma il Magistrato non essendo autorizzato "a procedere, al passo doloroso" della ipotecazione dei beni della corona, rappresentarono al generale Dupont che gli piacesse di farglielo accordare per poterlo portare alla debita esecuzione.

Mentre il Comune imponeva le quote dell'imposizione ai cittadini indicati nell'elenco dei facoltosi - come per ironia si seguitava a chiamarli, - molti di essi badavano a tempestar di domande il Magistrato per essere esonerati da un aggravio che non potevano affatto sopportare.

Ma il generale Dupont chiedeva alla Comunità la nota dei contribuenti tassati con l'intimazione ai morosi dell'arresto e dell'esecuzione militare. Questa terribile minaccia, fu poi commutata nella contribuzione doppia!

Come Dio volle, il milione e i centomila franchi furon raccolti; ma "per le laboriose operazioni" ci vollero dodici donzelli che furono impiegati in tutte le ore, anche non compatibili, e perfino di notte; e fecero un così attivo servizio, che il Magistrato nel dì 11 novembre 1800 stanziò a loro favore centoventi zecchini. Ma il Comune ebbe a spendere anche quarantanove scudi per far trasportar i denari raccolti "alle case di abitazione del commissario di guerra e del tesoriere delle contribuzioni". E di più, occorse la spesa di seicentodue lire spese dal gonfaloniere per il mantenimento di sei granatieri francesi "attesa l'esecuzione militare da esso sofferta nella casa di propria abitazione posta in Via Ghibellina". Con tutta la sua buona volontà, il marchese Catellini fu tenuto come prigioniero in casa sua, finché non fosse coperta la somma del prestito, e di più ebbe a pagare i soldati che gli fecero la guardia! Nessuno era mai stato bene come allora, coi liberatori in casa!

Avuti i denari, il governo provvisorio francese per certe circostanze piuttosto gravi, che ne minacciavano la sicurezza, pensò bene di prendere un po'il largo e di ritirarsi in luogo più cauto e sicuro.

E intanto il Comune si trovò a dovere organizzare, lì per lì, un battaglione di guardie di sicurezza agli ordini del maggiore Vaccà.

I guai pareva che cominciassero allora, e sempre più gravi.

Mentre la Comunità nel 28 dicembre 1800 si trovava nella dolorosa condizione di dover chiudere lo Spedale di Santa Maria Nuova per mancanza d’assegnamenti, giungeva il giorno stesso una lettera del generale Miollis, tornato a Firenze coi suoi francesi, imponendo l'immediato sborso di centomila franchi con la minaccia della carcere a tutto il Magistrato nel caso di non adempimento!...

Una città così tartassata, così oppressa, non aveva nemmeno la forza di ribellarsi, perché tutta la gioventù valida era sotto le armi, indossando la divisa degli oppressori, e si trovava sparpagliata chi sa dove, ad esporre la vita per essi!

Non essendo affatto possibile alla Comunità, nonostante il raddoppiamento e l'anticipazione della riscossione dei dazi, di pagare la somma domandata, ebbe a ricorrere ad alcuni mercanti per mettere insieme un acconto, non avendo nella cassa che 7250 franchi che offrì tutti alla cupidigia del generale Miollis, rimanendo il Comune senza un soldo.

E quei "mercanti" che furono i fratelli Salvetti, il dottor Cesare Lampronti, Francesco Morrocchi, Lorenzo Baldini, i Fratelli Fenzi ed Ezechia Baraffael, spremendo alla loro volta le proprie casse, riuscirono a mettere insieme la meschina somma di novemila ottocento franchi. Milledugento - non avendo altro - ne diede la depositeria e per essa il signor Francesco De Cambray Digny.

Cosicché raggranellata alla meglio con tanti stenti e tante umiliazioni la somma di diciottomila lire, ebbero anche a implorare che venissero accettate come. acconto, versando quella somma nelle mani del cittadino Delmar, tesoriere particolare del governo provvisorio.

E s'era anche ridotta la Comunità a pagare a sgoccioli anche i giandarmi, passando al loro comandante Carlo Trieb ogni quattro giorni la paga per gli uomini, se c'eran però i quattrini in cassa.

E nonostante, il buon Magistrato civico la sera del 31 dicembre 1800 si riunì nella canonica di San Lorenzo "di dove si portò assieme al Magistrato supremo nella chiesa di detto Santo" per assistere al solenne Te Deum per il ringraziamento dell'anno!

Erano andate bene le cose!...

Il nuovo anno 1801, lo cominciò anche meglio la Comunità. Dové sborsare al libraio Giovanni Nesti quarantacinque scudi e cinque lire per un conto di carta, penne, ceralacca e fattura di libri bianchi, occorsi per il servizio delle truppe francesi. E per seguitare anche meglio, pervennero il primo gennaio due lettere, una del cittadino Delmain, e l'altra dell'aiutante Vincenzo Brihes "comandante e capo dello stato maggiore" dirette al ritiro della somma di centomila franchi esclusa ogni speranza della minima dilazione!

Come se poi non bastassero tante angustie, la Comunità doveva far buon viso e pagare le spese superflue ed inutili imposte dal governo francese. Così dové, facendo proprio alla meglio e chiedendo anche scusa, assegnare sole quaranta lire toscane ai custodi della Libreria Magliabechi, "per le fatiche da essi sofferte in occasione della festa data dal governo francese in morte della poetessa Corilla Olimpica".

E poi il 5 gennaio ebbe a sborsare tremila scudi per compra di cavalli da sella in servizio delle truppe francesi; e di più pagare dieci cambiali per la somma di altri milledugentoventiquattro scudi, occorsi nella precedente compra di ventotto cavalli sempre per le medesime truppe.

Ed avendo la Comunità ordinato un nuovo imprestito ai mercanti, tutti fecero domanda di esserne esonerati; ed i primi furono Cesare Graziadio Ginettau, imposto per trecento scudi, e Gabbriello Bollaffi per egual somma.

Fecero anche una simile istanza la prima delle suore del Conservatorio della Pietà, in Via del Mandorlo - dove oggi sorge l'istituto tecnico, - Maria Anna Silvani vedova Neri, Isabella Nerli vedova Almeni, Lorenzo Adami già Lami, fratelli Niccolini e Ubaldo Maggi; ma queste istanze poste a partito vennero tutte rigettate.

Vedendo poi i cittadini priori che essi facevano come l'asino, che porta il vino e beve l'acqua, pensarono "di avanzare una rappresentanza al governo, diretta ad ottenere una gratificazione in ricompensa delle maggiori incombenze, particolari commissioni, ed in vista pure delle quotidiane adunanze".

Girato il partito, fu approvato con nove voti favorevoli ed uno contrario.

Una cosa veramente strana e curiosa fu quella che il governo provvisorio con un avviso al pubblico in data 5 gennaio 1801, disapprovava e condannava come ingiusta ed eccessiva, la nuova imposizione fatta dal Magistrato ai possidenti, in ragione di lire diciotto per fiorino. Ma il Magistrato ribatté nell'adunanza del giorno stesso quell'accusa, con le stesse parole del Presidente del Buon governo quando questi parlò in nome del Governo provvisorio, allorché era stato costretto il 15 dicembre 1800 a ritirarsi in più pacifica stazione.

Il Presidente del Buon governo aveva scritto al Magistrato civico in questi termini; "Voi siete pertanto autorizzati a prendere tutte quelle misure necessarie per far fronte alle spese imperiose delle circostanze, le quali resteranno sempre da me approvate col mio Visto. Non mancate però di renderne parte al governo".

Oltre a questo, il Magistrato medesimo rifacendo tutta la storia della imposizione improvvisa di centomila franchi, che furon per forza dovuti sborsare in pochi giorni, deliberò "premessa solenne protesta di rispetto e di venerazione (poiché si era ridotti a tanto avvilimento)" di estendersi una memoria ragionata dalla quale resultasse che trovandosi il magistrato oltremodo aggravato nella sua rappresentanza col citato avviso a stampa del 5 gennaio 1801, e nella circostanza di dover corrispondere al pubblico sul punto interessantissimo della sua amministrazione, domandava in linea di giustizia un riparo all’offesa ed aggravio fatto al Magistrato, eleggendo a questo effetto l'avvocato Giuseppe Poschi con facoltà di presentarsi ovunque occorresse.

E intanto continuavano a piover le domande di coloro che chiedevano d'essere esonerati dalla contribuzione al prestito di centomila lire.

La risposta del governo provvisorio non si fece aspettare: ed infatti l'assessore della Comunità, avvocato Pier Maria Tantini, adunato il Magistrato comunicò ai signori priori la immediata loro sospensione dall'ufficio per ordine del governo; e la destituzione del cancelliere dottor Vincenzo Scrilli nominando a succedergli il signor Orazio Bassi, già cancelliere a Montepulciano.

Non mancava altro che farli fucilare!

Il Magistrato "per non restare ulteriormente compromesso nell'opinione del pubblico" decise di presentare una supplica al prepotente governo per manifestargli il più sensibile rincrescimento di avere incontrata la disapprovazione del governo nella creazione di una deputazione diretta a procurare i vantaggi possibili alla comunità, e dimostrare le sue innocenti intenzioni, implorando la riabilitazione all'esercizio delle sue funzioni!

Per scontare quella specie di eroica deliberazione, il Magistrato fu costretto a prenderne un'altra un po’ più umile; e fu quella del 22 gennaio 1801, con la quale, dopo aver sentito che era già arrivato in Firenze "il cittadino generale Murat" in sostituzione del Miollis, "per non mancare in veruna parte a quei doveri ai quali può obbligarli la loro rappresentanza" i signori priori deputarono il loro gonfaloniere marchese Francesco Catellini da Castiglione, insieme ad altri "soggetti" di presentarsi in forma pubblica davanti al generale Murat "a congratularsi del di lui felice arrivo in Toscana" e passar seco i più rispettosi offici di commissione e dipendenza; premessi i quali dovevano assicurarlo della venerazione che professava tutta la città alla repubblica francese, ed alle sue vittoriose armate; raccomandargli la quiete e la tranquillità, esortarlo a non permettere che fossero capricciosamente licenziati i vecchi impiegati; l'economia nelle spese e nella erogazione di nuovi impieghi per non aggravare di più la disastrata finanza.

Il 28 gennaio stabilì il Magistrato di mandare una nuova deputazione a Murat, per scongiurarlo a limitare le spese, atteso "lo stato veramente calamitoso della città per il languore delle arti, del commercio e degli aggravi inseparabili dalle attuali circostanze".

Dopo tante e così umilianti preghiere, e come misura politica, il governo fece affiggere un editto col quale si accordava ai reclamanti contro l'imposizione del prestito, aggravati e molestati dal passato governo per opinioni politiche, la condonazione della metà fino a nuove determinazioni.

E questo fu un po' di sollievo a tante angherie, fino allora continuamente sofferte.

Le cose a poco a poco parvero calmarsi con la pace conchiusa fra l'imperatore e la Repubblica francese. La mattina del 3 marzo 1801, per ordine dell'avvocato regio Bernardo Lessi, i rappresentanti della Comunità, guidati dal gonfaloniere Niccolò Arrighi, si recarono alla Metropolitana per assistere all'inno ambrosiano, in ringraziamento della "fausta notizia ricevuta dal generale Berthier" della conclusa pace.

Il Gonfaloniere e i priori intervennero alla cerimonia "in abito magistrale" ma non comparvero né il cancelliere Scrilli, né il marchese Girolamo Bartolommei e Averardo Medici "benché intimati".

Tutte le deliberazioni successive, prese in seguito dal Magistrato, lo furono senza l'intervento del cancelliere, contrarissimo ai francesi, essendo, a quanto pare, un codino numero uno!

Il 28 marzo, il Magistrato deliberò di eleggere quattro soggetti, perché in nome della Comunità si presentassero "a S. E. il signor generale in capo Murat, per contestarle i sentimenti di venerazione, di rispetto e di gratitudine con i quali il pubblico avrebbe sempre conservato la memoria di un soggetto che si era meritata la comune estimazione".

I quattro "soggetti" prescelti, furono Niccolò Arrighi nuovo gonfaloniere, il marchese Girolamo Bartolommei (che non era andato al Te Deum) il tenente Antonio Pratesi, ed il signor Cipriano Carniani; e fu "ingiunto ai medesimi di adempire alla commissione con la maggior decenza e decoro possibile, per corrispondere all'importanza dell'oggetto".

A leggere queste parole della deliberazione, pare che il Magistrato invece di quattro persone distinte, avesse eletto quattro facchini!

Il 9 aprile il dottor Vincenzo Scrilli fu "ristabilito nel suo impiego di cancelliere della Comunità civica di Firenze" e quello fu il segno che i tempi stavan per cambiar daccapo. Infatti, nel giorno stesso, il Magistrato approvava una lettera preparata fino dal 3 aprile, da inviarsi al generale Murat per fargli "sentire l'universal gradimento per la ripristinazione del Governo provvisorio granducale, all'esercizio delle sue funzioni". Ecco perché era tornato lo Scrilli!

Un'altra promessa di Murat fu quella comunicata dalla "R. Segreteria di Finanza" il 23 aprile 1801, con la quale si assicurava che d'allora in poi la Toscana, eccettuato il soldo alle truppe francesi da esser pagato mensualmente al tesoriere dell'armata, "sarebbe stata esente da ogni specie di requisizione, e da ogni altro aggravio relativo alle forniture di vestiario".

Migliorate un poco le cose, il Comune in quell'anno pensò anche alle feste di San Giovanni, che non erano state fatte l'anno avanti; e fu nientemeno in grado di pagare al signor Ottavio Codibò dieci scudi, per aver dipinto con oro e argento le striscie delle tre bandiere per i palii di San Giovanni, di San Pietro e di San Vittorio.

Il 2 agosto 1801 il Gonfaloniere coi priori del ceto nobile, e i quattro della borsa dei cittadini, con l'intervento del Senato si riunirono nel salone di Palazzo Vecchio "volgarmente detto di Leone X" per la solenne proclamazione del possesso del Granducato di Toscana, che diventava regno d'Etruria, presa dal marchese di Gallinella in nome di S. M. il Re Lodovico I Infante di Spagna e Principe ereditario di Parma, ecc.

I priori della borsa dei possidenti, che erano stati troppo bene con tutti i cambiamenti avvenuti, non intervennero a quella funzione.

Cessate le spese per le imposizioni francesi, si cominciò a spendere e spandere per far le feste all'arrivo del nuovo re. Fu stabilito di far corse di barberi, di cocchi, e incendiar fuochi sulla torre di Palazzo Vecchio; quindi di ossequiare e inchinare il nuovo sovrano, e andare a varii Te Deum, a messe cantate per l'onomastico del Re, per il suo arrivo a Firenze; poi per il viaggio della real famiglia a Barcellona, e quindi per la nascita della Principessa, avvenuta appunto durante quel viaggio; per la qual fausta circostanza nelle sere del dì 18, 19 e 20 ottobre 1802 fu illuminata la cupola del Duomo e fatti i soliti fuochi di gioia sulla torre di Palazzo Vecchio.

E nuove messe cantate e Te Deum e fuochi e illuminazione della cupola furon ripetute per il ritorno in Firenze dei sovrani e via discorrendo, spendendo centinaia di scudi, come se le casse del Comune rigurgitassero di monete.

Nel 5 gennaio 1803 il Magistrato civico, preoccupato delle "pubbliche dimostrazioni di giubbilo da esternarsi in occasione del ritorno e dell'ingresso nella città delle Loro Maestà" e della degnazione del gradimento che dimostrarono per le filiali premure esternate loro dal Magistrato medesimo, ordinarono, che in aumento delle dimostrazioni di gioia fosse illuminata la porta a San Frediano e per un tratto fosse illuminato altresì il Borgo medesimo per mezzo di lampioni, padelle ed altri vetri a riflesso, disposti in quella forma che fosse giudicata più conveniente dall'architetto Giuseppe Del Rosso.

E perché la cosa riuscisse più decorosa, invitarono ad una volontaria sovvenzione tutti i ceti della città, eleggendo col "carattere di collettori" alcuni canonici nella classe del clero, altri signori nella classe dei nobili, quattro avvocati per il ceto dei curiali, due soggetti per il ceto degli impiegati, quattro negozianti per il ceto dei mercanti e due israeliti per la nazione ebrea.

Ma con tutto questo, le spese furono piuttosto copiose. Ciò che si spendeva prima per le continue esorbitanti imposizioni del governo francese, non solo andava ora in feste, in fuochi di discutibile gioia, e nei frutti dei passati imprestiti e imposizioni, ma vi si aggiungeva la spesa per gli alloggi delle truppe spagnuole, e l'indennità in contanti per la pigione agli ufficiali ammogliati, ciò che minacciava un deficit vistoso nell'amministrazione comunale. Tant'è vero, che la Comunità deliberò nel 3 luglio 1806 di fare istanza alla Regina reggente di valersi della imposizione straordinaria di centomila scudi, esonerando la Comunità stessa dal rimettere l'importare al Monte comune.

E siccome le disgrazie non vengono mai sole, alla calamità delle truppe spagnuole da mantenere, poiché pareva proprio che la Toscana dal 1799 in poi dovesse sempre far le spese alla gente di fuori, sopraggiunse la invasione delle cavallette.

Ed il Magistrato, con una deliberazione piuttosto stizzosa, poiché la pazienza gli cominciava a scappare, protestò "di non poter pagare alcuna somma per l'estirpazione dei grilli o locuste; perché essendo il Comune circoscritto dalle mura, le locuste non avrebbero dato noia anche se fossero entrate in città. Perciò fu fatta istanza alla reggente d'essere esonerati da qualunque spesa per estirpare i grilli o cavallette che si volessero chiamare.

Il Magistrato, per non sembrare ostile alla serenissima reggente, era costretto però ad afferrare tutte le occasioni che gli si presentavano per protestare la sua devozione e l'inalterabile attaccamento tanto a lei che al suo degnissimo ragazzo, che aveva il titolo di re d'Etruria, ereditato da quel portento ch'era stato suo padre Lodovico. Perciò, nel 12 giugno 1807, cogliendo "la fausta circostanza" del ritorno delle Loro Maestà la Regina reggente ed il piccolo re, la Comunità stabilì di ordinare, come aveva fatto nel 10 maggio 1806 quando le stesse Loro Maestà tornarono da Livorno, che per dare un qualche contrassegno di pubblico gradimento e letizia fosse decentemente illuminata la porta a San Frediano per mezzo di lampioni e padelle ardenti, come ancora il Borgo a San Frediano con simili padelle o fanali a proporzionali distanze a spese della Comunità, questo s'intende. Soltanto fu risparmiata la spesa di 6851 lire, occorse nel 10 maggio 1806 per l'arco trionfale alla porta a San Frediano, che nel 1807 fu risparmiata, in vista forse che questi ritorni eran troppo frequenti.

E per rendere ancor più splendida e possibilmente più spontanea la dimostrazione, il Magistrato invitò, o meglio, intimò (come si usava di dire allora) i cittadini che avevan la fortuna di abitare dalla porta a San Frediano fino a'Pitti, di illuminare le loro case, se il ritorno delle preziose Loro Maestà fosse avvenuto di sera; e ad ornare le finestre se accadesse di giorno. Di Più, i Priori deputarono il Gonfaloniere marchese Tommaso Guadagni, il duca Ferdinando Strozzi, il cavalier Vincenzo Gondi Cerretani ed il signor Luigi Pratesi, perché si portassero al Palazzo Pitti la sera dell'arrivo, per felicitare in nome pubblico le Loro Maestà di essersi restituite alla capitale!

Pareva proprio che il Magistrato civico temesse che si perdessero per la strada!

Lo sfarzo della Corte dopo la morte di Lodovico Borbone aggravava sempre più la Comunità. Basti fra tanti esempi, quello che la Regina reggente "con biglietto della Sua Real segreteria intima del dì 22 giugno 1807" partecipò al dipartimento delle Finanze la sua approvazione "al progetto di apparato della Loggia dei Lanzi per la Festa degli Omaggi" proposto dal Consigliere Guardaroba maggiore, ordinando nel tempo stesso che la Comunità di Firenze rimborsasse la R. Guardaroba della spesa occorsa per l'esecuzione dell'apparato medesimo, e ricevere in consegna "tutte le macchine che la compongono per conservarsi ed adoprarsi in ogni successiva simile occasione".

Ma i signori Gonfaloniere e Priori non intendevano, nell'interesse pubblico, di addossarsi questo nuovo aggravio che ascendeva alla somma di 21,534 lire; perciò deliberarono di farne "delle umili dimostranze a Sua Maestà" che tale festa non riguardava la sola Comunità, "ma bensì l'universalità dello Stato"; e tanto era vero, che nel Motuproprio del 26 marzo 1782 tra gli spettacoli pubblici affidati alla Soprintendenza della Comunità con l'assegno d’un’annua prestazione, non si fa menzione dell'ornato e apparato della Loggia dei Lanzi. Tali spese restarono sempre a carico della R. Guardaroba, non avendo la Comunità sopportata altro che quella "dell'ossatura dei trono" e dei parapetti davanti alla Loggia. Perciò imploravano da S. M. la degnazione di ordinare che dette spese tornassero a far carico, come in passato, alla R. Guardaroba. Se poi S. M. insisteva nel voler gravare la Comunità di questa nuova spesa, sarebbe convenuto alla Comunità stessa di "devenire ad un supplemento d'imposizione sopra la massa dei possidenti".

E siccome il Magistrato non poteva senza regia autorizzazione procedere a tale aggravio, così pregava la Maestà Sua, se desiderava la pronta esecuzione dell'ordine dato, di autorizzare la Comunità ad eseguire il detto supplemento d'imposizione.

Pendente il ricorso del Magistrato, questi, per dimostrare lo zelo nell'onorare la reggente ed ingrazionirsi presso di lei, prese il 2 luglio 1807 questa terribile deliberazione:

"I Priori, ecc.; sentito che il maestro di posta, in occasione della corsa del palio dei cocchi mandò un paro di cavalli non atti al detto servizio, ma inviziati di restìo, con grande indecenza ed insulto al pubblico, e con pericolo d'inconvenienti, nonostante gli avvertimenti datigli precedentemente di cambiarli, allorché furono riconosciuti incapaci nelle prove, non essendovi memoria che siasi fatta una corsa più indecente, con mancar di rispetto mediante un tale atto del pubblico di vari ceti ivi accorso allo spettacolo;

Ordinarono rappresentarsi un tal fatto all'Ill.mo signor Presidente del Buon Governo, perché voglia degnarsi di far dare dal detto postiere di questa dominante al pubblico quella soddisfazione che crederà conveniente, ed intanto, sospesero il solito pagamento del nolo dei cavalli posti alla corsa predetta".

E il Presidente del Buon Governo ordinò al "Ministro della Posta" Lorenzo Cappelli di presentarsi alla prima adunanza dei Priori, ciò che avvenne il 16 luglio, ed introdotto alla loro presenza "fece le ordinate scuse e avvertito a non incorrere altra volta in simile mancanza" fu licenziato.

Quindi, per sfoggiare sempre più in uno smaccato zelo, il 4 novembre 1807 i "signori Priori sì riunirono col Magistrato supremo nelle stanze del Bigallo, e si portarono nella chiesa Metropolitana ove assistettero alla messa cantata Per la ricorrenza del nome di Sua Maestà il re nostro Signore". Dicevan proprio così, i Priori, parlando d'un fanciullo straniero!

Ma la sincerità di queste esagerate e sleali dimostrazioni fu smentita senza alcun riguardo nell'adunanza del 21 gennaio 1808 (poco più di due mesi dopo), nella quale "dal signor Gonfaloniere fu rappresentato che le Comunità provinciali si erano distinte con feste pubbliche, sacre e profane, nella fausta circostanza di esser passata la Toscana sotto il dominio dell'Augusto Imperatore dei Francesi, Re d'Italia e Protettore della confederazione del Reno, onde sembrava opportuno che anche la loro comunità esternasse i sentimenti di gioia e di pubblica soddisfazione per un tale avvenimento".

E dopo "maturo colloquio" si deliberò che nella mattina del 2 febbraio 1808, fosse cantata una solenne messa con Te Deum in rendimento di grazie all'Altissimo, "per la conservazione e prosperità dell'Augusta Persona e famiglia del prelodato Monarca e nostro Sovrano, nella Chiesa Basilica della SS. Annunziata, con l'intervento delle Magistrature solite comparire a simili solenni funzioni" e con l'invito "del militare tanto francese, che dei cacciatori urbani per rendere la funzione più decorosa".

Fu pure deliberato che la sera antecedente alla festa fossero incendiate le solite macchine di fuochi d'artifizio alla Torre di Palazzo Vecchio nel modo che si pratica la vigilia di San Giovan Battista, con fare ardere le solite fastella sulla Piazza detta del Granduca. Che fossero invitati l'Opera del Duomo, i Corpi religiosi e rettori di chiese, ad illuminare la cupola del Duomo, i campanili e torri in detta sera. Fu disposto altresì perché alla "sacra solenne funzione" fosse invitato il Magistrato supremo ed altre Magistrature; e che fossero fatte premure al Generale comandante della Piazza, affinché egli intervenisse personalmente e con l'ufizialità di Stato maggiore, alla funzione stessa e di dare gli ordini per l'intervento, sulla Piazza della SS. Annunziata nel tempo della funzione, della truppa tanto francese che urbana "in quel numero, forma e modo che ad esso signor Generale parrà e piacerà".

E per dare un po' d'amaro dopo tutto quel dolce, il Magistrato tornò subito sull'affare del padiglione della "Loggia de'Lanzi" ordinato dalla già Regina reggente per la Festa degli Omaggi, onde cercare d'intenerire il nuovo governo francese ad esonerare la Comunità da quella spesa. La risposta non si fece aspettare, e fu breve e chiara. "Si stia all'ordine del 25 giugno 1807 (quello della reggente) ed il senatore soprassindaco ne procuri il pronto adempimento". Stette fresco il Magistrato!

Poi, per amore o per forza, si cominciò di nuovo a spendere per gli alloggi delle truppe francesi, che eran tornate a occupare Firenze. E come se queste maggiori spese non bastassero, vi fu quella dei lavori occorrenti al Palazzo Riccardi, che fu scelto come sede dal generale De Moulin; 77 scudi ai fratelli Salvetti, chincaglieri, per quattro paia di candelabri a tre lumi di plaqué d'argento per uso del generale; altri 4 scudi a Giovan Pietro Peratoner per cinque dozzine di foglie per candelieri, sempre in servizio del generale.

Il 20 marzo 1808 fu comunicato al Magistrato un ordine dell'Amministratore generale della Toscana, Dauchy, di riunirsi in Palazzo Vecchio per recarsi col generale di divisione Fiorella, comandante la truppa toscana, in compagnia del decano ed auditori dell'Alma Ruota Fiorentina, del Magistrato superiore, di quello de'Pupilli, dei Presidenti del Buon Governo, del Supremo tribunale di giustizia e di otto individui scelti fra la classe degli avvocati per portarsi sotto la Loggia de'Lanzi ad assistere alla lettura del Decreto Imperiale relativo alla pubblicazione da farsi in Toscana del Codice Napoleone, da andare in vigore il 1° maggio. La promulgazione del detto Codice fu fatta solennemente per mezzo d'uno dei pubblici banditori, montato sopra un pulpito, alla presenza di numeroso popolo e dei corpi militari sì di cavalleria che d'infanteria schierati su detta piazza. Il 22 marzo i signori Priori in nome del Magistrato si riunirono "nel Palazzo del loro signor Gonfaloniere" per dare una dimostrazione di giubbilo per l'arrivo in questa città di S. E. il Prefetto del Dipartimento e di tutte le primarie autorità costituite, "in segno dell'esultanza e del rispetto che il Magistrato medesimo professava a detto signor Prefetto". Fu altresì ordinato che in detta sera fosse illuminato il teatro della Pergola a spese della Comunità qualora l'Accademia dei signori Immobili "non volesse prestarsi a tale spesa". Stanziarono 240 scudi per trenta doti di 8 scudi l'una ad altrettante ragazze, e di più si assunsero la spesa occorrente "per il vestiario uniforme" da farsi a ciascuna di dette ragazze in occasione della pubblica comparsa che dovevano fare sotto la Loggia dei Lanzi e del pubblico pranzo che dovevano "ricevere in detto luogo in un giorno da destinarsi".

E siccome la Comunità spendeva tanti denari inutili, per la falsa "dimostrazione di giubbilo" di un cambiamento che subiva ma che non aveva desiderato, così, fu ordinato "che gli alloggi anco dei semplici soldati fossero a carico degli abitanti (a meno che non preferissero di pagar la quota loro spettante in contanti) con quelli utensili e provviste che devono accordarsi a tutti i militari, concedendo ai medesimi tutte le opportune facoltà di eseguire quanto sopra, nel miglior modo possibile".

Dal 17 maggio 1808 non si parla più del gonfaloniere Guadagni, perché la Comunità fu riformata alla francese.

La prima adunanza del nuovo Consiglio comunale ebbe luogo il 28 ottobre 1808, nella sala dei Dugento in Palazzo Vecchio.

Il 24 marzo 1809 il Consiglio comunale si adunò "per affari interessanti". In quell'adunanza fu data lettura d'una lettera del Prefetto che invitava il signor Maire "a far costruire (sic) nel Consiglio municipale un ringraziamento a S. M. I. e R. per il favor segnalato fatto alla Toscana riunendo i tre nuovi dipartimenti in Granducato, affidandone il Governo alla sua augusta sorella, la principessa Elisa".

Ma siccome non si vedevano che manifesti, editti e lettere scritte in francese, questa cosa urtò la suscettibilità della popolazione, che per mezzo di don Neri Corsini, residente toscano a Parigi, fece sentire, remissivamente, le sue lagnanze "con la veduta di favorire la quinta impressione del Vocabolario di nostra armoniosa favella". L'effetto di questa rimostranza, fu la emanazione di un decreto di Napoleone, datato dal Palazzo delle Tuileries, 9 aprile 1809, col quale si stabiliva come una grazia speciale di poter parlare nella nostra lingua.

Il decreto diceva:

"La lingua italiana potrà essere impiegata in Toscana a concorrenza colla lingua francese, nei tribunali, negli atti passati davanti notari e nelle scritture private".

E per abbondare nella benevolenza continuava:

"Noi abbiamo fondato e fondiamo col presente decreto - diceva Napoleone, che con quel decreto pareva facesse miracoli - un premio annuale di 500 napoleoni, i di cui fondi saranno fatti dalla nostra lista civile e che verrà dato secondo il rapporto che ci sarà fatto, agli autori le cui opere contribuiranno con maggiore efficacia a mantenere la lingua italiana in tutta la sua purezza".

Nell'adunanza del 20 ottobre 1809 fu stabilito che per solennizzare ogni anno l'anniversario della incoronazione di S. M. l'imperatore e della battaglia d'Austerlitz, venisse stanziata la somma di 600 franchi per dotarsi una fanciulla onesta e povera, affinché potesse scegliersi lo sposo a imitazione della Rosière de'Salency. E nel 25 novembre "fu nominata Rosiera" a pieni voti la fanciulla onesta Maria Antonia Corti, d’anni 23, orfana, domiciliata in Firenze in Borgo Tegolaia, di professione tessitrice di nastri e felpe.

Questa istituzione a causa degli eventi, non durò che cinque anni; e così nel 1810 fu nominata Rosiera Maria Luisa Caterina del fu Andrea Papi, del popolo di San Lorenzo, domiciliata in Firenze in via Faenza, al n. 4709;

nel 1811 la fanciulla Barbera Allori, del popolo di San Frediano, domiciliata in via dell'Orto, al n. 3205;

nel 1812 la fanciulla Ester Paoletti, dimorante in Borgo San Frediano, al n. 3293;

nel 1813 Regina Maria Maddalena Mandò, dimorante in piazza di Sant'Ambrogio, al n. 7017.

Il 15 dicembre fu deliberato di stanziare la somma di dodicimila franchi per dare "una festa da ballo nel gran salone di Palazzo Vecchio" per solennizzare la fausta ricorrenza del giorno onomastico di S. A. I. e R. la Granduchessa di Toscana. E per riconoscenza di tale dimostrazione, una delle prime spese imposte alla Comunità dalla granduchessa Baciocchi, fu quella, pareva oramai una fatalità!, di 21,000 franchi per l'addobbo della loggia dell'Orcagna in occasione della Festa degli Omaggi, come si continuava a chiamare con una certa ostentazione, la festa di San Giovanni.

Pareva proprio che le donne destinate da Napoleone all'onore del trono, si dessero la mano per far sprecare tanti denari nel padiglione sotto il quale sfoggiavano la loro autorità!

La signora Baciocchi però, per quanto risguardava le leggi, non aveva facoltà di modificarne o di promulgarne alcuna. Certe cose le faceva da sé il suo augustissimo fratello, il quale, di quando in quando, lusingava l'amor proprio dei fiorentini perché stessero zitti. Uno di questi colpi di scena Napoleone lo fece il 9 gennaio 1811 col decreto che ristabiliva l'antica Accademia della Crusca "particolarmente incaricata della revisione del dizionario della lingua italiana, e della conservazione della purità della lingua medesima".

Per gli accademici fu stabilito un assegno annuo di 800 franchi; di 1000 franchi agli incaricati della compilazione del dizionario; e di 1200 al segretario.

11 22 gennaio 1813 alcuni membri del Consiglio Comunale per richiamare alla memoria i fatti inseriti nel pubblico giornale del Dipartimento usarono queste parole: "che la capitale dell'Impero, penetrata da giusta indignazione contro il tradimento del generale prussiano, e sviluppando nelle attuali circostanze di una guerra contro i nemici del riposo d'Europa i sentimenti di amore verso il nostro Augusto Sovrano, aveva offerto un reggimento di 500 uomini di cavalleria e con vero patriottico entusiasmo ha dichiarato che verun sacrifizio non le sarebbe costoso per sostenere l'onore nazionale, lusingandosi non senza ragione che il di lei esempio sarebbe seguitato da tutte le buone e fedeli città dell'impero, per rimettere in piede una imponente cavalleria volontaria in riparo della perdita occasionata dalle intemperie del clima". Dicevano inoltre, che Firenze, come una delle buone città, non poteva essere delle ultime ad imitare il luminoso esempio della buona città di Parigi, e a dimostrare il suo zelo ed attaccamento verso l'eroe, che in tanti incontri aveva contraddistinta la sua affezione con segnalati benefizi, domandavano che si facesse un indirizzo a S. M. I. e R. supplicandola ad accettare l'offerta di cinquanta cavalieri armati ed equipaggiati.

Il sottoprefetto, incaricato dal prefetto dell'Arno di presiedere il "Corpo municipale di Firenze" prese la parola per dimostrare agli adunati tutto il piacere che provava di trovarsi in mezzo ad essi "i di cui lumi (diceva enfaticamente il sottoprefetto) vi hanno sempre distinto nel quadro dei cittadini più scelti"!

Quindi, dopo aver dimostrato che se la capitale della Toscana "era meno ricca e meno popolosa di quella immensa metropoli che è Parigi, non l'avrebbe ceduta ad essa in devozione verso S. M., ed avrebbe saputo mostrare di essere degna di far parte " di quella gran famiglia che il più grande di tutti gli eroi ha salutato il primo col titolo di grande Nazione"!

"Fiorentini! - esclamò più che mai incalorito il sottoprefetto come se credesse a quanto egli stesso diceva - Fiorentini! Voi che siete distinti e sì celebri per le arti e per le scienze... Voi, che per sì illustri titoli siete stati chiamati gli ateniesi dell'Italia, ecco l'occasione in cui potete mostrare di meritare questo nome sul rapporto ancora del valore e dell'onore nazionale".

Dopo aver tirato in ballo perfino Lorenzo de'Medici, il sottoprefetto conchiuse: "La città di Firenze cosa può far meno che dare in tale occasione cinquanta cavalieri equipaggiati"? E come se nelle condizioni in cui si trovava il Comune l'equipaggiare lì per lì cinquanta cavalieri per mostrarsi i fiorentini i veri ateniesi d'Italia fosse una cosa da nulla, con la solita burbanza il sottoprefetto disse che, quella offerta era da considerarsi "come la più debole espressione dell'attaccamento il più inviolabile" che Firenze nutriva per il suo Sovrano!

Per colmo di gentilezza, il sottoprefetto esclamò: "Nella mia qualità di Presidente propongo che sia nominata una Commissione a seduta permanente, la quale componga un indirizzo a S. M. onde supplicarla ad accettare il numero precitato di cinquanta cavalli"!

Fu sul momento nominata una Commissione composta dello stesso sottoprefetto, del maire Angiolo Mezzeri, Pietro Torrigiani, Spinello Spinelli, Amerigo Marzi Medici e Alberti con l'incarico di redigere lo spontaneo manifesto che il sottoprefetto aveva proposto, e anche per trovare il modo di pagare l'equipaggiamento dei cinquanta cavalieri.

L'adunanza fu sospesa per riprendersi la sera, onde compilare il famoso indirizzo. Il sottoprefetto però mise fuori lui il progetto d'indirizzo che aveva già preparato, se non gli venne direttamente da Parigi, e che lesse agli adunati i quali, non c'è bisogno di dirlo, lo applaudirono e l'approvarono mezzi pazzi dalla gioia, non fosse altro per vedersi risparmiata la fatica di compilarlo, nonostante che fossero stati nominati apposta!

L'indirizzo fu questo, che val la pena di riprodurre tale e quale, come documento del tempo.

Sire!

Non presagivano, o Sire, i Vostri nemici, cui più assai che il valore del braccio e i calcoli profondi e combinati del genio accordò un'ombra di fuggitiva vittoria, l'aver per alleati un suolo ospitale e deserto, un Cielo tetro ed inclemente. No! che nella Loro stolta e cieca ferocia non presagivano che questa sarebbe stata l'epoca del Vostro più splendido e più gradito trionfo.

E qual altro momento, Sire, aveste giammai più caro e più bello pel Vostro cuore di quello, in cui l'onore dei Vostri sudditi, assiepandosi intorno a quel Trono incrollabile, che il Vostro valore inalzò, che il Vostro genio trascendente sostiene con uno slancio universale e spontaneo, sembra chiedervi a grandi grida il diritto di sviluppare senza conoscere misure o confini, tutte quante pur sono le forze immense del Vostro Impero di offrirvi tutti gli inesausti suoi mezzi, e di sottoporsi, ove l'uopo lo chiegga, anche a tutti i sacrifizi, che il Vostro cuore vorrebbe pur risparmiare, onde fare alta, pronta ed immancabile vendetta dei disastri, cui per l'inclemenza della stagione e del clima, e per la barbarie inconcepibile e rivoltante di un nemico, che festeggia ed illumina i suoi trionfi con l'incendio delle sue capitali, la Vostra Nordica armata non ha guari soggiacque!

Questa Epoca grandiosa, perché gravida certamente di nuove Glorie per Voi, schiude agli occhi di V. M. uno spettacolo commovente per un lato ed imponente per l'altro, lo spettacolo cioè dell'amore che meritate, della forza che possedete. In mezzo a questo toccante e sublime spettacolo, i Vostri occhi Paterni non ricercheranno indarno i Vostri sudditi Toscani.

La Vostra buona Città di Firenze, su cui versaste a piene mani i favori, cui conservaste l'antico non deturpato tesoro della sua lingua, avrebbe creduto di essere ingrata se fosse stata l'ultima a comparire e distinguersi in questa gara di sforzi e di amore a farvi conoscere da quale alto e profondo senso di sdegno è stata all'Istoria dei Nordici tradimenti compresa, e a domandarvi, insomma, di dividere con le altre buone Vostre Città l'onore di offrirvi un drappello di eletti Cavalieri, che somiglino in valore quelli, che Ella formava nei tempi, in cui Ella era l'Atene di Italia, non meno pella cultura delle Lettere, che pello splendore delle sue Vittorie.

Armando il braccio di questi Giovani Cavalieri, Noi diremo Loro quanta messe di gloria possano, da Voi guidati, raccogliere, ed esigeremo da Essi sull'Altare della Patria il Sacramento Solenne di spargere tutto il Loro sangue per Voi, e per vendicare e punire l'onta e l'obbrobrio del più vile, del più inaspettato dei tradimenti, che l'Istoria dei Generali ribelli abbia offerto giammai.

Se il Vostro braccio formidabile e poderoso, operando con piccoli mezzi talvolta grandissimi fatti, ha sbalordito i contemporanei con una serie prolungata d'inauditi prodigi, che potranno per avventura sembrare ai posteri favolosi, quali auspicati successi non dobbiamo dal Vostro Olimpico genio sperare oggi, che la tenera devozione dei Vostri sudditi tante forze, e tanti mezzi a Vostra disposizione dispiega!

Ah sì! questi augurii, o Sire, che sono su i labbri e nel cuore di tutti quelli che governate, non torneranno vani. Le Nostre speranze, i Nostri voti, come il Nostro amore, sono tutti in Voi e per Voi, che spingendoci agli alti destini, cui le Vostre sublimi concezioni vi chiamano, fiaccherete in istanti il burbante effimero orgoglio d'uno sciame insolente di schiavi e di Sciti, e mostrerete con nuove meraviglie all'Europa e alla perfida e dispettosa Albione, che sotto la guida di un abile Capitano e di un Gran Monarca, potente pell'amore dei suoi sudditi, ugualmente che per la forza immensa delle sue Armi, una perdita momentanea non fa che preparare dei Trionfi brillanti e durevoli.

Non s'è mai sentito nulla di più tronfio, di più esagerato, di più fanfarone!

E i rappresentanti della città non ebbero a far altro che chinar la testa, figurar d'esser contenti come pasque, e firmarlo!

Una delle pochissime deliberazioni prese dal Magistrato nel vero interesse di Firenze, fu quella del 17 marzo 1813, risguardante il pubblico incanto della Biblioteca Riccardiana, la quale, con sentenza del tribunale del dì 3 marzo, era stata aggiudicata ad una società di librai per il prezzo di novantottomila franchi.

Il Magistrato, restò impressionato, e non a torto, da questo fatto, che toglieva a Firenze "il prezioso deposito di libri e manoscritti che arricchiscono la detta Biblioteca", come aveva già deplorato il Corpo municipale fino dal 6 luglio 1812; e sentito che la società dei librai Molini, Landi, Piatti, Pagani e Tondini si contentava di un guadagno di diecimila franchi, e così la spesa totale sarebbe ascesa fra carte, spese di registro e di tribunale a franchi110,698, "il Consiglio, considerando che non vi può essere un mezzo più plausibile ed efficace per assicurare alla città di Firenze i monumenti di scienza a vantaggio dell'istruzione pubblica desiderati tanto dall'Imperiale Accademia della Crusca quanto dal voto generale dei dotti e letterati, stabilì di proporre al Ministero dell'Interno l'acquisto (che fu poi debitamente e legalmente approvato) della Biblioteca Riccardiana, impegnando i fondi disponibili sul bilancio del 18I2".

Quindi, come se l'unica cosa fatta proprio nell'interesse di Firenze dovesse esser subito scontata, il Consiglio, nell'adunanza del 13 maggio, fu costretto a considerare che essendo la città di Firenze il centro della Toscana, e che la residenza della Corte di S. A. I. e R. Madama la Granduchessa e di molte principali autorità che non esistono in altri dipartimenti sono tutte ragioni che l'obbligano ad un'attiva ed estesa polizia, fu stanziata la somma di 19,000 franchi per l'esercizio di una polizia vigilante.

Ma intanto il tempo passava e il corpo di cinquanta cavalieri equipaggiati da offrirsi all'Imperatore non si metteva assieme, perché nessuno correva ad arruolarsi volontario. E nella seduta del 21 maggio si fu costretti a imporre un supplemento di 3500 franchi per provvedere a completare l'equipaggiamento dei cinquanta cavalieri e il reparto della spesa fu fatto tra i soliti contribuenti "descritti nei ruoli primitivi" vale a dire quelli stessi che in tutte le occasioni, quando si trattava di pagare, eran sempre cercati. Il più bello fu, che per mettere insieme i cinquanta guerrieri bisognò ricorrere ai coscritti!…

Finalmente, tutto questo tramestìo di governi, di regnanti, di invasioni, d'oppressioni, di soperchieria, di insolenze e d'umiliazioni, che aveva sdegnato anche i più liberali, ebbe il suo termine; e pur troppo tutti si sentirono riavere al ritorno di Ferdinando III. Si tornò al Gonfaloniere che fu il marchese Girolamo Bartolommei, il quale, convocata il 6 luglio 1814 "la Magistratura civica di Firenze" notificò ad essa l'editto del 27 giugno precedente, col quale veniva ordinata la soppressione delle mairies e la ricostituzione della Magistratura civica.

 

VIII

Il granduca Ferdinando riprende i suoi usi

Udienze - La contessa d'Albany - Pietro Leopoldo e le donne fiorentine Una lettera della d'Albany - Viaggio del Granduca a Pisa e Livorno - Vita intima del Sovrano - Veglione alla Pergola - Etichetta di Corte - Una osservazione del generale Vettori - Festa a' Pitti.

Una delle prime e maggiori seccature, poiché non si può dire diversamente, che ebbe a sopportare Ferdinando III appena tornato a fare il Granduca, fu quella delle udienze. Incaricati di governi, ministri esteri, magistrati, preti, soldati, vescovi, generali, le deputazioni dei teatri e della nazione ebrea di Firenze e di Livorno, nobili, negozianti, e perfino i festaioli di San Lorenzo, tutti afflissero, con la premura di ossequiarlo, il reduce sovrano.

Ma quelli che forse ci guadagnaron di più, furono i setaioli Giuseppe Berti, Giuseppe Tanghi e Francesco Barbantini, i quali "umiliando al real sovrano diverse pezze di drapperie da parati", ebbero la consolazione di vedere che quei drappi incontrarono tanto il gusto del Sovrano, che ne diede loro una "buona ordinazione" principal fine della domandata udienza dei tre setaioli.

Fra le dame di gran nome ricevute da Ferdinando III vi fu la contessa d'Albany, che nel dì 3 ottobre 1814 ebbe l'onore di presentare al Granduca le sue congratulazioni, tale e quale come avrebbe fatto una regnante; poiché non poteva dimenticare la sua stirpe di regnanti autentici, discendendo essa dagli Stuardi di Scozia.

Quella signora abitava in Firenze perché le faceva piacere, ed era perciò nel suo diritto; ma nessuno come lei malmenò tanto le donne fiorentine, incoraggiata forse dall'esempio di quel tipo unico di sovrano che fu Pietro Leopoldo, il quale, in fatto della istruzione di esse, non ne fece certamente un bel quadro, come apparisce dalla lettera che scrisse all'arciduchessa Cristina governatrice dei Paesi Bassi. In quella lettera, Pietro Leopoldo, per dimostrare l'imbarazzo in cui si trovava non sapendo come fare a trattenere ed a svagare i granduchi di Russia, che avevan deciso di venire a Firenze, diceva che quivi, dal più al meno, alla meglio o alla peggio tutti intendevano il francese, press'a poco come i camerieri di locanda; ma che non si sarebbero trovate cinque signore che l'avessero parlato speditamente. Era una cosa che faceva loro molto onore!

Se alcune persone istruite vi erano - scriveva sempre Pietro Leopoldo - e con le quali la granduchessa di Russia, era persuaso, si sarebbe trattenuta con piacere, era tra gli impiegati. Ma l'imbarazzo maggiore per il Granduca Pietro Leopoldo era quello che nessuna signora, anche nobile, sapeva ballare!

Per conseguenza, c'è da figurarsi come deve aver ricevuto con piacere l'avviso da Pietroburgo che i principi russi sarebbero venuti a Firenze, giacché non poteva offrir loro nemmeno un ballo.

E se volle levarsela pulita senza farsi scorger per se, ne fare scomparire, come si sarebbero meritato, le dame, ebbe a ricorrere al ripiego di dare delle conversazioni "senza cerimoniale" facendo - come si dice oggi - un po' di musica, come in qualunque casa di modesti botteganti riverniciati a nuovo, o di appaltatori arricchiti che si sforzano, ma inutilmente, di passare per signori.

Col ripiego dunque della conversazione alla casalinga, dove si giuocava in varie stanze perché non "c'erano formalità" e coi balli al teatro, tanto per far passar loro la serata, senza nemmeno una società abbastanza distinta, Pietro Leopoldo si disimpegnò coi Granduchi di Russia che andaron via contenti come pasque. Ma fu più contento il Granduca, poiché finché stettero in Firenze, stava sulle spine per non sapere che cosa fare per tenerli allegri.

Tornando alla contessa d'Albany, essa dava una lusinghiera idea delle donne fiorentine, e della società di quel tempo, in una lettera ad un amico; lettera che molto probabilmente la seducente contessa non pensava mai che sarebbe andata alla posterità!

Ebbene, essa senza tanti complimenti dice chiaro e tondo, con un'aria di supremo disprezzo, e fors'anco con un po' di frangia e di malignità, che le fiorentine del suo tempo "erano volgarissime eccettuata la Fabroni, che era la meno ignorante, perché aveva un marito che poteva dirsi una biblioteca ambulante, ed anche perché si trovava con tutti i forestieri che venivano a Firenze, e frequentava pure quelle poche persone che sapevano leggere"! Poi, la contessa d'Albany, continuando a fare il quadro della società fiorentina, un po' pettegolando, scriveva:

"La Pallavicini s'è un po' guastata col signor Settimanni (il suo cicisbeo), che essa accusa d'esser troppo freddo. La Venturi è morta ieri sera ed ha lasciato detto che vuole essere esposta per due giorni prima d'esser sotterrata.

Io credo che suo marito si sia sentito riavere essendo liberato di quella donna, che negli ultimi mesi della sua vita ha dato degli assalti terribili alla sua avarizia: poiché essa aveva delle stranezze incredibili. Gli aveva perfino fatta ammobiliare la camera di nuovo. ed aveva cinque o sei letti di tutte le grandezze!

Cicciaporci sta meglio e la sua gotta va scomparendo; ma sua moglie però è terribilmente noiosa, e mi secca coi suoi discorsi senza nominativi né verbi, ed è una chiacchierona che non si cheta mai.

Qui, la prima condizione d'un patto di cicisbeismo è quella di rinunziare ad ogni occupazione, per dedicarsi interamente alla bella insipida. Ho veduto la Zondadari che è molto ingrassata; ma più da una parte che da un'altra: suo marito mi pare che non valga nulla. La Mastiani di Pisa sbircia tutte le donne, perché vogliono imitarla tutte; ma disgraziatamente per loro non hanno la sua borsa.

Qui c'è sempre la smania di recitare; ora si deve rappresentare l’Oreste: la Pallavicini farà da Clitennestra,; la Fabroni, Elettra; e Fabio, Oreste; ciò che è veramente ridicolo, poiché la Fabroni, che è grossa e molto alta, sembra più essa la madre che la Pallavicini.

Le fiorentine che sono delle stupide (dice proprio stupide la contessa d'Albany) passano la loro vita attorno a una tavola di Faraone per guadagnare o perdere qualche paolo. lo non ho mai veduto delle donne più insipide e più ignoranti".

Ma non s'è mai sentito nemmeno parlare con più cortesia, specialmente da una signora!...

Non è tutto però ancora.

La contessa d'Albany continuando, e da maestra del genere, dice nientemeno che le fiorentine "non sanno neppur far bene all'amore con passione".

Questo poi!...

"A Firenze c'è la manìa degli spettacoli, e le donne (non dice neppur signore) non stanno bene che nei loro palchi, perché si trovano imbarazzate in società, non sapendo di che cosa parlare.

A Firenze bisogna cercare le persone col lumicino.... e non si trovano".

Ci sarà stato dicerto un po' di vero; ma per stroncare, come si dice oggi una città intera così, ci vuole una bella faccia!

Se la signora contessa d'Albany così severa e spietata con le donne del suo tempo, vivesse ora - cosa che poi in fine non sarebbe necessario - ma se vivesse, bisognerebbe che giudicasse in altra guisa le signore d'oggi, le quali potrebbero rimproverare a lei ciò che essa rimproverava alle loro antenate.

La coltura delle gentildonne fiorentine supera spesso quella degli uomini, e lo prova l'assiduità alle letture e alle conferenze in ogni ramo della scienza e dell'arte, che i più dotti letterati d'Italia vengono a tener qui, nella città ove più d'ogni altra anche la donna coltiva gli studi.

Dove forse si sbizzarrirebbe di più la punta velenosa della contessa d'Albany, sarebbe contro le donne ricche, ma non ancora signore, di quella classe nuova che non ha avuto altro tempo che di far quattrini; ma è sperabile pensi in seguito ad istruirsi, per quanto ci vorrà del tempo prima che anche i rampolli si siano orizzontali ed abbiano dimenticata l'origine, imparando il gusto e l'eleganza, il modo di comportarsi, e si dedichino oltre tutto allo studio. È vero che qualcosa anche questa classe comincia a fare: non foss'altro va in pariglia e guida da sé!

Lasciando le digressioni e tornando a Ferdinando III, bisogna dire che egli se fu contento di rivedere i suoi amatissimi sudditi di Firenze, sentì il dovere di riveder pur quelli di Pisa e di Livorno. A Pisa vi si recò il 22 di novembre ed ebbe una tale accoglienza, che lo commosse quasi quanto al suo ritorno dall'esilio.

Il 29 andò a Livorno e fu acclamato ed applaudito come un padre. Questo di vero c'era: che Ferdinando III se non era proprio adattato a fare il regnante politico come è necessario, come regnante benefico lo fu in modo esemplare.

Ma, siamo lì: con la bontà sola c'è da far poco quando s'ha una corona in capo!

In quell'accoglienza dei Livornesi egli forse si rammentò dell'entusiasmo destato in essi dal glorioso padre suo, quando saputo che c'era stato nel bagno penale un galeotto, la innocenza del quale venne a galla chiara e lampante dopo molti anni di ingiusta pena e di immeritata ignominia, Pietro Leopoldo essendo a Livorno andò a prender da sé stesso quel pover uomo e così com'era, vestito da galeotto, se lo mise accanto in carrozza dandogli la destra, e lo portò a girare per tutta la città offrendo per il primo il più nobile esempio che un sovrano possa dare, di riabilitazione ad un infelice colpito da un'avversa sorte, e dalla malvagia cecità degli uomini.

Ferdinando fu lieto di tante festose dimostrazioni di affetto, ma non fu scontento, per dire il vero, di riprendere dopo tante emozioni le sue abitudini di maestosa semplicità e di elegante cavalleria. Spesso al teatro andava ad ossequiare le signore nei loro palchi, alle quali offriva un mazzetto di fiori, trattenendovisi piacevolmente, come quello che era uno dei principi più colti ed istruiti del suo tempo. Egli preferiva di emanciparsi, quando poteva, dalla rigida etichetta di Corte; ed anche quando era al teatro in privato, e per suo proprio divertimento, ordinava che le cariche di Corte e i ciambellani di servizio, fossero in libertà di presentarsi nel suo palco di ritirata "in abito di confidenza senza spada e cappello tondo".

Ricominciò le sue gite accompagnato da un maggiordomo o da un ciambellano, guidando da sé una bella pariglia di cavalli morelli, ed andando spesso a far visita inaspettatamente a molti signori nelle loro ville, godendo moltissimo se li trovava a tavola, e rimanendo con essi affabilmente e senza cerimonie, finché avessero finito di pranzare.

La di lui piacevolezza nel conversare e la squisitissima bontà, toglievano ogni imbarazzo a coloro che sul momento sentendo annunziar la sua visita, stavan quasi per lasciar di mangiare, come se dal Sovrano buono e gioviale fossero stati colti in flagrante delitto.

Un altro gusto di Ferdinando III era quello di trovare coloro che andava a visitare, in giardino o giuocando o a godersi il fresco conversando e celiando come un semplice mortale, senza che mai apparisse in lui l'ostentazione o lo sforzo di parere affabile.

Un altro diletto favorito del Granduca era la caccia, ed andava spesso al Poggio a Caiano ed a Pratolino, in compagnia del suo maggiordomo maggiore principe Rospigliosi, e di due cacciatori.

Quando non andava al teatro, e Ferdinando III rimaneva in casa, invitava a conversazione alcune dame e signori, dando loro "trattenimento di macchine, carte e lestezza di mano" dal rinomato prestigiatore Giuseppe De Rossi.

Di solito il Granduca desinava al tocco e mezzo, cioè dopo che aveva date le udienze, o era tornato da caccia; quindi, d'inverno, andava al "passeggio" delle Cascine sempre a sei cavalli e battistrada, e alle sette e mezzo si recava al teatro della Pergola o a quello del "Cocomero" (ora Niccolini) dove spesso cenava.

Qualche volta andava anche al teatro Alfieri, che allora si diceva di Santa Maria, ed al teatro Nuovo, nel quale si tratteneva talvolta anche "al festino di ballo".

La prima grande festa da ballo alla quale Ferdinando III assisté fu quella del 26 dicembre 1814 data dagli accademici del teatro della Pergola, che si riaprì in quella circostanza dopo essere stato "con non indifferente spesa riattato, abbellito ed accresciuto".

Il Granduca, che ricevé l'invito d'onorare quella festa, dagli accademici che si presentarono a lui nella mattina stessa del 26 dicembre, vi andò la sera alle otto e mezzo in compagnia del solo principe Rospigliosi, ambedue "in semplicissimo frak e con segno di maschera al loro cappello tondo". Il segno di maschera consisteva nel metter la maschera legata attorno al cappello tanto per far vedere che anche il Sovrano si degnava dì prender parte al veglione, non mettendosela però al viso, ciò che sarebbe stato per lui poco dignitoso. Egli percorse tutto il nuovo fabbricato e poi andò in platea mescolandosi francamente alla folla, dove non c'era neanche un birro travestito o mascherato per vigilare sulla sua preziosa persona, la quale non correva nessun pericolo, poiché il popolo, conquistato da quella completa fiducia in lui, ed apprezzando il leale atto del Sovrano, si costituiva egli stesso sua guardia e guardia onorata e fidata.

Ferdinando III parlò con molte persone, che pur non conosceva, "tanto nobili che del secondo ceto".

Alle undici, dopo aver ringraziato gli accademici della bellissima riuscita della festa, e dei miglioramenti fatti al teatro che quella sera illuminato da migliaia di candele di cera era meraviglioso, si accomiatò e tornò a Palazzo.

Il signorile modo di operare di Ferdinando si rivelava specialmente nella circostanza del soggiorno in Firenze di Principi stranieri che dalla Corte venivan trattati in modo superlativamente regale: e in questa occasione, l'andare al teatro richiedeva allora un'etichetta speciale.

Infatti, i reali ospiti venivano ricevuti allo smontare dalla carrozza dai due ciambellani di servizio, ed il cerimoniere "faceva loro lume in avanti".

A metà dello spettacolo si servivano i gelati e le confetture, dalle persone addette alla "Riposteria e Confettureria" di Corte.

Oltre alle conversazioni in privato, il Granduca dava spesso delle feste e dei ricevimenti in grande; ai quali invitava l'anticamera, i ministri esteri, i forestieri stati presentati, la nobiltà e gli ufficiali dell'esercito. Ed a proposito di questi, il generale Vincenzo Vettori, che fu nominato comandante della Guardia il 9 novembre 1814, fece osservare al segretario di etichetta che egli per quanto nobile, non poteva consentire con l'ordine dato da Ferdinando III di non ammettere alle feste di Corte che i soli ufiziali appartenenti alla nobiltà: perché, diceva, "tutti gli ufiziali indistintamente godono tale onore, benché di nascita non nobile".

Il Granduca, che non avrebbe commesso uno sgarbo nemmeno involontario, acconsentì che fosse modificato il suo ordine nel senso indicato dal generale Vettori, e così anche le guardie del corpo, non in servizio e di nascita non nobile, intervennero alle feste, purché in uniforme rossa e non giornaliera. Le guardie del corpo novamente istituite, avevano la loro caserma e le scuderie in fondo di via Guicciardini, dove poi fu sotto Ferdinando III costruito il rondò di destra uguale all'altro già cominciato a tempo di Pietro Leopoldo. Alla caserma delle guardie del corpo montavan la guardia i granatieri.

Ogni volta che vi era festa a Corte si ordinava per il servizio interno del palazzo un rinforzo d'anziani; (gli anziani era un corpo scelto che faceva la guardia a' Pitti) e per la quiete all'esterno trenta teste di granatieri, oltre la guardia solita, i quali in due pattuglie vigilavano al buon ordine delle carrozze sulla piazza.

Prima che dalla segreteria del maggiordomo maggiore fossero mandati gli inviti, il Granduca approvava la nota degli invitati che lo stesso maggiordomo gli sottoponeva. I forestieri non presentati in antecedenza gli venivan presentati in una sala separata, prima che intervenisse alla festa, la quale cominciava, per il solito, alle sette e tre quarti o alle otto.

Generalmente gli invitati ascendevano al numero di dugento o dugentocinquanta; ed a seconda del loro grado aspettavano nelle varie sale l'arrivo del Sovrano e delle Arciduchesse. Quindi cominciava il ballo nella sala delle Nicchie, e venivano continuamente serviti rinfreschi di gelati, ponci, caffè, cioccolata e "acque acconce".

Alla mezzanotte tutto era finito, poiché si conservava il sistema tedesco di ritirarsi presto.

IX

Il Congresso di Vienna: nuovi torbidi

in Italia

Un patto d'alleanza e un trattato di pace - Don Neri Corsini plenipotenziario della Toscana al Congresso di Vienna - Pretese sfatate della reggente Maria Luisa - Sospensione del Congresso - Napoleone I a Parigi - Il proclama murattiano per l'indipendenza d'Italia - Risposta del Bellegarde - Ferdinando III ripara a Pisa - Dà ragione della sua partenza - La Sandrina Mari si fa distinguere - Proclami del Pgnattelli napoletano e del Nugent tedesco - Ferdinando III torna a Firenze - La bravura dei soldati toscani - Ritorna la calma, e ritornano molti oggetti d'arte da Parigi.

La quiete che parve tornare con Ferdinando III era ancora di là da venire, poiché nuovi e gravi fatti la turbarono.

Nel dì 1° marzo 1814 era stato stipulato a Chaumont il patto d'alleanza contro Napoleone, fra il re di Francia Luigi XVIII, che aveva preso il posto di lui, e le quattro potenze alleate, cioè Austria, Russia, Prussia e Inghilterra.

Nel dì 30 maggio dell'anno medesimo fu altresì firmato a Parigi il trattato di pace fra il re e le potenze stesse. Questi due trattati furono confermati nel memorabile Congresso di Vienna, che ebbe una grandissima importanza, poiché vi intervennero quasi tutti gli Stati d'Europa.

La prima seduta preparatoria di quel Congresso fu tenuta il dì 16 settembre. E Ferdinando III si affrettò, appena rientrato a Palazzo Pitti, di mandarvi come suo plenipotenziario il consigliere Don Neri Corsini. Egli sostenne energicamente e con rara fermezza le ragioni della Toscana contro le pretese che accampava la già regina d'Etruria, in favore dell'infante Carlo Lodovico, patrocinate pure dallo spagnuolo cavalier Gomez Labrador, con nota del 22 novembre1814.

Don Neri Corsini, nella seduta del 5 dicembre, basandosi sull'altro trattato di Vienna del 3 ottobre 1735, in forza del quale Francesco II aveva ricevuto la Toscana in cambio della Lorena, dopo spenta la famiglia de'Medici con la morte di Gian Gastone, dichiarò al Congresso, senza titubanza, che la Toscana non aveva la vana ambizione di chiamarsi regno; e che su di essa nessuna ragione di dominio all'infuori di Ferdinando III poteva da altri allegarsi, poiché lo stesso Napoleone, allora relegato all'Elba, che aveva istituito il regno d'Etruria, era stato quello che poi l'aveva annientato. Questo episodio, per dir così, della vita della Toscana, non poteva alterarne affatto le ragioni giuridiche di possesso, il quale spettava unicamente a Ferdinando.

Il cavalier Labrador non voleva intenderla; e i rappresentanti delle altre potenze, approvando le ragioni esposte dal plenipotenziario Corsini, offrirono a Maria Luisa per il proprio figlio, il Ducato di Lucca, ma ad essa parve troppo piccola cosa e lo rifiutò, protestando sempre per la reintegrazione nel suo regno.

A tagliar corto poi su tale questione e non occuparsene più, contribuì il fatto improvviso della fuga di Napoleone dall'Elba, la sera del dì 26 febbraio 1815, che mise in convulsione tutti i congressisti, che stavano appunto discutendo per relegarlo a Sant'Elena.

Il 10 marzo il Bonaparte, coi suoi mille fidati soldati che con lui eran partiti sopra sei piccoli navigli, sbarcò a Cannes da dove mandò un fiero proclama all'esercito francese, eccitando i prodi che lo avevano accompagnato due volte sotto le mura di Vienna, a Roma, a Berlino, a Madrid, a Mosca e in Egitto, a riprender le loro Aquile e cacciare "quel pugno di francesi arroganti" che s'imponeva alla Francia.

Il re Luigi XVIII prima di tutto pensò bene di scappare; e poi lasciò che le Corti europee congregate a Vienna, piene di sbigottimento mal dissimulato da un'alterigia che tradiva la paura, emanassero il 13 marzo 1815 una dichiarazione dicendo che Napoleone con la sua fuga s'era posto fuori della legge, ed "aveva distrutto il solo titolo legale al quale si trovava unita la sua esistenza". Perciò esse erano fermamente risolute a mantenere il trattato di Parigi del 30 maggio 1814.

Erano tutti bei discorsi, ma intanto a Parigi una settimana dopo vi rientrava Napoleone, alla testa delle stesse truppe che il fuggente re gli aveva mandato contro per combatterlo!

Murat non sapendo che piega potesse prendere la faccenda del cognato, ed impressionato dagli armamenti dell'Austria in Italia, pensò, con poco senno, di giuocar la carta di diventar lui re d'Italia, lusingando il desiderio dei liberali pei quali questo era il loro sogno accarezzato.

Per conseguenza, il 30 marzo 1815 mandò da Rimini un "magniloquente proclama" in cui affermava che era venuta l'ora nella quale dovevan compirsi gli alti destini d'Italia, poiché "la Provvidenza" che a quanto pare glielo aveva confidato in segretezza "chiamava gli italiani ad essere una nazione indipendente".

"Ed a qual titolo" esclamava il gran Giovacchino "popoli stranieri pretendono togliervi questa indipendenza, primo diritto e primo bene d'ogni popolo? A qual titolo signoreggiano essi le vostre contrade? A qual titolo s'appropriano essi le vostre ricchezze per trasportarle in regioni ove non nacquero? A qual titolo, finalmente, vi strappano i figli destinandoli a servire, a languire, a morire lungi dalle tombe degli avi?"

"No, no, sgombri dal suolo italico ogni dominio straniero!"

E via di questo passo, come se gli italiani abboccassero ancora a queste buffonate rettoriche, che altro non nascondevano sennonché la convinzione in chi le diceva, di parlare ad un branco di pecore: ma quel branco di pecore aveva imparato a sue spese che tutte le premure di tanti suoi liberatori non erano motivate che dalla paura che altri stranieri prendessero quello che volevano invece prender loro.

Pochi giorni dopo, e cioè il 5 aprile, un contro-proclama più ampolloso che mai, pubblicato a Milano dal feldmaresciallo austriaco Bellegarde, diceva agli italiani che la Germania, ossia l'Austria come si sottintendeva allora, era scesa con numerose truppe a sola difesa d'Italia.

Quanta gente ci voleva bene! Pare impossibile!...

Scriveva il Bellegarde: "Il re di Napoli (ossia Murat) gettata alfin quella maschera che lo salvò nei momenti più perigliosi, senza dichiarazione di guerra, di cui non saprebbe allegare giusto motivo, contro la fede di quei trattati coll'Austria, ai quali soli egli deve la sua esistenza politica, di nuovo minaccia con la sua armata la tranquillità della bella Italia, tentando di riaccender per tutto col simulacro della indipendenza italiana il fuoco devastatore della rivoluzione, che gli spianò la strada dalla oscurità della classe privata, allo splendore del trono.

"Egli tanto straniero all'Italia quanto nuovo nella categoria dei regnanti, affetta cogli italiani un linguaggio quale appena usar potrebbe con loro un Alessandro Farnese, un Andrea Doria, un magno Trivulzio".

Più sfatato di così, il re Murat non poteva essere. E le moltitudini, a questi proclami di due stranieri che facevano a gara a chi meglio sarebbe riuscito a imbrogliarle, risposero "con derisioni ed aborrimenti".

Frattanto Murat si dirigeva con una divisione di napoletani in Toscana, dopo avere occupato gli Stati della Chiesa. Il Papa s'era già rifugiato a Firenze, ed il Granduca che non aveva quasi finito di riprender gli antichi usi, per misura di prudenza, sapendo che i napoletani stavano per entrare in città da una parte, il 5 aprile andò via dall'altra e si fermò a Pisa, sempre pronto però a proseguire per Livorno, dove alcuni "vascelli inglesi erano parati a riceverlo".

Ferdinando III nel partire "diede contezza" alle popolazioni del motivo della sua partenza, dicendo che si allontanava dalle truppe napoletane che si accingevano ad entrare nella sua capitale, mentre il re di Napoli l'aveva assicurato del contrario. Il modo leale ed affettuoso col quale Ferdinando si rivolse ai sudditi, gli conciliò molte simpatie; e quando in numero di seimila, e forse anche meno, fra "veliti e lancieri" arrivarono i napoletani nei giorni 7 e 8 aprile, il popolo li ammirò "per l'eleganza delle montature e degli equipaggi", ma nessuno "confabulò con loro, perché truppa d'un re considerato nemico del Sovrano".

Si volle soltanto distinguere la vetusta Sandrina Mari, la quale nel bel mezzo del ponte alle Grazie, alla vista d'un ufficiale napoletano piuttosto atticciato, gli si fece incontro, e fattolo scendere da cavallo lo abbracciò e lo baciò come un fratello, invitandolo a casa sua la sera stessa, per stringere anche più la parentela, senza preoccuparsi affatto della gente che sentiva e scuoteva il capo in aria di disprezzo.

Il generale napoletano principe Pignattelli-Strongoli emanò subito anche lui un proclama, il quale ebbe il vanto almeno della cortesia.

Egli negava al generale tedesco Nugent, che s'era imposto anche lui con un proclama ai soldati toscani perché lo seguissero, ed a quelli napoletani perché disertassero, il diritto di opporsi alle truppe di Murat.

"Costui" diceva il principe Pignattelli parlando del Nugent "ha commesso il più grande attentato contro il diritto delle genti, forzando un corpo di bravi italiani a mescolarsi coi suoi oltramontani per far la guerra ad altri italiani".

E al solito lodando i toscani "che per ingegno si distinguono nella stessa Italia" il Pignattelli voleva tirarli dalla sua.

Il Nugent si fece contro ai napoletani per opporsi alla loro marcia; e fermatosi al ponte alle Mosse, quando seppe che questi avevan già occupata la capitale, prese le mosse davvero per la strada di Pistoia. I murattiani usciron fuori, ed imbattutisi negli austro-toscani sotto Campi il 13 e 14 aprile "sbigottirono"; e dopo uno scontro, avendo avuto venti morti, ma molti prigionieri e disertori, tornarono fino alle mura di Firenze; quindi entrarono in città postando i cannoni alle porte di San Gallo, del Prato e di San Frediano. Ma il giorno dopo lasciarono la città, portandosi via le chiavi delle fortezze e delle porte al Prato, San Niccolò e San Frediano, credendo così, stoltamente, di impedire l'ingresso ai tedeschi che erano a tre miglia di distanza. Quelle chiavi furono poi lasciate dal Pignattelli all'Incisa, e vennero dal podestà di quella terra, rimesse per espresso al comando di Piazza di Firenze.

Il 18 i napoletani ripassarono il confine toscano mentre il Nugent, invece, con tremila soldati tra fanteria e cavalleria tornò trionfante a Firenze, come se avesse vinto il mondo; e, dopo aver passate in rivista le sue truppe per le varie piazze, ripartì per guerreggiare il re di Napoli.

Una grande quantità di truppe austriache calò intanto in Toscana traversando Firenze, mentre il Granduca vi faceva ritorno trovando lo Stato nel massimo ordine, per quanto il popolo e l'aristocrazia fossero di mille partiti.

Mai, forse, come allora si facevan supposizioni le più strampalate, e si concepivano speranze e desiderio più contradittorii. Ognuno sperava di guadagnare ad un possibile cambio di governo; ma fortunatamente le sommosse erano soltanto platoniche.

Murat, che non venne neppure ammesso al Congresso di Vienna come regnante, fu dalle potenze condannato a sbalzare dal trono. Cosicché, vistosi perduto, accettò battaglia a Tolentino colle truppe austriache e toscane spedite nel Napoletano per riporre sul trono Ferdinando IV di Napoli. Murat ebbe la peggio perché non fu secondato "dalle legioni timide e molli, guidate da ufficiali o inabili o traditori".

I toscani che non si trovarono alla battaglia di Tolentino, perché disposti lungo il confine da Terracina e Ceprano fino a Rieti, si distinsero grandemente "gareggiando d'intrepidezza e bravura coi tedeschi". Deplorevole bravura perché usata contro i propri fratelli. Il loro "piccolo esercito era formato di reduci dalle armate napoleoniche; e quel che più monta era regolato da ufficiali esperimentati alle grandi campagne, di cui gli andati tempi non hanno uguali".

Il capitano Gherardi di fanteria si distinse all'attacco di Aquila; il capitano dei dragoni Bartolozzi "si diportò valorosamente a Pignattaro" ove si segnalò anche il capitano Banchi, pur de' dragoni. In varie occasioni spiegò singolare valore il capitano Bechi, d'artiglieria, ed i maggiori di fanteria, Casanova e Palagi.

All'assedio di Gaeta destò l'ammirazione degli stessi avversari, il corpo dei cacciatori, appena appena costituito, comandato da Girolamo Spannocchi.

Gli ufficiali superiori Trieb, Fabbroni, Bertini "ed altri rampolli delle grandi armate imperiali" diedero prove d'inestimabile valore: mentre ebbe a deplorarsi la codardìa "di un Coppini e di uno Strozzi, i quali, appena cominciata la spedizione, tolti a pretesto indegni motivi, da Acquapendente se ne tornarono addietro".

Detronizzato Murat con l'intervento degli inglesi, anche la Toscana tornò daccapo alla calma; e Ferdinando III poté finalmente occuparsi delle faccende del suo Stato.

E prima di tutto pensò anche lui di unirsi agli altri Stati, per far tornare dai musei di Parigi gli oggetti d'arte portati via da Napoleone, appena che questo venne di nuovo liquidato e mandato a Sant'Elena. Ritornò dunque la Venere de'Medici, divorziata dall'Apollo di Belvedere; tornarono quadri e cammei, ma molti oggetti rimasero, o furon rubati e nascosti durante il viaggio.

In questi affari non ci si guadagna mai!

 

X

Riordinamento della città

Sposalizio di Carlo Alberto

La nuova magistratura civica - Compenso all'interpetre della lingua tedesca - I cartelli e i numeri delle strade - Dodici figliuoli! - I lucchi - Nuove leggi e ordinamenti - Un palio di ciuchi - Dispensa dal digiuno quaresimale - I loggiati della porta alla Croce - Abusi repressi - Domanda di matrimonio - Congratulazioni municipali - Le berrette del magistrato - Sponsali di Carlo Alberto di Sardegna con l'arciduchessa Maria Teresa - Feste nuziali - Gli sposi partono per Torino.

Ricostituita la Comunità, i primi atti del Magistrato civico furono diretti prima a riordinare le spese ed a scemare gli aggravi che da quindici anni si tolleravano di mala voglia; poi a provvedere alla pulizia e all'igiene eccessivamente trascurate, che avevano ridotto Firenze peggio d'un sobborgo o di un villaggio.

Ma come se fosse un destino che i denari del Comune dovessero esser sempre spesi, o per un verso o per un altro, a pro degli stranieri, il dì 31 maggio 1815 il Magistrato ebbe a stabilire a favore di Giovanni David la somma giornaliera di 5 paoli, per il servizio assiduo da lui "prestato di giorno e di notte" dal dì 3 maggio di quell'anno, in qualità di interpetre della lingua tedesca, all'ufizio degli alloggi militari.

I quali alloggi, furon causa, al solito, di spese per parte della Comunità, che dal 1799 in poi non aveva fatto altro che spendere per le truppe di tutte le nazioni che erano venute in Firenze: francesi, aretine, austro-russe, spagnuole, napoletane, tedesche.

Sistemata anche la faccenda dell'interpetre, la magistratura civica poté pensare finalmente alla città. Ed infatti a forza di richiamare in vigore vecchi editti, e pubblicarne dei nuovi, cominciò a poco a poco a riordinarsi. Una delle prime spese, diciamo così di civiltà, fu quella deliberata nel febbraio 1816 per far fare tredici cartelli per le scuole pubbliche, e dieci per le abitazioni dei chirurghi e delle levatrici. Quindi, per cominciare a togliere tanti e tanti abusi che da anni e anni nessuno si curava più di reprimere, fu "ridotto a memoria del pubblico la proibizione più volte pubblicata", e a quanto pare inutilmente, "di domar cavalli" o fare esercizi dei medesimi "sulla Piazza di Santa Croce", dopo che la Comunità aveva "graziosamente" ottenuto dal Governo, "che non si facessero in detta Piazza l'esercizio ed evoluzioni militari dal corpo dei dragoni toscani, per l'oggetto che non restasse devastato il suolo minutamente inghiarato di detta piazza".

Quindi richiamarono alla osservanza delle prescrizioni la proibizione di fare scorrere acque putride nelle strade e nelle piazze, di deporre paglia e strami a marcire, e di mettere ingombri per le vie. Di più, il Magistrato provvide a rifare i cartelli coi nomi delle strade, perché dei vecchi non era rimasto traccia; e così dei numeri delle case non essendovene quasi più uno; perché allora i cartelli si facevano a bianco e lettere con lo stampino; e alle case i numeri eran neri sopra un fondo color mattone.

C'è da figurarsi, per conseguenza, in quale stato era ridotta Firenze!

E per tornare a quei principio d'umanità e d'equità, che nei passati tempi parvero dimenticati, nel dì 11 marzo 1816 venne partecipato al Magistrato un biglietto della R. Segreteria di Stato dal quale risultava che S. A. I. e R. si era degnata di accordare al signor Giovanni Ginori la continuazione del poco invidiabile "privilegio" dei dodici figliuoli durante la vita del padre, cioè l'esenzione da qualunque tassa.

Questa savia disposizione fu lodata da tutti, ma nessuno invidiò la sorte del signor Giovanni Ginori, che se acquistò il privilegio di non pagar tasse, aveva però l'obbligo di mettere a tavola tutti i giorni dodici amatissimi rampolli!

E siccome la nuova Magistratura trovò distrutto molto di quello che prima usava, così fu costretta a rifarsi da una parte per riordinare ogni cosa.

Onde nel 18 marzo 1816, deliberò di rifornire i priori dell'abito ufficiale per le feste e cerimonie pubbliche; e stanziò la somma di Lire 670 da pagarsi al signor Francesco Barsi per valuta di 236 braccia di terzanella da servire per i lucchi del Consiglio generale.

Non c'era stato cambiamento di Governo, senza che il Magistrato avesse pensato a farsi l'abito che il nuovo ordine di cose via via imponeva.

Così, dopo tante, e variate fogge, si tornò ai lucchi di terzanella, che davano ai priori, almeno in apparenza, quella maestà che avevano in sostanza gli antichi priori della repubblica, i quali pure portavano il lucco.

Tra le misure di polizia urbana, una delle più importanti fu quella adottata nel 21 giugno 1816, con la quale il Gonfaloniere e i priori per "ovviare agli inconvenienti" che accadevano in occasione delle corse dei barberi, in cui alcune persone si facevan lecito di percuotere con bastoni i cavalli che correvano, "o fare spauracchi con gettar cappelli in aria, o rilasciar cani per arrestare il corso a detti cavalli, pregarono il Presidente del Buon Governo affinché pubblicasse un ordine proibente i detti inconvenienti, con la comminazione della carcere ai trasgressori".

E questo dimostra, che i rompicolli ci son sempre stati, e non sono niente affatto una privativa dei nostri giorni.

Nel dì 15 luglio 1816, per garantire il popolo contro la ingorda speculazione di abietti commercianti, fu deliberato di proporre al Governo severe misure contro i falsificatosi del segno dei fiaschi, ed impedire così "la frode in danno della povera gente che comprava il vino alle bettole e alle canove coi fiaschi di ingiusta misura".

Meno male che almeno una volta la voce dei truffati poté farsi udire da coloro che non hanno mai orecchi per i reclami giusti, e per le lagnanze contro i furfanti.

Per favorire poi in ogni modo i cespiti di onesto guadagno e di svago, il Magistrato nel 5 agosto 1816 accordò al signor Carlo Mazzuoli ed altri abitanti di Via Calzaiuoli, il permesso di eseguire il 24 d'agosto un palio di somari con fantino, dando le mosse "dal collegio di San Giovannino in Via dei Martelli, e la ripresa in Piazza del Granduca da Via Vacchereccia".

E ciò fu concesso perché anche nel 1791 essendo stata fatta una simile domanda da Francesco Brazzini e C. gli venne accordata.

Il mercato della paglia da cappelli che si teneva abitualmente sotto le Logge di San Paolo, fu deliberato nel dì 4 settembre 1816 di trasferirlo, alla primavera successiva, sotto le Logge di Mercato Nuovo, dove anch'oggi usa farsi, sebbene quel commercio non abbia più la importanza d'allora.

La Comunità, in quei tempi non era costretta soltanto ad occuparsi della amministrazione e della polizia della città, ma lo era altresì per cose che col potere civile non avevan nulla che fare.

Basti, fra tante, quella di dover far premure ogni anno, all'Arcivescovo perché con un pretesto o con l'altro ottenesse la dispensa dal digiuno quaresimale o di qualche vigilia. Ed anche il 22 novembre 1816, sentito il Magistrato civico "che era solito pubblicarsi dal Magistrato supremo soppresso, l'obbligo del digiuno nella vigilia della festa della Santissima ed Immacolata Concezione della gloriosa sempre Vergine Maria, fu stabilito che in mancanza di detto magistrato supremo, sarebbe stato conveniente che si incaricasse la Comunità dì tale pubblicazione ad esempio di ciò che le fu commesso dall’I. e R. Governo relativamente alla pubblicazione del Perdono nell'Oratorio di San Giovan Batta". Venne deliberato perciò che per mezzo dei soliti trombi e banditore, fosse pubblicato il detto digiuno in ordine al voto fatto l'anno 1632 dal già monsignor arcivescovo Niccolini a nome di tutto il popolo fiorentino, nel modo e forma che veniva pubblicato dal soppresso Magistrato predetto.

Ma l'opera edilizia più importante che fu eseguita dopo il ritorno di Ferdinando III, fu quella dei loggiati della porta alla Croce.

Al tempo dei francesi, per misura politica più che per altro, fu posto mano ad un portico in quella località nel fine di dar lavoro a tanti disgraziati, specialmente impiegati licenziati, che eran rimasti senza mangiare.

Ma quel lavoro che fu poi abbandonato per i continui cambiamenti di governo, nel 18I7 venne ripreso in esame dal governo di Ferdinando il quale volle dare all'idea dei francesi un maggiore sviluppo, facendo un'opera più grandiosa, veramente utile e più duratura. Studiata la cosa, un benigno "quanto veneratissimo Rescritto" del Granduca in data 8 gennaio 1817 imponeva addirittura la costruzione di un loggiato o porticato fuori della porta alla Croce "a livello delle mura urbane". Il Magistrato civico incaricò di farne il disegno e la pianta gli ingegneri Kindt e Veraci; i quali sollecitamente presentarono i loro studi e con la spesa di 2628 scudi furono espropriate alcune casupole interessate non tanto nella costruzione del loggiato, quanto per il piazzale dinanzi ad esso. E nel 13 giugno 1817, fu concesso "in cottimo assoluto" al signor Luigi Casini, la costruzione del porticato o loggiato col ribasso del 4 per cento, e col patto che fossero terminati i lavori dentro un anno dal contratto.

Considerando però che i lavori stessi avrebbero non soltanto ingrandito ma veramente abbellita la località di porta alla Croce, che sarebbe stata ornata "di un loggiato elegante e comodo" il magistrato, nel dì 5 febbraio 1818 deliberò di "umiliare una supplica a S. A. I. e R." affinché si degnasse di comandare che le sentenze di morte non fossero più eseguite nel piazzone della porta alla Croce "ma venisse destinato altro locale".

Appena terminato puntualmente il lavoro dei loggiati, il magistrato avrebbe avuto in animo di erigere sulla piazza della porta alla Croce una statua rappresentante Ferdinando III, in memoria della benevola opera sua, per aver sollevato tanti e tanti indigenti, procurando loro lavoro con la costruzione del loggiato, il quale fu di tanto vantaggio per i mercati che si tenevano fuori della porta alla Croce tutti i venerdì. Pareva proprio destinato che quel lavoro dovesse esser fatto per sollevar la miseria. Ma a quanto pare, per mancanza di fondi, o d'entusiasmo verso il principe o di riconoscenza per il benefattore, invece della statua, che sarebbe costata troppo, fu rimediato con proporre una iscrizione latina da apporsi all'esterno della porta.

Frattanto il magistrato, mentre attendeva la sovrana approvazione di quella proposta, deliberò nel 20 agosto 1818 di solennizzare con una festa popolare "l'ultimazione dei lavori fuori di porta alla Croce". E "nella lusinga della sovrana approvazione" stanziò la somma occorrente "per dare con tutta decenza un tale spettacolo", questo fu deciso dovesse consistere in una corsa di cavalli sciolti "lunga un miglio" da farsi il 29 settembre, giorno di San Michele, di cui si solennizzava annualmente la festa nella chiesa di San Salvi, col premio di 100 lire al primo cavallo e di 40 al secondo.

La vigilia della festa fu dal Gonfaloniere partecipato ai priori che S. A. I. e R. "con benigno rescritto del 4 settembre si era degnata approvarne la celebrazione".

Fu quindi dallo stesso Gonfaloniere comunicato nel dì 20 ottobre successivo un biglietto della Segreteria di Stato col quale si annunziava che il Sovrano aveva approvato che a spese della Comunità "fosse apposta nella parte esteriore della porta alla Croce un'iscrizione latina per eternare la memoria dei generosi soccorsi compartiti dalla sovrana munificenza alla classe degli indigenti per l'esecuzione di grandiosi lavori diretti al pubblico comodo".

Ma siccome quei loggiati erano stati edificati nel territorio di altra Comunità, quella cioè di Rovezzano, così, perché "fosse tramandata ai posteri la memoria che erano stati costruiti a spese della Comunità di Firenze" fu deliberato dal Magistrato nel 30 dicembre 1818 che nell'interno dei due loggiati e precisamente "dirimpetto all'arco di mezzo di ciascuno fosse posto, da una parte, lo stemma del Comune di Firenze", con la semplice indicazione dell'anno della seguìta costruzione, e dall'altra parte questa iscrizione:

A COMODO DEI MERCANTI

LA COMUNITÀ DI FIRENZE

EDIFICÒ L'ANNO 1818

Ferdinando III era propenso senza dubbio al bene materiale dei suoi sudditi, ma gli premeva anche il bene morale. Come il Magistrato, appena restaurato il governo granducale, aveva dato mano a togliere gli abusi contro la pulizia, l'igiene e la decenza della città, egli Ferdinando, s'era seriamente preoccupato della immoralità in cui aveva trovato il clero, che col suo mal esempio corrompeva i costumi e l'indole dei cittadini. Infatti si parlava impunemente, senza riguardo e senza che nemmeno facesse un grand'effetto, di amanti di preti, pubblicamente riconosciute per tali, e di frati sfratati che convivevano con delle concubine senza darsene il minimo pensiero.

Di questi fatti son pieni i rapporti del Commissario del Buon Governo, con tale ricchezza di particolari piccanti, e chiarezza d'epiteti e di titoli, da far rimanere a bocca aperta i più increduli.

Ma la difficoltà di sradicare il male tutto ad un tratto appariva ogni giorno più per i mille intrighi, per le paure che si mettevano al Sovrano stuzzicando un tale formicolaio, e per le minaccie sorde e velate di una scissura nel clero che avrebbe avute conseguenze incalcolabili.

Perciò Ferdinando III, ora che gli si presentava l'occasione, pensò a provvedere anche per sé, giacché chi non sa acciuffar la fortuna a tempo non la riprende più.

E qui bisogna tornare un po' indietro.

L'articolo 86 dell' "Atto finale del Congresso di Vienna" del 1815, conteneva questa clausola: "Gli Stati che hanno composto la inaddietro Repubblica di Genova sono riuniti in perpetuo alli Stati di S. M. il Re di Sardegna per essere con questi posseduti da essa in tutta sovranità, proprietà ed eredità di maschio in maschio, per ordine di primogenitura nelle due branche della sua Casa cioè: la branca reale, e la branca di Savoia-Carignano".

Consolidato così il regno di Sardegna, Carlo Emanuele Duca di Carignano, nei primi mesi del 1817, accogliendo certe proposte che senza parer tali, anzi sotto forma di amichevole consiglio, gli furono fatte dopo il Congresso di Vienna, intavolò delle trattative con Ferdinando III per il matrimonio della bellissima e buona arciduchessa Maria Teresa, sua figlia sedicenne, col principe Carlo Alberto, nato in Torino il 2 ottobre 1798. Questa domanda che lusingò l'animo di Ferdinando, il quale vedeva dischiusa per la figlia "la via di salire a splendido trono" ebbe lietissima accoglienza; tanto che questa unione fu ben vista anche alla Corte di Vienna, "desiderosa di stringere legami di parentela col futuro re di Sardegna". Piacque moltissimo al giovane Principe l'Arciduchessa di Toscana: e questa si innamorò sinceramente di lui, che era "prevenente della persona ed aveva un'aria fiera, e dimostrava il fervido temperamento d'un giovane di diciannove anni chiamato ad alti destini".

La domanda della mano dell'arciduchessa Maria Teresa fu fatta dal marchese Antonio Brignole-Sale incaricato sardo, ed il Granduca l'accordò, dimostrando lealmente la propria soddisfazione.

Ed uguale soddisfazione provarono "i popoli" della Toscana ed in special modo i fiorentini, i quali, tanto gli uni che gli altri, presentirono in questa auspicata unione un più lieto avvenire per la misera Italia.

Il Magistrato della Comunità non poteva rimanere estraneo ad un fatto così importante: perciò avendo sentito che era Stabilito il matrimonio tra S. A. I. e R. l'arciduchessa Maria Teresa figlia dell' "amatissimo Sovrano", e S. A. R. il Principe di Savoia e Carignano, erede presuntivo della Corona Reale di Sardegna, e volendo il Magistrato stesso contestare a S. A. I. e R. la consolazione e gradimento "che provava il pubblico per una sì fortunata unione, capace di produrre i più felici resultati per i vincoli di amicizia e parentela che andavano a stringersi tra le due Reali Case e famiglie"; deliberò di deputare il marchese Tommaso Corsi, gonfaloniere, il marchese Leopoldo Carlo Ginori-Lisci e il conte Luigi Bellincini, "due dei priori nobili" a presentarsi in nome pubblico a S. A. I. e R. per congratularsi di un sì fausto avvenimento. Com'è da credersi, in una simile circostanza, il Comune era costretto a far delle feste, quale pubblica dimostrazione di gioia. Per conseguenza i signori Priori pensarono prima di tutto a mettersi in grado di comparire. Si sa: il primo prossimo è sé stesso! Perciò nel successivo 28 marzo dal signor Gonfaloniere fu rappresentato che non sembravagli completo l'abito di cerimonia del Magistrato, specialmente in occasione di comparse pubbliche per funzioni sacre e qualunque altra pubblica rappresentanza; "mentre non vi era con che coprire il capo uniformemente". Onde ne seguiva "il mostruoso inconveniente" che alcuni intervenivano col cappello tondo ed altri con cappello a vènti, e "in altre guise". Perciò proponeva che, e per decenza e per uniformità, fosse dato a ciascuno dei componenti il Magistrato, una berretta di seta, o di velluto, analoga all'abito di cerimonia, cioè: di color cremisi con teletta d'oro per il Gonfaloniere, corrispondente all'abito di costume; e di color nero per i Priori, corrispondente al lucco, da usarsi soltanto nelle funzioni pubbliche.

Applaudendo il Magistrato alle savie proposizioni del signor Gonfaloniere, il Magistrato stesso deliberò di ordinare che fossero fatte a spese della Comunità le berrette nel modo proposto, con quel disegno e forma che sarebbe stato trovato "il più analogo all'abito di costume e di cerimonia"; ed in quanto potesse far di bisogno per l'approvazione di una tal deliberazione, non essendo prescritto il detto finimento nel Regolamento della loro Comunità, ordinarono i Priori doversene render conto al signor Provveditore della. Camera della Comunità.

E curiosa la clausola di questa deliberazione del Magistrato che si fa quasi scrupolo d'avere ordinate le berrette perché "quel finimento" non era stato prescritto dal Regolamento! Come se si potesse imporre ai Priori d'andare in lucco con la tuba, oppure senza nulla in testa!

È vero che non tutte le berrette sarebbero bastate a mettere in testa quello che non c'era; ma il Magistrato non doveva andar tanto in là.

Intanto avvicinandosi l'epoca del matrimonio dell'arciduchessa Maria Teresa, il Magistrato il 13 settembre 18I7 deliberò di autorizzare il signor Gonfaloniere a presentarsi a S. A. I. e R. l'augusto sovrano, ed offrirgli in nome pubblico in tale circostanza la corsa del palio dei cocchi sulla Piazza di Santa Maria Novella, "o qualunque altra dimostrazione di gioia pubblica che fosse piaciuta alla prefata S. A. I. e R. di accettare, ed ordinare".

Ed il signor Gonfaloniere, rappresentò a suo tempo, di essersi, "in sequela" della commissione ricevuta, presentato in nome del magistrato a S. A. I. e R. per offerirle in occasione del matrimonio dell'arciduchessa Maria Teresa secondogenita con S. A. serenissima il Principe di Savoia Carignano, la corsa del palio dei cocchi, o qualunque altra dimostrazione di gioia Le fosse piaciuto di accettare e di comandare; e che la prefata S. A. I. e R. aveva gradito gli omaggi del Magistrato, ed in seguito, da S. E. il signor consigliere Frullani direttore delle II. e RR. Finanze gli era stato partecipato vocalmente che sarebbe stato di gradimento sovrano lo spettacolo dei fuochi di gioia sulla Piazza del Granduca, e dei soliti fuochi d'artifizio alla Torre di Palazzo Vecchio, con l’inalzamento di un globo aereostatico: e della solita illuminazione alla cupola della Metropolitana, "senza che per altro ne fosse stata fatta formale partecipazione in scritto né dall'I. e R. Segreteria di Finanze né da altro Dicastero; ma che il tutto sarebbe stato eseguito a forma del concertato con la prefata E. S. nella sera del dì 30 settembre, giorno stabilito per le nozze".

Ed infatti il 30 settembre 1817 si celebrò in Santa Maria del Fiore il matrimonio fra Carlo Alberto di Savoia Carignano e Maria Teresa di Toscana in presenza della corte, del corpo diplomatico, di tutte le magistrature dello Stato, e di un'infinità di popolo, che ammirava la giovane coppia per la bellezza gentile della sposa e per l'aria fiera dello sposo, sebbene velata da una leggera tinta di melanconia.

In tale circostanza era venuto a Firenze il principe Metternich, che si trovava a Livorno per avervi accompagnata la principessa Leopoldina d'Austria fidanzata a Don Pedro di Braganza "reggente" le corone del Portogallo e del Brasile. Carlo Alberto, aveva un'istintiva repugnanza per l'Austria; e troppo giovane per poter dissimulare i propri sentimenti, si mostrò col Metternich freddo e riservato. Per conseguenza il cancelliere austriaco, che era venuto per osservare e scandagliare come si impostavano le cose a Corte con questo parentado, rimase urtato dal contegno del principe e lo ricambiò cordialmente, ma con arte di vecchia volpe, della più cordiale e sincera antipatia, che si comunicò a tutta la Corte d'Austria. Antipatia che, trent'anni dopo, doveva cominciare a parlar piuttosto forte con la bocca del cannone!

Gli sposi partirono da Firenze il dì 6 ottobre; e Maria Teresa, commossa senza fine per dover lasciar la famiglia, sebbene innamoratissima del suo Carlo Alberto, fu accompagnata dal padre, dalla sorella e dal fratello Leopoldo, fino al Covigliaio "in cima agli appennini dove accadde la commovente separazione".

Anche il tranquillo popolo torinese la vide arrivare con soddisfazione, come se presago fosse delle beneficenze che ne avrebbe per lo avvenire raccolto.

Non era appena celebrato il matrimonio della figlia secondogenita del Granduca, che si cominciò a parlare di quello imminente dell'Arciduca ereditario.

 

XI

Le nozze dell'arciduca Leopoldo

Ferdinando vuol dar moglie all'arciduca Leopoldo - La chiesta - Il magistrato in moto - Conclusione del matrimonio - Nozze per procura - La Commissione granducale a Trento - L'arrivo della sposa - Il principe Rospigliosi la prende in consegna - Cerimonie - Elargizioni, sussidi e amnistia - L'incontro alla villa di Cafaggiolo - La sposa a Firenze - La benedizione nuziale alla Santissima Annunziata - Ingresso a Palazzo Pitti - Ricevimenti e presentazioni - Pranzo - Serata di gala - Feste popolari - Al Casino de' Nobili - A Pisa e Livorno.

Ferdinando III non nascondeva la sua contentezza per le nozze testé celebrate, che ponevano la figlia sua nella più antica famiglia regnante d'Europa, e che forse un giorno sarebbe stata chiamata a grandi destini, come poi avvenne. Ma egli non avrebbe mai supposto che alla figliuola diletta sarebbe toccata la gloria d'esser la madre del primo re d'Italia.

Questa contentezza gli fece anche riflettere che era ormai tempo di pensare alla successione del trono di Toscana.

Perciò, volendo raggiungere questo fine, stabilì di dar moglie al figliuolo arciduca Leopoldo, che aveva compiuto venti anni. Egli però, a diciassette, aveva fatto molto temere per la sua salute; anzi, corse voce gli si desse una balia, come se fosse tornato bambino, onde vedere se con quella cura primitiva, il pericolo d'una disgrazia si potesse scongiurare.

E la cura fece miracoli: poiché cambiate abitudini, il giovanetto Arciduca tornò sano e vegeto; finché non si fu costretti a divezzarlo, essendosi accorti che la balia gli dava il latte grosso! E la colpa, dalle male lingue, fu attribuita all'allievo!...

Nell'intento dunque di effettuare il desiderato matrimonio, dopo intavolate le preliminari trattative diplomatiche, il Granduca inviò a Dresda nell'agosto 1817 il conte Giovan Battista Baldelli, suo ciambellano e soprintendente del R. Ufizio delle Revisioni e Sindacati; a domandare la mano dell'arciduchessa Maria Anna Carolina, figlia del principe Massimiliano di Sassonia. Il conte Baldelli portò seco in qualità di segretario il "commesso del dipartimento degli affari esteri" Giuseppe Pistoi.

Frattanto il Magistrato nel dì 3 ottobre 1817, dopo avere approvata la spesa di Lire 18 soldi 6 e danari 8 occorsa per la truppa che tenne il buon ordine sulla piazza granducale in occasione dei fuochi di gioia e inalzamento del globo aereostatico la sera delle nozze di Carlo Alberto e di Maria Teresa, deliberò anche allora, che, avendo "sentito che poteva esser prossimo il fausto avvenimento del matrimonio di S. A. I. e R. l'arciduca Leopoldo Gran Principe Ereditario di Toscana con una Principessa della Real Casa di Sassonia" il Gonfaloniere si presentasse "a tempo opportuno a S. A. I. e R. l'augusto sovrano, ed offerirle in nome pubblico in segno di omaggio quelle dimostrazioni di gioia, che potessero essere preferibilmente gradite in sì fausta circostanza". Soliti complimenti di tutte le occasioni che paion fatti con lo stampino!

Il gonfaloniere adempì all'incarico ricevuto, e nell'adunanza del 10 novembre1817 lesse copia del biglietto dell'I. e R. Segreteria di Finanze di detto giorno, con cui si partecipava che il Granduca "con la sua sovrana benignità" accettava l'offerta fattagli dalla "benemerita Comunità civica di Firenze" di dare nella circostanza delle nozze dell'Arciduca ereditario, una festa nelle stanze della fabbrica di San Matteo "detta del Buon Umore" e per dar luogo alla esecuzione della gioia a tutte le classi della popolazione, di dare contemporaneamente altra festa sotto le logge degli ufizi, "mediante l'apertura di alcune sale per servire a balli ad uso popolare e campestre".

Durante le trattative del matrimonio, Ferdinando III fino dal 18 ottobre aveva nominato il duca Ferdinando Strozzi maggiordomo dell'arciduca Leopoldo e della sua futura sposa; ed il dì 3 o del mese stesso nominò pure maggiordama dell'Arciduchessa la principessa Ottavia Rospigliosi.

Concluso poi definitivamente il matrimonio fra le due corti, venne stabilito che le nozze si sarebbero celebrate per procura a Dresda il 28 ottobre; e che una Commissione incaricata dal Granduca, si sarebbe recata a ricevere a Trento la sposa, la quale fino in quella città sarebbe stata accompagnata da alcuni personaggi e dame della Corte di Sassonia.

La Commissione, che ebbe da Ferdinando III l'onorevole e delicato incarico, e che partì in due colonne, la prima alla mezzanotte del 5 novembre e l'altra il giorno seguente, si compose del principe e della principessa Rospigliosi, del duca Strozzi e della marchesa Francesca Riccardi.

Erano al seguito di essa: il segretario cappellano Enrici, il chirurgo Boiti, il cameriere Dupont, l'ispettore di viaggio Ventinove, la prima camerista Bonaini, la camerista Wagner, la donna di guardaroba Cusani, il furiere Ceccherini, il camerazzo Santini, il corriere Mecatti, ed il corriere Borgiotti.

Quindi: un cuoco, un confetturiere, due donne di servizio delle dame, due camerieri dei cavalieri, un guarda carrozze, quattro staffieri di corte, due serventi di corte, tre staffieri dei cavalieri, e tre facchini degli uffiziali di corte.

Il dì 8 novembre la Commissione partì da Mantova alle sei di mattina, ed arrivò alle cinque di sera a Roveredo, ove "dopo la tavola" si presentò al principe Rospigliosi il capitano del Circolo di Trento, per offrirgli la scorta e la guardia d'onore.

Il Rospigliosi accettò soltanto la scorta per la strada, e rifiutò gentilmente la guardia d'onore.

Alle otto pomeridiane partirono da Roveredo per Trento l'ispettore di viaggio ed il furiere; i quali, appena arrivati, visitarono diverse locande per fissare gli appartamenti, e fu prescelta quella "della Rosa".

Il 9 novembre, al tocco dopo mezzogiorno, arrivò a Trento la Commissione, che prese alloggio all'albergo suddetto, ed il maggiordomo Rospigliosi, "preso subito il suo carattere d'etichetta", ordinando che le tavole fossero servite come appresso:

Alla prima, egli Rospigliosi e la principessa sua moglie; il duca Strozzi, la marchesa Riccardi ed il segretario cappellano Enrici.

Alla seconda, la prima camerista Bonaini, il chirurgo Boiti, la camerista Wagner, l'ispettore Ventinove, il cameriere Dupont, il furiere Ceccherini, e la donna di guardaroba Cusani.

I corrieri Mecatti e Borgiotti, il confetturiere e il cuoco, il camerazzo Santini, le cameriere e i camerieri dei signori presero posto alla terza.

Alla quarta gli staffieri, il guardacarrozze, i serventi, i facchini di corte, e gli staffieri del Rospigliosi e dello Strozzi.

Il principe Rospigliosi andò a far visita al principe Vescovo, che gli restituì la visita alla Locanda "della Rosa", e gli offrì la sua carrozza e la guardia d'onore alla porta, che vennero, dal maggiordomo di Ferdinando III, accettate.

L'Arciduchessa sposa arrivò a Trento il dì 11 novembre col suo seguito in tre carrozze, preceduta da un ufficiale austriaco che era andato ad incontrarla. Essa scese alla locanda "d'Europa", stata in precedenza riccamente preparata per il suo ricevimento.

Il furiere della corte di Sassonia andò a dare avviso al principe Rospigliosi dell'arrivo della sposa; e nel tempo stesso ad invitarlo alla "tavola di Stato della corte di Sassonia unitamente a tutto il suo seguito nobile".

Il Commissario toscano e il suo seguito si recarono a domandare udienza alla "reale sposa", che fu con essi amabilissima, e si posero quindi a tavola, con le cariche sàssoni, mentre la principessa pranzò privatamente nel suo quartiere con la sua dama d'onore.

Dopo il pranzo, per ordine del maggiordomo Rospigliosi, furono dispensati dal signor Ventinove, ispettore del viaggio, diversi regali alle cameriste, al cappellano, al medico, al furiere e ai camerieri della corte di Sassonia; mentre dal segretario Enrici furono offerti altri regali di pregio e di valore, alle persone nobili del seguito dell'augusta sposa.

Il giorno seguente, il principe Rospigliosi si recò all'albergo "d'Europa" a prendere in consegna la sposa. Egli, col segretario Enrici, che sedeva in faccia a lui dalla parte dei cavalli, montò in una carrozza di gala, preceduta da due staffieri "di sua livrea", per far vedere che anche lui era un signore; e due della corte di Toscana: agli sportelli della carrozza altri due staffieri di corte.

Dopo pochi minuti, vi si recarono pure la principessa Rospigliosi, il duca Strozzi, e la marchesa Riccardi. Dietro alla loro carrozza, in piedi, stavano tre staffieri; uno di corte, uno della casa Rospigliosi ed una della casa Strozzi.

Appena giunta all'Albergo, la nobile Commissione venne introdotta da una porta laterale nella sala dov'era stato eretto un trono con un solo gradino; nel tempo stesso che dall'altra porta di faccia entrava la "reale sposa", che andò subito a sedersi sul trono, ed entrava pure il Commissario generale sàssone, la Dama d'onore e il suo Consigliere privato.

Il Commissario fece leggere dal suo segretario "le plenipotenze della Commissione inguntale (sic) da Sua Maestà il Re di Sassonia, per la consegna da farsi della reale sposa". Terminata la lettura, il Commissario toscano fece leggere alla sua volta l'atto di procura che lo autorizzava a ricevere la principessa in consegna.

Dato così dai due rappresentanti ampio discarico dei rispettivi mandati, il Commissario sàssone rivolse alla augusta sposa ed ai presenti alcune parole, dimostrando la sua gratitudine al re che lo aveva onorato di sì nobile e delicato ufficio; dicendosi dolente di doversi separare da una principessa che per le sue belle doti, e le sue virtù "s'era attirata l'affetto della sàssone nazione", ed implorò quindi dalla reale sposa la grazia del bacio della mano "per sé e per tutti quelli che avevano avuto l'onore d'accompagnarla nel suo viaggio", ciò che graziosamente venne concesso. Anche il principe Rospigliosi disse poche parole, esprimendo press'a poco idee conformi, e domandando egli pure l'onore del bacio della mano "per sé ed i componenti il nuovo servizio toscano", ciò che naturalmente venne accordato.

Fatta quindi "la sua refezione" la principessa, con le persone del suo nuovo seguito, partì da Trento alla volta di Firenze.

Il granduca Ferdinando III, nella solenne circostanza del matrimonio del gran principe Leopoldo, ordinò che fossero conferite a carico del suo patrimonio trecentoventi doti di quindici scudi l’una a fanciulle povere del granducato, dai quindici ai trentacinque anni.

Ordinò poi che fossero gratuitamente restituiti i pegni di panni lani, fatti fino a tutto il mese d'ottobre, ed altri dentro certi limiti d'oppignoramento, esclusi gli ori e gli argenti; e che venisse altresì fatta una gratuita distribuzione di pane alla classe indigente della città.

Condonò poi la pena a tutti i disertori, ed a coloro che avevan prestato mano alla diserzione, purché i primi si consegnassero immediatamente ai rispettivi corpi. Un simile indulto fu promulgato ai contrabbandieri ed ai condannati per risse o delitti simili, purché fossero di esclusiva competenza della Polizia.

Tutto ciò preveniva sempre più gli animi a favore della principessa sposa, la quale, alle sei e mezzo di sera del sabato 15 novembre arrivò alla villa di Cafaggiolo dove ebbe la grata sorpresa di trovarvi il Granduca, l'arciduca sposo, e l'arciduchessa Maria Luisa, che la riceverono "con vera tenerezza e vollero assistere alla sua refezione". Dopo la quale se ne tornarono a Firenze con la sola compagnia del cavallerizzo maggiore.

La mattina dopo, domenica, alle sette la sposa e la sua corte, partirono dalla villa di Cafaggiolo. dirigendosi alla villa Capponi alla Pietra per cambiare d'abiti, ed unirsi ai sovrani, che ivi l'attendevano per fare solenne ingresso in Firenze.

Arrivata alle nove e mezzo alla villa del marchese Pier Roberto Capponi, venne da questi offerto ai sovrani ed alla principessa sposa un dejounée (a quei tempi a corte lo scrivevan così il francese), e dopo le dieci partirono alla volta di Firenze in questo ordine:

un picchetto di cacciatori a cavallo;

due battistrada con livrea di corte;

una muta con i ciambellani di servizio, senatore Aldobrandini, marchese Ferdinando Riccardi, conte Alessandro Opizzoni e cavalier Lorenzo Montalvi;

un'altra muta con le cariche di corte: principe Rospigliosi, senatore Amerigo Antinori, balì Niccolò Martelli e duca Strozzi.

In un'altra muta, erano i sovrani, col Granduca, l'Arciduchessa sposa, l'Arciduca e l'arciduchessa Maria Luisa.

Otto guardie del corpo comandate dal brigadiere, e il cavallerizzo allo sportello.

Dietro alla muta dei sovrani, veniva quella delle dame di corte nella quale vi erano la principessa Rospigliosi, la marchesa Riccardi, la contessa Elisabetta D'Elci, e la baronessa Eleonora Gebsattel.

Gli staffieri e tutto l'altro servizio erano in livrea giornaliera.

Giunte le carrozze al Pellegrino "lo sparo dell'artiglieria ed il suono delle campane, diedero il fausto annunzio del prossimo arrivo della reale sposa".

Immediatamente dai frati della Santissima Annunziata venne scoperta la Madonna. L'Arcivescovo paratosi degli abiti pontificati si recò all'altare nella cappella dell'Annunziata "vagamente apparata ed arricchita di lumi", per attendervi i sovrani e la corte, i quali vi entrarono passando dalla piccola porta della cappella, essendo smontati dalla parte dei chiostri, preceduti da sole due guardie del corpo.

Dopo la messa dell'Arcivescovo, il quale impartì agli sposi la benedizione nuziale, fu cantato, manco a dirlo, il Te Deum "eseguito dai professori della reale cappella di corte". Terminata così la solenne cerimonia degli sponsali, con lo stesso treno i sovrani ed il seguito passando per Via de' Servi, Piazza del Duomo, il Canto alla Paglia, da San Gaetano, Santa Trinita, Via Maggio e lo Sdrucciolo, andarono a' Pitti, continuando sempre a suonar le campane di tutte le chiese, ed a sparare le artiglierie delle fortezze. Superbo era l'addobbo delle finestre delle case lungo lo stradale con tappeti ed arazzi variati e di pregio. Quella festa di colori, lo scampanìo incessante e il sordo rombo del cannone, fecero un effetto straordinario sull'animo commosso della giovane principessa, che si vide accolta con spontanea cortesia, con gentilezza squisita, da una folla così enorme come se fosse nata in mezzo a quel popolo.

Essa rimase subito colpita dal modo signorilmente civile col quale i fiorentini le facevano gli onori di casa, accogliendola con tanta espansione ed affettuosa simpatia. "La serenità della giornata, che poteva paragonarsi alle più belle di primavera, favori l'ingresso dell'augusta sposa" e ad infondere il brio in tutta la popolazione, che accorse in folla a salutare la giovane principessa, di cui tutti ammirarono la grazia e la bellezza.

Le Loro Altezze furono ricevute a piè della grande scala dalle cariche di corte: si soffermarono brevemente nella Sala detta delle Aquile, per ricevere i complimenti dai consiglieri e dalle dame di corte; e quindi si ritirarono nei loro quartieri.

Al tocco cominciò la noia del ricevimento dei ministri esteri, dei personaggi più importanti e dell'Arcivescovo, coi quali si trattennero mezz'ora, cioè fino all'ora della mensa, alla quale quei personaggi pure assistettero, essendovi stati invitati dal maggiordomo maggiore. Vi intervennero perciò, gl'incaricati di Vienna, d'Inghilterra, di Francia, di Russia, di Svezia e di Danimarca: il principe e la principessa Rospigliosi, il senatore Antinori, il balì Martelli, la signora Caterina Martelli, il duca Strozzi, il principe e la principessa Corsini, il duca e la duchessa d'Alba, il principe Borghesi, il principe e la principessa Aldobrandini; i consiglieri: Fossombroni, don Neri Corsini, Frullani, Pontenani, Degli Alessandri, Nuti, Giunti e Galilei; la principessa di Diekeshstein, il ministro Bardoxy, il marchese Ferdinando Riccardi, e la marchesa Francesca Riccardi, il senatore Bartolommei, il senatore Aldobrandini, il conte Baldelli, il marchese Tommaso Corsi, il conte Opizzoni, il cavalier Lorenzo Montalvi, il colonnello Gherardi, la signora Emilia Gherardi, la contessa D'Elci, la baronessa Gebsattel, l'arcivescovo di Firenze, il cavaliere Brancadori, ed il conte e la contessa Hitroff.

La tavola fu servita "per cinquanta coperti" con la massima eleganza e profusione. I paggi ed i camerieri servivano ciascuno quattro persone; e due guardie del corpo scortarono le prime vivande dalla cucina alla tavola reale.

La sera vi fu grande appartamento nel quartiere "delle Stoffe" con invito a tutta l'anticamera, ai forestieri già stati presentati, e alla nobiltà "dei due sessi" ammessa al Casino dei nobili.

Alle sette cominciarono ad arrivare i primi invitati; ed il segretario d'etichetta. i furieri e gli uscieri vigilavano alla

ammissione delle differenti classi di essi nelle rispettive anticamere.

Avanti che comparissero nella Sala i principi sposi, l'incaricato d'affari della corte d'Inghilterra, per mezzo del gran ciambellano, presentò al Granduca moltissimi gentiluomini, dame, colonnelli ed ufficiali inglesi.

Lo stesso fu fatto dal ministro di Spagna, che presentò il console di Genova e l'intendente generale dell'armata di Spagna. L'incaricato di Vienna presentò il governatore di Milano, il governatore di Lucca e madama Grimaldi, veneta.

Alle sette e tre quarti comparvero "nell'appartamento" i reali sposi che trovarono riuniti nelle differenti anticamere, a seconda del grado sociale, centoquindici dame e trecentotrenta cavalieri, compresi i forestieri ed i paggi.

L'impressione che fece in tutti la giovane principessa sàssone fu eccellente, essendo stato "mirabile" il contegno da lei tenuto in quella "sua prima comparsa, avendo con franchezza e buona maniera, prima parlato con tutte le dame, niuna eccettuata, e quindi con i ministri esteri, forestieri, consiglieri ed altre persone distinte delle due prime anticamere". Quelle delle altre si contentarono di vederla; ma per una "prima comparsa" deve essere stata una bella fatica anche a trattenersi con due anticamere sole.

È vero che a corte rimasero contenti della principessa, perché si presentò con buona maniera; quasi che invece di venire da una corte, fosse venuta dalle montagne di Santa Fiora!

Alle nove, la famiglia reale si pose a tre diversi tavolini a giuocare, ed immediatamente fu sciolta l'etichetta, restando libero l'ingresso a tutta la nobiltà e uffizialità nelle anticamere e stanze annesse vagamente illuminate "ed incontinenti" (sic); furon serviti copiosi rinfreschi di soli gelati e acque "di più qualità".

Alle dieci e un quarto finì l' "appartamento", ed il sovrano e i principi passarono "nell'interno del quartiere" dove era stata già preparata la tavola, alla quale furono invitati soltanto il principe Rospigliosi, il senatore Antinori, il balì Martelli e la sua consorte, la contessa D'Elci; il marchese e la marchesa Riccardi, il senatore Aldobrandini, il duca Strozzi, la baronessa Gebsattel, il conte Opizzoni e il cavaliere Montalvi.

Alle undici, terminata la cena, i sovrani si ritirarono nei loro quartieri "contenti d'aver passata una sì lieta giornata, che farà epoca alla felice Toscana". Lo dicevano loro, sarà stato vero!

Il giorno seguente, la sposa e la Corte si riposarono: e dovevano averne avuto bisogno. La sera però, andarono al teatro della Pergola, vagamente illuminato, dove agli sposi fu fatto un "triplice viva dal numeroso popolo ivi congregato, per ammirare i pregi della reale sovrana sposa".

Dopo il ballo, fu servita la tavola nella retrostanza del palco di corte, e vi furono invitati i personaggi della sera precedente.

La mattina del 18 novembre furon fatte le presentazioni dei ciambellani, degli ufficiali delle guardie del corpo e degli anziani; quindi la sera alle 6, tutta la reale famiglia in tre carrozze a pariglia, accompagnata dalle cariche di corte, le dame, i ciambellani di servizio, si recarono alla festa data "dalla Comune di Firenze" sotto gli uffizi "per il basso popolo"; ed all'altra per "la nobiltà e cittadinanza" nelle stanze del Buon umore, annesse all'Accademia delle Belle Arti.

La festa popolare sotto gli Uffizi ebbe principio con l'inalzamento d'un globo aereostatico, e fuochi d'artifizio, che furono "secondari da altri graziosi scherzi di simile genere eseguiti sulla Piazza della Signoria". Tutto il porticato del Vasari era illuminato "con fiaccole all'inglese" e l'architettura del cornicione "faceva vaga pompa con ricercata illuminazione a piccole padelle".

In quattro sale interne degli Uffizi, riccamente parate, venivano ammesse a ballare le persone decentemente vestite ed in maschera. Nel mezzo del piazzale erano state collocate due orchestre, che alternativamente facevan ballare il pubblico fatto contento "rallegrandosi col ballo e con i lieti Viva che facevano eco alla riconoscenza" verso il munificente sovrano che in quella lieta circostanza aveva ordinate grandi distribuzioni di pane, "collezioni di doti, assegnazioni di letti, carne agli infermi, e una larga restituzione di pegni". Una carità veramente benintesa, meglio che destinar somme, sia pure ragguardevoli e che spesso non raggiungono lo scopo: poiché, per il solito, i sussidii in danaro vanno sempre a quella specie d'abbonati alla beneficenza pubblica, e non son mai dati con giusto criterio alle persone veramente bisognose, vittime di una occulta e più tremenda miseria, che contrasta con la vergogna della povertà e col pudore di farla palese.

Il sovrano ed i principi, appena scesi all'ingresso degli Uffizi, percorsero per due volte in mezzo al popolo affollato, tutto il loggiato, e si trattennero anche nelle sale dove ballavano le maschere e le persone più pulite, con pieno contento dei principi "per la docilità dei sudditi, che pieni di venerazione ai loro sovrani non fecero nascere nessuno sconcerto". Ed era naturale, dappoiché si vedevan trattati con tanta spontanea confidenza.

Trattenutisi oltre un'ora in mezzo a quell' "innumerabile concorso popolare" i sovrani ed il seguito si recarono al Palazzo della Crocetta alla cena data a loro contemplazione dal principe Rospigliosi; e quindi alle nove e mezzo andarono in Via del Cocomero all'altra festa nelle sale del Buon umore, "superbamente apparate, facendo pompa in esse un giardino artificiale, nel quale vedevasi illuminato a chìarore, il tempio delle Grazie e d'Imeneo".

Il concorso dei forestieri, del popolo e delle maschere, era straordinario: stupenda poi l'elegante ricchezza dei vestiari, e di grande valore "le gioie delle dame e delle altre donne". La profusione d'ogni genere di rinfreschi, in acque, gelati, e di biscotterie, fece conoscere, dice l'esuberante diarista, che la direzione di quella festa "meglio non poteva essere appoggiata che al benemerito capo della città di Firenze, gonfaloniere marchese Tommaso Corsi".

Quattro sale erano state destinate per gli invitati: quella grande riservata ai sovrani, divenne angusta "per l'affollata turba, che anelava di vedere d'appresso la nuova adorata sovrana".

Quella festa che cominciò la sera alle otto e mezzo, fini alle tre dopo mezzanotte, per quanto la corte si fosse ritirata alle undici.

L’adorata sposa, la sera dopo andò con tutta la famiglia regnante al teatro del Cocomero vagamente illuminato, dove fu ricevuta da uno strepitoso applauso. Ed anche al Cocomero dopo il ballo, la corte cenò e poi se ne tornò a' Pitti.

Quei giorni passavano in ricevimenti e presentazioni la mattina, e feste la sera. Così il giorno20 furon presentati alla sposa tutti gli ufficiali delle truppe toscane, le dame di corte residenti in Firenze, e via di seguito. Nella sera, andò con lo sposo, il Granduca e le Arciduchesse, alla festa fatta in suo onore al Casino de' Nobili al ponte a Santa Trinita; e la sera del 23 novembre fu data a Palazzo Pitti una gran festa da ballo alla quale intervennero centocinque dame e trecentosessantasei cavalieri, e non fece vuoto la mancanza dei cavalieri e delle dame inglesi che non presero parte alla festa atteso il loro lutto gravissimo per la morte della giovine principessa di Galles.

Terminati i ricevimenti e le feste, i principi sposi si recarono a Pisa e a Livorno acclamatissimi sempre; e il 28 novembre tornò finalmente da Dresda il conte Baldelli, al quale il Re di Sassonia, "in contrassegno della sua reale soddisfazione" aveva conferito la Gran croce dell'Ordine del Merito e la croce dello stesso Ordine al suo segretario Pistoi, oltre a varii cospicui doni ad ambedue "come una prova di più del gradimento di S. M. il re sàssone".

XII

L'imperatore Francesco e il re di Napoli

a Firenze

La frammassoneria livornese - Esuli politici a Firenze - L'arrivo dell'Imperatore - Illuminazione della città - Visita a pubblici e privati stabilimenti - Feste in piazza della Signoria e nel piazzale degli Uffizi - L'imperatore parte per Napoli e impressione che ne riceve - Rivoluzione napoletana del 1820 - Il re di Napoli ripara in Toscana - Si reca al Congresso di Laybach - Ferdinando III a Livorno - Una congiura sventata - Il generale Casanova.

La Toscana aveva ripreso la sua vita tranquilla, quasi noiosa, senza sbalzi e senza paura di sconvolgimento, come negli anni passati fino al quindici. Soltanto la frammassoneria, che aveva posto il suo quartier generale a Livorno, destava di quando in quando qualche inquietudine, ma non dava poi gran pensiero, poiché il suo scopo costante era quello di rendere l'Italia completamente libera e padrona di sé, come era di diritto.

Ma a nominare i frammassoni allora si facevano il segno della croce come se fossero stati il diavolo, mentre era tutta gente animata sinceramente e profondamente dall'amore di patria e dal desiderio costante e vivissimo di vederla unita, prospera e grande. Oggi, che tutto ciò si sente molto meno, bisogna pur dirlo per quanto s'abbia l'ipocrisia di non volerlo riconoscere, i frammassoni di quei tempi parrebbero codini e nulla più.

Povere menti che tanto faticarono, povere vite spente sui patiboli o nelle galere, quanto diversa doveva esser la riconoscenza e la reverente memoria dei posteri!

Ma non ci confondiamo. La Toscana, dunque, viveva come in una specie di blandizia dell'anima; e mirava indifferente lo sforzo dei liberali, che cozzavano contro la tirannia di principi e di ministri codardi. L'indifferenza però nasceva dalla poca fiducia nella buona riuscita della causa, essendo i fiorentini ammaestrati da un duro passato, a non partecipare alle illusioni dei pochi liberali delle altre provincie d'Italia.

Quello che poteva fare Firenze, e lo fece con slancio sincero di vero patriottismo, fu di accogliere gli esuli di altre città e difenderli; coadiuvati in ciò anche dalla clemenza del Granduca, presso il quale si ritiravano altresì i principi degli Stati dove non si sentivano tanto sicuri, e qui trovavano asilo, e non avevan da temere le molestie dei carbonari e dei frammassoni, che alla lor volta trovando in Firenze onesto rifugio alle persecuzioni, erano esuli al pari dei sovrani contro i quali nei propri paesi cospiravano.

Un avvenimento quasi inaspettato, che dette per qualche giorno un po' più di vita a Firenze, fu l'arrivo dell'imperatore Francesco d'Austria, fratello del granduca Ferdinando III, il quale, con la scusa di riveder lui, e di prendersi un po' di svago, venne a fiutare che vento spirava in Italia riguardo appunto al segreto lavorìo della frammassoneria e della carboneria.

Il Magistrato Civico saputa questa notizia, stabilì di solennizzare con pubbliche feste tale avvenimento; e la I. e R. Segreteria di Finanze nel dì 22 febbraio 1819 partecipò alla Comunità che S. A. il quale aveva accolta "con vera bontà e compiacenza la deliberazione del Magistrato per mezzo della quale si offrivano delle feste civiche nel fausto avvenimento della venuta in Firenze di S. M. l'Imperatore d'Austria, Re d'Ungheria e di Boemia, si degnò di approvare in genere il progetto delle medesime statole presentato".

Ferdinando III non appena ebbe l'annunzio del prossimo arrivo del fratello, sebbene viaggiasse in incognito sotto il titolo di duca di Mantova, la mattina del 7 marzo 1819 partì col principe Rospigliosi per andare ad incontrar l'Imperatore al Covigliaio.

Alle quattro e mezzo pomeridiane dello stesso giorno, l'Imperatore con l'imperatrice Carlotta, sua augustissima consorte, e la figlia arciduchessa Carolina Ferdinanda, accompagnati dal Granduca, arrivarono a Firenze in una carrozza a sei cavalli, preceduti da un picchetto di cacciatori a cavallo e seguitati da altri quattro tiri a sei, mentre dalla Fortezza da Basso furon tirate 101 cannonate.

Varii distaccamenti di truppa facevano ala lungo il tragitto da Porta a San Gallo al Palazzo Pitti. 1 granatieri erano schierati fra il Ponte a Santa Trinita, Via Maggio, lo Sdrucciolo e Piazza Pitti, fino alla porta del palazzo, presso il quale era stata posta la banda musicale, che con le sue "differenti sonate aumentava il brio nel popolo" il quale faceva "echeggiar l'aria di lieti viva".

Quelle grida, il popolo, le avrebbe emesse ormai anche dormendo, tant'era l'abitudine che aveva preso di gridar "Viva" a tutti coloro, che per un motivo o per un altro, venivano a Firenze.

Numerosa era la folla riunita sulla piazza e nel gran cortile, "ed angusto pareva il locale al risuonar dei viva pronunziati al ricevimento di sì illustre comune concittadino, primo Imperatore nato in Toscana, in seno della bella Firenze".

Gl'illustri personaggi furono incontrati al ripiano della scala dalla duchessa di Parma, dall'arciduchessa Maria Teresa di Sassonia, dall'arciduchessa Maria Anna, principessa ereditaria di Toscana, dall'arciduchessa Maria Luisa, dalla principessa Amalia di Sassonia, e da tutte le dame d'onore e di compagnia delle principesse. La sera, poiché a quei tempi l'olio doveva costar poco, vi fu illuminazione generale della città. La più sfarzosa però fu quella del ponte a Santa Trinita e di Via Maggio, la quale incominciava dalla colonna di Santa Trinita, tutta illuminata; e sul ponte v'eran sei guglie pure "vagamente illuminate ed alle quali faceva. facciata l'altra colonna in Piazza San Felice in simil guisa incendiata". Il Palazzo Pitti era fantasticamente magnifico per davvero, poiché tutta l'architettura era disegnata da fanali e da padelle, come nella stessa guisa era illuminata la piazza.

Infinite furono le presentazioni fatte all'Imperatore, il quale trovava però tempo non solo per andare al teatro della Pergola e del Cocomero, ma altresì per visitare le gallerie, "le rarità" e gli stabilimenti, la biblioteca di San Lorenzo, lo Spedale di Santa Maria Nuova, di Bonifazio, degli Innocenti; l'ospizio di Maternità, il reclusorio d'Orbetello e quello dei poveri. Visitò pure l'Accademia delle Belle Arti, lo studio dello scultore Bicci, e quello del Carradori. Assisté con l'Imperatrice ad una seduta dell'Accademia de' Georgofili, e visitarono ambedue le Scuole normali.

L'Imperatrice con le dame e la figlia e con l'arciduca Leopoldo e l'Arciduchessa sposa che l'accompagnarono, volle visitare la cattedrale, e salire fino alla lanterna della cupola. Nei giorni seguenti, l'imperatore, accompagnato da tutti i principi, in tre carrozze di posta si recò pure "ad osservare la grandiosa fabbrica delle porcellane del marchese Ginori che per la sua fama rivaleggiava a quei tempi con le primarie di Francia".

L'imperatore Francesco andava quasi tutti i giorni, ed era per lui il massimo diletto, al passeggio delle Cascine, delle quali egli e l'imperatrice erano addirittura fanatici. Si dilettava anche d'andare a passeggiare per Boboli prima del desinare, che aveva luogo al tocco e mezzo. Era amante altresì di fare delle scampagnate, e si recava spesso al Poggio a Caiano, a Pratolino, a Castello e al Poggio Imperiale. Ciò che lo divertiva moltissimo, erano le fiere della quaresima, alle quali non mancò mai d'intervenire, prendendo parte ogni domenica al corso delle carrozze che allora si teneva alla porta dove si faceva la fiera. Non tralasciò neppur quella di San Giuseppe né della Santissima Annunziata, per la festa della quale assisté anche, con tutta la Corte, al Servizio di Chiesa.

Il 21 di marzo il Comune offrì una gran festa sotto gli Uffizi e in Piazza della Signoria in onore dell'Imperatore, che con l'imperatrice, il Granduca e le Arciduchesse, la godettero dal terrazzino di Palazzo Vecchio.

Gli Uffizi eran meravigliosi per la illuminazione fatta "a tre ordini di fanali trasparenti, che ricorrevano per tutta la fabbrica, disegnandone l'architettura". L'interno del loggiato era illuminato con lumiere e fiaccole all'inglese, poste in mezzo a delle ghirlande di fiori ed a corone di lauro. Gli stanzoni "dei così detti Uffizi" erano illuminati con sfarzo, e ridotti a botteghe di vendita di rinfreschi e di altri generi, per comodo "del concorso popolo".

Sotto la loggia dell'Orgagna era stato eretto il tempio della Fortuna, che sorgeva in un boschetto nel quale le statue della Giustizia e della Fortezza eran di ricco ornamento. Ai lati del tempio eran situate due grandi orchestre con varii cantanti, che salutarono i sovrani quando si presentarono al terrazzino.

In faccia a Palazzo Vecchio, presso il tetto de' Pisani, era stata eretta una montagna artificiale rappresentante la Reggia di Vulcano, all'ingresso della quale era stata collocata la statua di Giove "in atto di ricevere le saette dal fabbricatore di esse". Ma questo non incontrò punto il gusto della popolazione "e molte satire vennero in appresso fatte contro gli artefici e i direttori".

Infatti, quel Giove tonante che non aveva neanche le saette di suo, e che bisognava che aspettasse la misericordia di quello che le fabbricava, era un concetto piuttosto ridicolo. Se Dio ne guardi il saettaio, diciamo così, faceva sciopero, addio Giove.

Le satire dunque piovvero senza numero, ma il pubblico si rifece la bocca ammirando l'addobbo del cortile di Palazzo Vecchio, i corridori e le scale che conducevano "al saloncino detto dei dugento" che formava "un continuo giardinage" con vasi di fiori e agrumi simmetricamente disposti, ed arricchito da una benintesa, o piuttosto benvista, illuminazione a cera.

Prima che i sovrani lasciassero il terrazzino, e si recassero alla Pergola allo spettacolo di gala, dalla cima della montagna scaturirono una copiosa quantità di fuochi artificiali, alla fine dei quali comparve "l'augusto nome di Francesco I in mezzo a vago trasparente".

E così finì quella festa stata inaugurata la mattina a mezzogiorno e mezzo con un atto di beneficenza, cioè con l'estrazione di centocinquanta doti a benefizio di "povere zittelle". L'estrazione fu fatta dalla tribuna eretta sotto l'arco principale della loggia degli Uffizi.

Partito da Firenze, l'imperatore, sempre figurando di farlo per diporto, si recò a Roma, poi a Napoli.

Quella festa lasciò il ricordo d'una discreta spesa. Nell'adunanza del 10 settembre 1819 il Gonfaloniere partecipò al Magistrato una lettera del soprassindaco, in data 3 settembre, con la quale egli avvisa il Magistrato che essendo stato reso conto a S. A. delle spese occorse per le feste date in onore di S. M. l'imperatore ascendenti a L. 121,798 al netto delle robe "in essere, o per restare a benefizio della Comunità o per vendersi per la somma di L. 10,193" S. A. il Granduca si era degnato dichiarare che una tale spesa posasse per metà a carico del Comune da corrispondersi alla cassa della I. e R. Depositeria a ragione di diecimila lire all'anno, cominciando dall'anno 1820.

I Signori adunati "commessero al signor Gonfaloniere di umiliare a S. A. I. e R. i dovuti ringraziamenti per la clemenza avuta di addossare all'I. e R. Depositeria la metà di dette spese". Francesco d'Austria come si era accorto che la Toscana era governata con maggiore liberalità, e sebbene fosse un piccolo Stato, solidamente costituito, lasciando Napoli portò invece seco la convinzione che tristi giorni eran riserbati in un'epoca non lontana alla più ridente parte d'Italia a causa della insipienza del re e della boriosa nullità dei suoi ministri.

Infatti, scopo principale, se non unico, del governo napoletano era quello di distruggere le tracce del governo di Murat e combattere la carboneria: e su questo modo di governare del suo ministero, Ferdinando IV si cullava tranquillo. Ma il lavorìo incessante, sordo, de' carbonari che corrispondevano coi loro collegati in tutto il regno, nel resto d'Italia, e specialmente in Svizzera, cominciò a dare i primi segni della rivolta. Infatti la mattina del due luglio 1820 i "Sottotenenti Morelli e Silvati, con centoventisette fra sergenti e soldati del reggimento reale Borbone cavalleria" disertarono da Nola, dove eran di guarnigione, e insieme al prete Menichini e ad una ventina di carbonari, si diressero ad Avellino al grido di "Viva Dio, re, costituzione".

Essi posero il campo a Mercogliano da dove il tenente Morelli scrisse al tenente colonnello De Concili per indurlo a patrocinar la causa della libertà, secondando la rivolta delle truppe. E il De Concili accettò, diventando così il supremo capo degli insorti.

I ministri, saputa la cosa, spaventati perché impotenti a prendere una risoluzione, ed inabili a dare un consiglio al re, perdettero molte ore a discutere non sul da farsi ma sul modo di dare al sovrano l'annunzio della sommossa, la quale, mentre essi cianciavano di tali puerilità, si allargava e si spandeva per intere provincie.

Il re, inetto e pusillanime, quando lo seppe si trovò imbrogliato a chi dare il comando delle truppe, poiché temeva il tradimento nei generali più abili, ed in quei fidi temeva anche di più: l'asinità loro e la nessuna autorità nell’esercito. Perciò ricorse ai soliti mezzi termini a cui ricorrono tutti i re dappoco ed i governi deboli e fiacchi, cioè alla ostentazione d'una falsa sicurezza, dando tempo al tempo, nella speranza di stancare i ribelli. Ma i ribelli raddoppiarono a vista; il popolo, i vescovi e le autorità, giuravano al nuovo grido di "Viva Dio, re, costituzione". Ferdinando IV incaricò allora il generale Carascosa di porre un argine alla rivolta. Ma, al solito, temendo i ministri della fedeltà di lui, come murattiano, sebbene fosse il solo che godesse la simpatia e la stima dell'esercito, ricorsero allo stolto e gesuitico espediente di dargli ogni facoltà senza soldati. Quando poi il 4 di luglio gli diedero come irrisione seicento uomini, fu troppo tardi, nonostante che grosse schiere fossero affidate al general Nunziante a Nocera.

Intanto il governo procedeva a tentoni, senza saper che pesci pigliare. Onde veduta questa paura e questo disordine, i soldati che ormai eran desiderosi di nuovi eventi, scossero il giogo; ed un reggimento di cavalleria del general Nunziante in presenza delle altre truppe, a stendardo spiegato, il 5 di luglio impunemente disertò da Nocera. Bastò l'esempio. Subito dopo un battaglione della Guardia reale dichiarò di non voler combattere i ribelli, ed un altro battaglione di fanteria a Castellamare tumultuò addirittura.

Tutte le provincie essendosi sollevate, fu necessario di fare spiare le truppe, si raddoppiò la guardia al palazzo reale, e pattuglie di soldati perlustravan la città.

Il general Nunziante vista la marina torba scrisse al re esponendogli "l'animo avverso delle sue schiere" e concludeva: "Sire, la costituzione è desiderio universale del vostro popolo, il nostro opporre sarà vano; io prego V. M. di concederla". Come tutti coloro che vogliono dissimularsi i pericoli e che danno soltanto ascolto a chi brucia loro l'incenso sotto il naso, persuasi di lasciarsi illudere perché possa servir ciò di ripiego alla loro cecità, il re rimase sbigottito leggendo le parole del Nunziante del quale però non dubitava.

Mentre egli ed i suoi barcollanti ministri aspettavano ansiosi la mattina del 6, "ultimo tempo prefisso alle trame o al combattere" nuove sventure accaddero con la fuga del generale Guglielmo Pepe: il quale, sapendo d'esser tenuto d'occhio, perché sospetto di tradimento, preferì d'andarsene alla mezzanotte, spingendo alla diserzione un altro reggimento di cavalleria e alcune compagnie di fanteria.

Tutto ciò portò maggiore sgomento nella Corte; e mentre il re consultava i ministri, al tocco di notte si presentarono al palazzo cinque capi carbonari, dicendo alle guardie di dover subito parlare al re "o a qualche grande di Corte".

Il duca d'Ascoli accorse per sentire ciò che volevano quei cinque, rimanendo sorpreso di vedere fra loro il duca Piccoletti, suo genero. Uno di essi gli disse chiaro e tondo che popolo e soldati volevano la costituzione. L'Ascoli rispose che appunto il re ed i ministri stavano in quel momento concertandone i termini, e promise che fra due ore sarebbe pubblicata, vale a dire alle tre del mattino.

Il re però s'ostinava a non cedere: ma i ministri, con una tremenda paura addosso, lo esortavano in tutti i modi a piegarsi alla necessità. Più di tutti finalmente lo convinse il marchese Circello, che era in odio al pubblico e vecchissimo, "ma per grossolane delizie di vita bramoso di più lungo vivere". Quel vecchio corrotto, si buttò piangendo, quasi al collo del re, vecchio anche lui, chiamandolo figlio, raccomandandosi di "concedere prontamente una costituzione" perché superati così i pericoli del momento Iddio l'avrebbe aiutato "a ricuperare da popolo reo i diritti della corona". Il re firmò il 6 luglio un editto col quale si annunziava che concedeva la invocata costituzione, promettendo di pubblicarne le basi entro otto giorni.

Nello stesso tempo il re, con speciale decreto, nominò nuovi ministri; e col pretesto della mal ferma salute e dell'età, abdicò alla corona e rimise nelle mani del figlio la regale autorità. Ciò non fece altro che sollecitare l'andamento degli eventi. Ogni ritegno fu abbandonato, e l'esercito ormai senza disciplina e senza rispetto per il re, voltò bandiera e si chiamò esercito costituzionale. Capo di esso fu il generale Guglielmo Pepe, "che sconciamente imitava le fogge e il gesto del re Giovacchino Murat". Alle truppe regolari si unirono le "milizie civili" composte di cittadini che in buona fede credevano ai nuovi tempi apportatori di libertà. Non mancò nemmeno in quella circostanza il lato burlesco, rappresentato dall'abate Menichini "vestito da prete, armato da guerriero, profusamente guarnito dei fregi della setta" che precedeva a cavallo settemila carbonari "plebei e nobili, chierici e frati, diffamati ed onesti, senza ordinanze, senza segno d'impero e d'obbedienza mescolati e confusi".

Il Pepe, a capo di altri generali si presentò il 9 luglio alla reggia e domandò al re, che "stava disteso sul letto per infermità o infingimento" di giurare la Costituzione. Il re promise; e la mattina del giorno 13 a mezzogiorno, nel tempio del Palazzo, "al cospetto della Giunta, del Ministero, dei grandi della Corte e di alcuni del popolo" dopo udita la messa salì all'altare, e ponendo la mano sul Vangelo lesse ad alta voce il giuramento scritto, nel quale era detto che egli, Ferdinando Borbone, per la grazia di Dio e per la costituzione della Monarchia Napoletana, re, col nome di Ferdinando I del regno delle Due Sicilie, giurava in nome di Dio e sopra i santi Evangeli la formula della concessa costituzione concludendo: "Se operassi contro il mio giuramento, e contro qualunque articolo di esso, non dovrò essere ubbidito, ed ogni operazione con cui vi contravvenissi, sarà nulla e di nessun valore. Così facendo, Iddio mi aiuti e mi protegga; altrimenti me ne dimandi conto".

Finito di leggere il giuramento officiale, il re, per dargli un'impronta di verità, alzò il capo al cielo, fisso gli occhi sulla croce e spontaneo disse: "Onnipotente Iddio, che collo sguardo infinito leggi nell'anima e nell'avvenire, se io mentisco o se dovrò mancare al giuramento, tu in quest'istante dirigi sul mio capo i fulmini della tua vendetta".

Ma perché Iddio non lo prendesse in parola, dopo avere allentate e ritirate le redini, incapace a frenare il movimento rivoluzionario, nominato reggente il duca di Calabria, principe ereditario, la mattina del 14 dicembre con la moglie, che viaggiò sotto il nome di contessa della Florida, s'imbarcò sul "Vendicatore" - nome di sinistro augurio pei napoletani - quel legno stesso che dopo la battaglia di Vaterloo accolse prigioniero in Rochefort Napoleone I. Egli mascherò la sua fuga dicendo che andava al congresso di Laybach dove era stato invitato dai tre sovrani "della Santa Alleanza" i quali imponevano che in Napoli fosse ristabilito l'ordine ad ogni costo.

Il "Vendicatore" gettò l'àncora nel porto di Livorno la sera del 20 dicembre alle sette e mezzo; e subito ne fu spedito avviso al Granduca a Firenze. Intanto "lu re Nasone" come lo chiamava il suo popolo, sceso a terra e montato in una carrozza fu salutato da 101 colpi di cannone del forte, e passò in mezzo alla truppa in parata. Arrivato al Palazzo reale, fu ricevuto ed ossequiato dai ciambellani che abitavano in Livorno, e quindi si affacciò alla terrazza a ringraziare il popolo che l'aveva accompagnato "con segni di rispetto, amicizia e amore alla sua sacra persona".

Pare impossibile, ma si diceva così!

C'era, col re, oltre la moglie, anche la figlia donna Maria Anna e la nipote donna Lucia, fanciulla di pochi anni.

Il suo seguito era composto di varii gentiluomini, dame, segretari, camerazzi, cavallerizzi, corrieri di gabinetto e staffieri; v'era il padre Agostino da Cuneo cappuccino confessore del re, e un padre compagno del medesimo; vi era pure il chirurgo don Niccola Melorio e don Giovanni Gordou interpetre, quindi un mozzo d'ufizio, un portamobili, un tappezziere, un capo confetturiere con quattro aiuti, e tre facchini di cucina, un ufiziale degli argenti, un fornaro e un facchino, un facchino di polleria, sei persone di scuderia, due volanti; e camerieri servitori e cameriere delle cariche. Tutta questa gente per andare al congresso!

Il 23 dicembre 1820 circa le sei arrivò il re di Napoli in Firenze, accompagnato dal Granduca che era andato a prenderlo a Livorno.

L'ingresso fu solenne; ed il corteggio si componeva di quattro carrozze di gala a sei cavalli ove, oltre ai sovrani, erano le principali cariche delle corti napoletana e toscana. Le truppe schierate dalla Porta a San Frediano fino a Via Maggio e sulla Piazza Pitti facevano ala, e dalla Fortezza da Basso vennero, al solito, tirate 101 cannonate per salutare il suocero di Ferdinando III. Dopo breve soggiorno, il re delle due Sicilie riparti per Vienna, dove andava a conciare per il dì delle feste i suoi infelicissimi sudditi.

Ferdinando III, a causa dei sospetti che la frammassoneria aveva sulla fedeltà e la lealtà del re napoletano, volle andare a Livorno (mentre "re Nasone" partiva per la via di Bologna), e ivi trattennesi qualche giorno per vedere un po' da sé ed informarsi che vento spirava su quell'andata al congresso delle tre potenze della Santa Alleanza.

Ma passò un brutto momento, perché da una congiura di frammassoni fu stabilito di entrare all'improvviso in teatro, dove il Granduca per dimostrar piena fiducia vi si recava senza nessun apparato birresco, e fargli firmare per forza la costituzione.

Il colonnello Casanova, comandante il reggimento di stanza a Livorno, avendo potuto subodorare la cosa, pensò di tentare un colpo, non tanto per farsene onore presso il sovrano, quanto per l'utile che gliene sarebbe venuto.

Perciò, appena si fu assicurato che il Granduca era in teatro, senza far battere il tamburo, fece svegliare silenziosamente tutto il reggimento, e messolo a rango sotto le armi andò con quello a circondare il teatro, chiudendo il passo a chiunque.

Quindi, presentatosi nel palco del Granduca, disse ad uno dei ciambellani di servizio che egli aveva urgente necessità di parlare sul momento al sovrano. Il ciambellano vedendo il colonnello in tenuta di servizio, con la sciabola sguainata, avvisò subito il Granduca di ciò che avveniva. Ferdinando fattolo passare e sentito di che si trattava, uscì subito col colonnello Casanova, ed entrò in carrozza scortato da tutto il reggimento che lo chiuse in un quadrato. Arrivato a palazzo, il Granduca riconoscente strinse la mano al colonnello Casanova dicendogli:

- Mi ricorderò di voi. - E difatti lo nominò generale.

Ma l'aureola di gloria che s'era acquistata il colonnello minacciò d'andare in fumo, quando si presentò in Fortezza da Basso per la presentazione alle truppe. In quella circostanza, avendo intravvisto un soldato su un muricciuolo che stava a guardare i suoi compagni, domandò chi fosse; ed essendogli stato risposto che era un convalescente, il generale non volle intender ragione ed ordinò che si vestisse ed andasse a rango con gli altri. Il poveretto obbedì, ma nel fare le evoluzioni cadde sfinito e morì. Il reggimento si sollevò, voleva ammazzare a tutti i costi il generale, e gli ufficiali ebbero a durare gran fatica a metterlo in salvo. Fu però un vero miracolo se quei soldati, indignati giustamente, non lo mandaron dietro al loro infelice compagno a chiedergli scusa!

 

XIII

Notizie di Corte: Tedeschi per le vie

Ferdinando III vuol riammogliarsi - La sorella della nuora - La futura sposa a Firenze - Re Ferdinando al Congresso - Passaggio di soldati tedeschi - La "lista dei tre colori" - Il generale Guglielmo Pepe e il generale Ruffo - Disfatta e fuga paurosa.

Il matrimonio del Principe ereditario non era stato fecondo, e ciò mise in serio imbarazzo il Granduca, che temeva compromessa seriamente la successione al trono. Ed essendo questa per lui una faccenda della massima importanza, e della quale forse ebbe a tener parola col fratello Imperatore quando venne a Firenze, decise di passare a seconde nozze per vedere se lui, già quasi vecchio, sarebbe stato più fortunato, diciamo così, del figliuolo Leopoldo. Perciò non sapendo dove battere il capo, si risolvé di domandare in sposa la sorella della propria nuora, principessa Maria Ferdinanda Amalia di Sassonia, nata il 27 aprile 1796, e perciò più giovane ventisette anni di lui. Ma la necessità non ha legge. Presa dunque una simile risoluzione, Ferdinando III espose il suo desiderio al principe Massimiliano, padre della principessa Ferdinanda. E così, la domanda del Granduca di Toscana essendo stata accolta con giubbilo dal principe di Sassonia, una sorella sarebbe diventata suocera dell'altra.

L'arciduca Leopoldo rimase per vero dire un po' mortificato di fronte ai sudditi ed alle altre Corti, nel veder costretto il canuto genitore a riprender moglie per causa sua.

La futura sposa arrivò in Firenze il 26 ottobre 1820 alle undici di notte, col proprio padre e con la sorella principessa Amalia ed il seguito in cinque legni ed un brancard. Appena giunti, andarono a Palazzo Pitti ove furono ricevuti nel quartiere della Meridiana dal Granduca, dai Principi ereditari, dal principe e dalla principessa Rospigliosi e dal cavallerizzo Martelli.

Immediatamente passarono a tavola insieme al marchese Emilio Piatti, maggiordomo del principe di Sassonia, e alla contessa di Peralta, dama d'onore della principessa.

Quindi ognuno dei personaggi fu condotto nelle stanze loro assegnate, ed anche le persone del seguito furono provvisoriamente alloggiate a' Pitti. Quando però fu concluso il matrimonio, il Principe e le due figlie passarono ad abitare in Palazzo Vecchio.

La celebrazione del matrimonio sembra che si protraesse un poco a causa dei fatti di Napoli, e certamente per la morte della principessa Maria Anna, sorella del re di Sassonia e zia della futura sposa del Granduca, essendo sorella pure del principe Massimiliano. La nuova della morte fu portata inaspettatamente da un corriere straordinario della Corte di Sassonia la sera del 3 dicembre al Teatro del Cocomero, dove si trovava il Sovrano insieme con i principi.

Il Re di Napoli primo suocero del Granduca fece, nella circostanza del suo passaggio da Firenze, la conoscenza del nuovo suocero di suo genero e della futura Granduchessa di Toscana con la quale si rallegrò, incitando al tempo stesso il gran principe Leopoldo a non lasciarsi vincer la mano dal padre.

Re Ferdinando come abbiamo detto, si era recato al Congresso onde sistemar meglio i suoi sudditi, e frattanto il reggente duca di Calabria ed i Ministri stavano in apprensione non ricevendo lettere del re. Quando finalmente ne ebbero una, rimasero stupiti. In quella lettera, che Ferdinando I scrisse al figliuolo, anziché parlargli degli affari di Stato, gli dava la preziosa notizia che i suoi cani "agli esperimenti di caccia in Gorizia" avevano superato i bracchi dell'imperatore di Russia. Nelle altre, che una volta rotto il ghiaccio, continuò a mandare, si fingeva intimorito dalle minaccie delle tre monarchie alleate, le quali, secondo lui, e sarà stato anche vero, lo trattavano come un sottoposto.

Poco dipoi si cominciarono a vedere in Firenze i primi capitoli di quella tale costituzione che il re delle Due Sicilie era andato a farsi dare a Vienna. E questi primi capitoli sotto forma di 3000 soldati austriaci che eran diretti a Napoli precedendo un corpo di oltre 45,000 uomini, arrivarono nel pomeriggio del 12 febbraio 1821. Tutta la gente era accorsa a veder quelle truppe che quando discorrevano, pareva che leticassero, perché nessuno intendeva nulla; e sembrava impossibile che parlando quella lingua dovessero intendersi fra di loro. Il popolo fiorentino ha sempre delle uscite curiose!

I ragazzi, al solito, andavano avanti, a passo; ma con le gambe corte non potendo farlo lungo quanto i soldati, si sentivano spesso arrivare qualche incitamento con un di que' piedi che parevan gastighi, ed allora eran risate da non credersi. E quei soldati che sembravan di legno, duri, intirizziti, co' baffi lunghi insegati, il naso a can mastino, si voltavano verso la gente, guardandola con certi occhi chiari di gatto, in aria di minaccia.

Siccome era di carnevale, così anche quel passaggio di truppe diventò un divertimento di più.

Ma il Magistrato, in considerazione appunto di tale circostanza, per evitare possibili sconcerti che avrebbero potuto nascere dal battere i tamburi di giorno, permesso in tempo del carnevale, e volendo per quanto dipendeva dal Magistrato stesso prevenire tali sconcerti, deliberò di incaricare il Gonfaloniere di scrivere opportunamente al Presidente del Buon Governo "perché si compiaccia qualora lo riconosca utile e proficuo alla Polizia, dare gli ordini necessari per la cessazione di questo uso, specialmente nel tempo che saranno alloggiate in questa città le truppe estere".

Le truppe s'accamparono in parte sulle piazze ed altre a Santa Verdiana.

I vagabondi, i ragazzi, ed anche qualcun altro, si spassavano a stare a veder fare da cucina negli accampamenti; e si disse anche dalle persone serie, e l'ho sentito più volte raccontare dai vecchi, che nelle pentole nere e affumicate dove cuocevan la minestra, ci tuffavan nel brodo qualche candela di sego per farlo più grasso, e ne levavano il lucignolo di bambagia, che strisciavan fra due dita per non perder neanche una stilla del delizioso sugo!

Una delle cose più gradite che quei soldati trovarono in Firenze fu il vino, al quale si buttavano con una voluttà singolare. E per mostrare che coi fiorentini non avevano rancore né odio, non intendevan di pagarlo. E i fiorentini, in ricambio di tanta cordialità, ne bastonarono parecchi, e se qualcuno di quei soldati andando verso le conce, prossime a Santa Verdiana e a Santa Croce dove erano accampati, bevevano e non pagavano, stavan freschi! Quei conciatori li rincorrevano, lapidandoli addirittura sotto una grandinata di forme da bruciare. E chi c'era passato una volta non ci si riprovava, e girava largo appena sentiva da lontano l'esalazione acuta del tannino.

Ma pagato o no, il vino quand'è bevuto dà alla testa; per quanto quei tedeschi non capissero come mai bevendo il fino per bocca, potesse essere scenduto alle gambe. E allora, quando montavano in bestia era un affar serio; urlando e sbraitando nella loro lingua, pareva che dicessero anche peggio di quello che avranno detto: mentre i fiorentini, con la pura e soave lingua italiana di cui rilevano tutte le finezze, dicevan loro cose che, se le avessero capite, li avrebbero ammazzati.

I sussurri però duravan poco, perché appariva quasi subito un graduato di loro, sergente o caporale, i quali portavano legato alla sciabola un bacchetto di nocciuolo, e con quello, anche nel mezzo di strada, bastonavano il soldato ubriaco e lo rimandavano in quartiere. E siccome con le buone maniere s'ottien sempre ogni cosa, così tutto tornava in calma, ed ognuno commentava per conto proprio quella forma di civiltà applicata, alla quale non erano abituati.

La sera, alla ritirata in Piazza di Santa Croce, ci sarà andata mezza Firenze. Folle di maschere che chiassavano, capiscarichi che figuravano di parlar sul serio con qualche soldato dicendogli i più grandi improperi, e quello ad accennare di sì, facendo scoppiar dal ridere chi li vedeva.

Il 14 febbraio, sulla sera, arrivarono nuove colonne d'austriaci ed occuparono le caserme e le piazze lasciate libere dai primi; ed anche queste seconde truppe cederono il posto ad una terza colonna "forte di 9000 uomini", ed il 17 alla quarta di 11,600 uomini: il 19 poi arrivò l'artiglieria con 3000 uomini e oltre trenta pezzi e carriaggi a quattro cavalli, e tutti andarono ad accamparsi negli stradoni interni e nei prati delle Cascine. Il giorno seguente arrivò nuova artiglieria e treno, che sostituì l'altra, partita la mattina.

Così, a poco a poco, la costituzione che dava il re Nasone era completata con quella razza d'interpetri, che avrebbero parlato forte è chiaro.

I patriotti fiorentini si sentivano stringere il cuore a veder tutte quelle masse di truppe che andavano a soffocare ogni sentimento di libertà nei poveri napoletani, e puntellare con le loro armi il trono del re spergiuro, che in Austria si occupava di tutto fuori che di mantenere la costituzione.

Intanto, alle prime colonne delle truppe austriache che eran passate da Firenze dirette a Napoli, andavano incontro sotto il comando di Guglielmo Pepe, il vanitoso e codardo generale, sempre nuovi soldati; ed era più di ogni altra "ammirata la guardia reale per bello aspetto, ricco vestimento e grida di libertà e di fede". Ogni drappello che partiva, il duca di Calabria lo passava in rassegna, ed incitava tutti con promesse e minaccie. Per fare anche più effetto, la Principessa sua moglie alla bandiera napoletana annodò la "lista dei tre colori", dicendo che quei ricami eran lavoro delle mani delle sue figlie. Ma i discorsi del Principe che salutava con parole marziali i soldati, come se quelle sole bastassero, perché dette da lui, a farli vincere, e la lista dei tre colori ricamati dalla Principessa, non portaron fortuna.

E come sempre, le sorti del regno e le speranze dei liberali andarono in fumo, per la incapacità dei generali e per la viltà boriosa del condottiero generale Pepe, che a Rieti, il 6 luglio, ingaggiò battaglia con gli austriaci, i quali s'accorsero subito con chi avevan che fare.

Per certi raffronti, la storia è la maestra più convincente.

Il general Pepe, causa principale del disastro, fu il primo dei fuggitivi; le milizie civili, nuove al combattimento, assalite "da un superbo reggimento di cavalleria ungherese", da prima trepidarono, poi fuggirono, trascinando con l'esempio qualche compagnia dei più vecchi soldati.

Solo il generale Ruffo, impotente a rattenere i fuggenti, con un piccolo drappello affrontò il vittorioso nemico, e dopo breve combattimento lo costrinse a battere in ritirata. Qualche eroe, nella nostra storia, si trova sempre. Magra soddisfazione a tanti disastri che fatalmente si rassomigliano!

Ed il general Pepe, tale e quale come qualcun altro più moderno, senza esser ritenuto neppure dal bisogno di mangiare né di riposare, ma cacciato sempre dalla paura, continuò a scappare finché non si fermò a Napoli. Quivi la seppe rigirar tanto bene, da farsi dar l'incarico, dall'inesperto reggente, della ricomposizione del secondo esercito!

1 soldati, rimasti così senza il generale e col nemico alle spalle, diedero, com'era naturale, il miserando spettacolo di buttar via le armi e le insegne, di "rovesciare e spezzare le macchine di guerra, inciampo al fuggire". Così quell'esercito che pochi giorni innanzi metteva in pensiero il nemico, ne divenne il ludibrio. Fra tanta vergogna rimasero soli attorno alle bandiere pochi uffiziali attoniti e sdegnati, non potendo credere alla subitanea rovina dell'esercito, che pareva "non opera umana, ma catastrofe della natura".

Tanto sfacelo, tanta vergogna prostrò gli animi ed avvilì i cuori. I più animosi e fedeli all'ideale della libertà fuggirono in America o si rifugiarono in Spagna; coloro, come accade sempre, che fallito un colpo ne tentano un altro purché il conto torni, si nascosero provvisoriamente per sbucar fuori poi a cose più calme, pentiti e dolenti come peccatori ravveduti, cercando di guadagnar dopo ciò che non avevano ottenuto prima

 

XIV

La malattia di Ferdinando III

Munificenza sovrana - Caccia sfortunata - Primi sintomi di una febbre gagliarda - Bollettini poco confortanti - Il "pane angelico" - La "Gobbina" - Pubbliche preci - Ferdinando migliora - Funzioni di ringraziamento - La Corte ricomincia a divertirsi - Il re delle Due Sicilie torna a Firenze - Il suo voto alla SS. Annunziata - Regali - La convalescenza del Granduca - Il principe Carlo Alberto e Maria Teresa a Firenze - Omaggi del popolo al Sovrano.

Il 18 gennaio 1821 il Magistrato ebbe dal Gonfaloniere la consolante notizia che S. A. I. e R. per mezzo dell'I. e R. Segretario di finanze partecipava alla Comunità che egli aveva ad essa accordato un sussidio straordinario di L. 70,000. Il Magistrato per dimostrare a S. A. la sua gratitudine per tale atto di munificenza, che aveva "prodotto il vantaggio universale di non aumentare l'imposizione del Dazio", commesse al signor Gonfaloniere di presentarsi a S. A. I. e R. e rendergli in nome del Magistrato stesso i dovuti ringraziamenti per un atto così magnanimo.

Ma par proprio destino che le opere buone non abbian mai la giusta ricompensa, e che debbano quasi sempre scontarsi! Così avvenne a Ferdinando III.

Durante il soggiorno in Firenze del principe di Sassonia e della figlia, futura sposa del Granduca, questi non tralasciava occasione per farli divertire, e si dava moto quanto un giovane per far dimenticare appunto alla fidanzata la grande differenza d'età che esisteva fra loro due. Ma un vecchio che vuol fare il giovane, se non è prima è poi, viene il momento che si fa scorgere. Così avvenne a Ferdinando III, il quale essendo un po' dedito per natura alla caccia, ma anche molto più facendolo per mostrare d'aver meno di quei benedetti cinquantadue anni, si strapazzava tanto, che neanche un uomo assai più giovane avrebbe potuto resistere. Per conseguenza, dopo essere stato il giorno 12 febbraio 1821 a caccia al Poggio a Caiano col principe Rospigliosi, la sera, per quanto fosse anche un po' stanco e non si sentisse troppo bene, volle andare al Teatro del Cocomero coi principi di Sassonia, col figlio e la nuora, e si trattennero tutti a cena.

Anche il giorno dopo, il Granduca non si sentiva a modo suo; ma non voleva parere: lo stesso il giorno dipoi: anzi la sera, che fu il 14 di febbraio, andò con la corte alla festa del Reale Casino de' Nobili; ma quel male che Ferdinando strascicava, credendo di scaponirlo, scaponì invece lui; ed alle undici e mezzo, mentre la festa era nel maggior suo splendore, ebbe una specie di deliquio dopo "un insulto", che lo costrinse a ritirarsi.

Parve la mattina seguente che non fosse altro; ma verso sera, avendo dei leggeri brividi di febbre, i medici lo consigliarono di andare a letto.

La febbre andò sempre più aumentando; e la notte dal 16 al 17, il Granduca non poté chiuder un occhio per la continua tosse che gli spezzava il petto.

Per conseguenza, la mattina gli fu levato sangue, ciò che lo sollevò assai. Ma la sera alle 7, la febbre gli si rimise più gagliarda, e dai medici essendo stato riconosciuto oramai che si trattava d'un mal di petto bell'e buono, prima d'entrar nella nottata gli levaron sangue un'altra volta!

Da quel giorno fu ordinato dal Maggiordomo maggiore che restassero a vicenda, in anticamera, un cameriere e un usciere per ricevere i nomi "dei signori e persone" che si recavano a prender notizie del Sovrano. Si cominciò pure da quel giorno a passare in anticamera, dal medico curante, il bollettino sullo stato di salute del malato.

Le cose andavano facendosi sempre più gravi; tant'è vero che la mattina del 18 alle 5 pomeridiane fu praticata una terza levata di sangue!... Nella notte Ferdinando III non riposò quasi mai e tossì sempre, soffrendo molto per un "dolore costale dalla parte destra". Seguendo perciò i metodi di cura allora in uso in simili circostanze, gli furono applicati due vescicanti; uno al braccio destro, ed uno alla coscia "dalla parte dolente".

Fu pubblicato quindi il secondo bollettino, dal quale resultava che la febbre s'era rimessa un'ora più tardi e più mite; e che il malato dava segni di miglioramento.

Frattanto quando furon le 9 gli vennero medicati i vescicanti "stati trovati avere operato e prodotti buoni sgravi diuretici".

Col bollettino della mattina del 20 si constatava un nuovo miglioramento nell'infermo, avendo riposato tranquillamente nella nottata ed avuta febbre più mite.

Alle 9 antimeridiane il viceparroco di corte Brunacci, confessore del Granduca, per espressa volontà di lui, "che ricercò di fare le sue devozioni" disse messa nella sua camera e privatamente "gli fu recato il pane angelico".

La messa fu detta ad un piccolo altare eretto provvisoriamente, con un crocifisso e quattro candelieri. Al momento di comunicare il Granduca fu chiusa la porta della camera e non furono presenti che il principe Rospigliosi, il quale tenne l'ombrellino e recitò il confiteor, il gran ciambellano ed il cavallerizzo maggiore con un torcetto ciascuno, che accompagnarono il viatico fino al letto del malato.

Dopo la comunione fu riaperta la porta e continuata la messa, alla quale assisté privatamente in una stanza accanto la figlia del Granduca, arciduchessa Maria Luisa. Il popolo più per malinconico vezzeggiativo che per dispregio, poiché l'amava vivamente per la sua bontà, e per la sua infelicità, chiamava costei "la gobbina" a causa della deformità della persona statale causata da piccola per una caduta dalla carrozza mentre si affacciò allo sportello che imprevedutamente si aprì, essendo stato un vero miracolo se non rimase schiacciata sotto le ruote.

Nella cappella di corte, onde, ottenere la guarigione del Sovrano fu esposto il Sacramento per tre giorni dalla mattina alle sette fino all'Ave Maria della sera.

Fu ordinato altresì che si facesse allo stesso oggetto un triduo in Duomo all'altare di San Zanobi, ed alla Santissima Annunziata a quello della Madonna.

A quei tempi, nonostante tutta la religiosità della corte e le pompe esterne delle funzioni sacre alle quali interveniva il Granduca e le cariche dello Stato, l'autorità ecclesiastica filava come un fuso, e stava sottomessa all'autorità sovrana senza tante smargiassate. Perciò nella malattia di Ferdinando III "dalla Segreteria del Regio Diritto" (la bestia nera del Vaticano che non aveva mai potuto ottenerne la soppressione) "fu inculcato ai vescovi del granducato di far dire la colletta nella messa per impetrare la guarigione del Sovrano". Bisogna dire però che fu una gara in tutti gli ordini di cittadini, e perfino nella truppa, a dimostrare l'interesse che ognuno prendeva per la salute di Ferdinando III.

Infatti oltre al vescovo di Fiesole, il quale ordinò che fossero esposte nella chiesa di Sant'Alessandro le reliquie del, Santo, per esprimere al Sovrano "il loro rispettoso affetto implorando da Dio la sua guarigione" fecero tridui ed esposizioni gli impiegati di corte a Santa Felicita; i canonici e i cappellani del Duomo nella Metropolitana; il battaglione dei granatieri in Belvedere; il reggimento dei fucilieri nella Fortezza da Basso; il reggimento dei dragoni, o cacciatori a cavallo, nella chiesa di Sant'lacopo tra' Fossi dalle Colonnine; le monache di Santa Verdiana, quelle di Santa Maria Maddalena, di Ripoli, di Sant'Appollonia, di Sant'Agata, delle Cappuccine in Via de' Malcontenti, e delle Poverine in Via delle Torricelle, lassù dalla Zecca Vecchia, nelle respettive loro chiese; le Guardie nobili, dette Guardie del Corpo, e gli Anziani a San Marco; le cariche di corte, i ciambellani e gli ufficiali in ritiro a Santa Felicita; gli impiegati di Dogana a San Firenze, con una distribuzione di pane a' poveri; le monache degli Angiolini e le scuole di Santa Caterina, e le monache del Conventino nel loro oratorio; e infine gli impiegati delle Segreterie di Stato alla Santissima Annunziata.

Le condizioni del malato cominciarono ad essere ancora più soddisfacenti il 22, nel qual giorno i due bollettini portavano un progressivo miglioramento nonostante la continuazione della febbre; ma questa cominciò a decrescere nei giorni appresso, tanto che nel dì 27 i medici dichiararono che il Granduca procedeva regolarmente alla guarigione. Il bollettino del 28 avendo annunziato che la febbre era totalmente sparita, "portò la maggiore consolazione in tutti i ceti di persone".

Ormai si poteva dire scongiurato ogni pericolo; ai tridui ed alle esposizioni cominciarono a seguire le sacre funzioni di ringraziamento. Il primo a darne l'esempio fu il Comune, il quale fino dal 22 febbraio 1821, accogliendo la proposta del Gonfaloniere, nella fausta circostanza della recuperata salute di S. A. I. e R. "l'amatissimo Sovrano", stimò conveniente che il Magistrato come interpetre della volontà generale dei cittadini stati universalmente costernati dalla fiera e pericolosa malattia, da cui era stata afflitta la prefata A. S., fossero dati "dei contrassegni di vera letizia in ringraziamento all'Altissimo". Ed il Magistrato che aderì a quella proposta, ordinò che fosse fatto "un pubblico ringraziamento all'Altissimo Onnipotente Iddio nella Metropolitana con messa solenne, e l'inno ambrosiano, in quel giorno che fosse creduto più adattato a sì pia funzione, con quello sfarzo e lustro che esigeva la circostanza, con l'intervento del Magistrato e con invito alle altre magistrature, incaricando il Gonfaloniere di concertare l'occorrente con monsignore Arcivescovo e col Capitolo, e quindi dare le disposizioni necessarie per l'esecuzione di quanto sopra".

In seguito a questa deliberazione, la mattina del 4 marzo 1821 "i signori Gonfaloniere e Priori nobili e cittadini della Comunità di Firenze in completo numero di otto, a ore dieci e mezzo di mattina, nelle stanze del R. Ufizio del Bigallo si portarono insieme con le altre Magistrature espressamente invitate nella Chiesa Metropolitana, ove assisterono alla solenne messa cantata in musica, dopo della quale fu cantato l'inno ambrosiano ed esposto l'Augustissimo Sacramento in ringraziamento all'Altissimo per la salute recuperata da S. A. I. e R. l'amatissimo Sovrano e terminata la sacra funzione con la santa benedizione restarono licenziati".

A quella messa intervennero, oltre il gonfaloniere marchese Tommaso Corsi ed i priori, tutti i componenti l'anticamera, il corpo diplomatico, i cavalieri di Santo Stefano, il Ufficialità, la nobiltà e gli impiegati di ciascun dicastero. Tutti gli invitati intervennero "senza etichetta ma in semplice fiacq"! Vi assistettero pure privatamente il principe e le principesse di Sassonia, "senza che vi si mescolassero in alcuna parte gli addetti all'etichetta della Real Corte". Chi scrisse queste parole nel Diario di corte di quel tempo, par che ci provi un sollievo!

La messa la cantò monsignor Morali, arcivescovo di Firenze, che diede poi la benedizione. L'apparato e l'illuminazione del maestoso tempio, furon fatte con grande sfarzo e al solito "con ben intesa simmetria". La funzione "fu benissimo regolata, con piena annuenza del popolo concorsovi". Meno male! perché a contentare il popolo ci vuol poco e ci vuol dimolto.

Le spese occorse per questa cerimonia furono così liquidate nella successiva adunanza del dì 8 marzo: L. 916.13.4 al signor Giuseppe Lorenzi "Prefetto della musica della R. Corte: che L. 779.6.8 per onorario dovuto al medesimo ed ai professori sì di canto che di suono, che eseguirono la musica; e L. 137.6.8 per la copia della musica per formare due cori o orchestra". Quindi L. 113.6.8 al Comando militare della piazza e per esso al signor capitano Augusto Becchi per soldo della truppa che prestò servizio in occasione del rendimento di grazie. La "valuta della cera, noli di lumiere, paratura, opere, ecc., occorse in quella occasione" del rendimento di grazie, importò L. 2159.9.8.

Nella stessa adunanza fu partecipata la lettera del Provveditore della Camera delle Comunità del 24 febbraio contenente la sovrana adesione e annuenza alla deliberazione del Magistrato del 22 del mese stesso pel pubblico ringraziamento, dando ordine che ne fosse contemporaneamente contestato allo stesso Magistrato il suo sovrano gradimento.

Le cose andavano ormai così discretamente, che l'Arciduchessa ereditaria, col padre e le sorelle andarono la sera di quella stessa domenica al teatro della Pergola, dove ebbe luogo la festa da ballo di gala, e cenarono con le cariche "e loro corte nobile" essendo stata servita la tavola "per sedici coperti".

La mattina alla messa solenne, e la sera al veglione. Una cosa compensava l'altra.

In questi giorni intanto "lu re Nasone" lasciò Vienna diretto a Firenze, tutto contento perché gli austriaci gli mettevano in pace lo Stato, e anche perché lo Czar gli aveva regalati alcuni orsi grossissimi "per migliorare la specie d'orsi che ne' boschi d'Abruzzo viene poco feconda e tapina". Questa era la serietà degna di un re come quello!...

Prima di restituirsi alla sua reggia di Napoli, Ferdinando I volle di nuovo fermarsi a Firenze, ove lo precedé di quattro giorni, cioè il 5 marzo 1821, la moglie, duchessa della Florida, che andò ad alloggiare nel palazzo della Crocetta, ove fu complimentata dal principe Rospigliosi a nome del Sovrano, il quale le offrì il servizio degli staffieri di Corte che essa cortesemente rifiutò. La sera andò ad ossequiarla il principe Massimiliano, che le portò i saluti delle sue figlie.

Il giorno dopo, ultimo giorno di carnevale, dopo mezzogiorno, la duchessa della Florida, andò a far visita al Granduca ed "entrò senza veruna etichetta" in camera del Sovrano congratulandosi della sua convalescenza: quindi passò a complimentare l'arciduchessa Maria Luisa; non potendo fare altrettanto con l'arciduchessa ereditaria, perché tanto lei che il principe Massimiliano suo padre, la sorella, sua futura suocera, onoraria, - diciamo così - e l'altra sorella, erano andate al passeggio delle maschere sotto gli Uffizi come nella domenica precedente.

Il giorno andarono in tre mute al corso, e la sera all'ultima festa da ballo alla Pergola ove, per mutare, cenarono, tornando però a Palazzo prima della mezzanotte, perché la quaresima li trovasse a letto.

Il giorno delle ceneri principiò la predicazione nella cappella reale il sacerdote Ranieri Callisto, pievano di Buti nella diocesi di Pisa, e la corte vi doveva assistere per regola d'etichetta tre o quattro volte la settimana, e così scontare i passati divertimenti.

Il 9 marzo arrivò in Firenze il re di Napoli; la sua carrozza fu scortata da un ufficiale e da sei dragoni, e dalle fortezze si spararono i soliti 101 colpi di cannone. Mentre egli entrava in Firenze, gli austriaci s'impadronivano a mano a mano di Napoli, portando la famosa costituzione promessa, e della quale il Re si contentava di veder l'effetto di quaggiù.

E siccome per non scappare da re, era fuggito nel dicembre quasi incognito, così mantenne questa sua qualità e fece licenziare il picchetto dei granatieri di guardia al palazzo della Crocetta, accettando soltanto una tenuissima forza militare ed i soli anziani per vigilare l'interno del palazzo.

Egli pure si recò subito a visitare il Granduca del quale il 13 marzo si pubblicò l'ultimo bollettino constatante la piena convalescenza, sebbene le forze tornassero lentamente.

Con la recuperata salute del Sovrano avvicinandosi sempre più la probabilità delle sue seconde nozze, il cavaliere marchese Tommaso Corsi nella seduta del 22 marzo 1821 espose ai componenti il Magistrato civico che sarebbe stato di "convenienza e decoro che il Magistrato stesso in occasione di pubbliche comparse a funzioni sacre o ad altre feste, avesse un abito di cerimonia più decente dell'attuale che era inferiore a quello usato dalle Magistrature delle città provinciali e di altre Comunità della Toscana".

Ed i priori, commossi da tanta premura del loro Gonfaloniere che non permetteva che facessero brutta figura, deliberarono di autorizzare lo stesso signor marchese Corsi a domandare in nome del Magistrato loro l'opportuna facoltà di valersi nelle pubbliche comparse dell'abito di cerimonia più decoroso dell'attuale, di color nero con rivolte di scarlatto o cremisi, e dell'uso della berretta concertandone la forma col signor Avvocato Regio, e con chi altro occorresse.

Ed il nuovo abito e la berretta ebbero la "sovrana approvazione" e costarono la egregia somma di L. 946.3.4.

Furon pagate poi al sarto Francesco Piacenti altre ventotto lire "per valuta del figurino e per la sua mercede di funzioni" per la esecuzione di quegli abiti, nei quali il Magistrato fu contento come una pasqua di potersi pavoneggiare più bello di prima "nelle pubbliche comparse".

La mattina del 2 di aprile alle undici fu dal Granduca ricevuto in udienza privata l'arcivescovo di Firenze, che gli andò a far la visita di congratulazioni, nel tempo stesso che il re di Napoli metteva il colmo alla sua spudoratezza facendo cantare un solenne Te Deum alla Santissima Annunziata "in rendimento di grazie per i felici successi del suo regno"; ed al Te Deum intervenne a faccia fresca tutto il corpo diplomatico, la nobiltà, l'uffizialità, escluse le dame. Meno male che le signore non furono complici di tanto misfatto!

In memoria di quei "felici successi", Ferdinando I re delle due Sicilie, oltre al Te Deum, ebbe l'empietà di porre un voto alla Santissima Annunziata, consistente in una lampada d'argento ricchissima col motto: Mariae genitrici Dei Ferd. I Utr-. Sic. rex Don. d. d. ann. 1821 ob pristinum imperii decus, ope ejus prestantissima recuperatum.

La risposta al voto dello spergiuro Nasone che passò allora inosservato, perché nessuno è profeta, parve quella quasi miracolosa dell'arrivo in Firenze, che portò molta consolazione ai Sovrani, nella sera di quello stesso dì 2 aprile 1821, del piccolo principe Vittorio Emanuele accompagnato dallo scudiere marchese Torre. dalla camerista, dalla balia, da una donna di guardaroba, da un camerazzo e da due staffieri. Egli fu quel piccolo principe, che quarant'anni dopo entrò da re in Napoli apportatore della vera libertà. Fu lui il fortunato che vendicò l'onta di quell'esercito austriaco col quale Ferdinando nel 1821 s'era fatto precedere per rimangiarsi la costituzione, offrendo in empio ringraziamento una lampada alla Madonna nel giorno stesso che giungeva a Firenze quel fanciullo di cui nessuno presagiva che fatto grande avrebbe riscattata l'Italia dalla servitù straniera.

Finalmente il 14 aprile Ferdinando I si levò di torno, poiché a Firenze, per quanto non lo dimostrassero apertamente, nessuno lo poteva soffrire. Egli partì diretto a Roma ove da due giorni lo attendeva la moglie con la figlia e la nipote.

Prima di abbandonare Firenze, Ferdinando I lasciò i seguenti regali e gratificazioni in contanti:

Una tabacchiera d'oro con dentro cento zecchini al signor Casamorata, primo guardaroba di Corte; un anello di brillanti al segretario Bonaini; una tabacchiera d'oro al signor Morandi, maestro della real casa; un anello di brillanti al segretario d'etichetta, Corsi; un anello simile al furiere Ceccherini; una tabacchiera d'oro al signor Gargaruti, primo ispettore; un oriolo con catena d'oro al signor Ventinove, guardaroba del real palazzo; cento zecchini ai granatieri stati di servizio alla Crocetta; cinquanta zecchini agli anziani; trenta zecchini al custode del palazzo della Crocetta; dodici zecchini al giardiniere; otto zecchini all'aiuto giardiniere ed altri otto al facchino di guardaroba; cento zecchini ai livreati delle scuderie; quarantotto ai quattro staffieri stati alla Crocetta; cinque al giardiniere di Boboli; tre a quello del Museo; otto a quello della villa di Castello; quattro al guardaroba del Poggio Imperiale, e quattro al giardiniere.

Questi soli dissero bene del re Nasone!

Appena partiti i tedeschi, che fecero da battistrada al re di Napoli, al Comune di Firenze piovvero le note delle spese e le domande d'indennità per i danni ricevuti dal passaggio di quelle truppe.

Per conseguenza il 12 aprile 1821 il Gonfaloniere partecipò al Magistrato la rappresentanza da lui fatta al Provveditore della Camera delle Comunità relativa ai danni e guasti arrecati dalle truppe austriache ai locali destinati per il loro accasermamento; e veduta la relazione degli ingegneri che verificarono i danni stessi arrecati a diversi conventi e ad Andrea Lottini "per la devastazione delle piante nei terreni racchiusi fra i chiostri del convento di Santa Croce" fu stabilita la somma di L. 1896 da pagarsi ai superiori dei rispettivi conventi e al Lottini per riparare ai guasti accaduti ed indennizzare il Lottini della perdita delle piante. Le spese poi che accorsero per il solo accasermamento delle truppe austriache ascesero a L. 19,528.15.

La prima volta che il Granduca uscì dal suo quartiere fu la domenica delle Palme. Egli senza invito alla corte, attesa la sua convalescenza, assisté alle funzioni che si facevano in quel giorno nella cappella reale, dal suo coretto, privatamente, insieme alla sola arciduchessa Maria Luisa, alla quale portava una speciale affezione.

La sera della domenica stessa, alle dieci, arrivò a Palazzo Pitti la figlia Maria Teresa, principessa di Carignano, insieme al marito principe Carlo Alberto, che andarono subito nel quartiere loro destinato. La principessa rimase con suo padre fino all'ora della tavola "che in breve fu servita".

Essendo ormai stabilito fra Ferdinando III ed il principe Massimiliano il matrimonio con l'arciduchessa Maria Ferdinanda, il Granduca aveva inviato al re di Sassonia, zio della sua futura sposa, il marchese Carlo Ginori, all'oggetto di ottenere da lui il consenso a queste nozze, che egli accordò con animo lieto per quanto già lo sapesse concluso, e non si trattasse che di una semplice forma d'etichetta e non altro.

Il 17 aprile tornò in Firenze il marchese Ginori col suo segretario Pistoi, i quali erano stati ricevuti dal re di Sassonia con ogni distinzione, avendo loro per di più conferito al Marchese la commenda dell'ordine della Corona ed al Pistoi la croce di cavaliere dello stesso ordine, oltre a cospicui regali.

Il giovedì santo il Sovrano uscì per la prima volta, "ma privatissimamente ed a piedi, per far la visita dei sepolcri, non avendo condotto seco che un solo staffiere, ma in compagnia della principessa di Carignano, dell'arciduchessa Maria Luisa, della contessa Filippi, della baronessa Gebsattel e del conte Opizzoni".

Il popolo che si trovò così inaspettatamente a vedere il Sovrano, si scansava rispettosamente al passaggio di lui, facendogli una dimostrazione di verace affetto, d'una simpatia e di una reverenza non simulata, per quanto non vi fossero né schiamazzanti evviva, né esagerazioni di sorta, le quali spesso falsano il vero sentimento dell'animo. Col cappello in mano e con la gioia nello sguardo commosso, salutavano con un bisbiglio pieno di compiacenza il Granduca, il quale, pur non volendo dimostrarlo, trovandosi così frammisto bonariamente ai suoi sudditi, che gli manifestavano con tanta semplicità e con tanta spontaneità la loro affezione, aveva le lacrime in pelle in pelle, che il sorriso, col quale ricambiava quel muto e rispettoso saluto, non valeva a nascondere.

Anche per un regnante, fosse pure amato, tali momenti erano sempre rari.

 

XV

Il matrimonio del Granduca

Comunicazione ufficiale - Un dubbio risolto dall'Arcivescovo - Appello del principe Massimiliano - Questione di etichetta - Terzo inciampo - Elargizioni di doti - Atto di renunzia - Cerimoniale e notificazioni - L'addobbo della Metropolitana - L'arrivo dei Sovrani - Le nozze - Ritorno a Palazzo Pitti - I fuochi sulla torre di Palazzo Vecchio e I' illuminazione della Cupola del Duomo - Benedizione nuziale - Feste e divertimenti.

Ferdinando III comunicò personalmente al maggiordomo maggiore, principe Rospigliosi ed al gran ciambellano Antinori, che egli avrebbe sposata la principessa Maria Ferdinanda di Sassonia il giorno 6 maggio 1821.

Perciò incaricava essi stessi di dare le necessarie disposizioni per la solenne cerimonia, sottoponendo preventivamente alla sua approvazione tutte le relative proposte.

Frattanto siccome il Comune non poteva rimanere indifferente di fronte a siffatto avvenimento, così nell'adunanza del 21 aprile 1821, dal signor Gonfaloniere fu proposto al Magistrato straordinariamente convocato "di offrire una qualche festa pubblica per esternare la comun gioia, nella fausta circostanza del matrimonio di S. A. I. e R. l'augusto Sovrano con la Principessa Maria Ferdinanda di Sassonia". Il Magistrato "riconosciuta molto plausibile e doverosa una tale proposizione, autorizzò lo stesso signor Gonfaloniere ad offrire in nome pubblico della città alla prefata I. e R. Altezza Sua lo spettacolo della corsa dei cocchi sulla Piazza di Santa Maria Novella, una festa di ballo da darsi nelle stanze dell'Accademia delle Belle Arti dette del Buon Umore e suoi annessi, con l'ingresso ai nobili, cittadini, impiegati ed altre persone decentemente vestite, e contemporaneamente una festa di ballo campestre nella prossima piazza di San Marco coll'illuminazione delle strade contigue alla medesima, per dar luogo anche al basso popolo, che non potrebbe avere accesso a dette stanze del Buon Umore, di rallegrarsi in così fausta ricorrenza. Accettata che fu questa offerta, il signor Gonfaloniere fu autorizzato di dare tutte le disposizioni perché le feste fossero eseguite "con dignità corrispondente all'oggetto".

Ed il 23 aprile il Provveditore della Camera delle Comunità con lettera diretta al gonfaloniere Tommaso Corsi, gli rese nota "la graziosa accoglienza di S. A. I. e R. al contrassegno di devozione e attaccamento verso la sua sacra persona" come risultava dalla deliberazione "con la quale il Magistrato civico esternava il desiderio di potere accompagnare con qualche dimostrazione adeguata la pubblica gioia" in occasione delle imminenti nozze, essendosi degnato il graziosissimo Sovrano di accettare le feste offerte.

Il 1° di maggio l'avvocato Regio annunziò al Magistrato civico, che veniva dispensato dall'assistere nella mattina del dì 6 corrente, giorno natalizio di S. A. I. e R. alla messa dello Spirito Santo nella Metropolitana, ove doveva intervenire nel dopo pranzo del giorno stesso per la funzione del fausto matrimonio dell'I. e R. Altezza Sua.

Ma verificandosi spesso che qualche priore, nobile o cittadino, faceva da sordo non intervenendo alle pubbliche cerimonie, e tale mancanza essendo talvolta attribuita ad opinioni politiche diverse da quelle che i signori priori dovevano avere, nell'adunanza del 3 maggio 1821 fu partecipata dal Gonfaloniere ai signori Priori medesimi la circolare dell'uffizio generale delle Comunità del dì 6 aprile precedente, contenente le sovrane dichiarazioni che i residenti nelle Magistrature comunitative che d'allora in poi mancassero di intervenire alle adunanze votive, ed alle gite per funzioni sacre e feste solenni, si intendessero soggetti alla multa di lire due per ogni mancanza!

Quello intanto era il baleno. Il tuono doveva venir dopo!

Ma non venne: perché, ora quello ora quell'altro dei signori Priori, qualcuno all'adunanze mancava sempre. E quando poi, quasi ognuno ebbe la sua brava dose "di appuntature o multe" fecero al Magistrato, ossia a loro stessi, la domanda del condono, che fu concesso, e così si assolvettero scambievolmente.

Un argomento che diede subito molto da fare al principe Rospigliosi ed al gran ciambellano Antinori, fu quello di sapere se l'inviato straordinario della Corte di Sassonia, conte Einsiedel, come protestante, avrebbe potuto far da testimone "alla dazione dell'anello", secondo il desiderio del principe Massimiliano.

Il Rospigliosi non era di parere uguale all'Antinori: perciò stabilirono di sottoporre il quesito all'Arcivescovo, inviando presso di lui personalmente il segretario d'etichetta.

L'Arcivescovo mandò in risposta, la seguente decisione che egli stesso dettò al segretario inviatogli.

Monsignore, unitamente al Vicario Glardoni, arcidiacono Carlini e canonici Galotti e Cantini, credono che non possa ammettersi per testimone un protestante alla celebrazione del matrimonio, perché dipendendo sostanzialmente la validità del medesimo dalla presenza del parroco e testimoni a forma del Sacro Concilio di Trento; e trattandosi di un sacramento, sarebbe lo stesso che comunicare in divinis con un protestante, lo che è espressamente vietato dalla Chiesa cattolica.

Il principe Rospigliosi, avuta questa risposta, andò immediatamente a Palazzo Vecchio dove alloggiava con le due figlie il principe Massimiliano, e gli fece noto il divieto dell'Arcivescovo ad ammettere per testimone il conte Einsiedel. Il principe, che non ne rimase persuaso, si recò personalmente dall'Arcivescovo per farlo recedere dalla presa determinazione; ma non vi riuscì. Ottenne soltanto che il testimone della sposa sarebbe stato il marchese Piatti, e che l'inviato straordinario avrebbe assistito alla cerimonia, prendendo posto nel genuflessorio dei ministri esteri.

Appianata questa difficoltà, ne sorse un'altra più seria.

Essendo stato stabilito, e dal Granduca approvato, che la sposa, la quale doveva essere accompagnata dal padre, sarebbe stata ricevuta alla porta della Metropolitana dalle dignità ecclesiastiche, che le avrebbero presentata l'acqua santa, e da due ciambellani, i componenti il Capitolo reclamarono subito tutti inviperiti contro l'invito per le quattro dignità ecclesiastiche per ricevere la sposa e il Sovrano, "pretendendo d'andarvi tutti in corpo o almeno con esse i canonici curaioli".

Il segretario d'etichetta rispose che i canonici, secondo il sistema seguìto in circostanze consimili, dovevan restare nei loro stalli in coro, e che soltanto quattro dignità ecclesiastiche dovessero ricevere i Sovrani.

Non persuasi i reclamanti, ricorsero direttamente al maggiordomo maggiore dicendogli a tanto di lettere che i canonici capitolari e curaioli avevan diritto quanto le quattro autorità ecclesiastiche, le quali, volere o non volere, dipendevano in parte anch'esse dal Capitolo; e che la sola consuetudine non bastava a togliere ad essi i diritti di buonificenza stabilita dai regolamenti del Capitolo stesso.

Il Rospigliosi seccato di questo nuovo inciampo, per le solite bizzose vanità e ripicchi, incaricò il segretario di etichetta di portarsi dall'Arcivescovo, pregandolo a sbrigar lui tale faccenda, intendendo però che dovesse rimaner fermo che i canonici a ricevere i Sovrani non dovessero esser più di quattro.

L'Arcivescovo, che conosceva i suoi polli, non volle prendere nessuna risoluzione. Comunicò ai reclamanti la risposta del maggiordomo maggiore, perché se la sbrigassero fra di loro, ché lui non dava nessun voto.

I canonici si riunirono daccapo; ma vedendo che non potevano spuntarla per un verso, vollero spuntarla per un altro. Decisero perciò che stava bene che le sole quattro dignità ecclesiastiche avrebbero ricevuto i Sovrani; con questo però: che nessun altro doveva precederli, come negli altri servizi di chiesa: per conseguenza tutto il corpo diplomatico, le magistrature e la Corte nobile, dovessero restar fermi nell'interno del coro.

E così anche questa difficoltà fu appianata. Ma neanche a farlo apposta, ne sorse un'altra, di poca entità è vero, ma pure ci fu. A questa però venne rimediato con una finzione diplomatica.

Il conte Einsiedel che s'era rassegnato per forza, ma con la bocca amara a non far da testimone, si credeva una specie d'autorità, tanto più che per la cerimonia in chiesa gli venne assegnato il posto tra i ministri esteri. Perciò fece domanda che "le persone di suo servizio potessero assistere al matrimonio fra le persone addette alle due Corti". La domanda parve eccessiva, tanto più che lo stesso Einsiedel era stato così rigoroso, in fatto d'etichetta, da fare assegnare al consigliere Kindermann, contro il parere del marchese Piatti e del Rospigliosi, il posto fra i segretari di Legazione, anziché fra quelli dei ministri esteri, adducendo che il Kindermann era "un semplice incaricato per l'unico atto della renunzia da farsi dalla sposa sulle ragioni del trono di Sassonia".

Voleva perciò che quel posto dovesse spettare invece al barone di Budberg, come segretario aggiunto alla sua missione. Il Kindermann non voleva cedere; ma finalmente fu accomodato anche lui, e fu messo fra i forestieri presentati.

Ma per tornare alla pretesa affacciato dall'Einsiedel, il consigliere segretario di Stato Fossombroni, per non destar la suscettibilità e al tempo stesso non urtar quella delle cariche di Corte, vedendosi messo alla pari delle persone di servizio del ministro sàssone, stabili zitto e cheto col segretario d'etichetta che questi figurasse d'essersi dimenticato della domanda dei biglietti: e così fece.

Il conte Einsiedel si riscaldò rimproverando il segretario d'etichetta della mancanza di riguardo che gli si era usata: ma il segretario, essendosi umilmente accusato d'essersene dimenticato, la cosa finì lì.

Già dal 27 d'aprile era stato dato ordine ai due segretari Corsi e Bonaini di fare il regolamento del cerimoniale da seguirsi nella cattedrale, e di dare le disposizioni per l'addobbo della chiesa e la collocazione "delle differenti classi" che sarebbero intervenute alla funzione.

Frattanto il Commissario degli Innocenti notificò che il Granduca nella fausta occasione del suo matrimonio avrebbe fatto distribuire cinquecentosessanta doti ad altrettante fanciulle dai 18 ai 25 anni, delle quali doti dugentosette a nomina, di scudi venti; e trecentocinquantatré di scudi quindici per estrazione, ciò che fece aumentare le benedizioni dei sudditi, specialmente di quelli che avevan delle figliuole da marito.

Il 4 maggio, a mezzogiorno, ebbe luogo in Palazzo Vecchio l'atto di renunzia della principessa Maria Ferdinanda di Sassonia. Ferdinando III alle undici si partì da Palazzo Pitti in carrozza a pariglia, in compagnia del maggiordomo maggiore e del gran ciambellano. La funzione si fece "nella stanza gialla" del quartiere di Leone X, alla presenza del Granduca, del principe Massimiliano di Sassonia, del ministro di Sassonia, del principe Rospigliosi e del senatore Antinori.

Nel mezzo della sala era stata preparata una tavola "con strato di velluto ricco" sulla quale era stato posto un crocifisso fra due candelieri accesi ed il libro degli Evangeli. Un calamaio d'argento ed una bugia per apporre i sigilli di ceralacca all'atto di renunzia, del quale, appena rogato, ne venne fatta lettura dal Consigliere aulico e tesoriere della Corte di Sassonia Kindermann.

In quei giorni tutta Firenze pareva trasformata. Era un viavai di carrozze di Corte, di principi, di ciambellani e di segretari da Palazzo Pitti a Palazzo Vecchio, all'Arcivescovado, alle case dei ministri esteri, e via dicendo.

Tutto questo per trasmettere ordini, concertare cerimoniali, e stabilire etichette.

Fino dal 2 maggio, furon trasmesse all'Arcivescovo le bolle pontificie di dispensa, i titoli e i nomi dei due reali sposi ed i nomi e titoli dei testimoni.

Nel giorno stesso il segretario d'etichetta, che doveva desiderare, poveretto, d'arrivar presto alla fine di tutta quella baraonda, d'ordine del maggiordomo maggiore e del gran ciambellano, si portò dalle cariche di Corte, maggiordomi e maggiordame dei differenti sovrani, per informarli di ciò che dovevan fare nell'atto della funzione e dei posti che dovevano occupare tanto nelle carrozze "del convoio" quanto nell'interno della chiesa.

A tutte le cantonate e alle colonne del portico degli Uffizi che guarda l'Arno furono attaccate diverse notificazioni fra le quali quella del Gonfaloniere di Firenze che invitava gli abitanti della piazza e sdrucciolo de' Pitti, via Maggio, via de' Legnaioli, via de' Tornabuoni, via de' Rondinelli, via de' Cerretani e piazza del Duomo, da cui sarebbe passato il Granduca, non meno che gli abitanti di via de' Leoni, piazza di San Firenze, via del Proconsolo, via de' Balestrieri e piazza del Duomo dalla parte dell'Opera, di dove aveva a passare la principessa sposa, di ornare il 6 maggio le loro finestre di arazzi o tappeti, dalle quattro pomeridiane fino al ritorno dell'augusta comitiva al Palazzo Pitti.

Con la stessa notificazione si annunziavano le feste che avrebbero avuto luogo nel dì 7 e nel dì 8, e si preveniva il pubblico che nelle sere di quei due giorni e del precedente non sarebbe stato pagato il consueto pedaggio alle porte. Questa forse fu la disposizione più gradita di tutte, come quella che dava agli abitanti dei sobborghi e dei villaggi prossimi a Firenze una tregua di libertà alla schiavitù continua di vedersi chiusi fuori!

Fu affissa pure un'altra notificazione dal Soprintendente generale delle Reali Possessioni, per invitare i parrochi della città, d'ordine del Sovrano, a rimettergli una nota esatta degli indigenti meritevoli della gratuita distribuzione del pane, nella misura di una libbra e mezzo (circa 500 gr.) a testa.

Un'altra notificazione del Presidente del Buon Governo, sempre in esecuzione degli ordini sovrani, annunziava che veniva permesso l'uso delle maschere nei giorni 7 e 8 maggio dopo le ore ventiquattro, non tanto ai teatri quanto in qualunque altro luogo di festa o di pubblico concorso.

Il 3 di maggio 1821, dal gran ciambellano venne ordinato al priore Leonardo Martellini di portarsi personalmente dai reali principi di Danimarca, che si trovavano in Firenze, per renderli notiziati che la funzione dell'anello matrimoniale del real sovrano sarebbe seguìta nella chiesa metropolitana nel dopo pranzo del 6 maggio, alle ore sei.

La vigilia del matrimonio, dal segretario del dipartimento di Corte, Andrea Bonaini, furono consegnati personalmente all'Arcivescovo gli anelli da benedirsi nella celebrazione delle nozze; e dalla segreteria di Stato venne partecipato che a ricevere i ministri esteri ed i forestieri presentati, erano stati destinati il cavaliere Emilio Strozzi e il marchese Girolamo Bartolommei; per ricevere la nobiltà, il cavalier Giovan Battista Gondi, il cavalier Filippo Uguccioni ed il cavalier Luigi Viviani; ed infine per ricevere la cittadinanza, che avrebbe avuto ingresso dalla porta della canonica, i signori Marco Moretti, Giovan Battista Morrocchi ed Emanuele Fenzi. Questi ultimi dovevano essere coadiuvati da due cognitori "per negare il passo a chi non convenga".

Le due porte laterali, sulla piazza, eran riservate "al popolo decentemente vestito".

La direzione dell'addobbo nell'interno della chiesa fu affidata all'ingegnere Bellini "sotto la sorveglianza" dell'arcidiacono Ugolino Carlini, come primo rappresentante il Capitolo del Duomo.

Ed anche prescindendo dalla "sorveglianza" dell'arcidiacono, l'ingegnere Bellini sfoggiò tanto buon gusto, che i principi e il popolo ne rimasero entusiasti.

"Il vasto tempio" così scrive un diarista di Corte con uno stile tanto tronfio, che pare il doppio di Santa Croce "offriva un vago colpo d'occhio, essendo ornato con eleganza e splendore da più migliaia di lumi simmetricamente disposti in lumiere, speroni, candelabri, viticci, e raddoppiati trionfi sì alle pareti, arcate e colonne, non meno che nelle interne cappelle della crociata, state tutte vagamente apparate con diversi drappi in più colori".

"Le pareti delle due navate eran riccamente ornate di superbi arazzi, staccati gli uni dagli altri, che comparire facevano un ornamento di ben disposti quadri, ove lo sguardo spaziare potevasi nelle immense figure rappresentanti varie storie sacre e profane".

Finalmente si giunse al giorno desiderato dalla real coppia - per quanto lo sposo fosse parecchio stagionato - né forse meno desiderato fu dal popolo, ansioso sempre di spettacoli e di divertimenti.

Tutta la città era in festa: ad ogni finestra, ad ogni terrazzo c'eran tappeti ed arazzi bellissimi, specialmente alle case delle vie da percorrersi dal corteggio nuziale; e la folla durava fatica ad esser contenuta dietro le doppie file di soldati, che a mano a mano andavano schierandosi.

Alle sei doveva celebrarsi il matrimonio, ma alle cinque gli invitati ed il popolo avevan già stipata Santa Maria del Fiore, e i granatieri erano allineati facendo spalliera, nella corsia di mezzo, in doppia fila, coi loro uffiziali.

All'interno e all'esterno del coro faceva servizio il corpo degli anziani, ed in semicerchio dietro gli inginocchiatoi dei due sposi, un distaccamento di guardie del corpo a piedi.

Le porte erano state "guarnite" di sufficiente numero di truppa e "sorvegliate" dalle persone incaricate di ricevere gli invitati, e dai "cognitori".

Nelle due grandi orchestre avevan preso posto "i professori di canto e di suono" che dovevan cantare il Te Deum ed eseguire "diverse sinfonie" all'arrivo e alla partenza dei sovrani.

Ad accrescer l'apparato esteriore della solennità contribuirono alcuni reggimenti austriaci che si trovavano di passaggio in Firenze: cosa non insolita, perché con una scusa o con l'altra c'eran sempre i tedeschi tra i piedi! Questa truppa comandata dal luogotenente generale barone Di Stattekeim fu cosi schierata "in doppi ranghi": il reggimento "San Julien", lungo l'Arno dalla parte di tramontana, "presso la locanda di Schneiderff" occupando lo spazio dal ponte a Santa Trinita a quello della Carraia; il reggimento "Arciduca Ferdinando" da quest'altra parte dell'Arno lungo il palazzo Corsini fino al Casino de' Nobili: il reggimento reale "d'Inghilterra" dal palazzo Feroni fino al palazzo Strozzi; e sulla piazza San Gaetano il reggimento "Cacciatori dell'Imperatore".

Alle cinque e mezzo adunatisi gli illustrissimi signori Priori nobili e cittadini della Comunità di Firenze, in completo numero nelle stanze del Regio Ufizio del Bigallo, si portarono insieme con le altre magistrature nella chiesa della metropolitana per assistere alla sacra funzione della celebrazione del matrimonio di S. A. I. e R. "l'amatissimo sovrano" con S. A. R. la principessa Maria Ferdinanda di Sassonia facendo le veci di Gonfaloniere il signor conte Iacopo Guidi primo priore nobile, per essere il Gonfaloniere signor marchese Corsi di servizio in qualità di maggiordomo delle LL. AA. II. e RR. gli Arciduchi.

Alle sei pomeridiane precise i cannoni di Belvedere e quelli da Basso diedero il segno della partenza del Sovrano da Palazzo Pitti. Nel tempo stesso le campane di tutte le chiese suonarono a distesa, facendo la solita gazzarra festosa e anche di confusione.

Mentre da' Pitti partiva il Granduca, da Palazzo Vecchio usciva il principe Massimiliano di Sassonia con la sposa e l'altra figlia. Il corteggio si mosse dalla porta di via de' Leoni e prese per via del Proconsolo, via de' Balestrieri, dall'Opera e piazza del Duomo. Precedeva un plotone di cacciatori a cavallo, un battistrada con livrea di gala, ed una muta a

sei cavalli dov'erano il marchese Emilio Piatti e la contessa Renaud. Agli sportelli uno staffiere e un "garzone di muta". Nella seconda carrozza il principe Massimiliano, la principessa Maria Ferdinanda e la principessa Maria Amalia. Un uffiziale di scuderia, uno staffiere e un garzone di muta stavano agli sportelli. Dietro un altro plotone di cacciatori a cavallo.

Alla porta del Duomo il principe Massimiliano e le figlie furono ossequiati e ricevuti dai due ciambellani senatori Marco Covoni e Silvestro Aldobrandini, e dalle quattro autorità ecclesiastiche; quindi preceduti dal maggiordomo Piatti e dalla dama di compagnia Renaud, furono accompagnati al loro genuflessorio per attendere il Sovrano. Quasi contemporaneamente arrivarono i principi di Danimarca ricevuti dai ciambellani loro destinati.

L'Arcivescovo era già al suo faldistorio, circondato dagli assistenti; e dal segretario d'etichetta venivano accompagnati ai loro posti nell'interno dei coro i ministri esteri, le cariche di Corte, le dame, le magistrature e i canonici.

Da un momento all'altro si attendeva l'arrivo del Sovrano. Nel vasto tempio imperava un silenzio solenne, interrotto a quando a quando da un sommesso bisbiglio allorché arrivava qualche personaggio, ed una commozione generale pareva che andasse adagio adagio prendendo gli animi. Di lassù dall'altar maggiore l'effetto era stupendo. Quelle due file di granatieri col morione alto, di pelo, e le giubbe bianche; quello spazio vuoto fin laggiù alla porta, che tutta spalancata lasciava vedere il San Giovanni e la piazza deserta, poiché la folla era tenuta indietro dai soldati, faceva un effetto straordinario. E più che altro lo facevano l'incessante scampanio delle chiese e le cannonate che rimbombavano sordamente, cupamente per le ampie vòlte della cattedrale.

Ad un tratto le bande suonarono, gli uffiziali diedero dei comandi, ed un fremito scosse le fibre di tutti.

Il Sovrano stava per arrivare. Come una visione si vide passare sullo sfondo fra la porta e il San Giovanni un drappello di dragoni, al trotto, che venendo da parte del Canto alla Paglia, andò a piazzarsi dal sasso di Dante: quindi due battistrada in livrea di gal a e le livree a piedi del duca Strozzi, del balì Martelli, del senatore Antinori. del principe Rospigliosi e del Granduca.

Dalla prima carrozza scese il cavalier Luigi Gerini, il marchese Francesco Guasconi, il cavalier priore Leopoldo Ricasoli, il cavalier Lorenzo Montalvi. Dalla seconda il principe Rospigliosi, il senatore Antinori, il balì Martelli; e dalla terza il Granduca Ferdinando III, solo.

Dopo la carrozza del sovrano passò una brigata a cavallo di guardie del Corpo.

Subito dopo la carrozza del Gran principe Ereditario, il quale scese dando braccio alla consorte arciduchessa Maria Anna. Dalla quinta carrozza scesero il principe Carlo Alberto di Savoia Carignano e la moglie Maria Teresa. Dalla sesta l'arciduchessa Maria Luisa, la marchesa Francesca Riccardi ed il conte Alessandro Opizzoni. Dalla settima la principessa Rospigliosi, il duca Ferdinando Strozzi, il marchese Tommaso Corsi e la marchesa Teresa Rinuccini. Dall'ottava la contessa Filippi, il conte Della Marmora, la baronessa Gebsattel e la contessa Lopuska.

Il distaccamento di cacciatori a cavallo che chiudeva il corteggio si pose in ordine dietro all'ultima carrozza, essendosi tutte le mute disposte in nuovo ordine per il ritorno a Palazzo Pitti.

Prima che giungesse il Granduca, erano state condotte al Duomo, in carrozza a pariglia, le due dame che dovevan prender servizio con la nuova Granduchessa, appena celebrato il matrimonio.

Ferdinando III ricevuto dalle quattro dignità ecclesiastiche e seguito dai principi e dalle cariche, si diresse al suo genuflessorio; ed appena vi si fu inginocchiato, il principe Massimiliano alzatosi dal suo posto prese per mano la figlia ed andò a collocarla accanto al Granduca sullo stesso genuflessorio.

Questa parte dell'etichetta "fu fatta con pausa, per dar luogo a tutte le persone formanti il treno" di prendere i loro posti.

A questo punto, nel grande silenzio del tempio che pareva vuoto, cominciò una specie di mimica. Il segretario di etichetta fece "il segno concertato" al maggiordomo maggiore, il quale alzatosi s'avvicinò al Sovrano che comprese e fece alla sua volta un cenno col capo; ed allora il maggiordomo fece un corrispondente segno al cerimoniere ecclesiastico, ed incominciò la funzione. Nel tempo stesso i due testimoni principe don Giuseppe Rospigliosi per il Sovrano, e marchese Emilio Piatti per la Principessa sposa, salirono al genuflessorio al posto ad essi destinato dietro agli sposi, per esser presenti alla "dazione dell'anello" rimanendo in piedi per tutto il tempo della funzione.

L'Arcivescovo, dopo aver benedetti gli anelli, scese dall'altare con i canonici assistenti, e si fermò dinanzi al Granduca ed alla principessa di Sassonia, per domandar loro se eran contenti di congiungersi in matrimonio. La Principessa, prima di rispondere, si alzò, facendo una profonda riverenza al "reale genitore" come per domandargli in tal modo il suo consenso, che dal padre le fu accordato "con semplice inclinazione di capo". Allora inginocchiatasi di nuovo, rispose alla domanda fattale dall'Arcivescovo dicendo un sì piuttosto sommesso ma chiaro.

La maggiordama maggiore principessa Ottavia Rospigliosi, che già s'era posta accanto alla sposa, stando in piedi, le levò i guanti, "ed il prelato congiunse in matrimonio i reali sposi more solito", dice il cronista di corte, quasi che avesse dovuto sposarli in un'altra maniera!

Mentre l'arcivescovo tornava all'altare, la maggiordama maggiore rimise i guanti alla nuova Granduchessa e le levò il velo di testa.

Appena le Loro Altezze Reali furono proclamate unite in matrimonio, il maggiordomo della reale sposa, duca Ferdinando Strozzi, lasciò il suo posto fra le cariche di Corte ed andò a porsi in piedi dietro la sedia di lei, accanto al marchese Piatti, prendendo la destra.

Dietro a quella del Granduca, stava il gran ciambellano senatore Antinori.

L'Arcivescovo intonò il Te Deum, e dall'artiglieria delle due fortezze fu fatta la seconda scarica.

Terminata la funzione, data la benedizione e letta "la Bolla d'indulgenza", si riformò il corteggio per tornare a Palazzo.

I sovrani eran preceduti dalle livree del duca Strozzi, da quelle del balì Martelli, del senatore Antinori, del principe Rospigliosi e della Corte; venivan poi i cavallerizzi e gli uffiziali di scuderia in uniforme; la nobiltà e l'ufizialità; i paggi e i precettori, gli uscieri e furieri di Corte. Il segretario d'etichetta, i ciambellani, i consiglieri di Stato nella loro precedenza e le cariche di Corte. Venivano quindi gli sposi, e due paggi reggevano il manto alla Granduchessa; dietro, il principe e la principessa ereditari; il principe di Sassonia con l'altra figlia; i principi di Carignano e l'arciduchessa Maria Luisa.

I sovrani erano scortati da quattro guardie del Corpo; e presso gli altri principi si trovavano i loro rispettivi maggiordomi e il gran ciambellano.

Dopo l'arciduchessa Maria Luisa seguivano le due maggiordame della Granduchessa e della sua sorella principessa ereditaria, le dame di servizio e di compagnia: chiudevano, tutte le dame di Corte. Le quattro dignità ecclesiastiche facevano ala agli sposi presso le altre cariche; ed il corteggio reale, preceduto da un distaccamento di dragoni, da due battistrada e, come si è detto, dalle livree delle case Strozzi, Martelli, Antinori e Rospigliosi, si compose di dieci carrozze di gala a sei cavalli.

Quella dov'eran gli sposi, cioè la terza, aveva agli sportelli sei paggi, due cavallerizzi e quattro staffieri; ed era seguìta da una doppia brigata di guardie del corpo a cavallo con gli ufficiali e "il loro tromba".

Per quanto la pioggia avesse guastato un così grandioso preparativo, pure tutte le strade percorse dal corteggio "erano superbamente apparate, ed un immenso popolo, risuonar faceva l'aria di giulivi viva ai reali sovrani".

Tutta la truppa tedesca e quella toscana, la quale era stata schierata su due file dal Bigallo, piazza del Duomo di fronte al Battistero, fino a Via de' Servi, si portarono dopo la funzione sulla Piazza Pitti, ove si schierarono di nuovo.

Appena entrati in Palazzo, dalle fortezze fu fatta la terza salva delle artiglierie, e quando i sovrani passarono ai loro rispettivi quartieri, dal maggiordomo maggiore fu ordinato al segretario d'etichetta di congedare "tutto il militare" al quale certamente non sarà parso vero di tornare in caserma.

La sera alle otto e mezzo vi fu circolo di Corte, che riuscì numerosissimo; e la reale sposa unicamente agli altri principi percorse tutte le stanze "degnandosi di parlare con tutte le dame e diversi distinti soggetti ivi raccolti". Alle dieci precise fu sciolto il circolo; e fu servita "la tavola di famiglia", terminata la quale, tutti si ritirarono nelle loro stanze. E anche ai reali sposi parve che fosse l'ora!

Durante il circolo furono incendiate "diverse macchine di fuochi di letizia, alla Torre di Palazzo Vecchio con una vaga illuminazione di fuoco artificiale, con iscrizione analoga alla fausta circostanza del seguìto sposalizio".

Stupendo fu l'effetto della illuminazione della cupola "con raddoppiate faci" e del campanile, sul quale con pessimo gusto, fu inalzata una cuspide artificiale di lumi, che faceva confronto alla cupola.

La mattina dopo, alle dieci, il Granduca "seguendo i sentimenti di sua religiosa morale" scese in cappella di Corte privatamente in compagnia della reale sposa, per ascoltare la messa che fu celebrata da suo confessore canonico Brunacci, il quale diede agli sposi "le nuziali benedizioni" che non avevano avute il giorno innanzi non essendovi stata la messa.

Alle due pomeridiane nella sala delle Nicchie vi fu gran pranzo per settantacinque invitati, durante il quale "una copiosa banda di istrumenti musicali dei reggimenti tedeschi, eseguirono diverse sonate, con molta eleganza e soddisfazione degli ascoltanti".

I componenti di quella banda, furon poi "trattati di tavola a parte" e venne loro regalata una somma di denaro dalla cassa della Corte, la qual somma fu certamente gradita non meno del pranzo.

Alle sei pomeridiane tanto i sovrani che tutti i principi, col treno di dieci mute di gala e una brigata di guardie nobili si recarono al corso e quindi alla "gran loggia artificiale" costruita in Piazza Santa Maria Novella, per godere dello spettacolo della corsa dei cocchi.

Il concorso dei forestieri e della nobilità ammessi nella loggia stessa fu numerosissimo, ed a tutti, avanti la corsa, furono serviti "copiosi rinfreschi di gelati".

Era stata ridotta la piazza a vago anfiteatro, ed i palchi ornati di statue, vasi e trionfi militari tutti dipinti "in elegante forma, che appagava l'occhio del pubblico spettatore". Tra le due guglie erano state erette due gallerie "che ripiene vennero di scelte persone".

Nel centro poi di queste gallerie, ripiene così sceltamente, sorgeva un vago tempio alla chinese, ove furono riunite le bande musicali delle truppe austriache e toscane, "che a vicenda echeggiar facevano l'arie di galanti sinfonie". La sera alle otto, continuando sempre la gala, andarono i reali sposi e tutti gli altri principi al teatro della Pergola, dove furono accolti "dalla numerosa udienza, con triplici battiti di mano" ciò che venne replicato anche alla loro partenza.

Furono anche lì serviti copiosi gelati ai forestieri presentati, ed alle persone che godevano l'onore dell'anticamera. Due guardie del corpo a vicenda "furono postate" nell'interno della loggia reale presso il caminetto.

Tutto il teatro era sfarzosamente illuminato; "il che faceva risaltare il brillante vestiario in gala delle persone congregate nei così detti palchetti e nella platea".

La sera del seguente dì 8 maggio, alle otto, i sovrani "con le persone del loro seguito nobile" andarono in treno a pariglia, al Casino di San Marco, o della Livia, dove cenarono, e verso le dieci si recarono all'Accademia delle Belle Arti, alla festa di ballo data in loro onore "dalla Comunità" di Firenze nelle stanze dette del Buon Umore.

Una tale festa era stata annunziata dal Gonfaloniere della città con pubblica notificazione, dove si annunziava che le persone alle quali sarebbe stato concesso il biglietto per quella festa potevano intervenirvi gli uomini, in abito da maschera o in flacqu abillié (sic) ed in abito tondo da ballo le dame. Tutte cose - compresi gli spropositi - che potevano esser dette nel biglietto d'invito.

Le strade principali che conducevano alla piazza di San Marco furono illuminate; ma più vaga vista la faceva "la principale, detta Via Larga, poiché due ordini di faci illuminavano le pareti a guisa di fasce".

La piazza di San Marco presentava un bell'aspetto non solo perché alle finestre delle case pendevano bellissimi tappeti, ma sivvero perché anche quella era illuminata "in retta linea orizzontale".

Il contorno della piazza era formato da un recinto quadrilatero, ed ogni lato comprendeva un egual numero di proporzionate arcate, ciascuna delle quali nel suo perimetro e nei pilastri, arricchite erano di due ordini di ben disposti lumi.

Nel mezzo del quadrato, dove ora sorge la statua del generale Fanti, era stata eretta una pagoda turca adorna di fiori e veli, con una quantità di lumi "offuscanti la vista".

Ai due lati, in recinto di cancellata, zampillavano due grandi fontane d'acqua "del gran condotto reale" che ricadeva in due grandiosi bacini artisticamente modellati, e dipinti a marmo come le fontane.

Una bene intesa balaustrata, arricchita di statue dipinte a rilievo, faceva ornamento alla pagoda e sul ripiano di essa, "introdotti vi si erano", come di soppiatto, alcuni suonatori di strumenti a corda ed a fiato, i quali invitavano alla danza ogni ceto di persone ivi concorse per godere "una sì brillante e ricercata festa".

Nella sala del Buon Umore poi, il diarista pare che andasse in visibilio: e tanto, da perdere perfino un po' di quel tono lezioso e ricercato che adopra usualmente. Dice dunque, che le stanze dell'Accademia delle Belle Arti, e quelle del Buon Umore, erano brillantissime e adorne con eleganza; ma più che altro era "meraviglioso un trasparente situato a guisa di tempio nel giardinetto, nel quale scorgevasi Amore e Imene, con le altre deità, e due Fame - una fama per uno perché non ci fossero parzialità - che rammentavano i nomi dei due sovrani sposi. "Copiosa poi era la quantità di vasi d'agrumi e fiori, che ornavano detto giardinetto".

Le persone invitate "presero parte al ballo nelle due sale ornate di veli e tralci di fiori, al suono di bene intese – e questo è il caso - orchestre di suonatori, affascinate da una immensa quantità di lumi che rallegrava i detti locali". "Con più raffinata eleganza e magnificenza" erano state preparate una sala da ballo e tre stanze contigue per il trattenimento dei Sovrani e del seguito.

Abbondantissima fu la distribuzione dei rinfreschi "stati elargiti" a tutti gli invitati durante la festa, che cominciò alle otto e mezzo di sera e finì alle tre e mezzo della mattina.

I Sovrani si trattennero fino al tocco dopo mezzanotte "e vennero serviti di rinfreschi dal Gonfaloniere e Priori della Comune datrice la festa, che riuscì in tutte le sue parti magnifica ed elegante, avendo incontrata la piena approvazione del pubblico concorsovi".

Meno male!... Son cose che non accadono tutti i giorni.

Secondo il solito, finite le feste furon fatti i conti delle spese, le quali ammontarono a L. 68,199.3.8. Il marchese Corsi a motivo della sua nuova carica di maggiordomo delle LL. AA. II. e RR. l'arciduca Principe ereditario e sua augusta consorte, diede le dimissioni da Gonfaloniere. Essendo queste state accettate dal Granduca, nell'adunanza del 2 luglio 1821 lo stesso marchese Corsi lesse al Magistrato civico la partecipazione che gliene veniva fatta "con biglietto del soprassindaco". Perciò "dopo aver passato i suoi convenevoli offici ai suoi colleghi si ritirò, assumendo le veci di gonfaloniere il priore cavalier conte Guidi".

XVI

La nascita di un principe

e di una arciduchessa

Felicità coniugale - I principi Clemente e Giovanni di Sassonia a Firenze Si recano a Pisa - Clemente si ammala e muore - Trasporto della salma a Firenze - Mortorio e tumulazione in San Lorenzo - Nasce a' Pitti Ferdinando di Savoia - Nasce una figlia al principe Leopoldo - Gala di tre giorni.- Cerimonia solenne - Congratulazioni - Due fedi di battesimo Regali - Ospiti illustri - L'Arciduchessa "entra in santo".

Lo scopo del matrimonio di Ferdinando III, quello cioè d'assicurare la successione al trono, giacché il Principe ereditario non aveva ancora avuto figli, non fu raggiunto.

Con questo però, non si può dire che la seconda unione del Granduca non fosse avventuratissima, poiché tanto la nuova Granduchessa, che lui, erano sinceramente lieti di essersi uniti in matrimonio. Anche alla Corte di Sassonia erano molto soddisfatti d'aver così bene collocate le due principesse sorelle, le quali continuamente inviavano lettere alla famiglia, esponendo in tutte la loro felicità. I due fratelli principi Clemente e Giovanni fecero una gita a Firenze sulla fine del 1821, per salutare il Granduca e il principe Leopoldo loro cognati, ed abbracciare le sorelle. Non si può dire quanto giungesse gradita alla Corte la notizia di quella visita.

I due principi sassoni arrivarono in Firenze la notte del 20 dicembre 1821, ma essendo la Corte a Pisa, presero alloggio "all'albergo detto di Schneiderff, conservando un perfetto incognito".

Dopo un giorno di riposo, il principe Clemente e il principe Giovanni partirono per Pisa, dove furono accolti con la più gran sincerità d'affetto; ma la felicità deve far sempre paura!

La mattina del 10 gennaio il principe Clemente "diede segno di qualche incomodo di sua salute"; nonostante udì la messa nella chiesa di San Niccola, e poi si mise a passeggiare in Lung'Arno fino all'ora di pranzo. Non andò però a tavola perché fu costretto ad andare a letto, sebbene la sua non fosse "creduta malattia di conseguenza", tanto è vero che non fu nemmeno rimandato il ballo, che ebbe luogo la sera stessa, con gran ricevimento nel palazzo del Granduca.

Ma nonostante la fiducia dei medici, le cose non andavano bene. La mattina del 2 il malato peggiorò a segno, che furono subito "soprachiamati" i professori, archiatro Torrigiani e Vaccà, unicamente al medico curante del principe dottor Günz. Dopo il consulto fu levato sangue all'infermo parecchie volte, gli vennero attaccati vescicanti, e fatti senapismi essendo del tutto "in pieno delirio senza cognizione". Vennero rinnovate nel dì 3 le emissioni di sangue "con coppe a taglio, vescicante alla nuca e mignatte dietro alle orecchie". Il risultato di tutti questi strazi inflitti al povero principe in meno di quarantott'ore, fu quale c'era da aspettarsi. Alle tre e mezzo dopo mezzanotte, Sua Altezza Reale morì "senz'aver dato il più piccolo contrassegno di recuperato intendimento" e per conseguenza senza sapere chi si ringraziare!

L'angoscia delle sorelle e del Granduca, del Principe ereditario e del fratello, fu indescrivibile. Fu spedito a Dresda immediatamente l'aiutante di campo del defunto principe Clemente, capitano Krüncritz "in qualità di corriere" latore della triste nuova.

"Due giovani chirurghi" dello spedale di Pisa eseguirono l'imbalsamazione del cadavere, che, vestito poi della grande uniforme di stato maggiore dell'esercito sassone, fu rinchiuso in tre casse, "sigillate nelle fermature con sigillo nero della casa di Sassonia".

La mattina del giorno 5 fu fatto il mortorio nella chiesa di San Frediano, perché quella di San Niccola era in restauro, ed il dì 8 gennaio "in una delle gondole reali sotto la scorta d'un impiegato della Corte di Sassonia e d'un religioso agostiniano della chiesa di San Niccola di Pisa", fu spedita a Firenze la salma del principe, per essere depositata provvisoriamente nelle tombe reali di San Lorenzo.

La sera del dì 10, la gondola, che poi in fondo non era che un navicello addobbato, arrivò allo scalo d'Arno, e levata la cassa fu ricevuta dal priore di Santa Maria al Pignone, che in cotta e stola l'aspettava insieme a dodici fratelli della compagnia del Sacramento, ognuno col torcetto, e recatala nel mezzo di chiesa fu fatta l'associazione. Il giorno dopo, la mattina alle sette, la cassa fu messa in una lettiga di Corte. Il signor Müller, della Corte di Sassonia, ed il priore del Pignone in cotta e stola, l'accompagnarono dietro in carrozza fino a San Lorenzo, dove ne fecero la consegna a monsignor priore mitrato. Siccome poi, il re Federigo Augusto di Sassonia mandò a dire che desiderava che le spoglie mortali del defunto principe fossero conservate nelle tombe di San Lorenzo, così il Granduca diede ordine che la salma del principe Clemente fosse quivi seppellita, ordinando che fossero recitati, nella detta chiesa, "solenni notturni da morto con lo stesso sistema praticato dalla Corte nei semplici anniversari dei defunti sovrani".

La disgrazia della morte del principe Clemente di Sassonia, fu per la Corte di grande dolore; ma fu attenuato da una insperata notizia: quella della gravidanza dell'Arciduchessa ereditaria. La notizia fu divulgata con tanto più piacere, in quanto non si sperava più davvero di darla. E se fu contento Ferdinando III, contentissimo ne rimase il figliuolo Leopoldo, che si era trovato un po' piccato del secondo matrimonio del padre, avvenuto appunto per riparare, in certo modo, alla supposta sua insufficienza.

Da una parte parve così, che i due principi sassoni avessero portato fortuna alla arciduchessa Maria Carolina, che era addoloratissima di non far figli.

La lieta notizia fu comunicata al Magistrato civico dal Provveditore della Camera della Comunità con lettera del di 4 ottobre 1822 diretta al signor Gonfaloniere, """enunciante il biglietto dell'I. e R. Segreteria di Finanze de' 3 ottobre detto" con cui veniva ordinato che nell'occasione del parto di S. A. I. e R. l'Arciduchessa Maria Anna devano (sic) "aver luogo i soliti fuochi d'artifizio per tre sere consecutive" e l'illuminazione della cupola del Duomo. I signori priori, nell'adunanza del dì 13 novembre, avendo sentito che erano state date "dal loro signor Gonfaloniere" le disposizioni opportune, approvarono che fossero eseguiti detti fuochi ed illuminazione con splendido apparato, in veduta specialmente che trattavasi "del primo parto che poteva assicurare la successione al trono della Toscana". Deputarono quindi i signori marchese cavalier Leopoldo Feroni e Bernardo Pepi, affinché unicamente al signor Gonfaloniere si presentassero a S. A. I. e R. per esternare in nome pubblico la gioia per l'imminente parto della prefata A. S. I. e R. l'Arciduchessa Maria Anna.

Vedendo così colmi di gioia i signori priori, il Gonfaloniere ne approfittò per comunicare ad essi in quella stessa adunanza un manifesto inviatogli "per l'associazione" all'acquisto del busto in marmo di S. A. I. e R. Ferdinando III "Augusto Sovrano" e ne propose l'approvazione, "considerando esser cosa conveniente e lodevole l'avere nella loro sala di residenza la continua memoria dell'ottimo e benamato Sovrano".

Pare incredibile: ma fra tanta "pubblica gioia", uno dei dieci priori diede il voto contrario! Nonostante il Magistrato ordinò che "previo l'assenso da ottenersene nelle debite forme, la Comunità si associasse per avere il detto busto in marmo", per il prezzo di venticinque zecchini, a forma del manifesto del signor Domenico Perugi "direttore dello Stabilimento d'ogni sorta di sculture in marmo, fondato in Serravezza dal 10 ottobre decorso".

Frattanto come lieto presagio alla futura "real prole", avvenne il 18 novembre 1822 la nascita del secondo figlio della principessa Maria Teresa e di Carlo Alberto principe di Carignano.

La principessa partorì la sera alle dieci nel Palazzo Pitti, ed il granduca Ferdinando III volle essere personalmente il padrino del neonato.

La funzione del battesimo fu fatta il 16 detto, alle cinque, nel gran salone degli Stucchi, nel quale oltre i lumi all'altare erano accese tutte le lumiere. L'Arcivescovo amministrò il battesimo.

Al momento della cerimonia, il Granduca e il principe di Carignano si alzarono, e la maggiordama Filippi porse al padrino il neonato, dopo avergli tolto il nappo. Fatti dall'Arcivescovo i soliti esorcismi, il cerimoniere ecclesiastico diede il segno alla maggiordama Filippi di riprendere il neonato, che essa pose sopra una tavola già preparata e coperta d'un ricco tappeto, gli levò il cuffino e lo restituì al Sovrano. Dopo il battesimo gli rimise in capo il cuffino, ed il canonico Brunacci, primo cappellano e direttore della R. Cappella, consegnò alla maggiordama "una grandiosa medaglia d'oro, con l'impronta del nome di Gesù da una parte, e dall'altra San Giovanni al Giordano battezzando il Signore". Quella medaglia, che era il regalo dell'arciduchessa Maria Anna, fu dalla maggiordama Filippi posta al collo al neonato "unitamente ai brevi, pure regalati dalla Principessa ereditaria".

I nomi imposti al piccolo principe furono di Ferdinando, Maria, Alberto, Amedeo, Filiberto, Vincenzio, duca di Genova, che fu poi il padre di Sua Maestà la Regina d'Italia.

Pare che le due Principesse si fossero data l'intesa, e si fossero impegnate nella curiosa gara di quella fra loro che prima sarebbe stata madre. Ma se vinse l'arciduchessa Maria Teresa, il giubbilo del parto della ereditaria fu molto maggiore.

Alle tre e mezzo della mattina del 19 novembre 1822, essa diede alla luce "una Reale Arciduchessa". Immediatamente una guardia del corpo a cavallo andò alla fortezza da Basso per dare ordine che fosse eseguito "il concertato sparo dell'artiglieria" che, a quell'ora, chi sa come giunse gradito ai fedelissimi sudditi, svegliati così bruscamente sul più bello del sonno. Quindi fu subito ordinato di deporre il Sacramento nella cappella di Corte, all'Annunziata e a San Lorenzo, dove era stato esposto fino dalle dieci della sera innanzi, per impetrare la grazia di un parto felice.

Mezz'ora dopo partì il corriere Venni per recarsi a Verona, a portare tale lieta nuova alle Loro Maestà Imperiali, "ed altri sovrani ivi congregati"; e di lì proseguire alla Corte di Dresda. Vennero poi destinati per portare la notizia officialmente, il conte Guido della Gherardesca per Verona, ed il cavaliere Lorenzo Montalvi per Dresda.

La contentezza di tutta la Corte fu molto attenuata dallo stato della puerpera, la quale fece stare in pena fino alle dieci della sera, perché il parto non si completava. Ma alle dieci ogni pericolo scomparve, e la gioia non fu più trattenuta da nessuno ostacolo.

Il giorno seguente il maggiordomo maggiore rese noto ai Ministri esteri che la "Reale Arciduchessa" aveva dato alla luce un'altra "Reale Arciduchessa". L'avviso fu dato per mezzo di una "schedola" recata in persona dal primo furiere Giovanni Ceccherini.

Fu ordinata "una gala" per tre giorni, resa nova dal Gonfaloniere con notificazione a stampa; ed un'altra notificazione dello scrittoio delle Reali possessioni, annunziò che il Sovrano elargiva una libbra e mezzo (circa 500 grammi) di pane a testa, agli indigenti della popolazione di Firenze, ciò che forse fu accolto con maggior soddisfazione che la notizia della nascita della piccola arciduchessa.

Il battesimo fu stabilito per il giorno stesso 20 novembre, e dal segretario d'etichetta vennero consegnate "diverse memorie", al maggiordomo maggiore, alla maggiordama maggiore, al gran ciambellano, al maggiordomo e maggiordama della Reale Principessa, contenenti le istruzioni di ciò che ciascuno di loro doveva fare nella circostanza.

Il salone degli Stucchi fu ridotto a cappella con l'altare eretto sotto un magnifico trono; ed in una, stanza prossima fu preparata la sagrestia, affinché l'arcivescovo ed i suoi assistenti potessero ivi pararsi.

Il Granduca ordinò "di sua viva voce" al segretario d'etichetta, che nell'interno della detta sala, o cappella, non venisse ammessa che la sola nobiltà invitata in abito di spada, ed i soli sacerdoti assistenti dell'Arcivescovo, esclusa ogni altra persona non contemplata nei "percorsi inviti e intimazioni".

Alle nove e mezzo si apriron le sale del quartiere delle Stoffe, cominciando dalla sala delle Nicchie, sulla porta della quale stavan due guardie del corpo, e dove si riunirono tutte le persone invitate. Alla indicata ora giunse l'arcivescovo "con tre dignità" e col suo seguito e passò nella sala ridotta a sagrestia ove erano a riceverlo il primo cappellano direttore, i cappellani di Corte, ed il parroco di Corte, priore di Santa Felicita.

Quando fu vicina l'ora della funzione, il segretario d'etichetta mandò alla camera della "Reale puerpera" la bussola, seguìta da due ciambellani, da due paggi e da quattro guardie del corpo, "tutti destinati per il treno e convoio, della neonata arciduchessa". Fece quindi disporre due guardie del corpo all'altare e dalle altre venne formato la linea nell'interno del salone.

Appena che l'arcivescovo prese posto al suo faldistorio, il segretario d'etichetta invitò i Ministri esteri ad occupare i posti loro assegnati, nel tempo stesso che il furiere introduceva nella sala della funzione tutta l'uffizialità, la nobiltà e le dame, non di Corte né di anticamera. Quindi il segretario stesso, si recò nel quartiere della puerpera ove eran riuniti i sovrani, e notificò loro che tutto era pronto per la cerimonia.

Il Granduca, la Granduchessa, alla quale due paggi "sostenevano il lembo del manto", l'arciduca Leopoldo, l'arciduchessa Maria Luisa, il principe di Carignano, tutti con le loro cariche e ciambellani di servizio, "passando per le scale a pozzo" si recarono nel quartiere delle Stoffe "fiancheggiati" da quattro guardie del corpo.

Immediatamente la maggiordama maggiore, principessa Rospigliosi, entrò nella bussola e "la signora di camera della Real prole", Grisaldi Taia, le presentò la "Reale neonata". L'aiutante di camera Volkmann chiuse la bussola ed "il treno" partì dal quartiere della arciduchessa Maria Carolina, in quest'ordine: furiere e aiutante di camera; bussola con i suoi portantini e quattro staffieri assistenti, fiancheggiando la medesima i due ciambellani Giuseppe Rucellai e Cosimo Antinori; i due paggi Cammillo Anforti e Vincenzo Uguccioni, e quattro guardie del corpo. Quindi la signora di camera, e l’Acoucheur (!!) Giuseppe Fabbrini; la camerista della neonata, la donna di guardaroba, il camerazzo, la levatrice e la balia.

Dal corridore detto "degli Angiolini" si partì il corteo, preceduto dal corpo degli staffieri di Corte; e scendendo dalla grande scala, si recarono al quartiere delle Stoffe, mentre gli staffieri si fermarono per fare ala alla prima porta che dà ingresso alla sala delle Nicchie. Appena giunta la bussola, il segretario d'etichetta fece cenno al furiere d'invitare i signori forestieri presentati ed altri che godevan l'onore dell'anticamera, escluse le cariche, i consiglieri, i ciambellani e le dame di Corte, "di anticipare la loro marcia nella sala della funzione".

Fu quindi ordinato agli staffieri di Corte di fare ala dalla porta della sala delle Nicchie, fino a quella della funzione; e gli altri servitori delle cariche, dei ministri esteri e della nobiltà in generale, furon fatti scendere a basso nel loggiato del cortile.

Dalla sala delle Nicchie fino a quella della cerimonia, il corteo si formò nel seguente modo.

Paggi e Precettori; furiere e suo aiuto; camerieri di servizio, ciambellani, consiglieri, cariche di Corte, reali Sovrani fiancheggiati da quattro guardie, e due paggi che reggevano il manto della sovrana. L'arciduca Leopoldo aveva presso di sé il suo maggiordomo, col quale faceva coppia. L'arciduchessa Maria Luisa, che aveva pure a fianco il suo maggiordomo, era seguìta dal principe di Carignano col suo scudiere. Veniva dopo la bussola ed il seguito, la maggiordama Riccardi, le dame di servizio, quelle di Corte.

Giunta avanti la linea delle guardie del corpo la bussola, questa venne aperta dal ciambellano Rucellai, e ne uscì la maggiordama tenendo in braccio la neonata "superbamente vestita e coperta con ricchissimo nappo". I sovrani presero posto nel luogo loro indicato dal cerimoniere ecclesiastico, come pure "l'arciduca genitore". L'arciduchessa Maria Luisa ed il principe di Carignano rimasero al loro genuflessorio. L'Arcivescovo con le tre dignità ed il suo seguito, si partì dal suo faldistorio avvicinandosi in cornu epistolae. La maggiordama maggiore consegnò la neonata al maggiordomo maggiore, che la portò sulle braccia della Granduchessa, la quale faceva da comare per Sua Maestà l'imperatrice Maria Carolina. Rimase alla diritta di lei il Granduca "vicecompare" per Sua Maestà l'imperatore Francesco, ed alla sinistra della Granduchessa l'arciduca genitore.

Mentre l'arcivescovo tornato al suo faldistorio si accingeva alla cerimonia del battesimo, il maggiordomo maggiore riprese la bambina e la consegnò alla maggiordama la quale la posò su una tavola preparata; e con l'aiuto della signora di camera e l'assistenza delle donne di servizio, fu spogliata "in quanto occorreva per ricevere il battesimo". Ripresa poi la creatura dalla principessa Rospigliosi la passò al maggiordomo maggiore che la restituì alla Granduchessa. Saliti i sovrani sul ripiano del trono presso l'arcivescovo "sedente sulla predella in mezzo all'altare" questi fece le consuete domande e dopo aver recitate le rituali orazioni, amministrò il battesimo imponendo alla neonata i nomi di Maria, Carolina, Augusta, Elisabetta, Vincenza, Giovanna, Giuseppa.

Terminata la funzione, fu restituita la bambina nello stesso ordine alla maggiordama maggiore, che la rimise sulla tavola dove fu rivestita, e le vennero messi "i brevi, ed una superba medaglia d'oro con catena simile".

Fu dipoi cantato un solenne Te Deum "con scelta musica nelle due orchestre state erette nella sala". Durante il Te Deum, la piccola arciduchessa, con lo stesso ordine, fu riportata dalla mamma, che se la strinse al petto teneramente, potendone più il santo affetto di madre che l'etichetta di Corte.

All'intonare del Te Deum fu eseguito lo sparo dell'artiglieria dal forte di Belvedere, e dopo dalla fortezza da Basso.

Durante la cerimonia, rimasero presso la puerpera la maggiordama marchesa Teresa Rinuccini, la dama di compagnia, e la signora di camera Teresa Bonaini.

Dopo il Te Deum i sovrani e l'arciduca Leopoldo tennero circolo per ricevere le congratulazioni dei Ministri esteri, delle cariche, delle autorità e dei componenti le due anticamere.

Appena terminata la funzione del battesimo, partì subito per Verona il conte Guido Della Gherardesca, per recare alle Loro Maestà Imperiali la nuova del battesimo e quelle della salute della puerpera; ed il cavalier Lorenzo Montalvi. fu spedito alla Corte di Sassonia allo stesso oggetto.

Nella sera i sovrani in gran gala andarono al teatro della Pergola, vagamente illuminato, e dove era stato ordinato il servizio delle guardie nobili. Il pubblico appena vide comparire in palco i Sovrani "fece quei triplicati viva" che ormai parevano di prammatica.

Seguendo le regole della etichetta di Corte, il giorno appresso, 21 novembre, alle undici antimeridiane, il maggiordomo marchese Corsi e la maggiordama marchesa Rinuccini, si recarono in gala, nella anticamera delle Stoffe, ove rimasero fino al tocco per dare le nuove dello stato di salute della puerpera e della neonata, alla nobiltà che pure in abito di gala si presentò in gran numero.

I nomi delle persone che a mano a mano si presentarono, venivano scritti in tante note, sotto la sorveglianza del marchese Corsi, dal furiere e dall'usciere di servizio, poiché non usava firmarsi come si fa oggi. Tali note, firmate poi dal maggiordomo e dalla maggiordama, furon portate dal segretario d'etichetta al principe Rospigliosi, affinché le presentasse al Sovrano.

La mattina del dì 22 novembre "tanto il Gonfaloniere che i priori nobili e cittadini della Comunità si adunarono in numero di sei nelle stanze della foresteria del convento della SS. Annunziata, e alle undici si portarono insieme alle altre magistrature nella chiesa di detto convento, ove assistettero alla Sacra funzione per il rendimento di grazie all'Altissimo per il fausto avvenimento del felice parto di S. A. I. e R. l'Arciduchessa Maria Anna Carolina consorte del Principe ereditario, che aveva dato alla luce un'Arciduchessa".

Durante la funzione le milizie che erano schierate sulla piazza eseguirono lo sparo, come farebbe l'organo ad ogni versetto, e ad esse rispondeva l'artiglieria del forte da Basso.

Nel giorno stesso, cominciarono le presentazioni per le congratulazioni officiali. Dopo. mezzogiorno, dal gran ciambellano, furono presentati per i primi al Sovrano, il "gonfaloniere della Comunità" di Firenze, cavaliere conte Iacopo Guidi, e i due priori, marchese Leopoldo Feroni e Bernardo Pepi, i quali tornavano allora dalla chiesa della Santissima Annunziata.

Il 26 di novembre, con la stessa etichetta, venne presentata al sovrano la Deputazione della nazione ebrea di Firenze per felicitare S. A. della "nata prole". La Deputazione era composta del cancelliere Lampronti, e dei deputati Castelnuovo e Usigli, i quali si presentarono dopo al Principe ereditario.

Nel giorno stesso, per ordine della segreteria di Corte, fu incombenzato il segretario d'etichetta di rimettere a monsignore Arcivescovo, per mezzo del primo cappellano e direttore della real cappella canonico Brunacci, le appresso due minute di fedi, dei battesimi eseguiti nel reale palazzo, del tenore che segue:

Venerdì 15 novembre 1822, alle ore dieci di sera, nacque nel Reale Palazzo de' Pitti S. A. S. il Principe di Carignano al sacro fonte Ferdinando, Maria, Alberto, Amedeo, Filiberto, Vincenzio, figlio di S. A. S. il Principe Carlo Alberto del fu Duca Carlo Emanuelle Ferdinando, e di Maria Cristina di Sassonia Principessa di Savoia Carignano; e di Sua Altezza Imperiale e Reale l'Arciduchessa Maria Teresa, figlia di S. A. I. e R. l'Arciduca d'Austria Principe Reale d'Ungheria e di Boemia, Granduca di Toscana Ferdinando Terzo, e della defunta Granduchessa di Toscana Infanta di Spagna Luisa Amalia di Borbone. Fu battezzato solennemente nella sala detta degli Stucchi, nel Reale Palazzo di Residenza della Real Corte di Toscana, da Monsignore Arcivescovo Pier Francesco Morali, circa le ore cinque pomeridiane del dì 16 novembre 1822.

Compare S. A. I. e R. il Granduca di Toscana Principe Reale d'Ungheria e di Boemia, Arciduca d'Austria Ferdinando Terzo del fu Pietro Leopoldo Secondo, Augustissimo Imperatore.

Martedì 19 novembre 1822, alle ore tre e un quarto di mattina, nacque nel Real Palazzo di Residenza detto dei Pitti, S. A. I. e R. l'Arciduchessa Maria, Carolina, Augusta, Elisabetta, Vincenzia, Giovanna, Giuseppa, figlia di S. A. I. e R. l'Arciduca Leopoldo Giovanni, di S. A. I. e R. il Granduca di Toscana Principe Reale, d'Ungheria e di Boemia, Arciduca d'Austria, Ferdinando Terzo, e della defunta Granduchessa di Toscana Infanta di Spagna Luisa Amalia dei Borboni coniugi; e di S. A. I. e R. l'Arciduchessa Maria Anna Carolina di S. A. R. il Principe Massimiliano di Sassonia, e della fu Infanta di Spagna Carolina Maria Teresa di Parma; e fu battezzata solennemente nella sala detta degli Stucchi da Monsignore Arcivescovo di Firenze Pier Francesco Morali. circa le ore undici della mattina del dì 20 novembre 1822.

Li furono Patrini S. M. l'Imperatore Francesco Primo del fu Imperatore Leopoldo Secondo, e S. M. l'imperatrice Carlotta Augusta di S. M. il Re di Baviera Massimiliano Giuseppe. E per Essi fu tenuta al sacro fonte da S. A I. e R. il Granduca Ferdinando Terzo Principe Reale di Ungheria e di Boemia, Arciduca d'Austria del fu Augustissimo Imperatore Leopoldo Secondo, e da S. A. I. e R. la Granduchessa di Toscana Maria Ferdinanda Amalia di S. A. R. il Principe Massimiliano di Sassonia.

Le spese occorse per solennizzare dal Comune così fausto avvenimento, furono di 124 lire per l'assistenza prestata da diversi picchetti nelle sere che furono incendiati i fuochi di gioia e d'artifizio sulla Piazza del Granduca e alla Torre di Palazzo Vecchio; ed altre lire 74,13.4 vennero pagate al magazziniere Bernardino Pratellesi per i fanali accesi ai merli e alla Torre di Palazzo Vecchio e per le fastella incendiate sulla piazza.

La spesa più grossa fu quella per il fuochista Girolamo Tantini, il quale per i fuochi d'artifizio incendiati nelle tre sere dei 20, 21 e 22 novembre presentò un conto piuttosto ardito. Ma avendo il Magistrato incaricato di verificare le note il collega signor Carlo Azzurrini unicamente all'ingegnere Veraci, dopo un rapporto di quest'ultimo e sul parere dell'altro collega Ignazio Carcherelli fu liquidato il conto del Tantini in lire 3920 "non tanto per saldo dei fuochi come sopra incendiati, quanto per tutti gli altri oggetti preparati molto tempo prima di detto parto e da esso (Tantini) asseriti andati a male".

Pare che il Magistrato nel suo eccessivo zelo avesse fatto male i conti sulla gravidanza dell'Arciduchessa!...

Cessate finalmente tutte le cerimonie imposte dalla etichetta, la mattina del 28 novembre il granduca Ferdinando insieme alla Granduchessa, per la via di Bologna andò a Verona a far visita al fratello imperatore Francesco, con un seguito di 34 persone, compresi gli staffieri, il servizio di credenza, di cucina ed altri serventi.

Da questo viaggio tornò a Firenze la sera del dì 11 dicembre alle sei e un quarto, e la mattina del dì 13 furono palesati i regali fatti dall'Imperatore Francesco in occasione del parto. Alla puerpera, Reale Arciduchessa Maria Anna, un finimento da testa e da collo e suoi pendenti di bene scelti smeraldi e grossi brillanti; alla Reale neonata, un grosso filo di brillanti; alla marchesa Teresa Rinuccini, una maniglia da petto di opale contornata di brillanti; all'arcivescovo Morali, una croce d'amatista contornata di brillanti; all'archiatro dottore Torrigiani, un anello con cifra di brillanti; al conte Guido Della Gherardesca, una scatola d'oro contornata di scelti brillanti; al chirurgo Fabbrini, un anello di brillanti; alla signora di camera Bonaini, settantasette zecchini; alle cameriste Werner e Passerini, cinquanta zecchini ognuna; alle donne di guardaroba, Cutani, Angiolini e Wincler, ed ai serventi di camera, Santini e Gambacorti, trentaquattro zecchini per ciascuno. Ai tre staffieri della camera della Reale puerpera, diciannove zecchini ognuno. Alla signora di camera della neonata, trentacinque zecchini. Alla levatrice ed alla prima balia, settantacinque zecchini per una; trenta zecchini alla seconda balia, e trentacinque al clero assistente al battesimo.

La Corte granducale di Toscana passò in quel tempo un periodo di vera felicità, e continue erano le visite dei principi e sovrani esteri. La principale fu quella del Re di Prussia Federico Guglielmo III, che viaggiava sotto il nome di Conte di Ruppin, il quale arrivò in Firenze la sera alle quattro del 14 dicembre e smontò alla piccola locanda di Schneiderff con il suo ciambellano e ministro di Stato Principe di Sayn e Wittgenstein.

Il principe Rospigliosi andò a complimentarlo in nome del Granduca, e fu impostata la guardia d'onore dei granatieri, che fu dal Re accettata.

Alle sette andò ad ossequiarlo in persona il Granduca, e si trattenne con lui circa mezz'ora.

La sera dopo, a Corte, vi fu "ristretta conversazione", e quindi fu apparecchiata una lauta cena, alla quale intervenne pure il Re di Prussia, ed altri principi e personaggi esteri. Il 16 dicembre S. M. andò a far visita alle due puerpere, arciduchessa Maria Anna e principessa di Carignano, presso la quale si trovava a riceverlo anche il principe Carlo Alberto, in compagnia del suo scudiere.

Dopo desinare andò a visitar la galleria, e la mattina del 17 alle sei e tre quarti partì per Bologna, diretto a Venezia.

Nella prima mezza festa di Ceppo, ossia il 26 dicembre, arrivarono i principi Guglielmo e Carlo Alessandro di Prussia, e furono invitati a pranzo a Corte, ove intervennero in abito di confidenza.

La sera del giorno stesso, alle sette e mezzo, le dame di Corte furono ricevute dalla Arciduchessa ereditaria, per complimentarla del termine del suo felice puerperio.

Il 28 dicembre, alle ore undici della mattina, S. A. I. e R. l'arciduchessa Maria Anna scese nella cappella di Corte preceduta dal ciambellano di servizio Ottaviano Compagni, dai due ciambellani fissi cavalier Lorenzo Montalvi e Giovanni Ginori, e servita dal suo maggiordomo marchese Tommaso Corsi e dalla sua maggiordama marchesa Teresa Rinuccini. Quivi l'Arciduchessa privatamente entrò in santo, "avendo fatta una tal funzione il primo cappellano direttore canonico Brunacci, con la sola assistenza di due chierici". Fu presente alla cerimonia il "Reale Arciduca"; ed appena terminata, i due Principi salirono alla consueta tribuna, ove si riunirono alla "Reale Sovrana". Non comparve il "Reale Sovrano" perché era andato a caccia alle Cascine dell'Isola. Dopo ascoltata la messa piana gli Arciduchi e la Granduchessa tornarono ai rispettivi loro quartieri.

XVII

La morte di Ferdinando III

Sotterfugii di Carlo Alberto - Un monito severo - Partenza per la Spagna Tra popolo e principe - Le bonifiche in Maremma - Primi sintomi di febbre - Ferdinando III si aggrava - Muore - Dolore della famiglia - Imbalsamazione - L'estremo saluto della cittadinanza - Il trasporto - La consegna del cadavere nella chiesa di San Lorenzo - Lutto di Corte - La successione.

Il pruno che pungeva segretamente il cuore di Ferdinando III, il quale forse dava troppo peso a certi discorsi che gli venivano riferiti sul conto del genero, era la condotta un po' sbrigliata di lui. Non che il Granduca si pentisse del parentado, e avesse da dolersi del principe di Carignano, no; ma egli avrebbe desiderato da parte di lui, un po' più di fedeltà, se fosse stato possibile, verso la moglie. Il cuore di padre, ingrandiva agli occhi di Ferdinando III le scappatelle del principe Carlo Alberto, il quale credeva talvolta di farle pulite; ma quasi sempre si faceva scoprire.

Egli, d'altronde, non considerava che in Firenze, dove pur troppo non sfuggiva mai nulla, era non solo notato per il suo grado ma anche per la sua figura riconoscibilissima; la persona alta e magra, l'espressione malinconica del volto, i baffi all'insù; un insieme, che aveva dell'aristocratico e del soldato. Per questo dava appunto, più nell'occhio d'un altro. Perciò quando andava alla messa, seguito dal suo fidato cameriere, tutti si avvedevano che egli qualche volta gli dava furtivamente un bigliettino tolto con destrezza dal libro delle preghiere sul quale pareva che leggesse religiosamente, perché lo portasse con segretezza a qualche signora. La quale, sapeva tanto bene di dover ricevere quel dolce messaggio, che ne teneva già pronto un altro per il principe. Queste cose erano osservate e notate come c'è da credere; e Ferdinando III, a cui pietosamente venivan riferite, si accorava, dubitando che un giorno o l'altro la condotta del genero, che pure voleva molto bene alla moglie, non avesse ad aver serie conseguenze.

Siccome Carlo Alberto era solito di tornare a palazzo di soppiatto la sera molto tardi, quando cioè non vegliavan più neanche i gatti, così il Granduca pensò di fargli conoscere che non ignorava affatto la vita che egli conduceva. Infatti, verso la mezzanotte, una sera aspettò il genero nell'anticamera del suo quartiere. Il Principe se ne tornò verso il tocco tutto contento e tranquillo, in compagnia del fidato servo, al quale raccomandava di camminare in punta di piedi per non svegliare gli aiutanti né le guardie del Granduca. Ma non ci si figura come rimanesse, quando giunto presso il quartiere si senti dire dal suocero: "Altezza, questa non è l'ora di tornare a casa per un padre di famiglia!...".

E il Granduca senza aggiunger altro, si ritirò non dandogli neppur la buona notte.

Per tutto ciò Carlo Alberto fu molto contento di partirsene da Firenze per andare in Spagna a raggiungere l'armata del principe d'Angoulème. Il principe che portava seco il conte Costa, e le persone del suo seguito, salutato il suocero alle tre pomeridiane del 27 marzo 1823, parti accompagnato fino a Livorno, donde doveva imbarcarsi, dall'arciduchessa Maria Teresa sua moglie.

Maria Teresa, afflittissima di doversi separare dal marito che amava tanto, fece ritorno in Firenze alle quattro pomeridiane del dì 3 aprile insieme alla contessa Filippi che l'aveva accompagnata, e a due donne di servizio.

Ferdinando III con tutta la corte venne apposta la sera dalla villa di Castello, non tanto per riabbracciar la figliuola, quanto per divagarla, e le condusse al teatro del Cocomero, all'accademia data dalla celebre cantatrice Catelain, a benefizio del Reclusorio dei poveri.

Indi a poco Maria Teresa co' figli tornò in Piemonte.

Le cose frattanto in Corte e in Firenze procedevano con calma e con tranquillità; quello che era lecito di rimandare al domani non si faceva oggi, e fra il Sovrano e i sudditi felicissimi si trovavano così affiatati, che anco gli animi di coloro che non avevano veduto di buon occhio la restaurazione della monarchia Lorenese, andavano rappacificandosi con quella. Una delle principali cure di Ferdinando III era il bonificamento della Maremma; e spesso vi faceva delle gite per esaminare da sé stesso i lavori e sollecitarli. Ma il suo nobilissimo zelo e la sua lodevole preoccupazione gli dovevano riuscire fatali.

Nel mese di giugno del 1824, tornando appunto da una delle gite in Maremma, appena entrò si può dire in Firenze, sentì subito i sintomi d'una febbre che da quel momento gli insidiò tenacemente la vita.

Ferdinando fu costretto a mettersi a letto; ed i principali medici furono subito intorno a lui per contenderlo alla morte, con ogni mezzo migliore che l'arte salutare suggeriva. Furon però tutti sforzi inutili, perché il male vinse gli uomini della scienza.

Il 17 di giugno il Granduca si aggravò tanto, che alle tre della mattina fu comunicato dal suo confessore Anton Lorenzo Brunacci, primo cappellano di Corte. Il Sovrano che conservava perfetta la lucidità della mente, domandò, di essere assistito spiritualmente dal padre Mosè, provinciale dei frati di San Paolino.

Nella camera del malato fu eretto un altare provvisorio, al quale, prima di presentargli il viatico celebrò la messa il cappellano viceparroco di corte Giovan Battista Enrici. Nelle ore pomeridiane fu dato ordine dal maggiordomo maggiore principe Rospigliosi, di esporre il Sacramento nella cappella di Corte, nella chiesa della SS. Annunziata, in quella di Santa Maria Maddalena, ed a San Paolino. Furono pure esposte in Duomo le ceneri di San Zanobi "con commovente pastorale di Monsignore Arcivescovo".

In tutte le classi della cittadinanza la costernazione era grandissima, ed il dispiacere era sincero. Basti dire che ogni giorno più di duemila persone andavano a Palazzo Pitti a inscriversi nelle note che il Segretario d'etichetta la sera alle dieci presentava al Maggiordomo maggiore.

Attesa la gravità delle condizioni dell'infermo, l'arciduca Leopoldo non assisté alla consueta processione del Corpus Domini, alla quale, per antica consuetudine, il Granduca soleva prender parte.

Le cose andavan sempre di male in peggio. Alle cinque antimeridiane del giorno 18 fu affisso in anticamera il bollettino dei medici, annunziante "il pessimo stato del malato"; ed alle otto, dal parroco di Santa Felicita, Giuseppe Balocchi, venne amministrata l'estrema unzione continuando il Granduca ad essere in pieno conoscimento.

Frattanto il marchese Corsi andò in carrozza di Corte a partecipare all'Arcivescovo lo stato disperato del Sovrano, e ad invitarlo a venire a dargli la benedizione.

Alle dieci e mezzo monsignor Morali arrivò a Palazzo Pitti, ricevuto sul ripiano della scala dal ciambellano di servizio marchese Pietro Torrigiani, dal quale venne condotto nel quartiere del Granduca; e dal Maggiordomo maggiore, accompagnato al suo letto; quindi, vestiti dall'Arcivescovo i paramenti sacerdotali, diede al malato la benedizione in articulo mortis.

La Granduchessa ed i Principi ereditari, con l'arciduchessa Maria Luisa, erano riuniti nella stanza accanto alla camera di Ferdinando III in preda alla più viva costernazione. Ed affinché non mancasse mai il servizio di un ciambellano per la reale famiglia, attesa la gravità del caso, il principe Rospigliosi ordinò che uno di essi rimanesse fisso in anticamera; e che quando toccava l'ora del pranzo, non uscissero di Palazzo, ma andassero alla tavola delle cariche di Corte.

La Granduchessa ed i Principi pranzarono "nel più stretto privato" presso la camera dell'infermo.

L'ambascia crudele di quella famiglia, che dimenticava il trono, le ricchezze ed il fasto, per abbandonarsi al supremo dolore di una grande sventura, era commovente perché la metteva al livello di ogni altro mortale.

Piangendo e dando libero sfogo all'angoscia, poiché l'affetto era superiore all'etichetta, trovavano un sollievo contro la fredda ragione di Stato, che imporrebbe quasi ai principi un cuore di pietra.

In quelle persone non c'eran più che degli esseri umani che soffrivano per la imminente perdita del loro capo di famiglia.

Intanto Ferdinando III si aggravava sempre di più; ed a segno tale, che alle quattro e mezzo dello stesso giorno 18, il principe Rospigliosi ordinò che si mandasse un lacché ad avvertire l'arcivescovo che S. A. si trovava in extremis.

Monsignore, che forse da un momento all'altro si aspettava d'esser chiamato, pare che stesse già pronto, perché non fece che montare in carrozza e andare a' Pitti, ove fu ricevuto con lo stesso cerimoniale della mattina. Alle cinque entrò nella camera del Granduca e gli raccomandò l'anima; venticinque minuti dopo, Ferdinando III era spirato!

Il principe Rospigliosi si recò subito ad annunziare la morte dell'amato Sovrano alla vedova, all'Arciduca ereditario Leopoldo, ed alle Arciduchesse. Fu una desolazione, un pianto irrefrenabile. Calmato forzatamente quel dolore, poiché i principi non debbono nemmen piangere quanto vogliono, tutta la famiglia partì sul momento nel più stretto incognito per la villa di Castello, durando fatica le carrozze a farsi strada, tra "l'affollato popolo che piangeva".

Il Maggiordomo maggiore appena fatte le partecipazioni, fece la consegna del cadavere al generale Francesco Gherardi, comandante della Guardia del Corpo, il quale mise subito due sentinelle alla camera "con la carabina a funerale". Quindi lo stesso principe Rospigliosi, unicamente al segretario del suo dipartimento e di corte, Andrea Bonaini, alla presenza del segretario dell'intimo gabinetto, cavalier Giuseppe Paver, e di Filippo Giannetti primo commesso della segreteria medesima, vennero posti i sigilli "alle segreterie e scrigni di particolare attinenza del Sovrano".

Dipoi fu fatto erigere un altare nella camera del morto Granduca, per recitarvi le preci dei defunti durante la notte, da due cappellani di corte e da due frati di San Paolino.

Il giorno seguente, 19, il medico archiatro dottor Francesco Torrigiani, e il chirurgo di camera Antonio Boiti, destinarono l'ultima camera del quartiere a terreno, detto di Giovanni da San Giovanni, per farvi la sezione del cadavere. La sala fu messa in ordine e provveduta delle occorrenti preparazioni chimiche dal farmacista Gaspero Puliti.

Alle cinque pomeridiane, col permesso del comandante Gherardi, passarono nella camera del defunto per fare la recognizione del cadavere i medici archiatro Torrigiani, dottor Pellegrini, dottor Nespoli, dottor Tacchini e dottor Dini, con i chirurghi Boiti, Mazzoni, Geri, Michelacci Francesco e Pezzati. Constatata la morte alla presenza del Comandante e del Brigadiere di servizio, il cadavere, dal cameriere del defunto, Giuseppe Allodi, con l'aiuto dei camerieri Stefano Mortiani, Angiolo Angiolotti, e dell'usciere Michele Bernini "fu collocato in ricca bara, e coperto con grande strato di velluto nero".

Fu quindi dato immediato ordine alle sentinelle della guardia del corpo ed a quella dei granatieri, di tenere il fucile abbassato in segno di lutto.

Il cadavere venne tolto dalla camera da letto e portato nella sala anatomica, dove doveva essere imbalsamato, nell'ordine seguente. Veniva prima il furiere ed il segretario d'etichetta; quindi un cherico della cappella con croce, sei cappellani di corte con cotta, ed il parroco di corte con cotta e stola; la bara era portata da quattro camerazzi, e due di riserva; sei camerieri fiancheggiavan la bara con torcia (torcetto), e quattro guardie del corpo con l'arme a basso, facevano ala. Dietro, seguiva il comandante ed il brigadiere di servizio di settimana.

Nella stanza anatomica era stato messo un altare portatile col Crocifisso, dinanzi al quale ardevano otto ceri.

Erano state disposte alcune panche per i quattro sacerdoti destinati a salmeggiare durante la notte e che dovevan cambiarsi con altri quattro ogni due ore. Alla porta della stanza vi eran due guardie del corpo che si cambiavano pure ogni due ore. Il comandante ed il brigadiere assistettero alla imbalsamazione, dandosi la muta a piacere, purché non venisse da loro abbandonato mai il cadavere.

L'operazione durò dalle sei pomeridiane del giorno 19 alle sette antimeridiane del dì 20. Terminata l'imbalsamazione, il cameriere del defunto gli fece la barba, e con l'aiuto di altri camerieri e chirurghi fu vestito con l'uniforme di maresciallo delle truppe austriache, mettendogli al collo la collana dell'ordine del Toson d'oro, e vestendolo della cappa magna di Santo Stefano, con guanti e stivali.

Così abbigliato, fu posto sopra un ripiano con sei maniglie coperto di velluto nero con largo gallone d'oro. Quattro camerieri furono incaricati di portare il cadavere nel salone delle Nicchie, destinato alla esposizione al pubblico, e dove fu recato con lo stesso ordine, essendovi però stato aggiunto un camerazzo col vaso dei visceri, e il furiere col vaso del cuore, che precedevano il cadavere. Nella sala, questo venne posato sopra un catafalco ed accomodato dai chirurghi Boiti e Mazzoni; quindi dal furiere di corte vennero appesi presso il defunto, e pendenti a mano destra, gli ordini di cui egli era insignito; cioè: di San Giuseppe, di cui era Gran Maestro; di Santo Stefano d'Ungheria; della Corona di ferro; della Corona di Sassonia; di San Ferdinando di Napoli; di San Gennaro di Napoli; della Concezione di Spagna; della Legion d'onore di Francia.

Dalla parte sinistra non venne posto nessun ordine, poiché non ne aveva alcuno di potenza protestante.

La spada e il cappello furono posati ai piedi; e sotto il catafalco, dalla parte della testa, si depositarono i vasi dei visceri e del cuore.

Lo scettro e la corona granducale vennero collocati sopra un cuscino sul primo gradino sotto i piedi.

Durante l'esposizione, otto preti salmeggiavano, insieme a due cappellani di Santa Felicita e a due frati d'Ognissanti.

Al feretro erano state poste quattro guardie del corpo, con carabina; ed il comandante o il brigadiere a vicenda stavano presso il cadavere. Nella sala furono eretti cinque altari, ove nella mattina si diceva costantemente la messa. Le sentinelle degli anziani e dei granatieri, erano alle porte tanto d'ingresso che d'uscita; ed il popolo passava dalle grandi sale, uscendo poi dalla terrazza, dalla quale discendeva per mezzo di un ponte artificiale, in Boboli, ed usciva dalla porta detta di Bacco.

I ciambellani, i camerieri, gli uscieri, e i camerazzi fiancheggiavano il feretro. Si cambiavan d'ora in ora, e c'era d'essi uno per grado, cioè: un ciambellano, un cameriere, un camerazzo e un usciere.

La esposizione durò tre giorni, ed il popolo accorse in numero straordinario a rivedere per l'ultima volta il defunto Sovrano.

Alle quattro pomeridiane del 22 giugno, giorno stabilito per il trasporto funebre, il pubblico non fu più ammesso nel palazzo.

Alle sei tutte "le classi e persone intimate" erano al loro posto, cioè: in una stanza terrena i quattro vescovi di Pisa, di Fiesole, di San Miniato e di Colle, coi loro maggiordomi di camera; e furon ricevuti dal ciambellano conte Giovanni Da Montauto; in un'altra stanza si riunirono i canonici della Metropolitana "per comodo di vestirsi", ed in una sala attigua i cavalieri di Santo Stefano coi loro cerimonieri e taù, ancor essi per comodo di vestire la cappa magna.

I ciambellani, i consiglieri e le cariche di corte si riunirono nella solita anticamera del quartiere detto delle Stoffe al primo piano.

I cleri e le compagnie si disposero sotto i loggiati del palazzo dalla parte opposta alla reale cappella; e le guardie del corpo a cavallo si schierarono in doppia linea "coi loro ufficiali e tromba" nel cortile del palazzo facendo fronte alla gran porta d'ingresso.

I camerieri Ignazio Nasi, Stefano Morbiani, Angelo Angiolotti; l'usciere Michele Bernini ed i camerazzi Kaintz e Simone Pagnini, tolsero il cadavere dal catafalco.

All'ora stabilita, il Maggiordomo maggiore ordinò che il corteggio poteva muoversi, ed il segretario Andrea Bonaini, ed il furiere Giovanni Ceccherini disposero la sfilata delle milizie e "delle altre persone".

Il cannone annunziò la partenza alle sette precise; ed il cadavere fu preso dai quattro ciambellani Giovanni Del Turco, Giuseppe Rucellai, Giuseppe Mannelli ed Emilio Luci, e portato fino al ripiano della scala, fiancheggiato dal parroco di Santa Felicita con stola, dai cappellani di corte con torcetto, e dagli ufficiali di corte pure col torcetto.

Avanti era portato il cuore rinchiuso in un vaso d'argento, ed i visceri in un vaso di rame, "il tutto collocato sopra ricco vassoio ricoperto di velluto nero con gallone d'oro; ed un nappo nero copriva i detti due vasi: quale vassoio era portato e sostenuto dai ciambellani Cosimo Antinori e Gaetano De' Pazzi".

Dietro ai visceri veniva il ciambellano Carlo Ginori, portante la corona e lo scettro su cuscino di velluto nero gallonato d'oro; ed appresso i camerieri Nasi e Morbiani portando uno il cappello e l'altro la spada. Il cadavere era fiancheggiato da quattro guardie del corpo con carabina a funerale, dai due ciambellani Francesco Guasconi e Giovanni Battista Baldelli, dal comandante delle guardie e dal brigadiere.

Sul ripiano della scala, i quattro ciambellani consegnarono il cadavere ai cavalieri di Santo Stefano Orazio Ricasoli, Emilio Strozzi, Francesco Ugolini, Vincenzo Uguccioni, Giovanni Fabio Uguccioni, Lorenzo Sernini, Giovan Battista Covoni e Alessandro De' Cerchi.

I visceri ai cavalieri Leopoldo Giovannini e Roberto D'Elci; la corona e lo scettro al cavalier Pietro Bacci: tutti i cavalieri erano in cappa magna.

Il furiere, dopo questa consegna, per ordine ricevuto dal segretario Bonaini, dette il segno della marcia per scender le scale in quest'ordine: furiere, ciambellani, consiglieri, cariche di corte, il parroco con stola, vasi dei visceri e del cuore; corona e scettro. Seguiva il feretro, fiancheggiato dai cavalieri di Santo Stefano con torcetto, cappellani di corte, priori e balì di detto ordine, e ufficiali di corte, tutti con torcetto.

Scese le scale, il feretro dai camerieri venne deposto nel "cocchio ferale" ponendo ai piedi, a destra lo scettro e la corona, e a sinistra i vasi dei visceri, spada e cappello.

Si mosse quindi per la chiesa di San Lorenzo. Apriva la marcia a lento passo un picchetto di cacciatori a cavallo, con ufficiali alla testa. Un battaglione di fucilieri con bandiera e banda con veli agli strumenti; due cannoni con artiglieri e treno di seguito. Croce nera di San Lorenzo con sei chierici con torcetto.

. L'Arcivescovo di Firenze non fu invitato al trasporto e nel Diario di corte si legge che "l'arcivescovo ha in appresso reclamato per non essere stato invitato". Dopo il clero di San Lorenzo veniva lo stendardo del Capitolo del Duomo; quindi gli staffieri di corte con le livree di gala e i lacché; dopo di essi la compagnia di San Benedetto e quella del Gesù "formando coppia un fratello d'una con l'altra avendo la diritta quella del Gesù" tutti con candela di mezza libbra; seguiva la compagnia della Misericordia, con candela pure di mezza libbra; i religiosi d'Ognissanti, quelli del Monte, il clero di San Michele in coppia; avendo i sacerdoti una candela "di libbra" il proposto di tre; il clero di Santa Felicita con candele di tre libbre ai curati e al parroco.

1 tre parroci di Santa Felicita, di San Michele e di San Lorenzo avevano la stola.

Il clero della Metropolitana andava in coppia coi canonici di San Lorenzo; ed i quattro vescovi in coppia, con torcetto di cinque libbre, portato dai loro segretari o maggiordomi. L'uffizialità in "coppia tutti con tracolla di velo nero e fiocco alla spada"; i cavalieri di Santo Stefano, essi pure in coppia con candela di tre libbre; il furiere e i ciambellani in coppia con le cariche di corte Corsi, Marbelli, Strozzi in una sola fila; e dietro, solo, il principe Rospigliosi. Sul cocchio tirato da sei cavalli morelli stava il cocchiere; ed alla pariglia di volata il cavalcante, ambedue senza cappello, come pure i due palafrenieri a piedi ai cavalli di bilancia; e tutti erano in livrea di gala con tracolla di velo nero. Fiancheggiavano il cocchio quattro guardie del corpo con carabina abbassata, tracolla di velo nero e uniforme di gala. Quindi due ciambellani di settimana, il comandante della guardia e i due brigadieri con tracolla nera e fiocco alla spada. Dietro i due camerieri Nasi e Morbiani, i due cavallerizzi in uniforme di gala con tracolla e fiocco allo spadino; il primo cappellano e il cappellano della reale cappella; i priori e balì di Santo Stefano; ufficiali di corte con torcetto, in numero di trentasei; e quattro guardie del corpo con l'ufficiale, in linea dietro il cocchio. Dai furieri fino alle quattro guardie facevano ala gli anziani o guardie reali a piedi. Veniva in seguito la magistratura a coppia, le guardie del corpo a cavallo, un cavallerizzo di staffa in uniforme di gala, con tracolla e fiocco allo spadino, quattro cavalli bardati a lutto coi loro palafrenieri a piedi, in uniforme di gala. Seguiva un battaglione di granatieri con bandiera; due cannoni e treno d'artiglieria. Chiudeva un picchetto di cacciatori a cavallo con ufficiale. Tutto il tratto di strada percorso era guarnito di "doppie faci e in maggior numero raddoppiate con simmetria sul ponte a Santa Trinita".

Il trasporto prese dallo Sdrucciolo de' Pitti, da Via Maggio, il Ponte a Santa Trinita, dagli Strozzi, da San Gaetano, dal Canto ai Carnesecchi, dal Canto alla Paglia, e per Borgo San Lorenzo, alla chiesa.

Quivi giunto, dai camerieri fu levato il cadavere dal carro, e fu ricevuto sulla porta dal priore canonico Alessandro Cambi con le formalità di rito; ed i cavalieri di Santo Stefano lo posero sul catafalco.

Tutta la chiesa ed il coro eran parati di nero; e dagli archi della navata centrale pendevano ricchi drappi neri, ornati d'oro, e nel mezzo, sopra al catafalco eravi un ampio padiglione nero, con galloni dorati, e foderato d'ermellino.

L'associazione del cadavere fu fatta da monsignor Morali, arcivescovo di Firenze, che aveva avuto soltanto l'invito di trovarsi in San Lorenzo ad attendere il morto.

Terminate le funzioni religiose, dai soliti quattro camerieri, dai ciambellani e da tutte le cariche e guardie del corpo il cadavere fu portato nella cappella dei depositi, ove trovavansi l'avvocato regio Giuseppe Francesco Cempini, cavaliere dell'ordine di San Giuseppe; il notaro procuratore regio Carlo Redi, e i due professori chirurghi di camera Boiti e Mazzoni. Quando i personaggi ivi presenti ebbero presi i loro posti, il principe Rospigliosi fece "la solenne consegna delle regie spoglie" ed il notaro Redi rogò l'atto al quale furono testimoni il consigliere Vittorio Fossombroni, segretario di Stato, il consigliere Don Neri dei principi Corsini, direttore della Segreteria di Stato; il consigliere balì Niccolò Martelli, cavallerizzo maggiore; e il consigliere duca Ferdinando Strozzi, maggiordomo maggiore della reale Sovrana. Terminato l'atto, il cadavere dai camerieri fu deposto nella cassa di piombo, già preparata con cuscini di Muer (sic) bianco, e depositati pure i visceri e il cuore.

Dal cameriere Nasi vennero tolti tutti gli ordini di cui era decorato l'estinto sovrano, restando solo con l'uniforme di maresciallo e la cappa magna di cavaliere di Santo Stefano.

Col cadavere vennero messe nella cassa due medaglie d'oro con l'effigie e lo stemma dell'estinto, unitamente ad una iscrizione biografica fatta dall'abate Giovan Battista Zannoni "antiquario regio" incisa in lamina di rame, ed altra simile scritta in pergamena riposta in tubo saldato.

Dai due professori Boiti e Mazzoni venne accomodato il cadavere ed imbalsamato il volto, e ricoperto com'è di costume.

Chiusa la cassa fu saldata da tutti i lati; e fatti quindi gli esperimenti soliti per riconoscere la perfetta saldatura, venne questa dagli addetti alla real guardaroba riposta in altra cassa di legno, foderata di velluto nero guarnito con gallone d'oro e chiusa a due serrature. Ciò fatto, le dette casse vennero rinchiuse in una terza di noce con spranghe d'ottone, e questa parimente fu serrata a due chiavi, delle quali una fu consegnata al principe Rospigliosi e l'altra al priore di San Lorenzo.

Durante la cerimonia dell'associazione e della tumulazione, le guardie del corpo, che erano schierate avanti la porta della chiesa, eseguirono tre scariche di pistola, a cui risposero alternativamente i granatieri e i fucilieri e l'artiglieria delle due fortezze.

Adunatosi il Magistrato dopo la morte del granduca Ferdinando III, "considerando essere un dovere di sudditanza il complimentare il nuovo Sovrano, fu deliberato di deputare i signori principe Don Cammillo Borghese, avvocato Luigi Vecchietti, Leopoldo Galilei e Gaetano Fanfani, unitamente al signor Gonfaloniere", di presentarsi in nome pubblico, e di tutta la città al nuovo Augusto Sovrano "S. A. I. e R. Leopoldo II per felicitarlo sulla di lui esaltazione al trono della Toscana; come pure a complimentare l'Augusta di lui sposa S. A. I. e R. la granduchessa Maria Anna Carolina, principessa di Sassonia".

In ricompensa di tali felicitazioni, il nuovo Granduca ordinò che le Comunità dello Stato per non aggravarle di spese fossero dispensate, "dall'esternare la loro devota venerazione al defunto Sovrano con solenni funerali, dovendosi soltanto questi celebrarsi a cura degli arcivescovi e vescovi in tutte le chiese cattedrali del Granducato".

Fra le chiese di Firenze, quella di San Giovannino "dei Religiosi delle scuole pie" si distinse nella solennità dei funerali; e la Comunità accordò ad essi "l'uso di quattro statue di gesso" per decorare il sarcofago, purché fossero poi restituite "nel primiero stato".

Se però il Comune risparmio le spese dei funerali ebbe a pagare al solito fuochista Girolamo Tantini quella di 800 lire "in stralcio di ogni sua pretensione ed indennità" per i fuochi d'artifizio già da lui preparati per la Torre di Palazzo Vecchio ove dovevano essere incendiati la vigilia di San Giovanni e che poi non lo furono per la sospensione delle feste attesa la morte del granduca Ferdinando.

Il bruno ordinato dalla corte per la morte del Sovrano fu nei primi sei mesi, per i consiglieri e per i ciambellani "abito di panno nero con bottoni di panno, con plurose (?) manichetti di tela batista, con orlo largo, calza nera, spada e fibbie brunite, velo al cappello e fiocco alla chiave". Nei secondi sei mesi, abito di panno nero con bottoni di seta, manichetti di trina, spada e fibbie di colore e calze nere.

Per le dame di corte il lutto prescritto per i primi sei mesi fu: "abito nero di lana con plurose; crestino e ornamenti da collo, e manichini di velo nero, ventaglio, guanti, scarpe e gioie nere". Nei secondi sei mesi "abito di seta con finimenti da testa e da collo di trine di filo, o di seta bianche; ventaglio, guanti e scarpe simili, e gioie".

Consimile bruno fu ingiunto "alla nobiltà dei due sessi; e alla ufficialità e guardie del corpo, tracolla di velo nero, e fiocco simile, alla spada".

Con la morte di Ferdinando III il governo della Toscana passò nelle mani del figlio Leopoldo II, e non si può dire che cadesse in buone mani, perché, sarà stato senza dubbio un fior di galantuomo, ma per fare il regnante non c'era chiamato. Tant'è vero, che fu l'ultimo dei granduchi di Toscana.

 

XVIII

L'opera amministrativa di Ferdinando III

La "Presidenza del Buon Governo" - La Camera delle Comunità e il soprassindaco - Consulta di giustizia e grazia - Il supremo Consiglio di giustizia, la Ruota civile e la Ruota criminale - Registro - Ufizio del Segno - Ufizi di Garanzia - Scrittoio generale delle I. e R. possessioni - Catasto Corporazioni religiose e Demanio - Archivi - Segreteria del Regio Diritto - Stato civile - Opera di Santa Maria del Fiore - L'Orfanotrofio di San Filippo Neri, la Pia Casa di Fuligno e la Congregazione di San Giovan Battista - Gli Spedali; l'Ospizio di Maternità ed altre istituzioni di beneficenza Pubblica istruzione - L'Accademia della Crusca.

Una delle prime cure di Ferdinando III appena tornato sul trono era stata quella di riordinare lo Stato, ripristinando ciò che dai Governi passati era stato soppresso e modificando o correggendo le antiche istituzioni rimaste in vigore. Molte altre ne introdusse, le quali, se non corrisposero perfettamente al desiderio del popolo, non per questo era da incolparne la mala volontà del principe, che anzi, intendeva sempre con leggi che onestamente gli sembravano savie, di procurare il benessere dei suoi sudditi, purché non si trattasse mai di avere idee troppo liberali o di professare principio d'indipendenza politica. Nel suo concetto la Toscana apparteneva all'Austria, come aveva detto a faccia tosta anche il Rospigliosi nel 1814 nell'occasione del ritorno appunto di Ferdinando III.

Uno dei primi provvedimenti del reduce Granduca, fu quello di provvedere col Motuproprio del 1° maggio e con l’editto del 27 giugno 1814, alla "Presidenza del Buon Governo" che aveva la superiore direzione della polizia per tutti gli Stati della Toscana.

Il Presidente del Buon Governo faceva le proposte al Granduca, "per il canale dell'I. e R. Consulta", per gli impieghi provinciali di giudicatura di tutto il Granducato. Da esso dipendevano i tre Commissari della città di Firenze, e tutta "la forza esecutiva civile dello Stato".

Il potere del Soprintendente del Buon Governo era larghissimo, giacché da lui dipendevano il Fisco e il magistrato delle Stinche, avendo altresì la direzione di tutti i Bagni dei forzati, della "Casa" dei lavori forzati di Volterra, come di tutte le carceri del Granducato. Aveva inoltre la facoltà di fare salvacondotti ai condannati e di imporre pene economiche, conforme ai regolamenti ed alle leggi in vigore.

Con legge del 27 giugno 1814 fu ripristinata la Camera delle Comunità, la quale aveva il mandato di tutelare l'economia dei Comuni del contado e distretto fiorentino, di sopraintendere ai lavori delle strade regie e dei ponti; alla esazione della tassa di famiglia, ai proventi dei macelli, alle deputazioni dei fiumi, agli spedali e monti pii, e altri stabilimenti dipendenti dalle Comunità.

L'ufizio generale delle Comunità del Granducato fu ristabilito col Motuproprio del 5 novembre 1814. Questo ufizio era diretto dal "Soprassindaco" che riuniva le qualità di soprintendente generale delle Comunità dello Stato, ed al quale, come conservatore e "tutore" della legislazione comunitativa, dovevano esser rimessi per mezzo dei provveditori rispettivi, tutti gli affari concernenti la interpetrazione, la modificazione e la estensione delle massime stabilite nei regolamenti; l'assestamento, ampliazione o suddivisione dei circondari, delle Comunità, le proposte per la istituzione delle nuove cancellerie; le nomine o permute dei cancellieri e dei loro aiuti.

Trattavansi in quest'ufizio gli affari di alienazioni, livelli, e transazioni per conto dei Comuni, delle Opere pie, dei Monti di pietà, pei luoghi pii laicali, e degli Spedali.

Il "Soprassindaco" stabiliva la quota annua dovuta all'erario dalle Comunità a titolo di tassa prediale e di tassa di famiglia; faceva le proposte per la costruzione di nuove strade nei Comuni, ed aveva la facoltà di fare personalmente, o di far fare da persona di sua fiducia, le verifiche e le visite locali delle amministrazioni tenute dai cancellieri delle Comunità per informarne poi il Governo. Era inoltre di esclusiva spettanza del "Soprassindaco" la soprintendenza ai lavori e alla amministrazione del Padule di Fucecchio, ai Bagni di Montecatini, ed all'Archivio delle decime granducali.

Uno dei più importanti ufizi che vennero novamente costituiti con editto del 9 luglio 1814, fu quello della I. e R. Consulta di giustizia e grazia. L'I. e R. Consulta rappresentava, il Sovrano in tutto quanto risguardava la vigilanza dei governo per la più esatta e regolare amministrazione della giustizia nei tribunali civili e criminali del Granducato. Essa risolveva in nome del Sovrano stesso, che a mano a mano ne veniva informato, tutti gli affari di grazia e giustizia ed aveva altresì l'incarico di decidere i ricorsi contro decreti e sentenze di qualunque magistrato, "per i quali, mancando i rimedi ordinari, conveniva ai sudditi di ricorrere al trono".

Esaminava pure le proposte del Presidente del Buon Governo per conferire impieghi, e dava sempre il suo parere sulle suppliche dei postulanti di qualunque posto di "Giudicatura".

L'I. e R. Consulta composta di un presidente, di tre auditori e di due segretari, aveva la sua sede in un locale del fabbricato degli "Ufizi", dalla parte destra, e si adunava il lunedì e il giovedì mattina di ogni settimana, e più volte se occorreva.

I segretari, pero, in ciascun giorno feriale davano udienza, ricevevano le suppliche ed ascoltavano i ricorrenti, per renderne poi conto nelle adunanze.

Spettava alla I. e R. Consulta di minutare le leggi a mano a mano che ne veniva richiesta dalle RR. Segreterie di. Stato di Finanza e della Guerra, proponendo essa quelle correzioni o variazioni che le fossero sembrate necessarie.

Con altro Motuproprio dello stesso giorno 9 luglio 1814 Ferdinando III creò la Commissione legislativa civile; e con legge del 13 ottobre 1814 istituì il Magistrato supremo, composto di sei auditori e diviso in due turni, rivestiti della cumulativa giurisdizione di decidere in prima istanza tutte le cause eccedenti i dugento scudi fino a qualunque somma. Le cause oltre le dugento lire e fino ai dugento scudi, eran sottoposte all'esame ed alla decisione di un solo auditore; Come del pari venivan sottoposti alla risoluzione di un solo auditore, gli affari dalle settanta alle dugento lire. Contro queste sentenze si interponeva appello al Magistrato supremo, spettando la decisione e risoluzione in seconda istanza ad un solo auditore. Si decideva del pari da un solo auditore, in seconda istanza sui ricorsi da sentenze appellabili, per la cifra inferiore a lire dugento, pronunziate dai Podestà minori, e dai Vicari soggetti alla Ruota di Firenze, esclusi i Vicari di San Marcello e di Pescia.

Non per diritto, "ma per mera disciplina del Magistrato", il turno nel quale risiedeva il primo auditore poteva prender cognizione delle cause concernenti la Regalìa, il patrimonio della Corona ed il Fisco, eccettuate però quelle di competenza degli auditori di Siena e di Livorno.

L'altro turno poteva vedere tutte le cause nelle quali erano attori o rei convenuti i pupilli, i minori e gli interdetti, sottoposti alla giurisdizione del Magistrato.

Ma i patrimoni dei pupilli, dei minori e degli interdetti, eran posti sotto la soprintendenza di un Provveditore amministrativo ed economico, che fu il cav. senatore Giuliano Mannucci già Leonetti, e della ragioneria dei rendimenti di conti dei tutori e curatori.

Allo stesso provveditore venne inoltre affidata l'amministrazione economica delle Cancellerie del supremo consiglio di Giustizia e Ruota civile, del Magistrato supremo e del Tribunale di commercio di Firenze; e presiedeva all'incasso degli emolumenti, revisione delle cassette e rendimenti dei conti.

Nello stesso 13 ottobre 1814 fu pubblicato il Regolamento organico che stabiliva il Supremo consiglio di Giustizia, che decideva in terza ed ultima istanza tutte le cause state giudicate in seconda, dalle Ruote civili di prime appellazioni di Firenze, di Siena, di Pisa, d'Arezzo e di Grosseto, nelle quali era luogo alla terza istanza tanto per la difformità delle sentenze di prima e di seconda istanza, quanto per la revisione delle due sentenze conformi.

La Ruota civile di prime appellazioni di Firenze, giudicava in seconda istanza tutte le cause appellabilmente decise in prima dal Magistrato supremo, dal Tribunale commerciale di Firenze, dal Tribunale collegiale di Pistoia e da tutti i vicari e potestà del circondario della Ruota medesima; purché quanto alle cause giudicate dai vicari e potestà, fossero d'un merito eccedente le lire dugento o di merito incerto, e non suscettibile di stima pecuniaria.

La competenza della Ruota criminale di Firenze si estendeva sopra tutte le cause criminali del Granducato, escluse quelle della provincia inferiore di Siena e dell'Isola d'Elba e Piombino.

La legge del 30 dicembre 1814 provvide all'amministrazione generale del Registro; quella del dì 11 febbraio 1815 stabilì le norme per la carta bollata; e per quanto risguardava le carte da giuoco, fu provveduto con la legge del 25 agosto 1816 che regolava altresì la percezione dei diritti delle tasse e delle multe concernenti le rispettive materie.

Dall'amministrazione generale del Registro dipendevano l'ufizio della conservazione delle ipoteche, ed i pubblici archivi generali di Firenze, Siena e Pontremoli che vi furono uniti "coi biglietti" del 9 settembre e del 20 ottobre 1815.

Col Motuproprio del 28 luglio 1815 Ferdinando III nominò una Commissione incaricata della compilazione del Codice criminale, sotto la presidenza del cavalier Gran Croce don Neri dei Principi Corsini, direttore dell'I. e R. Dipartimento di Stato, e composta dei consiglieri cav. Pietro Pandini presidente dell'I. e R. Consulta; cav. Bernardo Lessi auditore della medesima; cav. Aurelio Puccini presidente del Buon Governo; cav. Giovan Paolo Serafini presidente della Ruota criminale; cav. Pietro Fabroni avvocato fiscale e Guido Angiolo Poggi "professore emerito di istituzione criminale". Il cavalier Donato Chiaromanni auditore del Magistrato supremo, fu eletto segretario.

Rimase in vigore senza modificazione il nuovo ufizio del Segno, che con sovrano motuproprio del 9 dicembre 1782 era stato sostituito all'antico, per i riscontri e segnature delle stadere, bilance e pesi; come pure delle misure da vino, da olio da biade e lineari, affidandone la soprintendenza ai rappresentanti della Comunità civica di Firenze.

Nel 23 dicembre 1817 fu promulgata la legge che stabiliva gli "ufizi di Garanzia" residenti in Firenze, Pisa e Siena, sotto la dipendenza dell'Amministrazione generale delle "RR. Rendite". Questa amministrazione soprintendeva altresì alle Dogane dello Stato, divise nelle cinque Direzioni di Firenze, Livorno, Siena, Pisa e Pistoia: come pure alle porte delle città "gabellabili", al pedaggio della notte, e a quello che si esigeva alle dogane di confine. Dipendeva pure da essa amministrazione l'Azienda del sale "in tutte le sue dipendenze" le Saline di Volterra, dell'Isola dell'Elba e lo Aziende del Tabacco, date in appalto.

Tutte le amministrazioni del Granducato, non esclusi i Dipartimenti militari, i Luoghi pii laicali, qualunque Azienda regia, comunale o pubblica d'ogni luogo, città o provincia, erano sottoposte all'ufizio delle "Revisioni e sindacati". Erano per conseguenza soggetti alla revisione non solo i cassieri, ministri, esattori, magazzinieri, depositari, pagatori, ed ognuno che sotto qualunque titolo avesse consegna di denaro, o robe spettanti a qualunque di dette aziende; ma ancora i provveditori, i soprintendenti e tutti coloro che avevano la direzione, o governo di Tribunali, Ufizi, Aziende con tutti i loro Ministeri, in qualsiasi modo destinati a servire nella parte economica dei suddetti tribunali e ufizi.

Lo "Scrittoio generale delle I. e R. Possessioni" comprendeva l'Amministrazione generale dei beni stabili della Corona situati nel distretto fiorentino, senese, pistoiese e pisano; quella de' boschi, l'azienda del ghiaccio e la Direzione delle RR. Bandite di caccia.

Con Motuproprio del 24 novembre 1817 fu creata la I. e R. Deputazione sopra il catasto.

Per raccogliere e conservare le scritture e documenti spettanti alle soppresse corporazioni religiose della Toscana, con Motuproprio del 26 febbraio 1817 Ferdinando III istituì l'Archivio centrale delle "Corporazioni religiose soppresse" nel quale vennero depositate tutte le carte relative, che prima erano sparse presso le cessate Prefetture, Sottoprefetture, Direzioni demaniali ed altrove.

Un altro Motuproprio sovrano del 13 marzo 1819 provvide alla istituzione della Deputazione sul recupero dei crediti occulti, allo scopo di rintracciare tutti gli assegnamenti di provenienza ecclesiastica sfuggiti "al generale incorporo" fatto dalla cessata Amministrazione del Demanio al tempo della soppressione degli Ordini regolari in Toscana; e con rescritto del 27 agosto 1821 fu affidata alla Deputazione citata, la revisione regionale dell'Amministrazione del Demanio fino alla sua origine, e l'Amministrazione dei reliquati del Debito pubblico.

Fu conservato l'Archivio diplomatico istituito col Motuproprio del dì 14 dicembre 1778 per provvedere alla conservazione degli "Antichi monumenti in cartapecora": e vi si conservavano per conseguenza tutte le pergamene di diversi luoghi pii, comunità, magistrati, conventi soppressi del Granducato e di persone particolari, come pure diversi altri antichi "Monumenti in papiro".

All'amministrazione dei beni demaniali furono aggregate quelle dei beni e fondi "della Sovrana Munificenza", concessi a vantaggio degli Spedali e luoghi pii del Granducato con "veneratissimo Motuproprio" del 17 febbraio 1818 e delle rimanenze della Causa pia in virtù del biglietto dell'I. e R. Segreteria di Finanze del dì 11 marzo 1820.

Con sovrano dispaccio del 23 aprile 1818 fu ordinato che l'archivio mediceo, le carte e filze della Giunta francese, quelle del consiglio di liquidazione, le altre della Giunta di revisione e della Giunta straordinaria di liquidazione dei crediti contro la Francia, esistenti già presso la soppressa conservazione generale degli Archivi fossero passati e posti sotto la direzione dell'avvocato regio, nel dipartimento del quale con lo stesso sovrano dispaccio venne istituito un posto d'archivista col principale incarico d'invigilare, sotto la immediata ispezione dell'avvocato regio medesimo, alla conservazione e polizia degli Archivi riuniti al detto dipartimento.

All'Archivio delle Riformagioni venne riunito l'Archivio dei confini giurisdizionali, come pure l'Avvocatura regia, e la Deputazione sopra la nobiltà e cittadinanza del Granducato.

In quell'Archivio si trattavano gli affari risguardanti "gli eminenti" diritti della corona sopra i rispettivi territori del Granducato; la concessione delle fiere, e dei mercati, le materie interessanti lo Stato civile delle persone, per ciò che concerneva le naturalizzazioni, adozioni, legittimazioni, interdizioni e tutti i negozi relativi ai trattati ed interessi dello Stato con gli esteri, ed alle confinazioni con gli Stati limitrofi, per la reciproca osservanza ed inviolabilità del confine giurisdizionale. Vi si conservano la maggior parte degli originali delle leggi e gli altri regolamenti del Governo della Repubblica, le provvisioni del supremo magistrato, i trattati ed il carteggio con le corti estere, le sottoposizioni e dedizioni delle città, terre ed altri luoghi componenti il Granducato, i loro statuti soppressi colla nuova legislazione, le antiche concessioni, accomandigie, e investiture feudali, gli atti e deliberazioni del Senato e del Consiglio di pratica segreta di Firenze, e della Deputazione sopra la nobiltà e cittadinanza e tutti i titoli e le piante dei confini giurisdizionali. E finalmente vi si trattavano negozi relativi agli interessi della corona per le regie rendite e per il patrimonio privato e gli affari di nobiltà e cittadinanza.

Tutti gli affari che interessavano i diritti della Corona in materia ecclesiastica o beneficiaria eran tutelati dalla "Segreteria del Regio diritto", la quale invigilava ancora alla conservazione dei diritti privati in quella parte nella quale potevano esser lesi dalla giurisdizione ecclesiastica.

Al segretario del Regio diritto spettava di concedere la licenza del possesso dei benefizi ecclesiastici a coloro che ne avevano ottenuta legittimamente l'investitura. A tale uopo si conservavano presso la Segreteria del Regio diritto i campioni ove erano registrati i benefizi con la descrizione dei rispettivi possessori e delle Diocesi. Era pure di pertinenza del segretario d'i accordare il Regio Exequatur ai Brevi pontifici, decreti, sentenze ed atti di pubblica potestà provenienti da Stati esteri, purché però non fossero lesivi dei pubblici diritti. Dalla Segreteria stessa si spedivano i benefizi di regia nomina, previa partecipazione al Granduca, e "tutti quelli di patronato di popolo, comunità, magistrati e luoghi pii dipendenti dalla pubblica potestà".

La giurisdizione della Segreteria del Regio diritto si estendeva fino a soprintendere a tutta l'economia dei conventi, monasteri, e dei conservatorio d'oblate per mezzo dei respettivi operai e soprintendenti; ed in generale dei luoghi pii che non dipendevano dagli ufizi comunitativi. Prendeva cognizione economicamente dei ricorsi contro le persone ecclesiastiche, tanto regolari che secolari.

Invigilava alla conservazione e risarcimenti di tutte le fabbriche sacre; e passavano per il tramite di questa segreteria, tutte le suppliche che risguardavano le alienazioni e contrattazioni dei beni ecclesiastici.

Dal Dipartimento del regio diritto dipendevano altresì gli economi generali dei benefizi vacanti di tutte le diocesi del Granducato; ed esaminava e proponeva al Sovrano tutti quelli affari che interessavano o le persone o i corpi o i beni e i diritti degli ecclesiastici, e le materie di disciplina che richiedevano, secondo i regolamenti, le leggi dello Stato e la sovrana autorità.

Con la legge del 18 giugno 1817 Ferdinando III istituì nella medesima R. Segreteria l'ufizio dello Stato Civile nel quale con la direzione di un ministro dipendente dal segretario del R. Diritto si tenessero i registri generali delle nascite, delle morti, e dei matrimoni avvenuti in Toscana e vi si conservassero i duplicati originali dei registri autentici compilati nelle parrocchie, nei conventi, nei conservatorio, negli spedali e nelle cancellerie comunitative, tanto per i sudditi cattolici che per quelli di culto diverso, non meno che i registri dello stato civile formati nelle sotto i passati governi.

La deputazione gratuita sopra l'opera di Santa Maria del Fiore fu istituita col Motuproprio del 22 febbraio 1818 con l'incarico di soprintendere ai restauri occorrenti alla Metropolitana, al tempio di San Giovanni ed all'amministrazione del patrimonio dell'opera.

Questa deputazione ebbe anche l'esplicito mandato di invigilare alla retta esecuzione del contratto d'accollo stipulato poi il 28 aprile dello stesso anno con la Deputazione ecclesiastica relativo alle spese interne del culto delle due suddette chiese, e delle scuole eugeniane.

In forza di detta legge, tutti i sudditi del Granducato che facevano testamento eran tenuti a lasciare all'Opera di Santa Maria del Fiore la tassa di mezzo scudo, che si riscuoteva dall'Archivio pubblico.

Spettava, come spetta ancora, all'ufizio dell'Opera di conservare i registri dei battezzati.

Dalle riforme o ordinamenti di Ferdinando III non andò immune la "Casa Pia" ossia Ospizio degli orfani di San Filippo Neri. In quest'Ospizio fondato già dall'anno 1659 per opera di quel Santo, nello stabile eretto dalla loggia de'Cerchi, venivano ricoverati, onde dar loro una conveniente educazione, i fanciulli della città che privi di parenti, i quali fossero obbligati ad averne cura, vivevano per le strade venendo su vagabondi e viziosi.

In un locale dell'Ospizio di San Filippo si rinchiudevano anche temporaneamente i ragazzi di carattere violento, insubordinati e cattivi, bisognosi di correzione. E fu detta appunto la casa di correzione, spauracchio nelle famiglie di tutti i fanciulli un po' vivi.

Quel luogo pio era posto sotto la direzione di una congregazione composta di dodici nobili, che poi fu soppressa col Motuproprio del 10 marzo 1786; restringendo l'Ospizio di San Filippo alla sola educazione degli orfani, togliendolo da Via de'Cerchi, e trasportandolo in una porzione del soppresso convento di San Giuseppe, presso Via delle Casine.

Il soprintendente ebbe facoltà di accettarvi anche un numero maggiore di orfani, oltre quello che potevano sopportare le rendite dell'istituto, quando si trovassero persone che provvedessero al loro mantenimento.

Ferdinando III vedendo però che la savia istituzione dell'Ospizio di San Filippo Neri non rispondeva pienamente all'intento di togliere dalla strada i vagabondi, istituì con la notificazione de' 18 dicembre 1815 "la Pia Casa di Lavoro" ove si raccolsero i questuanti della città e delle parrocchie suburbane, specialmente citate nella notificazione stessa, all'effetto che quivi si applicassero a diversi mestieri a seconda della loro abilità. Da questa Pia Casa si dispensavano anche dei lavori alle famiglie bisognose.

Oltre le istituzioni che provvedevano alla educazione dei fanciulli orfani, volle Ferdinando che un'altra ne sorgesse consimile per le femmine; e con Motuproprio del dì 11 ottobre 1800, benché scacciato dalla Toscana della quale però egli si considerò sempre il legittimo sovrano, fondò la casa delle povere fanciulle di Fuligno in Via Faenza, affinché vi si provvedesse alla assistenza ed alla educazione di quelle giovinette, che, per mancanza dei genitori e di parenti prossimi, rimanevano vagabonde e senza direzione.

Anche nella Pia Casa di Fuligno, venivano accolte fanciulle, i parenti delle quali assumessero a proprie spese il loro mantenimento.

Una delle Opere pie, alle quali con maggiore amore dedicò le sue cure Ferdinando III fu la Congregazione di San Giovan Battista, sopra il soccorso dei poveri. Fu fondata questa Congregazione da pie persone nel secolo XVIII, allo scopo di provvedere di vestiario e di pane le famiglie più miserabili di Firenze, ed inoltre di somministrare i letti per la separazione dei maschi dalle femmine.

I fondi occorrenti alla Congregazione per queste opere di pietà erano in gran parte largiti dalla munificenza del Sovrano, e la congregazione stessa si componeva di settantadue deputati scelti nel ceto dei nobili, dei preti e dei negozianti.

Un'altra delle gravi preoccupazioni del granduca Ferdinando, erano gli spedali, i quali tanto per mutare, anche allora non eran tenuti come quei luoghi di tristezza richiedevano, e nei quali, secondo il solito, si commettevano abusi d'ogni genere, venendo meno così a quell'intento di carità che ne dovrebbe essere il principale carattere. Perciò con Motuproprio sovrano del 2 settembre 1816 fu creata la I. e R. Deputazione degli spedali e luoghi pii del Granducato di Toscana, che venne poi dichiarata permanente con l'altro Motuproprio del I7 febbraio 1818. Questa deputazione ebbe in principio l'incarico di riordinare e definitivamente sistemare i patrimoni degli spedali ed altri luoghi pii; ed in seguito, cioè il 17 gennaio 1819, fu ad essa esclusivamente affidata la direzione centrale dei medesimi e da lei dovevano dipendere e direttamente corrispondere, per tutto ciò che concerneva l'amministrazione e la disciplina, i commissari, i rettori ed altri capi dei suddetti pii stabilimenti.

Per provvedere sempre più al sollievo delle classi bisognose, l'animo pietoso del Sovrano aveva già fondato col Motuproprio del 21 novembre 1815 l'Ospizio della Maternità nel recinto stesso dello Spedale degli Innocenti. Quest'Ospizio ebbe per precipuo scopo il procurare abili levatrici in tutto lo Stato; e per raggiungere l'intento, ogni comune fu obbligato di mantenere a turno per diciotto mesi in detto Ospizio, una donna dell'età dai venti ai trent'anni che sapesse almeno "leggere benissimo per esservi istruita da un professore d'ostetricia" nella teorica e nella pratica.

Nell'Ospizio della Maternità si montarono quattro letti, unicamente e costantemente pronti per le donne partorienti, le quali si ricevevano nel nono mese inoltrato della gravidanza, affinché le alunne potessero osservare un maggior numero di casi pratici. Il professore incaricato di istruire le alunne levatrici, aveva l'obbligo di assistere gratuitamente le partorienti povere del quartiere di Santa Croce, e di condurre seco alle loro case, a turno, alcune delle alunne stesse.

I tre corsi per la istruzione completa eran di sei mesi ciascuno; ed al termine dei diciotto mesi le alunne venivano pubblicamente esaminate davanti al Collegio medico, il quale conferiva, alle meritevoli, il diploma di potere esercitare la professione d'ostetrica, assegnando altresì un premio in danaro alle più abili.

Alle lezioni d'ostetricia potevano intervenire anche quelle che non erano ammesse come convittrici, purché sapessero legger bene.

Le alunne che convivevano nell'Ospizio dovevano essere in numero fisso di dodici; ed erano sorvegliate da una "Maestra levatrice" che dimorava nell'Ospizio stesso.

Le donne incinte che volevano essere ammesse all'Ospizio della Maternità, dovevano presentarsi al Commissario dello Spedale degli Innocenti, che ne era il direttore, munite della. fede del proprio parroco che attestasse della loro povertà e dei loro buoni costumi; e di non "essere attaccate da alcuna malattia estranea alla gravidanza". Quelle di campagna, per regola, non erano ammesse, eccettuato il caso che appartenessero ad uno dei comuni che mantenevano un'alunna levatrice nell'Ospizio.

Con lo stesso Motuproprio del 24 novembre 1815, fu pure istituita una pubblica cattedra d'Ostetricia per gli uomini nello stabile dello Spedale degli Innocenti, dove si ricevevano tutte le creature che venivano esposte.

Il sistema col quale si esponevano i fanciulli consisteva in una ruota come quelle usate nei conventi; entro la quale deposto il fanciullo, la persona che lo aveva portato girava la ruota, dava una strappata al campanello per avvisare chi era incaricato di ricevere quei piccoli infelici, e fuggiva per non essere scoperta entrando subito sotto l'arco di Via della Colonna, che allora si diceva Via del Rosario.

Dallo Spedale degli Innocenti si sussidiavano pure quelle famiglie che non erano in grado di pagare una balia quando la madre era impotente ad allattare; e si accordava altresì un sussidio mensuale a quelle povere madri le quali per quanto allattassero da sé stesse la creatura, si trovavano in condizioni miserabili o perché rimaste vedove, o perché abbandonate dal marito.

All'oggetto che tutti gli stabilimenti di pubblica beneficenza fossero tenuti con la massima regolarità e corrispondessero in tutto e per tutto allo spirito di pietà che li aveva istituiti, vennero posti col Motuproprio del 21 marzo 1817 sotto la sorveglianza di una speciale deputazione incaricata di curarne la buona direzione e la retta amministrazione.

E ad accrescere questi istituti di beneficenza, Ferdinando III col Motuproprio del 28 novembre 1817 fondò l'I. e R. Istituto dei Sordomuti nel quale si destinarono otto posti gratuiti per altrettanti sordomuti della Toscana a nomina del Granduca. In tale istituto venivano accolti anche quei sordomuti italiani e stranieri che pagassero la retta stabilita dal regolamento organico approvato col R. Dispaccio del 20 giugno 1818.

Né la pubblica istruzione era meno curata e protetta delle opere di beneficenza. Oltre a molte scuole private, a quelle dei frati Scolopi che per i tempi di cui ragioniamo rappresentavano veramente il massimo della istruzione seria e liberale, vi erano i collegi e le università di Pisa e di Siena, tutti dipendenti dalla Soprintendenza agli studi del Granducato, creata col sovrano Motuproprio del 30 ottobre 1816. E non solo a questa Soprintendenza era affidata la vigilanza sulla pubblica istruzione, curando la osservanza dei regolamenti delle università, dei collegi e delle scuole pubbliche, ma aveva inoltre il mandato speciale di promuovere gli studi, di aver cura che in nessuna scuola o istituto pubblico o privato si introducessero abusi, e che i metodi d'insegnamento, che allora era libero, "corrispondessero all’aumento e perfezionamento delle scienze con utilità di quelli che vi si applicano". Dalla Soprintendenza agli studi dipendeva l'informativa di tutti gli affari da sottoporsi alla sovrana sanzione, risguardanti gli studi.

In fatto di pubblica istruzione esisteva in Firenze la provvida istituzione delle "Scuole normali delle povere zittelle" fondate da Pietro Leopoldo con Motupropri e rescritti del 9 aprile 1778 e 7 luglio 1780, nei quattro Quartieri della Città, sotto i titoli respettivamente di Santa Caterina, di San Paolo, di San Giorgio e di San Salvatore.

In esse scuole oltre ai "primi doveri della religione, e le regole della decenza, conveniente allo stato delle dette zittelle", vi si insegnava gratuitamente leggere, scrivere e "l'abbaco" insieme "a quei lavori e mestieri che possono essere più utili ad una buona madre di famiglia di classe indigente, come la maglia, il cucito, il tessere di nastri, seta, pannilini, o lani di ogni genere". All'epoca della morte di Ferdinando III queste quattro scuole eran frequentate da più di ottocento fanciulle, le quali, oltre alla educazione ed alla abilità in un mestiere, ritraevano gran parte, e spesso interamente, la loro sussistenza; ed a quelle che più se ne rendevano meritevoli, veniva assegnata anche una dote di regia data.

I giovani inclinati all'arte frequentavano l'Accademia delle Belle Arti e le Scuole dì disegno. Essendo l'Accademia composta di un Presidente e di tredici deputati con nomina sovrana, nel 23 agosto 1817 essa ebbe l'incarico della vigilanza sopra tutti gli oggetti d'arte esistenti nelle chiese, nei campisanti e nei pubblici stabilimenti del Granducato.

Nel fine poi di mostrare in qual conto si teneva da Ferdinando la istruzione, volle che il principe ereditario Leopoldo fosse annoverato fra gli accademici residenti della "Crusca", incaricata già da lungo tempo della compilazione di un eterno Vocabolario della lingua italiana.

Questa vetusta Accademia si adunava allora nel palazzo Riccardi il secondo e l'ultimo martedì di ciascun mese, eccettuate però le vacanze, necessarie a così esorbitante fatica, dal 15 settembre al 15 novembre d'ogni anno.

La sede dell'Accademia della Crusca è oggi in un locale annesso al convento di San Marco, dove in quella quiete claustrale i componenti di essa possono comodamente riflettere che nel mondo nulla è eterno fuorché il Vocabolario della Crusca.

XIX

L'esercito toscano alla morte di Ferdinando III

Il "Dipartimento della Guerra" - Le varie armi dell'esercito - il torriere e i guardacoste - Il Corpo dei cadetti - Il battaglione dei discoli - I cacciatori volontari di costa - Comandi di Piazza - Onori militari al Santo Viatico - I veterani - Servizio dei veterani - I. e R. Marina da guerra - Pompieri.

Non soltanto lasciò Ferdinando lo Stato bene ordinato dal lato civile; ma, rispetto ai tempi, lo lasciò pure in buone condizioni anche da quello militare; poiché l'esercito e la marina, avevano ricevuto per le sue cure un assetto proporzionato alla importanza del paese.

Il Direttore del "Dipartimento della Guerra" era S. E. il signor Vittorio Fossombroni, Gran Croce dell'Ordine di San Giuseppe, cavaliere dell'Ordine di Santo Stefano, Gran Croce dell'Ordine di Leopoldo d'Austria, della corona reale di Sassonia, e di quello dei Santi Maurizio e Lazzaro; Uffiziale dell'Ordine della Legion d'onore, Consigliere intimo di Stato, per le Finanze e la Guerra, Segretario di Stato e Ciambellano di S. A. l. e R.

Il colonnello Leonardo Guerrazzi era segretario del Dipartimento della Guerra. I1 maggior generale Iacopo Casanuova era il comandante supremo delle truppe del granducato, ed il colonnello Cesare Fortini, capo dello stato maggior generale.

Il "battaglione" d'artiglieria era comandato da un tenente colonnello direttore del materiale, che aveva ai suoi ordini un capitano aiutante maggiore; ed il treno era comandato da un tenente.

Del battaglione dei granatieri ne era comandante un tenente colonnello, con un tenente aiutante maggiore.

La fanteria composta di due reggimenti, "Real Ferdinando" il primo e "Real Leopoldo" il secondo; eran comandati ambedue da un colonnello; ed i tre battaglioni respettivamente dal tenente colonnello e da due maggiori.

Gli aiutanti maggiori erano un capitano, due tenenti e un capitano quartiermastro.

Nessuno però aveva il cavallo: nemmeno i generali, che passavan le riviste a piedi. I vecchi fiorentini solevan dire: "Uomo a cavallo sepoltura aperta". Un tenente colonnello comandava i cacciatori a cavallo "dragoni" con un capitano aiutante maggiore e un capitano quartiermastro.

Nell'ordine gerarchico militare aveva la precedenza la R. Guardia del Corpo cioè le guardie nobili, che nelle parate avevano la giubba rossa, pettine e manopole di velluto nero; pantaloni bianchi di pelle e stivali verniciati, fin sopra il ginocchio, alla scudiera; la lucerna con le penne bianche, spalline e dragona d'oro. Nella bassa tenuta portavano la lucerna senza penne, uniforme bigia a giubbino, pantaloni gialli di pelle di dante e stivali.

Dopo la Guardia del Corpo veniva la Guardia degli anziani con lucerna e pennacchio alto bianco e nero; giubba nera mostreggiata di bianco; pantaloni bianchi e ghette nere di panno, fino al ginocchio.

Tanto gli anziani che la guardia nobile erano sotto gli ordini del maggior generale Francesco Gherardi d'Aragona.

V'era poi il corpo degli invalidi di cui era comandante (!) il colonnello Mattias Federighi, forse il più invalido di tutti, poiché diversamente non si sarebbe potuta stabilire la superiorità in un corpo di quel genere.

Dei veterani era comandante un maggiore, con un sottotenente aiutante maggiore, e un tenente quartiermastro.

I granatieri eran accasermati a Belvedere. La loro uniforme era bianca con mostre rosse con morione alto di pelo, che nelle parate e le feste ornavano con due ghiglie bianche intrecciate e ricadenti con due nappe a sinistra. Avevano davanti una gran placca d'ottone con la granata; e sul cocuzzolo di cuoio che di dietro veniva a scendere, era dipinta in bianco un'altra granata; portavano ghette nere di panno fino al ginocchio; giberna e baionetta a tracolla incrociata sul petto.

Gli ufficiali nei giorni di lavoro portavano la lucerna; e le feste il morione, anch'essi con ghiglie e nappe d'oro.

I fucilieri stavano in fortezza da Basso e formavano la fanteria di linea, che era vestita press'a poco come la francese, col casco alto e a piatto largo, il quale a ogni movimento del capo, sbilanciava. Il popolino di Firenze diceva a questi soldati che facevan querciòla quando fermandosi a bere dal vinai erano costretti a mettersi una mano sul piatto del casco per reggerlo mentre bevevano. Il nomignolo che poi s'affibbiò loro, fu quello di bianchini, perché dal 1° aprile al 1° novembre dovevano portare i pantaloni bianchi di tela.

E siccome spesso d'aprile specialmente era sempre fresco, quei disgraziati tremavano bisognava veder come; perché la pulizia e la decenza non avevano ancora inventato le mutande!

I dragoni erano divisi in quattro squadroni, uno de' quali distaccato a Siena e due a Pisa. Quello di Firenze aveva il quartiere nel Corso dei Tintori.

Essi avevan l'elmo come quello della nostra cavalleria grave, ma più grande e con lo zuccotto nero; le grumette d'ottone a squamma di pesce come i caschi della fanteria e i morioni dei granatieri; e nelle parate si mettevano la cresta rossa. Il giubbino era verde con piccole falde, con rivolte scarlatte e due bottoni; colletto e manopole pure scarlatte. I pantaloni turchini con una fila di piccoli bottoni gialli dal fianco al ginocchio, dove cominciava l'incerato. Gli ufficiali portavano nelle parate pantaloni bianchi a coscia e stivali neri fin sotto il ginocchio, e cresta di felpa rossa all'elmo.

L'artiglieria stava in fortezza da Basso; aveva l'uniforme turchina con pistagna, manopole e rivolte nere alla giubba; ed il casco come quello della fanteria con due cannoni incrociati.

L'artiglieria era da fortezza soltanto, divisa in dodici compagnie, e si chiamava anche da costa, perché aveva lo scopo di tutelare lo Stato dalla parte del mare essendo stato costruito lungo il confine un fortino ogni miglio, cominciando da Pietrasanta fino agli Stati della Chiesa. Nei punti di minore importanza ci stava un sergente con cinque o sei uomini, ed il capoposto si chiamava modestamente torriere.

Gli altri posti, dove ci stavano dodici uomini, eran comandati da un tenente, che aveva il titolo di tenente castellano.

Questi guardacoste, più che il soldato facevano il servizio di polizia per i contrabbandieri - quando non facevano a mezzo con loro - e anche quello di posta, poiché portavano le lettere nei paesi prossimi alla loro residenza.

Da questi guardacoste il Governo aveva una quantità di notizie; da loro sapeva tutto. Ogni qualvolta accadeva un fatto singolare. il capoposto era obbligato di farne immediatamente rapporto; e fra i tanti rimasti celebri ve ne fu uno, del quale si racconta ne ridesse anche il Granduca. Quel rapporto informava di una grande burrasca scatenatasi nella nottata, e di un brigantino che dirigendosi con ogni sforzo verso terra si trovava in serio pericolo. Ma il torriere che ne faceva la relazione, concluse: "E benché gli abbia dati tutti i possibili aiuti col portavoce pure è naufragato!...".

Vi erano poi i "cannonieri guardacoste sedentari dell'Elba" divisi in quattro compagnie, il comando delle quali era affidato al Governatore dell'Elba.

Per quanto l'esercito della Toscana a que' tempi fosse un esercito minuscolo per la mancanza dell'artiglieria da campo, il successore di Ferdinando III, per avere ufficiali più istruiti fu indotto sulla proposta del generale Fortini a fondare l’Istituto dei cadetti, da cui si traevano gli ufficiali nella proporzione di due dai cadetti e uno dai sottufficiali. La caserma dei cadetti era in fortezza da Basso, ed ognuno di essi aveva la sua stanza. Il corso degli studi durava quattr'anni; ed i posti erano ventisei: diciotto per la fanteria, cinque per l'artiglieria e tre per la cavalleria. Per esercitarsi all'artiglieria da campo, andarono i cadetti un giorno a Fiesole con un cannone senza cavalli; e alla scesa non potendo tenerlo, il cannone venne giù a precipizio, schiacciando il cadetto Luigi Calvelli.

Questo Istituto fu sciolto il 24 marzo 1848, quando i cadetti, avendo chiesto d'andare al campo, Leopoldo II andò da sé in fortezza, per vedere con la sua marziale presenza d'intimorirli. Quei giovani invece gli si buttarono in ginocchio implorando il suo sovrano consenso di andare alla guerra. Il pover uomo, commosso, rispose loro: "Ebbene, andate". E sciolse i cadetti.

A Portoferraio stava il battaglione detto dei coloniali, composto di discoli ingaggiati soldati, per correzione, dal padre o dai parenti; e di soldati in punizione. Per conseguenza, è facile credere che quello era un battaglione formato dal fiore della canaglia. Una volta fu tentato l'esperimento di farne venire a Firenze una compagnia, comandata da un capitano Ardinghi, uomo fiero e adattato a quella gente, per provate se col contatto e l'esempio delle truppe disciplinate, fosse nata in loro l'emulazione, o si fosse svegliato un sentimento di dignità e di decoro.

Ma fu un vano tentativo; e li dovettero rimandar via, perché non servissero, invece, di cattivo esempio agli altri. Non era bastato il mandarne quattro alla Gran Guardia a Palazzo Vecchio, che aveva l'obbligo di tenere una sentinella sotto le loggie dell'Orcagna e una alla Posta, sotto il tetto dei pisani. Fu messa anche una sentinella alla porta di Palazzo Vecchio, che prima non si teneva, per avere i discoli sott'occhio, facendoli stare dinanzi alle armi.

Quelli che venivan messi di sentinella alla Posta, solevano talvolta appoggiare il fucile al muro e andare nelle bettole a bere, provocando spesso risse e subbugli con altri soldati e cittadini.

E siccome questi fatti si ripetevan giornalmente nei varii quartieri della città, così fu necessario rimandarli a Portoferraio com'eran venuti, se non peggiori di prima.

A Livorno risiedeva il comando dei tre battaglioni di "cacciatori volontari di costa". Il primo battaglione stava

a Pisa, il secondo a Cecina e il terzo a Grosseto. Col tempo poi si dissero "cacciatori a piedi" ed il popolo gli chiamava fior di zucca, perché in cima al casco avevano il pompò verde con un fiore giallo, che sembrava perfettamente un fior di zucca. Avevano la giubba verde. Pantaloni turchini e buffetterie nere. Costoro non facevano che il servizio alle porte della città e quello di polizia.

Facevan pure parte dell'ordinamento Militare i comandi di piazza; ed erano istituiti a Firenze, a Livorno, a Pisa, Siena, Arezzo, Prato, Pistoia, Volterra, Piombino, Grosseto, Orbetello, Santo Stefano, Talamone, all'Isola del Giglio e a Portoferraio.

Il comando di piazza di Firenze aveva stanza in Palazzo Vecchio, dalla parte di Via della Ninna. Qui risiedeva un tenente colonnello o un maggiore dei più anziani, il quale per l'età avanzata non faceva servizio attivo, essendo considerato il comando di piazza un posto di riposo. A questo vi erano addetti un capitano, un tenente, un auditore militare, un aiuto, un sergente e un caporale dei veterani che facevano da scrivani. Costoro dovevano essere costantemente reperibili tanto di giorno che di notte per qualunque evenienza, come in casi d'incendio o di altro infortunio, distaccando sul momento un certo numero di soldati con l'ordine di recarsi sul luogo del disastro, o facendo avvisare per un volante il corpo dei pompieri, rendendone però immediatamente informato il "General Comando" in Piazza dei Giudici per gli ordini opportuni.

Gli ufficiali di piazza avevan l'incarico di dirigere e regolare i corsi delle carrozze nel carnevale, per San Giovanni ed in altre circostanze di pubbliche feste. Ogni ufficiale aveva sott'ordine un soldato dei cacciatori a cavallo o dragoni, che lo seguiva alla distanza di dieci passi, perlustrando lungo il corso fra le due file delle carrozze.

Fra i servizi di piazza vi era pur quello di mandare un caporale e due uomini della Gran Guardia di Palazzo Vecchio, ogni volta che andava la comunione ai malati della cura di Or San Michele e di quella di Santo Stefano. Era allora in uso che il servo di chiesa, incappato nella veste bianca, prima di portare il Viatico facesse un giro per la cura sonando il cenno con un grosso campanello di bronzo.

Il servo di San Michele e quello di Santo Stefano, andavano in Piazza del Granduca dall'ufficiale di guardia, affinché mandasse i soldati alla chiesa; e questi col fucile abbassato, e con la baionetta che fregava quasi terra, accompagnavano la comunione, uno di qua e uno di là al baldacchino, ed il caporale dietro, non tornando al corpo di guardia finché non avevano riaccompagnato il Viatico in chiesa.

Il privilegio d'avere i soldati quando andava fuori la comunione, l'aveva anche la chiesa di Sant'lacopo tra' fossi dalle Colonnine; la quale essendo cura della caserma dei dragoni nel Corso dei Tintori, vi andava un caporale e due uomini di quel corpo.

Quando anche dalle altre chiese andava la comunione e che passava da una caserma, la sentinella gridava "all'armi" ed usciva fuori tutta la guardia presentando le armi; ed il sacerdote che portava il Viatico faceva fermare e voltare il baldacchino e benediceva i soldati, i quali s'inginocchiavano con un ginocchio a terra salutando con la destra al casco e tenendo il fucile con la sinistra.

Il battaglione dei veterani stava a Prato e forniva un distaccamento di quaranta uomini a Firenze, che stavano in una caserma in Via Lambertesca dalla parte degli uffizi, accanto alla porta dove è tuttora la buca delle suppliche.

Questi quaranta uomini, tutti vecchi anche di settant'anni, erano agli ordini di un maggiore, che aveva un sottotenente per aiutante, e di un tenente quartiermastro. Erano ufficiali veramente da museo, come i loro dipendenti. L'uniforme dei veterani era una giubba turchina con pistagna, manopole e mostreggiature bianche; il solito casco col piatto largo, e sciabola e tracolla come quelle anticaglie che hanno ancora i nostri carabinieri.

La sera alla ritirata, in piazza del Granduca, si vedeva anche il vetusto tamburo dei veterani, che marzialmente se ne tornava solo solo alla caserma sempre suonando.

Il servizio che spettava a questo corpo, era quello di mandare alcuni uomini alla Gran Guardia in piazza, a prendere un soldato armato di fucile per accompagnarlo a quelle porte della città, che si chiudevano all'or di notte e si riaprivano all'alba, e delle quali il veterano riceveva in consegna le chiavi che metteva da sé stesso nella bolgetta che il soldato portava a tracolla.

Era parecchio curioso di vedere il soldato tutto impettito, impiccato in un collettone a matton per ritto, che non gli riusciva d'andare a passo col veterano che cercava di nascondere la sua vetustà con l'audacia dello sguardo accigliato, con l'aspetto burbero e brontolando per tutta la strada coi coscritto che non sapeva camminare né tenere il fucile. La gente che passava si metteva a ridere e si voltava anche indietro perché, al solito, alcuni ragazzi si divertivano ad andare a passo dietro, o anche accanto al veterano e al soldato, rifacendo il verso a tutt'e due, finché poi non scappavano al primo scapaccione che si sentivano arrivare dal canuto guerriero.

Un altro servizio molto importante affidato ai veterani, era quello della guardia al teatro del Giglio, detto poi della Quarconia e ora Nazionale.

Montavano un caporale e cinque uomini; ma stavan sempre nel corpo di guardia; prima di tutto, perché nell'inverno ci stavan più caldi, e poi perché giuocavan tutti insieme. Spesso venivan disturbati per cagione di qualche sussurro avvenuto in teatro, ed allora bisognava che salissero quella lunga scala che esiste tuttora, per andare a rimettere l'ordine. Bastava la loro fiera presenza nella sala, perché spesso la minacciata tragedia diventasse subito una farsa. Tutti cominciavano a ridere e ad apostrofare in mille maniere quei poveri vecchi, che mandavan lampi dagli occhi, guardando minacciosi ed intrepidi nei palchi e nella platea. Per il solito, si trattava d'arrestare qualche ubriaco o qualcuno che aveva questionato o maltrattato la maschera, seralmente vilipesa dagli ultimi ordini dei palchi, senza rispetto alla lucerna e alla giubba gallonata.

Fra le altre, una sera due veterani furono chiamati in fretta, una fretta molto relativa, per arrestare un tale che molestava gli spettatori sussurrando e leticando con tutti. I due vecchi prodi, tetragoni agli scherni e alle barzellette che si scagliavano contro di loro, arrestarono il ribelle e lo condussero fuori della platea in mezzo alle risate, agli urli, ai fischi e agli evviva, tanto per far baccano e per crescer la confusione.

Quando i veterani con l'arrestato che sì dimenava come un'anguilla volendo scappare, furono in cima alla scala, senza saper né che ne come, i due veterani si sentirono arrivare un lattone così esatto, che il naso e la bazza spariron dentro il casco. Naturalmente l'arrestato fuggì; la maschera che voleva dar man forte alla legge, con una pedata scese la scala a balzelloni a quattro scalini per volta per non ruzzolarla tutta, e i due disgraziati rimasti lassù soli, poiché tutti a scanso di casi eran rientrati in teatro, non riuscivano a levarsi il casco, e ci bestemmiavan dentro mandando imprecazioni che non si sentivan bene, perché pareva che urlassero in una pentola di rame.

Sembrerà incredibile ma è proprio verità vera: per liberare i due veterani da quel supplizio, perché tirando su il casco s'arricciava loro il naso, ed allora urlavan più che mai, bisognò andare a chiamare un ciabattino nella prossima Via de'Cerchi, il quale col trincetto ebbe a tagliare il casco per lungo e cosi le faccie invelenite dei due vecchi poteron tornare, un po'ammaccate e sbucciate, alla luce dei lumi a olio.

I veterani facevano pure il servizio delle Gallerie, guadagnando così qualche soldo per il tabacco. Spesso davano qualche spiegazione ai forestieri, poiché un po' alla meglio cinguettavano il francese, essendo molti di essi stati soldati con Napoleone.

Ed era anche per questo: che consideravano i soldati nuovi come gente da nulla, e più adattati a fare il prete che il soldato.

Quando poi fu impiantato in Firenze il telegrafo, fu affidato il delicato incarico di portare i dispacci ai veterani come persone fidate, le quali però, spesso, con la loro lentezza nel recapitarli, facevan perdere tutto il vantaggio della meravigliosa scoperta!

Lo stato della I. e R. Marina da guerra si componeva di un comandante supremo; di un capitano, tenente di fregata; di un tenente di vascello; di un tenente di fregata, magazziniere generale; di due sottotenenti di fregata; di un cappellano; di un primo scrivano; di un primo chirurgo e di quattro primi piloti col grado d'alfiere di fregata.

Anche il corpo dei pompieri fu oggetto di speciali cure per parte di Ferdinando III, il quale, con dispaccio del 4 gennaio 1819 organizzò definitivamente la "Guardia dei Pompieri" che doveva rivestire caratteristiche e grado militare.

Soprintendeva a questa guardia il Presidente del Buon Governo ed il Gonfaloniere pro tempore.

Il corpo di guardia, al quale come oggi è annesso il magazzino delle macchine, era anche allora nei locali di San Biagio.

Quando salì al trono Leopoldo II, questi trovò il Granducato costituito ed ordinato in modo da non richiedere al suo senno, almeno per il momento, modificazioni o riforme di sorta. E fu bene per lui e per i sudditi, poiché egli non sarebbe stato da tanto per far meglio del padre; giacché il buon uomo, invece di riformare, avrebbe sciupato ogni cosa. Per conseguenza, tutti ringraziarono Iddio che lasciasse stare le cose come stavano.

Non è poca stima per un nuovo sovrano!

 

XX

L'assunzione al trono di Leopoldo II

Il ministro toscano Fossombroni e il ministro austriaco Bombelles - L'editto di assunzione di Leopoldo II al trono della Toscana - Politica dei Fossombroni - Francesco Cempini ministro delle Finanze - Abolizione di una tassa sulle carni macellate - Sgravio sulla tassa fondiaria - Ricevimenti - Nomine dei dignitari di Corte - I solenni funerali di Ferdinando III - La vestizione del Gran Maestro dell'ordine equestre di Santo Stefano.

Ferdinando III, o per poca fiducia che avesse nell'intelligenza del figliuolo, o, come qualcuno credette, per malintesa gelosia verso di lui, lo tenne sempre lontano dalle cure di Stato. Per conseguenza, quando il Granduca venne a morte, il figlio Leopoldo si trovò come un pulcino nella stoppa. Parlare a lui, poveretto, degli affari di governo era lo stesso che mostrare il mondo ad un cieco. E forse negli ultimi momenti Ferdinando III accorgendosi dello sbaglio fatto, raccomandò il successore alla fedeltà ed all'affetto del conte Vittorio Fossombroni e del principe Don Neri Corsini, perché "con la maturità del consiglio e l'attaccamento alla Casa" gli servissero di guida nel difficile mestiere di regnante. E la sagacia e l'accortezza del Fossombroni furono subito messe alla prova dagli intrighi dell'Austria; la quale, volendo profittare della morte del Granduca, tentava di far sospendere la proclamazione del successore a cui prima voleva, co' suoi raggiri, far rinunziare alla autonomia della Toscana, per metterla direttamente sotto la sua dipendenza.

Ma il Fossombroni, che qualche cosa di questo genere si aspettava, non si lasciò cogliere alla sprovvista. Dopo aver fatto allontanare il principe ereditario appena avvenuta la morte del padre, mandandolo con tutta la famiglia alla Villa di Castello, egli, rimasto per ogni evenienza a Palazzo Pitti, compilò subito l'editto di successione al trono della Toscana proclamando come nuovo granduca Leopoldo II, che doveva parere d'avere scritto l'editto. E mentre il sagace ministro scriveva quell'importante documento, gli fu annunziata la visita del conte di Bombelles, ministro d'Austria alla Corte di Toscana.

Veramente il Bombelles non cercava del Fossombroni; ma voleva parlare da solo a solo col successore di Ferdinando III, onde raggirarlo in modo da sospendere la sua proclamazione a Granduca, e così dar tempo all'Austria di metter lo zampino negli affari della Toscana. Il Fossombroni ricevé il Bombelles invece del Granduca; e a faccia franca gli domandò in che cosa poteva servirlo, "nella sua qualità di Ministro Segretario di Stato del nuovo Granduca".

Il ministro austriaco sorpreso dalle parole, e più ancora dall'accento del Fossombroni, replicò che aveva importanti istruzioni da comunicare soltanto all'arciduca Leopoldo. Il Fossombroni non si scosse, ed in tono più fermo, dignitosamente gli rispose: "S. A. L e R. il Granduca Leopoldo II oppresso dal dolore della grave perdita che tutti abbiamo fatta, non riceve nessuno: ma se V. E. ha da fare qualche urgente comunicazione, nella mia qualità di suo Segretario di Stato sono autorizzato e disposto a riceverla".

Il ministro d'Austria, sebbene con poca speranza, provò ad insistere ancora un altro po'; ma di fronte alla tenacità e alla destrezza del diplomatico toscano, fu costretto ad andarsene come era venuto.

Frattanto, per non perder tempo, il Fossombroni nella nottata fece affiggere per la città l'editto che recava ai sudditi la notizia ufficiale della morte di Ferdinando III e la successione di Leopoldo II.

L'editto era così concepito:

NOI LEOPOLDO II ecc. ecc.

GRANDUCA DI TOSCANA

Breve ed irreparabile malattia avendoci rapito il Nostro direttissimo Padre S. A. I. e R. il Serenissimo Ferdinando III Granduca di Toscana, nell'intensità del nostro dolore e in mezzo alle lacrime di questa fedelissima Nazione, Noi, nella qualità di Figlio e successore nei diritti della Corona di Toscana e negli Stati che compongono il Granducato, dichiariamo di assumerne e ne assumiamo la piena sovranità e governo;

Vogliamo ed ordiniamo che si abbiano frattanto per confermate, come confermiamo, tutte le leggi, regolamenti ed ordini veglianti. Confermiamo ugualmente il Consiglio di Stato, Finanze e Guerra, i Consiglieri che lo compongono, ed il Consigliere Direttore interino dell'I. e R. Dipartimento di Finanze e Depositeria, con tutte le facoltà e prerogative respettivamente competenti.

Confermiamo del pari tutti i Ministri, Magistrati, Tribunali, Governatori, Commissari, Giusdicenti ed uffiziali sì civili che militari, quali proseguiranno nelle loro rispettive funzioni ed incombenze, e continueranno a godere delle provvisioni ed emolumenti che hanno finora percetti.

Finalmente incarichiamo il Nostro Consiglio di Stato, Finanza e Guerra di dare a chi occorre gli ordini e partecipazioni opportuni.

Dato li 18 giugno 1824.

LEOPOLDO

V. FOSSOMBRONI.

E. STROZZI.

Con quel documento pubblicato in tempo furon sventate le mene dell'Austria ed assicurato Leopoldo sul trono della Toscana.

Trovatasi così abilmente spianata la via dal Fossombroni, ch'era uno di quegli uomini che bisognerebbe fossero eterni, il nuovo Granduca si mostrò docile a tutte le sue proposte ed a tutti i suoi consigli, poiché sentiva di potersi pienamente fidare d'un galantuomo e d'un uomo di Stato come lui. E siccome, se si deve dire come va detta, i popoli piansero anche più la morte di Ferdinando III per la paura che avevano di cadere in mani poco abili ed inesperte negli affari di Stato, così il Fossombroni pensò d'affezionare ad essi il successore, facendogli diminuire le tasse. Questa è una molla che farà sempre scattare l'entusiasmo popolare. I discorsi, le belle parole e le pompose promesse che non si sa mai chi debba mantenerle, posson fare effetto lì per lì, ma poi lasciano il tempo che trovano.

E fu per questo che l'accorto Fossombroni, giacché l'erario pubblico lo permetteva, consigliò al Granduca d'affermarsi subito, se non altro, per un buon principe.

Infatti, ognuno sapeva che per quanto egli avesse raggiunto i ventisette anni "per l'inesorato volere del padre", - giova ripeterlo - egli era rimasto sempre lontano dagli affari ed aveva passato il suo tempo occupandosi di dotti studi intorno alle opere di Galileo e di Lorenzo il Magnifico. Studi cotesti che lasciarono nel principe una traccia così profonda, che poi l'unico suo passatempo preferito fu quello di lavorare al tornio!... Ed il suo maestro fu il tornitore Mabellini, padre di quel Teodulo, che divenne una celebrità musicale.

Il ministro delle Finanze Leonardo Frullani era morto poco prima di Ferdinando III; onde Leopoldo, appena salito al trono, dové provvedere alla nomina del successore; e quando il Fossombroni gli propose a quel posto l'avvocato regio Francesco Cempini, il Granduca prima d'ogni altra cosa, gli rivolse queste testuali parole, che forse nessun regnante, in casi simili, ha mai pronunziate: "Come si sia a cuore ?". Questa semplice domanda, fa certamente passare sopra alla deficienza di altre qualità. Il Cempini fu nominato ministro delle Finanze perché in quanto "a cuore" furon date sul conto suo al nuovo Granduca le più ampie assicurazioni.

La prova della arrendevolezza di Leopoldo II alla mente superiore del Fossombroni, fu quella di abolire la tassa del sigillo delle carni e provento dei macelli, che esisteva fino da quando il Villani scriveva la Cronica, al tempo del quale cotesta tassa rendeva al Comune circa 20,000 fiorini d'oro, e 350,000 lire quando venne abolita e che riusciva ad esclusivo vantaggio dei macellari, poiché i padroni stessi delle bestie vaccine o suine non "potevano macellarne alcuna per proprio uso, senza preventivo accordo coi patentati".

Per dar maggior solennità a questo fatto, Leopoldo II, sul parere avveduto del suo ministro, volle che l'editto fosse pubblicato il 15 novembre 1824 "suo primo giorno di ricorrenza onomastica" come nuovo Granduca.

Né a questo si fermarono le opportune riforme; poiché col 1° gennaio del 1825 venne scemata d'un quarto la tassa prediale, o fondiaria, riducendo così di oltre un milione il provento che per questo titolo ne veniva all'erario.

Mercè dunque la fedele affezione del Fossombroni e del Corsini, Leopoldo II, come regnante, poteva dormire col capo fra due guanciali; la qual cosa lo rendeva l'uomo più felice del mondo, non essendo costretto ad occuparsi di faccende di cui non s'intendeva e per le quali non aveva attitudine.

Egli prese sul serio la parte di sovrano di parata: faceva quel che gli facevan fare, e sfoggiava la sua autorità nei ricevimenti, nelle solenni funzioni religiose e nelle feste.

La Corte era tornata a Firenze dalla villa di Castello fin dal 23 di giugno: e le prime cure del nuovo Granduca, che non aveva altro da fare, furon rivolte ai ricevimenti e alle presentazioni di tutti i personaggi che andavano a fargli atto d'ossequio, e dedicate alle udienze. Infatti il 24 giugno del 1824 ricevé il generale Francesco Gherardi, che gli presentò gli ufficiali della Guardia del Corpo e quelli della Guardia degli Anziani, ai quali Leopoldo II senza entusiasmo come senza contrarietà, rivolse poche parole, contentandosi di dire con la sua flemma abituale: "Bene, bene,.... bravi!". Come se tornassero da vincere una battaglia.

Il giorno dopo ricevé l'arcivescovo di Firenze Monsignor Morali, al quale qui per incidenza diremo, che dopo morto furon trovati fra le sue carte, con grande sorpresa degli eredi, e indignazione del Clero varii conti di modiste, regolarmente saldati. Dopo alcuni giorni il Sovrano ricevé pure, nella sala bianca della meridiana, il Corpo dei Ciambellani, che si recarono poi ad ossequiare anche la granduchessa Maria Anna.

Il Granduca alternò queste gravi cure, con la destinazione dei personaggi di Corte ai loro uffici.

Alla granduchessa vedova Maria Ferdinanda, assegnò per il suo particolare servizio un ciambellano, un cameriere, un usciere di sala e due guardie del Corpo da cambiarsi a vicenda, nominando suo maggiordomo il marchese Pier Francesco Rinuccini.

Il 27 giugno Leopoldo II nominò suo cacciatore il marchese Carlo Leopoldo Ginori, e Gran Ciambellano il marchese Tommaso Corsi, confermando nella carica di Maggiordomo maggiore della granduchessa Maria Anna il duca Ferdinando Strozzi, ed a sua maggiordama d'onore la marchesa Teresa Rinuccini: la marchesa Amalia Bartolini fu confermata dama di compagnia, come vennero confermati nella carica di Ciambellani fissi del Granduca, i signori Lorenzo Montalvi e Giovanni Ginori. Il 13 luglio la Granduchessa fece la sua prima parte officiale, ricevendo le dame di Corte che le vennero presentate dal Maggiordomo maggiore del Granduca, principe Rospigliosi, e dal duca Ferdinando Strozzi.

Adempiuto a questi sacri doveri, il nuovo monarca pensò da buon figliuolo a fare solenni esequie al genitore, nel trentesimo giorno dalla sua morte. Ed i grandiosi funerali in memoria di Ferdinando III furon fatti nella chiesa di Santa Felicita, parrocchia della Corte. Ma siccome l'interno del tempio sarebbe stato troppo angusto, così venne dato incarico all'architetto Pasquale Poccianti di costruire nella contigua piazza un recinto apposito, per celebrarvi le messe, riserbando l'intera chiesa per la cerimonia del funerale.

All'edifizio del Poccianti era unito un portico con quattro colonne ioniche, sul fastigio del quale sedeva una statua rappresentante l'eternità con una analoga iscrizione; e le pareti erano ornate di dipinti a bassorilievi.

Meglio che dal Diario di Corte non si potrebbe rilevare la descrizione di quei funerali che, come si suol dire, fecero epoca, ed il cui ricordo nei fiorentini d'allora rimase lungamente come d'una cosa non mai veduta.

Merita perciò che se ne tragga profitto.

Le tre navate che componevano il portico, o aggiunta della chiesa, di cui la media era coperta in vòlta a mezza botte e le laterali a soffitto, oltre al ricco apparato erano state dipinte a colori: la Regina Saba davanti a Salomone e diversi altri bassorilievi, raffiguranti storie del Vecchio Testamento furono eseguiti dai professori Nenci, Marini, Falcini e Catani. L'interno della chiesa era stato ridotto a forma di Panteon "o sia sepolcreto". Sopra l'ingresso era dipinto San Giovanni Evangelista, che indicava la sorte riserbata al giusto. Imponente per la ricchezza era l'apparato degli altari della crociata, due urne con i busti dell'imperatore Francesco I e dell'imperatrice Maria Teresa avi del defunto sovrano; dalla cappella del Sacramento, eravi il deposito e la statua equestre del padre, imperatore Pietro Leopoldo; e dalla parte della sagrestia la statua e il deposito dello zio imperatore Giuseppe. Nelle cappelle dell'unica navata di mezzo, parate con ricchi padiglioni neri foderati d'ermellino eranvi urne e monumenti, con i busti degli illustri defunti della famiglia granducale, cioè della madre Maria Luisa, dei fratelli arciduca Leopoldo, arciduca Alberto, arciduca Massimiliano, e delle sorelle arciduchesse Maria Anna, Maria Clementina; quindi della prima moglie di Ferdinando III Maria Luisa, ed i figli arciduca Francesco e arciduchessa Carolina, con iscrizioni fatte dall'abate Zannoni.

Nel mezzo della chiesa, che pareva un museo e anche un po' un cimitero, trionfava il maestoso Mausoleo sopra ampio basamento con la statua equestre del defunto monarca, in abito di Gran Maestro di Santo Stefano. Intervennero alla cerimonia tutti i ciambellani e le cariche di Corte vestiti a lutto; come pure le Magistrature, i Cavalieri di Santo Stefano, la Nobiltà e tutta l'ufficialità ai quali facevano ala gli Anziani in tenuta di parata.

Quei funerali così solenni, così imponenti, furono fatti a tutte spese della Corte, la quale intervenne in abito di rigoroso lutto, assistendovi dai coretti.

Un'altra grande cerimonia per quanto privata, che riguardava personalmente Leopoldo II come Granduca, fu quella del 25 agosto; quando egli cioè vestì solennemente l'abito di Gran Maestro della religione di Santo Stefano.

La funzione si celebrò nella cappella reale, la mattina alle nove. Precedevano il segretario d'etichetta, il furiere e un aiutante di camera seguiti dai cerimonieri dell'Ordine, dai cavalieri Balì, dai cavalieri Priori, dai Ciambellani di servizio e dalle Cariche di Corte. Dopo di essi veniva il Sovrano, scortato dalle Guardie del Corpo, il quale prese posto in cornu evangeli, e si inginocchiò sul genuflessorio parato di strato nero, gallonato d'oro. Gli intervenuti andarono ad occupare i loro posti nelle panche ai lati della cappella; ed il priore della conventuale, vestito pontificalmente in piviale e mitra, si collocò sul faldistorio in cornu epistolae, assistito da due cappellani di Corte. Dietro al Granduca stavano in piedi due priori di Santo Stefano più anziani, i quali portavano la cappa e la croce che dovevan mettere indosso al Sovrano. L'Auditor magistrale e il Priore di Firenze firmarono l'atto della vestizione come testimoni; ed il priore con la mitra, benedì la croce. Terminata la benedizione, il Granduca si alzò; ed il Priore seduto sul faldistorio, tenendo una mano sull'abito presentatogli sopra un bacile dai due priori, pronunziò ad alta voce la formula di rito, e mettendo al nuovo Gran Maestro la cappa, aiutato dai priori medesimi. Il Granduca tornò al suo posto, con due paggi magistrali, che gli reggevano lo strascico e restaron dietro a lui durante la cerimonia.

Intanto il priore ritiratosi in sagrestia per spogliarsi della mitra e del piviale, si mise la pianeta e celebrò la messa piana, nel corso della quale il primo cerimoniere, dopo il vangelo e dopo l'Agnus Dei, pòrse a baciare al Granduca l'istrumento della pace.

Dopo che il celebrante si fu comunicato, Leopoldo II andò ad inginocchiarsi all'altare per comunicarsi anche lui; e terminata la messa tutti i cavalieri per ordine di grado, andarono uno per volta a rendere obbedienza al "Reale Gran Maestro" inchinandosi e baciandogli un lembo della gran cappa, foderata d'ermellino, che poi gli fu levata dai due cavalieri priori, che la consegnarono agli aiutanti di camera.

Dopo di ciò il Priore di Firenze, pose al collo del Gran Maestro la croce magistrale benedetta dal priore.

Il Granduca si mise quindi a sedere per sentir leggere l'atto che venne firmato dall'Auditore magistrale, dal Priore di Firenze, e dai testimoni.

Infine, ritiratosi Leopoldo nelle sue camere "fu sciolto l'invito".

L'arciduchessa Maria Luisa, sorella del Granduca, assisté dal coretto a tutta la funzione in privato. I due coretti erano parati di velluto nero gallonato d'oro: lo strato dell'altare era in colori ed il faldistorio bianco.

In questa occasione, "dall'uffizio della confettureria", per ordine del Maggiordomo maggiore, in una stanza accanto alla cappella, venne data a tutte le persone intervenute alla funzione "una refezione in cioccolata, acque acconce e biscotterie".

Tutti i salmi :finiscono in gloria

 

XXI

I primi anni del regno di Leopoldo II

L'Istituto della SS. Annunziata - Il Granduca va a Milano - Una speranza delusa - L'istituzione del Corpo degl'Ingegneri - Proponimentì abortiti - La Cassa di Risparmio e Cosimo Ridolfi - Toscana e Grecia - Champollion e Rosellini - Commissione toscana in Egitto - Buoni resultati ottenuti in Oriente - La bonifica Maremmana - I Gherardesca in Maremma - Il taglio dell'Ombrone.

Quando un sovrano è circondato e servito da uomini di gran mente, ma integerrimi e onesti, cosa invero assai rara, può dirsi un uomo fortunato. E questa fortuna toccò, nei primordi del suo regno, a Leopoldo II: il quale, ben consigliato, e aperta a poco a poco la mente agli affari di Stato, tanto da poter comprender la saggezza e la utilità dei consigli che riceveva, si fece amare dai sudditi e compì ed intraprese opere utilissime e nobili, passando anche per uno dei principi più intelligenti e sagaci.

Se cotesta non è fortuna non so più che cosa meriti questo nome.

Di Leopoldo II non c'era da farne un uomo di Stato, un sovrano politico: bastava perciò contentarsi che fosse un buon principe, che non mettesse bastoni fra le gambe a chi governava onestamente per lui, e si appagasse della buona figura che gli facevano fare. Ed egli, bisogna esser giusti, fu molto docile e mansueto; ed anche provò un'intima soddisfazione nel compiere opere che illustravano il suo nome, e lo rendevano degno nipote di Pietro Leopoldo e figlio non degenere di Ferdinando III.

Ed appunto da figlio amoroso e geloso della gloria del padre, Leopoldo II con decreto del 18 novembre 1824 sanzionò la fondazione dell'Istituto della SS. Annunziata, già approvata da Ferdinando III con decreto del 24 novembre 1823, e la granduchessa Maria Anna ne assunse la superiore direzione, con l'aiuto del cav. Vincenzo Peruzzi e del comm. Vincenzo Antinori. Il manifesto da essi pubblicato il 23 marzo 1825, "fu trovato così savio, che persuase ben presto molti genitori, statisti e forestieri, ad affidare la educazione delle loro figlie al nuovo Istituto, salito in molto credito per l'esemplarità delle allieve in esso formatesi". Come tutte le cose saviamente fondate, l'Istituto della SS. Annunziata è oggi più che mai, gloria non di Firenze ma vanto d'Italia.

La prima prova d" una certa indipendenza verso la Casa d'Austria, Leopoldo II la offrì in occasione della morte di Ferdinando I delle due Sicilie. Avendo l'imperatore d'Austria, nel maggio 1825, invitato a Milano il successore Francesco I, questi vi si recò col fratello e con numeroso seguito e si recarono pure profittando, di quella circostanza "ad ossequiare il vecchio Cesare" i duchi di Modena e di Lucca, la duchessa di Parma e il cardinale Albani per Leone XII, Cosicché anche Leopoldo II si vide costretto di recarsi a Milano a complimentare l'imperatore: ma egli, a differenza degli altri sovrani, per consiglio del Fossombroni e del Corsini, vi andò senza nessun ministro, per togliere ogni carattere politico alla sua visita, e non trovarsi, per conseguenza, nella necessità di compiere nessun atto. Ed infatti, dopo pochi giorni di residenza a Milano, il Granduca se ne tornò a Firenze senza che il sistema del governo toscano fosse per subire nessun cambiamento.

Questa prima prova vinta, accreditò il nuovo regnante nell'animo dei sudditi, i quali frattanto ebbero una nuova occasione di giubbilo vedendo ripetersi la fecondità della Granduchessa, sperando sempre che alla fine avrebbe dato in luce l'erede del trono. Ma tali speranze furon deluse; perché anche quella volta, l'augusta donna fece una bambina!

Fra le prime istituzioni di Leopoldo II vi fu quella del "Corpo degl'Ingegneri", fatta con editto del 1° novembre 1825, chiamando a formare il Consiglio dirigente, i professori Giuliano Frullani, Giuseppe Del Rosso e Gaetano Giorgini.

Questo Corpo degl'Ingegneri addetti alla manutenzione dei ponti e strade migliorò immensamente quel ramo di pubblico servizio: ma in "varii casi di complicate opere idrauliche, lasciò molto a desiderare non tanto per la buona volontà, quanto per difetto d'analogo insegnamento", vale a dire d'istruzione!

Pare impossibile! questi benedetti ingegneri individualmente son fior di teste quadre; ma messi insieme fanno cose.... "che lascian molto a desiderare". Si vede che il troppo ingegno insieme cumulato opera prodigi, diciamo così, negativi.

Una delle riforme vagheggiate da Leopoldo, sarebbe stata quella di introdurre la monetazione decimale e degli studi necessari aveva dato incarico al marchese Cosimo Ridolfi, direttore della Zecca "siccome una delle maggiori intelligenze economiche del paese". Ma le difficoltà frapposte da chi amava il vecchio ed odiava tutto ciò che era nuovo, fecero abortire il savio proponimento.

Se al marchese Cosimo Ridolfi però, non fu possibile attuare la riforma monetaria, riuscì un'altra opera di maggiore importanza, poiché non aveva per essa da superare difficoltà o da vincere pregiudizi delle solite cariatidi delle pubbliche amministrazioni, né da difendersi contro le mene sorde e gesuitiche degli intriganti e degli invidiosi. E quest'opera grandiosa, umanitaria ed insigne, fu la istituzione delle Casse di Risparmio.

Il marchese Ridolfi ne dava avviso da sé stesso al pubblico, con un manifesto che poteva dirsi una sentenza, che non ha perso d'efficacia nemmeno ai giorni nostri; anzi ne acquista sempre una maggiore.

"La mancanza in cui spesso si trovano le persone - scriveva Cosimo Ridolfi - che vivono col profitto dell'opera loro, di certe comodità, dei mezzi di ben collocare la loro famiglia, e di quelli necessari per provvedere alla propria sussistenza, nel tempo di infermità o di vecchiezza, non sempre deriva dalla scarsità di lavoro o da troppo piccoli guadagni; ma dipende il più delle volte da non avere saputo tener conto di certi avanzi, che quasi tutti pur fanno. Conservati e riuniti questi avanzi, sebbene piccoli, diverrebbero la ricchezza dell'uomo industrioso; ma consumati in spese inutili, se non viziose, o arrischiati per vana lusinga di moltiplicarli, spariscono senza utilità veruna; anzi sono di danno al povero, avvezzandolo alle superfluità e forse distogliendolo dal lavoro e dal pensiero della famiglia. Che se un gran bene è per il popolo somministrargli lavoro che gli dia da guadagnarsi onoratamente il sostentamento, bene anche più grande sarà eccitarlo ai risparmi, ed offrirgli inoltre un mezzo di conservarli ed accrescerli".

Queste assennate e profonde parole del grande economista, sortirono il desiderato effetto, poiché l'entusiasmo destato in tutta la Toscana da siffatta istituzione, raggiunse quasi la frenesia; e non vi fu piccolo comune, che non volesse avere la sua casa filiale della Cassa di Risparmio.

Avviata così la Toscana, per merito di valorosi cittadini, sulla strada di sane innovazioni, anche il Principe si sentiva trascinato ad opere sempre più grandiose, poiché subiva il fascino degli uomini insigni che lo circondavano.

A distogliere alquanto però il Granduca dalle sue pacifiche e savie intraprese, sopraggiunse la questione dei greci, sollevatisi contro l'aborrito giogo dei turchi. La simpatia universalmente destata dalla causa greca, non impediva certe preoccupazioni nei governi dei piccoli Stati, specialmente per non urtare la Russia, che allora più che mai, in quanto a civiltà, aveva poco da spartire con la Turchia.

Ma in Firenze, i ministri di Leopoldo II che nutrivano sentimenti di vera indipendenza e non tralasciavano occasione per dimostrarlo, pur sapendo che il ricco banchiere ginevrino Gabbriello Eynard era in Firenze l'agente attivissimo dei Comitati filelleni di Francia, Svizzera e Italia, non lo impedivano né lo approvavano.

E che l'Eynard potesse impunemente e con entusiasmo dedicarsi alla causa greca, lo prova che nell'anno 1826 egli spediva in Grecia "munizioni da bocca e da guerra e denari in quantità". Ma a dimostrare che Firenze la quale "meritò il nome di Atene novella" fu larga di soccorsi a coloro che pugnavano da forti per la indipendenza della propria patria di cui era capitale la vecchia Atene, lo dimostrò il fatto, che sotto gli occhi del Governo, e palesemente, di fronte anche agli altri Stati "i più facoltosi, colti e nobili toscani" davano spontanee e copiose oblazioni "per soccorrere un pugno di genti stremate di tutto fuorché delle virtù necessarie per redimersi dal servaggio in cui da troppo lunga stagione gemevano".

Cosicché può dirsi "che le sorti greche dalle rive dell'Arno ricevessero validissimi rincalzi".

Se le faccende della Grecia preoccupavano in certo modo il Granduca ed i suoi ministri, per la piega che esse potevano prendere, lo contrariavano assai più, per non potere egli mandare ad effetto la spedizione in Egitto, di alcuni scienziati toscani, riuniti sotto il nome di Giunta toscana, e da aggregarsi al celebre orientalista francese Champollion, il quale veniva dal suo Governo mandato colà allo scopo di condurre a termine "la sua Grammatica, ed il Dizionario del linguaggio geroglifico".

Il professore di lingue orientali nell'università di Pisa, Ippolito Rosellini, si trovava da vario tempo a Parigi allievo appunto dello Champollion, quando il Governo francese votando all'uopo una ragguardevole somma, stabilì il viaggio del dotto orientalista. Appassionato il Rosellini per siffatti studi, nei quali aveva già acquistato fama oltre i confini d'Italia, e grande reputazione presso lo stesso Champollion, espose a questi il proposito di voler egli far pratiche dirette presso il Granduca di Toscana, affinché questi, interessandosi alla spedizione francese, volesse profittare dell'occasione per unirvi una commissione toscana, ciò che sarebbe tornato ad onore

del Sovrano e dello Stato.

L'insigne scienziato francese incoraggiò il Rosellini, lietissimo di associare alla sua impresa un uomo di tanto valore. Volle anche munirlo di una sua lettera per il Granduca nella quale veniva spiegato il concetto scientifico dell'impresa.

Frattanto, il 27 luglio 1827, il professore Rosellini "valendosi della bontà dei comm. Berlinghieri" indirizzò da Parigi a Leopoldo II una petizione annunziandogli al tempo stesso che egli il giorno seguente partirebbe per recarsi "ai piedi" di S. A. onde umiliarle "il progetto di un'associazione toscana alla spedizione letteraria in Egitto" sotto la direzione del professore Champollion.

La proposta "umiliata ai piedi" di Leopoldo II, incontrò il suo favore; e richiesto da lui il parere ai suoi ministri, questi ve lo infervorarono ancora di più, soggiungendo che trattandosi di un paese, l'Egitto, dove l'antico commercio toscano aveva tanto fiorito, poteva anche ora al commercio attuale offrire larghi vantaggi. Perciò i ministri trovarono "conveniente l'idea di associare un professore toscano a quella intrapresa letteraria". Quindi concludevano: "nessuno vi può essere più del Rosellini adattato, attesa la fiducia e la stima che Champollion gli accorda".

Il Consiglio propose altresì al Sovrano di associare alla Commissione un naturalista incaricato di raccogliere per i musei di storia naturale e per i giardini di botanica, "quelli oggetti dei quali mancassero; e che con leggerissima spesa potrebbero essere acquistati in Egitto".

Ed il naturalista prescelto fu il dotto Giuseppe Raddi, fiorentino, il quale nel 1817 era stato da Ferdinando III inviato al Brasile - in occasione che l'arciduchessa Leopoldina d'Austria andò sposa a Don Pedro I - con l'incarico di raccogliere oggetti zoologici, mineralogici e botanici, onde arricchire il Museo di Firenze. Il Raddi tornò portando dal Brasile copiose ed importanti collezioni, fra le quali, degne di considerazione furono quelle "degli insetti, dei rettili, dei pesci non che un pregevolissimo erbario". La celebrità di questo modesto e valente scienziato, che in quel suo viaggio si era spinto in regioni da nessun altro no allora esplorate, incontrando pericoli d'ogni specie e privazioni di ogni sorta, fu in patria perseguitato dall'invidia e dall'astio specialmente per opera "di un pio e nefando suo collega". E tanto fu perseguitato, che egli nel 1821 fu costretto a ritirarsi dal Museo di Fisica e Storia Naturale del quale era conservatore.

Ma dopo sei anni, i ministri di Leopoldo II vollero prenderne le difese e render giustizia al povero Raddi.

Nella relazione sulla spedizione letteraria d'Egitto, essi, dopo aver rammentata la utilità dell'opera del Raddi al Brasile dicevano, che essendo egli in quel momento senza impiego, ma zelantissimo per la scienza che professava per decoro della sua patria e di notoria celebrità fra i professori di storia naturale, avrebbe colto con trasporto quella nuova occasione di distinguersi. Ma la vera, completa soddisfazione data al Raddi, è contenuta in queste franche e leali parole dei ministri toscani: "Le cognizioni di quest'uomo, che ad una somma modestia unisce indefesso impegno per riuscire in tutto ciò che intraprende, e che ha sempre dimostrato il più lodevole disinteresse, potrebbero essere in molte circostanze proficue alle stesse ricerche che Champollion e i suoi compagni si propongono di fare".

Stabilita così la spedizione di una Commissione toscana in Egitto, ne fu data comunicazione al professor Rosellini con lettera del 1° settembre 1827, firmata dal ministro Don Neri Corsini e dal segretario di Stato E. Strozzi.

In quella lettera eran contenute le norme e le condizioni alle quali si intendeva, dal Granduca e dal Governo, subordinata la spedizione. Prima di tutto si partecipava al Rosellini che gli era permesso di unirsi "al rinomato Champollion per fare eseguire come capo di una Commissione toscana i disegni dei monumenti egiziani finora sconosciuti, o non illustrati, e per lo scavo di quelli che fossero tuttora sepolti in Egitto, onde arricchire i Musei dello Stato".

Venne poi autorizzato il professor Rosellini a condurre seco tre disegnatori toscani, che furono il dottore Alessandro Ricci senese, con l'incarico anche, essendo medico, dell'assistenza medico-chirurgica ai componenti la Commissione: dell'architetto Gaetano Rosellini di Pisa e del pittore Angelelli, che fu scelto in luogo di Girolamo Segato, dallo stesso professore Ippolito Rosellini richiesto, ma denegatogli per un contrario rapporto della notizia di Livorno ove il Segato allora dimorava.

La durata della spedizione non doveva oltrepassare i diciotto mesi, e la somma stabilita a quell'uopo, e da non superarsi, fu di 50,000 franchi, compresi 18,000 per gli scavi da farsi in Egitto per il ritrovamento dei monumenti destinati ai Musei dello Stato. Con la somma di 50,000 franchi, doveva pure provvedersi anche alla spesa di 3 franchi al giorno ad ognuno dei tre disegnatori, "ed alla ricompensa di franchi 3500 accordati ai medesimi, da percepirsi durante la loro dimora in Egitto: e di più al salario di due domestici, alla fornitura di carta, strumenti, utensili, farmacia, ecc. oltre ai regali in oggetti di porcellana e di cristallo, da portarsi al Pascià e ad altri impiegati del Governo locale. Fu inoltre approvato che il sigillo della Commissione portasse scritto in giro: Commissione letteraria, toscana in Egitto.

Al professore Rosellini fu mantenuta l'assegnazione straordinaria di ottanta francesconí al mese, pari a franchi 448, oltre allo stipendio di professore dell'Università.

La corrispondenza letteraria doveva essere indirizzata al Granduca "compiegandola a S. E. il ministro degli Affari Esteri".

Nel giorno medesimo, 1° settembre, fu fatta uguale partecipazione al professore Raddi "già Conservatore del Museo di Fisica e Storia Naturale", il quale veniva aggregato alla Commissione nelle qualità di naturalista. Egli aveva il precipuo incarico di occuparsi "di ricercare e raccogliere tutti gli oggetti interessanti la botanica e la storia naturale, che potesse essere utile acquistare per i Musei dello Stato. Per le spese del suo mantenimento gli furono assegnate 280 lire toscane il mese, equivalenti a franchi 235.20, autorizzandolo però a fare una nota di tutte le spese necessarie o per viaggi nell'interno del paese o per gli oggetti da raccogliersi. E per facilitarlo nella impresa, gli fu aperto un credito di 500 scudi da ritirarsi in Alessandria.

Il Granduca poi accolse la domanda del Raddi, prorogando per la famiglia di lui l'uso dell'abitazione destinatagli nel già liceo di Candeli e passando alla famiglia medesima durante la sua assenza l'intero stipendio di cui godeva.

La spedizione franco-toscana era pronta a partire da Tolone nella seconda metà d'ottobre 1827; ma alla notizia della battaglia di Navarrino, avvenuta il 20 ottobre e che decise della sorte dei greci, venne sospesa la partenza, poiché si temevano serie complicazioni tra la Francia e le potenze del Levante.

Circa un anno dopo, però, essendo le relazioni francesi con l'Egitto avviate ad una pacifica soluzione, fu permesso allo Champollion ed al Rosellini di potere effettuare il loro desiderato viaggio. Ed infatti, ambedue gli illustri scienziati ed i loro compagni, imbarcatisi sulla corvetta da guerra l’Egle, salparono da Tolone il 31 luglio 1828, ed il 18 agosto sbarcarono ad Alessandria.

Durante la loro permanenza in Egitto, gli scienziati toscani fecero copiose raccolte pregevolissime di disegni, di scritture e di "rari monumenti". Il Raddi, in particolar modo, fece "doviziosa incetta di mammiferi, uccelli, rettili, pesci, molluschi, piante, minerali e rocce, che arricchirono notabilmente i Musei di Pisa e di Firenze". Ma la sventura lo colpì lontano dalla famiglia e dalla patria.

Sfortunato quanto abile ed indefesso indagatore delle leggi della natura, per l'animo suo infaticabile e per l'inclemenza dell'estraneo cielo, riportò fiere lesioni nella salute. Egli si separò dai compagni per anticipare di qualche poco il suo ritorno in Toscana. Ma l'avverso destino anche quella estrema consolazione volle negargli; e giunto a Rodi miseramente vi morì il 6 settembre 1829. Gli oggetti da lui raccolti furono inviati in Toscana dai consoli di Sardegna e d'Austria in quell'isola. Alla sua prematura fine aveva anche contribuito il dolore della morte del suo addetto G. Galastri, morto qualche mese innanzi, mentre faceva ritorno in Europa.

Il dottore Alessandro Ricci poi, che doveva essere il medico dei suoi compagni, per la morsicatura di uno scorpione a Tebe, rimase paralizzato; e dopo due anni di una infelicissima vita anch'egli morì.

Ad eccezione di queste non lievi sciagure, la spedizione della Commissione toscana, sortì pienamente il desiderato effetto: e quando il Rosellini sulla fine del 1829 tornò in patria portando seco tante e sì svariate raccolte ricchissime, "fu acclamato dal Principe, dal Governo e da numeroso stuolo dei suoi eletti amici".

Mentre Leopoldo II si sentiva pienamente soddisfatto per avere favorita la spedizione letteraria d'Egitto, ed il suo amor proprio di Sovrano di uno Stato eminentemente civile era appagato, vagheggiava nella mente un altro vasto progetto che era l'ideale del conte Fossombroni che non finiva mai di raccomandarlo in mille modi al Principe, il quale se ne infervorò poi tanto, che alla fine gli parve quasi d'averne avuta lui per primo l'idea. E il Fossombroni glielo lasciava credere, contento soltanto che l'impresa si effettuasse.

E quella impresa che tanto allettò Leopoldo II, che lo sedusse addirittura, fu il bonificamento della Maremma, intendendo così di emulare il grande avo Pietro Leopoldo e suo padre che avevano bonificato la Val di Chiana e che già vagheggiavano anche quello appunto della Maremma, se alcuni lavori idraulici di saggio, preordinati dallo scolopio Padre Ximenes avessero dati i resultati che, egli "con troppa asseveranza" aveva garantiti.

Opera da antichi romani e non da piccoli Stati era quella; ma quando questi piccoli Stati sono saviamente e seriamente amministrati, possono dedicarsi ad opere grandiose che col tempo poi rendono il cento per uno.

Il tratto da bonificarsi lungo il mare, dallo sbocco della Cecina arrivava sino al confine pontificio: per conseguenza sarebbero stati incalcolabili i vantaggi che lo Stato avrebbe risentiti dal ridurre coltivabili e coltivate quelle grandi estensioni di terreni.

Il conte Fossombroni "dalla quiete del suo privato gabinetto" aveva immaginato di bonificar la Maremma fino dal 1804: e nella Lettera Pseudonima da lui diretta in quell'anno a Giovanni Fabbroni, autore dei "Provvedimenti Annonari" velandosi sotto il titolo di "Professore all'Università di Pavia", si rilevano i concetti modernamente economici e basati sulla più ampia libertà di commercio, dai quali era animato il grande statista toscano.

"Se io fossi un sovrano (dice il Fossombroni in quella lettera) vorrei senza alcun rischio fare un'esperienza la più convincente e luminosa sulla efficacia della libertà di commercio e d'industria. Sceglierei una provincia (la grossetana) sufficientemente fertile e popolata del Regno Etrusco (come allora si chiamava la Toscana), che rendesse all'erario una somma della quale potessi per qualche anno farne di meno a condizione di esserne poi rimborsato con frutti amplissimi. Allora, salvo i riguardi dovuti alla religione, alla polizia ed alla civile giudicatura, e promuovendo le opere pubbliche, come canali, strade e tutto ciò che contribuisce al circolo delle fortune, vorrei che ogni abitante che operasse da galantuomo potesse in quella provincia industriarsi come volesse, e senza gabelle alle porte della città, senza dazi doganali, senza pedaggi, ogni cosa nazionale ed estera potesse girare, entrare, uscire, vendersi e prezzarsi come meglio ognuno volesse. In cinque anni quella provincia diventerebbe un emporio di tutte le ricchezze del regno, e di molte dei regni confinanti, specialmente se avesse un porto di mare".

Nell'applicazione di queste massime, di queste larghe vedute d'un uomo di genio, starebbe forse, e senza forse, anche ora, la risoluzione di tante questioni e di tanti problemi che i governi di tutti i paesi guidati da idee che non sapremmo come qualificare, non son mai stati buoni a risolvere ed hanno impoverito i paesi. Soltanto quando la gente tumultua perché ha fame, ricorrono allo improvvido mezzo di inventare lavori ed opere pubbliche, che aggravano più che mai le popolazioni, ingrassando invece gli intraprenditori di quei lavori, che dopo pochi anni non son che un ammasso di macerie. Forse ciò si permette per continuare a dar lavoro alle masse, ed impinguar sempre più gl'ingordi speculatori, che così facilmente arricchiti vanno poi a mano a mano formando le future aristocrazie! E questo è il rimedio!

Un esempio privato di bonificamento era venuto fin dal 1780 dal conte Cammillo della Gherardesca, per la sua tenuta di Bolgheri, distante sessanta o settantacinque chilometri da Pisa, e circa sette dal mare, sulla sponda sinistra della Cecina. Per liberare quella vasta tenuta dalle acque stagnanti e limacciose che rendevano improduttivo il terreno e pestifera l'aria, il matematico Padre Ximenes suggerì al conte Della Gherardesca l'apertura di quella larga fossa che dal nome del proprietario fu perciò detta Cammilla, la quale procurò subito il prosciugamento dei terreni tra Bolgheri, Bibbona ed il mare.

Questo felice resultato che convertì i più increduli, fanatizzò gli abitanti di Bibbona, che nel bonificamento di quelle terre videro la loro fortuna avvenire; perciò domandarono d'entrare a parte del benefizio, sobbarcandosi alla quota delle spese. "Ed i Gherardesca anziché lasciarsi governare da quel perverso egoismo che fa dell'uomo il peggior nemico dell'uomo, si compiacquero ammetterli ad usufruire delle proprie comodità".

A meritato titolo di lode vanno registrati questi nobili atti di quei vecchi signori toscani, - sebbene pochi, ma in compenso infinitamente liberali e veramente nobili - i quali avevano idee umanitarie così vaste, e non sdegnavano di farne compartecipi gl'infelici abitanti di quelle terre che fino allora parevano maledette. Ecco il beninteso sollievo alle masse, che hanno diritto di vivere!

Il figlio del conte Cammillo, Guido Della Gherardesca, volle con gli anni continuare la benefica opera del padre; ma il parere discorde di ingegneri, di periti e d'idraulici, fece sì che egli fosse costretto a mandarli tutti a far benedire e sospendere l'esecuzione del suo progetto.

Però, quello che riusciva difficile, anzi quasi impossibile a tanti barbassori, a tanti periti senza perizia, a tanti ingegneri senza ingegno - come pur troppo anch' oggi ne esistono e si fanno sentire col loro urlare ai quattro venti l'abilità che non hanno - riuscì facile senza tanto strepito e senza tanta boria, ad un uomo oscuro e modesto che tutt'altro aveva studiato in vita sua che l'idraulica e l'ingegneria.

E quest'uomo fu il fattore di Bolgheri, Giuseppe Mazzanti, che sfornito di teorie ma ricco dei lumi dell’esperienza, con l'osservazione che egli aveva fatto del naturale movimento delle acque durante le pioggie, accecò il canale detto Seggio Vecchio e ne scavò un altro detto Seggio Nuovo, per la qual cosa gli estesissimi campi già paludosi, con esito brillantissimo divennero fertili quanto più si poteva desiderare.

Il Mazzanti ebbe in riconoscenza dal Granduca "una medaglia d'oro accompagnatagli con onorevolissimo officiale chirografo; e dal conte Della Gherardesca fu remunerato adeguatamente al servizio".

Con tali precedenti, con l'esempio dell'avo, con gli incitamenti del Fossombroni e con le buone disposizioni dell'animo suo, Leopoldo II nel 27 aprile 1828 emanò l'editto per il bonificamento della Maremma a spese dello Stato.

I lavori cominciarono sulla fine del 1829 e vi furono impiegati circa cinquemila operai concorsi da varie parti della Toscana, da altri Stati e dall'estero, sotto la direzione del cavalier Alessandro Manetti, che era alla immediata dipendenza del Granduca.

Il 26 aprile 1830 fu il giorno bene augurato; poiché compiuto il lavoro "le acque dell'Ombrone arrivarono velocissime alla palude, con immensa consolazione e festa del principe presente, e di molti altri personaggi accorsivi da diverse parti, per solennizzare l'avvenimento che doveva segnar l'epoca della restaurazione maremmana".

Con l'iniziamento di un'opera così grandiosa, pareva che a Leopoldo II fosse assicurata la felicità del suo regno: ma invece, indipendentemente da quel fatto, sorsero per lui serii guai politici, molto superiori alle sue forze, che cominciarono a intiepidire i buoni rapporti tra sudditi e sovrano.

XXII

Primi guai - La Guardia Urbana

La morte della Granduchessa Maria Anna

Festa in Boboli; partenza per Vienna; timori svaniti - Un comitato che si dimette e la storia di una colonna - Una deliberazione del Magistrato civico - Un busto del Granduca comprato "per il giusto prezzo" - Ciambellani dimissionari - Il trionfo de' birri - Condizioni politiche dell'Italia - La Guardia Urbana istituita e licenziata - Il ministro Fossombroni si ritira a vita privata - Muore a Pisa la granduchessa Maria Anna - Trasporto a Firenze - Esequie solenni nella chiesa di San Lorenzo.

L'ultimo bagliore della popolarità di Leopoldo II fu l'11 luglio del 1830, in cui ebbe luogo una grandiosa festa da lui offerta al popolo nel Giardino di Boboli. Quella festa riuscì soprattutto brillantissima per la fiducia da esso riposta nei cittadini, i quali con grande espansione dimostrarono l'affetto che portavano al principe. Due giorni dopo egli parti per Dresda, ove le due Granduchesse e le figlie lo avevano preceduto, lasciando il governo dello Stato nelle mani dei ministri.

In Firenze si stava in una certa apprensione, perché il Granduca era andato senza nessun ministro alla corte di Vienna.

La politica austriaca, a quei tempi, piombava con tutto il suo peso sopra i governi italiani, talvolta sotto forma di ammonimenti, talaltra con aperti rimproveri, per costringerli a batter la strada che essa voleva. Perciò era giustificato il timore che avendo il governo austriaco, sia pure per pochi giorni, Leopoldo II nelle sue mani, non esercitasse su lui qualche mala pressione, o gli giocasse qualche brutto tiro.

Invece, il povero Leopoldo se la levò meglio che poté; e per provare quanto egli, anche lontano, avesse a cuore lo Stato, si raccontò al suo ritorno, e forse non sarà neppur vero, che a Vienna mentre si recava ad ossequiare l'Imperatore accompagnato dal suo maggiordomo maggiore, si scatenò un vento impetuoso che minacciava una violenta bufera. Il maggiordomo, vedendo che il Granduca dai cristalli della carrozza guardava impensierito i nuvoloni neri che si rincorrevano per il cielo, gli disse:

- Ho paura, Altezza Reale, che ci tocchi una burrasca. - Lo temo anch'io, - rispose il Granduca.- Già! quando comincia questo benedetto vento di Siena!... -

Il maggiordomo non fiatò. Egli pensò che quelli forse erano i frutti degli studi che il Granduca aveva fatti da giovane sulle opere di Galileo!

Quando si seppe dunque che Leopoldo II verso la metà d'ottobre sarebbe tornato a Firenze come era andato, vale a dire senza aver subito nessuna pressione né ricevuti rimbrotti dalla burbera Austria, il popolo e il governo si sentirono come sollevati da un gran peso. Era andata bene; ma la paura era stata dimolta!

Perciò nacque subito in alcuni dei principali cittadini, l'idea di festeggiare con pubbliche dimostrazioni di gioia il ritorno del Sovrano, non tanto per ricambiare il merito di lui, quanto per far vedere all'Austria come i toscani tenevano alla loro indipendenza. A questo scopo si costituì subito una commissione composta dei marchesi Gino Capponi, Cosimo Ridolfi, Pier Francesco Rinuccini e del cavalier Giovanni Ginori.

Questi promotori raccolsero assai denaro per pubblica sottoscrizione; e i preparativi delle feste procedevano alacremente, poiché si voleva fare una dimostrazione solennissima e significativa. Si sentiva proprio che ci si avvicinava al'31.

Fu pensato perfino di erigere ad eterna memoria del fatto una colonna, da collocarsi sulla strada bolognese a tre miglia di distanza dalla porta a San Gallo, con una iscrizione dettata da Pietro Giordani, esule glorioso che aveva trovata cortese ospitalità in Firenze.

Il marchese Ridolfi, a nome anche degli altri promotori, con lettera del 30 settembre rimetteva al Governo il richiesto progetto della festa per ottenerne l'approvazione.

Il 1° del mese di ottobre il Consigliere di Stato Cempini rispondeva al Ridolfi che trattandosi di dimostrazioni di gioia da darsi da una particolare società di privati, l'I. e R. Governo non credeva doverne prendere special cognizione, se non in quanto poteva interessare il buon ordine o aver qualche rapporto con il pubblico servizio. Ma siccome le idee svolte nel progetto non potevano pregiudicare né all'una né all'altra cosa, "così l'I. e R. Governo non aveva nulla da opporvi". Soltanto, per ciò che risguardava la iscrizione da scolpirsi nella colonna occorreva riportare l'approvazione sovrana.

Fu inoltre approvata la coniazione di una medaglia commemorativa da offrirsi al principe, ed una a tutti i sottoscrittori.

Cosicché ogni cosa pareva sistemata, e null'altro mancava che di conoscere il giorno preciso dell'arrivo del principe per dimostrargli la letizia dei sudditi; ma a un tratto, senza sapere né il perché né il per come, il governo proibì la festa che prometteva di riuscir solennissima e degna dei promotori e di Firenze.

Tanto fu lo sdegno che ne sentirono il Capponi, il Ridolfi e il Rinuccini, che dopo aver rivolte risentite parole ai ministri per questo sopruso loro fatto per le mene della polizia, che perseguitava i liberali rinchiudendoli nel Bargello, restituirono immediatamente i denari ai contribuenti, pagarono del proprio le spese già occorse nei preparativi, e fecero disfare ogni cosa. La colonna che doveva erigersi sulla strada bolognese fu poi inalzata nel giardino della villa Rinuccini a Camerata; Pietro Giordani, come autore dell'epigrafe scolpita nella colonna, in ricompensa dei sentimenti di devozione e di riconoscenza ivi espressi, fu, insieme al barone Poerio, espulso dal Granducato!...

E che il ritorno del Granduca, per così dire incolume, da Vienna fosse una gioia per tutti, lo dimostra la deliberazione presa dal Magistrato civico in tale occasione, ossia nel 24 luglio 1830.

In essa, il Gonfaloniere rappresentò di aver sentito il quasi universal gradimento degli abitanti di tutti i siti della città, perché fossero "dalla Comunità dati contrassegni di rispetto e di giubbilo, con qualche festa pubblica, nel fausto ritorno", che era per fare alla sua Residenza Sua Altezza Imperiale e Reale "il graziosissimo e ben amato Sovrano con la Granduchessa sua sposa e tutta la famiglia Imperiale e Reale, profittando di questa circostanza anche per dimostrarsi grati del regalo fatto pochi mesi prima dal Granduca, di 54 buglioli di cuoio per il corpo dei pompieri".

Perciò fu deliberato che al detto ritorno fosse preparato l'ingresso nella città, per la nuova strada detta di San Leopoldo in continuazione di Via Larga; ed a tale oggetto si facesse nelle mura urbane una sufficiente apertura a guisa di Porta, da servire per detto solo ingresso e da chiudersi dopo il medesimo, ottenendone l'opportuna superiore permissione, e di dare una qualche festa civica, che potesse essere di gradimento e piacere della prefata I. e R. A. S.

Ed a questo effetto, i signori adunati commessero al loro signor Gonfaloniere di fare le opportune richieste a chi occorreva per ottenere la permissione di detto strappo nelle mura urbane, e di umiliare a S. A. I. e R. l'offerta della città per detta festa.

A tanto zelo del Magistrato ed al gradimento degli abitanti di tutti i siti, non corrispose il gradimento del graziosissimo Sovrano, come non aveva corrisposto quello del Governo ai gentiluomini promotori di una pubblica festa. In risposta alla domanda di poter dare "i contrassegni di rispetto e di giubbilo" fu partecipata al Magistrato una lettera del Provveditore della Camera de' 6 settembre 1830, con la quale si accompagnava al Gonfaloniere una copia del "viglietto dell'I. e R. Segreteria di Finanze de' 26 agosto, contenente il veneratissimo Dispaccio con cui S. A. I. e R. ordinava farsi sentire nel suo Real nome al Gonfaloniere ed alla Magistratura, che grato al buon animo dimostratogli dagli abitanti di Firenze, e di cui il Magistrato stesso si era fatto interpetre, non permetteva che l'attaccamento e devozione de' suoi amatissimi sudditi alla Real sua Persona, fosse dimostrato con aggravio della Comunità, dando pubbliche dimostrazioni di gioia nella circostanza del suo ritorno nel Granducato come veniva domandato".

Ma per addolcire il rifiuto, il Granduca dopo alcuni mesi si degnò di condonare "graziosamente alla Comunità la somma di L. 19,100.10.8 di cui essa restava ancora debitrice alla R. Depositeria per saldo delle somministrazioni ricevute nientemeno che nel 1819, in occasione delle feste date a Sua Maestà l'imperatore d'Austria, come risultava dal Biglietto della I. e R. Segreteria di Finanze de' 13 maggio 1831. Il Magistrato che oltre al risparmiare la spesa della festa si vide abbonare il vecchio debito, deliberò subito di esternare la sua gratitudine, e di fare gli opportuni ringraziamenti a S. A. I. R. per la beneficenza usata verso la Comunità, commettendo al signor Gonfaloniere di rimettere copia del partito al Provveditore della Camera di sopraintendenza comunitativa, perché dal medesimo fosse dato l'opportuno corso.

Il sistema quasi tradizionale del Magistrato civico, era furbesco quanto mai. Nel momento dell'entusiasmo deliberava sempre le feste, e votava le somme necessarie, protestando al graziosissimo Sovrano sensi di devozione e di attaccamento perfino esagerati; a sangue freddo poi, andando in lungo anche per degli anni, trovava mille gretole per far pagar quelle feste a chi se le era godute, perché non sì dicesse che "il pazzo fa la festa e il savio se la gode".

E per non parere proprio scrocconi, i signori del Magistrato, nel 25 novembre 1831, avendo sentito che lo scultore Ottaviano Giovannozzi proponeva alla Comunità di fare l'acquisto del busto in marmo rappresentante il Granduca, ordinarono che fosse acquistato a spese del Comune il detto busto "per il giusto prezzo" commettendo al Gonfaloniere di farlo determinare in quel modo che avesse creduto opportuno nell'interesse pubblico, per collocarsi nella sala delle loro adunanze.

Ed il giusto prezzo convenuto con lo scultore Giovannozzi fu di trentotto zecchini. Di fronte alle diciannove mila lire di debito condonato, il Magistrato ci poteva stare, e se ne fece onore con poco.

Ma il Ridolfi, il Rinuccini e il Capponi, che non avevano debiti da farsi pagare, appena tornato il Granduca cercarono di fargli conoscere il loro malcontento per il divieto del Governo, alla manifestazione di giubbilo da loro organizzata per il suo ritorno. Non avendo però ottenuta nessuna soddisfazione e venendo anzi essi a sapere che la polizia, diretta dal famigerato Ciantelli, presidente del Buon Governo, aveva addebitato quella dimostrazione "di mene rivoluzionarie e d'altri rei disegni", indignati più che mai che tal concetto si avesse dal Governo e dalla Corte di gentiluomini intemerati e fuori di ogni sospetto, indirizzarono una vibrata lettera al Granduca, con la quale il Rinuccini dava le dimissioni dal grado di maggiordomo della granduchessa Maria Ferdinanda, da Consigliere di Stato e da Ciambellano del Granduca medesimo: il Capponi da Ciambellano pure del Granduca, ed il Ridolfi, con lettera separata, dagli uffici di Direttore della Zecca e della Pia Casa di Lavoro.

Le dimissioni dopo qualche premura, fatta più per forma che per altro, vennero accettate, perché l'opera iniqua del Ciantelli, che si prevaleva ormai dell'età avanzata del Fossombroni e del Corsini i quali cominciavano a subire l'opera distruttrice degli anni, era giunto perfidamente a far credere al principe - che abbandonato a se stesso era quello che era - ed anche a gran parte de' cittadini, che con la scusa della dimostrazione di gioia, si voleva dai promotori della festa profittare di quell'occasione per obbligarlo a cambiare ordinamento allo Stato. Chi la seppe più lunga, come avviene sempre della gente che tiene il piede in più staffe, fu il cavaliere Giovanni Ginori, il quale "si contenne in maniera da tenersi fuori del dissidio; onde crebbe nel favore della Corte".

Le accettate dimissioni del Capponi, del Ridolfi e del Rinuccini, segnarono il trionfo dei birri e del presidente del Buon Governo Ciantelli, "uomo arbitrario ed impetuoso per carattere e per calcolo, devoluto alla polizia Austro-Modenese, intenta a spingere la Toscana sul falso piede degli altri Stati italiani".

L'Austria tutta propensa a mantenersi il dominio delle provincie lombardo-venete, polpa della monarchia, che essa sapeva quanto malvolentieri sopportassero l'esoso suo giogo, era indispettita contro i ministri toscani che facevano sempre mostra della loro indipendenza. Perciò il Ciantelli era il suo prediletto; poiché tutto infatuato dei tedeschi com'era, operava di comune segreto accordo coi duchi di Parma e di Modena, i quali non erano nulla più che prefetti austriaci.

Ma l'alleato Più potente dell'Austria era Leone XII, persecutore dei carbonari e degli ebrei, restauratore del Sant'Uffizio, e nemico d'ogni idea liberale. Basti fra le tante scempiaggini del suo stolto cervello, l'editto che proibiva alle donne di vestire attillate, acciocché non risaltassero le loro forme del corpo…!

Frattanto gli avvenimenti incalzavano. Dopo le giornate di luglio a Parigi, e la caduta di Carlo X, la elezione di Luigi Filippo "ravvivò gli spiriti affievoliti delle vecchie società segrete". Tutta Europa pareva in convulsione. Passò per l'aria come una folata contro i sanfedisti e i reazionari che per il momento ritirarono le corna in dentro, stando però con tanto d'occhi. E quella è gente che sa aspettare!

A complicar le faccende, il 30 novembre 1830 avvenne la morte di Pio VIII, che era succeduto il 30 marzo 1829 a Leone XII al quale, pur troppo, somigliava perfettamente.

I liberali sperarono giunto il momento "di levarsi dal collo l'aborrito giogo clericale", ma il 2 febbraio 1831, essendo stato eletto papa Don Mauro Cappellari, che prese il nome di Gregorio XVI, tutte le speranze andaron fallite. Vi furono a Roma alcune sommosse per parte dei liberali; e in varie città pontificie confinanti con la Toscana, il malumore era grandissimo.

Il governo di Leopoldo II nella paura che i moti insurrezionali si estendessero anche in Toscana, era diviso in due partiti. Uno voleva chiedere all'Austria un presidio armato, - il sogno vagheggiato dal Ciantelli - l'altro era sempre più tenace nella preservazione della indipendenza nazionale.

Anche il pubblico era diviso: i preti e i codini agognavano i tedeschi e già pareva loro di vederli per le vie di Firenze; i liberali vi si opponevano accanitamente, aborrendo ogni occupazione straniera, "contro la quale era garanzia l'ascendente che ancora aveva sul Granduca il Fossombroni, la fermezza del Corsini e la deferenza del Cempini per i suoi colleghi".

L'esercito che avrebbe avuto urgente bisogno di essere riorganizzato, per incuria dei governanti e per mancanza di ogni energia militare nel principe, non avea più nessun prestigio. Il capo supremo ne era il Fossombroni, con l'onorifico titolo di generale, senza aver mai scaricato un fucile: per conseguenza, occupato egli in altre e gravi cure di Stato, era costretto a starsene a quello che a mano a mano gli rapportavano i subalterni. Si aggiunga poi la nessuna passione che egli aveva per i soldati, e più che altro forse, la mancanza di fiducia in un piccolo esercito, il quale, anche se fosse stato composto tutto d'eroi non avrebbe certamente potuto opporsi a un esercito invasore; tutto questo rese inevitabile quell'abbandono che portò la dissoluzione di ogni disciplina, dopo che lo "spirito marziale dei bravi ufficiali e soldati formatisi nelle campagne napoleoniche era andato in dileguo".

Né le condizioni della marina erano migliori; poiché soppressa affatto la marina da guerra, la bandiera toscana dei legni mercantili era contata meno che nulla; onde i noleggiatori marittimi si trovarono costretti a viaggiare con patenti estere di Stati che, all'occorrenza, fossero in grado di far rispettare la propria bandiera.

Se l'esercito e la marina eran ridotti in così misero stato, non c'era davvero da aspettarsi dal Sovrano né energiche riforme né una vigorosa organizzazione, poiché Leopoldo II era il principe meno bellicoso che si potesse immaginare. Per lui, quando i soldati erano puliti e coi fucili lustri per le processioni e i servizi di chiesa, era anche troppo!

A tale stato di cose, supplì felicemente il patriottismo ed il buon senso, con la proposta fatta al Principe di creare la Guardia Urbana. Ed il Fossombroni particolarmente, il quale benché vecchio nelle grandi occasioni sapeva trovare l'antica fibra, vantando a faccia franca al Granduca il suo costante affetto, ed i servigi resi alla Casa regnante, ne vinse la titubanza, sventò le mene degli austriacanti ed "inaspettatamente comparve l'editto che commetteva ai cittadini la custodia del Governo e della pubblica sicurezza".

Quest'atto di benevola confidenza, mentre i popoli circonvicini armata mano si ribellavano ai propri sovrani, piacque tanto, che in soli tre giorni gli ascritti alla Guardia Urbana in Firenze ascesero a diecimila, "tutti pieni d'entusiasmo e di devozione al Principe".

il paragrafo principale dell'Editto del Granduca diceva: "S. A. I. e R. valutata la circostanza in cui una momentanea perlustrazione richiamasse verso i confini del Granducato, parte della forza militare destinata al servizio di questa città, volendo che resti a tal uopo opportunamente provveduto, e contando sul conosciuto zelo ed affezione, che, come tutto il resto dei suoi amatissimi sudditi, anima gli abitanti della capitale, ordina che sia ripristinata la Guardia Urbana come in altre occasioni fu utilmente praticato".

Questa guardia, composta di tutti i padroni di bottega, di possidenti e di nobili, rese utilissimi servigi e rivaleggiò con la truppa nel servizio di sicurezza dello Stato. I militi fiorentini particolarmente, si distinsero per la bella ed elegante tenuta.

L'uniforme della Guardia Urbana - che fu armata con dei fucili a pietra inservibili, che erano nell'Arsenale della Fortezza da Basso - consisteva nella giubba a falda, di panno turchino: coi bottoni di metallo giallo, fiocco di nastro bianco e rosso al braccio, pantaloni bianchi e tuba con piccola coccarda bianca e rossa a sinistra. Le buffetterie eran bianche e portate a tracolla.

Gli ufficiali avevano la lucerna e la dragona dorata alla sciabola.

L'Armeria era in Palazzo Vecchio, dove è oggi la Tesoreria Comunale; ed il capo di questa era il Maggiore Sordelli dei Veterani, adattatissimo al grave ufficio di consegnatario di quelle armi micidiali; Nel secondo cortile vi era il corpo di guardia per un picchetto che teneva una sentinella alla depositeria, dove è oggi l'ufizio d'anagrafe.

La gioia suscitata in Firenze ed in tutta la gentile e libera Toscana da questa nobile istituzione, inaspettata in un Principe che cominciava a tentennare pendendo verso l'Austria, raggiunse quasi il colmo del delirio.

Come in tutti era grande la gioia e la soddisfazione di tutelare e difendere da sé stessi la patria, sebbene con dei fucili a pietra, scongiurando il pericolo d'un ripugnante intervento straniero, era altresì in tutti una gara, da non credersi per addestrarsi nelle armi; una passione infinita di mostrarsi svelti e adattati alla vita militare. Ed infatti i quotidiani esercizi, le giornaliere istruzioni e le marce, in due mesi soli fecero di quei cittadini volenteroso ed amanti del proprio paese, un piccolo esercito disciplinato e istruito.

La popolazione fiorentina poté ammirare la marziale tenuta della Guardia Urbana la mattina di domenica 17 aprile 1831 nella quale il Granduca "verso mezzogiorno" passò in rivista il primo battaglione nel Giardino di Boboli, e precisamente sul piazzale della Meridiana.

"Le II. e RR. Granduchesse e le Arciduchesse, vi assistettero dalle finestre del Quartiere detto appunto della Meridiana; ed una folla enorme nei suoi abiti di festa, gaia, contenta, come per un lieto avvenimento di famiglia, accorse in Boboli ad ammirare la più scelta parte di essa".

L'entusiasmo fu indescrivibile, per quanto contenuto dalla presenza del Sovrano, il quale, come fu fatto pubblicare anche dalla Gazzetta Ufficiale, "rimase edificato dell'ordine e della precisione che in eminente grado distinguevano un tal corpo, a cui pubblicamente attestò la sua piena soddisfazione"; ed il comandante superiore balì Niccolò Martelli ricevé dal Granduca particolari congratulazioni.

Quella solennità fu indimenticabile per molti motivi: primo fra tutti quello, di far vedere che all'occorrenza, non si era degeneri dagli avi.

Ma "quando tu stai bene, Iddio ti guardi" dice un vecchio dettato. E così avvenne della Guardia Urbana: la quale, col suo mirabile contegno e la sua disciplinatezza destò le gelosie della "soldatesca stanziale, che non tollerava di essere superata nell'ammirazione sincera e spontanea del popolo e del principe e nell'esemplare portamento militare".

A questo malcontento e a questa gelosia, si univa la sorda guerra dei codini che non vedevan di buon occhio tanti cittadini armati, - per quanto lo fossero poco meno che di bastoni - e i raggiri degli agenti austriaci i quali, "ora che il pericolo era passato, andavano insinuando che era inutile tenere occupati i popoli in siffatte pratiche militari". E siccome i tristi riescono più spesso dei buoni nei loro disegni, così quando la Guardia Urbana che aveva destate tante liete speranze meritava di essere stabilmente ordinata e disciplinata, venne disciolta.

E per quanto "ciò fosse fatto con accomodate parole, nullameno la dispiacenza fu generale".

Le accomodate parole, che meglio sarebbe dire gesuitiche addirittura, contenute nell'editto 4 giugno 1831, sono le seguenti: "S. A. I. e R. apprezzando l'esemplare emulazione con cui i Toscani d'ogni ceto hanno fatto a gara nel concorrere alla formazione delle Guardie Urbane e Locali, ne ha provato nell'animo Suo la più gradita sodisfazione. Ha quindi nel tempo stesso dedotto un'ulteriore luminosa dimostrazione del prezioso amore dei suoi fedelissimi sudditi, e dell'incivilimento tanto diffuso tra loro, da farli certi che i pubblici comodi si promuovono nella tranquillità dell'ordine sociale, a cui per conseguenza l'onesto accorgimento è portato ad offrire accurata ed efficace tutela. Mentre in vista dell'indole che distingue le toscane popolazioni, si compiace S. A. I. e R. di potere ad ogni cenno contare sull'attività delle medesime, sente d'altronde il paterno desiderio di non distrarle senza necessità dalle loro abitudini industriali e domestiche".

L'ipocrita forma di una licenza bell'e buona che veniva data alla Guardia Urbana, senza neanche ringraziarla, non poteva sfuggire a cittadini accorti ed intelligenti, tanto più che sapevano ormai con chi avevan da fare; né valse la lustra, più ridicola che altro, di ordinare che i ruoli della Guardia Urbana fossero conservati nella segreteria di Guerra "per memoria del passato" e per norma del futuro. E sebbene, sempre per dar della polvere negli occhi, fosse stato conservato agli. ufficiali l'onore del grado, nessuno ne tenne conto e anzi volle dimenticarlo, "come avviene delle cose d'ingrata memoria".

L'amarezza che "penetrò nel cuore dei Toscani" vedendosi con quell'atto tenuti a torto in diffidenza, finì di affievolire l'intimo accordo tornato fino a un certo tempo, fra principe e popolo. La paurosa misura d'aver tolto le armi di mano al fiore dei cittadini, i quali per altro non se ne eran serviti che per rendere servigi al proprio paese in momenti difficilissimi, mostrò nel Governo la maggiore ingratitudine, la quale si risolveva in una immeritata ingiuria che maggiormente dispiacque, e che diede poi i suoi frutti.

Leopoldo II messo su dai segreti agenti dell'Austria, che lavoravano senza che egli se ne accorgesse, cominciò a credersi un Sovrano di prim'ordine e che tutte le cose buone fin allora fatte fossero solo merito suo, e non dei savii ministri che gliele avevano consigliate. Cosicché egli subì a poco a poco l'ascendente dell'Austria; la quale, vedendo l'impegno che il Fossombroni metteva nel propugnare in ogni occasione la indipendenza toscana, glielo dipingeva come uomo da non potersi troppo fidare. E il Granduca che abboccò all'amo insidioso, finì per dimostrargli in più d'un'occasione di non riporre ora in lui la piena fiducia. Quello era l'effetto dell'opera iniqua del Ciantelli "persecutore politico" del vecchio e venerato ministro; il quale vedendo che non aveva più quel prestigio di una volta, ebbe l'idea di dimettersi; ma lo trattenne il Corsini. Il Fossombroni vi aderì perché per un momento nutrì la speranza che con l'ascensione di Carlo Alberto al trono sabaudo, la Toscana avrebbe potuto battere una nuova via, conservando quella supremazia civile che tutti le riconoscevano in Italia. Ma oramai era destino che la saviezza e la franca onestà non dovessero esser più le consigliere del trono.

Per conseguenza, dopo l'occupazione austriaca di Modena, Parma e Bologna, i fatti delle Romagne, la minaccia che maggiori turbolenze venissero a funestare la Toscana per la tracotanza del Ciantelli che pareva il vero Granduca, il Fossombroni vedendosi non più ascoltato, ma anzi quasi inviso al Sovrano, cui aveva dato tutto il suo potente ingegno, volle ritirarsi a vita privata. Ed in una lettera da lui scritta da Arezzo al cav. Giuliano Frullani, "sul bisogno di accomodare le forme politiche del Governo" concludeva: "Finiscono tra dodici giorni cinquant'anni, da che un Motuproprio di Leopoldo I mi chiamò agli onori dei pubblici impieghi, senza che io abbia osato giammai di credermi idoneo a disimpegnarne e chiederne veruno. Non sono dunque più per me né i timori né le speranze. Fortunatamente mi resta il delicato sentimento del pregio dell'amicizia, e mi compiaccio in qualche sogno geometrico che non posso ancora abbandonare e di cui parleremo tra poco insieme, giacché il mio ritorno a Firenze non sarà, come la vostra amicizia suppone, molto lontano". Da questa lettera che porta la data del 31 dicembre 1831, si sente tutta la sfiducia che ormai nutriva il Fossombroni per il Granduca accerchiato da gente ambiziosa, abbindolato da birri gallonati e da spie austriache truccate da gentiluomini, contro i quali l'integerrimo Corsini rimasto solo non poteva far argine.

Per Leopoldo II cominciava insensibilmente quel rovescio della medaglia che suol sempre seguire al tempo felice, quando la felicità non è posata su solide basi, o che non si sa mantenere col proprio senno. o che dipende dall'opera altrui. Al politico rovescio di questa medaglia, che una mente elevata avrebbe potuto impedire, si aggiunse per il Granduca quello a cui niuna forza umana poteva opporre resistenza.

La granduchessa Maria Anna, donna di semplici e modeste virtù, la quale pareva di non avere altra missione che quella di amare ciecamente il marito, si affliggeva da gran tempo per un fatto del quale ella non aveva colpa, ma che pure agli occhi di lei pareva tale. Essa sapeva quanto il suo sposo, e più di lui il popolo che non voleva un giorno cadere sotto la dominazione di un principe straniero, desiderasse che fosse assicurata la successione al trono con la nascita di un principe. Ed invece essa ogniqualvolta nutriva la speranza di appagare il desiderio del principe suo consorte e dei sudditi fedelissimi, non aveva dato alla luce che una femmina.

La buona e pia principessa non avendo saputo fare che tre figlie, tanto se ne afflisse, che a poco a poco si annidò in lei un terribile male che non perdona, e che ribelle a tutte le cure, a tutti i tentativi della scienza, la condusse inesorabilmente alla fossa.

L'afflizione di non aver mai partorito un maschio fu probabilmente il movente che determinò la catastrofe, poiché forse i germi del male già erano in lei; ma non per questo la sua fine dispiacque meno ai suoi sudditi che l'amavano davvero, poiché si può dire che essa vivesse soltanto "per beneficare, istruire ed edificare i suoi simili".

Già da qualche tempo i segni del morbo letale che ne rodeva l'esistenza innanzi tempo, si erano in lei fatti palesi: perciò i medici le consigliarono durante la stagione invernale del 1832 il mite soggiorno di Pisa. Ultimi ed inutili tentativi quando si tratta di malattie spietate e crudeli come quella.

Tutta la Corte si trasferì a Pisa, nella speranza che l'augusta malata potesse, se non ritrovar la salute, almeno migliorarne d'assai le condizioni. Ma furon vane speranze; poiché verso la metà di marzo 1832 i segni della prossima sua fine furono manifesti. La infelice sovrana che per parte sua vedeva serenamente avvicinarsi la morte, ne provava orrore per le sue tre povere figlie che un giorno senza dubbio avrebbero avuto una matrigna; poiché, anche d'altra razza, le matrigne press'a poco son sempre le stesse; ed il cuore d'una madre non può reggere per i figli suoi a questa idea più d'ogni altra tremenda.

La pia Granduchessa quando comprese proprio che il suo termine si avvicinava a gran passi, volle presso di sé il suo confessore monsignor Gilardoni vescovo di Livorno, - dove lo chiamavano Girandoloni perché non ci stava mai - il quale l'assisté fino all'estremo.

Egli, in quelle terribili alternative di fallaci speranze e di crudeli disinganni, amministrò alla Granduchessa tre volte il viatico in pochi giorni; ed il Granduca volle in persona tenere l'ombrellino come faceva nelle processioni del giovedì santo nella chiesa di Santa Felicita in Firenze.

La sera del 23 marzo i due medici curanti, professori Brera e Betti dichiararono imminente la fine della Sovrana: ed infatti il giorno dipoi, assistita da essi e dal vescovo Gilardoni, spirò come una bambina, senza che quasi se ne avvedessero.

Per ordine del Granduca ne fu imbalsamato il cadavere e furon date tutte le disposizioni per il trasporto a Firenze che avvenne il 28 di marzo.

Il corteggio funebre che si mosse dal real palazzo di Pisa, quando giunse fuori di Porta Fiorentina tanto la truppa che il clero si fermarono, ed il convoio seguitò per la sua strada. Precedeva la carrozza a quattro cavalli del Commissario che aveva in consegna la salma; quindi quattro palafrenieri a cavallo e dopo il carro funebre "a sei cavalli di scuderia" seguito da quattro guardie del corpo e da un anziano. Dietro veniva la carrozza dei religiosi della chiesa di San Niccola di Pisa, che accompagnavano la morta Granduchessa.

Il convoio dopo aver fatte due fermate, una a San Romano e l'altra all'Ambrogiana, giunse nel pomeriggio del 29 a Firenze.

Il lugubre suono delle campane annunziò l'avvicinarsi del funebre corteggio; e la Guardia del Corpo e il battaglione dei Granatieri si schierarono fuori della Porta a San Frediano da dove il corteggio arrivava. La Cavalleria ed il battaglione dei Fucilieri occupavano la Piazza del Carmine; i cleri e le corporazioni religiose erano riuniti nel Seminario di Cestello.

Alle 5 pomeridiane arrivò alla porta il convoio e fu composto il corteggio con un plotone di Cacciatori a cavallo, il battaglione dei Granatieri, le croci mortuarie, i Religiosi d'Ognissanti, quelli del Monte alle Croci, il clero di San Frediano, di Santa Felicita, di San Lorenzo e della Metropolitana; quindi la carrozza del Commissario, i quattro palafrenieri con torce, ed il carro funebre fiancheggiato dai cappellani', dal parroco di Corte e dai quattro religiosi di Pisa. Faceva ala il Corpo degli Anziani e seguivano le Guardie del Corpo, un battaglione di Granatieri e un plotone di Cacciatori a cavallo. Il corteggio percorrendo Borgo San Frediano, il Ponte alla Carraia, Via della Vigna, la Piazza di San Gaetano e il Canto alla Paglia, giunse alla Basilica di San Lorenzo. Sulla porta, il Commissario incaricato del trasporto, consegnò al duca Strozzi maggiordomo maggiore, le chiavi della cassa ove era rinchiuso il cadavere; e dopo la recognizione dei sigilli fatta dall'Avvocato regio, sempre sulla porta della chiesa, la cassa fu benedetta dal Priore e portata direttamente a tumularsi nella cappella della Madonna del Ritorno presso la cappella di Michelangiolo. Qui fu stipulato l'atto di consegna, al quale furono testimoni i due ciambellani Ottaviano Compagni e Giuseppe Rucellai. Una chiave fu consegnata al Priore e l'altra si conservò nella guardaroba generale del Granduca.

Le esequie solenni della defunta Granduchessa furono fatte nella Basilica di San Lorenzo il 30 aprile 1832.

Con un'affluenza straordinaria, il popolo rimpiangeva sinceramente la perdita di una donna esemplare e modesta anche nello splendore del trono, e che beneficò quanti più poté.

Il tumulo di stile classico nel mezzo di chiesa fu lodata opera dell'architetto Baccani, il quale pure diresse l'addobbo dell'esterno del tempio.

Il Magistrato civico della Comunità di Firenze si era adunato alle 10 antimeridiane per assistere in forma solenne alla funebre cerimonia, nella Scuola dei cherici di San Lorenzo facendo le funzioni di Gonfaloniere "il signor Ottaviano Naldini" in assenza del cavaliere balì Cosimo Antinori. "Mancarono alla suddetta funzione i signori Emanuele Fenzi e Lorenzo Biondi".

Monsignor Gilardoni lesse il panegirico in memoria della defunta sovrana "e terminata la funzione furono licenziati". E questo c'era da aspettarselo.

La nuova Granduchessa

Seconde nozze - La chiesta di matrimonio - Maria Antonia delle Due Sicilie Il principe Corsini - Leopoldo II parte per Napoli - Sua permanenza in quella città - Gita a Pompei - Festeggiamenti - Il contratto nuziale - Matrimonio religioso - Gli sposi s'imbarcano - Preparativi a Firenze - Arrivo a Livorno della coppia nuziale - Feste - Gli sposi si recano a Pisa - Feste a Pisa - Solenne ingresso di Leopoldo Il e di Maria Antonia a Firenze Te Deum e feste – "A Firenze non ce stanno poveri".

Leopoldo II, per "appagare - da buon sovrano - le brame dei sudditi", dopo nemmeno un anno di vedovanza, stabilì di passare a seconde nozze. E siccome per ragione di Stato egli doveva far questo passo, così cercò di farlo meglio che poteva, poiché questa volta era libero di scegliere da sé e non era costretto ad obbedire al babbo, alla mamma e ai ministri, e prender la moglie che gli avrebbero data. Perciò scelse una delle più belle principesse delle case regnanti d'Europa, disponibili per una corona. Benché Leopoldo II avesse trentasei anni, non si peritò a prendere una giovinetta che ne aveva appena diciotto, memore forse del dettato fiorentino: "A cavallo vecchio, erba tenera".

Intavolate le trattative diplomatiche fra il gabinetto toscano e quello di Napoli, poiché la prescelta sposa era la principessa Maria Antonia delle Due Sicilie, sorella del re Francesco I, la domanda del Granduca di Toscana fu accolta col più gran piacere dalla Corte napoletana, e il parentado fu stabilito.

Il principe Don Tommaso Corsini ebbe da Leopoldo II la prova della stima in cui lo teneva, incaricandolo di recarsi a Napoli in suo nome a chiedere la mano della bellissima principessa: ed il principe, vero signore in tutta la estensione della parola, vi si recò da par suo, facendo al tempo stesso onore al Sovrano ed allo Stato che rappresentava.

Don Tommaso Corsini partì da Firenze alla metà di maggio del 1833; ed arrivato a Napoli, fu ricevuto dalla Corte con gli onori che gli si competevano come inviato del Granduca, e con la distinzione che egli meritava personalmente.

Il contratto nuziale fu privatamente stipulato a Napoli il 21 di maggio; e due giorni dopo, il principe Corsini con grande cerimoniale si recò alla reggia per fare la chiesta formale della mano della principessa a nome del Granduca di Toscana.

L'idea di garantirsi prima con la stipulazione del contratto, e far dopo la chiesta della mano, è piuttosto curiosa e anche un tantino napoletana.

1 due giorni che trascorsero fra la scritta matrimoniale e la cerimonia della domanda "formale" furono impiegati a preparare di comune accordo i discorsi, che tanto da una parte che dall'altra sarebbero stati pronunziati in quella occasione. Stabilita così la parte più importante di quella specie di commedia officiale, la mattina del 23 maggio Don Tommaso Corsini si recò solennemente al palazzo reale, ove fu ricevuto come un sovrano. Giunto quindi alla presenza del re Francesco I, gli rivolse il combinato discorso dicendogli che il Granduca di Toscana, suo Signore, lo aveva con "sommo onore" inviato presso S. M. onde chiederle la mano della sua augusta sorella. Fra i meriti che furon messi innanzi, vi fu quello che Leopoldo II nasceva dalla granduchessa Maria Luisa zia del re stesso; e che perciò, egli rammentando le virtù dell'augusta madre sua, le quali erano state sempre una prerogativa delle principesse napoletane, desiderando di vederle "risplender di nuovo al suo lato" aveva prescelta donna Maria Antonia. La quale, "congiungendo al sangue illustre la venustà delle forme, le grazie del sesso e dell'età, era quella che a lui ed allo Stato avrebbe potuto dare una costante felicità".

Pronunziate altre parole, con le quali si alludeva alla speranza di figli maschi - che sembrava dover essere il patto fondamentale - il re rispose al principe Corsini, dichiarando di accettare di tutto cuore la domanda del suo amatissimo cugino "dalla Provvidenza tanto ben collocato nell'elevato posto di Granduca di Toscana".

Dopo la risposta del re, Don Tommaso Corsini si rivolse a Sua Maestà la Regina madre, spiegando anche a lei - ciò che già essa sapeva da un pezzo - il motivo della sua presenza. Ed entrando nell'argomento, le disse che il Granduca conoscendo per fama le nobili qualità personali della avvenente principessa, sapeva "che oltre la bellezza delle forme - la lingua batte dove il dente duole - e le grazie del sesso, essa avrebbe imitato l'augusta genitrice, madre saggia e affettuosa di quella bella e numerosa famiglia della quale la Divina Providenza aveva voluto circondarla".

Che era quanto dire che Leopoldo II gradiva d'aver dei figliuoli.... possibilmente maschi. E la Divina Provvidenza lo contentò, senza però collocarli nell'alto posto che egli occupava, perché già nei suoi imperscrutabili decreti aveva destinato che non ci continuasse a star nemmen lui, che ne sdrucciolò due volte, e alla seconda non fu buono di rialzarsi!

La Regina replicò al principe Corsini, come era stato convenuto, che Ella accoglieva con piacere la domanda del Granduca di Toscana, assicurandolo che la Principessa sua figlia si sarebbe "sforzata" dal canto suo, di meritare l'amore del suo augusto sposo, adorno di tutte le qualità desiderabili per formare la sua felicità.

Lo "sforzo" sarà stato quello di amare un uomo che quasi quasi le poteva esser padre, e che per di più non era un Apollo, piuttosto che quello di meritare l'amore di lui, che doveva invece reputarsi felice se veniva accettato il suo dalla bella e formosa principessa napoletana.

Queste cose però si potevano pensare ma non dirle.

Recitata anche con la regina madre la seconda parte, Don Tommaso Corsini si rivolse alla giovane sposa, per tenerle press'a poco il medesimo discorso. Infatti, prendendo le mosse dalle virtù che la adornavano e terminando coi "pregi particolari di natura" che il cielo le aveva prodigati e che l'avevano "a ragione" fatta prescegliere per sposa dal Granduca, le domandò il suo consenso dopo aver ottenuto già quello del suo augusto fratello e della non meno augusta genitrice. Quindi facendo l'elogio del suo Signore, il principe Corsini l'assicurò che in esso ella avrebbe trovato "uno sposo saggio e tenero, ricolmo di tutte le più belle qualità sociali e familiari" che essa poteva desiderare. Conchiuse poi con l'assicurarla che i toscani l'avrebbero amata come amarono la sua zia, buon'anima, l'augusta granduchessa Maria Luisa madre del suo futuro sposo, poiché pareva proprio che tanto il Granduca che Don Tommaso Corsini, ritenessero di un grand'effetto sull'animo di Donna Maria Antonia, l'idea di sposare il figlio di sua zia!

La chiusa poi del discorso del principe, che come gli altri due pareva un sonetto a rime obbligate, fu la solita allusione ai figli maschi. Dopo aver magnificato alla principessa la soavità del clima della sua nuova patria, "l'amenità delle ridenti e ben colte campagne, la educazione - che allora non era una parola senza senso - del popolo, l'amore per le belle arti e gli studi" le disse che da questa unione si sperava che fossero "appagati e coronati dal più felice successo quei fervidi voti indirizzati al cielo dalle reali famiglie e dai popoli", per appagare le brame dei quali, Leopoldo II riprendeva moglie.

La scusa non era cattiva!

La Principessa se non fece il viso rosso sentendo per la terza volta ripetere quella faccenda del resultato delle nozze, vuol dir che in cuor suo nutrì tanta fede e tanta fiducia in Dio, da potere affrontare impavida il suo nuovo destino.

L'avvenentissima Donna Maria Antonia delle Due Sicilie, replicò al principe Corsini testualmente così senza sbagliare una parola:

"Son grata alla domanda della mia mano fatta da Lei, signor Principe, in nome del suo sovrano il Granduca di Toscana, i di cui pregi e qualità non mi lasciano esitare ad unire il mio consenso a quello del Re mio fratello e della Regina, mia augusta e carissima madre; riconoscendo con gratitudine dover solo alle Loro affettuose cure la felicità che mi promette questa unione, tanto più lusinghevole al mio cuore, che non mi allontanerà di molto dalla mia cara famiglia.

Desidero vivamente trovar in quella di S. A. I. e R., della quale vado a far parte, l'amicizia che già nudrisco per Lei, come spero che seguendo le massime di famiglia che mi sono state ispirate dai primi giorni della mia età, potrò meritarmi l'affetto della buona e colta Nazione Toscana, così commendevole pel suo attaccamento ai suoi Sovrani.

Dichiaro ora a Lei, signor Principe, che il suo Sovrano non poteva scegliere personaggio più adatto di Lei ad adempiere all'incombenza che Le è stata affidata, essendomi ben note le virtù e le eminenti qualità che l'adornano, e per le quali ha tanto meritata la stima e la fiducia dello stesso suo Sovrano".

Questo complimento era stato rivolto sinceramente a Don Tommaso Corsini anche dal Re Francesco e dalla Regina sua madre.

Compiuta così la cerimonia della domanda officiale, non s'aspettò altro che l'arrivo a Napoli di Leopoldo II. Già da qualche giorno erano partiti alla volta di Firenze il principe e la principessa di Salerno, che vi arrivarono il 20 maggio, incontrati fuori di Porta a Pinti dal Granduca stesso e dalla matrigna - già sua cognata e.... suocera - granduchessa Maria Ferdinanda.

Il principe e la principessa, furono ospitati a Palazzo Pitti; e dopo aver visitata la città e le gallerie di cui si mostrarono entusiasti, ripartirono il 23 maggio, precedendo di un giorno il Granduca, che partì pure per Napoli accompagnato dal gran ciambellano marchese Lodovico Incontri, dal brigadiere Sproni, dal cavaliere Antonio Montalvi, dal segretario Giannetti, dal commesso Bitthauser, dal prof. Paolo Scavi, dall'ingegnere Silvestri, dal pittore Angiolini, dal cameriere Nasi, e dal furiere Salvadori.

La partenza ebbe luogo in cinque carrozze di posta; e la carrozza di cucina si era avviata un giorno avanti con Marco Santini primo confetturiere, Leopoldo Gambacorti cuoco, Leopoldo Gargaruti garzone di confetturiere, ed il pulitore di cucina, Mariotti.

Il giorno dopo la partenza del Granduca, partirono pure il maggiordomo maggiore, la maggiordama maggiore ed altre dame "e distinti soggetti" della futura sposa.

A Roma, il 26, Leopoldo II ricevé la visita dei principi di Salerno che lo aspettavano, e coi quali proseguì il viaggio per Napoli, dove fece ingresso la sera del 28 alle sette e mezzo pomeridiane a fianco del re, che era andato a riscontrarlo fino a Capua.

Il Granduca fu alloggiato al Chiatamone; e la mattina dopo, il popolo napoletano aspettava che uscisse per vederlo bene di giorno: ed egli per dargli la dovuta soddisfazione, andò a passeggiare per la città con la Regina e l'augusta sposa.

Il Diario di Corte non dice che effetto fece ai napoletani l'augusto sposo, che era alto poco meno di due metri e di già un po’ curvo: ma si può supporre.

Il Granduca ricevé dalla Corte molte dimostrazioni d'affetto e di simpatia, forse perché era - come si suol dire - un buon partito; e forse anche, per supplire alla non soverchia espansione della principessa, che pur vedendolo per la prima volta, non era stata colpita da quella sensazione ignota, che tutte le ragazze s'aspettano.

Il dì 3 essendo l'onomastico del re, Leopoldo II alle undici antimeridiane andò in grande uniforme - cioè tunica bianca, pantaloni rossi con la banda dorata, e lucerna gallonata d'oro con lo spennacchio verde - a complimentare il cugino cognato; e la sera con tutta la famiglia reale, si recò allo spettacolo di gala al San Carlo.

Fra le tante attenzioni ricevute dalla Corte napoletana, quella che forse fu più gradita dal Granduca, fu la gita a Pompei il primo di giugno, dove egli desinò col suo seguito ed i personaggi napoletani che gli erano stati assegnati dal re.

Le tavole vennero disposte nel luogo chiamato i bagni Pubblici, "dove tuttavia si conservano due belle stanze a volta reale".

Nella prima stanza fu posta la tavola per le dodici persone del seguito; e nella seconda, meglio conservata e più spaziosa, quella del Sovrano e delle cariche.

Dopo desinare, Leopoldo II assisté agli scavi ove fu scoperto "una gran parte d'un pavimento ed una nicchia a mosaico, alcune conchiglie, ed una piccola figura di bronzo che fu battezzata per un Ercole". Nel tempo che il Granduca osservava questo. fu avvertito che si scoprivano in altra parte delle ossa: egli vi accorse, e si dilettò nel veder mettere alla luce tre cadaveri umani ottimamente conservati, un anello che per ricordo si pose in dito, un lume a mano, un piccolo vaso di rame, una specie di bacino a due manichi, ed altri oggetti ed utensili dei quali gli fu fatto un presente.

Il Granduca fu soddisfattissimo, e ne parlò con compiacimento ad alcuni artisti napoletani che gli vennero presentati.

La mattina del 4 giugno fu fatta in suo onore una rivista generale di 6000 uomini "con diverse evoluzioni" alla presenza del re e dei principi della casa reale. Leopoldo II vi intervenne a cavallo ed ammirò molto la tenuta delle truppe, come doveva fare: ma si era divertito più a Pompei.

La sera andò alla magnifica festa data in suo omaggio dal principe Tommaso Corsini ed alla quale intervenne la Corte e tutta l'aristocrazia napoletana, che ne rimase ammiratissima.

Alle dodici meridiane del dì 5, nelle stanze del re Francesco, fu stipulato il contratto civile fra il Granduca e S. A. R. Donna Maria Antonia, principessa delle Due Sicilie. In questa occasione Leopoldo II conferì varie decorazioni dell'Ordine di San Giuseppe, cominciando dal Re fino agli ufficiali d'ordinanza.

Finalmente, con tutto lo sfarzo spagnolescamente barocco della Corte napoletana, la mattina del dì 7 di giugno alle dieci e mezzo fu celebrato nella cappella reale il matrimonio alla presenza del Re, dei principi della Casa, dei ministri esteri, delle cariche, dei ciambellani, dei generali e della nobiltà ammessa a Corte.

Da un cappellano di camera fu prima letto il Breve della dispensa di consanguineità; e quindi da Monsignor cappellano maggiore, assistito da due cappellani di camera e dal parroco di Corte, fu compita la cerimonia, durante la quale i forti di Napoli tiravan le cannonate, e le campane delle chiese suonavano a distesa in una generale confusione di festante sbalordimento.

Gli sposi si ritirarono quindi nel Regio appartamento, e nel gran salone ricevettero gli omaggi dei ministri e di tutte le persone ragguardevoli.

Al tocco - e pareva l'ora - andarono soli al Chiatamone, ove si trattennero fino alle due e mezzo, essendosi poi compiaciuto il Granduca di presentare alla sposa "gli individui" della sua Corte.

Dopo il pranzo di famiglia, che ebbe luogo al palazzo reale, il Granduca e la nuova Granduchessa di Toscana andarono al passeggio in carrozza di gala; e la sera alle nove si recarono al teatro di San Carlo, ove furono accolti "da triplicati applausi".

Il giorno seguente al tocco, il re andò a far visita agli sposi; e dopo di esso vi si recarono i principi.

La partenza per Firenze fu fissata per le quattro pomeridiane; e gli sposi con la famiglia reale nelle lance di Corte, andarono alla R. Fregata la Sirena, che dopo mezz'ora fece rotta per Livorno. Il Re e la Regina rimasero a bordo con gli sposi fino alle sette e mezzo; e quindi con altra fregata tornarono a Napoli.

I forti di Napoli ed i bastimenti che si trovavano all'àncora, uniti ai cinque legni da guerra che trovavansi in porto, salutarono all'atto dell'imbarco la reale comitiva, che non poteva celare l'emozione di quel momento.

Frattanto a Firenze c'era una grande aspettativa per la futura Sovrana, preceduta già dalla fama della sua bellezza: si preparavano agli sposi grandi accoglienze e non si parlava d'altro che delle feste che si sarebbero fatte al loro arrivo.

Anche il Magistrato civico si dava un gran da fare perché la città comparisse degna delle sue tradizioni di civiltà. E nell'adunanza del 27 maggio "facendosi interpetre del voto pubblico e dell'esultanza generale di tutti i sudditi nel considerare che con tal mezzo la Divina Provvidenza voleva confermare la speranza dell'assicurazione dei destini della Toscana, deliberò che la Comunità era nel preciso dovere di esternare la sua viva gioia per sì felice avvenimento".

Se il Magistrato non fosse stato certo che la Divina Provvidenza assicurasse i destini della Toscana con la nascita di qualche principe a preferenza di altre principesse, non avrebbe sentito il preciso dovere d'esternare nessuna gioia.

In ogni modo fu stabilito che il Gonfaloniere, cavaliere balì Cosimo Antinori, offrisse in nome pubblico al Governo, in assenza di S. A., una festa pubblica in continuazione di quelle solite farsi per San Giovanni.

Del progetto delle feste fu incaricato l'ingegnere di circondario Paolo Veraci, il quale propose una gran festa campestre ed una cuccagna alle Cascine, per la quale si supponeva occorrere la spesa di settantaduemila lire toscane, salvo quel più che poteva occorrere per renderla più decorosa e splendida "e di soddisfazione del popolo" che poi in fondo era quello che doveva pagare: supposto sempre che con qualche alzata d'ingegno, il Magistrato civico non trovasse modo di far pagare ogni cosa al graziosissimo Sovrano. Ma il magistrato però, "a sollievo" appunto del popolo, soppresse la progettata cuccagna, e vi sostituì la estrazione di sessanta doti di cinque scudi l'una "a povere zittelle della città di Firenze, dai diciotto ai venti anni".

Oltre a questa festa, l'ingegnere Veraci propose anche di estendere le consuete illuminazioni, prevedendo perciò una somma di ottomila lire di più.

Nel tempo stesso che deliberava tali feste, il Magistrato ebbe la gretta e meschina idea di deliberare un'istanza al Granduca perché si degnasse di fare anticipare dalla Depositeria la somma di settantamila lire da restituirsi a ventimila lire l'anno! Ci si doveva venire!...

Fu altresì deliberato avvisare ed invitare "il pubblico ed abitanti della città" ad adornare le finestre delle loro case d'arazzi e tappeti nelle strade ove sarebbero passate le loro Altezze Imperiali e Reali, in occasione dell'ingresso solenne in Firenze. E di più, che nella sera, gli stessi signori "abitanti della città indistintamente", fossero invitati anche "ad illuminare le loro case in segno d'esultanza e di giubbilo del fausto avvenimento del loro matrimonio", cioè quello dei sovrani, e non degli abitanti con le case, come parrebbe che s'intendesse dal testo curioso della deliberazione del Magistrato.

Ma dopo tre giorni, il Magistrato riflettendo "che non era di convenienza della Comunità di domandare un imprestito alla R. Depositeria per supplire alle spese della festa da offrirsi a S. A. R. e I. in occasione del di Lui Matrimonio, si riposero - e fecero bene - dal partito del 27 precedente, dichiarandolo come non avvenuto", ed approvando il progetto della festa alle Cascine e delle sessanta doti da estrarsi in uno dei prati delle Cascine stesse, stabilirono di supplire alla spesa occorrente, "commettendo al signor Gonfaloniere di implorare dall'I. e R. Governo l'autorizzazione di creare un imprestito fruttifero da rimborsarsi a rate annue". Dai signori adunati vennero poi eletti nella stessa adunanza per assistere il Gonfaloniere nella occasione delle feste i due loro colleghi cav. Pier Francesco Aldana, e Carlo Berretti.

Per ciò che riguardava la festa delle Cascine, fu nella adunanza del 19 giugno 1833 dichiarato "che per l'ingresso al padiglione destinato specialmente per la R. Corte, fosse fatto l'invito generale alle Stanze del Casino dei Nobili e alle Stanze dei cittadini, per l'ammissione di tutti quelli ammessi in detti locali, purché decentemente vestiti in frak, pantaloni e scarpe" !!

Che ci volesse una deliberazione speciale del Magistrato civico, per imporre a coloro che frequentavano il Casino dei Nobili e le Stanze dei cittadini, i quali avessero desiderato di penetrare nel padiglione della Corte, che si mettessero i pantaloni e le scarpe, è piuttosto strano. Sarebbero stati dei cittadini e dei nobili molto originali se ne avessero fatto a meno, specialmente essendo in giubba!

Fino dal dì 8 giugno erano partite da Firenze la Granduchessa vedova, l'arciduchessa Maria Luisa e le piccole arciduchesse con numeroso seguito, tutte dirette a Pisa per recarsi a Livorno, onde esser presenti allo sbarco degli sposi serenissimi. Il dì 9 era arrivato a Firenze il corriere da Napoli, che portava al Governo la notizia officiale del matrimonio celebrato. La Sirena fu in vista di Livorno, a molta distanza, il giorno 13 alle sei e mezzo, mentre si faceva per la città la consueta processione dell'ottavario del Corpus Domini.

La mattina seguente alle tre, prima di giorno, il Governatore di Livorno e il capitano del porto, andarono incontro alla Sirena "per darle pratica e per munirla di piloto onde potesse francamente dar fondo"; ed alle undici e mezzo, a, due miglia, la nave gettò l'àncora.

A mezzogiorno la Granduchessa vedova, l'arciduchessa Luisa, e le arciduchessine Carolina, Augusta, e Massimiliana, con tutte le cariche di Corte andarono in una lancia a bordo della fregata, ed al tocco scesero tutti dalla Sirena sbarcando dopo mezz'ora nella darsena, davanti ai quattro mori, "fra il rimbombo delle artiglierie del forte, dei bastimenti da guerra ancorati nel porto, e dagli applausi di immenso popolo". Il Granduca, la granduchessa Maria Antonia le altre principesse e le cariche, montarono in otto carrozze di gala; e passando da Porta Colonnella, per Via Grande dov'era schierata la guarnigione, entrarono nella Cattedrale ricevuti dal clero, dalle magistrature, dagli ufficiali e consoli esteri, e fu cantato il Te Deum in musica.

Andati a palazzo, i Sovrani ricevettero le cariche cittadine; e alle sette, dopo pranzo, andarono ad assistere alla corsa dei cavalli col fantino, nel nuovo "Viale dell'Acquedotto": quindi si portarono a vedere il tempio ebraico, ed alle dieci assistettero alla festa da ballo data in loro onore dalla città, nella Gran Conserva, vulgo Cisternone, rimanendovi fino al tocco dopo mezzanotte.

Dopo essersi trattenuti tutta una giornata a Livorno, il dì 16 giugno alle due pomeridiane gli augusti sposi partirono per le Cascine nuove di Pisa, ove arrivarono verso le tre e mezzo, ricevuti dal Governatore.

Per acquistare tempo, fu anticipato il pranzo, che fu servito alle quattro, dopo il quale i Sovrani continuarono la via crucis dei divertimenti officiali, cominciando da un trattenimento campestre dato in loro onore dalla R. Amministrazione delle Cascine. e consistente nella mostra "delle diverse razze che col migliore ordine passarono davanti alle finestrine della Palazzina, dove i Sovrani stavano affacciato".

Quindi fu fatta una curiosissima corsa di cammelli con fantino, e dopo furon messi in libertà una quantità di daini "che a bella posta erano stati per qualche giorno rinserrati: finalmente chiuse il divertimento la così detta caccia del toro".

Dopo questo primo saggio di feste, il Granduca e la Granduchessa si disposero a fare l'ingresso in Pisa entrandovi la sera alle nove per la Porta Santa Maria, facendo il giro di tutta la città per godere l'illuminazione fino alle undici, ora in cui smontarono alla R. Residenza, per entrare in barca onde percorrere l'Arno fino alla mezzanotte per godere anche la luminara.

Ormai giacché c’erano, vollero fare la campana tutta d'un pezzo senza prender riposo, per uscirne più presto e anche perché se no, i lumi si spengevano.

Il seguente giorno cominciò la divertente fatica dei ricevimenti dopo essere stati, la mattina, alla primaziale in piccolo uniforme, con servizio di chiesa, per ascoltar la messa, detta dal Vescovo di Livorno, lo stesso monsignor Gilardoni che aveva assistito fin da ultimo, un anno fa, la defunta granduchessa Maria Anna!

Le Arciduchessine accompagnate dalla Granduchessa vedova, partirono alle cinque pomeridiane; e così non assistettero alle regate "delle Lance", - dal Ponte di mezzo al Palazzo reale, - dal terrazzino del quale gli sposi godettero tale spettacolo.

A forza di godere non ne potevano più!

Finalmente il giorno seguente dopo avere assistito anche alle corse dei cavalli sciolti "per ambedue le parti del Lungarno" i Sovrani con l'arciduchessa Luisa partirono per Firenze, fermandosi all’Ambrogiana dove passarono la notte.

Il dì 20 giugno era stato stabilito per il solenne ingresso della nuova Granduchessa nella capitale; per conseguenza il riposo dell'Ambrogiana non fu soverchiamente lungo: e bisogno ce ne sarebbe stato; perché dopo tutto lo strapazzo - piacevole fin che si vuole - delle feste a Livorno e a Pisa, vi era quello anche maggiore che l'aspettava nella capitale coi ricevimenti, gli spettacoli e le comparse pubbliche, da ringraziare Iddio con tutto il cuore quando sarebbero finite.

Intanto fino dalla mattina alle dieci, i componenti la R. Anticamera, "in piccolo uniforme" si riunirono nel Quartiere delle Stoffe in attesa dei Sovrani; e per la medesima ora erano state invitate le cariche di Corte, le dame e i ciambellani di servizio, perché si trovassero alla Villa Tempi fuori della Porta San Frediano, la quale villa era stata prescelta per lasciare le carrozze da viaggio con le quali sarebbero arrivati gli augusti personaggi, e prendere "le mute di Corte".

Avendo però i reali sposi anticipato il loro arrivo, essi ed il loro seguito si valsero del tempo acquistato per cambiarsi di abiti, e così far l'ora che le cariche invitate fossero riunite.

Il suono delle campane di tutte le chiese e le salve d'artiglieria delle Fortezze di Belvedere e da Basso, annunziarono al popolo, che fin dalle prime ore delle mattina si accalcava per le strade dalle quali sarebbe passato il reale corteo, la partenza di esso dalla Villa Tempi. Il suono delle musiche, il rullo dei tamburi, i comandi degli ufficiali alle truppe schierate, il brusìo della gente, l'impazienza dei più fanatici, che cominciavan di già a batter le mani, annunziò che finalmente il Granduca entrava in Firenze con la augusta sposa.

Bisognava veder Firenze quella mattina! Era splendida addirittura: tutte le botteghe eran chiuse, le case ornate di tappeti; dai finestroni dei palazzi pendevano arazzi ricchissimi di infinito pregio da destare la meraviglia dei forestieri che. non capivano come mai così numerosi e pregevoli oggetti d'arte, che altrove si sarebbero tenuti chiusi gelosamente nei musei, qui si mettessero fuori come pubblico ornamento in occasione di feste. Perciò comprendevano sempre più, che si trovavano nella vera patria dell'arte, che vi aveva profusi i suoi tesori sotto tutte le forme, con una larghezza ed una magnificenza non mai veduta altrove.

Quando il corteo nuziale arrivò alla porta, fu un'esclamazione unanime d'ammirazione per il suo sfarzo veramente

regale.

La carrozza dov'erano gli sposi preceduta da due lacché, era dorata, lateralmente tutta a cristalli: e sul cielo di essa due puttini alati reggevano la corona granducale. I sei superbi cavalli morelli che vi erano attaccati avevano i finimenti dorati, ed eran tenuti da palafrenieri di Corte in gran gala. Due cacciatori a piedi eran dietro, e gli staffieri facevano ala.

La carrozza era scortata e seguita dalle guardie nobili a cavallo in gran tenuta, comandate dal brigadiere Cervini, e dai sotto brigadieri Tassinari, Spannochi e Gozzini: seguivano poi le altre mute pure a sei cavalli dove erano l'arciduchessa Maria Luisa, le cariche di Corte e i ministri esteri.

Il colpo d'occhio era magnifico, per tutto lo stradale; ma più caratteristico e tipico in Borgo San Frediano.

Dalle fìnestre di tutte le case stipate di gente del popolo che cicalavano, che urlavano, che si chiamavano a nome, si facevano conversazioni e dialoghi i più burleschi e curiosi. Le barzellette spontanee per l'impazienza, i motti, gli scherzi per la curiosità di vedere la sposa, eran tutti fiorentini. Ma quando si scorsero i primi dragoni e poi le guardie nobili e le carrozze di gala, fu uno spenzolarsi generale per veder la nuova Sovrana, fin quasi a venir di sotto. Ognuno diceva da una finestra all'altra, da un piano all'altro, e anche da casa a casa la propria impressione sulla sposa, che piacque subito straordinariamente, facendo un frastuono maggiore delle campane e delle cannonate.

Quelle tessitore, quelle incannatrici di seta che stavano ai pianterreni, e che ritte sulle seggiole la vedevano meglio, esclamavano senza soggezione: - E' se n'è nteso eh? - volendo con ciò spiegare che Leopoldo aveva saputo scegliere. Altre più spregiudicate, alludendo alla differenza d'età, non avevan riguardo di dire mentre passava la carrozza di gala: - La par su' figliola!... -

E queste impressioni, sebbene non manifestate così screanzatamente, furono uguali in tutti i cittadini.

Lo stradale percorso fu: Borgo San Frediano, Fondaccio di Santo Spirito, Via Maggio e Sdrucciolo de'Pitti. La piazza era cosi gremita, che il drappello dei dragoni, le guardie nobili e le carrozze, stentarono a passare. I più vicini, con la improntitudine caratteristica della curiosità popolare, mettevan quasi il capo dentro la carrozza per veder proprio da vicino la decantata bellezza della sposa; tutti ne rimasero abbagliati; poiché la sua scultoria bellezza, e la perfezione delle linee, risaltava maggiormente dall'abito attillato e scollato. Le braccia poi, scoperte fin sopra al gomito erano una meraviglia. Era un peccato che non fosse di statura più alta, sebbene molto proporzionata; la sua bellezza vi avrebbe acquistato senza fine.

Portava un cappello elegantissimo color canarino, sormontato da un ciuffo di penne dette uccelli di paradiso. Al collo aveva un vezzo di perle "grosse come i ceci" disse subito il popolino, che sgranava gli occhi a veder quella po' po' di ricchezza.

Giunto il corteggio a Palazzo Pitti, i Sovrani allo smontare dalle carrozze furon ricevuti dalla R. Anticamera; e a mezze scale, dalle figlie e dalla Granduchessa vedova. Gli insistenti applausi del popolo, che non rinunzierebbe al divertimento di far sempre venir fuori i Sovrani, nemmeno a tagliargli la testa, obbligarono Leopoldo II e la granduchessa Maria Antonia ad affacciarsi più volte alla terrazza.

Fatta quindi la presentazione delle cariche, a mezzogiorno furon tutti licenziati, e finalmente gli sposi poterono respirare per qualche ora. E ne avevan proprio bisogno!

Ma fu un riposo di breve durata, poiché "dopo pranzo" - come si diceva allora per indicar le ore pomeridiane - doveva aver luogo la funzione solenne del Te Deum in Duomo. L'ora stabilita era le sei: ed il Gonfaloniere insieme ai signori priori, nobili e cittadini, in abito di cerimonia col lucco e il berretto, preceduti da sei mazzieri vestiti di rosso col ferraiolo bianco, facciole e calze bianche, e, le scarpe nere con la rosa bianca e rossa; si riunirono come di consueto nelle stanze del Bigallo. Quindi insieme alle altre magistrature si recarono in Duomo, in attesa dei Sovrani e della Corte. Già le dame della nobiltà in abito di gala "col manto" avevan preso il loro posto; e i ministri esteri e le cariche, a mano a mano che arrivavano, venivano dai cerimonieri condotti negli spazi loro assegnati.

I granatieri, col morione, pantaloni bianchi e ghette nere facevano il servizio di chiesa, dalla porta grande lungo tutta la navata di mezzo, fino all'altar maggiore.

Oltre cento lumiere pendevano dal soffitto del maestoso tempio, ai fìnestroni del quale erano state tirate le tende di filaticcio di color verde cupo, per diffondere sotto le ampie e severe vòlte quelle mistiche tenebre che dando maggior risalto alle migliaia delle candele accese, producevano un effetto artisticamente meraviglioso.

Un mormorio d'ammirazione sorse all'apparire della granduchessa Maria Antonia in tutto lo splendore della sua giovanile ed opulenta bellezza, e della maestà del suo grado. Ma al solito, come segue in Firenze di tutte le cose anche le più belle, si volle trovare da ridire: ad alcuni parve un po' piccola, ad altri troppo pingue e a chi tozza, a chi ordinaria, a chi superba e via dicendo. Ma in generale, specialmente alle donne, e questo è da tenersi in gran conto, piacque straordinariamente e fu ammirata e lodata anche più del dovere.

La sera alle otto e tre quarti fu fatta all'augusta Sovrana la presentazione del corpo diplomatico in grande uniforme, e fu trattenuto a circolo per oltre un'ora.

Per ventiquattr'ore gli sposi ebbero un altro riposo, per ricominciare la sera dopo col pranzo d'etichetta nella Sala delle Nicchie, in abito di gala e le signore col manto.

Come a Dio piacque, fino al giorno di San Giovanni i Sovrani, salvo il solito supplizio dei ricevimenti, delle presentazioni e delle udienze particolari, furono lasciati in pace: ma il 24 di giugno fu - come suol dirsi - giornata campale.

La mattina alle dieci e mezzo andarono al Duomo al gran servizio di chiesa in abito di gala, e le dame col solito manto. Alla elevazione le truppe schierate sulla piazza fecero i tre spari, non troppo a tempo se si vuole, ma tali da far sobbalzare a un tratto le migliaia dei fedeli che stavano ad ammirare lo sfarzo della festa più che ad ascoltar la messa, e che non si aspettavano tutt'a un tratto quei tonfi.

Dopo la messa celebrata dall'Arcivescovo, questi diede la benedizione papale, e quindi, con lo stesso cerimoniale come erano venuti, i Sovrani e la Corte si recarono nel tempio di San Giovanni "per l'adorazione delle reliquie e per la solita offerta della cera".

Dall'arciprete del Duomo, rettore della Basilica, fu offerta agli sposi l'acqua santa e poi se ne poterono andare.

Alle sei e mezzo, "dopo pranzo" s'intende, il Granduca, la Granduchessa e tutta la reale famiglia andarono ad assistere alla corsa dei barberi, dal terrazzino del Prato, "con invito ai ministri esteri, consiglieri, ciambellani e dame in abito di gala".

Alla corsa dei barberi vi assistettero pure il 27 per il palio di San Vittorio ed il 29 per quello di San Pietro.

La chiusa delle feste fu il dì 30 giugno, nel qual giorno ebbe luogo la festa campestre alle Cascine, data dal Comune di Firenze, "in contemplazione dello sposalizio del Reale Sovrano". Fino dal 28 giugno 1833 era stato dal signor Gonfaloniere rappresentato al Magistrato essere "di convenienza e di dovere che una Deputazione composta d'individui del Magistrato stesso" venisse eletta per presentarsi a S. A. I. e R. onde pregarlo a degnarsi d'onorare con la sua presenza, e con tutta la I. e R. Famiglia, la festa popolare che la Comunità si era fatta un dovere di dare alle Reali Cascine dell'Isola "a contemplazione delle faustissime nozze celebrate dalla prefata I. e R. A. S. con S. A. R. la principessa Maria Antonia sorella di S. M. il Re delle Due Sicilie". Aderendo il Magistrato - come non c'era da dubitare - a tale proposizione deputò ed elesse il Gonfaloniere medesimo unicamente ai signori Lorenzo Biondi e dott. Pietro Bellucci "ad eseguire un tale onorifico incarico".

Fu pure in detta adunanza stabilito che per assistere alla detta festa, dal principio fino alle ore dodici di notte fossero presenti i priori Carlo Berretti e dott. Pietro Bellucci; e dalla mezzanotte al termine, i signori Giuseppe Bernardi e Gaetano Lastricati. Per ricevere poi al padiglione eretto sul prato della Tinaia, il Granduca e la R. Famiglia, venne deputato il Gonfaloniere insieme ai signori Lorenzo Biondi e Antonio Marcantelli.

Alla festa, che riuscì straordinariamente bella, la reale famiglia vi si recò alle sei e mezzo, godendo dello spettacolo pittoresco e variato di quella folla grandissima che gaia e contenta, vestita a festa si divertiva e mostrava la sua gioia con le esclamazioni rispettose, coi saluti, gli inchini, il levarsi di cappello e gli applausi ai Sovrani, come se quel popolo fosse composto tutto di signori.

Dopo le otto si trovarono riunite nel "Casino delle Cascine" - che oggi si dice il Palazzo - tutte le cariche di Corte: maggiordomi, ciambellani e dame di servizio, in attesa "delle reali persone", le quali vi giunsero alle nove, perché vollero percorrere tutti i viali, tanto in carrozza che a piedi, mescolandosi, senza nessuna ostentazione, fra la gente, per dimostrare al popolo la più grande fiducia e per corrispondere, senza nessun timore. alle franche dimostrazioni d’affetto che ricevevano.

Dopo un'ora di riposo nel Palazzo, o Casino che dir si voglia, i Sovrani, le Principesse e tutte le cariche, i ministri e le dame, alle dieci si recarono a piedi "alla festa di ballo nel gran salone di legname - sontuosamente addobbato - eretto espressamente nel mezzo del prato chiamato della Tinaia" e dove avevano accesso quei tali cittadini in frak, purché avessero i pantaloni e le scarpe, come era stato prescritto nella sofistica deliberazione del Magistrato civico.

L'effetto delle Cascine in quella notte, era meravigliosamente incantevole. Quei vecchi frassini, quelle vetuste quercie che sorgono lungo i viali e nel folto del bosco, illuminate fra i rami da migliaia di palloncini di tutti i colori, davano a quel luogo incantato l'aspetto d'una grandiosa scena fantastica, che difficilmente può immaginarsi. Immensa fu la folla, e straordinario il numero degli equipaggi ricchissimi, coi cocchieri in parrucca e tricorno, i cacciatori e i servitori in gran gala con le lucerne, le livree gallonate, le calze bianche di seta e le scarpe verniciate con la fibbia d'argento.

1 cavalli, superbe razze ungheresi, friulane o irlandesi, avevan tutti i finimenti dorati e sbuffavano e coprivano il morso di schiuma, facendo sudar sangue ai cocchieri per reggerli fra quel frastuono che li infastidiva, in quella scena nuova che quasi li spaventava.

Per quanto le carrozze dalla Porta al Prato al palazzo fossero a quattro file, pure di quando in quando eran necessarie delle soste piuttosto lunghe, tanto era difficile la circolazione per il soverchio concorso.

La Corte si trattenne fin verso il tocco; e la festa finì quasi a giorno, rimanendo celebre per la sua vaghezza e per lo spettacolo che offriva grandiosissimo e gaio.

L'impressione che fece Firenze alla nuova Granduchessa fu quella di una città senza poveri: e non vide di buon occhio gli atti di beneficenza compiuti in quella solenne occasione dal consorte, che fece distribuire sussidi, restituire una gran quantità di pegni, conferendo anche moltissime doti a povere ragazze. Le fece meno caso il condono di certe pene ai detenuti perché quelle non costavan nulla! Forse, abituata alla folla lacera e scalza di Napoli, a quelle buie strade con le case altissime, piene di cenci tesi a tutti i piani, con molte delle vie che parevano immondezzai, come allora era la città così trascurata dai Borboni, parve alla nuova Granduchessa una cosa straordinaria il vedere a Firenze anche la gente del popolo vestita pulita e con le scarpe, le case linde e con le persiane.

Nella sua giovane mente, e con la educazione tutta borbonica che aveva ricevuto, le pareva che il popolo non dovesse essere che miserabile, stracciato, sudicio e scalzo; ed abitare, come cosa naturale, in sozze catapecchie, in oscuri antri, insieme alle bestie visibili e preda di altre invisibili!

Perciò sul principio invece di ritrarre un'impressione favorevole dalla gentilezza, dalla civiltà, dalla pulizia e ganza fiorentina, ne provò quasi dispetto. Ed essa non lo nascondeva: poiché quando le pervenivano da persone bisognose, delle suppliche implorando dalla sua munificenza un sussidio, ella sdegnosamente rispondeva coi suo accento napoletano: "In Firenze non ce stanno poveri".

Per conseguenza nei primi tempi, coi fiorentini non ci ebbe gran sangue; ed il popolo, per dir la verità, passati i primi entusiasmi, la ricambiava cordialmente. A poco a poco però, per mezzo delle dame che Leopoldo ebbe l'accortezza di metterle d'intorno, si affiatò un po' più; ma ci volle del tempo prima di abituarla a seguire le tradizioni di famiglia, facendo qualche elemosina ed avendo i suoi beneficati particolari.

Questa specie di miracolo fu operato dalla signora, Palagi, la dama di compagnia più intima della Granduchessa, moglie del cav. Palagi colonnello dei Granatieri.

Col tempo però Maria Antonietta, modificando le sue prime impressioni, amò Firenze quasi come sua seconda patria, si affezionò anco alla popolazione poiché ne seppe apprezzare la civiltà e i costumi; ne ammirò le tradizioni e le feste che avevan 'tutte un carattere artistico di gentilezza e di garbo.

E questo è proprio il momento opportuno per descrivere la vecchia Firenze, gli usi e le costumanze dei suoi cittadini.

XXIV

Attorno alle mura della città

Le mura d'Arnolfo - Ricordi storici - I ricoverati di Montedomini - Annaffiatura di cavoli - Lungo le mura - Fabbrica di candele e di vernici - La torre del Maglio - La Fortezza da Basso - Le diacciaie - Ragazzi che fanno forca - Giuoco del Pallone - Il mercato di Porta alla Croce - Gli stabbioli dei maiali – I roventini - Le mura oltr'Arno - La Sardigna - La Beppa fioraia - Le chiavi delle porte - Citazioni direttissime - Le frodi della gabella.

Firenze, fino all'anno 1866, era ancora racchiusa entro il quarto cerchio delle mura, che rimontava alla fine del secolo XIII, stato edificato sul disegno di Arnolfo di Cambio, che ne ebbe l'incarico dalla Signoria nel 1284.

Dopo l'ingrandimento della città, furono lasciate come ricordo storico la Torre della Zecca Vecchia e le porte alla Croce, di San Gallo, del Prato e di San Niccolò; ma invece della reverenza dei posteri, esse attestano la trascuratezza di essi; i quali, demolendo le mura, le hanno lasciate lì isolate per servire, sebbene opera di Arnolfo e di altri celebri architetti, di riparo ai venditori ambulanti, di stazione agli omnibus, e per certi altri usi che non è lecito rammentare.

Di qua d'Arno, il giro delle mura dalla parte interna, cominciava dalla Zecca Vecchia in fondo a Via delle Torricelle, oggi "Corso dei Tintori" dov'era il convento delle Poverine, sull'area del quale sorge ora una caserma. Si andava pure alle mura anche da via de'Malcontenti passando dinanzi a Montedomini, o Pia Casa di Lavoro, difaccia alla quale vi era l'altro convento delle Cappuccine, che negli ultimi tempi rimase famoso per essersi ivi fatta monaca una fioraia, celebre per le sue grazie e per la liberalità nel conferirle. Tanto la Torre della Zecca Vecchia, che l'altra in faccia a Via Ghibellina, detta Torre Guelfa, ora demolita, servivano come magazzini di attrezzi per i lavori comunali.

Per le mura si portavano a domare i cavalli, e i funaioli vi facevan le funi.

Oltrepassato Montedomini, in faccia alle mura c'erano giù in basso molti orti – detti di Granchio dal soprannome dell'ortolano - che rispondevano in Via Ghibellina: e dalle spallette della strada si vedevano con molta soddisfazione quei quadrati di cavoli, d'insalata e di sedani, che parevano altrettanti tappeti.

Molti de' vecchi ricoverati nella Pia Casa di Lavoro, che stavan per lì a prendere una boccata d'aria, rimanevano ore e ore seduti sulle spallette del muro, all'ombra dei gelsi a veder girare il bindolo, dal somaro bendato. L'acqua che veniva dalle cassette del bindolo, andava giù nel trogolo diviso in quattro, a croce, dove le ortolane stavano a lavare con certi granatini corti i mazzi delle radici dei ramolacci, delle carote ed i bardelli dei broccoli, che dopo lavati buttavan giù nelle ceste che la mattina dopo andavano alla piazza.

Un altro passatempo per quei ricoverati era di stare a vedere gli ortolani quando annaffiavano l'orto, con una specie di padelle infilate in un manico, arnese cotesto, che diremmo quasi un incunabulo dell'industria agraria.

1 vecchi un po' più arzilli, che avevan perso il pelo ma non il vizio, invece dei contadini guardavan più volentieri con gli occhi lustri, certe belle ragazzotte tarchiate e bronzine, che scalze, col cappellone di paglia in testa e la gonnella tirata su fino al ginocchio, stavano a gambe larghe annaffiando l'orto con più lestezza d'un uomo.

Questo divertimento, visto dalla spalletta della strada lungo le mura della Croce, non era soltanto dei ragazzi e dei vecchi di Montedomini; ma spesso ci si fermavano anche que' bighelloni del basso popolo, che andavano a girellar per le mura.

"Lungo le mura" era uno dei tanti luoghi preferiti per giuocare alla palla; e non era raro il caso che qualche ragazzo, nel calarsi giù per riprenderne una, cascasse in quei poderi, rincorso subito da un cane o scapaccionato da un contadino, perché, con la scusa della palla, molti rubavan l'uva o le pesche o la frutta che più era di stagione. Anzi, qualche volta, siccome alcuni alberi coi rami tentatori si avvicinavano alla strada, certi ragazzi ladracchioli, nello spenzolarsi troppo per agguantare una susina o una mela, andavan di sotto; e di sovente, invece di tornare a casa eran portati allo Spedale.

Proseguendo la gita, s'arrivava a un vicoletto in discesa che si diceva Via del Gelsomino e che riusciva in Borgo la Croce. Quivi erano alcune casette di povera gente, per le quali lo sterrato del vicolo teneva luogo di sala, e di qualche cosa di peggio. Di più c'era una concia, una fabbrica di candele di sego ed una stalla, dove si rimettevan le bufale in giorno di mercato. Passar da quel vicolo e non rimanere ammorbati, poteva ammettersi a un miracolo. E si chiamava Via del Gelsomino!...

Quasi difaccia, sulle mura, vi era una torricella alla quale si accedeva per una scaletta, dove si fabbricavano i fuochi d'artifizio, come in luogo meno pericoloso in caso di disgrazie.

Passata la Porta, e seguitando per le mura verso Borgo la Croce, c'era un tabernacolo sotto una specie di tetto, dove talora la sera alcune donnaccole andavano a dire il rosario. Verso Pinti, il cattivo odore si faceva anche più serio, cambiandone altresì l'origine. In un breve tratto c'era la fabbrica delle candele di sego: e non è possibile rendere con efficacia ciò che si provava dovendoci passare: e del pari, non era possibile comprendere come potevan fare a resistere quei disgraziati che stavan lì a far bollire nelle caldaie il grasso di manzo e lo colavano poi nelle forme di latta delle candele di varie grandezze. Era una cosa nauseante e ripugnante, che rivoltava addirittura lo stomaco. E dire che c'eran dei ragazzi che rimanevano incantati a veder far le candele, come se fossero stati in una profumeria! Ma più di tutti ci si spassarono poi i tedeschi, quando vennero in Firenze e che montavan la guardia alle porte, per quella loro ghiottoneria che avevano per il sego.

Risalendo un po' la strada poiché quando le mura si avvicinavano alle porte il piano era in discesa, e continuando per la Porta a Pinti, in faccia al Vicolo della Mattonaia che metteva in Borgo la Croce si scorgeva il grazioso villino Ginori con le due cupolette a squamme gialle e turchine, ed in quel punto delle mura esisteva un vuoto ad arco come una gran nicchia tutta nera, e piena d'una fuliggine lustra come unta. Quello era il luogo dove i verniciatori, i mesticatori e i legnaioli, andavano a far le vernici, poiché non era permesso di farle in città, a causa dei frequenti casi in cui scoppiavano i matracci, e che potevano esser causa d'incendi.

In cotesta località, quasi deserta e fuori di mano, andavan pure i carradori a piegare i cerchioni delle ruote dei barrocci e dei carri; operazione che si faceva con sistemi molto primitivi, poiché facevano in terra un gran cerchio di grandi scheggie fatte coll'ascia nel modellare il legname, e vi mettevano sopra i cerchioni, che con delle grosse morse piegavano quando il ferro era rosso.

Dopo si trovava la Porta a Pinti la quale venne demolita insieme alle mura, per comodità della linea dei viali e per non sopprimere il piccolo e grazioso Cimitero detto "degli Inglesi". La Porta a Pinti era opera essa pure di Arnolfo, ed ebbe forse miglior sorte ad esser distrutta, anzi che rimanere per l'oggetto a cui servono le altre.

Fino alla Porta a San Gallo col suo loggiato esterno che serviva di corpo di guardia, non c'era altro di notevole; ma a pochi passi dalla porta sorgeva elegante e curiosa per la bizzarra struttura la Torre del Maglio, demolita essa pure con l'abbattimento delle mura, e chiamata anche l'acquedotto, perché di lì si diramava l'acqua di Pratolino che a quei tempi era tenuta in conto più dell'acqua benedetta.

A destra, lungo le mura, la Fortezza da Basso, coi fossi che la circondavano, aveva tutto l'aspetto d'un forte sul serio; ma oramai essa non poteva destar più nessuna apprensione, poiché dal 1815 in poi, le idee bellicose erano sparite affatto.

In fondo a Via della Scala c'eran le cosiddette Porte Nuove, di moderna costruzione. La Porta era una sola, ma per esser divisa a due archi, poiché da una parte s'entrava in città e dall'altra si usciva, fu detta le porte nuove.

Per arrivare alla Porta al Prato, là strada di fuori continuava ad alti e bassi, tetra, uggiosa, squallida e deserta: ma di fuori la cosa era diversa. Di lì cominciava subito il bosco delle Cascine, le quali non erano regolari né tenute come ora, ed avevano un aspetto più selvatico e più campestre.

Gli orti e i poderi chiusi da muri, o da antiche macchie che si trovavano appena usciti di città, facevan credere che se ne fosse cento miglia lontano. Tant'è vero, che a' tempi de' tempi, s'andava a villeggiare a San Marco Vecchio, a San Gervasio, a San Salvi o al Ponte a Ema, come oggi si va in montagna. Andare a Fiesole, all'Impruneta, a Villamagna, a San Casciano o a Compiobbi, era come andare all'estero!

Fra San Gallo e Pinti, c'eran le diacciaie, dove nell'inverno parecchi ragazzi, i quali si scordavano d'andare a scuola, o di tornare a bottega, vi si recavano invece a fare gli sdruccioloni sul ghiaccio che spesso a un tratto si rompeva, facendoli cascar nell'acqua con la cartella dei libri che molti non abbandonavano - per amore allo studio - nemmeno in quel salutare esercizio! Quando poi tornavano a casa, eran riscaldati dalle nerbate - che allora erano in uso quanto il desinare - perché i calzoni, i libri e i quaderni tutti fradici, facevan pur troppo la spia della forca fatta, come si usava dire nel gergo scolaresco, quando si salava la scuola.

Nell'estate, le diacciaie, recinte da una specie di anfiteatro, servivano per il giuoco del pallone, antica passione dei fiorentini, presso i quali fin dai primi tempi della repubblica era in voga il giuoco della palla. I ragazzi delle famiglie nobili e del medio ceto, nell'ore in cui i babbi e le mamme facevano il sonnellino del dopo desinare. andavano a giuocare nelle strade meno frequentate, o lungo le mura, senza dar noia a nessuno, come pur troppo fecero dopo i ragazzacci della strada, che giuocaron dappertutto con grande molestia dei cittadini.

E qui torna a verso di ricordare che per il giuoco del pallone furono appassionatissimi anche i principi di Casa Medici, i quali si davano premura di far venire a Firenze i più famosi giuocatori che venivano da loro spesati di tutto punto, pagati lautamente e mandati poi via con dei regali di molto valore.

Avviene spesso di trovare notato in qualche diario, o cronaca del tempo mediceo, taluna di queste compagnie di giuocatori celebri.

Generalmente si giuocava dal canto del palazzo Strozzi, fino alla colonna di Santa Trinita.

Nel 1618 il granduca Cosimo II fece venire in Firenze i giuocatori più rinomati di tutta l'Italia, e furon da lui spesati in diverse case con magnifiche tinellate. Questi giuocatori furono: un certo Francesco Armentini d'Ancona, un tale de' Benedetti di Venezia, ed altri d'Osimo, di Faenza, di Bagnacavallo e della Lombardia. "E perché detti forestieri si lamentavano del lastricato, al quale non erano usi, S. A. fece accomodare la strada nel luogo della battuta, con mattoni cotti, in coltello; e vi furono molti che batterono fino a ottanta passi, dal palazzo degli Strozzi fino al Canto de' Minerbetti". Quelli venuti di fuori giuocavano anche con più giuocatori di Firenze, tra cui quattro furono i più famosi cioè: il "Bicchieraio" detto per soprannome il Barba; Anton Maria, cuoco del cardinal de'Medici, detto il Pallaio; un tale de' Ceccherelli cittadino e setaiolo; ed un fratello del "Bicchieraio" soprannominato Napoli, il quale aveva un braccio storpiato e rattratto; e quando giuocava lui, il Granduca andava sempre a vederlo, nel borgo di Santa Trinita.

Il Granduca vi assisteva in carrozza chiusa fra Via Porta Rossa e Parione; ed i lanzi facevano il servizio perché nessuno occupasse quel tratto di Via Tornabuoni dove si giuocava, che rimaneva affatto libera. Dalle finestre - con le impannate alzate a guisa delle gelosie delle persiane - dei palazzi e delle case, una folla di dame e di gentiluomini godeva quello spettacolo di cui ognuno andava matto.

I giuocatori - come si rileva da una tempera esistente in un palazzo di proprietà Giuntini, riprodotta dalla fotografia Alinari - erano otto, quattro per parte e vestiti di bianco, con un costume perfettamente uguale a quello ancora in uso.

Alla fine d'ottobre del 1628 "non essendo più la stagione propizia per giuocare al pallone, i giuocatori di fuori se ne tornarono alle loro patrie". Ma prima che partissero, il Granduca fece loro il regalo di una collana d'oro, a chi

di scudi dugento e chi di centocinquanta. "Sicché - dice il cronista che fa gli occhioni - poteron molto contenti, tornare alle loro case".

Nel 5 ottobre del 1693 si trova notata una grande partita di sfida fatta dai giuocatori fiorentini, col consenso del gran principe Ferdinando, primogenito del granduca Cosimo III, fanatico di questo giuoco.

li Principe fece mettere il giuoco del pallone appiè del Ponte Santa Trinita fino al Canto di Parione; ed egli con la principessa Violante e con tutta la Corte, vi assisté dal Casino de' Nobili, sull'angolo del Lungarno.

Le finestre delle case, dice il cronista inorridito, furon pagate perfino due zecchini l'una. Undici lire e venti centesimi di moneta nostra! I giuocatori venuti per questa sfida furono, nientemeno che il dottore Sansoni di Bologna, "con altri due suoi paesani ed un veneziano". I fiorentini erano Antonio Cocchini, detto il Bacchettone; un tale Francesco staffiere di Corte detto Pericolo; un altro staffiere detto Bobi ed un cacciatore del Granduca detto Momo. Vinsero i bolognesi, ed il Gran Principe regalò ad essi cento doppie per uno: ma al dottore Sansoni, che era stato il battitore, oltre le cento doppie, gli regalò anche un anello di brillanti di passa mille scudi di valore! Epperò faceva il giuocator di pallone, invece del dottore!... Prima che guadagnasse cento doppie e l'anello di brillanti con la sua bravura di medico, avrebbe empito chi sa quanti cimiteri!

I giuocatori fiorentini che furono i perditori, ebbero ciascuno cinquanta doppie di regalo. Tanto fu il fanatismo destato da questa sfida, che "il divertimento fu replicato per tre giorni consecutivi". E il dottor Sansoni che tastava meglio il polso a' palloni che a' malati, fece sempre da battitore e i bolognesi rimasero vincitori. Non so se in seguito i fiorentini prendessero per battitore un avvocato!

Seguitando al di fuori delle mura, torniamo alla Porta alla Croce, come quella che aveva più attrito e più movimento delle altre, a causa specialmente de mercato che ivi si teneva tutti i venerdì.

Fin dalla mattina all'alba la piazza dalla parte di Via Frusa - oggi Scialoia - e della Porta a Pinti, era occupata da branchi di bestie vaccine, portate dai contadini per barattare o per vendere, ai macellari o ai fattori dei padronati.

Qui si contrattavano pure i vitelli per rilevare; ma prima che venisse conclusa la vendita, tra i mezzani e i contadini, c'era uno scambio di bestemmie e di urli tali, da sbalordire, e bisognava ringraziare Iddio se il più delle volte non finiva a bastonate!

Dov'è ora la Piazza Beccaria, a sinistra andando in Via Aretina, c'era un rialto, una specie di poggetto, famoso per la bottega di pizzicagnolo del "gobbo Paoletti", dove andavano a bere, ed anche a fare uno spuntino, i contadini e i fattori. Fuori vi erano tre acacie, sotto le quali il venerdì vi posavan le bigonce, i pali, i barili, le doghe, i tini, le moscaiole da manzi, cavezze, bardature da ciuchi, finimenti da cavalli, stacci, pali, bigonciòli, panieri, sacca di semi, postimi, lupini per governo agli olivi, insomma tutto ciò che si poteva cercare ad una fiera piuttosto che ad un mercato.

Quando pioveva, tutti quei contadini andavano sotto i loggiati, come vi andavano anche nelle belle giornate, per contare i quattrini riscossi delle vendite fatte.

Più d'una volta però il Commissario del quartiere di Santa Croce ebbe a richiamare l'attenzione del Magistrato, per procurare un migliore ordinamento al mercato settimanale di fuori della Porta alla Croce "onde, regolarizzando nel medesimo la situazione delle Merci, evitare l'ingombro nelle pubbliche vie che vi traversano, e particolarmente nella Regia Aretina, ove non di rado avveniva che le carrozze, in corso di posta, fossero forzate per lungo tempo a trattenersi prima di entrare in città".

L'altra specialità della Porta alla Croce erano gli stabbioli dei maiali tanto da Via Frusa che da quest'altra parte, vicino alle stalle ed al pozzo detti "del Vanni".

Quelli stabbioli, ai quali era annesso un magazzino e due stanze, erano di proprietà del Comune e servivano per portarvi i maiali e per la loro pesatura - che si faceva con le stadere posate su due grandi capre di legno - nei mercati che si facevano.

Tanto gli stabbioli che le due stanze e il magazzino, con tutti i mobili ed utensili ivi esistenti, di tre in tre anni, si affittavano all'incanto, sulla somma di cinquecento lire toscane, al maggiore offerente. Lì presso c'era una casa con un piccolo loggiato, sotto il quale stava un pubblico computista con un tavolino a fare i conteggi, e verificare le contrattazioni, perché non nascessero imbrogli.

Negli stabbioli si ammazzavano pubblicamente i maiali; gli strilli acuti di quelle bestie si sentivano da lontano, e molta gente del popolo andava con delle grandi pentole a comprare quel sangue caldo per fare i cosiddetti roventini, una delle ghiottonerie della bassa gente; che li mangiava bell'e fatti anche li in piazza da alcuni che col fornello e la padella li cuocevano, vendendoli a un quattrin l'uno e spruzzandoci sopra - senza aumento di spesa - un pugnello di cacio di Roma.

Dopo la Porta alla Croce andando verso l'Arno nella località detta la Piagentina, si trovavano le Molina e ivi fìnivan le mura esterne della città, limitate dal corso del fiume.

Dall'altra parte dell'Arno, per le mura, s'andava soltanto di fuori cominciando dalla Porta San Niccolò. Seguitando poi per Porta San Miniato salendo a quella di San Giorgio, costeggiando il giardino di Boboli, alla Pace - dove ora sono le scuderie reali - si trovava la torre detta di Mascherino, ove le regie truppe andavano ad esercitarsi al tiro del bersaglio, che consisteva in una specie di treccione o stoia di paglia, alta due metri e larga uno e mezzo, inchiodato su tre pali, con un disco in mezzo, ove i soldati miravano, passando delle settimane prima che qualcuno vi cogliesse!

Discendendo sempre, si arrivava alla Porta Romana opera di Iacopo Orcagna fratello di Andrea; e sempre continuando lungo le mura, oltrepassato il Cimitero degli ebrei, si compiva il giro arrivando alla Porta a San Frediano costruita sul disegno di Andrea Pisano.

Di qui proseguendo per il Pignone si scendeva sul greto d'Arno alla Sardigna, ove si uccidevano i cavalli e i somari vecchi non più servibili, e vi si sotterravano facendo delle buche nel greto stesso. Quel luogo era un vero putridume: si scaricavano le spazzature ed ogni sorta di immondezze e le erbacce vi crescevano senza che nessuno se ne curasse. Era una vera sconcezza, ed oggi si direbbe quasi un centro d'infezione; ma allora chi ci badava?

Anche le mura d'oltr'Arno sono state in gran parte demolite: non son rimaste quasi come modello, che quelle tra la Porta San Frediano e la Porta Romana; mentre, meno quella di Pinti, tutte le Porte esistono tuttora.

Dalla Porta San Frediano le mura andavano fino al Torrino di Santa Rosa e proseguivano lungo l'Arno fino al ponte alla Carraia: ma quasi difaccia al Tiratoio presso Cestello c'era una casa dove stava una guardia per impedire che i barcaioli ed i passeggieri non muniti di permesso risalissero la pescaia per commettere dei frodi.

Al termine delle mura e della spalletta del ponte esisteva un chiesino, nel quale si diceva messa tutte le feste. Sopra il piccolo altare eravi una Madonna, per devozione alla quale, la bellissima e famosa Beppa, fioraia, che nata nei primi anni del secolo visse fin dopo il 1870, vi lasciava ogni giorno un mazzo di fiori. Costei abitava a Monticelli; e quando la mattina passava dalla Porta San Frediano; regalava un fiore a tutti gli impiegati, dicendo col suo sorriso bonario, non essendo punto orgogliosa della sua bellezza: "Ecco, bambini, tenetene di conto". Essa era nota per la semplicità elegante del suo vestire, che contrastava col cappellone bianco di paglia e con lo sciallino corto che portava sempre.

La Beppa, che era moglie di un giardiniere di Boboli, aveva passo libero a'Pitti, dove andava a portare i fiori: e le linguaccie, che a Firenze direbbero male anche di Cristo, dicevano che fosse nelle grazie di Leopoldo II: è un fatto però che era la prediletta di tutta l'aristocrazia, ed ebbe sempre l'abilità di non far geloso nessuno!

Le Porte della città si chiudevano tanto d'estate che d'inverno all'un'ora di notte; e la chiusura veniva annunziata da un cosiddetto fa-servizi, un ragazzo, figlio di qualche impiegato delle porte, che cominciava a far la sua carriera da quell'umile grado.

Ilfa-servizi annunziava dunque allo scocco dell'un'ora, la chiusura della porta dando tre colpi col martello che v'era infisso. A quel segnale, coloro che erano fuor della città e volevano tornarvi, facevano delle corse incredibili, e ne uscivano con la lingua fuori per essere in tempo a passare, non essendovi che cinque minuti di comporto, decorsi i quali la porta si chiudeva e veniva calato il rastrello. Dopo l'un'ora, chi voleva entrare in città bisognava che bussasse all'usciolino basso, praticato nella porta, e pagasse una crazia - sette centesimi - a titolo di pedaggio. Quest'usanza, che era biasimata da tutti i cittadini poiché si trovavano considerati come altrettante bestie da gabella, fu la prima ad essere abolita dal Governo provvisorio del 1848, che ne ebbe il plauso universale.

Le Porte che si chiudevano assolutamente senza poter passare nemmeno dall'usciolino, eran quelle di Pinti, San Giorgio, San Miniato, la porticciòla del Prato - detta anche porta a Sardigna - e la porticciòla di Piazza delle Travi, allo scalo in Arno. Ma qui coloro che avevan fatto tardi non si sgomentavano, perché scavalcavano dalle sponde e chi s'è visto s'è visto !

Le chiavi di queste porte ogni sera alle ventiquattro, ossia all'Ave Maria, eran ritirate da uno dei quattro soldati, chiamati volanti che montavano alla Gran Guardia con questo solo incarico. Ogni soldato era accompagnato dal veterano, che, come abbiamo rilevato in uno dei precedenti capitoli, con marziale serietà metteva da sé le chiavi nella bolgetta di cuoio che il soldato teneva a tracolla insieme con la giberna; e quando tornava al Comando di Piazza le consegnava al Comandante.

Le quattro bolgette eran custodite nel corpo di guardia sotto la responsabilità dell'ufficiale, e la mattina dopo, appena giorno, gli stessi soldati, accompagnati dal veterano, tornavano ad aprire le porte e così avevan guadagnato la giornata.

Ad eccezione però delle quattro citate, dalle altre si poteva passare mediante il pagamento del pedaggio d'una crazia; e potevano anche passare le carrozze ed altre vetture, pagando una crazia per ruota.

La mattina a giorno s'alzava il rastrello, e si cominciava a fare entrare per ordine i barrocci, che in una fila interminabile si erano messi in riga lungo la strada di fuori, ad aspettare che aprissero per poter gabellare.

I primi, per il solito, eran sempre i lattai e gli ortolani che erano costretti ad essere i più solleciti. Pareva come dar la stura a un fiume. Ma c'erano i soldati ad ogni porta per il buon ordine: un caporale e tre uomini di quelli che il popolo chiamava fior di zucca.

Se nasceva qualche litigio fra coloro che volevan passare innanzi, oppure se taluno levava di rispetto un impiegato o anche lo stesso cassiere, questi non faceva altro che dire al capoposto, che era agli ordini immediati di lui: - Caporale, faccia il suo dovere. -

Ed il caporale metteva nel corpo di guardia il riottoso, mandando subito un volante al comando di Piazza col rapporto steso dal cassiere, in attesa di ordini. Quando per la città si vedeva in certe ore insolite un soldato col rapporto piegato a triangolo e infilato tra la bacchetta e la cassa del fucile, tutti s'immaginavano che c'era qualche arrestato a una porta.

Non era raro il caso che dal rapporto del cassiere, resultando trattarsi d'un prepotente, andassero i birri a prenderlo e portarlo dinanzi al Commissario del quartiere, per render conto del suo operato, conducendolo poi alle Stinche senza neanche avvisare a casa, per quel tempo che il Commissario medesimo ordinava.

E così le cose si sbrigavano parecchio alla svelta, per citazione direttissima, come si direbbe oggi, ed uno sapeva subito di che morte doveva morire in meno d'un'ora, non spendendo né in carta bollata né in avvocati.

Una delle curiosità delle porte, erano i contrabbandi che si tentavano. Frodar l'erario è un guaio antico; ma a que' tempi il passar la roba senza pagare era una soddisfazione ed un'industria insieme. Vi erano delle famiglie che, su questa, ci campavano comodamente.

Alcune donnicciuole si guadagnavano una discreta giornata, passando i prosciutti, che Dio ci liberi nascondevano sotto le sottane, e ricevevano mezzo paolo per ciascuno da coloro per conto dei quali li passavano. Oltre ai prosciutti, non c'era giorno che non passassero carne, salsiccie e tutto quanto con quel prosaico mezzo della sottana si poteva nascondere. Ma i gabellini, che le conoscevano, spesso ne coglievano qualcuna in fallo, e allora quelle donne perdevano ogni cosa.

Le più accorte però, quando vedevan la marina torba, si gingillavano di fuori presso la porta, figurando dì chiacchierare svagolate, con questo e con quello, aspettando il momento buono di potere sgusciare inosservate tra barroccio e barroccio e il tiro era fatto.

Certe altre poi, si lasciavan frugare tranquillamente perché sapevano di non aver nulla addosso; e lo stradiere non

si accorgeva, ed era quasi impossibile, che quello che cercava era nel veggio o scaldino ch'esse figuravan di portare per scaldarsi, e dentro era pieno di spirito chiuso in una piccola bombola, fatta a modello, coperta da un po' di brace e della cenere, che nascondeva perfettamente il frodo.

Erano infiniti i mezzi e le astuzie usate per passar la roba alle porte in barba al cassiere e agli stradieri. Ci sarebbe da scrivere un libro curiosissimo!

Nei carichi della fastella nascondevan mezzi bovi, addirittura: pialle da legnaioli piene di spirito, e perfino tamburi della Guardia Urbana a' suoi tempi, celavano o mascheravano l'inganno!

Non c'era poi diligenza che arrivasse di campagna, nella quale non ci fosse qualcuno che tentasse il suo bravo frodo. Per lo più costoro, mentre gli stradieri, certi ferri di bottega più fini della seta di Napoli, facevano la visita e domandavano se c'era nulla da gabella, essi si mostravan distratti guardando in qua e là; ma più specialmente, e ciò era caratteristico, soffiandosi il naso, per nascondere l'imbarazzo e la bramosia di uscir presto da quella pena d'essere scoperti. Ma però c'erano talora degli stradieri che figurando di non accorgersi di nulla, tutt'a un tratto dicevano a quei tali: - Ora che la s'è soffiato il naso, la s'alzi! - E trovavan pari pari i generi nascosti: e se quello se li voleva tenere, bisognava che pagasse dieci volte la gabella: diversamente, come accadeva quasi sempre, diventavan proprietà dello stradiere che aveva fatto la scoperta, e ne faceva parte ai compagni di servizio. Né finiva qui l'incerto - come si diceva - dell'impiegato; poiché quando questi faceva delle scoperte importanti, riceveva anche un premio di dieci lire dalla Ispezione delle Gabelle! E questo per incoraggiarli sempre più e non giustificare quello che dicevano certe linguacce, che qualcuno pigliava il cosiddetto boccone e lasciava correre!...

Il terrore di quei contrabbandieri spiccioli era uno stradiere soprannominato Bighezze, il quale pareva nato apposta per fiutare, indovinare da lontano e conoscere a colpo sicuro gli individui che tentavano la frode. E a vederlo pareva tutt'altro: allegro, buffone, piacevole, scherzava con tutti, con aria bonacciona, che invitava alla confidenza. Ed era lui che spesso scopriva perfino certi tavoloni da ponti per i muratori, pieni d'alcool chiuso ermeticamente in cassette di latta, lunghe quanto le tavole, e commesse nello spessore di esse con arte mirabile.

Più volte si scoprivano delle signore, che in carrozza, con grave posa e altezzosa, tentavano di passare ogni sorta di salumi, e facevano le sdegnose e si offendevano se venivano invitate a scendere, per farsi visitare dalla donna che appositamente faceva servizio ad ogni porta.

Famosi per le frodi in grande, erano i mortuari delle parrocchie, che quando portavano un cadavere ad un cimitero suburbano, tornavano in giù con la bara, che nessuno pensava a visitare, con entro un quarto di manzo o con due o tre agnelli, o anche - con rispetto - con un maiale intero. Ed il prete era di balla!....

Fra le frodi celebri vi fu quella di un tale che a mezzanotte giunto in carrozza alla Porta alla Croce bussò perché fosse aperto per passare in città. Lo stradiere vedendo le tendine calate ammiccò il vetturino strizzando l'occhio con malizia, mentre spinto dalla curiosità e anche per fare un po' di dispetto, aprì lo sportello. Vedendo che il signore imbarazzato figurava di ricomporsi, lo straniere sbirciando la signora con la cuffia fitta fitta tirata giù per non essere vista, richiudendo lo sportello rumorosamente diceva al cocchiere, dopo che aveva pagato il pedaggio di una crazia per ruota: - Lei vada! può andare. -

La signora velata non era altro che un maiale vestito da donna! Ma quando un'altra volta quel tale, che l'aveva presa a veglia, tentò il colpo nientemeno che con tre di quelle signore, fu scoperto. Venuto in sospetto lo stradiere dopo che aveva fatto passar la carrozza, la rincorse fino a Sant'Ambrogio; e fattala tornare indietro si trovò che le tre dame erano.... quello che erano.

L'affare dei frodi era per taluni anche un divertimento, e talvolta diede luogo anche a delle scommesse.

Un giorno, ed anche questa è storica, un prete venendo di fuori d'una porta, con una valigia in mano, si soffermò misteriosamente dallo stradiere; e tiratolo in disparte gli confidò come se fosse stato un fratello, che alcuni amici,

presso i quali andava a passar qualche giorno in campagna, gli avevano promesso nella settimana un prosciutto.

Ma egli, povero prete, non potendo spendere nella gabella, lo pregava quando l'avesse avuto, a lasciarlo passare senza guardarlo, promettendogli di raccomandarlo a Gesù.

Lo straniere pensò subito alla burletta da fare al prete, e gli promise quanto desiderava.

Frattanto, appena fu andato via, avvisò il cassiere ed i compagni del caffetto; e tutti d'accordo pensarono di prendere il prosciutto al prete quando fosse passato, col dargli la multa di dieci volte la gabella che egli non avrebbe pagato di certo.

Dopo alcuni giorni, ecco il bravo prete con la valigia. Lo straniere dà d'occhio al cassiere, e quando il degno sacerdote è sotto la porta, figurando di non riconoscerlo, gli domanda:

- Che cos'ha reverendo nella valigia?

- Nulla! - risponde franco l'altro.

- L'apra che si veda! - Il prete apre la valigia, e la valigia era vuota.

- O il prosciutto? - domanda lo straniere che era rimasto male.

Eh! il prosciutto c'era l'altra volta!...

 

XXV

Com’era Firenze

L'aspetto della città - Il birro Chiappini - La pulizia delle strade e i forzati - Sorveglianza dei pompieri - Inconvenienti - L'illuminazione pubblica - Polizia mortuaria - Il palazzo Borghese - L'architetto Gaetano Baccani Un concorso - La prima festa nel palazzo Borghesi - La granduchessa Baciocchi e tre giovani artisti - Don Camillo Borghesi patrizio fiorentino - La demolizione dell'arco di Santa Trinita - Gli architetti Cacialli e Baccani - Il Cinci pontaio - Bontà d'animo di Ferdinando III - La luminara alla Sardigna - Allargamento della Piazza del Duomo - Apertura di nuove strade.

L'interno della città, per quanto a quei tempi potesse dirsi una delle più pulite e decenti d'Italia, era molto diverso da quello che è presentemente. Basti dire che nel piazzale degli Uffìzi si faceva il mercato dei cavalli e dei puledri, e sulla Piazza di Santa Maria Novella quello giornaliero della paglia e del carbone, che a soma, sui somari, si contrattava poi al minuto alle case: e prima si faceva nientemeno sulla Piazza di San Giovanni! Gli erbaggi, i cocomeri, i poponi, ecc. si contrattavano ogni giorno sulla Piazza degli Strozzi, detta anche delle Cipolle, perché in antico vi si faceva unicamente il mercato di quell'ortaggio. Ma per i reclami fatti nel 1826 dal duca Don Ferdinando e dal conte Filippo Strozzi, il Presidente del Buon Governo destinò per il mercato degli erbaggí la predetta Piazza di Santa Maria Novella vecchia, che divenne così la babilonia dei mercati.

Le strade della città erano tenute in uno stato deplorevole; ma allora non pareva, e ci si badava poco; perché specialmente quelli che si recavano in altro città e le trovavano più mal tenute e più sudicie, Firenze pareva loro un torlo d'uovo! C'eran però delle cose che disdicevano addirittura col nome di civiltà, di cui appunto godeva Firenze. Basterà citare fra tante altre, che la Comunità pagava dieci lire l'anno ad ogni caposquadra di birri dei quattro Commissariati, perché si davan cura di far trasportare alla Sardigna i cani e i gatti morti trovati per le strade!

Un caposquadra rimasto come esempio di zelo fra i birri, fu Lorenzo Chiappini, al quale il Magistrato civico, con partito del 10 settembre 1783, assegnò il premio di dieci paoli, destinatogli come al "famiglio inventore dei trasgressori alla legge degli ingombri del suolo pubblico". Da questo Chiappini si vuole che discendesse Luigi Filippo d'Orléans!

Lo sconcio più grave era quello della Piazza di Santa Croce, ove dai conciatori si faceva la distesa delle pelli su degli stecconi per asciugarle, "che tramandavano pestifere esalazioni pregiudicevoli alla pubblica salute". E non c'è da stentare a crederlo! Mal per quanto contro quella pestilenziale distesa protestassero e reclamassero gli abitanti della Piazza di Santa Croce fino dal 1783, e che la Comunità trasmettesse i loro reclami al Commissario del quartiere, le pelli si tornavano di quando in quando a distendere, come per tastare il terreno onde tentare di rimetter l'uso.

La pulizia delle strade, finché poi non fu data in appalto, si faceva dai forzati, che con la catena al fianco, legati a coppia, spazzavano le vie, recando tristezza e molestia col rumore delle loro catene.

Molti che da lontano sentivano il suono fesso delle catene cambiavano strada per non vedere quei disgraziati. Essi si distinguevano dal colore dell'abito: i gialli erano condannati a vita ed i rossi a tempo. Erano vestiti con la più grande e ripugnante ostentazione del disprezzo. Avevano la camicia di canapa rozza e grossa come la roba da balle. La giacchetta era di lana, tagliata senza garbo né grazia, che non tornava loro a modo né a verso; e i pantaloni larghi, goffi e corti, che arrivavano poco più giù del ginocchio. Non portavano mai calze ed avevan certe scarpacce grosse, o troppo larghe o troppo strette, che li storpiavano. Dietro le spalle avevano scritto a grandi caratteri il delitto commesso, che si leggeva da lontano: Furto, Omicidio, Resistenza alla pubblica forza e via dicendo.

Quelli sciagurati uscivan dalle Stinche sul far del giorno portando la carretta per la spazzatura, ed ogni squadra era sorvegliata dall'aguzzino col fucile carico. Bastava il più piccolo movimento sospetto, fatto dal forzato anche innocentemente, per esser freddato. Molte volte se erano stanchi si mettevano a sedere sui marciapiedi, e i caffettieri quando aprivan bottega buttavan loro, di nascosto all'aguzzino, delle bucce di limone che quei poveri diavoli si mettevano in bocca con tale avidità, come se fossero state datteri; qualcuno che passava buttava loro qualche quattrino e non si descrive l'espressione dello sguardo di quelle infelici creature. C'era la riconoscenza, l'affetto, il pentimento, c'era tutto quel che si sente e non si può ridire!...

In seguito poi, la sorveglianza delle strade della città fu affidata ai pompieri i quali la perlustravano giornalmente, per assicurarsi che l'impresario della pulizia "adempiesse alle sue obbligazioni"; e la "mercede" che si corrispondeva al corpo dei pompieri per questo servizio, oltrepassava di poco le seicento lire toscane l'anno.

Un altro inconveniente, che in specie i forestieri deploravano come un'offesa al pubblico decoro, era quello che ognuno faceva impunemente il comodo suo non soltanto nei chiassoli e nei vicoli, ma in tutte le strade e in tutte le piazze, ove pure si buttavano le spazzature a qualunque ora del giorno. E per quanto fosse attiva la sorveglianza dei pompieri, e fosse forzatamente zelante, per via delle multe l'opera dell'impresario della pulizia, pur nonostante le strade non eran mai addirittura pulite. Perciò nel 1832 il Magistrato, considerando che sarebbe stato "un gran guadagno per la pubblica morale il togliere l'inconveniente" che in tutte le piazze e strade si facesse.... quello che pur troppo si faceva, incaricò il signor Gonfaloniere di domandare al Governo l'autorizzazione di destinare dei locali adattati, all'uso che.... si capisce, incaricando l'ingegnere della Comunità di proporre frattanto i luoghi ove collocare i recipienti per.... diciamo così, gli abusi minori. E la Comunità, per dire il vero, non lesinava troppo sulle spese per raggiunger lo scopo di tenere la città più pulita che si poteva. Ma gli impresari di tutti i tempi e di tutti i generi, quando si tratta di aver l'accolto promettono e sottoscrivono ogni cosa: ma rammentandosi il vecchio dettato che "promettere e mantenere è da paurosi" fanno di tutto per non passare per tali.

Il Comune dunque, oltre al pagare una discreta somma per il servizio della spazzatura e nettezza della città, provvedeva a sue spese i trentasei inservienti - o spazzini come si dice oggi - di un "mantelletto d'incerato con cappuccio" per ciascuno, onde ripararsi in tempo di pioggia, spendendo per tutti dugentosedici lire e quattordici soldi, ossia cinque lire e sei centesimi delle nostre, ognuno. La spalatura della neve nelle strade e nelle piazze si faceva a cura del magazziniere del Comune, il quale spendeva anche quasi seimila lire in un anno; e perfino settantotto lire precise pure ogni anno, per bruciare nell'estate le farfalle "nell'alveo" dell'Arno; operazione eseguita a cura dell'appaltatore della pulizia o nettezza pubblica.

Inoltre spendeva la Comunità trecentosei lire, sei soldi e otto ogni anno "per la solita annaffiatura dal Ponte alla Carraia fino alla Porta al Prato nella stagione estiva", comprese lire ventotto per il fitto di tre mesi di una rimessa in Via Gora per riporvi le botti.

Fra gl'incomodi più lamentati dai cittadini vi era quello delle acque dei tetti, le quali non essendo incanalate, quando pioveva, da un grosso tubo posto negli angoli del fabbricato, l'acqua veniva a scialo giù nella strada, addosso alla gente.

L'illuminazione pubblica era quello che poteva essere di più buio. I lampioni a olio col lume a riverbero messi a tempo di Pietro Leopoldo parvero da principio una esagerazione di progresso, perché fino allora per le strade non c'erano la notte che le fioche lampade dei tabernacoli; e quindi in tutta Firenze quattro soli lampioni, uno per quartiere, alle case dei Commissari del Buon Governo. Quando dunque venne impiantata la illuminazione a olio fino alla mezzanotte, si poteva scorgere una persona a venti passi! A quell'ora però si spengeva, e festa finita!

Ed anche per la polizia mortuaria c'era molto da ridire.

I morti più distinti si sotterravano liberamente nei cimiteri delle chiese o nei cimiteri suburbani; ed il resto a Trespiano ma tutti a sterro!...

Non si creda però con questi severi rilievi fatti allo stato interno della città, che Firenze fosse tra le peggiori; poiché, giova ripeterlo, era annoverata fra le più pulite.

Essa andava anzi a mano a mano rimodernandosi; e già alcune belle fabbriche erano state costruite sull'area di vecchie case, e si provvedeva a migliorare le più centrali e le più importanti: come si cominciava a studiare il modo di togliere molti sconci e molti inconvenienti, primo fra i quali quello della incanalatura delle acque dei tetti, la costruzione di un pubblico ammazzatoio in Piazza dell'Uccello, ed un miglior sistema di illuminazione. Tutte cose che vennero dopo del tempo, ma che pure vennero.

Fra i nuovi edifizi di cui intanto era stata arricchita la città, il primo fu il Palazzo Borghese, detto poi il Casino di Firenze, costruito da Don Cammillo Borghese sulla fine del 1821. La storia di quel superbo palazzo si riassume brevemente.

Nella circostanza delle nozze del granduca Ferdinando III con la principessa Maria Ferdinanda di Sassonia, avvenute il 6 maggio 1821, il Comune offrì "nelle Stanze dette del Buon Umore", annesse all'Accademia delle Belle arti, una festa in onore dei Sovrani la sera del dì 8 maggio.

Il Granduca, incontrandosi a quella festa col principe Cammillo Borghese, che aveva stabilito la sua dimora a Firenze, gli disse:

- Principe, dovreste darla anche voi una festa. -

Don Cammillo, che allora abitava nel palazzo Salviati in Via del Palagio, rispose:

- Lo farei volentieri se avessi un locale degno di ricevere Vostra Altezza.

- Ma voi lo potete fare se volete - soggiunse quasi scherzando Ferdinando III.

- Ed io lo farò, se l'Altezza Vostra si compiacerà di venire ad inaugurarlo.

- Sta bene, per il futuro carnevale. -

Don Cammillo Borghese, messo così all'impegno, mandò a chiamare il suo architetto Gaetano Baccani, giovane allora di ventinove anni, che aveva già reputazione di artista valente e di grande ingegno, acquistatasi anche di recente con la costruzione del torrino nel giardino Torrigiani in Via dei Serragli, da lui eseguito in quello stesso anno.

- Ho promesso al Granduca di dare una festa in suo onore nel carnevale di quest'altr'anno - gli disse senza tanti preamboli il principe Borghese - ma non essendovi qui (cioè nel palazzo Salviati) locale adattato, ho pensato di fabbricare un palazzo. Perciò fai subito un progetto, perché per la metà di gennaio dell'anno prossimo voglio che sia terminato. Il Baccani fece osservare al Principe che il tempo era molto ristretto, e che vedeva la cosa piuttosto difficile; ma Don Cammillo, uomo che non conosceva difficoltà, disse all'architetto, che se vedeva di non poter riuscire lo dicesse pure; perché egli voleva il palazzo, ne avrebbe guardato a spese di sorta, non volendo scomparire col Granduca.

Il Baccani, dispiacente di perdere un'occasione così bella per farsi distinguere, tanto più che quello sarebbe stato il suo primo lavoro veramente importante, dichiarò al Principe che per il tempo indicato prendeva impegno di costruire il palazzo.

Infatti, dopo pochi giorni gli presentò il progetto, del quale Don Cammillo rimase contentissimo, e la cosa fu stabilita. Ma siccome nel mondo i malevoli e gli invidiosi non sono mai mancati, così alcuni fecero rilevare al Principe, che non era conveniente di affidare alla leggiera un lavoro di tanta importanza ad un giovane che ancora non aveva dato un saggio in grande del suo talento artistico. Per conseguenza, lo persuasero a bandire un concorso, come mezzo più efficace a raggiungere lo scopo che egli si prefiggeva.

Il Principe fece avvisare il Baccani per fargli conoscere la sua intenzione di bandire il concorso; ed il giovane architetto, per quanto si mostrasse mortificato, dové piegar la testa e ritirarsi.

Fu fatto dunque il concorso; ed una Commissione di architetti fra i più rinomati di Firenze e di fuori, fu incaricata di scegliere il progetto migliore a cui, oltre all'esecuzione, era assegnato un cospicuo premio in denaro.

Scaduto il termine, si esaminarono i progetti presentati, fra i quali uno sopra a tutti sorprese per la grandiosità del concetto, per il simpatico insieme delle linee e per lo stile. che si staccava da tutti gli altri.

Com'era naturale, quello fu il prescelto dalla Commissione, che non finiva di lodarlo. Ansiosi i componenti di essa ed il Principe, di conoscerne l'autore, fu aperta la scheda corrispondente al motto del progetto, e si vide che l'autore era lo stesso Gaetano Baccani!

Questa volta fu il principe che rimase mortificato; e mandato a chiamare nuovamente l'architetto fortunato volle dargli egli stesso la nuova, rallegrandosi con lui. Gli disse quindi di volere eseguire il primitivo progetto, perché più semplice, e meno dispendioso.

Il Baccani tutto contento lo ringraziò commosso, anche perché alla commissione del lavoro era aggiunto il premio di cinquecento lire, che prima non c'era.

Don Cammillo gli rammentò l'impegno preso col Granduca, e gli fece capire che non intendeva di tardare nemmeno un'ora, alla consegna del palazzo tutto in ordine per darvi la festa alla fine di gennaio del futuro anno 1822.

Benché non ci fossero che soli sei mesi, il Baccani assicurò il principe che il palazzo sarebbe stato terminato per quell'epoca. E così fu: anzi la consegna venne fatta otto giorni innanzi del giorno stabilito.

La festa ebbe luogo il 31 gennaio 1822, ma il Sovrano non vi intervenne a causa del lutto per la morte del cognato, principe Clemente di Sassonia, avvenuta in quei giorni a Pisa.

Con la costruzione del palazzo Borghese l'architetto Baccani assicurò la sua fama. Già egli era noto per i suoi concorsi, coronati tutti da ottimo successo; quello però di maggiore importanza fu il triennale dell'Accademia di belle arti nel quale vinse la medaglia d'oro con l'effigie di Michelangelo, e nel rovescio le tre corone intrecciate dell'Accademia. Il valore della medaglia era d'intrinseco quarantotto zecchini e otto paoli di moneta toscana, equivalente a cinquecentoquarantadue franchi.

Non sarà inopportuno qui di raccontare, riferendosi a dieci o dodici anni innanzi, che la distribuzione delle medaglie di quel concorso fu fatta con solennità nella sala del Buon Umore e le medaglie dei premiati tanto in architettura, pittura e scultura, vennero distribuite personalmente dalla granduchessa Elisa Baciocchi; la quale, nell'istesso giorno, volle che i tre premiati maggiori, cioè in architettura Baccani, in pittura Bezzuoli, e in scultura Pozzi, andassero a pranzo da lei al palazzo Pitti, ove era pure invitato il presidente dell'Accademia, senatore Giovanni Degli Alessandri, il grande scultore Canova e l'egregio professore Benvenuti.

Essendo i tre giovani premiati stati messi insieme, per metterli forse in minore imbarazzo, avendo ognuno poco più di vent'anni, così avvenne che tutt'e tre, facendosi coraggio l'un con l'altro e perdendo a poco a poco la soggezione d'un pranzo a Corte, si facevano riempire troppo spesso il bicchiere, giacché il vino della signora Baciocchi era molto diverso da quello che abitualmente bevevano a casa loro.

Ma quel vino, facendo il suo effetto, mise i tre giovanotti di buon umore più che nella sala omonima, dove avevan ricevuto il premio. Cosicché l'ilarità che in essi ne derivava, non era troppo confacevole all'ambiente. Il povero professor Benvenuti sudava sangue dalla passione, e badava a far segni a que' giovinotti perché si moderassero e si rammentassero dov'erano: ma era tempo e fatica sprecata. La Granduchessa che se ne accorse, rivoltasi al Benvenuti gli disse ridendo:

- Lasciateli fare, lasciateli fare: son giovani, ed è bene che siano allegri. -

Tornando alla costruzione del palazzo Borghese, diremo che fu per Firenze un avvenimento di grande importanza; e per più giorni la gente ci si fermava a naso per aria, come se non finisse mai di contemplarlo abbastanza. È un fatto però, che tutta la popolazione portava ai sette cieli il gentiluomo romano, che fra le sue stravaganze aveva avuto la buon idea di costruire una fabbrica che è tuttora decoro di Firenze.

Ed il Magistrato civico, nella sua adunanza del 22 marzo 1822, considerando che il principe Don Cammillo Borghese "aveva manifestato la sua predilezione per Firenze non solo con le maniere nobili e generose, ma ancora con intraprendere e perfezionare grandiosi lavori nell'avito palazzo Salviati, riducendolo a nuovo e più elegante disegno architettonico, mediante l'acquisto di molti fondi a quello contigui" e per avere arricchito la nuova fabbrica di marmi, suppellettili e mobili ricchissimi, occupando architetti, artefici e manifattori toscani d'ogni specie; ed amando la Comunità di dargliene una solenne testimonianza "impetrarono dall'Augusto Sovrano" di volersi degnare di fare iscrivere gratuitamente il principe Don Cammillo Borghese e tutta la sua famiglia e discendenza alla Nobiltà Patrizia fiorentina.

E Ferdinando III "con suo benigno rescritto" del 6 maggio dello stesso anno, approvò "che la predetta Eccellenza Sua, e sua famiglia" fossero gratuitamente ascritti alla Nobiltà Patrizia fiorentina.

Parve che il nuovo palazzo di Via del Palagio, come allora si chiamava quel tratto della Via Ghibellina, desse la spinta ad eseguire nuovi lavori di abbellimento della città; poiché nel dì 2 aprile 1823 si cominciò dal Comune a parlare sul serio della demolizione "degli stabili sovrapposti all'arco di Santa Trinita" profittando della minacciata rovina di essi.

E ciò, non tanto per appagare così "l'oggetto dei voti pubblici" quanto per migliorare quel tratto di Lungarno togliendo una porzione di fabbriche che lo deturpavano "nel più bel punto di vista", e restituire (sic) un abbellimento in aggiunta degli invidiabili pregi della città. Considerò altresì il Magistrato, che l'opporsi al voto universale dei cittadini e dei forestieri "che non cessano di ammirare la bellezza del tutto insieme" avrebbe dimostrato nel Magistrato stesso "una privazione totale di buon gusto e di amore per gli abbellimento ed ornati della città". Perciò, ritenendo che "conveniva preliminarmente assicurarsi del preciso valore dei fondi, riconobbe che per tale oggetto non vi era che il signor conte Luigi De Cambray Digny il quale potesse sostenere con impegno e zelo l'interesse della Comunità e del Governo", tanto più che egli era stato dal Magistrato supremo nominato Periziore nella vertenza tra la Comunità e i proprietari per causa della rovina che minacciavano le dette fabbriche. Lo elessero quindi perito nell'interesse della Comunità "combinandosi l'intera fiducia del Magistrato nell'abilità e talenti di si degno soggetto, e l'adesione del medesimo all'incarico da affidarsegli". Il Comune però, vedendo di non potersi ingolfare in un'opera che sarebbe costata una somma rilevante, si rivolse, secondo il solito, "alla munificenza sovrana" perché questa "venisse in soccorso della Comunità, la quale, diversamente, si sarebbe trovata nella necessità di abbandonare un sì bel progetto".

Il dì 7 luglio il Provveditore della Camera della Comunità partecipò al Gonfaloniere che S. A. I. e R. "mentre si era degnata di approvare" che la Comunità di Firenze assumesse il carico di effettuare la demolizione dell'arco di Santa Trinita "secondo il progetto già concepito" aveva ordinato che a favore della Comunità stessa "venisse elargita dalla cassa dello scrittoio delle RR. Fabbriche a titolo gratuito e per una sola volta" la somma di seimila scudi, pari a trentacinquemila dugentottanta lire della nostra moneta. Con questo però; che la Comunità dovesse sostenere interamente il carico della spesa occorrente per il detto lavoro "qualunque potessero essere i casi imprevisti, ed a qualunque somma potesse ascendere nella sua totalità" escludendo assolutamente ogni altro soccorso per parte del R. Erario. Soltanto, come "atto ulteriore di sovrana munificenza", il Granduca poneva a carico dell'I. e R. Depositeria la somma che sarebbe occorsa per i diritti di registro per i contratti coi rispettivi proprietari degli stabili da demolirsi.

Il Magistrato nell'adunanza del 9 luglio seguente "dopo aver lungamente trattato della materia" deliberò di affidare interamente la direzione e soprintendenza di tutti i lavori "al signor De Cambray Digny, Direttore dello scrittoio delle RR. Fabbriche, con amplissima facoltà al medesimo di eleggere e destinare per la esecuzione di fatto di detti lavori, quelle persone che fossero da esso giudicate più capaci ed idonee". Frattanto incaricava l'ingegnere Pietro Municchi della stima dei fondi da acquistarsi dalla Comunità.

Il signor De Cambray Digny affìdò l'opera dell'abbellimento di quel tratto del Lungarno di Santa Trinita, mercè la demolizione dell'arco, all'architetto Cacialli, il quale alla sua volta si valse dell'opera dell'architetto Gaetano Baccani, che si era oramai assicurata la fama di artista valente.

Quando il lavoro fu condotto quasi a termine, il Direttore delle RR. Fabbriche, invitò il granduca Ferdinando III a vedere per il primo, il nuovo aspetto che prendeva quel pezzo del Lungarno. Il Granduca accettato l'invito vi si recò, ed entrato nella paracinta, dove fu ricevuto dagli architetti Digny, Cacialli e Baccani, fu dato ordine al pontaio soprannominato Cinci di togliere il legname di un ponte all'altezza d'uomo. Il Cinci però, impressionato dalla presenza del Sovrano, per quanto questi cercasse di dar poca soggezione, mentre stava chinato per sfilare un'asse voltando le spalle al Granduca, scivolandogli un piede poco mancò che non cadesse all'indietro. Ferdinando III fu pronto a sostenerlo con una mano, per l'appunto in quella parte della persona che minacciava di mettere a sedere in terra il Cinci.

Il giovane Baccani, che alla vivacità dell'ingegno univa una prontezza di spirito tutta fiorentina, vedendo quell'atto del Granduca disse in un orecchio all'architetto Cacialli:

- Bisognerà mettere una lapide sul.... del Cinci! -

Il Cacialli non poté frenare il riso; ed il Granduca voltandosi domandò:

- Che cosa c'è? -

L'architetto, trovandosi un po' imbrogliato, cercò di levarsela rispondendo:

- Niente, Altezza! ridevo d'una cosa che mi ha detto qui il Baccani.

- Ditemela, ditemela....

- Ma....

- Voglio saperla! -

Il Cacialli gliel'ebbe a dire. E anche Ferdinando, mettendosi a ridere, disse:

- È giusta, è giusta, bisogna farlo davvero! -

Quanta bontà d'animo e quanto spirito in Ferdinando III!

Se la lapide non fu più fatta per il Cinci, fu fatta per ricordare l'avvenimento della demolizione dell'arco di Santa Trinita; e l'incarico fu dato al "Padre Mauro Bernardini, professore d'eloquenza nelle Scuole pie". Il Magistrato deliberò "di impetrare l'opportuno assenso di S. A. I. e R. per la collocazione della lapide al posto indicato"; e quindi "considerando che detto P. Mauro Bernardini meritava un premio per detta latina elegante iscrizione", stanziò a favore del medesimo la somma di sei zecchini, ossia di sessantasette lire e venti delle nostre, "in contrassegno del gradimento incontrato dalla detta iscrizione".

Con quest'opera si rese davvero più bella la passeggiata del Lungarno, che allora si limitava soltanto fino al Ponte alla Carraia, dov'è ora il terrazzino con la statua di Goldoni. Cotesto punto si chiamava i trapani, perché sotto le fìnestre terrene del fianco dello stabile che oggi traverserebbe il Lungarno e che si univa al ponte, avendo la facciata in Borgognissanti, vi era scolpito un trapano.

Le case di Borgognissanti, dalla parte dell'Arno, fino alla piazza, avevano tutte il giardino dal quale si scendeva nel fiume. Una di queste era la Locanda d'Italia dove alloggiò la bellissima imperatrice Olga di Russia, eletta anima d'artista, che rimase entusiasta di Firenze. Avendo essa sentito più volte parlare della famosa luminara di Pisa, ed espresso il desiderio di vederla, quando l'anno dipoi tornò a Firenze, per ordine del Granduca le fu fatto un simulacro di tale illuminazione dalla parte opposta dell'Arno fino alla Sardigna, con le biancherie venute da Pisa. Queste biancherie erano i prospetti di legno che si metteva sulla facciata delle case, a disegno architettonico e illuminate a bicchierini - si dicevan biancherie, perché quei telai eran tinti di bianco. L'Imperatrice si trattenne nel giardino fino a notte inoltrata, tanto le piacque la festa, e non poté fare a meno di andare a Pitti la mattina dopo, a ringraziare la Corte dello spettacolo dato in suo onore.

In questa circostanza non mancò lo spirito salace dei fiorentini nel cantare il seguente sgarbato stornello:

Fior di gramigna:

Per onorare una regal carogna,

S'è fatta una gran festa alla Sardigna.

L'imperatrice Olga fu invitata a pranzo dai Sovrani; e per quanto fosse abituata alla opulenta ricchezza della Corte russa, pur non ostante rimase stupita nel vedere lo sfarzo dei vasellami medicei, opera di Benvenuto Cellini, e di altri insigni artefici, che nessuna Corte al mondo poteva mostrare.

Arrivato il momento della partenza da Firenze, Olga di Russia con le vetture di posta che la dovevan condurre per la via di Bologna, fece una passeggiata alle Cascine, perché prima d'andar via volle rivederle, tanto le piacevano.

Dopo la demolizione dell'arco di Santa Trinita, che si chiamava volgarmente anche l’Arco de' pizzicotti perché essendo stretta la strada i libertini nella folla si approfittavano per fare i pizzicotti alle donne, l'opera pubblica che fece più scalpore fu l'allargamento della Piazza del Duomo dalla parte del campanile, con la costruzione dei tre corpi di fabbrica detti "le Case dei Canonici". Anche questo è lavoro di Gaetano Baccani, che essendo oramai in voga, era stato eletto architetto dell'Opera di Santa Maria del Fiore. Il primitivo progetto del Baccani era molto più grandioso di quei tre corpi di fabbrica approvati; poiché egli aveva immaginato un grandioso fabbricato solo, dalla Mìsericordia alla cantonata di Via del Proconsolo, lasciando l'ingresso a Via dello Studio e a piazza del Capitolo mediante una porta e un androne, che parevano far parte del fabbricato; e così dal Campanile di Giotto si vedeva direttamente, come del resto è adesso, lo sfondo di Via Buia, oggi Via dell'Orologio. Si deve pure al Baccani la cancellata attorno al Duomo, che venne fatta nel 1835, e che valse a togliere tanti abusi e tante sconcezze.

Un'altra opera lodatissima fu la prosecuzione della Via Larga e l'apertura di quella fra Via San Gallo, difaccia alla chiesa di Bonifazio, ed il Maglio, decretata dal Comune all'oggetto di estendere il fabbricato della capitale ed a comodo della popolazione, che andava giornalmente aumentando. a perizia di questo lavoro si fece dal Direttore delle RR. Fabbriche nel 17 agosto 1827; ed il progetto definitivo fu approvato dal Magistrato civico nell'adunanza del 19 novembre successivo.

Considerando poi il prelodato Magistrato che alle due nuove strade conveniva dare un nome, nel dì 30 marzo deliberò che quella in prosecuzione di Via Larga e che arrivava alle mura si denominasse Via Leopoldo e l'altra traversa Via Marianna, "in onore e memoria dei regnanti". Una settimana dopo pervenne al signor Gonfaloniere la partecipazione che S. A. I. e R., "si era degnata di gradire i sentimenti di devozione" della Magistratura civica, ma che per una specie di umiltà e di devozione aveva ordinato che le due nuove strade si chiamassero, l'una Via San Leopoldo e l'altra Via Sant'Anna!

Chi sa che Leopoldo II non prevedesse d'andare a finir sugli altari. Non ci corse nulla

 

XXVI

Piazza del Granduca

La Dogana in Palazzo Vecchio - Facchini e ragazzi - Il tetto dei pisani - I ciarlatani nei giorni di mercato - Il Niccolai, il Billi e Trentuno - Colossi della scienza - Cavadenti e contadini - Orologiari di ventura - Mercurio Castelli di burattini - I maccheroni freddi di Martino - La ritirata - L'Angelus Domini - I cartelli de' teatri - Il Canto dell'acquavite.

Piazza del Granduca, quella che oggi si chiama della Signoria, la più antica e la più celebre di Firenze, aveva un'impronta speciale, un carattere tutto proprio, del quale non se ne ha più la minima idea.

La Dogana era in Palazzo Vecchio; e la porta dal lato di tramontana dietro al Cavallo, si chiama tuttora porta della Dogana. In quella parte della piazza, ogni giorno si scaricavano le balle della canapa che veniva da Bologna, con dei carri tirati da cinque o sei cavalli, e l'assistere a quell'operazione dello scarico, era uno spasso per i fannulloni d'allora. Vi prendevan parte anche molti ragazzi, che si compiacevano ad aiutare i facchini che eran tutti svizzeri, i quali in compenso lasciavan loro accomodare alcune di quelle balle in fila, ad una certa distanza l'una dall'altra, perché si divertissero poi a saltarle con intermezzi di capriole e di qualche caduta. Questo giuoco destava l'ammirazione dei forestieri, che tutti contenti del gratuito spettacolo ginnastico, davano un paolo o mezzo paolo di mancia ai più bravi.

Il divertimento durava dalle dieci della mattina fino alle ventiquattro; ossia all'Ave Maria della sera, ora in cui dai facchini veniva riposta nel cortile, o sotto la grande volta, tutta quella mercanzia.

Le botti dello zucchero, dello spirito, del caffè e le altre merci, si depositavano nei sotterranei del palazzo; in parte anche nei locali che poi servirono all'Esattoria, ed il resto in quelli che oggi son destinati a Caserma delle Guardie.

Ma l'aspetto più caratteristico, la Piazza del Granduca l'offriva in tutta quest'altra parte compresa fra le Logge dell'Orcagna, la Meridiana e la Vecchia Posta.

Entrando da Via de' Calzaioli, si rimaneva ad un tratto storditi dal baccano e dal frastuono, come se si fosse a una fiera di campagna.

La gente non poteva quasi passare, tanta era la quantità dei ciarlatani, dei saltimbanchi, cantastorie, giuocatori di prestigio, casotti di burattini, e carri con le scimmie o cani ammaestrati; venditori di semenza, di lupini, di sapone per cavar le macchie e di lumini da notte. C'eran quelli co' panieri de' dolci a forma di nicchia, fatti di tritello e miele, che s'empivano d'una specie d'acqua sudicia, battezzata pomposamente per rosolio, la maggior ghiottoneria dei ragazzi che andavano a nozze quando sentivan gridare: "Un quattrin mangiare e bere senza mettersi a sedere".

Ad ognuno di quei banchi, o casotti, o carri, c'era sempre una folla di garzoni di bottega; e spesso si vedeva apparire qualche maestro, che con uno scappellotto ed una pedata simultanea, a colpo fisso quanto sicuro, prendeva per un orecchio lo smemorato ragazzo e lo riportava a bottega.

Sotto il tetto della Posta dov'è ora il Palazzo Lavison, che si chiamava "il tetto dei pisani" - perché fatto costruire dalla Repubblica ai prigionieri della guerra di Pisa nel 1364 - cerano alcuni banchetti di venditori di cinti erniari, detti brachierai, i quali, specialmente nei giorni di mercato, facevano affari d'oro imbrogliando co' baratti, que' contadini che si lasciavano imbecherare ch'era un piacere. Erano notevoli anche i postini di campagna, che venivano a prendere le lettere; e si riconoscevano dalla tuba, dai calzoni corti e la bolgetta a tracolla.

Fra tutta quella gente giravano e si fermavano qua e là i ciechi, che cantavano sulla chitarra, o sonatori d'arpa e di violini, che aumentavano il baccano e la confusione.

Ma più aspetto di fiera, la Piazza del Granduca lo prendeva il martedì e il venerdì, giorni di mercato. Allora poi, per chi non aveva nulla da fare, era un divertimento davvero. In quei due giorni la prevalenza su tutti i ciarlatani soliti, e su gli altri che ingombravano la piazza, la prendevano i dentisti ed i ciarlatani di lusso che venivano di fuori di Firenze. I più celebri furono un certo Niccolai, un tal Billi, Trentuno, e più tardi il Tofani, che fu l'ultimo della specie.

Il Niccolai che veniva da Pistoia, si fermava dinanzi alla Posta; e standosene ritto sul suo cadesse, tutto polveroso o infangato, spiegava al pubblico di contadini e di vagabondi, - dei quali grazie a Dio non c'è mai stata penuria - che lo attorniavano in folla stando ad ascoltarlo a bocca aperta, tutti i meravigliosi pregi di certi suoi cerotti per le piaghe d'ogni genere e d'ogni origine; degli unguenti per i dolori d'ogni specie, compresi quelli morali; acque per le malattie d'occhi, da fare accecare chiunque; e rimedi miracolosi per gli zoppi che a sentirlo, dovevan buttar via le gruccie, non rimanendo però responsabile se dando retta a lui, sarebbero andati a gambe all'aria.

Il Billi si piantava con la sua carrozza un centinaio di passi distante dal collega, più che rivale, vendendo i soliti intrugli, i soliti rimedi, che dopo tante incertezze e mezzi pentimenti, molti contadini sempre diffidenti delle cose buone ma creduli alle ciarlatanerie, finivan per comprare, avendo anzi tutt'a un tratto la paura di non fare a tempo ad acquistare il prezioso e miracoloso unguento.

Ma il più caratteristico, il più curioso, era il famoso dentista Trentuno. Egli faceva il suo ingresso trionfale in Piazza del Granduca sopra un cavallo piuttosto arrembato, seguìto dal figliuolo, pure a cavallo, e carico di borse di pelle portate a tracolla, piene degli istrumenti necessari a quella specie di tortura.

Il vecchio Trentuno, stando sempre sul suo ronzino, cominciava a predicare contro il male dei denti come se fosse stato un nemico visibile, facendo una grande impressione sui disgraziati che gli facevano cerchio, e che aspettavano a gloria che l'insigne professore si degnasse di levarglieli magari anche tutti, facendo un pianto e un lamento per non soffrir più.

Il circolo che facevano intorno a Trentuno quei poveretti con una gota gonfia, col viso acceso fasciato dalla pezzuola, era dei più strani. Se non si fosse veduto su quei visigoti del dente, l'espressione d'un acuto dolore, ci sarebbe stato da ridere, tanto erano curiose le loro smorfie, e il desiderio che si leggeva ad essi negli occhi, di uscir presto da quel tormento.

Dopo la sua arringa, l'egregio dentista che pareva Pietro l'eremita quando bandiva la crociata, si faceva avvicinare il figliuolo che senza smontar da cavallo neanche lui, gli porgeva i ferri, e quindi al primo contadino più coraggioso che si presentava, gli faceva appoggiare senza tanti complimenti il capo sulla sua coscia, e in un batter d'occhio, gli levava un dente che spesso pur troppo.... non era quello malato!

C'erano alcuni che cacciavano un urlo tale, da svegliare perfino il povero cavallo che destato così di soprassalto faceva uno scossone tanto forte, da buttare quasi in terra anche il paziente.

Nell'estate poi, quando le mosche davan noia all'indomito destriero, questo se le scacciava cori la coda, un codone lungo che gli toccava terra, mettendo spesso i crini negli occhi a quei disgraziati, che per levarsi un male inciampavano in un altro peggiore.

Ogni mese o due cantavano però sulla Piazza del Granduca dei ciarlatani di grido, di fama mondiale, seduti sopra un carrozzone che arrivava a' primi piani, spesso tirato anche da quattro cavalli. Questi erano i colossi della scienza: vestiti di nero, con certe tube più grandi del vero; enormi collane d'oro, o quasi; ciondoli d'ogni specie, ed il moro accanto: moro, per lo più onorario, se non onorato, tinto col sughero ma vestito alla turca. Sul di dietro del carrozzone c'era una banda, se non di ladri - almeno si crede - certo di suonatori da fare scappare. Quando si trovavan d'accordo la gran cassa, i piatti e il bombardone, pareva la fin del mondo.

Quei professoroni, di lassù da quel pergamo, per cominciare subito bene, principiavano a trattar male i contadini, che stavan loro d'intorno quasi in adorazione. In ricompensa si buscavan di bestie, di zucconi e di ignoranti tutti, dato con tanta prosopopea, con tanta arroganza e sicurezza da quegli elefanti del sapere, che pareva proprio che dovessero riavere un tanto.

L'effetto era straordinario. Nessuno fiatava, e si pigliava anzi in pace, con una certa compiacenza, tutte quelle invettive e quelle impertinenze come se spettassero loro di diritto. Nessuno s'arrischiava d'andare a farsi levare i denti da quei dottoroni, da quelle enormità scientifiche. Ma allora il professore vedendo in bilico il risultato della sua facondia, con benevola burbanza incoraggiava il povero di spirito e lo faceva salire a cassetta accanto a lui, nel posto del moro, il quale si metteva dietro col bicchiere dell'acqua bell'e preparato, per far risciacquar la bocca al paziente.

L'infelice pareva in berlina: tutti muti, stavano attenti aspettando il momento della sganasciatura. Il professore dopo levato il dente, lo mostrava al popolo attonito, e spesso lo buttava fra la folla, con gesto largo, magnanimo, da imperatore romano, come per saziarne l'avida curiosità.

E dire che c'era della gente che aveva lo stomaco di raccattarlo e di osservarlo come se fosse stato un oggetto prezioso, o una reliquia!...

Alcuni di quei professori per mostrare con una grandezzata la sicurezza nella loro valentìa, al disgraziato a cui la Provvidenza levava in quel momento le sue sante mani dal capo, legavano il dente con uno spago: poi scaricando a bruciapelo una pistola, il povero contadino che non s'aspettava quell'acciacco, tutto impaurito dava una stratta come per scappare e così il dente veniva estratto da sé.

Di cotesti enormi scienziati, qualcuno era veramente abile, e dava consulti in casa col pagamento d'un paolo - cinquantasei centesimi! - Facevano operazioni d'ogni genere, estirpavano tumori, tagliavano cancri, pezzi di naso.... insomma nessuno di quelli che capitavano nelle loro mani andava via intero.

I contadini, non erano solamente vittima dei ciarlatani; perché tra tutti coloro che capitavano in Piazza del Granduca facevano a chi li metteva più in mezzo.

Quelli che vendevano gli orologi, - che il popolo chiamava martinacci, specie di grosse chiocciole delle quali avevan tutta la figura - tenevano il primo posto.

Questa specie di orologiari di ventura o di contrabbando, con una scatola al collo piena d'orioli vecchi e nuovi, si fermavano dove c'eran più fitti quei tarpani, e senza dir nulla ad aspettare indifferenti, perché sapevano che gli allocchi ci sarebbero cascati di suo. Costoro non avevan la pretesa esclusiva di vendere, ma s'adattavano anche a fare i baratti; ed era questa loro furbesca condiscendenza, che tirava nella rete i gonzi, i quali ci cascavano che era un piacere.

Per riuscir meglio nell'intento, quegl'imbroglioni avevano i loro manutengoli, o trucconi, i quali figuravano di contrattare uno di quelli orologi; e poi fingendo di non accomodarsi, si allontanavano. Allora un contadino si fermava e domandava anche lui il prezzo. L'orologiaro d'occasione mostrava un sacrilegio d'orologio che battezzava per un "Vacheron Costantin" e gli chiedeva trenta lire. Il contadino per non sbagliare gliene offriva venti; e il mercante quasi offeso gli voltava le spalle e se ne andava più in là, come per liberarsi, scandalizzato, dal contatto di quell'audace.

Il villano mortificato lo seguiva con gli occhi pieni di desiderio, non arrischiandosi ad avvicinarsi di nuovo per paura d'esser trattato male.

Allora un altro imbroglione, di balla col primo, usciva fuori e fermandosi dinanzi all'orologiaro gli offriva due lire di più del contadino. Ma l'altro non accettava e andava più in là ancora. Il credulo villanzone fattosi coraggio tornava, e offriva ventiquattro lire: ed il truccone ripigliava in mano l'orologio, lo guardava e ne offriva ventisei, che venivano rifiutate.

Finalmente, aumentando qualche altro soldo, il contadino finiva per fare quel bell'acquisto di cui aveva luogo a pentirsi appena arrivato a casa.

Il bello però si era che il più delle volte quegli orologi che parevan d'argento, non eran che d'ottone argentato!

Uno dei più bravi tra quei furfanti era un certo Mercurio, famoso per appiccicare dei cosiddetti cerotti a quei contadini, che se ne ricordavano finché campavano.

Se poi c'era qualcuno che voleva fare un baratto, questo per l'orologiaro diventava un affar d'oro addirittura. Cominciava dallo sberciare subito l'orologio vecchio, e diceva immancabilmente: - Che volete voi ch' i' faccia di questa cazzeruola ? - e lo restituiva facendo lo scontroso.

Il contadino si piccava e finché non aveva avuto un orologio peggio di quello che dava, aggiungendovi quindici o venti paoli non era contento.

Vedete per quali arcane vie la Provvidenza gastigava i contadini per quello che rubavano ai padroni!

La sera, Piazza del Granduca prendeva un aspetto tutto diverso. Non rimanevano che tre o quattro castelli di burattini. e qualcuno con le vedute del mondo nuovo, o della passione di Gesù, o della guerra di Napoleone. I ragazzi andavano a nozze e ci si spassavano e ridevano come non avranno più riso, dicerto da grandi, quando avranno creduto di divertirsi sul serio. La figura più caratteristica e che richiamava più gente, era un certo Martino, che tutte le sere verso le ventiquattro arrivava col suo carretto pieno di panieroni da cinque fiaschi, nei quali panieroni metteva uno sull’altro tanti piccoli piatti coperti, dove c'erano dei maccheroni freddi, che andavano via a ruba appena li metteva fuori. Questo cuoco.... a freddo, si piantava vicino alla cantonata di Via Calzaioli, sulla gradinata del palazzetto Bombicci, e non riparava a smerciare i suoi maccheroni. Di ogni piatto ne tagliava cinque spicchi; da una scodella piena di cacio di Roma grattato ne pigliava pulitamente con le mani un pizzicotto, li incaciava, e con un bussolotto bucato ci spruzzava il pepe e ne dava via ad un quattrino lo spicchio.

Ma c'erano anche allora gli sciuponi, gli scialacquatori, i figliuoli prodighi, inconsideratamente golosi, i quali ne prendevano un piatto intero, che costava nientemeno che una crazia, ossia sette centesimi!… Questi dilapidatori si conoscevano a colpo d'occhio, perché spendendo una somma così ragguardevole, tutta in una volta, avevan diritto alla forchetta, oggetto di lusso e da persone veramente a modo. Gli altri - la plebe che ne prendeva uno spicchio soltanto - li mangiava con le mani e così parevano anche più saporiti!

In meno di mezz'ora, Martino tornava via co' panieroni vuoti e colle tasche piene; perché spesso le piccole industrie bene indovinate, con un capitale di tre o quattro lire, danno un guadagno da campare una famiglia intera. Martino con dieci paoli di capitale ne guadagnava altrettanti.

Finalmente la ritirata era quella che dava la chiusa alla baldoria di tutta la giornata. Mezz'ora prima delle ventiquattro venivano i tamburini e i pifferi - preceduti dal capo tamburo - e le trombe dei dragoni e dei cacciatori a piedi - quelli chiamati fior di zucca - dirette dai capitromba. Il capotamburo, che aveva il grado di sergente maggiore e che apparteneva ai fucilieri, prendeva il comando di tutta la batteria.

Pochi minuti prima delle ventiquattro usciva fuori la guardia, ossia la compagnia che montava in Palazzo Vecchio, ed allo scocco dell’Ave Maria si metteva a rango per la preghiera. L'uffìciale faceva il saluto con la sciabola, e i soldati col fucile a pied'arm e la mano sinistra al casco, stavano in posizione, mentre la batteria dei tamburi faceva tre rulli.

Tutto il pubblico si levava il cappello e diceva - o figurava di dire – privatamente l’Angelus Domini. Terminata la preghiera, i tamburi davano un rullo prolungatissimo, che faceva rimaner senza fiato. Quindi il capotamburo per fare il bravo buttava in aria la mazza col grosso pomo d'argento, come quella dei guardaportoni, e ripigliandola e facendola roteare rapidamente come se fosse stato un fuscello, si metteva alla testa della batteria. I tamburi, i pifferi e le trombe, alternandosi a vicenda, suonavano la ritirata e marciavano tutti compatti in avanti; quindi facendo una conversione a sinistra giravano attorno alla piazza, e dopo compiuto il giro si fermavano nel mezzo. Allora ogni batteria di tamburi e di trombe se ne andava al proprio quartiere, preceduta da una turba di monelli, che facevan la strada a forza di salti e di capriole, seguita dai soldati e dai soliti curiosi e bighelloni.

Con la ritirata, la Piazza del Granduca rimaneva deserta fino alla mattina seguente.

Sotto la tettoia della Posta, la festa in tempo di pioggia o quando il sole scottava a buono, dalle undici alle due, era il ritrovo degli ufficiali e degli eleganti, che vi si davano appuntamento. E di lì passavano le signore e le giovinette che prima d'andare a desinare facevano la rituale ed obbligatoria passeggiata di Via de' Calzaioli, per vedere e farsi vedere.

D'inverno e nella mezza stagione il ritrovo festivo aveva luogo sull'angolo di Via Vacchereccia, dove in alto, ad una fune attraverso alla strada si attaccava l’avviso del teatro della Pergola. Gli avvisi degli altri teatri si mettevano, appesi pure ad una fune, attraverso a Via de' Calzaioli, fra Condotta e Baccano.

Dalla farmacia Forini - di cui anch'oggi si ammira il cartello intagliato dal Duprè - fino alla cantonata di Calimaruzza, tutte le mattine si mettevano in fila i muratori senza lavoro, aspettando che qualcuno andasse a cercarli per prenderli a giornata; e quel pezzo di strada si chiamava il Canto dell'acquavite; perché quei muratori mentre aspettavan di lavorare, per non render conto a Dio dell'ozio, ogni poco andavano da un droghiere che c'era sulla cantonata di Condotta a prendere un bicchierino.

Di qui nacque il dettato che quando un lavorante era a spasso, si diceva che era sul "Canto dell'acquavite". Ma su quel canto ci andavano anche coloro che la bastonavano la voglia di lavorare.

 

XXVII

Mercato Vecchio - Il Ghetto

Le rovine della civiltà romana - Il palazzo dell'Arte della Lana - La Colonna di mercato - L'osteria della Cervia - La spezieria del Giglio - il Barba vinaio - Un cuoco di baldacchino - La beccheria - La fila - La spezieria dello Spirito Santo - Il palazzo della Cavolaia - Il palazzo Vecchietti - San Pier Buonconsiglio - Il Mercato Vecchio nelle solennità - L'Arte in Mercato Vecchio - Il Gran Postribolo - Gli ebrei prima del Ghetto - Quando e come fu edificato il Ghetto - L'interno - Sono levati i portoni - Cosa divenne il Ghetto - A toccaferro con la polizia - Le cose a posto.

Se Piazza del Granduca aveva un'impronta caratteristica, Mercato Vecchio ne aveva una non meno singolare e curiosa.

Dallo sdrucciolo di San Michele e Baccano - quel tratto di Via Porta Rossa fra Via dei Calzaioli e le Logge di Mercato Nuovo - si entrava in Calimara, breve tratto dell'antica via lunga due miglia toscane, che da San Gallo a Porta Romana divideva Firenze in croce; un'altra strada, lunga a tanto, dalla Porta alla Croce menava diritto a quella del Prato attraversando Mercato Vecchio.

Sarebbe ozioso e superfluo rifare la storia fortunosa di questa antichissima parte della città, che fino dalla sua origine fu la più importante, e poi divenne il cuore di Firenze. All'epoca romana quivi sorgevano il Campidoglio, il foro, le superbe terme con impiantiti a mosaico e vasche e forni e tepidari e calidari, che potrebbero servire anche oggi di efficace esempio nelle costruzioni di locali consimili.

Mercato Vecchio fu una località sontuosa e ricca a tempo de' romani, e quindi dei fiesolani quando scesero "ab antico" come dice Dante, nelle ridenti rive dell'Arno.

Sulle rovine della civiltà romana sorsero allora i superbi palazzi e le sontuose case del medio evo, che poi alterate, deturpate e trasandate, ridussero quel luogo il peggiore della città. E dove prima erano state le linde, fastose case romane, e le severe dimore degli antichi fiorentini, Si fecero catapecchie e casupole di povera gente, il Mercato, e il Ghetto.

Entrando in Calimara da Baccano di fronte alle Logge di Mercato Nuovo, si poteva dire d'esser già in Mercato Vecchio. Sull'angolo a sinistra v'era la rinomata bottega del Valenti tabaccaio, famoso per le acetose, le orzate, e per il popone in guazzo. Qui la strada cominciava subito stretta, piena d'una folla affaccendata di serve, di cuochi con la sporta, come allora usava, e di gente che non avendo né cuoco né serva, andava da sé a far la spesa lesinando il quattrino e cercando di spenderli "co' gomiti" secondo l'antico modo di dire de' fiorentini.

In quel tratto, fino a Via delle Sette Botteghe, ci stavano i linaioli, i canapai e i venditori di ferrarecce: accanto al palagio dell'Arte della Lana c'erano i friggitori di roventini, di gnocchi, di sommommoli, di pesce e d'ogni cosa un po’.

Nelle sere specialmente di venerdì e di sabato, delle vigilie e di quaresima, la scena di quel punto di Calimara era veramente fantastica.

Le fiaccole delle padelle di sego, o dei lumi a olio infilati sopra un bastone, e le fiamme dei fornelli sui quali le padelle friggevano esalando acre odore di pesce e di baccalà, mandavano in distanza dei bagliori rossastri, degli sprazzi di luce e degli effetti d'ombra curiosissimi.

I friggitori urlavano chiamando la gente, e la gente si affollava a comprar la cena che consisteva in frittelle di mela, in carciofi, in baccalà, pesci d'Arno e fiori di zucca a seconda della stagione. In quella località, il movimento dalle ventiquattro all'un'ora era grandissimo.

Il palagio, o torrione, come lo chiamavano, che fu l'antica residenza dell'Arte della Lana, sembrava un rimprovero vivente d'esser lasciato in uno stato di spregevole abbandono, in mezzo a una turba schiamazzante e alle nauseanti esalazioni delle padelle e delle caldaie.

Presso al torrione dell'Arte della Lana tra San Michele e lo sdrucciolo, ebbero sede l'arte de' chiavaioli, de' calderai, de' beccai, e.... dei medici e speziali.

La residenza dell'arte dei linaioli, de' rigattieri furono presso Sant' Andrea; e quella degli oliandoli nelle antiche case dei Lamberti, nella Piazza del Monte di Pietà.

Da Via delle Sette Botteghe fino alla chiesa di Sant' Andrea non c'erano che ortolani, i quali cuocevan anche l'erba in certe caldaie nere da non si giovare a guardarle, e che molti andavano a comprare per risparmiare il fuoco. Broccoli a palle, cavolo nero, spinaci, patate lesse, e tutto ciò che costava poco e faceva comparita, era lì a mostra in piatti enormi e andava via a ruba. Da Sant'Andrea c'erano anche ì salumai con fuori i bariglioni delle salacche, delle aringhe, del tonno e delle acciughe che si sentivano da lontano. Ed era tutto un formicolìo di persone che andavano, che venivano, che contrattavano, che chiedevano, che bisticciavano sul prezzo o sul peso; insomma, pur che trovassero da ridire, nessuno stava zitto.

E s'arrivava alla Colonna, centro e anima di Mercato Vecchio dove in antico si davano i tratti di corda ai delinquenti col corpo del delitto addosso. Si son visti dei notari falsari coi protocolli al collo; e dei civaioli ladri, coi quartucci legati pure al collo per dimostrare che rubavano sulla misura. Attorno alla Colonna, come tanti pulcini sotto la chioccia, c'erano altri ortolani che cuocevan l'erba, fruttaioli, friggitori e testicciolai, che pelavan le teste d'agnello dopo averle scottate nell'acqua a bollore della caldaia lì nella strada; e cotenne di maiale e zampe di vitella e trippa e roba fino a far venire la nausea, ma tutta accomodata per bene in certi grandi piatti di rame del seicento, che oggi si vedono nelle vetrine degli antiquari.

In Via degli Speziali si trovava l'osteria e albergo della Cervia sull'angolo di Via de'Cardinali, ora Via de'Medici, la quale esisteva fin dal 1578; ma la casa non era ancora destinata ad uso d'albergo; e nei libri delle Decime del 1378 trovasi che in una stanza di essa casa, Antonio di Francesco da Dicomano, del Gonfalon d'oro "vi faceva osteria" ed era conosciuto per Tonino oste alla Cervia. E Tonino confinava con un tal Bernardo profumiere e con l'albergo del Falcone ove nel 1317 Bernardino da Pistoia faceva egli pure osteria, che rimaneva presso il Canto del Giglio in Via Calzaioli, ove appunto in cantonata v'era fìno dal XVI secolo la "Spezieria del Giglio" rimasta fino a' nostri giorni.

Difaccia, più in giù, c'era l'osteria della Coroncina, sull'angolo che metteva al vicolo dello stesso nome alla Piazza dei Tre Re e al vicolo detto dell'Onestà rispondente in Via Calzaioli, perché quivi in alcune stanze dell'Arte de'beccai, risiedeva il Magistrato dell'Onestà: titolo che pareva una canzonatura, perché si doveva occupare invece delle meretrici. Questo magistrato piuttosto curioso si componeva di otto cittadini, popolani e guelfi, estratti a sorte due per quartiere, i quali sotto nessun pretesto potevan rinunziare a quell'onorifico incarico. Essi avevano ogni suprema autorità sulle donne pubbliche, a cui assegnavano il luogo dove dovevano abitare, rilasciavan loro il bullettino di libero esercizio, e stabilivano perfino il prezzo che potevan pretendere!... In quelle antichissime botteghe della Spezieria della Pina d'oro in Via degli Speziali e di un vermicellaio, che esistevano fino alla fine del secolo scorso, nel tempo di cui ora si parla, c'era un famoso vinaio detto il Barba, rinomatissimo per il vino della Rufina: e quando tirava fuori di cantina un fiasco di vino vecchio, che pareva rosolio, protestava innanzi, come se si trattasse d'una cosa enorme, che meno d'undici crazie - 77 centesimi - non lo poteva dare!

Dall'altra parte di Via degli Speziali accanto alla Cervia aveva gran nome la rosticceria del Baldocci, - che era stato un cuoco di baldacchino come si diceva allora - e che faceva l'arrosto meglio che alla famosa fila. Il che era tutto dire! Non meno celebre era l'antica bottega Bassi di pizzicagnolo in faccia alla Tromba, la più di lusso di quel genere.

E tornando in Mercato si trovava in angolo tra Calimara e Via dei Ferravecchi il tabernacolo - un gioiello d'architettura ridotto a bottega di coltellinaio, con le colonnette a spirale nascoste dentro l'intonaco, che già appartenne all'Arte dei medici e speziali, la cui residenza fu nella torre dei Caponsacchi sulla piazza di faccia al Ghetto. Accanto alla Colonna, a sinistra, cominciava la beccheria.

Verso il seicento i macellari cominciarono a tenere costì fuori dei deschi; poi li copriron con delle stoie, e adagio adagio li chiusero con assi e tramezzi di tela intonacata: così, senza che nessuno se ne accorgesse, divennero botteghe che pagavano più d'un piano di casa.

Dietro ai macellari, in un passare largo appena un braccio, c'erano i pollaioli e i venditori di caccia.

Di fronte alla beccheria c'era la famosa Fila, la rosticceria più antica di Firenze, poiché si afferma esistesse fin dal XVII secolo. La rinomanza di essa era proverbiale. Bisognava vedere in circostanze di feste, o di solennità, il numero infinito di polli che si arrostivano; e l'agnello e i fegatelli e il maiale e la vitella di latte della Fila, che dicevano, - faceva uscire i morti di sepoltura! - Nelle vigilie, nella quaresima e nei venerdì e sabati, la roba che si friggeva e la folla che aspettava era cosa da non credersi. Molta povera gente andava prima di mezzogiorno alla Fila a comprare mezzo pollo o un po' di vitella per portare, di nascosto ai serventi, ai loro malati all'ospedale, che quando sapevano di dov'era quella roba, tornava loro l'appetito e mangiavan con gli occhi ciò che gli amorosi parenti recavan loro.

Accanto alla Fila era l'antichissima Spezieria dello "Spirito Santo" del Carobbi, e di fianco alla chiesa di San Tommaso una vecchia bottega di semplicista con tutti fasci di erbe legati ai travicelli; la maestruzza per il dolor di corpo, che a vederla parevan ciocche di finocchio; e mazzi di papaveri polverosi, e vasi di mignatte nell'acqua verdastra tenuti a mostra, e tutt'intorno gli scaffali con le cassette contenenti la camomilla, i fiori di malva e un'infinità di erbe medicinali alle quali si credeva più che ai medici.

Dirimpetto al semplicista c'era un famoso fioraio, l'unico che fosse in Firenze, poiché il lusso dei fiori non era conosciuto; e tolto di qualche vaso di viole, di cedrina, di geranio, di violacciocche o di pensée - che le chiamavan "suocera e nuora" perché ogni fiore volta per così dire le spalle all'altro, non si coltivava né si apprezzava dal popolo nessun fiore speciale.

Vicino a questo fioraio esisteva un'altra bottega di semplicista; e quindi rigattieri, linaioli, cuoiai, fruttaioli e via dicendo fìno all'Arco de' Pecori. E poi, presso l'Arco dell'Arcivescovado, daccapo salumai, e ortolani e ottonai, e venditori ambulanti di zolfanelli, allora tanto in uso, che erano fuscelletti di gambo di canapa intinti dall'un capo e dall'altro nello zolfo, s'accendevano accostandoli al fuoco, e si vendevano per un quattrino mazzi di venti o venticinque ciascuno.

Girando da Piazza dell'Olio, e attorno al Ghetto s'entrava in mille straducole e piazzette tutte ingombre di barroccini, di ceste di venditori in una confusione incredibile. Piazza de' Marroni, Piazza dell'Uova, Via delle Ceste, "La Palla" ove era l'antico Campidoglio, che Firenze, a similitudine di Roma, sebbene più in piccolo, volle avere all'epoca romana; e che negli ultimi tempi divenne un albergo, e qualche cosa di peggio frequentato dai soldati e dai giovinastri; ed abitato da certe donne che facevano appunto a palla d'ogni virtù e d'ogni decoro.

Dal vicolo della "Luna" appena largo un braccio, fetido e buio da farsi il segno della croce prima d'avventurarvisi, s'entrava nella caratteristica Piazza della Luna, sulla quale corrispondeva l'antichissimo palazzo di questa famiglia, che fu costruito sugli avanzi del Campidoglio e rispondente sulla Via de' Vecchietti.

Il popolo lo chiamava il "Palazzo della Cavolaia" poiché si raccontava come una paurosa leggenda, che ai tempi di Totila, mentre egli abitava nel Campidoglio, invitò i principali cittadini di Firenze chi dice a consiglio e chi dice a una festa.

S'entrava in quell'edifizio per la Via tra'Ferravecchi, oggi degli Strozzi, e accanto alla porta c'era una donna che vendeva erbaggi ed era chiamata la cavolaia. Essa vedendo entrar sempre persone nel Campidoglio, e mai uscirne alcuna, cominciò dopo qualche ora a metter sull'avviso coloro che continuavano ad arrivare - i quali, insospettiti, non entrarono nel tristo fortilizio, e scamparon così la vita; poiché si seppe che coloro che vi eran già entrati, erano stati a mano a mano fatti trucidare.

Tanta fu la riconoscenza che ebbero coloro che vennero salvati dalla cavolaia, che dopo la sua morte stabilirono che le fosse ogni anno celebrato un uffizio in suo suffragio e la campana che dalla sera d'Ognissanti fino all'ultimo giorno di carnevale, suona anch'oggi le tre ore di notte, si disse la campana della Cavolaia, perché quella era l'ora in cui ebbe luogo, secondo alcuni, la festa fatale. La leggenda su riferita, piuttosto che a Totila v'ha chi l'attribuisce al Duca d'Atene e a' suoi tempi.

Dalla Via tra'Ferravecchi fino agli Strozzi, e Via de' Pescioni dietro il palazzo Corsi, era sempre Mercato, e la strada era ingombra dì banchi, di deschi di macellari, di ceste d'ortolani, di fornelli di friggitori.

D'estate le strade di tutto quel quadrato del centro della città che costituivano il Mercato, era coperto di tende d'ogni colore, d'incerati gialli, di pezzi di traliccio e di stoie, in una confusione straordinaria di colori, di fogge e di toppe, da stancare qualunque immaginazione e da far disperare qualunque artista avesse voluto riprodurre il quadro strano, singolarissimo, pieno di vita, di movimento e di colore locale.

Ritornando in su per Via tra'Ferravecchi, si trovava il Canto de' Diavoli dov'era il palazzo Vecchietti, opera di Giambologna, del quale pure era il piccolo satiro in bronzo che serviva di portabandiera sull'angolo del palazzo stesso, e che ora si conserva nel Museo Nazionale. Quindi la chiesa di San Pierino, ossia di San Pier Buonconsiglio, che aveva sulla facciata la magnifica lunetta storiata dei Della Robbia una vera meraviglia d'arte, che si ammira nel citato Museo. Accanto, a sinistra, esisteva il Vicolo del Guanto e di faccia la caratteristica e graziosa Loggia del Pesce costruita nel 1568 sul disegno di Giorgio Vasari per ordine del granduca Cosimo I che la fece edificare dopo che la terribile piena dell'anno innanzi aveva distrutta quella antichissima a piè del Ponte Vecchio nella via che poi si disse degli Archibusieri, ove fin dall'epoca romana si faceva il mercato del pesce.

Dopo San Pier Buon Consiglio s'entrava in Pellicceria, dove c'erano i ramai, alcuni linaioli e tralicciai e fornai. A destra andando verso Porta Rossa si trovava il Chiasso del Mangano, ove fino ai nostri tempi è esistito l'antico mangano in uso fin dall'epoca della Repubblica, e che serviva per dare il lustro alle stoffe quando le levavano dalla gualchiera. Cotesto mangano consisteva in un gran piano di marmo liscio, dove si stendeva la stoffa su cui scorrevano i rulli sui quali pesava un enorme masso, che veniva messo in movimento da un meccanismo speciale quanto primitivo a guisa di bindolo o guindolo, girato da un cavallo.

In faccia al Mangano la Piazza del Monte di Pietà e poi Via de'Cavalieri e Via Lontanmorti e tutto quel ginepraio di vicoli e straducole e chiassoli dai nomi di antiche famiglie e molti anche curiosi e singolari: Vicolo del Refe nero, del Ferro, degli Erri, e del Guanto; il Chiasso de' Limonai che da San Miniato fra le Torri metteva in Porta Rossa; e Vie del Fuoco, de' Naccaioli, degli Stracciaioli, della Vacca, la Piazza degli Amieri, ove ebbe le case e la Torre la famiglia a cui appartenne Ginevra, celebre per essere stata sotterrata viva: Piazza dell'Abbaco, de' Pollaioli, de' Succhiellinai ed altre molte, che portavano i nomi delle più antiche famiglie fiorentine.

Mercato Vecchio in certe epoche dell'anno prendeva l'aspetto di festa e sfolgorava dì luce. La folla sì aggirava e si accalcava in quelle piazzette, in quei vicoli, e in quelle straduccie, ammirando tutta quella grazia di Dio messa in mostra con mille fronzoli, ed in tanta copia, da parere impossibile che dovesse esser tutta consumata dalla voracità umana. Era quello, si direbbe oggi, il ventre di Firenze.

La mattina della vigilia di Ceppo, dalla Colonna di Mercato c'eran tutti i trucconi e i contadini che vendevano i capponi vivi; chi voleva quel giorno un cappone per sé o per regalarlo alla maestra dei bambini, o al dottore di casa, bisognava che cascasse - come si usava dire - in Mercato.

La sera poi dalle ventiquattro in là - ossia dalle cinque pomeridiane - facevan la mostra tutti i pollaioli di faccia alla Fila, e i macellari, gli uccellai, i fruttaioli e i pizzicagnoli: e tutti, dalle botteghe vere a quella specie di baracche di tela intonacata che erano in beccheria, facevano uno sfarzo straordinario di padelle di sego e di lumi a olio, i cui lucignoli mandavano un fumo acre e nauseante, che annebbiava tutto Mercato.

Anche la sera dei giovedì santo, Mercato Vecchio era in festa, ma si faceva la mostra soltanto dai pizzicagnoli. Il soffitto delle botteghe era coperto da centinaia di prosciutti, di mortadelle e di salami, che rappresentavano addirittura un capitale: e presso la porta, colonne intere di grossi parmigiani unti, lustri che parevan verniciati. E tutto con festoni d'alloro, con lumi e padelle come per le processioni di campagna.

Il sabato santo pure era giorno di gran mostra; ma più specialmente dei macellari, che mettevano quindici o venti manzi squartati in fila uno dietro all'altro, legati alle pulegge e pieni di fiori di carta, e ornati di foglie di lauro; al soffitto e alle pareti, agnelli sparati, e coratelle pieni essi pure di fiori di foglio, e teste di vitella con una mela in bocca; e ogni cosa illuminato al solito fantasticamente e affumicato parecchio.

Questo, su per giù, era il Mercato Vecchio, che variava a seconda delle stagioni, ma che nell'insieme si manteneva lo stesso. Nessuno dei più vecchi aveva ricordo d'aver visto le strade di Mercato asciutte, nemmeno nei solleoni! Ma era caratteristico, era curioso e pittoresco. Si vedeva, si ritrovava sparsa qua e là l'antica grandezza di Firenze. In quei vicoli sudici e bui, le fabbriche deturpate e alterate da aggiunte dei secoli precedenti, conservavano sempre in qualche parte la primitiva eleganza, la vecchia struttura medievale così bella, così semplice e così severa. Ad ogni passo ci si imbatteva in un mirabile ricordo: il bellissimo tabernacolo del quattrocento e la superba porta della residenza dell'Arte degli Albergatori in Via dei Cavalieri; quella dell'Arte de' Rigattieri sulla Piazza di Sant'Andrea; gli stemmi dell'Arte degli Oliandoli in Piazza del Monte di Pietà nelle case dei Lamberti, ed un'infinità di cose pregevoli e stupende, che nessuno guardava e di cui nessuno si curava.

Soltanto i forestieri si dilettavano di penetrare in quei vicoli e in quelle luride stradicciuole ad osservare tanta ricchezza d'arte, tanta profusione di ricordi negletti e abbandonati.

Anche non volendo, l'intelligente e l'artista bisognava che si fermasse ammirato dinanzi a un tabernacolo le cui linee purissime armonizzavano col bassorilievo di Donatello o di Benedetto da Maiano o d'una terra dei Della Robbia che v'era dentro: oppure dal lampione di ferro battuto, ricco di fregi e di foglie, come fosse d'una materia più delicata e meno difficile a lavorarsi. E questi tesori, questi esempi rari dell’arte fiorentina eran sulle facciate di povere case, o anche di postriboli e nei chiassoli di gente di malavita, ma non costituivano più un insieme artistico, come quello che ci si poteva immaginare, degli avanzi rimasti; quindi, l'aver demolito in servigio dell'igiene tante catapecchie malsane e tanti luridi vicoli, non è stata un'ingiuria né all'arte né alla storia; poiché, invece, da quelle demolizioni sono venute fuori pitture murali, stemmi e decorazioni occultate e da tutti ignorate, perché nascoste da intonachi o celate dall'imbiancature, e che saranno di giovamento grande agli studiosi e agli artisti.

Ammirabile straordinariamente era l'architettura severa medievale di certe case, delle quali si conservavano intatte le piccole porte a sesto acuto, le fìnestre e le terrazze, con le facciate tutte di filaretto lavorate e connesse come un mosaico, in modo che fra bozza e bozza non ci sarebbe passato un filo, e che ora, molti di questi esemplari sono stati raccolti a cura del Comune nel Museo di San Marco, e quelli dell'epoca romana nel Museo archeologico.

In Mercato Vecchio, ciò che fermava subito l'occhio era il Ghetto. Quell'antica località di cui tanto si è parlato e tanto si è scritto a proposito, ma anche a sproposito.

Quivi sorsero antiche case e palazzi delle principali e più potenti famiglie; e nel catasto del 1427 si trova che appartenevano ai più bei nomi della storia fiorentina, come i Pecori, i Fighineldi, i Filitieri, i Brunelleschi, i Della Tosa, i Catellini da Castiglione ed altri molti, che troppo sarebbe il rammentare, e che da altri eruditi sono stati ampiamente descritti.

Accanto alle antiche logge e alle torri di case illustri, sorgeva il Gran Postribolo difaccia a Santa Maria in Campidoglio, che fu detto poi la Palla edificato nel 1328 per ordine della Repubblica: furono chiuse da mura altissime merlate a guisa di fortezza, alcune catapecchie, dove venivano obbligate a vivere le baldracche, e la Signoria, per sommo spregio di esse e dei traditori della patria, che non erano altro che capitani di ventura, i quali trovando chi li pagava meglio andavano a servire il nemico, faceva dipingere questi spergiuri a capo all'ingiù sulle mura del Gran Postribolo, con una mitra in testa. La quale onta col tempo diminuì tanto di proporzioni, che la mitra di carta si metteva nelle scuole per penitenza in capo ai ragazzi più negligenti o cattivi; e si diceva "mettere la benda".

Il Gran Postribolo occupava quella parte del Ghetto, detta poi "le Cortacce" ove primamente venivano frustate ignude le donne di buona famiglia che si rendevan meritevoli d'esservi rinchiuse. Alcune di queste, venivano anzi condotte sul Ponte Santa Trinita dove il boia le calava in Arno, dando loro tre tuffi nell'acqua, quasi si volesse, con tale crudele e sfacciata punizione, simboleggiare di lavar la macchia da quelle sciagurate fatta all'onore della famiglia. Se fosse sempre in uso questa barbarie di mandare ignude coloro che appartenenti a buone famiglie hanno incespicato nel sentiero della virtù, quanto meno lavoro avrebbero le sarte!

Il Ghetto prima del 1571 non esisteva; e gli ebrei vivevano liberi per la città, abitando di preferenza straduccie e vicoli, perché non avevan piacere di mettersi in evidenza non solo per quella specie di stolto disprezzo che si ostentava verso di loro, quanto per il segno visibile che eran costretti a portare, cioè il segno giallo alle loro berrette o ai loro cappelli. E poi anche per dar meno nell'occhio quando compravano, come era fama che comprassero, non dirò roba rubata, ma portata via. Essi furono fin dagli antichi tempi tollerati in Firenze, soltanto in numero di settanta, con la facoltà di fare imprestiti a un tanto per cento. Di là d'Arno, una strada chiamata Via de'Giudei ricorda che ivi si accogliessero in un certo tempo. Ma arricchiti in breve gli ebrei di parecchi milioni di fiorini, gli usurai cristiani ingelositi dei loro colleghi, cominciarono a destare il malumore e ad incitare la plebe contro di essi: e la Repubblica per tema di sommosse o tumulti, giacché a quel tempo bastava un nulla per sollevar la città, diede loro lo sfratto. Però dopo pochi anni li ebbe a richiamare, perché i cristiani che prestavano ad usura eran più strozzini di loro, e tutti rimpiangevano gli usurai ebrei che a prendere quattro denari - un quattrino - per lira il mese, eran fior di galantuomini, perché veniva al dodici per cento l'anno, mentre quegli altri battezzati, ed era stata acqua sciupata, a meno del trenta per cento non davano un picciolo.

Dopo che gli ebrei furono cacciati dalla Spagna, accolti in Italia trovarono rifugio anche in Firenze, e aumentarono fìno a duemila; ma l'agitazione religiosa del secolo decimosesto che tanti mali addusse all'Europa cristiana, fu cagione agli ebrei di nuove e non minori sventure. Persecuzioni ed eccidi li colpirono negli anni 1541. 1554, 1559. Nel 1571 Cosimo I, istigato da papa Paolo IV, ordinò che tutti gli ebrei di Firenze fossero riuniti in una sola località, dalla quale non potessero uscire che in certe date ore; e la sera vi fossero chiusi dentro dalle tre porte che davano sulla Piazza di Mercato presso la Loggia del Pesce, in faccia a Via della Nave e sulla Piazza dell'Olio.

E così sorse il Ghetto, - la cui etimologia ebraica ghét, vale analogicamente separazione, - consistente in un vastissimo fabbricato costruito sul disegno del Buontalenti, che vi mise dentro tutti gli antichi vicoli, le vecchie e luride corti, le catapecchie delle meretrici, le antiche botteghe "ad uso di maestro di ballare" o "di suonare chitarra" e le antiche osterie del Frascato, del Porco, di Malacucina e di tutti i nomi adattati a quel luogo.

Fra le antiche case ed edifizi incorporati nel Ghetto ve n'erano perfino alcune appartenute ai Medici; e non faceva loro certamente grandissimo onore il trovare nei libri delle decime che Bernardo de'Medici aveva tranquillamente denunziato di possedere un albergo e tre botteghe "ad uso di meretrici" come se avesse detto "ad uso di spezieria", e di più dichiarava che non vi si trovavan "se non ladri e ribaldi" che le prendevan a pigione senza pagare. Sull'architrave di una casa vi era un cartellino di pietra con l'arme della famiglia dove era scritto MEDICI, perché prima serviva ad uso di banco, uno dei tanti che essi avevano. Ed anche i Brunelleschi e i Pecori, vi ebbero "un albergo atto a tener femmine" e una casetta con corte a due usci ad uso delle donne cortesi! E più cortesia di quella....

Il Ghetto consisteva in due piazze: Piazza della Fraternità o Ghetto nuovo, e Piazza della Fonte o Ghetto vecchio. Al Ghetto nuovo si accedeva da Piazza dell’Olio. Nel Ghetto vecchio si entrava da Via della Nave da un lato, e dalla Piazza del Mercato dall'altra. Un arco congiungeva le due piazze. Nel Ghetto vecchio erano le "Cortacce" la località più lurida di tutto il recinto. Il sudiciume, conseguenza inevitabile dell'agglomerazione sforzata di troppa popolazione quasi tutta miserabile, rendeva quel soggiorno tristo, puzzolente e malsano; gli ebrei ringraziarono Dio, e i fiorentini ne godettero quando sparì dal centro della città quell'avanzo di barbarie medievale.

Alle ventiquattro si chiudevano le porte del Ghetto lasciandone aperta soltanto una a spiraglio per quelli che facevan più tardi un quarto d'ora o una mezz'ora. I birri vi potevano però entrare a qualunque ora per sorvegliare o cercare dai manutengoli più noti la roba rubata quando si scopriva qualche furto; poiché la polizia, in questi casi, la prima visita la faceva in Ghetto, ma non trovava quasi mai nulla, perché avevano già strutto gli ori e gli argenti, che ridotti in verghe, nessuno poi era più buono a riconoscere. Però la ragione vera della ricchezza degli ebrei, non era questa: non tutti facevano il manutengolo dei ladri; la generalità invece, doveva la sua agiatezza alla sola via che era loro lasciata, quella del commercio e del giro del denaro, alla parsimonia con la quale vivevano, all'ordine e all'economia domestica, e ai pochi incentivi di spendere e di menare una vita fastosa, che erano loro concessi.

Leopoldo I ammise gli ebrei a godere dei diritti municipali, e nel 1814 Ferdinando III abolì le loro giurisdizioni eccezionali e li sottopose agli ordini e alle leggi comuni, tutelandoli con speciali provvedimenti nell'esercizio del loro culto. Leopoldo II li accolse nella Guardia civica nel 1848, ma non li accettò nell'esercito, e li escluse, salvo una o due eccezioni, dagl'impieghi governativi come dalla professione forense, per quanto la laurea, se la guadagnavano, non venisse loro negata.

L'interno del Ghetto era sudicio e lercio quanto mai si può dire. Il Comune non vi faceva i lavori necessari, le fogne non si spurgavano, nessuno sorvegliava la pulizia né l'igiene; e tutti facevano quello che volevano. C'eran delle case perfino d'undici piani: quelle costruite sul muraglione del Gran postribolo difaccia alla Palla.

Sembra un'esagerazione, ma è proprio la verità.

Le case di sette e di nove piani erano comuni.

C'è da immaginarsi perciò quanta luce e quanto sole penetrasse in quelle corti e in quei vicoli rinchiusi.

Soltanto dalle finestre delle case più alte si godeva un panorama stupendo, e nelle belle giornate bastava alzare i piedi - come si dice a Firenze per giustificare in certo qual modo l'incuria domestica - e pareva d'essere in paradiso. Per altezza, a mezza strada ci s'era!

In Ghetto ci stavano anche famiglie ricche; ma si vedevano, tra la classe più miserabile, faccie gialle di gente che respirava aria malsana; ragazze sciatte, in ciabatte, tutte arruffate coi capelli senza pettinare, neri cresputi, che nell'insieme rivelavano la loro origine orientale. Le più vecchie, le madri, avevano il fintino, per una consuetudine religiosa che non permetteva alle donne di tenere i propri capelli dopo che fossero maritate, onde non provocare la concupiscenza altrui. E ragazzi mezzi ignudi che facevano il chiasso per le piazze, per le scale, con una poltiglia nera sugli scalini alta tre dita, formata da centinaia di anni di mota e di letame. Alle finestre di tutte le case, I cenci tesi, calze, sottane, lenzuoli pieni di toppe, ma tutto bigio e quasi sudicio, benché fosse roba lavata d'allora!

Il Ghetto pareva una piccola città murata. C'era una vita a parte, abitudini proprie, usi affatto diversi.

Da Piazza dell'Olio si saliva in quella specie d'androne che internamente conduceva in Via della Nave, ove trovavansi botteghe di fondachi e di merciai, che vendevano all'ingrosso a quelli di campagna, i quali oltre al cambrì e alla ghinea vi trovavan corone, crocifissi, saponi, e un'infinità d'altre cose, che gli ebrei vendevano a prezzi bassissimi. Nel 1826 vi fu nel Ghetto una epidemia di fallimenti; quei commercianti andavan giù come le carte, e un bell'umore, commosso, scrisse una canzone che aveva il seguente intercalare:

Qual flagello, Stenterello,

Il commercio desolò!

Questo Stenterello al quale si rivolgeva la canzone, era un salumaio.

In Piazza della Fonte intorno al pozzo, c'eran quelli che abbrustolivano sui fornelli i ceci e i semi di zucca; fra questi c'era un vecchio famoso per friggere le ciambelle, che anche i cristiani i quali attraversavano il Ghetto per far più presto, compravano ai loro ragazzi che ne erano ghiottissimi.

Era rinomato fra i venditori di quel luogo un certo Leone, che vendeva i polli e la tacchina scannati secondo il rito ebraico: ma egli non era rinomato per questo: sibbene per essere un sensale di cavalli conosciutissimo, ed era, a quei tempi, l'unico ebreo che maneggiasse i destrieri.

Era curioso il veder la mattina molti di cotesti ebrei con la balla legata dietro le spalle che uscivano di Ghetto a due e tre per volta per andare per la campagna o per le case a vendere la ghinea, la tela d'Olanda, le pezzuole d'Aleppo, e il cambrì. La maggior parte di essi facevan a credenza ed avevan le loro case fisse, ove vendevano a un tanto la settimana. E se non era puntuale l'avventore, era puntuale l'ebreo d'andare a riscuotere i denari!...

In Ghetto avevan le Sinagoghe o Scuole, gl'istituti d'istruzioni pei ragazzi e le botteghe ove si vendevano i commestibili alla loro usanza. Nell'insieme, quando lì non c'eran che ebrei non stavan male. Era una specie di repubblichetta; lo star chiusi a quel modo, mentre a prima vista poteva sembrare, ed era una crudeltà ed una barbarie, a molti di essi pareva un benefizio, e ci stavan volentieri, perché così nessuno vedeva ciò che accadeva là dentro. Ed infatti, c'era fino a notte inoltrata un giuoco fortissimo; e le lagnanze di molti capi di famiglia che venivano a scoprire che i loro figliuoli passavan la notte in Ghetto a giuocare, a finire i patrimoni, e a far debiti a babbo morto, arrivarono fino al Granduca più e più volte, senza che trovasse mai il modo di ripararvi.

Finalmente, il Presidente del Buon Governo, a tempo del gonfaloniere Pazzi, una bella notte fece occupare da una compagnia di granatieri e una squadra di birri tutte le piazzette, i vicoli, gli androni e le scale di quell'immenso laberinto, vennero sfilate le porte dei tre ingressi e portate via. La mattina dopo, quando i buoni ebrei si videro messi così allo sbaraglio, alcuni applaudirono, altri si lamentarono del provvedimento, perché ormai che erano avvezzi a star chiusi, volevano rimanervi. Ma s'ebbero a chetare, e lasciar gli ingressi senza porte, avendo dicatti che non accadesse loro di peggio. Per misura d'ordine chiesero e ottennero che vi fosse istituito un picchetto di gendarmi. Questo fatto rovinò il commercio.... notturno, e sparì il giuoco clandestino.

Molte famiglie israelite fra le più distinte non abitavano nel Ghetto, ed avevano dimore bellissime e ricche, specie coloro che esercitavano l'industria, che pur ve n'era fra tanti, o l'alta banca, come i Della Ripa, i Lampronti, la ditta "Mondolfi e Fermi". Nel 1848 anche gli ebrei di "mezza tacca" cominciarono ad abbandonare il Ghetto ma l'abbandono si accentuò dopo il 1859, al punto che anco la residenza dell'Università israelitica esulò nel 1864 dal recinto e dalla casa che aveva per tanti anni occupato. A poco a poco non rimasero ivi che le Sinagoghe e coloro che al servizio delle medesime si dedicavano: perciò quella località rimase quasi tutta in balìa dei cristiani; ci tornò una folla di straccioni, di precettati, di ladri e di tutta la feccia della città.

Così il Ghetto divenne un vasto ricettacolo di un miscuglio di gente che passava la vita a fare a tocca-ferro con la polizia. Tutte persone dabbene che avevan pagato puntualmente il loro debito alla giustizia non avendo potuto far di meno; e che potevan vantarsi d'essere state quindici o vent'anni in galera, come se fossero state in villa; e molti di quei bravi soggetti studiavano il modo di ritornarvi, che era poi, in fine, la cosa più facile del mondo. La sera, a veglia, si raccontavano a vicenda gli episodii del tempo scontato al bagno, si portavano via via le notizie di quelli di conoscenza che c'erano andati di fresco, si almanaccavano delitti, rubamenti e d'ogni cosa un poco: tutti affari però che portavano all'uscio della galera che s'apriva loro tanto agevolmente che era un piacere!

In Ghetto trovarono in ogni tempo sicuro asilo i ladri e i malfattori d'ogni genere; e quando qualche furfante inseguito da'birri che avevan la lingua fuori dal correre, riusciva a entrare in quel recinto, era bell'e salvo. Il giro intricatissimo delle scale che mettevano in comunicazione i quartieri da un lato all'altro del Ghetto rendeva facile lo sparire in un dedalo di corridoi, in un ginepraio di pianerottoli e d'abbaini che davan la via sui tetti, dai quali poi si riscendeva nelle scale d'un'altra casa e d'un' altra strada: e così il ladro inseguito era bravo chi lo pigliava.

Fuori di tutto questo però, e non è poco, non si poteva dir altro. I grandi delitti inventati per fare effetto e per far perdere i sonni; le paurose tragedie, i sanguinosi drammi, descritti e raccontati come cose vere e naturali accaduti in quel luogo, salvo rare eccezioni, non son mai esistiti che nella fantasia di chi gli ha scritti.

In Ghetto si ricoveravano gli assassini e i ladri quando avevan bell'e commesso il delitto, ma generalmente non lo commettevan mai lì.

Sarebbe stato uno screditare il locale!...

XXVIII

Le Stinche - Il Bargello

La campana della Misericordia

L'edifizio delle Stinche: sua storia - Ubicazione delle Stinche - Debitori celebri in prigione - Inquilini stranieri - L'arbitrio - Si castri! - Il lavatoio - A soffino e a cappelletto - Ragazzi renitenti - Le tintorie fiorentine -Abolizione delle Stinche - Il professor Girolamo Pagliano - Il palazzo del Bargello - Carceri e carcerati - Birri - Prodezze sbirresche - Picchiero celebre furfante - La gogna e la bollatura a fuoco - La campana della Misericordia – A caso e a morto - Ansie domestiche - Come finiva?

Gli edifizi più tetri di Firenze erano "Le Stinche" ed il Bargello, che servivano di carceri e di bagno dei forzati. Ma le Stinche specialmente, mettevan terrore a vederle. Quelle mura altissime, quell'isola nera che occupava quattro strade, facevano stringere il cuore. La storia di quel luogo di infinita pena, risaliva ai tempi della Repubblica.

Espugnato dai fiorentini, sui primi del secolo XIV, il castello detto "delle Stinche" in Val di Greve, che s'era ribellato alla Signoria, i prigionieri che furon fatti vennero portati a Firenze come trofeo di guerra e chiusi nelle carceri presso San Simone, le quali appunto, in onta a quei prigionieri, si dissero "le Stinche".

Questo edifizio costituiva un quadrilatero irregolare, che occupava per ottantanove braccia Via dei Diluvio - ora Via del Fosso - per centododici braccia Via del Palagio - oggi Ghibellina - cinquantatré braccia Via del Mercatino, e centosei quella de' Lavatoi. L'altezza dei muraglioni senza finestre variava dalle ventidue braccia e mezzo alle trentatré, a causa d'un'antica torre che non fu demolita.

Quasi all'estremità del lato che guardava il Canto agli Aranci, v'era una porta come di rimessa, e si chiamava la "porta dei forzati" o anche "delle carrette", perché quegl'infelici uscivano di lì per andare con la carretta, come è narrato in un capitolo precedente a far la pulizia della città.

in tempi più remoti, in quel tetro fabbricato si tenevano le donne di malaffare ed i pazzi, nonostante che la primitiva destinazione di esso fosse per i rei di delitto di Stato, e vi scontassero talvolta lunghe prigionie i più ragguardevoli personaggi sotto l'imputazione di traditori o di ribelli. Poi vi si aggiunsero i debitori e i falliti, fra i quali vi fu rinchiuso lo storico Giovanni Villani per il fallimento della Compagnia de' Bardi. Vi stettero per varie cause Giovanni Cavalcanti nel 1427 che vi scrisse un'opera concernente l'esilio di Cosimo I; Cennino Cennini, nel 1437, che ammazzò il tempo e la noia, scrivendo il suo pregevole libro del "Trattato della pittura" una delle più belle cose di quell'epoca. Ma uno degli avventori più zelanti delle Stinche, fu il poeta satirico Dino di Tura, una lingua che tagliava e fendeva ch'era un piacere. In seguito, Pietro Leopoldo, movendosi a compassione dei falliti per i quali riteneva troppo dure e rigorose le Stinche, fece fabbricare nel 1780 "alcune abitazioni" per essi nel palazzo del Bargello dalla parte di Sant’Apollinare. e furon chiamate le "Stinche nuove", destinando "le vecchie a servire d'ergastolo" pei condannati alla galera o alla prigionia.

Nelle Stinche, dal 1600 al 1620 sotto Ferdinando I e Cosimo II de'Medici, si rinchiudevano provvisoriamente anco i condannati dai diversi vicariati o tribunali della Toscana, in attesa della promozione.... alla galera. Ed avevan tanto credito queste Stinche, che nel 1606 vi vennero mandati dei galeotti dalla Lombardia, dal Veneto e dall'Emilia, che poi passarono alle Galere di Sua Altezza. Bell'acquisto !

La maggior parte dei prigioni che furono inviati alle Stinche, dal 1600 al 1700, provenivano dalle carceri degli Otto e de' Rettori di fuori, che li avevan condannati per cause criminali. Spesso però, vi facevan passaggio per scontare il delitto che avevano col Fisco, per le spese e per il loro mantenimento. La reclusione si faceva per gruppi, non essendovi che varii cameroni chiamati: La Vecchia, la Nuova, de' Grandi, dei Macci, lo Spedale, la Pazzeria, la Torre ecc.

Nel XVII secolo quando le Stinche eran piene, i carcerati si mandavano nelle prigioni dei Signori Otto, specialmente in quei casi nei quali la procedura reclamava la segreta, o come si dice oggi, l'isolamento, per motivo dell'istruttoria.

La sorte dei carcerati delle Stinche dipendeva spesso dall’arbitrio che vigeva tuttora; ma non nel senso dì abuso, sivvero come disposizione libera di fare o di non fare una data cosa, sempre però col beneplacito del Sovrano. E a tempo dei Medici il Sovrano, anche in materia carceraria, era e voleva essere informato di tutto. Basti dire che una volta, sotto Cosimo I, Fu arrestato un ragazzo di dodici anni, di Pistoia, per avere oltraggiata e ammazzata una bambina di nove anni. Quando il Granduca ebbe la relazione dei Signori Otto, che rimettevano a lui la designazione della pena che intendeva di infliggere al precoce assassino, Sua Altezza trattandosi d'un ragazzo che aveva commesso un delitto di quel genere, perché non vi ricadesse, sotto il rapporto degli Otto scrisse soltanto si castri e firmò "Cosimo".

La parte meno triste delle Stinche era dal lato di San Simone in Via dei Lavatoi, così chiamata per il lavatoio lungo quanto era la strada, e largo diciotto braccia, diviso in due file di trogoli. Esso fu costruito presumibilmente nella prima metà del secolo XIV dall'Arte della Lana, affinché i tintori "vi potessero lavare le pannine specialmente nel tempo d'inverno, quando le acque del fiume Arno sono così crude, e spesso, torbide per la piena".

Quelle pannine, purgate e lavate, venivano poi portate a tendere, perché si asciugassero, ai tiratoi di Piazza delle Travi e agli altri della città. A questo servizio eran destinati i ragazzi dei tintori, che in antico si chiamavan cavallini dal loro modo di portar quelle stoffe ammontate sulla groppa d'un disgraziato cavallo, che avrà avuto cent'anni per gamba. I ragazzi, senza riguardo a quelle vecchie carcasse, montavan sopra alle stoffe; e stando ritti, li guidavano di lassù, facendoli correre come se fossero stati puledri.

Poiché la cimasa dei trogoli era fatta a pendìo, il lavatoio diventava spesso il ritrovo dei ragazzi che vi andavano a giuocare a soffino, facendo rivoltare dalla parte dell'arme i quattrini messi sulla pietra; a chi non riusciva col soffio di rivoltar la crazia o il quattrino perdeva, e quando giuocavano a cappelletto con le crazie d'argento, fini come veli di cipolla, e che da una parte avevano lo stemma de'Medici, dicevano fare a palle e santi.

Questo, come Piazza della Signoria, dinanzi ai casotti dei burattini o ai carrozzoni dei ciarlatani, era il punto più sicuro ove le mamme e i padroni di bottega che non vedevan tornare i ragazzi mandati fuori per qualche servizio, potevano rintracciarli. Perciò anche da Via de' Lavatoi non era raro vedere il maestro - o principale - scapaccionare il ragazzo dimenticone, e portarlo via di lì, trascinandolo seco per un orecchio.

Il chiacchierìo e anche il baccano che in certi giorni c'era a' lavatoi, si sentiva dalle strade vicine. Si udivan le più grasse risate, per qualche lazzo o qualche burletta fatta; e si confondevano con un effetto curioso con le stoffe fradice, battute ripetutamente sulla cimasa del trogolo, facendo quel rumore particolare che nell’inverno pareva diaccio, e faceva venire i brividi.

I tintori che mandavano a lavare le stoffe al lavatoio delle Stinche, avevano le loro antiche botteghe in Via Cornacchíaia, Via de' Vagellai, Via de' Saponai, Via Mosca, e Piazza delle Travi, dov'era il tiratoio. La seta però andavano a lavarla ai lavatoi di Via delle Torricelle, ora del Corso dei Tintori, passata la caserma dei dragoni, che sull'architrave aveva lo stemma dell'Arte della Lana. Fra le tintorie più rinomate portavano il vanto quelle Guerrini, Bonini e Querci; ed eran tenute in assai pregio per tingere di nero e di scarlatto, tanto le stoffe di seta che di lana. Per lo scarlatto era superiore a tutti la tintoria Querci, alla quale la Repubblica assegnò perfino una pensione annua di diversi fiorini, che le fu mantenuta fino al I700.

Le tintorie fiorentine avevano grandi commissioni dal Levante, dove i nostri mercanti facevano continue spedizioni dei tessuti di seta, operati, a fiorami e damascati, e dei panni di lana nei quali consisteva l'industria di Firenze, che era però di già agli estremi ma che fino allora per la città era una ricchezza; ed una brava tessitora, quando rimetteva al fabbricante ogni mese una tela, riscuoteva per lo meno dieci o dodici scudi. È facile immaginare perciò quanto fosse l'agiatezza anche in molte famiglie del basso Popolo, le donne del quale la festa facevano grande sfoggio di gioie, di orecchini o buccole - come le chiamavano - e di vezzi di perle di molto valore.

Le Stinche mettevano malinconia al solo vederle: perciò ingentiliti i costumi, e desiderosa la cittadinanza di toglier di mezzo quello sconcio, il granduca Leopoldo II, che per verità ebbe sempre passione di abbellire Firenze ed accrescerne le comodità con decreto del 15 agosto 1835 sanzionando le trattative già in corso fin dal 1833 ne ordinò la vendita, perché venissero destinate ad usi privati e più decorosi.

Acquistarono quel locale di trista fama i signori Giovacchino Faldi, Cosimo Canovetti, Giuseppe Galletti e Michele Massai, i quali in seguito lo rivenderono a Girolamo Pagliano, cantante, dopo ch'ebbe abbandonate le scene per dedicarsi allo smercio del suo fortunato sciroppo, che ha purgato mezza Europa. Questo sedicente professore col disegno dell'architetto Francesco Leoni, oltre all'edificare sulla vecchia area delle Stinche molte botteghe, e comode ed eleganti abitazioni, fece costruire una stupenda cavallerizza con annessa scuderia e la famosa gran sala, detta della Filarmonica, di stile dell'Impero, tal quale oggi si vede.

La cavallerizza fu costruita dove era prima il lavatoio; ed a questa era congiunto il locale per gli esercizi equestri, lungo settanta braccia, largo trenta ed alto ventitré, che prendeva luce da due grandi lanterne a cristalli. Codesto locale cedé poi il luogo al teatro Pagliano, che diede lo sfratto ai cavalli per dar posto.... ai cantanti.

L'ibrido connubio fra Euterpe ed Esculapio, riuscirono a fare del Pagliano una macchietta originale e curiosa. Un poema di 16 canti in sesta rima: La Paglianeide ossia Teatro e Medicina, dettato dal pittore Cesare Paganini, lo celebra come un eroe da strapazzo; ma questo poema, un grosso volume in ottavo, è restato incompleto, perché fu pubblicato nel 1855 e il protagonista visse ancora oltre 25 anni!...

Il Palazzo del Bargello, che in oggi è conosciuto più civilmente sotto il nome di Palazzo Pretorio, fu poi restaurato dall'architetto Mazzei e dal pittore Gaetano Bianchi. Ivi ha sede il Museo Nazionale, ma fino al 1859 era luogo di non men trista fama delle Stinche, tanto più quando i carcerati, abbattute quelle, vennero ivi rinchiusi.

Non è il caso di rifare la storia di cotesto antico monumento, che fu sede del Duca d'Atene, e d'onde venne cacciato per furore di popolo.

Il vetusto edifizio aveva subìto in più tempi deturpazioni ed alterazioni tali, da svisarne assolutamente il carattere e la primitiva impronta.

Dal lato di Via del Proconsolo e di Via Sant'Apollinare le antiche fìnestre bifore furono in parte rimurate e ridotte

a tramoggie per i carcerati, i quali, onde impietosire i passanti, calavano dalle inferriate uno spago con una borsetta bianca: e perché questa scostasse dalle bozze di pietra della facciata, tenevano lo spago legato a un pezzo di canna come se pescassero. E infatti pescavano i gonzi che credevano alle loro querimonie, ai loro lamenti, e più che altro alla loro innocenza.

Bastava passar "dal Bargello" per sentire gridar forte le solite lamentazioni pietose del "povero padre di famiglia", e della "vittima" altrui. Costoro per fare effetto inventavan tutte le birbonate possibili: promettevan preghiere alla Madonna e a tutti i santi, anche meno conosciuti, purché chi passava buttasse nella borsetta bianca qualche cosa. A prima vista può sorprendere che i carcerati potessero avere lo spago, la borsetta e la canna, per tenerla distante dal muro; ma la meraviglia cessa quando si sa che il provvedere di tali oggetti i detenuti, era un incerto dei secondini e dei birri, contro il divieto dei magistrati, i quali pur vedendo e sentendo ogni cosa, facevan l'orecchio del mercante. Ma quelli che veramente ci guadagnavano, erano i birri; poiché sulla cantonata di Via Sant'Apollinare ci stava sempre uno di essi a sedere, per impedire che i carcerati discorressero, per quanto senza vedersi, coi parenti o con gli amici, dalla parte della strada.

Il birro di guardia non si dava per inteso di quelle borse che dalle tramoggie si calavano, né di tutte le cantilene dei delinquenti per chiedere l'elemosina ai passanti, che spesso mossi a compassione buttavano un soldo o una crazia nella borsetta. Ma quando, come avveniva altresì molto spesso, passava qualche signore che i birri conoscevano a colpo d'occhio, e che questi buttava dentro un fiorino o anche cinque paoli, il bravo birro spiegando allora tutto il suo zelo di rigoroso campione della giustizia, dava una bastonata allo spago che s'avvolgeva così al bastone, e con una stratta faceva venir giù la borsa.... e pigliava per sé ogni cosa.

Allora il carcerato che s'accorgeva di quel tiro birbone, e che poc'anzi implorava con tanto fervore la Beatissima Vergine, il suo divino Infante e tutta la corte celeste, cominciava a trattarli male tutti e a bestemmiare, accusandoli in certo modo di tenerla più dai birri che dai ladri, coi quali i primi spesso facevano a mezzo!

I birri erano ordinati per squadre, ognuna delle quali aveva il proprio capo; ma questi facevano il servizio della bassa polizia; sorvegliavano i precettati serali, e facevano il servizio di notte stando sulle cantonata con la lanterna cieca, a sorvegliar le botteghe.

Quando qualcuno tornava a casa a ora tarda, mentre metteva la chiave nell'uscio, bene spesso si sentiva abbagliare a un tratto dalla luce della lanterna, che il birro gli piantava sulla faccia senza che lui si vedesse. Questa dolce sorpresa era riserbata particolarmente a coloro che passavano dalle strade nelle ore della notte; egli si trovava accecato dalla lanterna, mentre il birro tutto premuroso gli dava la buona sera e intanto gli domandava di dove veniva, dove andava, dove stava di casa, ed il suo riverito nome e cognome. Se poi l'individuo fermato destava qualche sospetto, il birro senza starci a pensare, faceva un fischio convenzionale e in un momento sbucavan fuori i birri più vicini, e fra tutti arrestavano quel tale e lo portavano all'Arione, ossia nel loro corpo di guardia, così chiamato nel gergo birresco, per esser la mattina dopo interrogato; invece, se si trattava di persona degna di esser trattenuta, lo accompagnavano al Bargello con tutti gli onori delle manette o delle mani legate dietro la schiena!

Degli Arioni ce ne erano due: uno in Piazza di Santa Maria Novella Vecchia; ed uno in Borgo Tegolaia, dove si distribuiva il servizio notturno; e gli arrestati si mettevano provvisoriamente in una stanzaccia ridotta a prigione, che il popolo chiamava carbonaia.

Oltre ai birri, c'erano gli agenti, divisi anch'essi a squadre per ogni quartiere; ed ogni squadra era comandata da un capo il quale dipendeva dal "Capo agente". Questo corpo. al quale venivano affidate le funzioni più importanti, dipendeva immediatamente dal Presidente del Buon Governo.

Quando c'era da arrestare qualche soggetto pericoloso, si partiva dal Bargello una squadra di birri, avendo ognuno il suo nodoso bastone di marruca, guidata dal proprio capo che per distintivo aveva la mazza di canna d'India o di zucchero, ma con lo stocco. Uno zucchero.... piuttosto amaro. Quando avevano trovato l'individuo di cui andavano in cerca gli intimavano l'arresto: e se per sua disgrazia l'arrestato avesse avuta la infelice idea d'accennare soltanto, a far resistenza, si sentiva arrivare un tal carico di legnate, come se i birri ribattessero una materassa!

Non per rimpiangere quei tempi; Dio ce ne guardi! ma facevan più due birri che dieci carabinieri; ed era tanta la temenza che avevano i malviventi di essi, che difficilmente si opponevano, e piuttosto cercavano di darsela a gambe. C'eran però certi fegati, fra quei birri, tutta roba che era stata prima vin che aceto, che spesso li rincorrevano anche per mezz'ora e finivan per agguantarli, facendo poi i conti col bastone.

Fra i furfanti più rinomati, v'era un certo Bartelloni macellaro, detto