Carlo Dossi

(Pseudonimo di Carlo Alberto Pisani Dossi)




GOCCIE D'INCHIOSTRO






AVVERTENZA



I bozzetti di cui si compone il presente volume ricevŔttero giÓ, in parte, il loro battŔsimo tipogrÓfico nei vari libri che l'Autore sparse fra i su˛i amici dal 1866 al 78. Ma altro Ŕ stampare, altro Ŕ pubblicare. Gli scarsi esemplari, impressi dall'Economýa, rimÓsero sequestrati dall'Amicizia; e per˛ questi bozzetti, spannati, per cosý dire, dagli scritti del Dossi, quantunque tŔngano pi¨ di un anno di vita, ponno chiamarsi ancor nuovi. Pur, se tali per qualche rado lettore non sono — meglio per lui e per noi! — poichŔ le opere del nostro Autore non lŔggonsi veramente che nel rilŔggerle.


L. PERELLI.




PREFAZIONE


Questo libro stava per entrare nel consorzio umano, da solo, senza corriere che lo precedesse ad apparecchiargli l'alloggio, come vi entrÓvano i libri in quel tempo in cui c'era minor etichetta e maggior cortesia. Il mio Gigi per˛, che si tiene al corrente del figurino letterario, mi tir˛ per la mÓnica, osservÓndomi che non vi ha oggi appartamento completo senza anticÓmera, e che se in questa il rispettÓbile e colto non Ŕ fatto aspettare almeno una mezzoretta, si arrischia, noi padroni di casa, di passare — perchŔ troppo gentili — per maleducati.

— Ed Ŕ appunto nell'anticÓmera del libro — continu˛ Gigi — che qualche amico di casa (per es. lo stesso padrone) ha modo di catechizzare chi attende e d'imboccargli la conveniente ammirazione, col decantare cioŔ le doti dell'autore, i pregi del libro, le difficoltÓ superate, ecc. ecc. Vero Ŕ bene, che nelle lor prefazioni, i romanzieri de' nostri nonni seguývano tutt'altro stile.

Quella buona pasta di gente pareva temesse di Ŕsser creduta capace d'inventare le pi¨ innocenti fandonie, e si vergognasse di scrývere — dato il caso — de' capolavori. Quando perci˛ non mettŔvano innanzi o un'ampia protesta d'ignoranza od una s¨pplica di compatimento, cercÓvano di affibbiare le lor fantasýe a qualche babbo d'impresto. Raddoppiando cosý, per l'affermazione della veritÓ, la bugia, chi veniva a contarci dell'incontro fatto con un vecchio barcajolo, il quale, fra un tuffo di remo e l'altro, gli avŔa confidato i su˛i bruciori amorosi di quarant'anni addietro o narrata la storia di un sÓlice che in riva al lago, piangeva su una romÓntica urna, storia e bruciori che l'autore avrÓ nulla pi¨ che trascritti “a sfogo di quegli occhi gentili che Ómano il pianto”; chi c'informava della scoperta di un an˛nimo scartafaccio bucherellato dalle tarme e scompisciato dai topi, dal quale, a conforto dei buoni, a spavento de' tristi, avŔa cavata la sua narrazione, non aggiungŔndovi altro del suo — osservava modestamente — che i punti e le virgole. SenonchŔ, oggi, la moneta dell'umiltÓ, commerciÓbile ai tempi in cui Manzoni si affannava ad inargentare il suo oro, fu rilegata nei medaglieri; oggi, tempi di metallo Christophle e diamante francese, non corre che la sfacciatÓggine. Se dunque tu hai, a cagione d'esempio, composta una nuova p˛lvere contro il prurito o fabricato, poniamo, un cavastivali pi¨ complicato di quanti mai sono, guÓrdati dall'esitare sý l'una che l'altro per quello che vÓlgono; strombazza invece che la tua invenzione ha rimesso la chimica sulle vere sue basi, che la meccÓnica ha fatto per tŔ un gigantesco progresso. Se hai stiticamente tortito qualche verso duro o bislacco, giulŔbbacelo per la melodiosa eco, da tŔ ritrovata, della poesia greca o latina, annunciÓndoci insieme che, mercŔ tua, la letteratura Ŕ entrata nella sua, non so se quarta o quinta o sŔttima rifioritura. Se poi non tieni nŔ in scienza nŔ in lŔttere il minimo ingegno o sapere, e neppure in politica — purtuttavia non manchi di quella, dirŔi, funzione morale, che Ŕ supposta in ogni uomo, ossia l'onestÓ, piglia una dozzina di trombetti e tamburi, vÓ in piazza, e lÓ proclama che l'¨nico galantuomo sei tu, e che ci˛ Ŕ sufficente (anzi ne avanza) per fare di tŔ un letterato, un dotto, magari un ministro di Stato.

D'altronde, il lettore moderno Ŕ meno poeta che critico. Egli frequenta pi¨ volentieri le cliniche che non le palestre. Non importa che l'esemplare che tu gli presenti sia d'arte ammalata, basta che egli si accorga che tu sai farne la diÓgnosi, che veda il prop˛sito de' tu˛i sprop˛siti, che creda che tu possegga, benchŔ non ne usi, la capacitÓ di guarire. Supponi invece che le ˛pere di que' portenti di completezza e di sanitÓ cerebrale che f¨rono Shakespeare e Dante uscýssero oggi, nude nella loro bellezza, la prima volta al mondo; c'Ŕ da giurare che il p¨bblico, dovendo, senza alcun preavviso, affrontarne le meraviglie — meraviglie, spesso create in momenti di sonnambulismo sublime — le guarderebbe con diffidenza, e aspetterebbe ad entusiasmarsi che qualche maestro di scuola glien desse, con un preÓmbolo illustrativo, licenza. Insomma, si v˛gliono, ora, vedere i libri col punto dell'imbastito. ╚ un detestÓbile gusto, non nego, ma Ŕ il gusto della maggioranza. Siamo in China, abbigliÓmoci da cinesi.

Di pi¨; una prefazione fatta come si deve, ti risparmia la noja di andar girando per le redazioni delle gazzette a suggerire o scriverti bibliografýe. Per procurarti una buona rÚclame, non hai che a racc˛gliere nella tua pattumiera… volevo dir prefazione — la spazzatura… cioŔ il maggior possibile n¨mero de' nomi de' tu˛i viventi colleghi in voga e non in voga, citando pÓgine di riviste, articoli di giornali, scÓmpoli d'ogni penna. Avverti per˛ bene, in qual senso. Si credeva una volta che il miglior modo per ottenere nomŔa, fosse quello di lodare altr¨i. Non dico che non vi sia del vero in ci˛. Il tÓcito patto del frico ut frýcas, fu la base, specialmente fra i dotti, di molte celebritÓ; se tuttavýa, colla adulazione, si vÓ alla fama letteraria in carrozza, vi si vÓ in vagone col biÓsimo. Difatti, benchŔ la tua lode possa rŔnderti amico e futuro laudatore un collega (non sempre per˛, chŔ, a contatto dell'intima soddisfazione che sente di sŔ qualunque autorello, ogni pi¨ fitto incenso par fumo di rapa) essa, nel medŔsimo tempo, Ŕ d'offesa ai novantanove altri che tu o tacesti o in pari misura lodasti — non di tanta offesa, peraltro, da costituire il cosidetto fatto personale, cioŔ di farli cantare. Al contrario; il tuo dir corna apertamente di molti, anzi di tutti, ti susciterÓ intorno un vespajo di recriminazioni. Non vi ha scribaccino che non possa mŔttere bocca in qualche trombone o fischietto della quotidiana pubblicitÓ. Tante le accuse, altrettante le difese — ecco il pettegolezzo, o con pi¨ n˛bil parola, la polŔmica. Cento gazzette contro di tŔ, centomila lettori del nome tuo — ecco, (secondo i prezzi del mercato attuale) la fama.

Con tutti questi vantaggi, non c'Ŕ da stupire se la prefazione ha messo pancia e da serva Ŕ diventata padrona. ╚ di lei, come fu giÓ della porta. Destinata in origine ad immŔttere semplicemente nella casa, la porta non era nŔ pi¨ nŔ meno ampia di quanto occorreva, e per maggior sicurezza, la si teneva dissimulata. SenonchŔ, nata la smania delle ambiziose apparenze, la porta fu ingrandita e recata nel mezzo della facciata, acciocchŔ la folla avesse potuto ammirare il felice che entrava nel suo lÓuto palazzo. Non bast˛ questo, ma la si caric˛ d'ornamenti, e le si accollÓrono, a sentinelle sui lati, un pajo di colonne, poi le colonne incominciÓrono a slontanarsi dal muro, a maritarsi con altre, figliando un pronao, un p˛rtico, ossýa una fila di porte. Un dý finalmente naque un bizzarro architetto, che imagin˛ una porta senza casa, una porta che conducesse nel vacuo, e si ebbe l'arco di trionfo. NŔ la prefazione Ŕ lontana da una sýmil vittoria. MercŔ i nuovi autori, essa ha giÓ conquistato la metÓ del volume. Un passo, pi¨ oltre, e il libro, ridotto alle pÓgine estreme, ne dovrÓ uscire del tutto — probabilmente, del resto, per rifar capolino dall'altra parte — la prima — sotto le spoglie mentite di una pre-prefazione. L¨nam finiri cŔrnis ut incýpiat.

Conchiudendo; la prefazione promette sempre; il libro non mantiene quasi mai: segui dunque la strada pi¨ piana, che, in questo caso, Ŕ la pi¨ vantaggiosa. NŔ altro Ŕ il segreto della fortuna di tante mediocritÓ. IncontrerÓi spesso persone, colla presunzione nel viso e l'Ómido nelle giunture, dinanzi alle quali tutti fan largo rispettosamente — chiarýssimi, onorŔvoli, eccellenze — i cui nomi salýrono rapidýssimi la scala della stima ufficiale e il cui ozio grÓvita sui cuscini pi¨ s˛ffici che pu˛ sprimacciare uno Stato. Chi mai sono costoro? Davvero non hanno nome nŔ Macchiavelli, nŔ GalilŔo, nŔ Rovani; pur tuttavýa ti si dirÓ di molti, con un certo quale mistero, che sono gente di vaglia. EmbŔ, che hanno fatto? Precisamente, nessuno lo sa: se dai retta a taluno di quelli incontentÓbili che non si v˛glion fermare al di quÓ dei frontespizi, quei bacalari non avrŔbbero fatto, nŔ saprŔbbero fare nulla — almeno di buono. Ma, tant'Ŕ, il Chiarýssimo ha dato e dÓ fuori programmi di ˛pere colossali che tŔngono nell'aspettazione e nell'anticipato stupore il p¨bblico, nŔ manca ad ogni nuova questione di letteraria dogana, di scrývere la sua epistoluccia ai giornali, per dire che esprimerÓ la sua opinione; ma l'OnorŔvole nelle sue gite autunnali che mŔttono in moto la culinaria e la polýtica di tutto il paese, disegna, fra un brýndisi e l'altro, piani di universale cuccagna; ma l'Eccellenza, a sua volta, dai banchi ministeriali dÓ a bere alle CÓmere di quel medŔsimo vino delle promesse di cui l'OnorŔvole ubbriac˛ gli elettori. Tutti costoro non fanno che prefazioni. Sono bottiglie cattive, spesso vuote, che dŔbbono il loro posto d'onore sulla credenza alla pomposa intappatura e alla promettente etichetta: il padrone di casa stÓ in suggezione dinanzi loro, e, accontentÓndosi d'imaginarne i sapori, ripone il cavaturÓccioli. O se vu˛i meglio — sono pezzi di m¨sica della scuola che non ha cuore — dico quella di WÓgner: — il p¨bblico, dŔdito alla minchionatura, li ascolta con incorreggýbil pazienza, sempre in attesa di una melodýa che non viene mai. E infatti, guÓi se venisse! Si vorrebbe tosto altra m¨sica.

Prometti dunque o minaccia il tuo libro anche tŔ, ma guÓrdati bene dal farlo.”





VALICHI DI MONTAGNE


I


— Sempre diritto — rispose al conte Rinucci il vetturino, indicÓndogli colla punta della frusta la bianca strada che, dinanzi a loro, montava, montava, internÓvasi in un folto pineto e, serpeggiante ricompariva nell'interrotto fogliame — sempre diritto, voi non potete sbagliare. —

Rinucci consult˛ l'orologio. Fra una mezz'ora la vettura doveva raggi¨ngerlo: proprio il solo tempo, stretto e necessario — come aveva giÓ tartagliato nel suo gergo gallo-tedesco il camiciotto azzurro — di affettare una pagnotta alle p˛vere bestie, di rinfrescarsi gli arrý! e di attaccare un cavallaccio di rinforzo.

Il conte approv˛ col gesto. D'un gran passo poi superata la larga striscia di fanghiglia che, nudrita da una sorgentella di aqua, traversava la strada, fermossi all'asciutto, si volse e stette aspettando la gi˛vine moglie che apparecchiÓvasi a smontare dalla carrozza.

Ned essa si fece attŔndere a lungo. SbarazzÓtasi dagli scialli e dalle sciarpe che la inviluppÓvano, e consegnÓtili alla cameriera, succinta la gonna e tolto dal fascio dei parasoli e dei parapioggia, un pýccolo bastone dell'Alpi dal nero corno di camoscio, avanz˛ sulla predella il pi¨ elegante piedino che mai calzolajo avesse avuta la fortuna di stringere fra le palme, spicc˛ un leggiero salto e, sulla punta degli stivaletti, un po' aiutata dalle grosse pietre che uno sollŔcito stalliere voltolava per lei nel molticcio, un po' dalla robusta mano che il conte le offriva, senza schizzi di fango, sana e salva, riuscý presso al marito. Tutti e due allora s'avviÓrono: s'avviÓrono a paro, lentamente.

Il conte e la contessa da circa tre mesi chiamÓvansi col medŔsimo nome. Il solo amore li aveva congiunti, e se nobiltÓ e ricchezza Ŕrano, esse pure, intervenute a segnare la scritta ed a mangiare i confetti, vi Ŕrano, credŔtelo, senza alcun invito.

I nostri gi˛vani sposi realizzÓvano due fra i pi¨ spiccati modelli di bellezza italiana: l'uno ricordava la calda tinta di un siciliano tramonto, I'altra la malinc˛nica e smorta di un mattino lombardo. Il conte, col suo corpo svelto e nervoso, colla sua faccia affilata, brunetta, dal naso fortemente aquilino, dai baffi, come i capelli, nerissimi, con due occhi che lucicÓvano a guisa di pugnali, palesava come in lui brillasse dell'Órabo sangue, di quella razza a grandi contrasti, ora inerte, estatica nelle pi¨ misteriose contemplazioni, ora guizzante, in febbre, sotto passioni roventi come il sole di Africa; oggi di una folle generositÓ; dimani, con sottigliezza, vendicativa: invece il volto della contessa, pÓllido, grassoccio, dagli occhioni neri con lunghe ciglia e il cui ovale appariva fra anella di un castagno chiaro, quasi sempre spirava quell'intenso affetto, quel voluttuoso abbandono, quel languore, che caratterizza le innamorate della nostra pianura.

SenonchŔ, la loro naturale sembianza era pi¨ che intorbidata, guastata, da una cert'aria di disagio, di stento, che essi tenŔvano a riscontro l'uno dell'altra.

E infatti camminÓvano passo a passo, in un silenzio che confinava col broncio, evitÓndosi gli sguardi e vergognando quasi della lor falsa posizione, da cui — sebbene ne parŔssero indispettiti — pur non trovÓvano o non volŔan cercare modo di uscire.

Mio Dio! che poteva mai Ŕssere accaduto tra due colombi cosý da poco appajati?… La risposta Ŕ fÓcile… Un gran litigio, il primo che turbasse la pace da loro giurata. — E la causa?… Non Ŕ prudenza risp˛ndere… voi ridereste… Vi basti sapere che naque da una chiappoleria, da una puerilitÓ… dir˛ di pi¨… da una sŔmplice frase, da una frase di quelle che, a stato normale, non fanno nŔ caldo nŔ freddo, non le si avvŔrtono neppure, ma che, in iscambio, buttate lÓ in un quarto d'ora di maldisposizione e ricevute da chi Ŕ punto bambagia, per un ammucchiarsi di malintesi, per un concorso di parole che, come la stizza c'imbocca, noi adoperiamo, dallo scontento istesso di aver rotto il sereno fomentate, originano un bisticcio il quale, via via inasprendo, ingrossando, riesce a menarci laddove noi eravamo le mille miglia dall'imaginare, a una odiosýssima lite.

FigurÓtevi! La contessa giunse a torsi dal collo il vezzo che suo marito il giorno prima le aveva donato, ed a gettarlo sdegnosamente sul tÓvolo… Il conte stette a un filo d'impugnare… una sedia…

Ma — domando io — e la colpa, di chi?… Ecco, parlando con imparzialitÓ… No, no; la cavallerýa mi chiude le labbra… Parlando con misericordia, la colpa la fu del tempo.

Sý! di un tempaccio, nero come il fumo dell'olio, in cui diluviava e tirÓvano certe folate di vento che, cont˛rtesi fra gli Ólberi del cortile, gittÓvansi sull'alberghetto di legno, lo facŔvano scricchiolare, ne sbattŔvano convulsamente le mal raccomandate imposte, poi, inabissÓndosi nelle gole de' camini e morendo con uno straziante, lunghýssimo gŔmito, a un tratto scoprývano il triste fracassýo dell'aqua grondaja che cadeva e spicciava tra i sassi. Al che, se voi aggiungete un freddo che metteva addosso i grýccioli e costringeva a m˛rdersi, pel bubbolare, la lingua, pi¨ il lume bizzarro di due candele (vi avverto, suonÓvan le 5) che sembrava si f˛ssero passata parola di far rinnegare pazienza alla loro smoccolatrice, e un in¨tile scampanellamento e l'irreperibilitÓ di alcuni oggetti favoriti, voi, cari amici, troverete anche, non una, cento scuse, alla s¨bita irritazione che cagion˛ la lite, tan to pi¨ riflettendo che forse voi stessi (senza nemmeno ric˛rrere al furore improvviso di Alfieri contro il suo servo Elýa per un capello tirato) in sýmili circostanze rampognaste acerbamente un domŔstico perchŔ le scarpe nuove non vi calzÓvano bene, o foste a due dita dallo strozzarvi con quella stessa cravatta della quale non vi riusciva il cappio.


II


Ma ora, faceva un tempo bellýssimo. Non c'era quindi, diÓmine! pi¨ alcuna ragione che l'ombra di scomparse nubi oscurasse la fronte de' nostri due gi˛vani sposi.

Un pi¨ splendente, un pi¨ azzurro cielo, da un pezzo non allegrava la montagna. L'aria, lavata dalla pioggia, imbalsamata dalle fragranti esalazioni dell'¨mida terra, l¨cida come il raso, disegnava nettamente ogni profilo di monte, ogni contorno frastagliato di bosco, ravvivava tutti i colori e saliva per le nari come la bisbigliante spuma dello Champagne. Tuffati in questo bagno di puro Óere, con una brezzolina fresca fresca che sfiorava i capelli ed allargava i polmoni, dissolvŔvasi la stanchezza e ci si trovava tanto flessýbili e leggieri che, piuttosto di camminare, parŔa di volare. SnebbiÓvasi la fantasýa; nette, spiccate, schierÓvansi in capo le idŔe, il benŔssere, la gioja si diffondŔvano per tutta la persona; in una parola; a larghi cÓlici si beveva la vita… Oh! come sembrava mai buona!

Poi — qual magnýfico paesaggio! — A un trar d'arco dal casale ove la carrozza dei conti Rinucci sostava, alzando lo sguardo, alla vostra manca voi miravate rupi a crepacci che fuori di dirittura minacciÓvano voi e di continuo la via, sulle quali s'abbarbicava il silvestre pino, inerpicÓvansi le saltellanti capre, e da cui la nera vacchetta, levato il pacýfico muso, che gocciolava, dalla cascatina, e scossa, lenta, la campanella, vi fissava coi grandi occhi sbarrati — nel mentre, alla vostra dritta, ponŔndovi sul ciglione della strada e gi¨ guardando, per una serie di verdeggianti praterýe, voi giungevate coll'occhio in fondo alla valle, sul fiumicino di lýquido argento che vi serpeggiava — passato il quale e ricominciata l'erta, incontravate una nuova distesa di prati, sparsa di gentili casette, indi selve annose, cupamente verdi, selve che si opponŔvano alle spesse frane di quel monte, nudo, dirupato, gialliccio, che, dietro a loro ergŔvasi, superbo delle sue acute cime, e baluardo a perpetue nevi dall'immacolata bianchezza.

La via che il conte e la contessa or camminÓvano, cacciÓvasi poco fuor dal villaggio, in una boscaglia. Ivi, da una banda e l'altra della strada, si rizzÓvano altýssimi gli abeti, dalla corteccia grigiastra qua e lÓ macchiata, ora dai pÓllidi licheni, ora dal tetro musco, e che, dopo di Ŕssersi strettamente abbracciati a fior di terra nelle radici contorte a mo' di serpenti, in alto rintrecciÓvano i frondosi rami sý da foggiare sui viatori un incantŔvole pergolato, negli squarci del quale splendeva un ciel di zaffiro e di cui, al basso, disegnata dai raggi del sole, tremolava la ombrýa. Alla sinistra della salita — cioŔ dalla parte che toccava il monte — vedŔvansi sull'erta costa, fra gli Ólberi, immani macigni, alcuni pesantemente appoggiati a tronchi che piegÓvano, ma cedŔvano punto, altri interrati, altri ancora divisi in due con un taglio pi¨ netto di quello che la Durindana di Orlando potesse — tutti per˛ coperti al sommo da una porracina di velluto e chiazzati di larghe macchie rossastre, tutti lambiti da un filo di aqua, chiaro, fresco, che sussurrando correva nel suo pýccolo letto di polve quarzosa: invece, dall'altro lato del cammino — ove il terreno dopo di Ŕssere gravemente sceso per tre o quattro scaglioni, colto da un folle ardore, rýpido si abbassava in un pratello smagliante che, gi¨ a t˛mboli, finiva coll'arrestarsi di botto dinanzi al vuoto di un precipizio — ci si presentava alla veduta il paesaggio del di lÓ del fiumetto, spezzato in un sŔguito di quadri, gareggianti in bellezza, e col frascato a cornice.

Sotto le verdeggianti volte si aspirava poi quell'acuto sentore dell'¨mido legno che, come l'altro del fieno tagliato, scuote tanto piacevolmente i sensi. Ivi la plÓcida, la fina, la dolcýssima sinfonýa d'idillio che la natura pe' su˛i inn¨meri pispigli di fronde e mormorýi di zampilli, canterellava, non era turbata da dissonanza alcuna: il rombo istesso, sordo, continuo, di una gran colonna di aqua che dirocciava lontan lontano, alla calma, alla solit¨dine della pineta, aggiungeva una misteriosa velatura. Solo, di tempo in tempo, udývasi lo scoppiettýo di Óride corteccie o il pýccolo soffocato rumore di un ramoscello che cadeva sull'erba, od anche, come si rasentava un cespuglio, a un tratto il cinguettýo di chiacchierine augellette e il frullo di qualche grosso pennuto che, battŔndosela a traverso il fogliame, nel mentre voi ne scorgevate sul terreno illuminato dal sole la fuggente ombra, pioveva sul vostro capo una gocciata di lýquidi diamanti.

Eppure, nel mezzo di tutto questo paesaggio abbigliato a festa, che empiva, faceva traboccar l'Ónimo di amore e sembrava non desiderasse colle sue verzure e col suo lýmpido cielo, altro che di disporsi a scena intorno a due belle figure, le mani intrecciate, fiso il guardo nel guardo, il conte e la contessa Rinucci serbÓvano sempre il loro inamidato contegno, la loro cera di cattivo umore. Anzi; al primo entrare nella foresta si Ŕrano distaccati l'uno dall'altra e, poco dopo, vedŔvansi, ella, costeggiare la pendice del monte, tirÓndosi dietro di svoglia il suo bastoncino dell'Alpi che, immerso nel torrentello cui affluývano col cessar dell'erboso i l¨cidi canaletti, e, rimorchiato contro corrente, tentennava nella gorgogliante aqua, egli, dall'opposta banda, camminare sull'orlo della strada, colle mani a tergo, l'una nell'altra e, buttando coi piedi i ci˛ttoli in cui dava, gi¨ pe' scaglioni… fra gli abeti, che, alcuna fiata percossi, gli rispondŔvano.

Nulla di meno io so (e ve lo dico a bassa voce) che la freddezza, la indifferenza, la noja non andÓvano pi¨ in lÓ del viso ne' nostri sposini. Difatti, se noi prendiamo la gi˛vine, l'Ónima di lei era travagliata da un continuo sbÓttito. CedŔvano le sue fibre dolcemente sotto le delicate sensazioni dell'amorosa natura, il cuore le si cominciava a schi¨dere, giÓ una tranquilla contentezza le stillava nelle vene, quand'ecco, lý, pronto ad amareggiarla, a gonfiarle gli occhi… un gruppo alla gola. La contessa ardeva di fuggire la solit¨dine, di abbandonarsi all'universale espansione ma… le mancÓvan le forze. Cento volte le sue labbra si Ŕrano agitate a un: mio Alberto! — e cento — sia che l'aggrottate ciglia del conte le mettŔsser timore, sia che ripugnasse al carÓttere suo, piuttosto altero, di ricon˛scere un fallo, il caro nome le si sfogliava in un sussurro che confondŔvasi col m¨rmure de' ruscelletti, ed ella — spaurita — si ripiegava in sŔ stessa come una sensitiva e ringollava amaramente l'intensa voglia. — Insomma, rotte le fila d'oro e di seta di una felicitÓ sin allora inalterata, ella a riappiccarle era o si credeva impotente.

Tuttavolta vi fu un istante che lo sper˛. Suo marito, lui che dal principio della salita procedeva schiacciando senza pietÓ i gentili fiorelli ne' quali abbattŔvasi, premurosamente si era abbassato a c˛gliere un purpureo ciclÓmine. Emma si sentý bÓtter le tempia… Ben presto al pamporcino, Alberto uný un anŔmone, poi aggiunse una viola, poi… Evidentemente egli intendeva di porre assieme un mazzetto.

Per chi?

La contessa sorrise con compiacenza. Non solo: diŔ in un balzo di gioia. InquantochŔ il conte, dopo di avere stretto con un filo di robusta erba i raccolti fiori, volgŔvasi come verso di lei e… Ma no! P˛vera Emma! Alberto, diggiÓ pentito, lasci˛ cadere il braccio, fŔ qualche passo, avvicinossi alle nari il mazzetto, ne aspir˛ lentamente tutto il profumo, tutta la freschezza, irresoluto lo gir˛ fra le dita pel gambo, fissollo con malinconýa, poi, di s¨bito, sprezzatamente, lo gitt˛ lontano da sŔ, fuor dalla strada. Mazzolino infelice! Passato a volo tra i fusti degli Ólberi, raso il declive pratello e' si ficc˛ nel prunajo — corona del precipizio — e rest˛.

Il dolore, l'angoscia fu tale allora nella gi˛vine donna, che gli occhi le imbambolÓrono e le gocciÓron le lÓgrime; tanta la commozione che, sentŔndosi venir meno, si lasci˛, smarrita, cadere sur uno di que' grossi tronchi di pino che di distanza in distanza giacŔvano lungo la via.

E il conte, vid'egli? — Certo, se volessi affermare, non giurerŔi (chŔ Alberto aveva sempre tenuto il volto verso la opposta parte) ma Ŕ pura istoria che, alla fermata della contessa, egli del pari, sost˛, rimase qualche momento in tentenna: quindi ris˛ltosi, bellamente siedette anch'egli sul ciglione della strada, volgendo le spalle alla moglie, una gamba pendente gi¨ dal muro di sostegno, l'altra, alquanto piegata, sopra il rialto. Seguýrono un cinque minuti… lenti per ambedue come quelli di un prigioniero, cinque minuti di una pesantezza di piombo. — Il conte teneva dietro machinalmente collo sguardo a due farfalle che senza posa, si corrŔvano appresso a muta per acchiapparsi e non riuscývano mai: Emma, col puntale del suo bastoncino dell'Alpi, scalzava istizzita i sassolini della via… ritardando cosý il viaggio ad una p˛vera formica che col suo min¨zzolo in bocca, mezzo balorda, mezzo acciecata pel gran polverýo, pi¨ non sapeva a qual santo raccomandarsi. E tutti e due capývano che in tale maniera non la si poteva durare. Ma, comprendŔndolo, essŔndone convintýssimi, che volete? per una strana inerzia di Ónimo — quantunque bramÓssero di darsi presto un buon bacio e di voltare pÓgina — non tentÓvano nulla e si rimettevano l'un l'altro pel cominciamento — il quale non veniva mai.


III


Le cose si trovÓvano appunto in questi tŔrmini — e cosý avrŔbbero potuto forse continuare fino al dý del giudizio — allorchŔ un nuovo personaggio, sbucando dai maestosi abeti che si rizzÓvano dietro di Emma, improvvisamente apparve.

Era egli un bambino di press'a poco cinque anni, paffuto, bianco e rosso come una mela appiuola, dagli occhi di un celestino sbiadito, dai capelli ricci e colore di stoppa, con nudi i piedi, e tanto lÓcero, che qua e lÓ dagli stracci del vestito di lui sorrideva il roseo della sua pelle. Era dunque uno di que' montanarini de' quali v'ha un formicolajo in Isvýzzera e che tra loro si rassomýgliano come passerotti; di quelli che, al fermarsi di una diligenza, a mezza strada dinanzi un albergo nel mentre voi sorsate la tazza alta di birra che la pienotta figlia dell'oste apporta sur un tondo di stagno, vi si avvicýnano e lŔvano verso di voi le loro manine stringendo in esse qualche punta di cristallo, qualche frammento di pýrite — oppure — quando la vostra carrozza sale adagio il monte — abband˛nano le loro mandre, sÓltan gi¨ dai dirupi, rÓmpicano sulla via, quindi vi tr˛ttano di pari e nell'offrirvi con insistenza o una ciocca di lamponi grondante ancora di pioggia, o qualche gagliardo e peloso fiore dell'alpe, chiŔdonvi d'un tuono quŔrulo une p'tite piŔce, mo-ossieu…

Il nostro piccino, per˛, fra i mercantuzzi del taglio suo non occupava l'¨ltimo luogo. — InquantochŔ egli possedeva nientemeno che una scatoletta di cartone in cui stÓvano in mostra bianchi ci˛ttoli con isquamuzze d'oro, acuti e diÓfani quarzi, pallottoline a lÓmine di un grigio-ferro lucente, pi¨ una fotografýa da stereoscopio, un po' ingiallita, Ŕ vero, ma che, in compenso, rappresentava, indovinate? Il Louvre. — Il nostro piccino aveva poi, dal nascondiglio ove i genitori lo ponŔvano ogni mattina, da qualche tempo adocchiata la n˛bile coppia, l'aveva attesa e, naturalmente, výstosela a tiro, apparve.

Ma, avanti di dar l'avviatura a' su˛i affari, ei si rattenne vicino all'Ólbero da cui era uscito e stette, con un ditino alle labbra, come per istudiare il terreno delle sue pr˛ssime operazioni di commercio… Certo, se a conti fatti, decise di principiare dalla signora, lo spingeva a lei quella simpatýa d'istinto che lega il fanciullo alla donna.

Egli adunque discese, salt˛ il rigÓgnolo e, famigliarmente appoggiÓtosi al tronco di abete sul quale Emma siedeva, diede a costŔi l'opportunitÓ… meglio… il piacere di esaminare tutte le di lui ricchezze.

Emma aveva levata la testa. Guard˛ lentamente il bambino con quell'aria che dice: sei arrivato in mal punto — e al suolo riabbass˛ le pupille.

Ma il ragazzino non se lo tenne per detto; sapeva dall'esperienza che chi dura la vince.

Quindi, al diniego della contessa, ben in contrario di andÓrsene, scelse nel botteghino uno fra i ci˛ttoli, a parer suo il pi¨ bello, e sulla palma lo present˛ con importanza alla dama quasi dicendo: osserva un po' questo e dimmi di no, se lo pu˛i.

Emma fissollo di nuovo. Davvero che le pietruzze non la solleticÓvano. E infatti colla sua giÓ stava per allontanare la ostinata mano del bimbo… quando una nuova idŔa le balen˛. Cambiando allora il primo moto di repulsione in uno attrattivo, tir˛ a sŔ dolcemente il piccino, gli fe' una carezza, ed indicÓndogli il conte, o meglio, il dorso di quello, con molti gesti e molti sorrisi lo eccit˛ a portare la sua mercanziuola al mossieu.

Il bimbo assaporava il muto discorso della contessa. Figuratevi poi se egli che, di s˛lito, cacciato brutalmente da que' di destra delle vetture, usava passare a manca, ritornando alla cÓrica, e cosý di sŔguito, figurÓtevi, dico, se non doveva arrŔndersi all'affÓbile invito della gi˛vine donna! PerlocchŔ, appena egli ebbe compreso quanto si desiderava da lui, pigli˛ le mosse alla volta del conte e…

Ma a mezza via sost˛.

Ah! i galantu˛mini son proprio case di vetro. Hanno bel celare le loro passioni: esse trapŔlano pi¨ che il sudore dalla lor pelle. E in veritÓ; il dorso di Alberto, curvo, dal capo in iscorcio, dal collo mezzo nascosto pei sollevÓtisi ˛meri, dava a capire pi¨ che un SI-F└-NOTO in maj¨scole, come al didentro fosse gonfia marina — tanto gonfia che il nostro morsello di uomo, fin lui! l'audace tra gli audaci, l'abituato ai musi in broncio ed alle frustate, si volse interrogando incerto col viso la n˛bile donna.

Ma essa lo inanimý. Con gli occhi, con la mano, perfino con un… baciuzzo.

Or, ditemi, amici, dopo un siffatto incoraggiamento avreste voi potuto ninnarla? Voglio sperare che no. — In quanto al nostro bambino, ogni sua incertezza scomparve, mostr˛ coraggiosamente i bianchi dentucci e difilato and˛ a piantarsi, lui e i su˛i ci˛ttoli, dappresso al conte…

— Che c'Ŕ — esclam˛ questi in b¨rbero tuono, alzando vivamente la testa. ImperocchŔ avŔa udito come un bisbiglio che lo chiamava — Ah! ecco — aggiunse con sprezzo — un selvaggio de' s˛liti!… VenderÓi qualcosa, m'imÓgino! Un po' di selciato, vero?… cocci di bottiglia forse?… E vu˛i ch'io li compri?… Poh! per dar retta a tutti vojaltri bisognerebbe Ŕsser Creso…

Quý avvertite com'egli fosse fuor dalla pesta. Voi per˛ dovete scusarlo pensando alla smania ch'egli sentiva di sfogarsi, di pigliÓrsela con qualcheduno…

E, rabbruscÓndosi, continu˛:

— Perdýo! I FarisŔi portÓrono le loro baracche nel tempio… Fin qui in questo magnifico paesaggio si cacci˛ la bottega: quý — ora — s'inganna, si fÓ a tira tira, nŔ pi¨ nŔ meno che da noi, dove l'aria Ŕ corrotta… GuardÓtelo, quel marmocchio! (avverto ch'egli teneva sempre fiso lo sguardo nel merciajuolo) Ŕ nell'etÓ dell'innocenza… eppure… ha giÓ sete d'oro! —

Ih! che lente convessa. Correggi s¨bito: ha gran fame di pane.

— E di tal stampo sono tutti quass¨. VenderŔbbero, se lo potŔssero, i loro punti di vista… ehe dico? li vŔndono. VenderŔbbero il minio delle loro guancie, il loro appetito. Se il diÓvolo vivesse ancora, lo supplicherŔbbero ginocchioni di barattar loro il soffio con un cinquelire… Oh! Ŕsseri incontentÓbili, ma non vi basta il vostro purissimo Óere? —

Naturalmente, il bimbo punto rispose. Egli, dello squarcio di Alberto, non era giunto ad acchiappare una sillaba. ChŔ se, al contrario, l'orecchio e il comprendonio di lui f˛sser riusciti a c˛gliere la ¨ltima interrogazione soltanto — parola d'onore! — egli avrebbe tosto e chiaro proferito un bel: no.

Ma il conte non gli men˛ buono tampoco il silenzio.

— Affedidýo! — grid˛ scattando in piedi colI'ira e coll'impazienza che gli guadagnÓvano la mano. — Sempre con quel riso d'idiota!… Hai capito di non seccarmi? Gi¨ le mani… Hai capito di andÓrtene? di spazzar via… e s¨bito… colla tua ghiaja e le tue pulci?… Sapr… —

Il ragazzino arretr˛. Di soverchio a bujo mettŔvasi il tempo sulla faccia di Alberto per serbare, sfidÓndolo, leggera speranza. Di pi¨… Al bambino venne una idŔa vaga di avere fatto un grosso marrone, se ne allarm˛ tutto e, preso dalla paura, corse, con un piccolo grido, a rifugiarsi dietro il ceppo di abete, sul quale sedeva la contessa.

Alberto, come giÓ toccÓi, voleva quasi mangiar cogli occhi il fanciullo. VedŔndoselo quindi fuggire, istintivamente il suo sguardo lo seguit˛; dallo sguardo obbligati, i tacchi fŔcero una mezza giravolta e — naturale! — essŔndosi in quel mentre il bambino nascosto dietro il rusticano sedile di Emma, Alberto si trov˛ con quest'ultima faccia a faccia. Valicato era il monte. Essi, Dio sia benedetto! fisÓvansi.

Oh aveste allora veduta la gi˛vine donna! In avanti piegata, poggiando le mani al ceppo di abete, sul viso di lei, bianco come un panno lavato, l'Ónima intera affluiva. Intenso dolore, s¨pplica ansiosa, speranza, vi si scorgŔvano in una, e tutte sur un tal fondo di amore cosý incrollÓbile, ardente, che una rÓpida vampa pass˛ pel volto del conte e un trŔmito quasi di elŔttrica scossa lo colse.

— Oh! Emma — dovette egli dire appassionatamente, giungendo le palme.

— Alberto! — ella rispose con un grido di gola.

L'incanto si dissolveva.

— Mia Emma — esclam˛ il gi˛vane con trasporto, correndo vŔr lei. E vicino le cadde e l'abbracci˛ stretta stretta.

— Perd˛no — mormor˛ essa, colla sua guancia appoggiata a quella di Alberto sý ch'egli ne sentiva rigare le calde lÓgrime.

Ma il conte:

— Mai… mai… — interruppe asciugandole a furia di baci le palpebre, e — scostatosela dal petto — come fa col bambino la madre, si pose voluttuosamente a succhiare la contentezza che le raggiava nel viso.

E in quella una ricciuta e bionda testina in mezzo a loro, apparve. Era il mercantuccio: egli che, passato il pericolo, aveva creduto bene di torsi dal suo rifugio… il tronco dietro cui zitto zitto stava acchiocciolato; egli che ora pazzamente rideva — e perchŔ mai? — rideva offrendo i suoi quattro ci˛ttoli ai due gi˛vani sposi…

Amici, voi ben potete imaginarlo: quello fu un giorno d'oro per gli affari di lui. — ConfessiÓmolo per˛: se lo meritava. Ne aveva conchiuso uno tra i pi¨ belli del mondo.




VIAGGIO DI NOZZE


I due che, parlottando, sedŔvano sotto una vŔntola a gas nel vestibolo del Grand H˘tel de Russie a GŔnova, vale a dire un marinajo del pir˛scafo T¨nisi ed un portiere in casacca turchina e berretto listato d'oro, si alzÓrono; l'˛mnibus dell'albergo rientrava.

Il portinajo aggrapp˛ la corda di una campanella — clang! Non era ancora al comignolo del tetto, il gatto fuggito dalle gronde, i peli irti, grossa la coda; nŔ i cavalli avŔvano patita la pen¨ltima sbarbazzata che, da ogni parte, intorno all'˛mnibus traŔvasi gente; press'a poco come un assalto di ladri (fors'anche!); uno apriva lo sportello; due altri, per calare i bauli, apportÓvano scalette di ferro; un quarto accorreva anelante con un lume per mano; nŔ mancava il visino curioso di una cameriera, nŔ i favoriti grigi di un maggiordomo — PÓlmerston di strapazzo — il quale dignitosamente inchinava i viaggiatori, mano mano che venivano oltre.

E i primi a smontare f¨rono un MŔntore con l'annesso TelŔmaco; quello, un gesuita francese, per prete, abbastanza pulito, che tirava al guercio e respirava malizia: questi, un giovinetto in sui quýndici, pÓllido, con un'aria intontita. Il p˛vero duchino De-Je-ne-sais-quoi viaggiava per istruzione l'Italia; il coso nero gliela dovŔa illustrare da un punto di vista, in sommo grado, catt˛lico.

E appresso guizz˛ fuori un vecchietto in soprÓbito color tanŔ, a bÓvero di velluto; poi, fe' scricchiolare lo smontatojo un donnone con doppia giogaja e con una faccia di un rosso apoplŔtico, un donnone di que' destinati a soffocare nella lor ciccia. Ed essa, su'n braccio, reggeva un brutto King-Charles dagli occhi lagrimosi; scesa, deposto nelle mani dell'imponente maggiordomo una gabbia con merlo, offerse gentilmente l'altra a chi la seguiva.

Ma sý che Claudia Di-Viano volŔa accettarla! FigurÓtevi se lo poteva una fanciulla di diciott'anni, tutta vita, e sposa da cinque o sei ore al pi¨ (suo marito era quel gi˛vane alto, dai baffi biondi che si faceva dietro di lei) figurÓtevi poi una ragazza la quale tenŔvasi di Ŕssere una capriola sulle montagne, una viaggiatrice perfetta!

Claudia, fin dalle corte gonnelle, avŔa avuta manýa per i viaggi e le pericolose avventure. Ella impar˛, si pu˛ dire, l'abbicý, per lŔggere del capitano Cook, del Milione, di Sindbad: appisolandosi sul R˛binson CrosuŔ o Svýzzero cui voleva un ben matto, sognava sempre con gioja di trovarsi, anche lei, in un'isola disabitata, vestita di pelli caprine, con lý sottomano, arenato, l'inesaurýbile bastimento. NŔ solo fantasticava. Un giorno, a dý basso, suo padre, ritornando da caccia, incontr˛ nel folto di un bosco la piccolina acchiocciolata presso un mucchio di stipa; la piccolina, che, smarrýtasi a bel diletto con le tascucce zeppe di chiodi, di pezzi di corda e di morselli di pane, ora piangeva a lagrimone, acc˛rtasi di aver dimenticati a casa i fiammýferi.

E crescendo, crebbe anche il suo ticchio. Il tavolino di Claudia vedŔvasi a tutte l'ore ingombro da carte geogrÓfiche, da fotografýe di ghiacciÓi, da ragguagli sulle infruttuose spedizioni ai Poli e alle sorgenti del Nilo. Quando poi nella sua fantasýa, sdrucciol˛, la prima volta, l'ometto, essa lo vestý da capitano di mare, lo mise a prora con un cannocchiale; essa lo desider˛ ardentemente, per internarsi seco nella baja di BÓffin, per lasciare insieme a lui le suole sul Davalagiri.

Ma, in attesa del signor capitano, Claudia dovette frattanto accontentarsi di bŔver dei ponci nel traversare con mamma e babbo la MÓnica, e di scottare di nomi quali Pilato, Furca, Faulhorn, Jungfrau, il suo bastone dell'Alpi. Se il maggiore Tiptof dell'Indie, da lei conosciuto al Rigi, uno sballone per eccellenza, cavatappi famoso e mandaldiÓvol di tigri, avesse mostrato un occhio di pi¨ e qualche anno di meno, c'Ŕ da giurarlo, conosceremmo ora in Claudia una lady.

SenonchŔ, lo sgranocchiatore dell'appetitosa fanciulla dovŔa Ŕssere per fortuna un gi˛vane, il cavaliere Di-Viano. Di-Viano avŔa lui pure corso la sua parte di mondo e per ci˛, come e' s'ingattiva di Claudia, guadagnava di primo tratto nelle sue grazie il passo su molti de' vecchi amici di lei.

— Ei conta sý bene — diceva ella.

— E ha degli occhi sý risplendenti — pensavamo noi. Tant'Ŕ — conta conta, o guarda guarda — una sera, Di-Viano domand˛ un colloquio al barone Fiorelli; questi, dopo poche parole, baciÓvalo in viso — Brýncoli! I due figliuoli si amÓvano a non vedere pi¨ innanzi: di pi¨, Ŕrano gi˛vani, n˛bili, ricchi, in dato eguale… Se non si sposÓvano essi, chi mai potŔa sposarsi?

Pure, la baronessina pose una condizione: quella di realizzare, maritata, qualcuno de' su˛i bei sogni di vŔrgine, di fare un giretto, come viaggio di nozze, almeno in Africa.

Almeno! Di-Viano si morse instintivamente le labbra. Le osserv˛ poi, mettendo fuori tutta la persuasiva, che il sole di Libia cuoceva su per le piante i marroni, che lÓ sotto i guanciali — senza le pulci — ci si avveniva sempre in scorpioni, in serpentacci lunghi sý e sý; che quanto poi alle pirÓmidi, non francava proprio la spesa vederle… De' colossali fermausci, null'altro.

— E allora… addýo — fe' Claudia salutÓndolo d'un cenno dispettosetto.

— No, no — diss'egli premurosamente — ci andremo… Dove vu˛i, amor mio. — A prova del che, raccolse, la settimana stessa notizie intorno le vaporiere che stantuffÓvano da GŔnova ad Alessandria d'Egitto.

E si risolse partire il dý delle nozze. SarŔbbesi con tutta la parenterýa patito un pranzo di gala, poi gli sposini avrŔbbero preso la via ferrata e… buona notte. Difatti, punto a punto, ci˛ avvenne: circa allo scorpacciamento… ma no, non parliÓmone; nulla v'ha di pi¨ uggioso e per due che s'Ómano e per chi non ha l'appetito in pianta stÓbile, a paragone di tali solennitÓ di famiglia in cui ci tocca sedere, g˛mito a g˛mito, proprio con quel parente che noi studiavamo di cansare in istrada; udirvi scipiti o puzzoni bisticci; scaldarci ogni tanto le mani a certa roba scritta con il decimetro, tutta bugie — o rimbombante come un barile vuoto, o geroglýfica pi¨ dell'obelisco di L¨xor.

E aggiungi che gli sposini, stavolta, ingojÓrono anche il piacere di scarrozzare alla stazione in gran compagnia; Camillo in una berlina, col padre della sua sposa e con due vecchi zii campagnuoli, i quali, per la fausta occasione, avŔano stampato un libretto dal titolo: Studio sopra i letami; Claudia in un'altra, insieme alla mamma e a tre cuginette che non stÓvano mai dal palparla, dal baciucchiarla, sclamando, le lÓgrime ai nottolini, cose di fuoco su que' crudelacci di u˛mini.

Pur finalmente, son nel vagone… soli! E soli, c'Ŕ da sperare, rimarranno per qualche tratto di strada; ve'… chi¨desi la sala di 1a classe ed a momenti il convoglio… Ma ahimŔ! poveretti… RiÓpresi lo sportello ed un omino appare adocchiando.

— Ci˛, Beta! — dic'egli — varda… ghe xe logo per una famegia d'impiegÓi. —

E lý, montato su, il rompitorta, ecco seguirlo una badalona, ansante come una arm˛nica frusta, rossa come un'anguria, e accomodarsi di facciatina ai due sposi.

Ah sorte ladra! Claudia e Camillo allungÓrono i visi. Lampeggiata al cavaliere l'idŔa di procurarsi uno scompartimento a parte — giÓ s'inviava il convoglio: Claudia non susurrava peranco “dunque, alla prima fermata” — che, raccolto la nuova venuta il soffio, Ŕbbero tutti e quattro la consolazione di raffigurarsi per conoscenze e insieme, per un'unghia, parenti.

Imaginate il grazioso viaggio! I due colombi dalla carne tirante si Ŕrano, come uncinetti a maglie, appiccicati ai tŔneri: senza pŔrdere un Ótimo, li rallegrÓrono — via correndo — di un chiacchieramento in xe-serrato, m˛lto a prop˛sito… e sul tran-tran stuccante della vita matrimoniale, e sul pigliare di brusco delle bottiglie stappate, e intorno ai modi econ˛mici di raffazzonare abitucci pei bimbi dai calzoni di babbo e dalle coperte vecchie dei canapŔ. NŔ Camillo potŔ neanco cavarsi il gusto di strýnger fra i denti un Virginia. Quantunque il vagone fosse pei fumatori, avendo egli a seconda del GalatŔo domandato: permŔttono? — udý risp˛ndersi dalla grassona che per caritÓ non accendesse zýgari — non per lei, no — ma perchŔ il puzzo sgradiva al suo caro cagnetto, un mostrino che, insciallato, dormivale in grembo. Di pi¨; come a Claudia scappava di bocca il nome dell'albergo cui Ŕrano indirizzati a GŔnova:

— Ben! vegno anca mi — inchiod˛ il vecchietto — no xe vero, Beta?

— Sý, sý — ribadi il donnone — E se gavaremo — aggiunse — el piaser de magnar un boccon assieme. —

Perci˛ noi vedemmo le due coppie, l'una dopo l'altra, smontare dal medesimo ˛mnibus nel Grand H˘tel de Russie e, ora, le seguitiamo ad un tempo fino allo scalone.

— Una cÓmera, signori? — ivi domanda il maggiordomo ai concittadini della zuca baruca.

— N˛, n˛ — risponde il sior Anzolo — d˛… Almanco la note… Ostia! —

Il maggiordomo porge ad un servitore un pajo di chiavi.

— E le signorýe loro — chiede ai nostri sposini — due stanze?

— Credo ce ne basterÓ una — fÓ con un sorriso Camillo — ╚ vero, Claudia? —

Ma in quella, una voce grossa, come infreddata:

— Gh'Ŕ u sci¨ cavaliŔ De-Vianu?

— Io… — dice Camillo volgŔndosi.

Il marinajo, dopo una toccatina di cappello: sci¨, m'han mandÓo a pigiÓ i baili…

Di-Viano: Ah! bene. Aspetta. Tu Claudia — dice e sogguarda i due carini compagni di viaggio, che sono quasi al ripiano — intanto ch'io me la intendo… solo quattro parole… per i bauli, dovresti scŔglier la cÓmera, dovresti ingegnarti a prepararmi una bella cenetta… Se tu per altro la preferisci ordinare coi Bragadier…

— Dio ce ne lýberi — interrompe la gi˛vane — E quý ella, preceduta da un servo che porta due saccone di pelle b¨lgara e da una cameriera con i plaids e le sciarpe, si dirige alla scala; egli, accompagnato dal marinaro, attraversa il cortile.

E le parole non f¨rono pi¨ di quattro. Dopo di che, Di-Viano fece il cammino di Claudia e spinse, a capo di un corritojo, l'uscio n░ 15.

Buono! che deliziosa veduta! In mezzo ad un elegante salotto, illuminato da due lucerne, sopra una tÓvola tonda, dalla tovaglia bianchýssima, posÓvano scintillando cristalli e argenterýa, un cestino di fiori e, quello che importa il tutto, certi piatti fragranti, piatti che facŔvano andare su e gi¨ il pomo di Adamo: per una porta poi spalancata, vedŔvasi nella vicina stanza, tapezzata in celeste, la sposa, dinanzi uno specchio a ravviarsi i capelli.

— Claudia! — fece Camillo picchiando con il cucchiajo contro il bicchiere.

— 'Gnore! — ella rispose correndo a lui.

Il domŔstico che avŔa apparecchiata la cena le avvicin˛ una sedia.

— Ve', qui c'Ŕ tutto — osserv˛ allora sottolineando la gi˛vane al maritino. — Non manca uno stecco, sai…

— Se Ŕ cosý — conchiuse Camillo volto al domŔstico — abbisognando di voi, chiameremo. —

Quello acconsentý del capo.

— A che ora, signor Conte? — interrog˛ — domani…

— Noi partiamo col T¨nisi… — disse il cavaliere — Dunque… dunque ci sveglierete alle sette.

— Alle sette — ripetŔ inchinÓndosi il servitore, ed uscý.


— Tach… tach — alla porta.

Camillo si desta. Dormiva con le orecchie in ascolto. Si stira, Ŕrgesi a mezzo su gli origlieri e, con un nervoso sbadiglio:

— OhŔ! — dice.

— Le sette, signore — fa un quýdam di lÓ dell'imposta.

— Bene — risponde il cavaliere. E si leva del tutto sopra i guanciali, frŔgasi gli occhi, si guarda attorno.

La luce che piove nella cÓmera Ŕ smorta. Ella disegna al fianco di lui la cara sua sposa, sciolti i capelli, semiaperte le labbra, coi nastri della camicia slacciati, con un braccio fuor delle coltri, nudo per la mÓnica breve, orlata di trine, pienotto, rotondo, dalla birichina fosserella al g˛mito — la sua sposuccia che s¨cciasi tranquillamente il sonnellino dell'oro.

Al gi˛vane sembra peccato svegliarla. Infatti, Ŕ. Prendendo consiglio dall'orologio, com'esso scorge che all'ora annunciata mÓncano ancora cinque minuti, glieli regala. E segue il lentýssimo ago fino a… E quasi contemporaneamente, da lungi, un campanone rÓntola le sette.

— ╚ tempo — pensa allora con un sospiro Camillo. — Se taccio, me ne vorrebbe — Sbassando dunque il suo viso verso quello di Claudia, le soffia leggier leggiero sul fronte.

Ma ci˛ serve poco. Manco di una mosca.

DÓ una momentanea crespa… nient'altro.

Ebbene to' una diversa sveglia — un bacio.

Un bacio schietto, sonoro, che si regala Camillo. Poi si slontana.

E questa volta ella si desta. Gira i su˛i amorosi occhioni,

— Mamma — sorride.

— GiÓ… mamma — motteggia Camillo.

La gi˛vane arr˛ssa.

— Su, poltronona — segu'egli raddoppiando il baciozzo — siam di viaggio, sai… —

Ma Claudia non si move: continua a fisare d'un'aria lÓnguida lo sposo.

— Il T¨nisi parte alle otto — egli osserva.

— E si sta sý bene quý — m˛rmora la gi˛vane.

— Certo — appoggia Camillo — ma quanta pi¨ poesýa in mezzo alle onde! ImÓgina un po' noi due, a prora, mentre il vascello sega… sotto un cielo stellato… il plÓcido seno di Teti, o pure, allorchŔ mugliando sopra il mar va il greggie bianco, noi due a braccio, almanaccando…

Et coetera — incastra la sposa.

— Poi, pensa ai magnýfici luoghi, alle romanzesche avventure che incontreremo. Quý, io mi vedo, passato un rovente piano di sabbia, battŔndocela dinanzi al Simoon, bellamente attendati in una freschýssima ˛asi, con le nostre guide color di caviale, i nostri camelli, e intenti io e tu, a impepare sulla gratýcola costolettine di lione o di tigre; lÓ, io mi trovo nelle montagne del Giurgiura, le gambe incrociate su una stuoja pungente, faccia a faccia con uno cheik dei Cabili… barbone bianco… quel vecchio Abu-Hassan-Mohamed, il quale ci offre un grazioso pranzo…

— Di cavallette — finisce Claudia.

— E pensa anche ai nostri nomi intrecciati, da scarpellare sopra le statue di re Memn˛ne, a fianco di quello di Sua MaestÓ l'imperatore Caracalla! E pensa alla vista delle pirÓmidi, di que' tre colossi, dall'alto dei quali quaranta sŔcoli e mezzo ci contempleranno e al basso di cui un beduino, discendente forse dal Bue Apis, nel suo pittoresco costume…

— E sudicio…

— Sudicio… sia pure — ci porgerÓ una manciata di scarabŔi, di verdi idoletti, che la zampa del suo fedele corsiero scoprý, raspando… in una fabrica al Cairo. In sŔguito, ai volcani di Teneriffa…

— Ma se ci abbiamo que' di Gorini a Lodi! — interrompe con impazienza la gi˛vane.

Il cavaliere la intŔrroga intensamente con gli occhi: — fai sul serio o per celia?

Ella, nel modo stesso, rit˛rnagli la domanda.

— LÓh… insomma… ti levi?

A quoi bon?

In questo, un nuovo picchio alla porta.

— Le sette e mezza, signore. —

Camillo (in un orecchio di Claudia)

— E dunque?

Claudia (sottovoce, con un po' di timore) — Ma e hai veramente voglia di andarci? —


Tlen… tlen — i rintocchi di una campanella in distanza: forse vŔngon dal T¨nisi, chŔ la lancetta del pŔndolo segna le otto.

— La vaporiera s'invýa — sospira grottescamente Camillo.

— Buon viaggio — fÓ Claudia sfavillando di gioia. Ma d'improvviso:

— E i nostri bauli?

Il cavaliere ride e ghigna un pochetto, poi:

— Non inquietarti, mio cuore; i bauli son lÓ — e accenna alla stanza vicina.

Claudia rimane sopra pensieri: ella passa, ripassa del guardo, il mýgnolo in bocca, la faccia del suo Camillo; infine:

— Aah!… tu sapevi…! —




LA PROVVIDENZA


Oh aveste avuta una mano sul cuore della fanciulla Claudia, quand'ella incontrava, lÓ dove la scala potŔa ancor dirsi scalone, un certo gi˛vane bruno, e di capelli e di occhi e di baffi nerýssimi! Tuttavýa, egli non salutava in lei che la figliola del padrone di casa, e salutava senza pure fisarla. Egli era p˛vero e bello, ma non si sentiva che p˛vero.

Chi fosse, udiamo la portinaja: “un gi˛vane molto gentile — chŔ le chiudeva sempre la porta e accarezzava il micino — il quale, da circa tre mesi, avŔa tolto a pigione una stanza nelle soffitte. Precisamente non sovvenývane il nome, ma quel si vedeva stampato e attaccato su pei cantoni, come maestro di… di… non ricordava di che. Nondimeno, gli affari su˛i, quali si f˛ssero, non dovŔano c˛rrere a olio; nessuno ne avŔa mai chiesto; ed egli, se spesso usciva con dei fardelli, rientrava sempre a man vuote.”

Alle quali parole, Claudia, volgŔvasi in fretta, e lasciando la portinarýa, salýva nelle sue stanze. LÓ, presto abbandonava il ricamo per l'ago; l'ago per i fiori di carta, metteva insieme, o una rosa turchina o un geranio verde; poi, indispettita anche dei fiori, s'andava a sedere nel vano di una finestra con un qualche romanzo. E Lisa Angiolelli, che gliel avŔa appostato non appena finito, si guadagnava a pazienza il suo spicchio di cielo.

Altre notizie intorno al gi˛vane bruno, Claudia le ebbe da cui meno pensava, da un cugino di lei, Pietro Bareggi: chi lo conobbe?… un mangia-dormi dalla faccia intontita?… con un eterno sorriso senza perchŔ?… un seccatore atroce?… No? — GiÓ; i connotati sono un po' troppo comuni. Pietro faceva assiduamente la corte alla bella cugina, e in generale s'avŔa per il suo sposo futuro. Nondimeno, se Ŕ vero che molti folletti in gonnella lo sospirÓssero come un marito completo, io v'assicuro che la nostra ragazza la pensava diverso.

Bene, questo Pietro Bareggi, uscendo un dopopranzo in carrozza con la cugina e il padre di lei (un mezzo accidentato e tutto acciuchito, antico beone in cui s'era rifatto al rovescio il prodigio delle nozze di Cana) Pietro, dico, salut˛ il bel gi˛vane bruno, che rincasava in quel punto.

— Lo conosci, tu? — disse con vivacitÓ la ragazza.

Nota, lettore, che Claudia con quel suo scimunito parente, stava sempre imbronciata; sul dimandare, mai; sul rispondere, rado; e, puta il caso, con dei o dei no. L'inaspettato favore die' quindi un sorriso al p˛vero goffo, che:

— Altro! — disse, e cominci˛ a narrarle (avverti ancora, lettore, che per amor tuo, insÓlo tanto o quanto il suo parlare fatuo) com'egli, due o tre estati prima, avesse conosciuto a Nizza, in quel gi˛vine bruno, un tal Guido SÓlis, conte, ricco allora da parte di madre di un diecimila e passa lire di rŔndita. Ma, Guido avŔa per babbo uno strappacasa, giocatore finito e di borsa e di bisca. Il quale, un bel giorno, fatto, cinquanta e dieci, trenta, and˛ con un po' di stricnina a stoppar la sua buca. Una fortuna, vero? SenonchŔ Guido volle prefýgerle un'esse, e accett˛ la successione paterna. Ed Ŕccolo intorniato da un n¨volo di scortichini, con fasci di carte sgorbiate, bollate. Egli, gi¨ allegramente a pagare! paga di quÓ, paga di lÓ, non si trov˛ infine avanzati che i piedi fuor dalle scarpe.

— E jeri l'altro — aggiunse il cugino — lo rincontrÓi quý da noi. Quantunque molto male in arnese, ed io moltýssimo bene, attraversÓi la via apposta. GiÓ, si sa, io sono un signore alla mano, io. E lo invitÓi a pranzo: parŔami dire il suo viso “ho fame” giusto, come le sue scarpe — (e quý il cugino sbass˛ un'occhiata di compiacenza alle proprie, nuove e a vernice) — Che vu˛i? rifiut˛. E con un far di superbia! Aqua! —

Ma, no; io sostengo il contrario. Guido, superbo? Oh l'aveste veduto, pochi dý appresso al racconto di Pietro, far capolino, con il cappello fra mani e in aria di soggezione, nella ragionerýa Bareggi! Claudia, che a caso ivi era, il pu˛ dire.

SÓlis veniva all'amministratore, e, nel pagargli una parte arretrata di fitto, si congedava dalla cameretta sua e da lui.

La bella ragazza lo fis˛ tristamente.

L'amministratore borbott˛ una frase convenzionale di dispiacere.

Il gi˛vane allora, sempre con lo sguardo vŔr terra, salut˛ e si volse.

— FÓtegli agio — suggerý, sottovoce e con pressa, Claudia all'amministratore.

Il quale:

— Signore — fece — se Ŕ per il fitto… —

La faccia di Guido imbragi˛:

— Grazie! — disse — ma io… io parto per l'Oceania — e, salutando ancora, sparý.

Al trach della porta che si chiudŔa dietro di lui, rispose una fitta violente nel cuore della ragazza. Ella capý di quale incendio e di quanto avvampasse.

Partito Guido, sembr˛ insieme partito dalle labbra di lei, il sorriso. Claudia lasci˛ le amiche, i libri, le passeggiate; prese a cibarsi a fregucci, a limarsi nell'Ónima; e, dalla fresca fanciulla a cera spazzata di un tempo, a cambiarsi in una di viso affilato, smorto, balogio.

Fu poi, in quel torno, che quello sfasciume di un padre di lei, da un pezzo a sŔ non pi¨ vivo, cess˛ di morirle. Ci˛ p˛rsele alquanto sollievo, le disfog˛ quel lago di lÓgrime, che dalla partenza di Guido le si era al di dentro ammassato; per la ragione stessa per cui, in piena battaglia, un bravo maggiore mio amico, t˘cco leggermente nel naso, diede in quelli urli, i quali, una prima e grave ferita in luogo meno eminente, gli provocava. E invano, Pietro cugino, commosso allo struggimento di Claudia, cerc˛ a forza di buffonate di ridonarle allegrýa e di rimŔtterla in carne. Pena gettata il fare da nano, il travestirsi da cuoco, il travestirsi da balia! non otteneva da lei un sorriso, neanche di sprezzo.

Ma un dý, il sincerone disse all'afflitta cugina di avere, in una viuzza perduta, incontrato ancor Guido. E Guido, questa volta, non gli avŔa pur reso il saluto!

— O il mio carýssimo Pietro! — sclam˛ la fanciulla con un sorriso di gioia, disincantÓndosi quasi. E a pranzo mangi˛ due bistecche. PiÓcciavi o no, sentimentali lettrici, st˛maco e cuore sono vicini di casa.

E quý verrŔbbemi il taglio per un sermone circa le gioje morali, le ¨niche vere, che la ricchezza potrebbe apportare. Apporta anche fastidi non dico di no, ma, come scrisse un milanese brav'uomo “ogni qualunque cosa ha due mÓnichi” nŔ, ora, sarebbe il caso di mŔtter mano al sinistro. Intorno al quale, parler˛ poi a lungo, a consolazione degli spiantati, lor dimostrando anzitutto, che se i nudi a quattrini v˛lgono in capo i pi¨ generosi e i pi¨ bizzarri progetti, i ricchi, per contrappeso, hanno i denari, solo.

Pur tuttavýa si danno eccezioni: Ŕccone una:

Alcuni giorni dopo che SÓlis fu segnalato alla tosa da quel gaglioffo cugino, un servitore di lei ne scopriva la casa ed entrava in un desolato stambugio, dove, neanche il sole, universale parente, si era mai arrischiato. E il servitore offriva a Guido un viglietto, con tali parole:

— Da parte della signorina Bareggi.

SÓlis lo pigli˛ con tremore.

— AccomodÓtevi! — fece al domŔstico.

Questi, guardÓtosi attorno, dovette stÓrsene in piedi.

Quanto al viglietto, diceva:


Signore;

desiderosa da un pezzo d'imparare il disegno, ora, mi sono risolta. Voi ne siete maestro, e mi si disse, egregio. Vorreste insegnÓrmelo? Se sý, vi aspetto: tardi Ŕ meglio che mai; presto Ŕ ancor meglio che tardi.


Il gi˛vane non si moveva.

— Ha una risposta? — azzard˛ il servitore.

Guido si scosse, e corse alla tÓvola (tÓvola e letto era la sua sola mobilia) Ma, a che? di carta, non si vedeva se non se un brano d'invoglia, giÓ di salame; quant'Ŕ al calamaio, l'inchiostro era sý secco che la ruginosa penna di acciajo r¨ppesi tosto. E allora ei si frug˛ nelle tasche; e ne cav˛ una matita mezzo mangiata; era monca! Tent˛ di aguzzarla con una lama di coltello da tÓvola; non tagliava, questa, oltre il cacio.

Ma lo soccorse un temperino del servo.

E Guido, dietro il viglietto di Claudia, scrisse:


Signorina gentile,

non posso proprio accettare: un p¨bblico impiego mi vuole di giorno, e spesso, di notte. Di malincuore Ŕ il mio no: pur mi consolo, pensando che lascio il posto a qualch'altro, certo pi¨ degno di me.


Voi capirete, lettori, che il p¨bblico impiego di Guido era tutto fandonýa, sebbene ei giÓ avesse, e l'ozio di un alto e la fame di un ¨mile. Dunque, che ne era del suo schietto carattere? m˛ perchŔ ricusare un onestýssimo ajuto?

— Bella! se Ŕ un matto! — salta su a dire un N.N., che a questo mondo cant˛ sempre nei cori. E, matto, in confidenza, Ŕ quel nome, molto di uso, che noi regaliamo a coloro, i quali ˛san pensare diversamente di noi, quando ne sembra un po' forte il chiamarli o bestie o birbanti.

Ma il viso della mia Bigia si fÓ pi¨ furbetto del s˛lito.

Ve', se ha compreso!

Tu allora, Bigia, e insieme a te, quelli che hanno intelletto d'amore e scŔlgono le scorciatoje del sentimento, non chiederete certo perchŔ, allontanÓtosi il servo, Guido si buttasse sul letto, a piÓngere e a pentirsi, prima del suo rifiuto, del pentimento poi. Guido sentiva di aversi accecato il solo spiraglio di luce che ancor gli restasse, di avere perduto l'¨ltimo filo che il ratteneva alla vita.

Ma, un'ora dopo, un picchio alla porta: forse, della vecchia padrona di casa pel fitto settimanale.

— Avanti! — SÓlis rispose, con la faccia sul pagliericcio.

Si udý l'aprirsi dell'uscio.

— Signore — principi˛ oscillando una voce di donna; ma questa voce descrisse una curva; non, come Guido attendeva, un Óngolo.

Egli ne trasalý. Levando lentamente e con timore la testa:

— Oh! — fece; e balzando in sui pie', poggiossi alla tÓvola.

— Signore — Claudia continu˛, dal lato opposto di quella — il mio servitore m'ha detto… io vengo… mi disse il mio servitore…, — ma lý, s'empiendo di parole la bocca, taque rossa e confusa, e fis˛ l'occhio alla tÓvola.

— Signorina… voi… — cominci˛ allora il gi˛vane bruno — avete scritto… il vostro servitore mi disse… io… l'impiego…

E batti con questo impiego! Guido si moltiplicava le macchie sulle unghie. Ma il dir bugýe non Ŕ affare da tutti. Ed egli turbossi, azzittý, e scese lo sguardo su dove posava quello di Claudia.

In cui, era un intreccio di lŔttere, un intreccio a matita; Guido leggŔvavi Claudia; Claudia, Guido. E le pupille di essi, rialzÓndosi insieme, diŔdero l'una nell'altra; nŔ si fuggýrono.

Dio, che scontro! In un baleno, due storie di amore, che ne formÓvano una!

— Claudia! — egli esclam˛, giugnendo le mani — io ti fuggýi; tu mi segui.

— Dunque, ci amiamo — fe' la ragazza con uno scoppio di gioja.

Ma il gi˛vane impallidý, e si lasci˛ cadere sul letto, e si nascose tra le palme la faccia.

— Oh noi infelici! — disse.

— PerchŔ? — domand˛ la tosa, agitata.

Ei trasse un profondo sospiro.

— A che sono ricca, io? — esclam˛ con angoscia la bella.

E quý, silenziosi momenti. Poi, s'ode un passo che si allontana; poi una porta che cricchia. Egli leva le mani dal volto; guarda: Ŕ solo. E geme “la povertÓ fa paura.”


* * *


In qual maniera si maritÓrono dunque? State a sentire. La conclusione par da comedia. Un prete Armeno (chi dice Greco, ma ci˛ nulla importa) apparve DŔus ex-mÓchina a Guido, e gli rimise in nome di tale, morto pentito a Betlemme, una grossýssima somma, truffata, anni giÓ molti, al babbo di lui. Il che era bene possýbile. La vecchia casa dei SÓlis, disordinata che mai, vincŔa per ladri il nuovo regno d'Italia; poi, l'Armeno produsse una filatŔra di scritti; infine, prova senza risposta, era il pagamento sonante.

— Bigia, or che pensi?

— Penso che la Provvidenza Ŕ pur buona!… ad aiutarla un tantino.





PRIMA E DOPO


I


Infine!… Dieci anni lo avŔan bramato. Oh quante volte Antonietta, lasciando cadere con un sospiro il ricamo e fisando sconsolatamente il marito, che di sottocchi la guardava di giÓ, avŔa detto:

— Come farŔi pi¨ volentieri un cuffino! —

Giulio, allora, si avvicinava a lei con la sedia, e baciÓvala in fronte. E cominciÓvano a dire di que' bambinelli color mela poppina, succianti alle mamme di un'ampia nutrice. Eccome tenersi dal vezzeggiarli? dal mangiucchiarli di baci?… Ma, st! il bimbo ha distaccato la bocca dalla sua credenza e allenta le cicciose manine… Il sonno lo accoglie.

E, spesso, Giulio e Antonietta passÓvano verso le tre, innanzi alle scuole del pomo; di cui, apŔrtasi a un tratto la pýccola porta, rovesciÓvasi fuori, come fantocci da un sacco, la melonýa de' scolaretti, isparpagliÓndosi tosto per la contrada, a corsa, dimŔntica giÓ della noja sofferta, e saltellante e giojosa; e spesso, di dopo-pranzo, sedŔvano tristamente su' na panchetta ai Giardini, Gullýveri nuovi in mezzo alla gentile frugaglia del Lillip¨t, che trottolava di su e di gi¨, vero moto perpetuo, senza fastidi, senza pensieri e tutta amica; lÓ, a fare i grandi occhi intorno al bossolottajo, mago del buon comando; quÓ, a leccare il cucchiajo, il piattello e le labbra intorno a quel dal sorbetto dell'unghia, o a bevucchiare a due mani la consolina entro un tazzone; in ogni parte, correndo coi cerchi, coi palloncelli, coi draghi-volanti o sui bastoni dei babbi; facendo al signore e al soldato innocentemente, o a rimpiattino dietro le gonne dell'aje; mentre i bebŔ dalle dande, che incominciÓvano a sentirsi i pieducci, con l'agitar delle alette e la voce, credŔvano c˛rrere anch'essi. Oh quanti maluzzi da unguento sputino, tavane da pulci! oh liti, temporali di monte! o dispettini e capricci e cattiverie adorÓbili! oh paci! senza riserve, senza capi segreti.

E, a volte, Giulio e Antonietta attirÓvano a sŔ qualche putto; se furfantello dagli occhi briosi e dal nasino all'ins¨, coll'invito di un dolce; se vergognýno, a sorrisi. Ed ella solleticÓvane la chiacchierina. Il cýttolo, allora, mettŔvasi a spippolare le ragionette sue o ponŔa dimande sopra dimande di una ingenuitÓ da imbrogliarne quatt˛rdici savi… non una donna per˛. E, Giulio, facea, poi, palpitare i cittelli, loro contando le istorie di Gino e Ginetta e di Barbotta-fagioli stregone, o rýdere a pi¨ non posso scoccando loro sul naso la calottina dell'orologio.

Cosý, su quella istessa panchetta, i nostri due infelici almanaccÓvano il nome pel loro piccino. E, in quanto a nomi, biseffe! Essi mettŔvano a parte i pi¨ graziosi e minuti, pur non trovÓndone mai uno minuto e grazioso abbastanza; senz'avvertire, che il toso farŔbbesi uomo e il nome resterebbe bambino. Poi, pensÓvano anche agli abitucci di lui, dopo quello di polpa; sul che, Antonietta, la quale avŔane sempre pel capo uno nuovo, lo descriveva al marito mandando gi¨ l'aquolina. Infatti, in questo giro di tempo, se ne vŔggono in mostra di sý gentili e sý belli, che la smania ci piglia di spirar loro la vita, e, non farlo, Ŕ un peccato.

— M˛ guarda quello — Giulio diceva alla moglie, additando una bimba, la quale parŔa uscita in quel punto da una vetrina.

— Dio! — esclamava Antonietta, serrando il braccio al marito.

E ritornÓvano a casa… ed Ŕrano sempre due.

Ma un dý, ella, arrossendo, mormor˛ all'orecchio di lui una mezza parola… Fu una fortuna ch'ei fosse in quella seduto.

E, da quel dý, Antonietta lasci˛ il canovaccio e le lane. Popolossi la casa di fascie e onestine, di camiciole e scarpette e calzettuccie e cuffini, i quali Giulio ridendo s'imponeva sul pugno — a nastri, a pizzi, a stratagli.

NŔ passava giornata, ch'egli oppure essa, giocato all'indovinello un pochetto, non si facŔsser vedere qualche c˛mpera nuova pel loro ninino. Al quale apparecchiÓrono poi una balia (asciutta ben sott'inteso) e una culla in seta celeste e oro, con su un Amorino lý lý per dire “silenzio!” Ma siccome Antonietta non trov˛ l'Amorino di tutto suo gusto, Giulio, per racconciarle la vista, le tappezz˛ tosto la stanza con i putti pi¨ insigni di Raffaello e Tiziano.




II


╚ nato.

Giulio, tremando, alza il velo alla culla e guarda il suo bimbo…

Brutto! Gli Ŕ un di que' c˛si falliti, aborti maturi, cinesi magoghi. Floscio, di un colore ulivigno, tien giÓ le rughe della vecchiaja, e Dio sa quanto vivrÓ! Non solo. ╚ di un brutto volgare; niuna favilla di quella fiamma divina, che sublim˛ la bruttezza di S˛crate; ed Ŕ di un brutto neppure, che possa, strada facendo, aggiustarsi. veramente, si dice:


“maschi e tortelli

son sempre belli,”


ma! — ma quý non si tratta di un maschio.

O poverina, quale avvenire ti attende?

Dopo un'infanzia, lunga, durata in un canto, gli occhi gravi di duolo, nascosta da' tu˛i genitori, che arr˛ssan di tŔ; dopo un'infanzia, buja, quÓ e lÓ serenata da baci, che non lÓsciano succio — baci di compassione — Ŕccoti giovinetta, e lo “spirto di amore” risvŔgliasi in tŔ con violenza morbosa.

Ma, nessuno ti guarda; se sý, Ŕ per rýdere; non per sorrýdere mai. Cangia il mondo di scorza, non di midollo; gli Ŕ ancora quello, quellýssimo, che diŔ la causa vinta a Frine. Sei brutta, e le belle ragazze non ti v˛glion con loro; brutta, e sgradisci alle mamme. Cave a signatis! le ti crŔdon cattiva, e, credendo, ti fanno.

Ma, come i tu˛i occhi non sono costretti vŔr terra da quelli degli altri, cosý ognora tu guardi.

Ed ecco, il tuo “desýo amoroso” ha incontrato una faccia soave, di uno, che a tŔ, alle maniere leggiadre non usa, raccolse il fazzoletto caduto, e, con parola cortese, l'offrý. Oh nascondi l'amore! nascondi.

EcchŔ? quel gentile er ti passa vicino e non ti saluta. Sai? Hanno scoccato di tŔ e di lui male cose; come si dice, bons mots; ed egli pi¨ non s'intriga con gobbe; e, in prova, sposa Paolina, un angioletto senz'ali. Oh baci! oh strida!

Cosý, il carÓttere tuo, siccome la voce, inasprisce. Babbo e mamma, al pari della speranza, ti hanno lasciato da un pezzo. Essi rimpr˛verano a tŔ la lor morte; tu, a loro, la vita. PÓssano gli anni e pi¨ non ti resta che il calor della ciecia.

E tu diventi una vecchia borbottona e stizzosa, che fÓ morir gli augelletti con il sistema Filadelfiano, che rompe i tŔneri arbusti amici a tŔneri cuori, che, tutta piena di spilli, si tira in collo i bambini a intabaccarli di baci; e tu diventi una dama, che, lumacando col biscottino e gli scr¨poli per gli ospedali, raddoppia la febbre ai malati — e nelle case attizza discordie, fÓ la chierca ai ragazzi, e a Dio prostituisce le tose — e i matrimoni attraversa, e turba i riusciti.

Ma quý, il povero padre, aggricciando, abbandona su quella cuna di tanti dolori il velo, e fugge. Fugge impaurito la brama di soffocarli a una stretta; fugge un reato pietoso.



IL MAGO


Eppure, codesta casa, non avŔa niente di strano! non gronde sporgenti, non fumajoli bizzarri o torrette, non cabalýstici segni. Era una borghesýssima casa, col suo rispettÓbile n¨mero senza nŔ l'uno nŔ il tre, a due piani, semplicemente rinzaffata di bianco, e dalle persiane grigie.

— Ma le persiane stÓvano sempre chiuse!

Ebbene? che volŔa ci˛ dire? ch'essa avŔa molto pi¨ sonno delle altre. Non si pu˛ forse tenere gli occhi serrati anche di giorno?

E neanche il padrone di lei, almeno per vista, era fuori del s˛lito; un lanternone a barba biancastra, come tanti altri. Tuttavýa la gente dicŔvalo il mago; tuttavýa le mamme, nel minacciarlo ai loro bambini quando cattivi, sentývano, elle pure, spago. Ed io v'accerto ch'egli, ben in contrario, avrebbe baciato que' tosi che al suo apparire fuggývano! Un mago poi, che, con l'abbondanza di spiritelli a' su˛i cenni, scarpeggia gobbo e doglioso con la salvietta accoccata a comperarsi egli stesso, ogni mattina, e la fetta di manzo e il cinque quattrini di sale ed il pane, Ŕ un mago, mi sembra, un po' troppo domŔstico.

Ma sý! va e persuadi la contrada San Rocco. A lei era rimasto, fitto e saldato, il racconto di due operÓi, i quali, ammessi nella misteriosa casetta per aggiustarvi un camino che pativa di fumo, avŔano scorto sopra un gran tondo una testa mozzata, ancora con i capelli, con gli occhi invetriti e con in bocca… una pipa. Tonio inoltre, il garzone, narrava con la voce in cantina, che lo stregone, trÓttolo a un certo punto in disparte, avŔagli offerto una pila di doppi marenghi, purchŔ gli fosse andato a strappare un braccio di una tal croce di legno appesa ad una tal porta…

— Naturalmente — Tonio aggiungeva — ho risposto di no —

— Oca! — osservÓvano i preti — dovevi accettare, poi far dir tante messe. —

Di pi¨; la contrada San Rocco avŔa veduto un bel giorno fermarsi alla casa del mago un carretto e uscirne caldaje, storte, lambicchi. La contrada Ŕbbene i batistini; lei, che avŔa pure assistito, due mesi prima, tranquilla, al trasporto di una batterýa di roba tal quale nel liquorista di contra!

— Ei cerca l'oro — pispigliÓvasi il volgo, mandando gi¨ la saliva. Ma il volgo, secondo l'usanza, sbagliava: il mago non era in traccia dell'oro, quantunque il fosse di cosa, al pari di quello, c¨pida e paurosa a una volta.

Infelice! Il pi¨ orrýbile morbo che imaginare si possa lo tormentava, chŔ, se negli altri ci Ŕ dato e la illusione e la tregua, o spesso, la forza del male t˛gliene la coscienza, quý, il martýro, sorto dalla fantasýa, alimentato da questa, e sempre in novýssime foggie, non requiava mai.

Fanciullo ancora, ei raggrinzava le mani e nella voce affiochiva alla parola “morte” e si palpava la faccia seguŔndone l'ossa. In tutto, un accenno di lei; montava una scala, ogni gradino suggerývagli un anno… oh! come presto al ripiano. A volte, stretto da improvvisi spaventi, corrŔa strillando le stanze…

— Che hai? — gli dimandava la mamma.

Egli taceva, aggricchiava.

E, a soffocare tali atroci paure, credette, adolescente, una via, il gittarsi nella nemica idŔa, il non pensare, il non udir che di essa. AhimŔ! il rimendo fu peggior dello straccio. Certo, ci ha libri, i quali ne famigliarýzzano con la figura di morte, pingŔndone urne rischiarate dal sole e inghirlandate di rose; ma altri, e molti (la pi¨ parte di frati cui il digiuno del mondo fe' brusco) aumŔntano i nostri terrori, col mŔtterne innanzi un inventario di strazi… artigli, code e piŔd'oca sopra e sotto del letto, sudari, e puzzolenti tenŔbre. E — poichÚ noi, verso dove incliniamo, si cade — Martino, invece d'aprire le imposte al sereno, asserragliossi nel bujo.

Sbaglio su sbaglio, diŔdesi alla medicina. Questa, nella maniera che la psicologýa avŔvagli tolta ogni fede e ogni opinione sul patrimonio dell'Ónima gli giunse a destare intorno a quello del corpo un labirinto di dubbi. Solo, capý su quale frÓgile trama fosse l'uomo tessuto, quanta folla di casi potŔvala r˛mpere. E, nuova scienza, nuovi dolori.

Tuttavýa, uno svario gli si frammise a tali ombre. Le ombre e la giovinezza di lui facŔvano ressa a vicenda; Martino sý ubbriac˛, stalloneggi˛, riuscý a sottrarsi per qualche tempo a sŔ.

Ma, una notte, allo zŔnit di un'orgia che rasentava i confini della ribalderýa, la biondýssima Giulia, assieme alla quale egli aveva bevuto la vita, alzÓtasi con un far risoluto, teso il bicchiere, gridato “viva il…” cadde improvvisamente, senza compire la frase, all'indietro.

Il cuore le si era spezzato. Martino svenne; fu chi credette per la fine di Giulia, e, invece, era per quella di lui! per quella di lui, che riapparývagli a un tratto. Egli avŔa giÓ spesi trent'anni; quanti gliene avanzava? altrettanti? oh il buffo!… e mettiamo pure quaranta, cinquanta… serriamo tutte le ante… cos'era? un buffo del pari.

— No, non voglio morire — giurossi — NŔ morir˛ —

E con la foga della disperazione, a capofitto si rigett˛ nelle naturali scienze, le quali, agli sforzi di lui, si aprýrono come l'onda a chi nuota. Ma l'onda mai non finiva. Dopo vent'anni di studio, feroce, senza una posa (dunque vent'anni di morte) ei si trov˛ ricco di non cercati segreti, capace di far di un cadÓvere pietra, di sospŔndere il corso dell'umano orologio e ravviarlo, anzi, dietro a un filo sicuro per costruirne a sua posta; nondimeno, impotente, e, quel ch'Ŕ pi¨, nudo a speranze di eternar quel battýto, mosso in noi, primo, da… Da chi? Va te l'accatta! — E intanto il corpo di lui avŔa perduto l'acciajo, la barba Ŕrasegli fatta grigia; ei si vedeva in lÓ molto su quello stretto sentiero, affondato tra insormontÓbili muri e chiuso alle spalle man mano, entro di cui non vale il coraggio, non la viltÓ; voglia o non voglia, bisogna camminare in avanti, sempre, finchŔ un abisso c'inghiotte.

Sino allora, Martino, avŔa corso l'aque e le terre, inquieto all'ubbýa che la presente sua stanza diventÓssegli l'¨ltima, Óvido di contemplare la morte sotto ogni clima. Oh quanta avŔa accolta ereditÓ di sospiri!… e, nel dilungarsi dai funerei letti, gemeva “uno di manco… vŔr me.” Ma, quando sentý che irreparÓbili guasti nell'interno congegno gli minacciÓvan lo sfascio, bruci˛ di fuggire non avvertito dal teatro del mondo, di conigliarsi in qualche oscuro cantuccio, per aspettarvi da solo lei, schivando almeno cosý le lÓgrime degli amici, il leppo dei ceri, il borbottare dei preti, tutta insomma la pompa dell'¨ltimo tuffo. E comper˛ nel sobborgo la casina a due piani.

VŔngono gli strasudori in pensare a quelli anni, cosý brevi da lungi e cosý lunghi da presso, vissuti da lui, solamente con sŔ. Io me lo vedo ansando a fatica, mezzo seduto su di un cadÓver spaccato, a interrogare “morte che sei?” a rovistarvi le traccie di vita, la quale vita Ŕ… Cosa? Le definizioni, molte; materialýstiche alcune; altre spiritualýstiche. E tanto o quanto, ciascuna, per la sua strada, va: mŔttile insieme, picco e ripicco.

Disperato allora, Martino si buttava a ginocchi, supplicando quel Dio, al quale nell'ýntimo suo mai non avŔa creduto nŔ oggi pure credeva, d'incretinirlo; poi, dalla stessa viltÓ svergognato, spregava ansiosamente la prece. E altrevolte, Ŕccolo, con lo sguardo smarrito, dimandare a follia quello per cui la scienza era muta; or mescidando ai fornelli indiavolate pozioni; or riunendo la volontÓ sua, tutta, nei pi¨ turchini scongiuri; ora a sfogliare con un tremore di speme, stranýssimi libri di scrittori sotterra, che a parte a parte insegnÓvano e il vývere eterno e la giovinezza perpetua.

Ma il tempo non si arrestava, mai.

E finalmente, agli albori di un giorno, un vicino di lui, in pant˛fole e col tabarro sulla camicia a ridosso, apparve alle due portinaje del mago e disse loro che qualcheduno stava sballando od era fatto sballar nella casa; egli ne aveva sentito le grida, il rÓntolo.

Le portinaje, prima atterrite, occhieggiÓronsi poi indecise. RomperŔbbero esse il divieto del loro padrone? traverserŔbbero l'atrio? ne salirŔbber le scale? E tentennÓrono un poco. SenonchŔ, il caso premeva; risolvŔttero il sý. Infatti, giunte al di lÓ del ripiano, udýrono angosciosa la voce del mago gridare “oh mi risparmia; pietÓ!” indi, un gŔmito lungo.

PrecipitÓrono nella stanza.

Martino, in uno de' su˛i peggiori accessi di necrofobýa, gi¨ dal letto, e il letto sembrava quel delle streghe, era dinanzi uno specchio, al pÓllido lume dell'alba, mirÓndosi con ispavento. E certo, l'aspetto di lui, dovŔa Ŕssere bene stravolto, se le due donne agghiacciÓrono, e l'uomo se la cav˛… in cerca di un prete.

Non l'avesse mai fatto!

Il mago si vide perduto, výdesi agli sg˛ccioli.

— Gira largo, via! — stridette.

Ma il prete fe' per pigliargli una mano. Martino arretr˛, con terrore, come t˛cca una biscia; diede nel letto, cadde entro la stretta…

E in quella, per paura di morte, morý.



PROFUMO DI POES╠A


Miss Ada Banner of Bannerlodge, con un tometto del suo inseparÓbile Moore sottobraccio, risaliva le scale del Grand H˘tel de GenŔve a Roma e veniva dall'aver impostato il suo terzo reciso rifiuto alla terza insistente proposta di matrimonio del cugino di lei, Tomaso Turtleson, esq. M˛ figurÓtevi presunzione! Parlare di matrimonio, anzi di letto matrimoniale, ad una che non capiva se non l'amore di contrabbando (che Ŕ il pi¨ inc˛modo amore) parlarne poi tanto alla buona, tanto commercialmente, come se si trattasse di un affar di formaggi. Infatti — circostanza aggravante — il cugino Tomaso negoziava all'ingrosso di questo alleato degli osti. Per quanto muschio sentisse la sua carta da lŔttere, le delicatýssime nari di Ada, odorÓvano sempre formaggio. PÓride anche — chissÓ! — avrÓ esercito in sýmili gŔneri, ma il Priamide vestiva pelli agnelline e non avŔa su ditta. Imaginate! Sposare un “Thomas Turtleson and Co.” all'insegna della Vacca e del Bue! e di pi¨, uno le cui ventrali carnositÓ, giÓ inestŔtiche, augurÓvano di riuscire nella maritale sbottonatura alle rotonditÓ di una pancia. Domando io, come possýbile i voli con una sýmile bomba ai piedi? Come i lunari colloqui con un paralume tale dinanzi?

Fanciulle! gran bella cosa la poesýa — … Parlo s'intende, non a quelle dense tosoccie o piuttosto “pollanche ingrassate col riso” che si permŔttono di avere sempre appetito e sempre voglia di rýdere, ma a quelle, le quali,


tenuia vix summo vestigia p¨lvere signant,


dalla lingua perpetuamente sudicia, dagli occhi coi luciconi, dal naso che trasparisce, assidue frequentatrici del negozietto Aleardiano di profumerýa poŔtica: e dico, gran bella cosa, o mie azzurrine, la poesýa! inquantochŔ essa ci toglie al solitismo di cotesto mondaccio e ci fa piÓngere amaramente sopra disgrazie non mai avvenute nŔ mai avventure, e ci mantiene tutta la scienza dimessa e sŔrbaci magri con poco.

Disgraziatamente, per quanto poco si mangi — ahimŔ! — non tutto va in sangue, ed anche le pi¨ vaporose fanciulle… (dove trover˛ io espressione che non offenda le mie gentili lettrici, tanto caste d'orecchio?…) sono obbligate di fare da sŔ ci˛ che non p˛sson far fare dalla lor cameriera. Il che, per la forma, Ŕ il capolavoro della infernale malizia: dýgitus diÓboli est hic; benchŔ io ci ravvisi piuttosto di quella sapienza divina che mette tutti nel mondo per un'¨nica strada. O p˛poli, trepidanti in ginocchio dinanzi a degli appiccapanni abbigliati d'oro e d'argento, o datevi pena d'imaginare i vostri Reacci e Papassi anche sul trono forato! Quella Ŕ la vera comune. Addýo maestÓ! addýo infallibilitÓ!

E appunto — tornando a noi — fu uno di tali inviti improvvisi, imperiosi, che colse a mezza scala la biondýssima Inglese e la obblig˛, pÓllida e smarrita, a rifugiarsi nella sua prima compatriota in cui diede. Era il poŔtico cestellino di uva, mangiato il dý prima. Tutto vÓ in quell'eterno sepolcro — e la foglia di rosa e la foglia d'alloro…

Ma sostiamo. Non Ŕ indispensÓbile, vero? ch'io dica tutto. Avessi pure lettori leggenti le sole parole, di que' lettori pei quali i puntini rŔstano sempre puntini, abituati alle dande e non ancora svezzati, parmi ci˛ nondimeno ch'io possa, in questo ¨nico caso, contare un pochetto, se non sulla fantasýa loro, almeno sulla memoria. E per˛, pregÓndoli di Ŕssermi tacitamente collaboratori, tirer˛ via dritto saltando a ritrovare la nostra bionda inglesina, quando, soffusa di un pudico rossore e, diciÓmolo pure, col cuore pi¨ sollevato (o cuore, comodýssimo nome) sta per riporre la mano sul catenaccio dell'uscio.

Ma, alla maniglia, un sobbalzo. Miss Ada si arrest˛ sussultando.

Era un nuovo avventore. Il quale trovando chiuso, e avendo invano bussato, parve si allontanasse.

E lei ripose con titubanza la mano sul catenaccio.

Ma l'avventore ritorna e si dÓ a passeggiare su e gi¨ pel ripiano.

Miss Ada si ferma di nuovo e si mette in ascolto. Il passo continua. Che fare? uscire? spoetizzarsi?… Ma e in faccia di chi? La poesýa Ŕ alle fanciulle come la polve dorata alle farfalle… guÓi se la tocchi!… E perduta la poesýa, che le restava da pŔrdere?… Fra il sý e il no, passÓrono alcuni minuti, minuti che a tutti e due sembrÓrono un'ora — e lo credo.

Sapristý! — esclam˛ spazientito, col¨i che aspettava —

Gran Dio! la voce del prýncipe russo — di quell'elegantýssimo gi˛vane, che accompagnÓvala al piano e cantava con lei i pi¨ appassionati duetti ed imparava l'inglese dalle sue rosee labbruzze sul Moore… p˛vero Moore! Or che fare? che fare? Ragazze mie: mettŔtevi ne' panni su˛i. Parlo, sempre, s'intende, alle mie s˛lite magroline.

Ogni speranza, vana.

E intanto s'era avviato sul pianer˛ttolo il dialoghetto seguente:

— Comanda il signore?

Morbleu! — ma sono tutti occupati i vostri n¨mero 1000? E ci si gode a starci. ╚ un'ora che attendo.

— Un'ora?

— Dico poco.

— Ha bussato? hanno risposto? no…? oh allora… non voglia Dio! — E forte battendo e scuotendo la spagnoletta dell'uscio, il nuovo venuto grid˛: signore! signore! —

Miss Ada si guard˛ bene dal mu˛vere labbro.

— Certo… certo… — continu˛ in inquietýssimo tono col¨i che parlava — una disgrazia Ŕ accaduta. ╚ un luogo malaugurato questo. L'altr'anno… —

E quý nuovi passi e altre voci… Che c'Ŕ?… una disgrazia? — dove?… apoplessýa? omicidio?… Convien chiamare un dottore… Chiamate un prete piuttosto… Occorre il sýndaco… il gi¨dice… Fate presto… un ferro… una leva.

Miss Ada non sapeva pi¨ in che mondo si fosse, o, sapŔvalo troppo. L'idŔa del suicidio le balen˛. Guard˛ al finestrino del chiaro; non vi passava nemmeno la testa; sguard˛ al finestrino del buio, inorridý.

E dire che ella sarebbe rimasta senza paura in una gabbia di tigri! O martirio, invidiÓbile onore! all'aria aperta per˛. NŔ pi¨ sapeva se le convenisse svenire.

Ma la porta cedette.

Miss Ada fremŔ di furore e si coprý colle palme la faccia. Stette immota un istante, come vinta dal peso di una universale berlina, come sotto le risa che meno udiva di quel che sentisse — epp˛i precipitossi alla scala, dietro lasciando un profumo, che non era di viole.

La Poesia fuggý, turÓndosi il naso.

E quel dý stesso Tomaso Turtleson, esq. negoziante in formaggi all'ingrosso — Chester — Whitesquare — leggeva, gongolando di gioia, il telegramma seguente:

— RiceverÓi una lŔttera mia. Non aprirla. StrÓcciala. Io mi marito anche con tŔ.



ODIO AMOROSO

I

Volta e rivolta, nulla! Sonno non ne veniva. E sfido! La fantasýa di lui conflagrava al ricordo di una bellýssima tosa bevuta con gli occhi quel dý, Correggesca Madonna, fuggita alla gloria di un quadro e p˛stasi ad una finestra. SenonchŔ, in sulle braccia, invece del gonfi-ampolle bambino, reggŔa un gatto soriano. E gli facŔa carezze… Gatto felice!

Innamorato dunque, cotto, biscotto! — Egli, Leopoldo Angiolieri, che in una bicchierata a New-Orleans avŔa sclamato “amore, nel trantran della vita, Ŕ un nome decente per esprýmere… altro.” Fatto Ŕ, che sino a quell'ora, cioŔ ai ventisette e passa, niuno uncino amoroso avŔa pigliato Leopoldo; e chi ha verace giudizio sa come ciascuno di noi tutto misuri con la spanna sua propria.

In veritÓ, era d'uopo che per cangiare d'idŔe, egli cangiasse di mondo, tornasse giusto in paese — imaginate! — nel bel primo dý.

Venuto per la sorella… Ma quý la parola sorella, lo devi˛ in altri pensieri, pensieri indigesti. AllorchŔ egli partiva per l'oltremare — nŔ lunga avŔa a riuscire l'assenza — Ines, sejenne, era stata messa in collegio; ora, dopo quatt˛rdici anni, rimpatriava a farle da babbo, lui. E, questo, egli avrebbe e di cuore e con gioja prima che la sua sconosciuta apparisse; ma ora, no; ora, una sorella non gli accomodava un bel nulla, qualunque si fosse. ChŔ, se sveglia d'ingegno, quale tormento! se stupidetta, che noja!… Ed era? Leopoldo pendŔa al secondo partito; il ritrattino difatti che, dodicenne, essa gli avŔa mandato, mostrava una faccia grassa, dormiosa. Non rifletteva per˛ il giovanotto, che chi dormiva era amore, e che chi dorme si sveglia. Pur, sia come si sia, a che ci hanno le doti? a che gli spiantati?

Cosý, cacciato con un sospiro di gusto quel tÓfano della sorella, Leopoldo intese la imaginazione tutta alla vaghýssima inc˛gnita. E ricompose gli occhioni di lei, neri; e il fiume de' su˛i neri capelli, e il viso “color di amore e pietÓ” di un s¨bito pinto a vergogna, com'ella si accorse di lui, e sparve.

Volta e rivolta, sentý sonare le quattro.



II

E, nella mattina, venne a trovarlo il signor Camoletti, procurator suo in patria. Era egli una miseria di uomo, dal viso color formaggio-di-Olanda, con due occhiucci nerýssimi, da faýna; neri, i capelli cimati; nero, un pizzo da capra; nera, la cravattona (e non un sýntomo di una camicia); neri, il vestito impiccato e le brache; sý che parŔa ch'e' uscisse da un calamajo in quel punto e gocciasse l'inchiostro. Il corpicciolo di lui, inquieto, le lappoleggianti palpŔbre, le mani che non requiÓvano mai, dicŔvano chiaro il carÓttere suo, rabattino ed astuto. Quando parlava, col¨i che avŔssene udita solamente la voce, doveva pensare “oh pappagallo d'ingegno!” Ed era, quattro-parole-un-complimento-e-un-inchino.

Il quale ometto dei ceci, dopo di Ŕssere andato in dileguo sul ritorno felice e sulla bella presenza di Leopoldo, disse della fortuna di avere, il dý prima, ricevuto un biglietto “proprio del signor conte” — e quý un saluto di capo; — ma aggiunse della disgrazia di non averlo potuto lŔgger che a sera… “capirÓ, noi gente d'affari…” Nondimeno, com'egli, a fortuna, abitava nella medŔsima via del Pensionnat Anglais Catholique di donna Ines — e quý un altro saluto — cosý, vi avŔa tosto spedito il suo saltafossi e il biglietto. Sgraziatamente! la contessina, uscita a pranzare da una sua amica sposa, non era ancor rientrata…

— Tuttavýa — osserv˛ Camoletti — io avŔa giÓ avuto l'onore di partecipare a donna Ines il pr˛ssimo arrivo di sua signorýa. Donna Ines lo sospirava da un pezzo.

— Anch'io — fe' Leopoldo — Pensi, avvocato, che essa toccava appena i sei anni, quand'io partýi con pappÓ. Ben mi ricordo; era una bimba cicciosa; bella no certo; cattiva come un folletto…

— Oh, allora! — sclam˛ Camoletti — la contessina di adesso, chi Ŕ?

— Vero — not˛ il giovanotto — che le belle ragazze nÓscono ai quýndici anni…

— Infatti… — fe' per dire l'avvocato.

— Prego! — interruppe Leopoldo — La non mi dica niente. Mi lasci un po' d'improvviso. —

E son˛ il campanello.

— Un brougham! — ordin˛ al servitore.

Intanto, il discorso si ridusse agli affari, e parve che tutto assieme andÓssero a maraviglia, inquantochŔ i per fortuna in bocca di Camoletti f¨rono un dieci a ciascun per disgrazia. Leopoldo, da parte sua, accenn˛ a cambiamenti ch'egli voleva nei fondi (i fondi visiterebbe nella settimana ventura) parl˛ di mÓcchine agrarie commesse a ManchŔster, di un nuovo sistema d'affitti, di nuove colture; sul che, il discorso, continuando anche nel brougham, s'interess˛ vivamente, tanto che, al fermarsi di quello, il cocchiere dovette smontare, aprir lo sportello, e dire “signori!”

Ed essi scŔsero ed entrÓrono.

Quantunque la vaghýssima inc˛gnita avesse giÓ in Leopoldo occupato il posto migliore, tuttavýa, trovÓndosi egli sý presso a colŔi che sola poteva ancor chiamare parente, si senti bÓttere il cuore. EcchŔ! Ines, forse, non era nŔ un velo di Tulle, nŔ una che curiosava ogni dove, nŔ un rompigloria a perchŔ?; — bensý di quelle creature devote, sentimentali, veri tiretti ai nostri segreti, e manualucci di prÓtica filosofia. Or, chi non sa che gli amanti han sempre a confidare qualcosa e sempre a dimandare consigli?

In sulla scala, non incontrÓrono alcuno. Ma, al primo ripiano, il signor Camoletti, ad una vecchia senza cuffia e in cartucce, che il salut˛ per nome e cognome, chiese:

— C'Ŕ donna Ines? —

La inserviente rispose: che le signore maestre e tutte le damigelle Ŕrano fuori a messa… “messa bassa” aggiunse per consolarli “v˛gliono intanto sedere?” e lor dischiuse una porta con scritto su “Direzione.”

Ned essi risp˛sero no.

Rimasti soli, rimÓsero anche in silenzio. Il signor Camoletti, accomodÓtosi in una sedia a bracciuoli, dopo di aver concrepate le dita alcun po', prese a mangiarsi furiosamente le unghie. Leopoldo girandolava la sala. Sulle pareti di cui, oltre il ritratto del rŔ, era una mostra (proprio una mostra) di adaquerelli e disegni, di prove di bella scrittura, pant˛fole ricamate, ghirlande di fiori, quadri a margheritine, iscrizioni (evviva la direttrice! viva il suo onomÓstico!) tutto disotto al vetro e in cornice; e, sopra i tÓvoli e i tavolini, programmi dell'Istituto, mazzi di fiori di carta, un cestino di biglietti da visita, in cui stÓvano a galla quelli con la corona; poi, dentro uno stipo, un lucicchio d'oro e d'argento — pese, coppe, un n¨volo di tabacchiere una sull'altra come le scatolette delle sardine, e campanelli e penne e posate — doni ed omaggi. Oh quanti segni di amore!… diciamo meglio… oh quanta adulazione pelosa! oh quanta smania di un saldo ai conti seccanti della riconoscenza! E, tuttoci˛, si voleva che fosse visto e ammirato. Leopoldo ci fris˛ appena lo sguardo. Per˛, siccome, nŔ ad ammirar nŔ a vedere, posava dimenticato sullo scrittojo un pýccolo albo, Leopoldo l'aprý.

E lesse:

“Note sulle ragazze del P. A. C.” (Pensionnat Anglais Catholique) “anno corrente… fatte da mÚ direttrice MARIA STEWART”

E, a pÓgina prima, lŔttera A:

“ALDIFREDI baronessina VITTORIA — diciasett'anni, naso all'in su; capelli da Barba-Jovis; colorito di fuoco.

“Da che reggo il collegio, non mi Ŕ mai capitata una fanciulla pi¨ ghiotta. Va in seconda a ogni cibo. E sý che tra i pasti non fa che spazzare scÓtole di canditi, e pasticche e cioccolatte e mentini! Jeri di lÓ, ad esempio, mi ha furato e vuotato il mastelletto della mostarda. Poi, ride sempre, di tutto. Entro io, ride; entra il signor Catechista, ride. Sgrido; ride ancor pi¨. E attacca alle altre il morbino.

“Vittoria ama, tra i fiori, il gar˛fano…”

Ma quý, Leopoldo, abbandon˛ l'Aldifredi, e pass˛ all'A-enne.

E lesse:

“ANGIOLIERI donna INES (dei conti) — vent'anni.

“Buona fanciulla, ma che si atteggia all'interessantismo. Per quanti gliene sequestri e tŔngala d'occhio, mi legge continuamente romanzi, roba francese ed istŔrica.

“Il suo fiore mignone Ŕ la viola. Non sa sonar che notturni, cloches du village, derniŔres pensÚes, e sýmili piagnonerýe.

“Ines mangia il meno che pu˛…”

— Sente, avvocato? — dimand˛ Leopoldo — dýcesi che mia sorella mangia il meno che pu˛. Quest'Ŕ, io credo, una nota di buona condotta in collegio: e lei? —

Camoletti si affrett˛ di sputare i rottami di unghia, e disse:

— Oh certo! buona!… ih… ih! — con un ridacchiar cavallino.

E Leopoldo leggendo, ma a forte:

“… Invýa delle letterone alle amiche, a punti ammirativi e puntini…”

— Dica, avvocato, ma e le Óprono dunque le lŔttere?

— Sa! nei collegi! — prese a dir CamolŔtti, in tono che sottintendeva “Ŕ un naturalýssimo

uso.”

— Bella! — sogghign˛ il giovanotto; e seguendo:

“… punti ammirativi e puntini… in cui loro confida dei dispiaceri impossýbili. ”

— Auf! — pens˛ — che piaga! DovŔa toccar proprio a mŔ!… Fosse la gaja Vittoria — e chiuse il pýccolo albo, mortificato.

In quella, uno scarpiccýo e un suono di freschýssime voci. Rifluiva il sangue al collegio. E, nella sala, parve che gli ori, gli argenti e i cristalli scintillÓssero il doppio, all'idŔa di rispecchiare qualche grazioso visetto; e, dal giardino, levossi un'affollata di cipp-ri-cip-cip, tale, che sembr˛ ogni foglia e ogni fiore cangiato in un vispo augellino.

I passi, il cinguettio, il fruscýo giÓ rasentÓvano l'uscio della direzione. E una vocetta, maliziosamente chioccia, diceva: badabigelle! le pvego; non fÓccian tvoppo vumove! — Gi¨, un gruppo di risa! e le fanciulle passÓrono.

E, dopo un istante, si udý un rÓpido passo. Leopoldo assunse un contegno serio.

— Oh fratel mio! — sclam˛ una ragazza, entrando di corsa.

Il giovanotto diede uno scatto all'indietro. L'amata di lui non era pi¨ sconosciuta.

— AbbrÓccialo, Ines! — fe' la rettrice apparsa alla soglia, vedendo la tosa arrestarsi.

Ed Ines si appress˛ a Leopoldo, tremante; ella, come un fantoccio, l'abbracci˛; lui si lasci˛ abbracciare.

— Son pur felice, conte! — disse la vecchia maestra, facŔndosi innanzi — Si acc˛modino. —

E tutti e quattro sedŔttero.

Cosý, il discorso, principi˛, e seguý solo tra Camoletti e la signora Maria, due tali, per parlantina, allo stessýssimo buco; questa, che giÓ iscorgeva in prospetto le sguizzasole vetrine del giojelliere, tolse la mano del dire, mettŔndosi a fare l'elogio della scolara di lei, dÓndola per garantita, e sospir˛ e pianse; quello, come riuscý a rubarle la parola di bocca (chŔ altro mezzo non c'era), snocciol˛ una tirata di lodi sul principale di lui, la quale, volto il tempo presente in passato, avrebbe pure servito da necrologýa. Ma, quanto alla sorella e al fratello, non una di quelle vampe di affetto che rischiÓrano a un tratto antichi ricordi obliati, ricordi d'infanzia; sedŔvano a bocca chiusa, non rispondŔvan che a cenni, parŔvano insomma due poveretti villani, che, mascherati da ricchi, stŔssero in soggezione del loro vestito.

— Oh sacristýa! — dicea tra sŔ l'avvocato — che scherzi fÓ l'amore! —



III

In veritÓ, era un bruttýssimo scherzo! PoichŔ Leopoldo fu tornato all'albergo e fu nella cÓmera sua, solo (chŔ egli avŔa lasciato ancor la sorella in collegio sotto la scusa che tra pochýssimi dý sarebbe venuto a pigliarla per condurla alla villa) cominci˛ a lagrimare, poi ismani˛, e finý tempestando. E che tempesta la fosse, il conto dell'albergatore pu˛ dire!

No; la sorella di oggi non dissolveva l'amata di jeri. Argomentava pur bene la signora Ragione, ma il Sentimento, non ne capiva il linguaggio. Leopoldo pens˛ di scrývere ad Ines, di dirle ch'egli era obbligato di ritornare in AmŔrica, che lo obbligÓvan gli affari, e ci si pose a tamburo battente. Ma, fatto due righe, sost˛. E l'avvocato gli crederebbe? con quale fronte abbandonar la ragazza, che, forse, anzi! certo, certýssimo, l'avŔa solamente a fratello? dove la volontÓ? dove l'Ónimo forte?… e stracci˛ il foglio, poi il quinterno.

Si alz˛ disperato. No! egli non dovŔa allontanarsi da lei… cioŔ, non poteva, perchŔ…

E trasse un sospiro di aviditÓ, e abbrividý del sospiro.



IV

Pensate dunque che inferno! e chissÓ quanto avŔa a durare!… inferno, le cui pene maggiori Ŕrano appunto gli sforzi per dissimularle, tantochŔ, ogni coll˛quio tranquillo con l'avvocato, costava, al gi˛vane, una o due sedie.

E, un dý, l'avvocato fe' capire a Leopoldo che la sorella di lui non sapeva che dire del suo starle lontano, e si lagnava e piangeva, e…

— A domani! — interruppe Leopoldo alla brusca.

E l'indomani, una carrozza a quattro cavalli e a postiglioni fermossi al collegio. Di cui le finestre si fŔcer tosto cornice a tanti quadri viventi di ragazzine e ragazze; le une, curiose dell'equipaggio superbo; le altre, del padrone di quello. E Ines pass˛ di saluto in augurio, di augurio in abbraccio, ed ebbe una scorta di baci tale, che, se di labbra coi baffi, avrebbe tornato la vita a chissÓ quante inamate!… Cosý, baci perduti.

Tuttavýa, Leopoldo si rimaneva in carrozza.

— Il tuo signore fratello — not˛ Giorgina Tibaldi, sinceramente, all'amica — Ŕ una meraviglia di gi˛vine, ma, a cortesýa… ve' scusa… Ŕ americano… un po' troppo —

Ines taque. Condotta dall'avvocato e dalla rettrice, scese le scale e salý il montatojo. Ella non si era messa alla via: solo, si avŔa gettato in ispalla una mantiglia a cappuccio. Ma la beltÓ non chiede altro che luce: oh conoscŔsser le belle qual male fanno gli specchi! E Ines, in disabbiglio, appariva sý seducente, sý voluttuosa, che il giovanotto, impaurito, t˛ltosi dapresso lei, siedette all'opposto. E fece:

— Oh avvocato — (con una voce ansiosa, affogata) — venga!… la prego —

Il Camoletti ringrazi˛ vivamente, ma si scus˛:

— Se si ricorda — aggiunse — abbiamo quest'oggi a trattare dell'ereditÓ di sua zia.

— Maledette le cÓuse! — fe' a mezzo tono Leopoldo, occhieggiando con ira; e serr˛ lo sportello di colpo.

La carrozza partý.

Il gi˛vane, allora, si ricacci˛ nel suo canto; e alla sorella disse, che la stanchezza il vincŔa… Dopo una stranottata, si sa!… dunque, di tenerlo iscusato se si metteva… a dormire.

Ines, nulla rispose.

E, in modo tale, si trott˛ via quattr'ore. Di tutti i viaggi di lui, faticosýssimi, lunghi, niuno il sposs˛ pi¨ di questo.



V

NŔ era certo in villa con lei, che Leopoldo dovŔa trovare riposo. L'omiopatýa lý non serviva. Leopoldo avŔa bel circondarsi di affari, bel imbrogliarli, bel stare fuori giorno su giorno pe' su˛i latifondi, ma nello specchio del capo apparývagli sempre quella pÓllida faccia contro la quale parŔa battesse continuamente la luna; avŔa bel vilupparsi in filos˛fiche dissertazioni intorno all'equanimitÓ, e al modo di annichilir le passioni, cioŔ di vývere morti, studiÓndone anche a memoria i concettini ingegnosi e le elegantissime frasi, ma tutta 'sta roba, scritta in pacifici studi verso cortile, al sovvenire di una occhiata di lei, languidissima, nera, sprofondÓvasi gi¨.

Venivano allora i furori. E allora e' fuggiva a sÚrrarsi nella cÓmera sua e ne appiccava la chiave sotto il ritratto materno. Facea le volte di un leone affamato. PigliÓvalo uno struggimento di abbracciare colŔi, di schioccare dei baci… che dico! di m˛rderla, di pugnalarla. Ma, inorridito a un tratto di sŔ, si gettava sul letto, sospirava d'angoscia, e mirava con il desýo negli occhi le sue pistole. Oh, a non toccarle, ci volŔa bene coraggio!

Ma e fuggire da lei?

Pazzie! ei si sentiva legato con doppia catena. Avesse amato soltanto, non era impossibile… forse; ma, nell'amare, egli odiava; ed una goccia di odio fÓ un sentimento eterno.

Per quante fitte crudeli, per quante torture ci˛ gli costasse, egli or pi¨ non poteva fare di meno di que' terribili istanti, nei quali era presso a colŔi, anzi, Ŕrale al fianco; quando, in una sentiva e le vampe amorose e i brividi dell'orrore ed i sobbalzi della disperazione; tutto, sotto una mÓschera calma, solo tradendo la irrompente passione al spesseggiare convulso del nome, il pi¨ severo, il pi¨ dolce, “sorella.”

E, a volte, Ines fisÓvalo con gli occhi gonfi, inghirlandati di duolo…

P˛vera tosa! Non avŔa fatt'altro se non cangiar di prigione; e in peggio. ChŔ, almeno in collegio, allegre voci di amiche mischiÓvansi a quella della campana imperante; quÓ, rinchiusa come dalla pioggia autunnale, splendŔndole il sole all'intorno, senza compagne ma serve, niuno veggendo all'infuori del fratel suo e di un dottore vecchio, sentivasi orribilmente sola, spopolata pur di pensieri, perchŔ temeva a pensare; in collegio, a traverso le spie delle persiane, scorgeva un fine, un cangiamento; quÓ, con un largo orizzonte, nulla. Or, che cosa, Dio mio! pi¨ paurosa dell'infinito?

E la salute si dilungava da lei; sý che Leopoldo, agitato, chiese al dottore, una sera:

— Che dice di mia sorella?

— Dico — rispose il dottore — che sua sorella ha un di que' mali che i mŔdici non guariscono — i mŔdici vecchi almeno, come, purtroppo, io. Donna Ines ha il male di amore.

— Ah? innamorata? di chi? — sclam˛ Leopoldo adombrando; e, senza stare per la risposta, corse alle sue cÓmere.

E p˛sesi a passeggiarle in lungo ed in largo. Una folla di suoni gli mormorÓvano un nome… trem˛. Lo sbigottiva il suo stato, ch'egli non avŔa osato mai di segnarsi a netti contorni e che non mai in altr¨i avrebbe pur sospettato. No; questo non si poteva — non si dovŔa, cioŔ; era duopo un nome diverso; qualunque.

E cerc˛ spasimando… Ah! ecco… Emilio Folperti… Eppure! no. Imaginate in cost¨i un fittabil del suo, che il mŔdico avŔa un giorno condotto in casa Angiolieri; un gi˛vane bello sý, ma bello e nient'altro. Il quale Folperti, s'era creduto d'ingraziarsi il fratello, lodando a lui la sorella, e Leopoldo — gentilmente villano — avŔagli chiuso, prima la bocca, poi la porta sul viso; dopo, se n'era affatto scordato. Ma adesso, creÓtoselo appena a rivale, Leopoldo non lo potŔ pi¨ soffrire, non gli parve pi¨ il mondo, vasto per tutti e due abbastanza… o l'uno o l'altro… lý ci volŔa una soddisfazione… Soddisfazione? e di che?… E se il Folperti gliel'avesse accordata con lo sposare colŔi?

Ben seguitava a sussurrargli il buon senso “come vu˛i ch'ella ami una sý fatua cosa a bellezza ed a senno?” Ma salt˛ su a dire il sofisma “non si adorÓrono statue? non si adorÓrono mostri? non si baciÓron cadÓveri?…” e Leopoldo, sospinto da geloso furore, schiuse di botta salda la porta, e fe' il corritojo, lungo, che divideva le sue dalle stanze di lei.



VI


Era notte; e, nelle cÓmere d'Ines, niun lume, ma le finestre aperte, sý che il raggio lunare e la brezza entrÓvano a loro piacere. Leopoldo pass˛ le due prime. E, nella seguente, era Ines, sur il poggiolo che rispondeva al giardino, seduta, e reclinando la testa all'indietro, gli occhi velati, semichiuse le labbra, in quell'abbandono di quasi-delýquio, che inonda chi pianse molto e molto si disper˛. PiovŔndole attorno, la luna ora piangeva per lei.

Leopoldo riste' a contemplarla un istante. Ed ella se lo sentý forse vicino, vicinýssimo anzi, ma tŔnnesi immota.

Leopoldo tent˛ proferire un nome; la lingua non gli ubbidý. Ei la obblig˛, e disse: sorella! —

Si alzÓrono lentamente le palpŔbre di lei, e scopŔrser due occhioni, nuotanti in negri stagni di duolo.

— Sorella — riappicc˛ egli a fatica, in tono alterato — sono ancor quý… perchŔ… perchŔ non ti posso stare lontano… quando tu soffri. E, che tu soffri, io so.

— Ma no — ella disse con un filo di voce.

— Sý! — egli fece, in uno scoppio di rabbia — or perchŔ contradici?… Atrocemente soffri. Io leggo negli occhi tu˛i, ebri; nella tua faccia patita, colore di perla; in questo tuo istesso singulto. Epp˛i, conosco il tuo male —

Ines sorrise pallidamente.

— Tu spÓsimi di amore. —

Ella ne sobbalz˛; si raddrizz˛ sulla vita, e, serrÓndosi al cuore le mani, quasi per ratenerlo, chŔ le parŔa fuggisse, grid˛: no.

— Sý! — ripetŔ Leopoldo con un riflesso d'incendio nelle pupille, piantÓndosi innanzi a lei — Non mentire a mŔ! Tu spÓsimi d'amore per… per tale, che io odio, che io schiaffegger˛, uccider˛ — (e accennava come a sŔ stesso) — per… — (e si stravolse la lingua) — Emilio… —

Ma oltre non disse. Ella il guardava, schiettamente stupita, ed ei ne ebbe un sussulto e di gioja e dolore.

— Dunque, chi Ŕ? — disse, piegÓndosi sopra di lei, strette le pugna.

Ines era un trŔmito solo.

— Voglio saperlo — egli fece — voglio!… hai capito? —

Il viso della fanciulla sformossi, pigli˛ la strana gonfiezza del viso di un folle. E una rÓuca voce esclam˛ “”; e un bacio, incandescente carbone, arse per sempre un sorriso.

Ma a pena Leopoldo ebbe toccata la sua contro la bocca di lei, che si ritrasse atterrito, cacci˛ le mani ai capelli, fuggý — Caino d'amore.

Ed ella si morse a sangue le labbra; poi, tramortita, cadde.


VII


Da quella sera, i due gi˛vani Ŕbber paura l'uno dell'altro. Leopoldo cominci˛ a star lungi da casa le settimane, or cavalcando alla pazza, allorchŔ lo pigliava una fumana furiosa, or lungo disteso su'n prato, quando la spossatezza vincŔa l'esaltamento. Ines, gittÓtasi per indisposta, pi¨ non usciva di cÓmera.

Ma sýmil vita non poteva durare.

Un dý, corse voce che il conte Angiolieri, in caffŔ, se l'era presa con il Folperti e gli avŔa minacciato uno schiaffo; e ciascuno si chiese “epperchŔ?”

Ma, in quel dý stesso, Leopoldo cammin˛ risoluto verso l'appartamento della sorella e ne aperse la porta.

Ines era a scrittojo; dinanzi a lei, carta bianca; e si posava d'un'aria stracca, abbattuta, su di una mano, tenendo con l'altra la penna. Cercava forse pensieri e ne trovava sol uno. SenonchŔ, al cricchiare dell'uscio, si volse, vide il fratello, e il fis˛. ParŔano gli occhi di lei “due desýri di lagrimare.”

Il contegno di Leopoldo era freddo, severo.

— Sorella — cominci˛ egli, sottolineando tal nome — io st˛ per dir cosa che Ŕ capitale a tŔ… e a mŔ. DÓ retta. Ci ha… un quýdam… gi˛vane, bello… ma ci˛ poco importa… il quale ti chiede per moglie… e questo Ŕ quello che conta —

Ines si alz˛, e nettamente disse: io non mi marito.

— Tu ti mariterÓi — ribattŔ Leopoldo con una voce decisa — Io ti ho promessa giÓ. ╚ affare finito.

— Affare! — sospir˛ la fanciulla.

— E che altro sarebbe? — dimand˛ Leopoldo — Tu, ti ma-ri-te-rÓi —

Ines ricadde, con le mani alla faccia, seduta.

E il gi˛vane continuando:

— Di', c'Ŕ forse una via diversa per la finire col nostro stato infamýssimo? A noi, morte Ŕ bene vicina, chŔ, senza cuore si vive, ma non col cuore piagato; ma… e intanto? Io torno, Ŕ vero, in AmŔrica; e lÓ ferve anche una guerra… tuttavýa, non basta. Mille miglia di mare framezzo a noi sono poche… ci vuole, quÓ, sulla spiaggia europŔa un uomo, che possa, che abbia il diritto di uccýdermi se… o sorella! sorella! —

E tenne dietro un terrýbil silenzio.

— Lo sposo Ŕ il Folperti — aggiunse Leopoldo con una tinta di sprezzo e come di circostanza di nullo rilievo.

— Io non potr˛ mai amarlo! — sclam˛ la fanciulla dolorosamente.

— E chi altri potremmo… io e tŔ? — egli chiese, lasciÓndosi trasportare dalla passione, ma, padroneggiÓtosi poi — Sorella, quý non si tratta di amore — disse — io parlo di matrimonio… Abbýgliati! stasera io verr˛ con col¨i… — e, soggiogato, a sua volta, dalla propria emozione e da quella della ragazza, Leopoldo fuggý.



VIII


In un battibaleno, tutti della provincia parlÓrono del matrimonio, e tutti credŔttero allora capire di aver giÓ capito il perchŔ della scena violente tra l'Angiolieri e il Folperti, e il perchŔ della guancia affilata della ragazza, quantunque loro allegasse un po' i denti quello di un sýmile amore. Infatti, avŔano detto sempre gli u˛mini, che, in espressione, la faccia di Emilio era una mortadella, e, quanto agli u˛mini, passi! ma anche le donne s'Ŕrano sempre accordate in questa sentenza. Comunque! il matrimonio parŔa dei meglio assortiti: in ambidue, anni pochi, soldi moltýssimi… qual gioja per il fratello!

Ma, oh avesse potuto, chi la pensava cosý, dare un'occhiata in casa Angiolieri! Dove — all'infuori di quel ciccioso e lustro di Emilio, il quale, tutto soddisfazione imaginÓndosi amato, non scomodÓvasi manco ad amare, come col¨i che, servito, si lascia servire — e' vi avrebbe veduto una gi˛vane, o, meglio, la marmorea effigie di una, costretta a sedere dapresso tale che odiava ed a sentýrsene tocca; come pure, veduto un amante obbligato a mirare, anzi a far buona cera, allo strazio del cuor dell'amata e del suo.

Poi, sulla fine di un pranzo, lo sposo, con un sorriso a Leopoldo, disse:

— Al nostro primo bambino ci metteremo il tuo nome; ti piace? —

E il conte, che si stava mescendo, assentý con un ghigno. Ma fu una grazia del Cielo se la bottiglia di lui continu˛ a versare.



IX


Il moribondo per decreto dell'uomo, quando dispera di protrarre la vita, chiede gli sia la morte accorciata; e sý facŔa Leopoldo, accelerando la sua.

NŔ tard˛ molto quel dý, in cui la sorella gli apparve abbigliata di bianco e di pallidezza. Foss'ella stata in un c˛fano, niuno avrebbe temuto di porle sopra il coperchio: nŔ lei certamente sarŔbbesi opposta.

E f¨rono alla chiesola. Ines dýssevi un sý, gelato come neve all'ombrýa. Una sua amica, svenne.

Uscýrono. BombÓvano i mortaletti, le campane suonÓvano ed una banda di stuonatori die' fiato alle trombe. In sul sagrato, giostre, cuccagne, apparecchi pci fuochi, tra i quali la bianca ossatura di un I e di un E giganteschi; da ogni parte, folla. E il Sýndaco, in tutta divisa, inchinati gli sposi, present˛ loro dieci contadinelle, vestite di nuovo e dotate per il fÓusto giorno da Ines, principiando un discorso che avŔa l'odore della carta bollata. Ma l'interr¨ppero i viva; un grosso pallone con s˛pravi scritto felicitÓ pigliava l'aýre. Si sparse il cammino di fiori, si presentÓrono mazzi, scambiÓronsi in aria i cappelli. Camoletti, intanto, guizzava quÓ e lÓ nella piena, distribuendo denari, boni per scorpacciate, boni per sbornie, e remissioni di dŔbiti inesigýbili. La giovent¨ si asciugava la gola, la vecchiaja le ciglia. Ed il maestro di scuola, riuscito a chiappare un bottone a Leopoldo, gli fece inghiottire fino all'¨ltima stilla un sonetto di duecento e pi¨ versi che incominciava:

Te beńto, o signor, cui la sorella

D'amor ferita, ora ImenŔo risana.



X


Ed Ines e Leopoldo si sono divisi per sempre, in questo mondo almeno, dato che l'altro ci sia. C'Ŕ? Speriamo allora trovarli — non condannati ad una fraternitÓ eterna —



IL NATALE


In que' momenti di spirituale abbandono e di fisica immobilitÓ che precŔdono o sŔguono il sonno, nei quali pi¨ non rammenti quanto sei lungo e largo, e sogni, conscio del sogno, o come fl¨ttuano, o come s'aggýrano in capo le larve di ci˛ che mai non verrÓ o non ritornerÓ pi¨!… E a mŔ sovviene della vigilia del dý di Natale, quando la folla rigurgitante per le contrade inverte il dubbio, che ci era nato il mattino, alla veduta di quel famoso Verziere, bondanza dý nostran, stupor di forestee, se, cioŔ, a tanta roba f˛ssero bocche bastanti. Il giorno stÓ per chi¨dere i su˛i registri. All'incertezza della scelta, successe la temerarietÓ, la febbre scalmana della c˛mpera. I soldi sŔmbran pesare nelle saccoccie; non si fa pi¨ prezzo; contrÓttasi fra i compratori, e le botteguccie a ruote de' baloccÓi si vu˛tano a occhio, come se tutto si donasse o rubasse.

Ed io, anch'io, col mio presepio a mÓntice e le saccoccie zeppe di caldarroste, sgambetto con la fantesca ver' casa, allungando la via dinanzi a tante vetrine che si dýsputano gli occhi e le borse. In ogni dove, la gola ingegnosa trionfa. Il salumiere par non abbondi che di roba rara. Sotto la pompa di un baldacchino di salsicciotti, di trasparenti zendadine del Papa e di corda di Monza, fra il grana piangente a saporite lÓgrime, e le artistiche velleitÓ del butiro, fra nuove bottiglie a secolari ragnaje e un luccicchio di scatolette di latta, ecco una colossale testa di negro, inturbantata, che odora lontano un miglio la mortadella, terrýbile e appetitosa; ecco pernici impettite con grembialini e bianchi berretti che girarrostýscono cuochi di pane tosto e tartufi; ecco tacchini abbigliati da uccelli del Paradiso, e porcellini di latte mascherati da frate, e gÓmberi e aragoste circ¨itu curvÓntes brachia longo… E il droghiere? Il droghiere, sotto la rituale fila delle f¨nebri torcie da cinque o sei libbra di dolore l'una, avvicendata coi pani di z¨cchero color cielosudicio a cordelline rosse, ha disposto un bel lago di specchio con bastimenti canditi ed isole in cui nasce la frutta giÓ bell'e cotta e acconciata, ed aspri monti dolcissimi, sui quali saltýcchiano de' canarini, modo huc, modo illuc, per la ragione della sproporzione, favolosamente enormi. Cosý, nella vetrina del mercantello, sta esposto un grosso agnello imbottito, esageratamente lanuto, col suo bindellone rosa, quieto e st¨pido quasi come un agnello vero. E intanto il lattajo assurge a sorbettajo, a pasticciere il fornajo. E quello ci porge il t¨mido lattemiele e le Óride cialde, simbolo della stagione; questi, RŔ magi bollenti scroscianti, due soldi trŔ.

Ma il cielo promettineve incombe viepi¨. CÓndidi fiocchettini si c¨llano per l'Óere come dubbiosi di scŔndere, e scŔndono lentamente, come attaccati ad un filo. Il campanone del Munici-pio, brontolone ostinato, comincia a rombare. ╚ l'ora dello scopripignatte, l'ora della minestra che bolle. I lumajoli si spÓrgono per la cittÓ; la stella cometa del Presepio meccÓnico ill¨minasi. Tu scorgi inusitate rigonfiature negli Óbiti: tu scorgi far capolino i cappucci dorati o inceralaccati delle bottiglie. Tutti hanno il loro pacchetto, e sovente pi¨ di uno, o, se no, certo sorriso soddisfatto e saputo, che vuole dire lo stesso. Garzoni e facchini, carri e carriole con su a mucchi la roba s'incr˛ciano per ogni dove. Ma, o voi, che avete il pacchetto, non iscordate coloro che non p˛ssono averlo: passando, non date solo uno sguardo a que' p˛veri bimbi, cui, delle cucine dei ricchi, altro non giova che il fumo: oh fate che nessuno rammenti con astio il dý del Signore; fate che il pane della miseria, almeno oggidý, non sappia troppo di sale!…



* * *


Ma la fantesca, pressosa, mi tira a casa, piena la testa, vuota la pancia. Oh come lieta ci accoglie oggi la tÓvola, inondata di luce, riscintillante d'ins˛lita argenteria, rŔ il Panettone! oh come vi ci sediamo volentieri!… E in veritÓ, la vigilia del dý del Natale Ŕ il giorno il pi¨ affacendato, vuotasaccoccie, stancatore dell'anno; aggiunger˛, il pi¨ misterioso. ChŔ in questo dý, ben ricordo, il campanello della porta di strada ha tintinnito a straore; e a chi correva ad aprire, affrettate persone hanno sporto dei pacchi, tosto pigliati dalla fantesca, tosto rimessi alla mamma, che, sorridendo a' miei occhiucci curiosi, andava a serrarli in un armadione profondo, cigolatore…

Or che potŔvano Ŕssere?… Certo, regali — Epperchý?… Certo per mŔ… E contŔngono?…

Ma, innanzi tutto, facciamo un po' il conto su quanti e quali parenti posso ancora sperare. AhimŔ! il n¨mero diminuisce ogni anno. Essi mi mu˛jono senza ammalarsi, anticipando le lÓgrime mie. Dýcono che io sono fatto giÓ grande, mentre son loro che fÓnnosi pýccoli. ╚ vero, che, oltre babbo e mammina, possiedo ancora trŔ zii di pi¨ retto giudizio e due nonni… Oh buoni nonni, che non cessate mai di vederci con il cŔrcine in capo, anche se grigi di barba!… Ma, per nonna Prassede, quantunque i miŔi genitori si ostýnino a dire che il regalo migliore Ŕ il suo (il quale regalo, immaginate Ŕ sempre un abitino completo, dalle scarpe al cappello) non fo assegnamento: difatti, il suo, non Ŕ un regalo per mŔ, ma per loro. Nonno Bernardo poi, si sÓ, il s˛lito scatolone di dolci, perchŔ, dice lui, i bimbi vanno dolcemente trattati. Dolcezza troppa, peraltro, fÓ indigestione e i regali di nonno finýscono sempre in magnesia. E nonno, insiŔme alle chicche, usa chi¨dermi in mano un due centŔsými d'oro… Pure, da che i marenghini diventÓrono pinti, da che non tr˛ttolano pi¨, non so cosa farne. Poco m'importa che i miŔi genitori me li p˛rtino via e li mŔttano in un grande salvadanajo che ha nome la cassa dei risparmi, dicendo: ti servirÓ poi. ChissÓ che diÓvolo, il nonno, finirÓ per pagarmi!

Veniamo ora agli zii. Zio Rocco, zio Antonio e zio Giorgio. Zio Rocco Ŕ quello del libro. Egli mi affibbia, ogni anno, qualche volume di scarto, rilegÓndomelo a nuovo… Fosse almeno, stavolta, rilegato di rosso!… Quanto a zio Antonio… Ottimo zio! il Natale passato, mi ha fatto avere una cassetta da legnajolo, poichŔ egli vuole, secondo il sistema di Froebel, che, dilettÓndomi, impari. Per caritÓ, non chiedŔtene a mamma!… poverette le gambe delle sue sedie!… Ma “tu, o rŔ Baldassare, fÓ che zio Antonio mi regali quest'anno, un bel vaporino dal congegno del topo… di que' vaporini che sempre si c˛rrono dietro e non si gi¨ngono mai; con i su˛i bravi vagoni di prima, di seconda e di terza — e tanti!… con i carri da merce, e tanti!… con le casine dei ferrovieri — e tante!… Amen. No, aspetta! Non iscordare la bambagia del fumo, o buon rŔ Baldassare!”.

SenonchŔ, la mia maggiore speranza… che dico?… certezza, Ŕ zia Gigia, la zia dei regaloni. Quando a Natale sento in cortile il rumore di una carretta, io esclamo: Ŕ quý il regalo di zia! Se poi, i doni degli altri d¨rano una occhiata e non pi¨, i su˛i contýnuano finchŔ c'Ŕ roba da discartare. Fu l'anno scorso, ad esempio, una grand'arca di NoŔ i cui inquilini occupÓvano tutta la tÓvola, la credenza, e un pajo di sedie… Non avrŔi mai creduto che f˛ssero tante le bestie!… E, quest'anno?… che io forse indovini?… PoichŔ l'amantýssima zia ha cura, uno o due mesi prima, di succhiellare i miŔi desideri, e poi, ella tiene i segreti a fiore di labbro… Ed io, giÓ, glielo dissi: io voglio un mercato, io — Scusate se Ŕ poco! volere nient'altro che il mondo! —

Cosý, spÓsimo ora di vedermi padrone, con alta e bassa giustizia, di tanto paese. Tutto stÓ ad Ŕssere certi che il Natale sia oggi… Ma sý. Sý, perchŔ ieri scrissi io medŔsimo il nome del mio signor maestro su un pacco di z¨cchero e cioccolatte, dolce corrompimento che contrapesa, nella stima di lui, il sale che mÓncami, e ricopiÓi sopra l¨cida carta a merletti trŔ letterine coi sensi del cuore mio dettati dal signor maestro, e vidi, tra compassione e allegrýa, la cuoca comporre l'infelice tacchino, mio confidente da quindici giorni, in una bara di rame, in mezzo all'olio e al limone…



* * *


Sý, sý, — Ŕ Natale. All'inquiet¨dine del desiderio e del dubbio, all'attesa, successe la calma della stanchezza e della soddisfazione. Dappertutto, odore di lauro e d'arancio. Marýa cess˛ o dimentic˛ di penare, rapita nel viso raggiante del pÓrgolo suo, che pŔndele addormentato alla poppa, coi boccheggianti labbruzzi bagnati ancora di latte, inconscio di sŔ, mentre i due sýmboli dell'umana famiglia lo guÓrdano stupidamente e l'Óngelo della PovertÓ fÓ la guardia alla porta. Zitto! non lo destate. Solennemente cade intanto la neve, e la Provvidenza par che stenda con essa sotto ai nostri scŔttici passi un muto tappeto. Non s'ode che il fioco galabronio di una piva lontana, non si ode che il fruscio argentino del ruscelletto di talco del casalingo presepio…

Ed io, compreso della pi¨ dolce illusione, alzo, fuor dalle coltri, il capo, e guÓrdomi attorno. Il sole fÓ da padrone nella mia stanza. ╚ Natale davvero, me ne ricordo benýssimo, ma la mia mano ha incontrato… una barba. Nella mia stanza, odore inveterato di pipa, e pistole, e stivaloni appesi a spade… non di latta, purtroppo!… Dio! da quanto tempo sono scomparse quelle faccie amorose, che, in tali mattine, brillÓvano intorno al mio letto, col pi¨ trasparente segreto nei loro sorrisi, faccie per rivedere le quali m'Ŕ d'uopo riconfortar la memoria a fotografýe ingiallite come foglie autunnali!… E neppure c'Ŕ un bimbo che attenda la mia!



ISTINTO


Giorgio entra di corsa nella sua cÓmera…

In mezzo alla tÓvola posa un certo negozio sul gusto di uno scatolone, rivestito di carta grigiastra da bachi e stretto da spago. Giorgio ristÓ, gli brillano gli occhiucci, il cuore gli fÓ — spiccatamente — toch-toch.

╚ il regalo di zio! Infine! Giorgio avŔa cessato dal sospirarlo. ╚ il regalo di quel curioso di zio che gli mantiene i bei fantoccini e lo fa ridere tanto, producŔndoli fuori dalle sue tasche, adagio adagio, con una storietta a rinforzo.

E che sarÓ, e'? Il piccinino arrÓmpica sur una scranna, siede sopra la tÓvola, una gamba di quÓ, una di lÓ dell'involto — poi tira uno de' capi del nodo. E la cordetta si allarga; con essolei, anche la carta grigiastra.

Ecco uno scatolone — Giorgio vi mette su le manine: con la sinistra se lo ponta contro, con l'altra si sforza a strappargli il coperchio… Nenni!

Sbuffando, volge lo scatolone. E ritenta. Bah! di nuovo fallisce… Allora, su! alle pýccole scosse, ai colpettini, uno di quý, uno di lý… dalle dalle… aah! ci riesce. Il coperchio si stacca, cade. Si leva un odore di vernice e di tr¨cioli, l'odore delle botteghe de' baloccÓi.

E Giorgio, con pressa, spazza via lo strato dei frastagli di carta. Oh! dÓ in un grido di gioia.

— Un pino! — fÓ egli, estraendo un coso dal fogliame verde arricciato, dal fusto color terra-di-Siena, con uno z˛ccolo giallo — E te lo alloga in mezzo alla tÓvola.

Ne sŔguono altri stranissimi Ólberi, pomi, peri, la pianta de' manuscristi, quella dei venti-lire, nŔspoli, aranci, al dire di Giorgio.

— Un pŔcoro — sclama poi, assicurando sopra i picciuoli una bestietta bianca con una linea rossa al collo. E dietro all'agnello, trotta il somaro, il drago, il bue, il rinoceronte, il cavallo, il… N˛, l'Ŕ un omino.

— Il signor Pietro Grattoni! — osserva, facŔndogli bocchi, il monello (Grattoni gl'insegnava le lŔttere, non le belle, intendiÓmoci.)

— E la sua cuoca MattŔa! — continua, accompagnÓndolo ad una villana, quadrata di spalle, e, pi¨ ancora, di gonna.

Insomma egli discÓtola tutto. La tÓvola rimane coperta di un barbaglio di galantuomicini e di bestiole d'ogni fatta — color pomodoro, pisello, inchiostro — NŔ mÓncano pezzi di prato con incollÓtovi il muschio e coi ruscelli di specchio, nŔ le cascine a tetto rosso-di-minio e le capanne coperchiate di paglia.

E in tutto questo piccolo mondo, corre una rara concordia, il lupo giuoca con l'agnellino, il cacciatore vÓ a spasso col lepre, i porci c¨llano i bamboletti. Giorgio poi, la cui prima gioja Ŕ svampata, serio serio, il labbro inferiore sporgente, le sopraciglie aggrottatuccie, guida i suoi morselli di legno l'uno a casa dell'altro, li passeggia, li fÓ polcare, stringe parentadi fra essi, imbandisce de' pranzi…

Ma, t˛! il lagrimŔvole caso. Un bue, quel bue pezzato, simpatýa del mimmo, salta dalla tÓvola, gi¨. Ah! s'Ŕ crepato un corno. Giorgio gliel vuol rassettare; lo spezza.

— Se' tu — dice allora, passando la colpa su di un innocente ominatto — tu, birbone! — e, per smaltire la rabbia, lo fÓ cozzare con un compaesano di lui.

Tich… tach — tutti e due si scavŔzzan la testa.

Non fosse mai succeduto! Ne viene, a coda, la filatera delle vendette: si fura il pollame, r¨bansi le giovenche, si abbÓttono i pini. Ve'! un generale conquasso, una fricassŔa!…



* * *


Un'ora dopo, la mamma:

— P˛vero zio! — esclama.

Raccoglie lo scatolone, vi acc˛moda i biscottini.

BALOCCHI

— No, no — disse mio nonno, un dopo-pranzo a tÓvola, dindonando e la testa e il fiocco del berrettino — le tue ragioni saranno della chiavetta, pure… non m'Ŕntrano. Voglio concŔderti che, tanto o quanto, si tocchi innanzi, ma nego, stranego che il tuo progresso sia universale. Di pi¨ — in certi casi — voi, affinando, guastate.

— Oh! nonno — fec'io con rimpr˛vero.

— No, no — ripetŔ egli, al doppio impuntato — non mi persuadete, voi. In certi casi, dico, il mondo va proprio alla gÓmbera. — Guarda, a m˛ d'esempio, i giuochi del nostro Bertino, que' giuochi che tu gli regali ogni giorno: sono — l'ammetto — molto pi¨ lavorati, molto pi¨ eleganti di quelli che io, a miŔi bei tempi, tentavo di r˛mpere, ma, con tua pace, non sono che giuochi bastardi. Il vero, il tradizionale, il robusto balocco — il balocco ereditario che i nostri avi disarmadiÓvano pei loro bambini e riponŔvano poi, quando questi bambini cominciÓvano ad imbronciarsi sul rosa-rosae — s'Ŕ perso. In quale mostra mi pu˛i ora trovare que' galantu˛mini di noce, rozzi, ma non senza sapore scolpiti, s˛lidi, che, aprendo sý grottescamente con gran trich-trach braccia e gambette ad una strappata di filo, gonfiÓvan le guancie ai nostri puttini barocchi?… e dove que' soldatucci di legno, incamatiti, verniciati di bianco e di rosso, dallo z˛ccolo verde, che si schierÓvan di botto, movendo dai capi le stecche in cui Ŕrano fissi? dove, infine, di'? que' cavalloni massicci, con dipintovi su briglie e sella, e con le mezzelune sotto, forate a tondo, pitturate di stranissimi fiori? cavalloni che altalenÓvano rumorosamente…

— Fortunati i vicini!

— Ti avverto che non si murava come oggi. Carlo, insomma, pazienta… ora il balocco perdette la sua originalitÓ. A che si riduce, adesso? si riduce a una meschina copia, un quinto dal vero, di ci˛ che sempre vediamo. Ecco pianofortini, tavolinucci, sediette — tutta roba di cera, di cartapesta, come un sistema di filosofia, unita insieme con biascia, rotta non appena comprata — ecco, so io di molto! topini, vapori, a molle, a ingegni, da montarsi in cento maniere, che fan lagrimare i nostri poveri mÓmmoli per non poterli capire e fanno, non rado, dicervellare anche i signori pappÓ. In somma, il balocco legittimo Ŕ sotterrato; rimane nella sola nostra memoria. Oggi Ŕ minuteria, da cantoniera, da stipo, chincaglierýa; trastulla, non i bambini, ma i bambinoni…

Io (sorridendo): E sý, nonno, che noi, anche noi, abbiamo di giÓ i nostri giuochetti… Croci, spalline, pennacchi, et coetera et coetera.



LA CASETTA DI GIGIO


— Mammina, cond¨cimi in nanna — disse a mezza voce un toso nell'abbracciare mia cugina Claudia.

— Sý presto? — domand˛ essa, guardando il pŔndolo che segnava le otto. — E perchŔ mai, Gigio? —

Il mimmo sorrise maliziosetto.

— Ah! non vu˛i dirlo tu — fece la mamma — lo dir˛ io. —

Gigio nascose il suo paffuto visino contro la spalla di lei.

— Sai, Carlo — diss'ella, volgŔndosi a mŔ — Qui, il mio bruttýssimo bimbo, intorno a quest'ora, ha la malinconia del letto. Comincia a fregÓrmisi, come un gattuccio, alle gonne, mi tira i gheroni, insomma non stÓ pi¨ quieto fino a che io (egli mi dice il suo brougham) finchŔ lo porti alla cuccia, lo svesti al pari di una poppÓtola — poi ve lo acconci.

Bene, come l'Ŕ infoderato e ci ha avuti e baci e bacini, sai che mi fÓ? nasconde il capetto sotto le coltri… giÓ, una cattiva abit¨dine…

— Ma ci si vŔdono tante cose… belle — mormor˛ il piccinino.

— E vuole — seguý la mamma — che io gli smorzi s¨bito il lume; non solo; ch'io me ne esca zitta, sulla punta dei piedi… Di', pensi ch'egli intenda dormire?

— Mammina! — sospir˛ il mammoletto.

— Fig¨rati, Carlo, che prima di venirmi a chiamare, e' s'apparecchia un magazzino di roba sotto ai guanciali; vi disaccoccia, credo, tutto ci˛ che riesce a razzolarsi quý in casa… le chicche, i rottami di z¨cchero… anche i chiodi. Non parlo de' su˛i fantoccini. Ieri, per dýrtene una, gli scopersi nel letto, indovina? la gamba di uno sgabelluccio. Voleva, che so io! voleva gli sostenesse la volta… Qual volta?

— Andiamo… dunque! — fŔ il mimmo, raspando con un piedino sull'intavolato.

— Gua' che ti rompi le scarpe, bimbo! — osserv˛ premurosa la mamma — GiÓ, tu farÓi sempre a tuo senno — DÓ la buona notte al cugino (e prendŔndoselo al collo ed alzÓndosi:) Oh! la casetta di Gigio! — quindi, uscý.

Udýi, al di lÓ della porta, fresche risa e baciozzi.

La sua casetta!… il lettuccio!… mi si gonfiÓrono gli occhi. SovŔnnemi di un'altra mammina, un'amorosa mammina che stava cucendo sotto il chiarore di una lucerna una camiciuola pel suo tosetto, sovennemi di questo tosetto, biondo e ricciuto, che, serrÓndosele intorno, susurrava lui pure: cond¨cimi in nanna.

E adesso?… Pi¨ nulla. Proprio? Ah! no. La mia casetta l'ho ancora.

Quando, stanco dalla giornaliera lotta contro la poltronÓggine, avvilito dalle pýccole cattiverie in cui scappoccio ogni tratto, dalle ridýcole transazioncelle fra il mio dentro e il mio fuori e, pi¨, avvilito dal sentirmi, come tutti gli altri, un burattino in balýa di mano ignota, mi nicchio, mi faccio il covo in mezzo alle coltri e, a poco a poco, nella ebbrezza lieve che precede il sonno, dimŔntico questo mio corpaccio — godo… parmi godere, infine! la libertÓ.

Se Gigio reca in lettino un subisso di roba, io pure. Tutte quelle impressioni, quŔi sentimenti, che per la via degli occhi e delle orecchie, affollÓrono nel mio capo, sgarb¨gliansi, mi si sciorýnano. Un cioccolatino, a Gigio, tocca la posta di un panettone: a mŔ si moltýplicano le idŔe, le pi¨ disparate assorŔllansi. Tutte quelle imÓgini, la notte prima plasmate, dietro alle quali durante il giorno ho corso… dalle dalle… non imprigionÓndone che qualcheduna — ed anche questa sciupata — mi riappÓjono, disŔgnansi nettamente. Se un dolore, una mortificazione, un'offesa, m'han fatto nodo alla gola, ecco tranquille lÓgrime che le cancŔllano: il ricordo delle mie buone azioni — quantunque le buone sien poche — m'inonda di gioja.

Poi — alcuna volta — disfatto in un battibaleno il mondo, ivi lo rifaccio a mio modo: che generale riversamento! Altre invece, il cervello, non conservÓndomi di sŔ che una bricia, mi si suddivide in migliaja di parti.

Allora, fra de' piccoli Ŕsseri miŔi, riannodo le fila interrotte dal giorno, le fila delle loro comedie o tragedie. Cýrcola in ognuno la mia volontÓ; tutto, dinanzi ad essa, si piega; oppongo a mŔ medŔsimo ostÓcoli per il piacere di abbÓtterli. Insomma, ho a dirla? io non giravolto pi¨ con la terra. Fuori da ogni potenza fýsica, fuori dal tempo — creo, provo la superbia di…

— Gigio Ŕ nella sua casetta — fe' Claudia, riaprendo la porta.



IL VECCHIO BOSSOLOTTAJO


Ma no! non intendo dire ch'egli facesse bene: tutt'altro: bossolottava scelleratamente. E io capisco che a cittadini abituati alle sedute fisiomagnŔtiche del cavaliere X o del professore Y, i giuochi del cot-co-dek la gallina fÓ l'uovo e del viaggio di Giovannin della Vigna, dovŔan sembrare un po' troppo innocenti, come capisco che il vecchio prestigiatore avrebbe fatto meglio a ingambare un pajo di brache men larghe, lasciando poi nel baule un certo cravattone di lana rossa e dietro ai denti un certo preÓmbolo in cui si diceva che la regina Vittoria graziosamente chiedeva da lui, ogni dopo pranzo, il lepidýssimo scherzo della “frittata entro il cappello”: tutto questo per˛, anche con la sua somma “guÓi se alla compassione viene il morbino” signori miŔi, non vi scusa.

Voi ridevate? Bene, le vostre risa non Ŕran di quelle che pÓrton dal cuore e allÓrgano il polmone; vi c'entrava il cervello, e il cervello dell'uomo, salvochŔ forse in frittura, Ŕ sempre cattivo. Pareva vi foste dati la posta, non tanto per godere i giuochi del vecchio, quanto per godere lui.

Or mi si dice pianino: il vecchio Ŕ un ubbriacone: guarda il suo naso. SarÓ, ma io non l'ho ancora visto col fiasco. Quello invece che vedo, sono i su˛i bianchi capelli, e quanto poi al naso, cheh! non Ŕ il vino soltanto che fÓ salire il rossore.

Non, con questo, che di pietÓ non fosse pi¨ grano in alcuno. Gi˛vani ce n'Ŕrano troppi. A casa mia, peraltro, un sentimento che non dÓ in fuori, quando dovrebbe, Ŕ per non nato. E quý potrŔi toccare degli alti e bassi dei nostri sentimenti e delle nostre virt¨. ConfessiÓmolo, s'ha pi¨ riguardo alla cornice che al quadro. Tu darÓi un due lire a un birbone artisticamente a strappi; mancherÓi di moneta per un disgraziato che non pu˛ o non ha il buon tempo di far la macchietta. Cosý, la vista di una ferita alla nuca, ti metterÓ i lagrimoni; qualche palmo pi¨ basso, allegrýa. Lo si trov˛ pugnalato… Infelice! — Si appese… Che goffo!

Ma per tornare alle nostre bottiglie, pazienza la giovent¨! quelli che forse addolorÓvano al doppio il p˛vero vecchio, Ŕrano certi u˛mini fatti — e per fortuna, quasi disfatti — che mi so io. Canzona e ridi, offenderÓi molto meno di chi concede il chiesto compatimento; chiesto sempre, desiderato mai.

Accordo, deputato Tizio, che il scŔglierne una dal ventaglio di carte che ti presenta un bossolottajo Ŕ affare non tanto serio quant'uno di quelli arruffianati alle CÓmere, tuttavýa era proprio superfluo, eleggŔndola, quel fare di degnazione regia, e inutilýssimi poi quŔi risetti e quelli “auf” a dritta e a sinistra, come a dire: n'Ŕ? io che sono quello che sono, fare quello che faccio!

E questo valga per tŔ, cavaliere Cajo. Senza che ti raspassi la gola a tossire cosý da sgarbato quando il vecchio in berlina disse: ecco un gioco di chýmica — giÓ si sapeva che tu ne eri e professore e insieme pedante. Chi d'altra parte ti accerta, che non ci sia qualcuno — per esempio, un certo Gorini — che possa anche lui tossire alle tue lezioni?

Quanto a me, amici miŔi, ne ero nauseato: avessi giÓ aperto il borsello, scappavo.

Pur finalmente, l'aprýi.

Il vecchio prestigiatore compý il suo giro col piatto: raccolse dalle quaranta alle cinquanta lire. Per i su˛i giuochi era molto; per la umiliazione, poco.



ILLUSIONI


Fui davvero cattivo! Con quanta fede Pietro mi raccontava la guarigione della sua donna, concessa alle appassionate preghiere di lui! Ed io a ghignare.

Chi mi conosce, lo sa: di consueto, sono intrigato nel dire. Moltissime volte in cui ci˛ sarebbe stata ˛pera d'oro — parte rispetti umani, parte coniglierýa — tenni a casa o non potŔi mŔtter fuori il pezzuolo: ora, al contrario, vero e giusto momento al tacere, la lingua mi si fece di una elasticitÓ senza pari. Natura mia destÓvasi.

E lý con una sfornata di ragioni, sŔmplici, evidenti, con una eloquenza tanto pi¨ insinuante quanto meno in ponteficale, mi diedi a scalzare la buona fede di Pietro. Per leva adoprÓi la religione medŔsima, gli mostrÓi come Dio non esistesse per fare da burattino agli u˛mini, e come la prece, non in¨tile solo, ma fosse un insulto alla divina sapienza. Precisamente, non mi sovviene metÓfore quali, quali giri di frase tirÓi oltre (e le metÓfore e i giri, quasi sempre, pýglian tanto lo spýrito da non lasciarci intravedere neppure la discutibilitÓ della ragione che vŔstono), fatto Ŕ, che la contraria baracca ne rovin˛. Pietro, che sul principio, scopava la stanza e dimenava non persuaso la testa, fermossi, appoggi˛ (fisÓndomi con stupore) il mento al bastone della granata; poi venne a sedermi vicino. “Sý! Ŕ vero” disse replicatamente. Infine? infine, lisciÓndosi i baffi, mormor˛: proprio! — E uscý rabbujato.

Sapete allora che avvenne? Svampata quella prima soddisfazione, la quale sente anche il bimbo, rotto — embri˛nica anÓlisi — un cocciuto balocco, mi trovÓi malcontento, anzi arrabbiato di mŔ.

Forse, avevo disciolta una dolce illusione; guastÓtala certo.

E che le avŔa da sostituire il p˛vero uomo? Non toccando de' sogni di gloria, dati a pochýssimi, egli era troppo innanzi in etÓ per quelli d'amore, troppo indietro nell'abicý e nell'intelletto per torne a presto da un libro. Io non poteva fuggire dal trovÓrmelo nella fantasýa, pieno di dŔbiti, colla moglie ammalata, con i figliuoli che nicchiÓvan di fame e non volŔvan dormire, seduto sulla predella di un focolare spento, cercando almeno l'obblýo. Ma il cielo gli s'era chiuso. La sua Madonna non sorridŔvagli pi¨.



LA CORBA


Ed era cosa ben semplice! Fig¨rati che, svoltando in un vicoluccio, avevo dato in una vecchia, imm˛bile, piccina sotto una soma di corbe. Una di esse le era caduta e la p˛vera donna o non poteva chinarsi per la rigida etÓ o non osava col cÓrico giÓ squilibrato delle altre. Intanto, un birbone, seduto su lo scalino di una portella, ghignava e pipava.

Quello che feci, l'avresti anche tu.

Ripeto, la cosa era semplicýssima. Eppure, seguitando il cammino, mi tremolava nel segreto del cuore un gusto che mai. La meraviglia della vecchietta nel trovar gentile un signore, i su˛i ringraziamenti commossi mi circolÓvan col sangue. AffŔ! che non mi si vada dunque a promŔttere premi in un altro mondo. Non usciamo da questo. Ogni ˛pera buona frutta al beneficato e al benefattore. Per mŔ non avŔo pi¨ nulla a pretŔndere, anzi — siamo sinceri — dovevo.

Ma, insieme, ricordavo con compassione que' ricchi aggrondati che non san dove comprare un'oncia di cuore contento, mi chiedevo stupýto come mai, lo stesso egoismo, non li tirasse a fare del bene.

E ci ha tante corbe a levar su ancora da terra!



UN'ACCADEMIA ALLA BUONA


La mia marsina ha fatto la sua prima comparsa. Dove? Non vi arriveresti in un anno. Ti verr˛ incontro.

Come giÓ sai, il mio padrone di casa mi aveva invitato a sentire un pochetto di m¨sica, nŔ io gli aveva detto di n˛. Incerto tuttavýa alla prima, mi ero poi risoluto di andarvi, pensando e al modo senza pretesa con cui il maestro mi avŔa fatto l'invito e all'aria alla buona, fors'anche troppo alla buona, che spirava la casa. Intravedevo una lieta serata. “Quý almeno” — pensavo — “non ci sarÓ l'uggia degli appartamenti dorati.” I guanti — sarÓ un pregiudizio — ma io ho sempre creduto che i guanti impÓccino ogni divertimento.

Dunque, giunta la sera e l'ora, mi vesto, cioŔ non mi vesto affatto (chŔ una toletta fuori di posto Ŕ il dissolvente maggiore della schietta allegrýa) e passo nel quartierino del mio padrone di casa.

Per la pirÓmide di Cajo Cestio! Grande illuminazione e un mucchio di gente, i signori in frac e con guanti: le dame, senza colletto e mÓniche. ImÓgina il mio stupore!

“Ve sii mai imbattuu in quai ostarýa

A fallÓ l'uss dopo vess staa a pissÓ?”

tale io restai. Ricordando per˛, che io possedevo, del pari, una marsina nuova e fiammante, corsi a indossarla. ChŔ io voleva con˛scere a fondo quell'ins˛lito lusso, e per bene osservare, bisogna anzitutto non Ŕsserlo.

Dunque, mi rivesto, ritorno. Insalutante e insalutato, mi pianto presso la porta.

Ecco il mio padrone di casa, tutto prosopopŔa, Óbito nero, guanti giallicci. ╚ a pianoforte ed arpeggia. Oh quante volte l'avevo io invece veduto in cucina, con una veste da cÓmera sudicia quasi, come le scale di casa, a mondar l'erbolina e a smoccolar le candele!

Quanto poi agli altri signori, pi¨ li guardavo, pi¨ mi sonÓvan di rame. Gli u˛mini avŔvano ben la marsina, ma parŔa che niuno vestisse la sua, parŔa che se la f˛ssero scambiata reciprocamente. Io ci vedeva come appiccato, in mezzo alle spalle, il cartellino del nolo. E, le signore calzÓvano guanti, certo, ma guanti calzati di giÓ. OsservÓndoli poi parte a parte, distingueva qua e lÓ delle figure non nuove, figure che avŔo forse incontrato pi¨ di una volta, scendendo o salendo le scale, con sottobraccio il lor quaderno di trilli.

In uno, principalmente, mi ero giusto avvenuto la sera prima. Egli saliva con tanto di mantellaccio, cappellaccio, pipaccia. Ed io gli aveva ceduto la dritta prodigalmente. Il che egli credendo un mio riguardo per lui, mentr'era solo per mŔ, m'avŔa, in passando, fatto una gran scappellata. Ora, Ŕccolo lý, impalato tra i sostegni del muro, in gýbus e coda, nero e lugubre come un becchino.

Regnava la mutolitÓ.

E come mai tanta gente avŔa potuto riunirsi a far brutta mostra di mancanza di spirito? avŔa potuto ficcarsi in vesti e modi non su˛i? Se a mascherarsi, non c'Ŕrano forse abbigliamenti pi¨ allegri? E chi diÓvolo poi li obbligava a divertirsi cosý sottovoce, con cera cosý malcontenta? ad ingozzare — ingrati al sole italiano — certe bieche bevande, peggio che aqua, aque? O Ŕ divertirsi questo? Viva allora la noja!

E mi saltava una matta voglia di gridar loro “O voi, che le patate alimentÓrono e attŔndono, o voi riuniti a far QuarŔsima in Carnevale!…” ma quÓ si propag˛ per la sala un zittýo. Il pianoforte echeggi˛! Ed un filo di donna, in piedi accanto il maestro, sbarrava una bocca, che prego Dio di non incontrare a pranzo, emettendo uno strillo (ecco un felice aggettivo e per chi scrive e chi legge) indescrivýbile. M˛ bastava, ti pare? sý ch'io me la fumÓi bellamente. E ripassando presso la porta di scala, udýi la fantesca, che ad uno il quale avŔa bussato (uno, probabilmente, degli eleganti invitati) chiedŔa, prima di aprire sospettosa, “chi sei?”



UNA VISITA AL PAPA


Il pŔndolo segnava le ¨ndici e mezza. E per le dieci dovŔa Ŕsser la udienza! Io aveva giÓ esaurito ogni possibile passatempo; aveva presa, come si dice, la consegna del luogo; fatto cioŔ conoscenza, non amicizia, con quattro arrazzoni che tenŔan ciascuno una parete; addolýtomi il collo a mirare il dorato soffitto in cui campeggiava l'arme di Sua SantitÓ, con due immensi chiavoni pi¨ atti a sfondare che non ad aprire le porte; gustato un p˛ di tutti i sedili intorno la sala, graditi assÓi quanto agli occhi, ma quanto a quell'altro, che, in fatto di sedie, Ŕ il migliore dei gi¨dici, assÓi poco… E poi, aveva passato in rivista i miŔi compagni d'udienza: poche persone, del resto; sei o sette in nera marsina, cravatta bianca e mani sguantate, al pari di mŔ e dei servitori da caffŔ; due militari dimessi, abbigliati sul gusto dei generali delle marionette; nel rimanente, m˛naci e preti dai visi o birbi o intontiti, i quali per˛, usi al mestiere dell'ozio, se la passÓvano placidamente susurrando fra loro e stabaccando e sputacchiando in certe cassettine leggiadre poste tutt'intorno la sala. NŔ a r˛mpere la monotonýa, vi era che l'apparizione intrigata di qualche nuovo invitato o il frettoloso passaggio di qualche pretocchio dal mantellino di seta color violetto.

Quand'ecco, la cannonata annunziatrice del mezzodý.

Ciascuno si leva di tasca l'oriolo: dal cron˛metro mio allo scaldaletto del chierichino; e chi si mette a montarlo o ad aggiustarne la freccia e chi se l'appone all'orecchio e chi lo confronta con quel del vicino. E un servitore, pomposamente vestito di un damasco scarlatto, si appressa in grande sussiego al barocco faragginoso orologio, ne apre il cristallo e con un dito guida la pigra lancia sulla dodicŔsima ora; poi, dÓ un buffetto al pŔndolo, che rappresenta il gaudente faccione del sole.

Ma, con esso, si riavvýa anche la noja. I militari fuori di corso riprŔndono a passeggiare su e gi¨ e ad incrociarsi lisciÓndosi i baffi; i m˛naci e i preti a sbadigliare tacitamente, a stabaccare, a grattarsi; i signori in marsina, che non sedŔttero a tempo, a non sapere pi¨ su quale gamba appoggiarsi.

Ed io, cercato inutilmente di entrare in uno stanzone tutto marmi e colonne, in mezzo al quale, intorno a un braciere, stÓ un gruppo di Svýzzeri, in elmo e giallo-rossa divisa, cui non mÓncano che i dadi e il tamburo per Ŕsser veri giudŔi da sepolcro, ritorno nel vano del finestrone da cui mi sono staccato, e mi rimetto a guardare la sottostante amplýssima Roma.

In quella, ecco risuona distintamente da Castel S. Angelo, una fanfara da bersagliere! Stranýssimo effetto! I preti sorrýsero ironicamente, i due militari arricciÓronsi i baffi e si fŔcero d'occhio; io, dalla gioja, arrossýi. Per la prima volta in mia vita, amÓi, un istante, i soldati. Quell'allegra fanfara, udita in quella morta atmosfera di quattro sŔcoli fÓ, parŔa dicesse, che il mondo vivŔa tuttora nŔ mai avŔa cessato dal proceder di corsa; che l'Italia s'andava compiendo a dispetto di tutti i Santi del taccuino nŔ cosý tosto si sarebbe disfatta. E lý mi cogliŔa la smania di vedere una schiera di que' gi˛vani arditi, dalle piume al cappello, venire correndo al riscatto dei formosýssimi Iddýi vaticani, prigioni delle negre sottane, finŔndola una buona volta con quella min¨scola China, con quel pýccol rifugio dell'ignoranza e della immobilitÓ, ammorbatore d'Europa.

Ma quý, un gran movimento per tutta la sala. Da una lontanýssima porta, in fondo all'anticamerone de' Svýzzeri, appariva un barbaglio di vesti d'ogni colore, e tra esso, un coso bianco, una specie di sacco.

Il chierichetto, vicino mio, divenne rosso di fuoco. I due generali da burattini, si accomodÓrono le pistagne e si fŔcer panciuti ancor pi¨; fratume e pretame si mise a sbottirsi di tasca un n¨volo di agnusdŔi, corone, crocifissi, santini, e pezze e pezzuole; trŔ o quattro gi¨, si buttÓron per terra come majali.

Capýi, che quel bianco che si avanzava, dovŔa Ŕsser qualcosa peggiore di un sacco.

Era, difatti, Sua SantitÓ il servo dei servi, primo fra gli inciampi al progresso, mÓssimo fra i nemici d'Italia.





E l'oste torn˛ con la bottiglia del grand vin blanc, ne empý due bicchieri, servý Antonio e servý mŔ.

I quali due, perchŔ Ŕ necessario che abbiate sott'occhio la situazione, eravamo seduti di faccia. Antonio su'na panchetta di pietra di fianco alla porta dell'osterýa; io, di lÓ del sentiero, su'n ceppo di quercia.

L'oste rientra. Attenti! Il caso interessa.

No, non lo dico di certo, Antonio forse si succiava le labbra; tuttavýa, secondo a mŔ parve, egli, dopo la prima sorsata, fece un ghignuzzo. E sia come si vuole! ╚ compiacenza? Ŕ viltÓ? allorchŔ noi ci troviamo con persone eguali o maggiori di noi, ma conoscenti da poco, il viso ci si fÓ specchio del loro. NÓrrano una disgrazia? chi pi¨ addolorati di noi?… una fortuna? come siamo felici!… Ci guÓrdano solo? noi sorridiamo acconsentendo.

Ed io sorrisi.

Pure, sembrava che Antonio fosse nelle mie medŔsime aque. Al mio consenso ei disegn˛ pi¨ netto il suo ghigno; sogguard˛ mŔ, poi il bicchiere, poi mŔ ancora…

Ed io, ýdem.

Il quale giochetto incoraggi˛ un ehm! da parte di Antonio, un ehm che voleva dir troppo per dir qualchecosa.

Io allora “che le pare?…” azzardÓi. Ci˛ a bassa voce, prima interrogando con gli occhi il bicchiere, quindi Antonio.

Silenzio di mezzo minuto.

— Non buono, eh? — chiese l'amico, assicurÓndosi in sella.

— Mi par cattivo! — sclamÓi con aria di profondo conoscitore.

Silenzio n¨mero due.

— Poh! — fece Antonio con sprezzo e ripose il suo bicchiere sul tondo.

VuotÓi il mio per terra.

E il vino era eccellente! Ce lo disse poi Gigi, famoso strappaturÓccioli



IL LOTTO


╚ la portinarýa clÓssica. Ampia, bassa, non ricevendo luce che da una finestra chiusa, incartata e per metÓ nel soppalco, dal pavimento che invischia, non la contiene due m˛bili in parentela fra loro, sebbene pi¨ d'uno venuto fuori da due. In fondo, un lettone, di que' catafalchi che non si pýglian che a corsa, interrogÓndone prima con un po' di paura il disotto, coperto di un pannolano a scacchi bianchi ed azzurri, e protetto da una spalliera di roba, passata per l'aquasanta.

Questa portinaria pu˛ dirsi il mondezzajo di casa. Sulle pareti, quadri d'ogni generazione, o senza il vetro o con il vetro rotto… e un Ólbero geneal˛gico e stampe dal Cosmorama Pitt˛rico e figurini di mode dell'Ŕpoca di Beauharnais e una raccolta di taccuini fuor d'uso; sui tÓvoli, sui canterani, vasi di fiori di carta, polverosi, sbiaditi — piccole stÓtue alabastrine monche — pere, mele e Ges¨-bimbi di cera — tomi senza il compagno — porcellane e terraglie a crepi — guanti dismessi — piombo appallato di Dio sa quante boŔtte — e scÓtole e scatolini di tutti gli sposalizi del borgo con entro ancor la treggŔa. In un camerino senz'uscio, appesa, folla di vesti, avanzi di ¨ltimi spogli.

E il tutto, si sottintende, liso, sudicio come le sue vecchie padrone. Le quali, son due; una, che ha nome la Pinciroli, Ŕ piccolina, Ŕ tutta ossi, e pensa alla provvista temporale dei cibi; l'altra, che Ŕ madama Ciriminaghi, vera madre badessa, sempre su 'n poltronone, provvede alla spirituale, spaternostrando, snocciolando rosari, dicendo male del pr˛ssimo.

Ora; volete sapere una cosa?… ma, vŔ, miŔi ragazzi, stia questo tra noi: le due portinaje sono… riccone sfondate.

Gua' che voi fate i larghi occhi! Voi giÓ pensate a un asinello conia-zecchini, o a una borsa infinita: mi appongo o no?… Bene, voglio imbrogliarvi ancor pi¨, aggiungendo, che le due donne, in barba ai loro sacconi di scudi, sono — quel che si pu˛ — felici.

E il gran segreto?

Esse mŔttono al lotto.

— Oh, Ŕ la volta del terno! — dýcono poi con uno scrocchetto di lingua — i n¨meri sono bellýssimi — e le si stýllano il capo intorno al come impiegare i venti-lire del rŔ.

Madama Ciriminaghi amerebbe una casetta sul lago, in riguardo alla barca; la Pinciroli, una sulla montagna, per amor della mucca; lý si discute, e si sciorýnano in mostra di quello e questo i vantaggi; poi, si va a letto, e lietamente si sogna.

Per il dý dopo, la Pinciroli ha rinunziato alla mucca e si acc˛moda al lago. S'aquista allora la casa, e si comincia a pensare in qual maniera disporla, in quale foggia acconciarla. Su un muro di quÓ, su uno di lÓ, Ŕccoti fuori un casone, quindi un palazzo. In ogni sala, tappeti, grandi specchi, lumiere. Tintýnnano i campanelli, acc˛rrono i servitori, attÓccansi i tiri-a-quattro.

E, certe come si stanno le due amiche di výncere, possiŔdono veramente; han, dunque, tutti i piaceri della ricchezza senza i fastidi, tutta la smania del comperare e non il sazio di avere. Sono padrone di fondi e non pÓgano imposte nŔ al governo nŔ a Dio, sono padrone di case e non tŔmono incendi e non ladri, fanno spese stragrandi e il loro sacchetto pesa sempre lo stesso.

NŔ poi crediate che i disinganni settimanali le dist¨rbino molto.

— Pazienza! — esclama, rincasando, la magra.

— A un'altra volta! — ribadisce il grassone senza scomporsi. E lý, fatto un bel taccio sulla disdetta, si danno a cercare n¨meri di fisionomýa pi¨ bella.

Ma quý odo certuni, di quella risma di gente, che, infistolita nel naso, sente la corruzione ogni dove, gridare “lungi da lui” mŔ additando “Ŕ un venduto!” e odo, del pari, altri, di que' che fanno il mestier del filÓntropo e dan masticata la scienza al popolino, dire “non lo ascoltate operÓi; ammucchiate. Volete výncere il terno? mettete al lotto degli interessi composti.” Ebbene! io ai primi rispondo, che respiro del mio; e dico a quelli altri, brave persone del resto, ch'essi ragi˛nano troppo col mŔtodo dei matemÓtici, cioŔ a mÓchina. Oltre le gambe, ci ha molto ancora nell'uomo, se p˛vero principalmente, a tener su. E, una e prima, la speme. Vale pure, mi sembra, per settimana, un cinquanta centŔsimi.



I FREQUENTATORI DELLA PORTINAR╠A


Il primo era un antico soldato dal faccione a grattugia, rosso come un salame, in grazia forse del collo strozzato da un cravattone e della zucca compressa da un parrucchino, con gli anelletti d'oro alle orecchie, e un abitaccio caffŔ; di quei soldati entusiasti del

“…petit chapeau

Avec redingote grise;”

dal piglio di poffardýa, schiamazzoni, giuroni, ma che si mŔnano attorno con un pezzetto di z¨cchero. ChiamÓvasi il caporale Montagna, ei vi diceva il suo nome, poi v'infilava la storia di un certo ponte e di due certi Croati.

La quale storia narrava giusto ogni sera nella portinarýa, quando veniva a pizzicarvi un sonnino — in sui ginocchi il caldano — o a fare il terzo nell'entro.

E, a volte, in quest'¨ltimo caso, deponeva il ventaglio di carte contro la tÓvola. Allora, il giuoco ristava. Montagna alzava la testa, piegÓndola alquanto all'indietro, le vene del fronte ingrossate, le narici gonfie, semi-aperta la bocca…

E le due vecchie lo fisÓvano immote.

Aciumm! — faceva egli poi, scotŔndosi tutto.

— Salute! — augurava o la magra o il grassone.

— Coppe… — dicŔa s¨bito l'altra nel porre gi¨ la sua carta. E cosý il giuoco seguiva pacificamente.

Venne Paolino e il turb˛.

ChŔ, Paolino, s'era messo a sedere viso a viso col caporale, il quale, giÓ per due volte, avŔa soddisfatto al suo naso. Ma, come e' s'atteggia alla terza, quel dispettoso picchia di contrattempo le palme ed esclama:

— FelicitÓ! —

RŔquiem per lo starnuto! Le portinaje si v˛lsero a Paolino con uno sguardo di theol˛gicum ˛dium; il caporale si fe' pavonazzo, strabuzz˛ in giro gli occhi, prese la tabacchiera interdetto, l'aprý, non ne offerse ad alcuno, la riserr˛: poi, se la spinse in saccoccia. E, quella sera, taque di quel tal ponte e di que' tali Croati.

L'altro, dei frequentatori della portinarýa, era una donna, magra, lunga, che pendŔa un po' innanzi, con un visino t¨mido, moscio, dalla tinta pan-cotto, con gli occhi grigi, pýccoli, privi di sopraciglia; e una cuffietta bianca, le sottane a piombo; finalmente, uno scialle, giÓ di tutti i colori, ma or sý smontato, che parŔa di un solo.

Sua professione… la poveretta di chiesa.

Toccheggio di un'agonýa. La si raccoglie intorno lo scialle, e ciabatta verso la casa segnata; nŔ va di certo a dir preci, e non a stŔnder la mano, e nemmanco a furare; va per nient'altro che per vedere a morire. Ed ecco si alloga al capezzale deserto — chŔ, due volte su trŔ, noi fuggiamo lui che ne fugge — e, sola, aggricchiando e scialivando di voluttÓ, succhia gli ¨ltimi strappi, il rÓntaco del moribondo. ChŔ, se non giunge appunto a cost¨i, a furia di giri e rigiri, arriva in qualche stanza vicina, e lÓ si mette in ascolto, ratenendo il respiro. Cacciata poi dalla casa, si mette alla porta, e — a chi esce — chiede, ansiosa, importuna, se il p˛ver'uomo soffre, e quanto e come.

Il quale vampýro, ogni dý, passava dalle due vecchie, non tanto a vedere se bene, quanto se stÓvano male, e s'informava al minuto del batticuore di una, del mancafiato dell'altra.

Poi, loro contava i decessi di tutto il quartiere.

— Quel poveretto di Tonio! — faceva con zanzaresca vocina — quel tessitore volto il cantone, vera calza disfatta, vero spedale ambulante, bluff! jermattina and˛ via come olio. Quasi non mi accorgevo, io! E neppur lui! — Il che proferiva con un riso calcato ed in tuon di rammÓrico.

— E quel p˛vero Cecco, sapete? Dico il beccajo… Costituzione forte… due spalle che avrŔbber portato come niente un cassone, e lei entro, madama; scusi! ma! tutti s'ha da sballare. Dunque, Cecco, Ŕ gi¨ dalle spese anche lui. Lo colse quella malatietta di adesso, che attacca come la boccaj˛la, e diede in fuori… che?… un bel tifo… Ve' se strillava! soffriva come un dannato! si dibatteva! Oh fu ben duro a morire! — E ci˛ la strega dicŔa, quasi andasse in brodo di vi˛le, dicŔa con un tal lampo feroce negli occhi, che, a madama Ciriminaghi crescŔa il soffocamento, il pÓlpito alla Pinciroli, e al caporale la gotta.



UNA FANCIULLA CHE MUORE


Oggi, il dottore si avvicin˛ alla signora Vanelli e con quel suo fraseggiare a rilento — per˛ stavolta un po' brusco, quasi instizzito con le parole che era per dire — crede proprio chiese che la idropatýa possa giovare a sua figlia?

La signora Vanelli ne sobbalz˛. Debolmente poi, con una voce sicura come quel che diceva: ma sý, credo — rispose. E dopo una pÓusa, una pÓusa durante la quale il cervello le suggerý forse argomenti che il cuore taceva: certo — riprese — le mani della mia Ida t˛rnano a farsi caldine… —

Il dottore si allontan˛ con dispetto.

Oh le mamme! o indovýnano troppo o non v˛glion capire una goccia. Di chi, risp˛ndimi tu, poteva Ŕssere il caldo, quando la disgraziata madre stringeva passionatamente le inerti mani della figliuola?

StÓ un fatto. Tutti quelli altri signori che gliele serrÓvano, dicŔvan poi sempre tra loro “Ŕ ghiaccio”; specialmente dicŔvanlo que' giovanotti che si occupÓvano con tanta premura di lei, domandÓndole “e come stava? e se l'affanno diminuiva?” raccomandÓndole di ripararsi bene dal freddo, di coricarsi non tardi. Ve'! come s'interessÓvano alla sua salute.

E allora la lisa fanciulla saliva silenziosamente di una andatura stanca le scale… verso la cuccia. LÓ si lasciava svestire dalla mamma e dalla cameriera al par di una bÓmbola, si raggruppava nella sua nanna, la testa sotto le coltri, e cominciava (smorzando contro i guanciali i singhiozzi) a nicchiare. Pure, lÓgrime non ne venývano gi¨. Gli occhi della fanciulla si Ŕrano asciutti di quell'aquitrino in cui la pupilla nuota e ne Ŕ la visýbile Ónima. La p˛vera Ida contava, ricontava i suoi diciottanni, pensava, con un nodo alla gola, che tutti avŔvano molta, troppa compassione per lei. Compassione? null'altro?

E lý con la mano sorradŔvasi il seno…

ChŔ! Amore vuol polpe.



I RACCONTI DI DONNA GIACINTA


— Conta. —

La nonna lo accarezzava, incominciando, a mo' d'esempio, cosý:

il codino

Ti dir˛ una scenetta che accadde a mio fratello maggiore… morto anche lui! Me la narrava sovente, e come, nel ricordarla, si rischiarava il suo viso!

Quando la avvenne, io era in Francia, in collegio. CorrŔvano tempi tristýssimi. Mio fratello faceva gli studi nella paterna cittÓ presso una scuola di Barnabiti, se non eccellente, buona. ╚ vero che la malattýa rivoluzionaria l'avŔa tanto quanto intaccata, ma che poteva allora sfuggire a tal malattia? Era nell'aria. Infatti, i reverendi sequestrÓvano spesso ai loro scolari imÓgini sediziose, libri guasta-cervelli, e allorchŔ poi, a castigare, mettŔvan mano alla sferza, gli zuffettini pappagallÓvano su certe ideone intorno alla dignitÓ umana, e che so io! Mio fratello per˛, uno tra i pochi, non avŔa peranco rizzata la cresta; tanto Ŕ ci˛ vero, che il padre reggitore la scuola, pel quale era sempre la terza posata sulla nostra tovaglia, affermava ogni dopo-pranzo a donna Francesca mia madre, che il suo Carlomagnino avrebbe, senza alcun fallo, inscritto nel calendario la famiglia EtelrŔdi.

SenonchŔ, un giorno, il nostro futuro santuccio, tornato a casa da scuola… e quý, avverti… Ŕrano le prime volte che egli tornava da solo, avendo tocchi i venti anni…

Alberto: ne ho sette io, e vado attorno senza nessuno, io.

La nonna: oggi s'Ŕ messo il vapore, si nasce con uno sigaro in bocca; allora si maturava pi¨ tardi…

… dunque, tornato mio fratello da scuola, e, come l'etichetta ponŔa, recÓtosi a baciare la mano alla contessa mammina, parve straordinariamente rosso.

— Che avete? — ella chiese con il suo s˛lito imperio.

— Niente — egli rispose turbato.

— Eppure — osserv˛ mia madre — siete di un tal colore sý acceso… Sembrate un villano!

— Io? — disse il contino ancor pi¨ arrossendo.

Mia madre, che stava seduta, cominci˛ a tripillare per l'impazienza un ginocchio, e a dire: so cosa avete —

Don Carlomagno si spaurý.

— Voi — seguit˛ la contessa nell'additarlo con l'indice — oggi… poco fÓ… udiste e forse avete anche tenuto, discorsi, mi duole d'insudiciarmi le labbra… rivoluzionari. No? allora leggeste qualcuno di que' l¨ridi fogli scritti da quei pieni-di-pulci di repubblicani… gente che non usa le brache, e sen gloria!… canaglia…

— Ma no, signora mammina — interruppe don Carlomagno.

— No? — ribattŔ la contessa, studiÓndolo con l'occhialetto — Bene, andate —

Don Carlomagno fe' un tondo inchino, e rimase.

— Ho detto? — esclam˛ la contessa.

— Vado — balbett˛ mio fratello e si allontan˛ a ritroso.

Mia madre se la sentý fumare. Balz˛ dalla sedia, e corse al contino. Quello, continuando a indietreggiare, s'addoss˛ contro il muro.

Oh il bel quadretto, Bertino! LÓ, mio fratello, un traccagnotto, alto come un granatiere di Prussia, tutto tremante, quÓ, rimpetto a lui, mia madre, donnettina dell'India, gli occhi fuor dalla testa, soffiando come una gatta.

— Conte! — ella esclam˛ — si v˛lti! — e, senza dargli un momento, lo fe' girare sui tacchi.

Orrore! Don Carlomagno s'era tagliato il codino.

ImÓgina la signora mia madre! Fu come se le avŔssero tolto un quarto di nobiltÓ; non riuscendo a parlare, s'ajut˛ con le mani, e gi¨, una solenne guanciata al figliolo.

— Ho dunque in casa un ribelle? — grid˛, non appena potŔ rinviare la lingua — Ed io! sono io che lo ha allattato! Cielo! che cosa ne avrebbe mai detto il vostro p˛vero padre? Disonore degli EtelrŔdi! — e qui, sulla seconda gota di mio fratello, poggi˛ un altro splŔndido schiaffo, forse per simmetria.

Il ragazzone, c˛lto dalla paura, non alzava nemmeno lo sguardo; si limitava a fregarsi, con le due palme, le guancie.

— O dove il metteste? — dimand˛ imperiosa mia madre.

Il poveretto aguzz˛ le labbra quasi a impetrare pietÓ: l'ho in tasca — disse con un filo di voce.

— QuÓ — ordin˛ la contessa; e, come don Carlomagno traeva timidamente fuori il codino, ella glielo strapp˛ dalle mani e gliel misur˛ sulla faccia.

— Ora — conchiuse — o creatura ingratýssima, andate! e Pietro vi serri nel camerino. Vi resterete ad aqua, pane e formaggio… no, non meritate il formaggio… a solo pane ed aqua quýndici giorni. Obbedite! —

Quel pampalugo di un mio fratello, se non pi¨ rosso e confuso, ben altro gonfio che non all'entrare, uscý. Ch'egli ubbidisse, Ŕ certo: era abituato.

Quanto a mia madre, piangendo rabbia e dolore, serr˛ sotto chiave il codino. E lo tirava poi oltre per castigar Carlomagno.

— Ti piace?

Alberto: sý… ma nÓrrane un'altra… seria —

La nonna: incontentÓbile!

— Oh ne sai tante tu!

— Bene, alla seria!

isolina

Ti ho detto che mi avŔano messa in un collegio di Francia; aggiungo ch'ei si trovava in una mezza cittÓ di provincia, Chateau-MauvŔrt. LÓ, mentr'io toccava i nove anni, corrŔvano i giorni i pi¨ vermigli della Rivoluzione. La tolle faceva la testa senza riposo. Giorni, ricorda bene, nei quali per ottener l'eguaglianza si calpestava la fraternitÓ, e, proclamando i diritti dell'uomo, legÓvasi il volume riformatore in pelle umana. Il nostro collegio s'era fatto deserto. Non vi restÓvano che quelle poche, le quali non avŔan potuto fuggire, cioŔ sei o sette bambine del tempo mio e una ragazza intorno ai diciotto, che noi chiamavamo la grande. Quanto alle suore, due — suora Clotilde e suor'Anna — gi˛vani creature, amorose, che la nostra innocenza, in quelli orrýbili tempi, pi¨ che tutt'altro, teneva in un continuo sbÓttito.

Una mattina, noi, raccolte in una pýccola sala, ascoltavamo suora Clotilde. Essa, con la sua voce vellutata e soave, pingŔvane le dolcezze della caritÓ. Entra di pressa il giardiniere, e: suora — dice — un commissario della Rep¨bblica… il ciabattino Garnier. —

Suora Clotilde, impallidita oltre il suo abituale pallore, si alz˛: ben venga — disse.

Ma, a che il permesso? — l'ex-tiraspaghi, in nome della onnipossente libertÓ, se l'era giÓ preso. Ecco apparire alla soglia un uomo dal viso tutto occhielli e bottoni, con la s˛lita fascia dai tre-colori, seguito da mezza dozzina di mascalzoni, s¨cidi, a strappi, armati di picche.

— Cittadina Beaumont! — egli fece, nemmen toccando il berretto, chŔ cortesýa non Ŕ repubblicana virt¨ — rispondi: ci hai quý una cotale Isolina, figlia di un sedicente conte della Roche-Surville, smoccolato a Parigi? —

Suora Clotilde trem˛: forse, le sue purýssime labbra stÓvano per proferire la prima bugýa. SenonchŔ, i nostri occhiettini avŔano di giÓ tradita Isolina. Anzi, ella si avŔa da lei, sorgendo. Era la grande. Oh la gentile figura! svelta, frÓgile come un bicchier di Murano: poi, di certe manine! mani sý bianche, sý trasparenti e voluttuose!

— Garnier — proruppe la suora quasi piangendo — non per pietÓ! per giustizia. Voi non potete strapparci questa delicata fanciulla, innocentýssima. Ella ci venne affidata da' su˛i genitori, e i su˛i genitori son morti. F˛sser pur stati i pi¨ malvagi del mondo, che ci pu˛ ella mai? e la Rep¨bblica nostra, gloriosa, come mai pu˛ temere una ragazza, týmida, senza parenti, nŔ amici, p˛vera…

— P˛vera? — ghign˛ il commissario — Con quella miseria alle dita? — e accenn˛ a tre o quattro anelli di lei, ¨nica fortuna sua che or le tornava in disgrazia — Intanto — ci˛ vŔr gli straccioni alle terga — noi, p˛polo, crepiamo di fame!… Cittadina Beaumont! guarda col tuo parlare anticývico di non obbligarmi a ritornare da te… guÓrdati bene! —

E lý il birbone venne alla giovinetta:

— Isolina la Roche — disse — ti arresto! — e allung˛ la mano su lei.

— Largo! tu puzzi! — disse arretrando la tosa.

— AristocrÓta! — voci˛ il canagliume.

Cosý, ne fu condotta via un'amica: ed allorquando suora Clotilde, uscita dietro Isolina, rincas˛ verso l'Ave-Maria, a noi che chiedevamo: e dunque? — venne solo risposto: pregate —

S'andava chiudendo la sera. Prima di coricarci, noi usavamo entrare in una stanza dedicata al Signore. Peraltro, non vi si vedŔa nessunýssimo segno della nostra salute. A mezzo allora di gente, la quale imponeva la libertÓ del pensiero, tai segni, o per paura o pudore, si nascondŔvano. Noi li portavamo nel cuore.

E l'oratorio dava sur una viuzza perduta. Quando splendeva la luna, non vi si accendŔvano lumi. Quella sera splendeva la luna.

Le suore s'inginocchiÓrono senza dire parola intorno di esse, noi; e pregammo.

GemŔa la calma notturna. Per chi pregavamo, tu sai.

Ma, a un tratto, suono di vetri spezzati; e, a terra, il tonfo di cosa morta. E un grido: vive la rÚpublique!

Balzammo in pie' sbigottite… Dio! Sul pavimento giaceva tagliata una mano, bianca, ornata ancora di anella…

— Basta! — qui esclamava Albertino, serrÓndosi all'ava. E rimanŔa pensoso il resto della giornata. A notte, sognava — e mani e mani spiccate, sotto chiaro di luna, che gocciolÓvano sangue, fine, bianchýssime, inanellate di topazi e smeraldi.



LA CASSIERINA


Dieci anni di meno — Alberto si trovava in campagna. Era solo, su 'n terrazzino della casa paterna che soprastava al villaggio, stanco, come generalmente si Ŕ agli sg˛ccioli di una domŔnica, il giorno del fare niente, e si sentiva la faccia accarezzata dalla frescura notturna. Poco innanzi, una ventina di razzi — imÓgine della pi¨ desiderŔvole vita, corta e splendente — avŔa, per annunciare la chiusa di una festa paesana, stracciato l'Óere, e apparecchiato tabacco di naso agli uccelli. Il cielo, nero-fulýgine. Tratto tratto, un lampeggio vi abbarbagliava per un batti-palpŔbra, facendo brillare vetri, gronde ed ardesie: poi, tutto rintenebriva; e rispiccÓvano le illuminate finestre. Ancor pi¨ nero dell'Óere, il villaggio pareva allora un ammasso di spenti carboni.

E dal villaggio salývano ad Alberto i suoni maleaccordati di un tamburo e una tromba. Essi di tempo in tempo, cedŔvano a una voce di donna, acuta… Di botto, Alberto, si parte dal terrazzino, stacca un cappello dal muro, esce di casa; e, gi¨ per l'erta arriva al sagrato.

In cui, a mezzo di una folla di výllici e in pie' su 'na panca, illuminata da fiÓccole, era un toccone di carne fŔmina, con i capelli a cespo di maggiorana, le guancie a pane buffetto, e la pappagorgia: sua veste, una petturina di raso non bianco, e una gonnella di garzo; sotto, due colonnette da balaustrato. Il che maledettamente stonava con la vocina di lei. Ma ella ricorreva spesso al tamburo. Allora, un uomo alla destra, in maglie, con una cera da pignatta bruciata, strideva una tromba; e intanto, un pagliaccio a sinistra, abbigliato da Meneghino, gambuto di uno a ventre di contrabasso e a muso biacca-e-mattone, gestiva, e, in rÓuca voce, quasi annegata nell'aquavite, gridava.

E i tre saltimbanchi, rullando il tamburo, suonando la tromba, facendo un fracasso per trenta, si mŔttono in marcia: dietro, la beceraglia intruppata, a zufoletti ed a fischi.

I saltimbanchi vanno alla loro baracca. Ma, ivi, perchŔ la folla si arresta? ╚ che lÓ tira vento di rame. Ha bel strillare il donnone: “sotto, p˛polo generoso! si tratta della miseria di un dieci-centŔsimi…” tutti rimÓngono sodi. Corre quel diffidente sospetto, che Ŕ la prudenza di chi moltissimo ignora e poco ragiona.

Alberto volle r˛mpere il ghiaccio. Si fe' coraggio, e, camminato vŔr la baracca — lÓ ove si stava a cassiere una tosuccia di circa otto anni, in bianco, con un visino stregato, gli occhi nerýssimi, l¨cidi l¨cidi, forse dal lagrimare continuo, ed i braccetti nudi, che ricordÓvano i bastoncini del tŔ — butt˛ una moneta sul tondo.

Fu 'n soldo che diede un suono di argento.

— Lei… — prese a dire la bimba, tirando una falda ad Alberto. Ma non disse di pi¨. Il saltatore dal muso affumato, avŔa grugnito con ira. Ella serr˛ le palpŔbre come a tuono imminente, e Alberto, che s'era volto e avŔa egli pure compreso, taque, e con stringicore seguit˛ la sua via.

Noti — chi si diletta a dipýngere — come pezzi di tela e pali formÓsser due lati della baracca; gli altri, un muro di orto. E, nell'interno, si vedŔvano panche, un pajo di cavalletti con padelline di grasso a fumosa fiammella agli estremi, e un organetto guardato da un cane barbone: volta, quella del cielo.

Quanto per˛ a spettatori, all'entrare di Alberto non si toccava la mezza dozzina. SenonchŔ, il panno tira il frustagno. “VÓ tu… vengo ancor io appena Alberto fu dentro, Ŕbbevi ressa alla porta; e nella baracca, folla.

E cominciÓrono i giuochi — giuochi infami!

ImÓgina due piccini, di non pi¨ di sei anni per uno, pezzati di nudo e con le animuccie lý pelle pelle, ballottati senza misericordia; e imÓgina una tosuccia (la cassierina) incesa da bicchieretti di branda, a saltar trafelata, cerchi, corde e sedili, tossendo, e gettando a guisa di gioja i gridi che le strappava il dolore.

A un punto, sdrucciolÓtole il piede, la cadde contro del muro; nŔ il muro era, per pasta, di quelli di GŔrico.

Alberto non potŔ pi¨ durarla, si alz˛, e dilungossi coll'Ónimo arrovesciato. E, quella notte, nella fantasýa di lui, fu un vai-e-vieni; ora, di vispi e puliti bambini dal sentore di cipria, cui, parlando, ognuno addolciva e le parole e la voce, e i quali, se piangŔvano mai, era per non riuscire a spezzare tutti i loro balocchi; ora, invece, di avvizziti puttini — meglio, di pýccoli vecchi — a strappi, lavati dalle loro lÓgrime solo, mai da nessuno baciati, mai sorrisi, quý a rosicchiare secchetti di pane dinanzi alle golose mostre di una rosticcerýa, lÓ rannicchiati entro un pagliajo, bubbolando pel freddo, in compagnýa di qualche cane perduto o abbandonato com'essi.

Il domani, Alberto, si dest˛ di buon'ora. Bisogno, pi¨ che non voglia, stringŔvalo a ritornare sul luogo del crudele spettÓcolo. E, come vi fu, trov˛ la baracca, spiantata; sen caricava un carretto. Sopra del quale, uno de' saltatori (quel dal mostaccio di spazzacamino) in maglie ma con la giacchetta a ridosso, dava di piglio ad un palo p˛rtogli dal Meneghino. E questi era gi¨, la camicia slacciata (il che scopriva degli Ógnus) col muso ancor mezzo dipinto e mezzo verd'aglio. Lý accosto, i due p˛veri bimbi sotto di un asse, uno per capo, aspettando; in fondo, il donnone, floscio carname, in ginocchio, che legava un fardello.

E, tra i curiosi, Alberto. L'occhio di cui, pi¨ che a tutt'altro, indugi˛ sulla faccia di uno dei due tormentati piccini, faccia sparuta, smorta, ma intelligente che mai. Poterne cangiar l'avvenire, quale felicitÓ! E, Dio sa che cammino di gloria gli si sarebbe dischiuso!… Una frasuccia bastava…

Ma la frasuccia non venne, ma Alberto si allontan˛.

ChŔ a lui mancava qualch'altro da rivedere, pur non sapeva dir che. Proprio, come allorquando s'ha una parola da proferire, se ne conosce il suono, se ne conosce il valore, ma non c'Ŕ verso di spiccicarla; notando poi, che la cosa, cui tal parola Ŕ veste, torna, apparendo, moltýssime volte inaspettata.

La quale cosa, ad Alberto (che svoltava in un výcolo) fu 'na tosetta, seduta sullo scalino di una portella, fisa a un collo di fiasco, rimÓstole in mano: a terra, dinanzi a lei, cocci di vetro ed una traccia di rosso.

La cassierina! PerchŔ sý assorta? GiÓ, era vano di attŔndere una di quelle fate benigne, le quali, a bei tempi andati “splif splaf” avrebbe, con un colpetto di verga, riuniti i vetruzzi, e riempiuto la boccia. Il vino continuava a colare. Ma ella non si moveva. Tanto fÓ! le busse non le avrebbe perdute. Se lei non andava, loro sarŔbber bene venuti. Oh! per le busse, non la dimenticÓvano… mai… — E tristamente, girava il collo del fiasco.

— Tu! — disse Alberto.

La ragazzetta alz˛ due occhioni neri e gonfi dal pianto.

— Ti batteranno, eh? — dimand˛ egli con una voce pietosa.

Ella bass˛ la testina, e sospir˛.

— Prendi — fe' Alberto, rovesciÓndole in grembo tutto quanto avŔa in tasca… e soldi di rame e soldi d'argento. Poi, fuggý via.

Due sguardi maravigliati e di riconoscenza lo accompagnÓrono. Ei non li vide; li sentý.



UN ROMANZO ABORTITO


Notte; il cortil delle poste. In mezzo, nell'ombra, una diligenza a gobba coperta di tela cerata, alla quale, degli stallieri in camiciotto azzurro, attÓccano tre robusti cavalli. E intanto, presso un lampione, il cocchiere aggroppa una nuova scoppiarella alla frusta.

— L'interno, completo — fÓ un uomo a berretto listato di oro, scendendo lo smontatojo dell'˛mnibus.

E va a dare un'occhiata al coupÚ. Vi Ŕ un gi˛vane intabarrato.

— Uno — egli dice, consultando un libretto; poi, volgŔndosi al p˛rtico — manca un signore! il signore n¨mero due.

— Signore… n¨mero due! — ripete alla soglia della sala da pranzo una voce.

Quý il vetturino, per le maniglie, s'arrÓmpica vŔr la cassetta.

— Eccolo! — grida un ragazzo

Infatti, due donne Ŕntrano frettolose dalla porta di strada; si fŔrmano alla diligenza; si abbrÓcciano; bÓciansi; pŔnano a separarsi. Ed il commesso si mette a far note; il vetturino si calza i guanti pi¨ adagio.

Ma concambiato Ŕ l'¨ltimo bacio.

— OlÓ! op op! — vocia il cocchiere, raccogliendo le briglie e schioccando la frusta. E la grave carrozza si muove, passa lentamente il portone, e ruota sui trottatoi di granito. Vi ha passeggieri, di quelli infelici, costretti, nell'ampiezza del mondo, a trarre la vita entro quel torno di mura di cui nÓquer prigioni, che l'accompÓgnano con un sospiro. Molti de' viaggiatori sospýrano invece nel lasciare la gabbia.

Nel coupÚ, Alberto, il quale sembra dormire, guarda la sua vicina, sott'occhio. Egli, nel n¨mero due, non aspettÓvasi certo una donna, e, quel ch'Ŕ pi¨, una donna gi˛vane e bella come gli avŔan tradito i fanali. Troppo desiderava e temeva ci˛. Ora, il cuore gli langue in una commozione dolcýssima. La sua compagna stÓ avvolta in un waterproof, il velo del cappellino gi¨. Tra essi, posa una sacchetta di cuojo, poca barriera, ma che val, per l'onore, quanto una catena di monti.

E chi potŔa mai Ŕssere la solitaria viaggiatrice? Alberto výdela trarre un fazzoletto di tasca, e p˛rselo agli occhi; dunque, una istoria di pianto! Tosto, il cervello di lui si die' a fabricare romanzesche avventure, tuttavýa e' s'annaspava vieppi¨; tuttavia e' sentiva quello smarrimento di sŔ, quell'abbandono, che precŔdono il sonno. NŔ c'era di mezzo se non il rumor del selciato; sý, che allorquando si cominci˛ a c˛rrer soave sur il battuto, Alberto non finse pi¨ di dormire.

Come destossi, la luna splendeva diritto nei vetri innanzi al coupŔ, illuminando, al di lÓ, i dorsi e le teste dei tre cavalli; di quÓ, egli e la vicina di lui, sopita. Il velo del cappellino era su. L'ovale sua faccia, da cui le lÓgrime avŔano cancellato e il colore e il sorriso, pareva al melanc˛nico chiaro uno schizzo a carbone su 'n bianco muro. Dio sa quali occhi sotto quelle palpŔbre a lunghe ciglia di seta!

E il guardo del nostro amico, vinto da incandescenza cotanta, dovette abbassarsi. Dal waterproof di lei, sopra un ginocchio, usciva una mano guantata, stringente una lŔttera.

Un'ora pass˛. Svegliossi anche la bella, s'addiede di ci˛ che avŔa tra mani, e, volto alla sfuggita un'occhiata ad Alberto, l'aprý.

Quella lŔttera avea forte-impresse le pieghe, ed era sciupata. L'incognita stette un istante indecisa, poi la stracci˛, e tornolla a stracciare; sogguard˛ un'altra volta ad Alberto, si alz˛, e, sceso un cristallo (senti che brezza!) sparpagli˛ fuori i pezzetti. Quanto al suo cuore, era di giÓ lacerato!

Impallidisce la luna; la punta del freddo si agozza. Con il diss˛lversi di una spolverina di nebbia, si disŔgnano e stÓccano su 'n fondo celeste a pennellate rosee, violette ed arancie, le creste delle montagne, e de' villaggi i contorni. Il gallo, canta.

E, come la machinosa carrozza, in discesa con uno stridore di scarpa, tocca un acciottolato, la sconosciuta si tira in grembo la sua sacchetta di cuojo.

Ecco! la diligenza si arresta. Generale risveglio nell'˛mnibus; vi si scu˛ton le membra intorpidite da uno sc˛modo sonno; si danno i diti negli occhi; si ritr˛van le gambe; qualcuno, il torcicollo; altri, il naso intasato. E un uomo, di barba nera, smorto e accigliato, apparso, di lÓ dei vetri innanzi al coupÚ, illuminando, al di lÓ, i parole, che Alberto non riesce a far sue, alla gi˛vane. La quale smonta…

Lontan lontano, in una selva di quercie, tetti acuti e torri…

— OlÓ! op op! — fÓ il vetturino di nuovo, riprovando la voce inumidita ad un fiasco. E il carrozzone ripiglia la pesante sua corsa, mentre l'amico nostro mira con amarezza l'abbandonato canto. Ella, per lui, non Ŕ pi¨. Quale sorte attendŔvala?

Ma a terra Ŕ un brano di lŔttera che gli potrebbe risp˛ndere.

Alberto il raccoglie, e… Scusa, lettore! lo straccia a minutissimi pezzi.



ADELINA


E un'altra volta, a una fossa novellamente scavata io m'incontrÓi in un convoglio funŔbre. La pretendeva il convoglio alla seconda di classe, ma fuor mostrava i g˛miti della terza. Oh meglio! i preti non avŔano troppo seccato il p˛vero morto in chiesa.

Quanto allo strato, bianco. Di bella prima pensÓi ad uno di que' Regi Impiegati, cŔlibi, egoisti fin alla sŔttima pelle, i quali, messa la pezza della giubilazione, týrano lÓ, in barba al governo, oltre il n¨mero sommo del lotto; poi, a qualcuna di quelle vecchie prudenti, morte zitelle, perchŔ vissute a saggiuoli; e feci per slontanarmi.

Ma in quella… soffio imponente di naso. Non gli Ŕ il baleno a un discorso? Infatti, come mi volgo, vedo un bottacciuto pretone in nicchio e calzetta, porsi sul monticino che costeggia la buca. Dentro di cui Ŕ scesa la scricchiolante cassa, e resta con un sordo lamento. E allora, i pochýssimi astanti, tutte quasi ragazze, le quali senza risparmio lasciÓvano lagrimare i loro belli occhi e le lor smilze candele, si fanno in un gruppo. Io pure.

E il sacerdote si passa e ripassa la mano sulle palpŔbre; t˛gliesi il nicchio, aggi¨stasi il cupolino, e comincia:

— “Adelina nostra Ŕ beata.

Adelina Gentili, fin dai pi¨ tŔneri anni, trov˛ il sentiero del Cielo. Non si lasciando adulare o da specchio o da labbro, aliena da ogni esterna pompa di abbigliamento, aliena del pari dalle conversazioni e dalle comparse, a disfogare la piena soave de' su˛i affetti, mai si trattenne se non nei colloqui col suo Ges¨. Solo di lui gustava le si parlasse; il suo voto, anzi il sospiro, era di Ŕsserne sposa, e se l'Eterno, pr˛vvido sempre, non le ne avesse accorciata la via chiamÓndola a sŔ, ella avrebbe di certo aggiunto un nuovo splendore all'˛rdine delle Cappuccine.

“Oh voi aveste veduto, mie figlie, con qual religiosa paura ella correva a narrarmi le sue apparenze di colpa, se pur di colpa si p˛ssono dire, e con quanto fervore si avvicinava alla mensa degli Óngioli, desiderosa, pregante — ricevendo Ges¨ — di volÓrsene a lui!

“E Dio l'esaudý.

“In sul mattino di lei e di un purýssimo giorno, Adelina partiva. Sfinita di forze, pi¨ non riuscendo nŔ a mormorare preghiere nŔ a strýngere al seno la crocettina amica, con la soavitÓ del sorriso, col v˛lger dolce del guardo, mostrava come a delizia le fosse il nome, il pensiero del suo Ges¨.

“Placidamente morý, come un colombo. E a mŔ, che al fianco di lei, in sui ginocchi, oravo… parve un istante sentire ed uno sbÓttere di ali ed un odore d'incenso ed un riflesso di aerei ˛rgani…

“Or perchŔ dunque piangete? Egli Ŕ per lei o per voi?…

“Per lei, il De-prof¨ndis va detto con un Te-De¨m — ”

Ma, ben incontrario, radd˛ppiano i singolti. E nella buca si gŔttano fiori e vi si getta la prima palata di terra. Io mi sentýi la voglia di cacciarvi anche il prete.

E mi rivolsi turbato, e vidi? Vidi una delicata fanciulla, stretta, sotto le volte maestose di un Duomo, e tra gl'incensi, le melodýe, le faci, da sacro orrore; la mente affollata dalle pene infernali e dalle gioje del Paradiso; cercando con ansia nelle vite dei Santi i modelli; in brama di una celletta, senza con˛scere ancora con che cosa si muta.

SenonchŔ, l'istinto, svegliÓndosele a un tratto, gliel dice.

Che Ŕ? SarŔbbero forse le tentazioni di SÓtana? sarŔbbero queste le prove di cui tanto lesse e udý? Ma udý e lesse ben anche, che, per toccare la palma, bisognava combÓttere, ed aspramente combÓttere! Ed ecco iniziarsi una di quelle sequele di notti dal continuo accŔndere e spŔgnere il lume, notti di sbigottimento “paffate senza dormire & nŔ pure giacendo,” in vita o rivolgŔndosi tra le lenzuola, “fcaldata tanto nell'amore di Dio, che non nello fpýrito folo, ma ancor nella carne infiammava & le pareua le ufciffe foffio di fuoco.”

E allora Adelina, cui il terror del peccato acuiva lo sbÓttito, strappÓvasi dalle coltri, si rannicchiava sul tappetino; e, le mani alla faccia, reclinata la testa contro del letto, piangendo, supplicava Dio, la Madonna, i Santi, tutti i Beati, a salvarla, e lor giurava i voti i pi¨ temerari.

Ma “l'Óngiol nero non rimetteua di bÓtterla.” DiÓbolus in l¨mbis est! notti di ambascia si succedŔvano a notti; la vŔrgine si struggeva… un cerchio morello agli occhi, i rossetti alle guance… e, spaventati i parenti, mandÓvano per il mŔdico vecchio.

Poi, un giorno, Adelina spinse lo sguardo sur un vaghýssimo viso di giovanetto, e un altro scontr˛, lungo e appassionato sguardo. Voi dite, amanti, qual rivoltura, qual bollimento di sangue ella dovette sentire! Ebbene! ci˛ che per tutte sarebbe stato il lietýssimo fiore del giardino pi¨ lieto, per lei fu erba di cimitero.

Sgomentata del suo sgomento, senza un'amica alla quale narrar tutto il suo cuore, ella ricorse al confessionale; e ne torn˛, riandando che gli occhi Ŕrano la prima porta al peccato, che con la chiave di quella, oh se ne aprývan ben altre! che l'Avversario tendeva infiniti calappi, e che, ad ogni costo, non avŔasi a cŔdere. Imaginate! si os˛ consigliarle perfino, digiuno e sinistre pozioni.

Cosý, la fanciulla, sensibilýssima fin dalla cuna e or doppiamente al progredire di una di quelle infermitÓ di languore, sottili, lente, instancÓbili, i germi di cui sarŔbbersi in pace dimenticati di aprirsi, e sottosopra fra scr¨poli tormentosi e una passione devastatrice; in mezzo a vampe di fuoco e a zaffate di gelo, sfiniva, diventava un filo di refe, traspariva come ambra.

E giunse alfine quel dý, in cui non potŔ pi¨ levarsi. O voi, lasciate di attŔnderla, gentili vestine pendenti in un canto della cameretta di lei, e tu pel primo, scialletto rosso, uso a seguire sý amorosamente le sue virginee forme. P˛vero canarino, chi ti offrirÓ mai il pign˛lo? Vasetti di fiori, v'inaffierÓ chi? le lÓgrime di una madre, forse? Due giorni ancora, e la vostra graziosa padrona si torcerÓ in delirio sul suo lettuccio, un crepitýo di fiamma dannata all'orecchio, serrando convulsamente nelle mani aggrinzite una croce e nella mente esaltata un amante; ancora una notte! e voi la vedrete supina, immota, pÓllida e fredda come l'alba nascente.

O giovinette, peccate!

MEZZANOTTE

Mezzanotte!

Lettori miŔi, niente paura! non vi allargate dal muro. Oggidý, questa non Ŕ pi¨ l'ora dei ladri; oggi, si ruba in pieno meriggio.

╚ l'ora, invece, in cui il mercato di Priapo affolla.

GiÓ il bujo pesa su quelli intavolati, pi¨ che campi dell'arte, ruffiani dei vizi; e le torme di lupe dalla voce rÓuca, che il dopopranzo battŔrono i marciapiedi infranciosando i cervelli mezzo intontiti dal cibo, son covigliate e trip¨diano; giÓ quasi tutti serrati son que' caffŔ, ove dei c˛si, torti di gambe come di Ónimo, spÓrsero effigi di pezzi di carne con l'indirizzo dietro; e la timidetta fanciulla, che poco innanzi valzava sotto gli occhi di mamma con qualche bel cavaliere, dorme, imaginando di lui, ignara di che gli servý. Or la cittÓ va prendendo una sospettosa aria; quella di una ragazza, che, con gli orecchi attesi alla porta, legga un volume senza nome di tipi.

Ve', un barbigino di quindici anni, il cappello negli occhi, che rade il muro di un výcolo. Egli potŔ fuggire da casa, e, mentre il vecchio suo padre lo sogna in preghiere, egli… VÓ o viene? ╚ troppo allegro; vÓ… E quel bambino, tristo, stracciato, su'na scalŔa, che aspetta? Pare venda fiammiferi… Fiammýferi solo?

Intanto, dei broughams dalle tendine calate fanno a precipizio, chŔ il Diavol li porta, la strada.

E intanto una carrozza si arresta in una via tortuosa che fiancheggia la Corte. La sentinella rintana. Lo sportello si apre; ed ecco un alto signore, il quale offre la mano a una donna incappucciata e dal vestito che fruscia. T˛! quel signore non riŔscemi nuovo; mi par d'averlo ammirato ad una mostra di truppe, in tanto di fanfarona divisa, isputacchiata di principesche decorazioni… E la bella sua moglie gli passa dinanzi. Egli le fÓ un ampio inchino, e, come la vede sparire in una piccola porta — porta alle grandi fortune — tutto orgoglioso di ben meritar quelle insegne che incuginan col rŔ, rimonta nella carrozza.

Un'ora!

U˛mini inferajolati, a viso da campana e martello, ne ped˛nano ancora, tossendo; o ne vŔngono incontro soffiÓndosi il naso. AumŔntano dalle finestre i pst pst; alcune vie, da cima a fondo, pispigliano. Nabucco imbestia; la cittÓ Ŕ in frŔgola.



LE CARAMELLE


Mons¨, doi soldi d' caramel — disse un fanciullo, entrando frettolosamente con due bambine che gli trottÓvan di pari. E, tutti e tre, postÓronsi al banco.

Il caffettiere, lasciato il giornale, si alz˛.

Io adocchiÓi i piccini. L'omo, era in blusa celeste e in berrettino da soldatello. A parte quel po' di aria baciocca che i maschi hanno in sugli otto, trapelava nel musino di lui, la coscienza della sua doppia importante funzione di compratore, custode di una rispettÓbile somma. La quale somma egli chiudeva in un pugno. E tenŔvala stretta, ve'!

Ma e la bimba alla sinistra di lui? Qual fino e sentimentale visuccio!… visuccio promettente di quelle smortone impastate di chiaro di luna, che dove lÓscian lo sguardo, guÓi!

La puttina invece alla dritta, era un brioso raggio di sole. Non toccava i cinque anni. Tomboletta, latte-e-vino, con una vestuccia corta inamidata, reggŔvasi in su la punta delle scarpette; attaccando le palme all'orlo del banco, poggiava tramezzo a quelle, il mento.

E i sei occhietti — due neri, due grigi, e due castagnini — si attruppÓrono intorno alla mano del caffettiere. Questa, mise un pýccolo peso su'n guscio della bilancia; gli occhietti ve la accompagnÓrono: la si diresse a dipalcare un barÓttolo; gli occhietti le tŔnnero dietro: tach tach… il caffettiere lasci˛ cadere sul piatto le caramelle… tre, quattro, cinque… ad ogni tach, i fanciulli si sogguardÓvano e sorridŔvano.

Ma, per due soldi, i sorrisi non potŔano Ŕssere molti.

Mi venne un'idŔa.

Avvertito con una tossetta il mons¨ e mŔssomi a traverso la bocca l'ýndice, mi diedi, dietro dei bimbi, a far segni; cioŔ, ad accennare il barÓttolo, indi, a rovesciare la mano verso la coppa della bilancia.

Bah! Il caffettiere era proprio grosso di scorza. Salvo il cenno del zitto, non mi comprese per niente. Anzi: egli ebbe il coraggio — sottolineo coraggio — di ripigliarsi una caramella avvantaggina e riporla. Tre guardi mortificati la seguitÓrono e tre sospiri.

Cosý, fu il cartoccino aggruppato, e consegnato all'ometto.

Questi moll˛ allora il due-soldi. StŔttero tutti e tre, un momento, a vederlo sparire nel fesso del banco; poi, con un balzo di gioja, scappÓrono via.



* * *

Chiel, che voleva? — mi domand˛ il caffettiere.

— Volevo, che loro vuotaste il barÓttolo — risposi istizzito — Pagavo io —

Ei si rimase un po' grullo.

Contagg! — disse — bisognava parlare —

Foss'egli stato una donna!



TESORETTA


Chi pi¨ giojello da scatolino? chi pi¨ inviziata di Tesoretta?

Era venuta al mondo, proprio in una veglia, sopra un vassojo di chicche. AllorchŔ il musino di lei, vero sorbetto di frÓgole e crema, apparve, ognuno sorrise, ognuno si offerse a dondolarle la culla.

E sua mammina — che gioja! Tuttoci˛ che un amore, con zeppo di ventilire il turcasso, pu˛ comperare, fu. Tesoretta ebbe camýcie della pi¨ fina battista, ebbe scialli di trine, calzettuccie di seta, e come Tesoretta, al dire del mŔdico, era un arboscello da serra, la s'invilupp˛ in tanto armellino, in tanta mÓrtora, da farle rŔndere aria di un nettapenne.

Poi — oh aveste veduto il suo nido! — Prepuntato di stoffa, con un tappeto che acconsentiva come la polpa di una gamboccia, con un odore di muschio da disgradarne la carta da lŔttere di una elegante damina, esso inscatolava e una pýccola nanna di raso celeste e oro, imbottita con piume di cigno, e sedie che si ribaltÓvan soffiando, e poltrone che avrŔbber potuto requiare lo stesso mio cugino Guidella; di pi¨, sugli stipi, sulle cantoniere, una folla di nýnnoli, curiosi, gentili — grottesche figurine di avorio, organetti che gariglionÓvano, noci con entro mille ferruzzi per le pipite, e tiri a quattro d'argento e bastimentucci di filigrana e galantu˛mini giapponesi dalla testa pelata — che salutÓvano continuamente.

E in mezzo a tutti questi balocchi, il graziosýssimo di Tesoretta. Che vita lieta, la sua! Aperti i nerýssimi occhioni nell'ora in cui i martirelli dell'abicý cÓvano dai loro panieri e mela appiola e panetto, essa in bianco accappatojo a nodi azzurri, sedŔa alla pettiniera. E lÓ, mamma ravviÓvale i ricci, un giorno con un'acconciatura a ciuffi da scÓtole di canditi, un altro con una di fýlibus; dopo di che, spazzata una colazioncina di dolci, dei quali la si sceglieva i meglio incartati, usciva a spasso in un carrozzino di výmini, foderato di rancio amoerre, guidando con rŔdini di seta rossa un candidýssimo agnello. AllorchŔ poi il povero Mons¨ Travet si toglie con un sospiro di soddisfacimento le manichette di tela, il portinajo le rischiudeva il cancello e sberettÓvasi; infine, attraversato gloriosa e trionfante un pranzo, una conversazione, e qualche volta un ballo, essa si rifaceva la nicchia nel suo caldo lettino.

Venuta-su dunque cosý inaffiata di quintessenza di viola e fra tanta bambagia, Ŕ chiaro che la nostra piccina riuscisse delicata come un clichet fotogrÓfico. Sua mamma, anche oggi, se dÓ nel frontispizio della Cr˛naca Grigia, briscia, risovvenŔndole quel calabrone che un dý, con grande spavento di tutti, pungŔa un labbruzzo alla sua m˛rbida bimba, ed io, quand'ora stringo la grossa mano dell'alto baffuto Leopoldo, cugino di Tesoretta, rammento con pena quel biondo petulantello Poldino, che entrato di furia, dov'ella si stava con altri bottoni di rosa… ahi! le scocc˛ un buffetto sul naso.

Questo, del rimanente, fu il solo torto che le toccasse mai da bestiucce in calzoncini o gonnella: e pongo la distinzione, chŔ da quelli invece che non fanno uso di tali attributi, cosý necessari a' dý nostri per con˛scere il sesso, ella ne sofferse parecchi — principalmente da uno.

Chi? —

Den.

Den apparteneva alla mamma di Tesoretta; un levrierino grigio, svelto, dal lungo muso; di quelli che b¨bbolano anche di mezza state e sŔmbrano avere indosso una perpetua pulce. Den, co' su˛i improvvisi abbajamenti a degl'invisýbili mici, con le sue corse a fiaccacollo per poi subitamente restare, in sospetto, le orecchie tese, uno zampino levato, divertiva a crepar dalle risa il pacýfico e vecchio Tell — un bracco.

Bene, Den covava ruggine per Tesoretta. Quando, la prima volta, un rottame di z¨cchero pass˛ dalle dita della sua padrona nelle tascucce della puttina, maravigliato, offeso, adocchi˛: alla seconda, alla terza, guaý sordamente. Privarlo dello z¨cchero suo! Dio-cane! Che altro, fuorch'esso, gli rimaneva, ora, che un ukase municipalesco, appiccÓndogli una musoliera, una cinghia alla strozza, e per giunta, una corda, togliŔvagli di fiutare… le belle? Den fece un groppo al codino — quindi d'allora in poi si trovÓrono per la casa gheroni strappati dalle sottane di Tesoretta, si raccolse un cappellino di lei nel mondezzajo, si scoprý, rifacendo la nanna della bambina un… Scusa! non ti vedevo, Bigia.

E lý, quale tirata di orecchi! Den fu rinchiuso nello stanzino cui egli avrebbe dovuto prima ric˛rrere, e il guÓttero passÓndovi presso due ore dopo con una gazzetta in mano, stette in forse — atterrito da un rabbioso lamento — di aprirlo.

Intanto, nella sala a terreno della sua mamma, si rannicchiava sul fondo di un poltronone la bimba. Le manine di lei stÓvano appiattate in un manicotto di topo-bianco; sul manicotto posava un libro. Pur non guardava. L'Ónima sua parpaglionava lontan lontano, forse intorno a un cartoccio di chicche, forse ai mille barÓttoli e alle boccette di una bacheca di profumiere.

Ma, in quella — un grattýo alla porta. E la porta si schiude. Guýzzane, impetuoso, Den.

Egli si arresta, le narici soffianti, la guardatura bieca. Fisa Tesoretta e guÓjola.

Bah! ella non si move neppure. La fantasýa di lei o vola entro una mostra di cappellini, vera gabbiata di papagalli, o salterella dentro e fuor per le chicchere di un servizio lilliputiano da tŔ.

E ci˛ fa montare la sŔnapa al naso di Den. Ei balza sopra una sedia faccýa a faccia con Tesoretta; sciupa l'imbottito coll'unghie, dir¨ggina i denti.

Invano! la mimma non impallidisce neppure: ben in contrario, sorride; sorride con quella stessa grazia, con quella stessa tranquillitÓ, con cui riceve le amiche.

Ma, cielo! gli occhi del levrierino stral¨nano insanguinati. Egli soffia, egli ringhia. Di colpo si slancia su Tesoretta… Ahi! le morde la gota. E Tesoretta cade dal seggiolone gi¨.

E Den si getta nella finestra; precýpita, con un fracasso di vetri, in giardino.

— All'arrabbiato! all'arrabbiato! — grida una villanella fuggendo.

Buum — una schioppettata.

O poveretto Den! Ingelosir di una bÓmbola!? —



DE CONSOLATIONE PHILOSOPHIAE


— Dio solo il potrebbe — rispose solennemente il dottore.

Il volto di Arrigo assunse la pallidezza del volto della sua gi˛vine sposa, che — gravato il ciglio dalla mano di morte — giacŔvagli innanzi in quel letto, di tanta gioja ricordo e di tanta vita. Arrigo stette per dare in un urlo; si fren˛ a stento, e non potendo altrimenti, corse a celare l'ambascia nella stanza vicina. E lÓ cadde in una poltrona, le palme alla faccia.

P˛vera Lisa! p˛vera Lisa! Non un anno, da che Ŕragli apparsa nella solitaria e brulla sua via, qual rugiada, qual fiore — e vedŔvasela ancora, petulante di giovent¨ e freschezza, entrargli nell'ammuffýto studio, a mŔttergli in fuga i topi e le tarme, ad aprirgli le imposte al sole che crea, all'innamorata natura. Oh i libri si vendicÓvano ben crudelmente della loro rivale!

E Arrigo singhiozz˛ disperato.

Ma e non un conforto a tanta e sý orrenda e improvvisa jattura? dovrÓ mai l'uomo esser lasciato solo, senza difesa, alle belve affamate de' propri dolori? Che gli giovava di avere, anni e anni, impallidito sui libri, mietendo altr¨i esperienza, quand'ora, in bisogno, non se ne sapeva comporre un panetto? A che studii se non apprendi a výver da amico colla sventura, tua obbligatoria compagna? a che pensi?

O vieni, filosofýa! tu che guardando le cose e gli avvenimenti fuori di noi, li vedi nella loro essenza e non nella loro relativitÓ — tu che trovi a tutto una scusa e nulla ti fÓ stupore: filosofýa, che hai fatto ricca la povertÓ di Epicuro e felice la ricchezza di SŔneca; che hai in una dýsputa con sperimento cangiato l'agonýa di S˛crate e in una tranquilla accademia l'impero di Marco — o tu che non abbandoni chi ti ama; ¨nico patrimonio salvo dai colpi della fortuna.

Vieni e conf˛rtami. Dalle tue eccelse regioni, imperturbabilmente serene, ben sai il mondo cos'Ŕ — : un punto, un quasi impercettýbile punto. Che Ŕ dunque colle sue piccine passioni la umanitÓ? anzi — “fra il lampo di vita ed il tuono di morte” ov'Ŕ l'uomo?

Filosofýa, dammi, se non il sorriso, l'indifferenza almeno del saggio. Menti, ma cons˛lami.

Non c'Ŕ male, m'hai detto, donde bene non sorga. Natura Ŕ perpetuamente, incorreggibilmente buona. Al disopra di quelle nerýssime nubi, splende immacolato l'azzurro: si scioglieranno le nubi, l'azzurro mai. Se ti par dunque la vita un doloroso sospiro, non Ŕ forse la morte la cessazione di quello? e se la morte Ŕ di un dolore la fine, perchŔ la invidi, la imprechi, la vu˛i furare a chi ami?

Ami! — sý Ŕ vero — ma avresti amato poi sempre? — Lisa era bella… la vecchiaja avrŔbbela resa brutta: Lisa era buona… la bruttezza l'avrebbe fatta sembrare cattiva. Ma, or morendo immatura, essa ti lascia il ricordo di lei intatto. Ti sarÓ sempre e gi˛vane e bella e soave e… tua. Di desiderio pi¨ che di soddisfazione cibasi Amore. Eternamente si Ómano gli ideali perchŔ non raggi¨ngonsi mai. Cosa invece che cominci˛, Ŕ destinata a cessare. Or non Ŕ meglio che cessi innanzi la sazietÓ?

Epp˛i tu se' nato agli studii. V˛gliono pace gli studii… Dove trovare mai pace fuorchŔ in solit¨dine? Distratto dalle quotidiane meschinissime cure della famiglia, con un occhio alla pŔntola aspettata dai tu˛i figliuoletti e l'altro alla tua letteraria coscienza, avresti tutta la vita, per dir cosý, loscheggiato, di te insoddisfattissimo. Chi non procede per una sol via, di nessuna va a capo: chi l'arco non tende del proprio intelletto ad un ¨nico scopo, nulla colpisce. Ringrazia dunque la provvidenza, che per l'utile prova del duolo ti riconduce alla felicitÓ. I tu˛i libri ti han perdonato e ti attŔndono, pronti a riaprirti i loro tesori, a lasciarsi ancor lŔggere, fra linea e linea e nei mÓrgini, i riposti veri. Quali ore, quali giorni di voluttÓ con quŔi tu˛i vecchi compagni! Eccoti allo scrittojo, fatto un sol corpo con esso, immŔmore delle immondissime carni, palla galeotta dell'Ónima, immŔmore di quel bagno penale che chiÓmasi il mondo — Ŕccoti, nell'abbraccio fecondo con un altro cervello, generando idŔe da idŔe, conquistando terreno sull'avvenire — aggiungendo nuovi piuoli alla infinita scala vŔr Dio…

E giÓ il singulto di Arrigo taceva e trionfÓvagli la pupilla. Filosofia tanto invocata gli stava seduta sulle ginocchia e reclinava la testa contro la spalla di lui.

Quand'ecco, il dottore. La sua faccia da lunga Ŕrasi fatta tonda.

Stupirono l'uno dell'altro.

— Salva! — esclam˛ con voce commossa il dottore.

— Davvero? — fe' Arrigo.

La voce d'Arrigo scrocchi˛.

Era gioia? QuÓ coi vostri lambicchi, chimici dei sentimenti.



INSODDISFAZIONE


Era, nella cittÓ, l'ora, in cui i ciccajoli all¨mano i lor lampioncini, e i mangia-malta app˛stano i gatti, e i p˛veri vergognosi di nani, dagli ampi mantelli, fanno la traversata dalla bottega alla casa. Gli ¨ltimi raggi di sole avŔano arroventato una rastrelliera di casserole di rame, e si Ŕran rinfranti in una di maj˛liche e vetri, e fatto brillare una fila di guantiere e cucchiÓi di ottone; dunque, Ŕ una cucina la scena; ed io aggiungo, cucina di un'osteria mezzo perduta tra i monti.

Nella quale, ora, l'ombra ha inghiottito un gi˛vane di sŔdici anni, seduto in un canto. Chi, verso le sei, la chiacchierava alla porta, avŔalo visto a venire e ad entrare, lo schioppo a tracolla, un cane ai tacchi. Era, la giubba sua, frustagno, ma la f˛dera, seta. E il giovanetto, di dove avŔa pranzato non si era pi¨ mosso; insieme alle frutta, sopragiungŔvan le tŔnebre.

Siano le benvenute! Sentývasi stanco, forse. Scarpe di montanaro, nelle montagne, non bÓstano. Allora, la ostina avŔa deposte, inaccese, due stoppiniere dal piattel verde di latta sopra la tÓvola, e, mentr'ei si stendeva, chiudendo gli occhi, su 'na panchetta di legno, zitta, era andata a sedere sulla predella del vasto camino e si appoggiava, come a dormire, contra uno stipite. Il bracco poi, lappata la sua scodella di pappa, e leccÓtosi i baffý, giÓ stÓvasi accovacciato a pie' del padrone, i nottolini gi¨ — di tutti e tre il solo che non facesse per finta.

Infatti, sotto palpŔbra, il gi˛vane teneva lo sguardo fiso nella fanciulla. In confidenza, essa l'avŔa turbato fin da principio, quando, con una di quelle voci soavi, di argento, che ricŔrcan le vene, avŔagli detto “buon dý”, mentre, intorno alla voce, appariva il pi¨ bel grÓppolo di giovinetta che mai. E, com'egli avŔa voluto, per dare passata alla emozione che gl'imbragiava la gota, arrischiarsi a delle disinvolture, ajutando, ad esempio, l'ostina a dispiegar la tovaglia, a porre gi¨ i tondi e i bicchieri, a cavar l'aqua dal pozzo, questa emozione era invece aumentata; cosý, egli avŔa scelto un cibo per l'altro, bevuto aqua per vino… poi, si scottava, tagliava… TŔnebre, oh benedette!

ChŔ, protetto da esse, Guido ora pasceva la vista nella fanciulla, aggruppata al camino, e illuminata, a tratti, dal chiaror di uno stizzo. Con gli occhi, il giovanetto accarezzava, ricarezzava il viso di lei malinconicamente inclinato, dai colori contadineschi ma dal profilo di dama, e la sua bocca da baci, e il mento dal “sigillo di Amore”; poi, si godeva a smarrire nei folti e castagnini capelli; poi, sostato all'orecchio sur il grassello incorallato, veniva gi¨ gi¨ con le volte pi¨ tonde per un vŔrgine corpo, sciutto, sveltýssimo. E ritornava ai capelli, e vi scopriva un bottone di rosa. Oh felici le mani che ve l'avŔano messo! Pur non Ŕran le sue! e, sospirando, invidiava col¨i del quale la giovinetta sognava.

Or, chi era col¨i? Pi¨ di una volta, ella avŔa arrossito, e non di certo pel calor della fiamma. La giovinetta sentiva la presenza di Guido; stava, dirŔi, in una attesa vaga, che la mano di lui le frisasse la spalla; e desiosa e temente. Oh! com'egli era gentile! La ostina non poteva fuggire di confrontarlo con que' su˛i rozzi paesani, che non venývan da lei se non per pigliare la sbornia e attaccar delle liti, e le dicŔvano brutte e villane parole, e le buffÓvano in faccia il lor ributtante tabacco. Poi, quanto bello! (quý la ostina aggricchiava). Essa ancor lo vedeva con quel suo viso aperto, dal velluto di pesca, il sorriso che rischiarava, la pupilla azzurrina, buona come la stessa bontÓ. Ma lui era ricco, lui! essa lavava i piatti!

E lý, gonfi gli occhi, affisÓvasi gi¨.

Momenti, per tutti e due, di un acuto languore; momenti fuor dagli spazi e dai tempi, in cui scorgŔano, in una, migliaja di cose e di affetti a indefiniti contorni; momenti, che la m¨sica solo — universal lingua — saprebbe narrare.

Il silenzio, profondo; il cielo, stellato.

E cosý stŔttero… Quanto?… Non guardÓi l'orologio. So tuttavýa che sarŔbberci stati molto e molto di pi¨, se dalla chiesa vicina non f˛sser piovuti sulla osteria, gravi, severi, lenti, ¨ndici tocchi.

Quella, era una voce che rassegnata diceva “il tempo passa”. E taque.

Ma, quasi contemporaneamente, udissi un trach nella stanza. Tosto, il grido aspro del c¨culo ripetŔ l'ora.

E questo, un corollario maligno alla sentenza del cainpanile. ParŔa dicesse “dunque, svelti!”. E, trach, l'usciolo si chiuse.

La giovinetta si alz˛ con premura. Venne alla tÓvola, t˛lsene una stoppiniera, e, tornata al camino, chinossi e l'accese.

Guido lev˛ pure su. Prese la seconda bugýa, e, fÓttosi presso alla bella, le dimand˛ con la voce lý lý per tremare “una cÓmera”.

— Venga — disse in mezzo tono colŔi; e precede' Guido. E, uno dietro dell'altro, salýrono una scaluccia, stretta; salýrono lentamente, come se in cima li attendesse la scure.

SenonchŔ, ecco il primo ripiano.

E si fŔrmano lÓ. Guido china la candela di lui, intatta, verso l'accesa di lei; quanto agli sguardi, sono bassi di giÓ, chŔ ciascuno si crede sotto quelli dell'altro.

DiÓvolo di uno stoppino! non vu˛i pigliare, eh? ╚ Amore che ti fil˛? ti par di troppo anche una? Cert'Ŕ, che, adesso, i polsi dei due be' giovanetti non sono i propri per accŔndere lumi.

Ma, infine, aah! ci riŔscono. Le due fiammelle stanno un istante confuse, poi si distÓccano. E anch'essi. Auguransi la buona notte (intantochŔ se la danno cattiva); lui, apre un uscio e scompare; lei ridiscende la scala.

E il bracco? Il bracco, navigato vecchione, che ride forse tra i denti, si allunga alla porta del suo arancino signore.

Pare, dei tre, l'¨nico soddisfatto.



ELVIRA


Il giorno f˛ndesi nella notte. ╚ la pi¨ stanca ora per tutti e la pi¨ insidiosa per quelli, in cui i nervi tirannŔggiano i m¨scoli. GiÓ l'uomo cede alla donna, la riflessione alla spontaneitÓ. Tutti que' sentimenti, sepolti lo stolto giorno in un tenore di vita odiato e nel sospettoso contatto coi nostri cosý-detti fratelli, ris˛rgono, ci˛ che vi ha in noi di gentile, parla. NŔ le carezze di questa ora tristýssima son sconosciute ad alcuno, perchŔ tutti hanno in sŔ qualchecosa di buono, e ne hanno, perchŔ a nessuno Ŕ negato di amare.

Il commerciante conta infine un minuto di felice oblýo della sua doppia partita: il fil˛sofo ridiventa uomo; alza gli occhi dai libri, v˛lgeli al cielo. Ed ecco l'ombra si stende in quella parte che gli sembrava chiarýssima, dimossa da dove nulla vedeva. Týtubano i su˛i sistemi, sistemi dalla luciferesca pretesa di discoprire la chiave universale, sý laboriosamente cercati, presuntuosamente espressi, molestamente scritti, di una dottrina, pura difficoltÓ, di una difficoltÓ pura ostentazione, pasto futuro alle taciturne tignuole, e sente che un nonsochŔ scamperÓ sempre e poi sempre alla sua penna d'oca, che il multiforme imprevedibile caso regge la vita, non la sapienza, e capisce di nulla capire, o tanto, insomma, come il primo che passa. Difatti, non si sÓ bene che quello che s'indovina.

Ed io, fuggendo la sala, dove una mesta armonia confederÓtasi all'ora, mi strazia di voluttÓ, riparo nella mia cÓmera. Ho bisogno di piÓngere e le lÓgrime Ómano la solit¨dine. Ma no, non sono le an˛nime desolazioni di un tempo, tempo beato nel quale spremevo il pianto da occhi che non ne volŔvan sapere. Quelle pene, a paragone di queste, Ŕrano piume di cigno e foglie di rosa; era il desýo di un ideale, ne Ŕ adesso il rammÓrico.

Zitto! Malinconia, dal tÓcito piede, viene. Mi appoggio allo stýpite del caminetto in cui il fuoco sonnecchia e nella cui cappa pi˛vono gravemente gli echi di una squilla lontana “che pare il giorno piÓnger che si more” e…


* * *


Elvira era bella, e, quantunque bella, d'ingegno, e quantunque d'ingegno, buona. Di pi¨, p˛vera. O povertÓ benedetta! chŔ in te, o fastidiosa abbondanza, Amore sovente cade di sbadiglio e d'inedia. Dove la soddisfazione precede la voglia, la nausea la fame, oh di quanti alleati manca un affetto!

Elvira era bella, ripeto; non mi state a citare le vostre bellezze Greche o Romane, tutte le stesse. Ella era diversa delle altre; non sofferiva, s'intende, un di que' corpi, che si dýcono er˛ici, olýmpici, da abbracciarsi a riprese e ansando, roba forse per i templi e gli incensi, non per le case ed i baci; bensý di quelli, lievissimi, che si ponno raccorre in un mezzo abbraccio, senza doverli, per sentire qualcosa, oltraggiare. Guardando il suo frÓgile viso, in cui la forma perdŔvasi nell'espressione, non si poteva certo pensare che l'Ónima le dormisse, e, incontrando gli occhioni di lei, cilestrini, eruditi, lietýssimi d'ombra, si comprendeva perchŔ mai i poeti, a volte, li hanno uditi parlare. Le sue narici, un poco all'ins¨, un po' espanse, sagaci. La castagnina capigliatura, sciolta, l'avrebbe tutta coperta. Le manine poi di una trasparenza di perla, azzurrate di vene… Chi le baciava, beato!

Ed ella era d'ingegno. Per leggermente che voi con la mano le aveste sorraso il fil delle reni, ella ne sobbalzava e raddoppiava il sobbalzo. La fiamma vitale, lambente la volta del cranio, alimentÓvasi in lei nell'implacÓbile siero, genioso. Non leggeva ella i libri ma i loro autori, non gli strumenti sonava ma le armonýe, amava, non faceva all'amore. Presente lei, oh quanto gusto s'avŔa a dir belle cose! SenonchŔ, per questo medŔsimo troppo, il suo ingegno non poteva non Ŕssere improduttivo, non consumarsi tutto in sŔ stesso, com'Ŕ di quelle mostruose bellezze sforzate dai giardinieri. PoichŔ mancÓvale affatto quel tanto di non-ingegno che si traduce in isgobbo, divulgatore degli u˛mini grandi, e che guid˛ tale, sý confondendo l'esplicazione con l'essenza del genio, a definir questo “pazienza”. Ma, quel ch'Ŕ pi¨, l'ingegno di lei era simpaticissimo, non di quelli, cioŔ, consci, orgogliosi, i quali ci tŔngono, per cosý dire, tre passi indietro col cappello fra mani, ma uno invece modestamente baldo, inconsapŔvole, piano, come la VeritÓ prima della invenzione degli Óbiti; ingegno, che tanto non camminava per il diffýcile, quanto pel fÓcile, che guadagnava, non s'imponeva, che non cercava mai e sempre trovava.

Insomma, un ingegno che conducŔvala al buono. La penna di lei avrebbe potuto lasciarci il mite idillio, non l'aspra sÓtira dal male di fŔgato. Alla luce serena degli occhi su˛i, al suo sorriso soavýssimo disapprendŔvasi il male e pullulÓvaci in cuore ogni dimŔntico bene; ci stupivamo, anzi, del come, vivendo Elvira, potŔssero prosperare i malvagi. ParŔa di udire Bellini. Ma, ve'! intendiÓmoci, non si trattava di quella bontÓ dozzinale, imparata a memoria e mantenuta o per coazione od inerzia. Tutto in Elvira era ingenuo, tutto sincero, nŔ l'arte quý simulava il caso. Non dico con questo, che, ad educarle il delicato sentire, non fosse pure concorso la mel˛dica onda, che, nata appena, la accolse, e sempre la circond˛. O m¨sica, celeste dono!… tu, voce della caritÓ; tu, voluttÓ non corruttrice dell'Ónimo; tu placatrice, consolatrice, che vai dove la parola s'arresta; tu lingua universale fra le gentili alme, come, fra le villane, l'oro!

Ma l'acutýssimo ingegno di Elvira e la bontÓ senza fine, non Ŕrano certo i ripari migliori ai trabocchi della malinconýa, dolcezza amara dalle inesplorate profonditÓ… Non ch'Elvira facesse del convenzionale romanticismo; per caritÓ! no. Ella passava, senza scomporsi, dal clavicordio ai fornelli per ajutar la mammina, ma a volte, indugiata a mirare l'agonýa del fuoco o le imaginose nubi, spontaneamente cadeva in una malinc˛nica Ŕstasi, e le guancie le diventÓvan lucenti di mesta rugiada… perchŔ? per le sciagure forse a venire?… senonchŔ, una sola parola faceta, una ganascina scherzosa, bastava a dissiparle ogni bujo, e lei prestamente asciugÓvasi gli occhi, e rifacŔvasi allegra come l' arcobaleno.

NŔ alla graziosa figura d'Elvira mancava un intonatýssimo sfondo. PoichŔ ella avŔa, non un padre, ma un babbo, egregio violinista, e una mamma, l'˛ttima delle mamme, gi˛vani entrambi e che si amÓvano ancora benchŔ maritati, oltre due rose di fratellini non mai sazi di baci; e poichŔ abitava una casa la meno cittadinesca della cittÓ. N'era la via, fortunatamente; fuori di mano, e lÓ nŔ le rotaje nŔ i marciapiedi s'Ŕrano mai sovvenuti di entrare; sý bene l'erba cresceva al sicuro, e qualche volta si cogliŔvano fiori. La casa, pýccola, ma la porta grande, verace insegna del larghýssimo cuore e della stretta fortuna di quella famiglia, che sul secondo ripiano, con un bigliettino bellamente scritto da Elvira, ci accoglieva con un saluto di lieto augurio; e poi veniva l'appartamentino, p˛vero a stanze e a mobiglia, ma dovizioso di vista, riguardando un giardino dall'ombre spesse e profonde, di lÓ di cui verdeggiava un'ortaglia… e cosý via, per ortaglie e giardini, l'occhio arrivava agli spaldi, chiomati d'antichi castagni.

In quella casa si bevŔa un'auretta tutta della campagna e vi facŔa la luna le sue pi¨ strane e pi¨ poŔtiche apparizioni e commoveva il suono delle campane. Il dý gli augelletti, a sera i grilli. Di primavera in ispecie, un cinguettýo, un fruscýo senza riposo. Indisturbati, i pÓsseri avŔano sotto la protendŔntesi gronda costruito un villaggio di pensili cellette, e quando pi¨ denso pi¨ turbinoso, si faceva il cippýo, sul terrazzino d'Elvira ne piombÓvano coppie tenacemente avvinte, ebbre.



* * *


Correva Giugno; una giornata quanto mai soffocante; il cielo pioveva fiamme, vampeggiÓvano i muri; una di quelle giornate, che ti fanno sentire il fastidio della tua soma mortale e ti fan sospirare i monti e il lago. E neppure la notte ci era cortese di fresco; l'Óere continuava ad Ŕssere plumbeo; il cielo basso. ParŔa che tutta la terra stesse, colle fÓuci sbarrate, semiuste, attendendo lo scoppio di un temporale, il quale, sempre imminente, non risolvŔvasi mai.

╚ mezzanotte. Nella stanza di lei brilla un lume, ma Ŕ un lume velato; e s'ode un respiro affannoso, corto. Da cinque ore Elvira non mosse labbro, immota nel suo lettuccio. SenonchŔ il mŔdico ha detto, che nulla v'era a temere, che si trattava soltanto di una fra le stranissime nevralgie, la quale volgŔa al suo fine pronosticando una indubbia crisi felice, e i parenti di lei, che giÓ due lunghissime notti e due giorni hanno vegliato in angoscia, si son confortati al riposo, fidenti nella dotta parola e nella certezza, che la figliuola Ŕ salva. Infatti, il sordo lamento cess˛, e il mutar spesso di lato, e il convulso gemito: oh Dio!… Ora, a pie' del verginale lettino, Ŕ rimasta una giovinetta infermiera, coallieva di Elvira, dalla pelle di rosa e dagli occhioni azzurri, gravi di sonno.

Tacitamente la porta si apre e un gi˛vane entra sulla punta de' piedi. Egli Ŕ col¨i, che, in due dý, fu mille volte invocato da Elvira, quello cu' essa, nell'¨ltimo loro colloquio, baciÓndolo passionatamente, dicea: son tutta tua — prŔsaga del futuro. E Gigi si avvicin˛ al sommo del letto, guard˛ la giacente, poi, scorso lungo la sponda, ne chiese in isbÓttito alla gentilissima vigile. E questa, a fiore di labbro, a riprese, come permettŔvale il sonno, gli ripetŔ ci˛ che il dottore aveva detto di Elvira e ci˛ ch'Elvira di lui, tutte cose incuoranti, e cont˛gli, che nell'imaginoso suo morbo, Elvira sembrava che udisse melodie amorose. — Ora dorme — aggiunse — domani Ŕ guarita — e sbadigli˛ un sospiretto di gaudio.

Al che, Gigi, riattinto coraggio, torn˛ al capezzale della sopita, vi si siedette, e, assuefando la vista alla mezz'ombra che tutto avvolgeva, si pose a mirarla.

Le palpŔbre di lei Ŕran chiuse, abbandonata la gentile persona, un braccio fuor dalle coltri, fluente lungh'essa. Era l'affanno scomparso; non rimaneva che un sibilio leggiero.

In questa, la infermierina rest˛ addormentata, con la ricciuta testina, sul letto. Il silenzio facŔvasi sempre pi¨ nero, pi¨ pauroso…

A un tratto, udissi il ronzýo di un sinistro moscone, che entrava, che invadeva la stanza; che pass˛ e ripass˛ sfiorando la chioma di Gigi.

Gigi rabbrividý. Alz˛ la mano di Elvira, che leggermente tremol˛ nella sua, e, mÓdida di freddo sudore, se l'appress˛ alle labbra. Ma Elvira non si dest˛.

Il moscone andava intanto a picchiare, cocciuto, nei vetri, poi ritornava, ancor pi¨ insistente, pi¨ minaccioso di prima. Gigi fu colto da una strana inquietezza, da una folla di orrýbili idŔe, incalzante… ma no, non era possýbile!… quý non vi avŔa di che… e intensamente affisossi in Elvira. Anche il leggier sibilýo, cessato: una mollýssima quiete si diffondeva su lei, una pace perfetta. Ed egli ebbe un baleno di gioia, poi un balzo di tema. Abbandon˛ la diÓfana mano. La mano cadde sul letto, grave.

Gigi si drizz˛ in pie' vacillando. CredŔa d'assýstere a un sogno. Fu alla finestra, l'aprý.

Il cielo, caliginoso: in fondo, una lunga fila luminosa di punti, le lÓmpade del bastione… Ed agli occhi abbarbagliati di lui, nell'atrocýssimo dubbio di quello che era avvenuto e ch'ei non osava accertare, parve, che la processione dei lumi s'andasse stendendo su su verso il cielo… Baluginýo di lampo. Si scorse nell'imo orizonte una fuga di nubi, nere, ammontonate; si udý dai frondeggianti boschetti un improvviso cippýo, tosto amm˙tito. E insieme ad uno schianto di tuono, incominci˛ a grosse goccie a cadere la sospiratýssima pioggia.



LA MAESTRINA D'INGLESE


I

Tanto per cominciare


╚ una pýccola stanza. Serve, con vece alterna, e da sala da pranzo e da výsite, e, si potrebbe anche dire, da cÓmera a letto, chŔ i due sofÓ mi han punto l'aria di restar sempre sofÓ. TŔgoli troppi si vŔggono fuori, per crŔderci bassi di piani; troppa poca mobilia dentro, per crŔderci alti di fondi.

Squillo di campanello. Il campanello sussulta nella stanzetta; che la sia pure anticÓmera?

E al suono, una ragazza gentile si presenta a una porta, e leggera leggera corre a dischi¨derne un'altra. Ed ecco un bel gi˛vane biondo, alto, entrare, e tosto pigliarle con trasporto le palme.

— E il pappÓ? — chied'egli di sottovoce.

Aurora muove la graziosa testina tristissimamente.

— Ma il dottore, che dice?

— Dice: vi Ŕ un sol rimedio… morire. —

Aurora ha nel parlare la pi¨ adorÓbile erre del mondo. Ma, oŔ, signore lettrici, non vi sforzate a erreggiare; un rossetto e un bianchetto, come Natura dÓ, nel profumiere non troverete mai.

I due bei gi˛vani stanno zitti, mani con mani, sguardo con sguardo.

— Aurora! — geme una voce dalla stanza vicina.

La fanciulla si scuote, scioglie le sue dalle mani di Enrico, che con passione le preme, e accorre a chi chiama.

Enrico ode la voce dell'ammalato, diventando agra e stizzosa, dire alla figlia che lo si abbandona, che lo si lascia morire, anzi! che lo si desýdera morto… E Aurora, gi¨ a piÓngere.

— Oh l'egoista! — fÓ il giovanotto fra i denti, e sospira.



II

Patria potŔstas


Per veritÓ, tutti siamo egoisti. La differenza stÓ solo nei mezzi di soddisfare a tale suýsmo, i quali, chi ha lunga veduta, trova nella beneficenza; non sentendo, vo' dire, felicitÓ seco, fÓ in modo che quella ch'egli procura agli altri lo ill¨mini di riflesso; chi breve, crede cavare dal male, fomentato in altr¨i, un lenimento al suo; dal che, t˛ccano-via quelle due razze di u˛mini; una, gaja, ridente, che dispicca le rose coltivate da lei; l'altra, immusonita, instizzita, la quale si punge alle ortiche che semin˛. Oh il cielo ne guardi, in quest'¨ltimo caso, dai vecchi! La gotta costrýngeli su un seggiolone? come diÓvolo il mondo ha ancor baldanza di m˛versi? — PerdŔttero i denti? mÓngino tutti la pappa — Incendi Roma, pur che si cuoca il lor ovo… E, per disgrazia, il padre di Aurora — dico disgrazia e di lei e sua propria — apparteneva a costoro.

Al doppio egoista di una sedi˛la ad un posto, il signor Pietro Morelli non Ŕrasi maritato, che a procurarsi una serva e un materasso da botte, nŔ avŔa messo insieme una figlia se non a preparÓrsene un'altra, per quando la prima sarebbe andata fuor d'uso.

Un tiranno, giÓ, suppone un p˛pol minchione; e il signor Pietro si era ben scelto il suo p˛polo. Imaginate, che la donna di lui — di quelle p˛vere Ónime, prive di volontÓ o senza il coraggio di averne, Ónime nate ad ingloriosi martýri — curva sotto il trýplice peso della fatica, della mala salute e della continua ingiuria, usava, a sua maggiore querela, il sospiro; poi, stracca, frusta, avÚa, per la paura di contrariare il marito, aspettato e c˛lto a riposar tra quattr'assi, giusto il momento che la figliuola giungesse a imbracciare da sola il soprÓbito al babbo. E Aurora, Ónima anch'essa timida e per natura e abit¨dine, avŔa accettata la successione di mamma, tal quale.

Ma di lý a poco, il signor padre o padrone, preso da un mezzo accidente, perdeva le gambe e l'impiego. Cangi˛ egli allora di tÓttica. Il signor Pietro, adesso, aveva bisogno di ajuto, e veramente bisogno, per non Ŕsser pi¨ in grado di obbligare gli altri a prestÓrgliene: il signor Pietro era vile; credeva che dell'amor della figlia, sebbene (tra noi) potesse stare al sicuro, ci fosse poco a fidarsi; dunque diŔdesi a fare la vittima, a piÓngere, a lamentarsi. E la buonýssima Aurora, la quale, a dispetto di ogni rabuffo e d'ogni broncio di lui, l'avrebbe servito a ginocchi, ora ch'ei supplicava, pensate!

Sottile sottile era la pensione sua. Aurora, vogliosa che nel bicchiere di babbo rosseggiÓssene sempre del buono, salt˛ su a dire:

— Dar˛ lezioni d'inglese —

Il signor Pietro fissolla con dubitoso stupore.

— E sai l'inglese… tu? — disse.

— Sý — ella fece timidamente — da un pezzo. Me l'ha insegnato la mia maestra Racheli… PappÓ, scusa! — e aggiunse, che la detta maestra, la quale amÓvala molto, le offriva…

— No — interruppe il pappÓ, gentile come un chirurgo.

E tÓquero entrambi. No, avvertite, era la sua risposta abituale; sentiva, nel proferirla, uno strano piacere. Vero Ŕ, che dovŔa poi scŔndere al sý, ma pel momento era no.

Pur, questa volta, il diniego stette. Sospettoso come un topo frugato, il signor Pietro pensava che le lezioni d'inglese d'Aurora, se non Ŕrano giÓ, potŔvano convertirsi in tanti spedienti per istargli alla larga. Aurora gli avrebbe dato ad intŔndere ogni sorta di storie; ed egli, inchiodato su'na poltrona, con la finestra che non vedeva che gatti, avrebbe dovuto, o bene o male, inghiottirle.. No, no; egli s'amareggiava fin troppo quand'ella, per la poca provvista, era fuori.

Cosý pass˛ un anno; muro a muro la vita. Tutto, men la pensione, aumentava; ed il Governo, gi¨ imposte! chŔ, quasi fosse una vigna il paese, credeva arricchirsi l'impoverendo.

Torn˛ il dare lezioni d'inglese a far capolino. Aurora disse che la sua vecchia maestra avŔala cerca per una brava signora e, acconsentendo pappÓ…

— No — rispose, secondo il suo vezzo, quella delizia di padre. Pure soggiunse: — la vuol proprio imparare? ben, venga quý.

— Oh babbo! — sclam˛ la fanciulla con un ghignuzzo — chi pu˛ Ŕssere quello che fÓ dieci scale per una lezione d'inglese? —

Sul che, il signor Pietro si degn˛ di riflŔttere. 'Stavolta, il suo falso-egoismo se ne trovava di fronte altrettanto: lý si trattava di scŔgliere tra un po' pi¨ di minestra o un po' pi¨ di figliuola: e il signor Pietro, forse in quella a digiuno, si attenne al “po' pi¨ di minestra.”

Ma tuttavýa, volle e pretese un mucchio d'informazioni: dopo, imp˛sene uno di condizioni. Ed eccolo, mentre Aurora Ŕ lontana, atteso con l'occhio alla lancetta del pŔndolo, la quale ha trascorso l'ora fissata… Inquieto, egli manda e rimanda la ragazzina che gli tien compagnýa, sul pianer˛ttolo… E pÓssano altri dieci minuti… PerchŔ non torna? che fÓ?

Aurora entra pressosa, anelante.

Il signor Pietro, senza lasciar ch'ella dica, comincia a bajare come un can da pagliajo. Ed essa, alla prima in bilancia, risponde poi risentita. Egli, allora, fuori il secondo argomento! cioŔ il moccichino… Dio mio! ingrata figliola! Bianchi capelli! padre ammalato… tanto che, spaurita la tosa, con le perle negli occhi, e il singhiozzo, gli dimanda perdono.

Poi, un dý, il signor Pietro, veduto apparir la fanciulla con un mazzetto di fiori, si cacci˛ in testa che gliel avŔsser donato.

— ╚ per tŔ — ella disse e lo porse — l'ho comperato per tŔ — aggiunse, avvertendo alla nuvolosa aria del padre.

Ma — in segno di grazie — questi lo getta per terra. E fÓ “tu hai arrossito”; quindi, una scena d'ira e di pianto, il ricordo di cui, le lÓgrime molte di Aurora, Ŕbbero pena, assÓi pena a lavare.

O Ŕ vero ch'ella avŔa arrossito?

Sý… vero, che il mazzolino era un dono?

No…

Ma perchŔ io meglio mi spieghi, e voi men male intendiate, prender˛ il fazzoletto per un capo diverso.



III

Enrico San-Giorgio scopre la Terra promessa


Enrico San-Giorgio era dal suo quinquennale viaggio rimpatriato. ScÓpolo e milionario, fu accolto a braccia aperte dalle mammine, e le figliole Ŕbber licenza di compromŔttersi; qualcuna anzi, ingiunzione. E ben si poteva ubbidire; gi˛vane e bello era Enrico.

Ma!… egli era anche di spýrito, non qualitÓ da marito, sý che, guardÓndosi attorno, výdesi tosto, in mezzo ad amici che gli dicŔvano “se' navigato abbastanza”; a babbi che gli narrÓvano le domŔstiche gioje, apprese a colla-di-bocca in su i libri; a mamme — grandi e non grandi — che gli togliŔvano il fiato a furia di sesquipedali accoglienze con tanto di f˛dera, ora invitÓndolo a pranzo, per mŔtterlo accosto a collegialine pupazze sciocchissimamente belle, ora facŔndolo a forza ballare con vŔrgini stagionate, pudiche fino allo scÓndalo; insomma, výdesi in mezzo a una tal rete vasta d'intrighi, a tanta roba posticcia, che, stomacato e anche un po' impaurito, risolse fuggire laddove ancor si dormiva beatamente “il greve sonno della barbarie.”

Fermo nel quale partito, Enrico, un dý, soprapensieri passeggiava una via, riandando i paesi giÓ visti e quelli a vedere. EcchŔ non andrebbe al Giappone? lÓ, in quella terra da vasi, in cui il mondo Ŕ a rovescio, e i nostri non-sensi hanno senso, e le nostre eccezioni son rŔgole? Ei vi potrebbe comprare un bel servizio da tŔ, poi, tanta curiosa frugaglia — e palle d'avorio cinque-entro-una, e un vestiario di carta, e strani disegni (sogni fotografati) e scarpe di porcellana, piccine… e perchŔ no? forse coi loro pieducci vivi al didentro, con quel che segue al difuori… — Dunque, al Giappone!… si piglia prima per Suez; si fÓ il mar Rosso… tocco Ceilan, mi vi provvedo del buon zafferano, torno a imbarcarmi per Singapore e Sciang-hai, vo a Nagasaki, poi a Yokoama, poi, se si pu˛, infilo lo stretto di Kanagava… — Ed egli scorgŔa di giÓ i draghi-volanti nella imperiale Jeddo, quando “OŔ! la vita, signori! eh!” venne arrestato dalla carriola d'un perecottajo… Maledetta carriola!

Per cui, si trasse di banda contro di una bottega. Era questa di fiori; ci si vedŔvano vasi di novellini gerani e gar˛fani, desýo della p˛vera agucchiatrice; vasi di erba amarella, dittamo e ruta, amori della pulcellona; mazzi con il Vidoppio, musco; corone di bianche rose, da far parere pi¨ in fiamme la guancia di una vŔrgine sposa o pÓllida doppiamente quella di una vŔrgine morta; ma, il tutto, qual sfondo ad un pi¨ splŔndido fiore, dico ad una fanciulla, vero occhio di sole, ferma anche lei per la carriola di pere… Oh benedetta carriola!

E la fanciulla avŔa uno di que' tai visi, passavýa della tristezza, che fanno belli gli specchi, a colori e a contorno finissimo, dal naso gentilmente aquilino, e cui, gli occhi furbetti e un germe di malizioso ghignuzzo sul destro canto fra i labbri, dÓvano il moscadello. Le manine poi, lunghe, sottili, a mezziguanti di filo; una, sul seno come a fermaglio, tenŔa raccolto uno scialletto scozzese; l'altra, stringendo un mazzoluccio di viole, scendeva lungo la gonna a mille-righe di bianco e di nero. E, dall'imo di questa, usciva la mascherina di una scarpetta, piccola sý da mŔttere il dubbio se avrebbe potuto annidare una t˛rtora.

Enrico si sentý il cuore sommosso; capý i su˛i viaggi finiti; gli cadde di bocca lo scorcio di sigaro, e:

— Oh il bel mazzetto! — fece.

Allor la fanciulla gir˛ la testa alla voce, infiorando un sorriso; ma, come diede nel gi˛vane, arrossý tutta e volse lo sguardo al mazzetto, quasi a passargli quel complimento, che, sotto il nome di lui, Ŕrasele volto. Epp˛i, lesta lesta, partý. Ed egli, dietro.



IV

Chi pu˛ essere quello, che fÓ dieci scale per una lezione d'inglese


Pochi dý dopo “derlin-din-din!” sclam˛ il campanello di casa Morelli; e la servetta, che corse ad aprire, vedendo un gi˛vane biondo, svelto, bellýssimo, crede' che entrasse l'ArcÓngiolo Raffaele vestito alla moda.

Ned ella gli dimand˛ che volŔa, ned egli l'espresse, chŔ tutti e due Ŕrano giÓ nella sala, alla presenza del padrone di casa.

Al quale, il nuovo arrivato, fatto un inchino, chiese:

— Ho io l'onore di salutare il signor Pietro Morelli?

— Sý, per servirla — rispose l'infermo, alquanto maravigliato; e, dopo una diffidentissima pÓusa — Si acc˛modi. —

La servettina port˛ al forestiere una scranna.

Quello, siedette.

— Mi chiamo Enrico… Giorgini — poi cominci˛; e disse, ch'egli era un negoziante di panni, il quale, secco della tarda avviatura de' su˛i affari in patria, voleva recarsi in AmŔrica… giustamente a New-York… —

Il signor Pietro con un gesto assentý, quasi a dire: — Ma bravo!

— Tuttavia — segui il giovanotto — c'Ŕ un male… non conosco la lingua…

— GiÓ; Ŕ un male — convenne l'infermo.

— Ora, avŔa egli, il Giorgini, in una casa d'amici, udito a parlare di una signora Morelli, maestra d'inglese della contessa Orologi… di cui la contessa era enchantÚe… —

Quý il signor Pietro rifiut˛ con la mano la lode, quasi fosse per lui, bah!

— Dunque — conchiuse il Giorgini — prego la signora sua figlia ad accettarmi a scolare; scolare un po' vecchio, ma pieno di buonavoglia, e pregola inoltre di pormi un due ore ogni dý, perchŔ io passi da lei. —

Il signor Pietro, mentre Enrico diceva, ne masticava una a una le sýllabe; com'ebbe finito, trasse, a prŔndersi tempo, il moccichino di tasca, spiegollo, gli cerc˛ ai capi la cifra, e se lo applic˛. E, nel soffiÓrselo lentissimamente, vide ch'egli poteva a una volta imberciare in tutti e due i bersagli, cioŔ nel po' pi¨ di minestra e nel non men di figliola.

Nondimeno, rispose:

— Aurora, non deve star molto a tornare; ha ella pazienza di attŔnderla?

— Oh si figuri — fe' Enrico, che meglio non isperava. E attese. E, intanto, discorse di moltýssimo altro col vecchio, il quale, uno trovando che dÓvagli in tutto ragione, rimase giulebbe.

— ╚ quÓ — disse a un tratto l'infermo, additando la porta — La fÓ l'¨ltima scala… —

Enrico sentissi rimescolare; si alz˛.

— Stia c˛modo! — suggerý il signor Pietro.

Ed ecco, tenendo l'uscio dischiuso la servettina, entrare, con un visetto che ancor pi¨ brillava del s˛lito, Aurora. La quale, sul primo, scorgendo una persona inusata, sostenne la vispa andatura; poi, raffigurato chi era, ne sobbalz˛.

— Il signor Giorgini — disse allora il pappÓ — vuole imparare l'inglese. Ei chiede se pu˛i disporre di qualche ora per giorno, e di quali. Verrebbe quý — ed appoggi˛ la voce sul quý.

— Per mŔ, sono lýbere tutte — avvertý il giovanotto.

— PotrŔi dire anch'io lo stesso — fŔ, sorridendo e con quel suo monello aggricciare di labbra la tosa; (e dopo una irresoluzione: ) — Alle due? le vÓ? —

Enrico, che la bevŔa con gli occhi, e a stenti non con la bocca, fu per risp˛ndere che tutte le ore passate con lei, dovŔano Ŕssere belle — al par di lei, belle — ma si trattenne. Invece, parl˛ come scolare a maestro; le dimand˛ se l'inglese fosse una diffýcile lingua, chiŔsele conto delle pi¨ buone grammÓtiche, dei libri di prima lettura insomma, cerc˛ di tirare in lungo il coll˛quio, nŔ, al certo, lei d'accorciarlo. Oh! senza il babbo per terzo, chissÓ fin quando avrebbe continuato! Cosý, dovette finire. Enrico strinse la mano al pappÓ, poi alla splendente fanciulla. E, da quest'¨ltima stretta, il tremore, che naque ai polsi dei due e si propag˛ per le vene, disse lor cose che avŔano poco a che fare con l'Ollendorff e il Millhouse. Molto migliori per˛.



V

Progressi in inglese


Il dý seguente, incominciÓrono le lezioni. Non mai fu uno scolare pi¨ assiduo di lui, nŔ una maestra pi¨ puntuale di lei. Uno sedŔa ad un lato del tÓvolo, l'altra all'opposto; tra loro, in sul terzo, impoltronÓvasi il babbo; gli occhiali, volti ad un libro; gli occhi, un po' a destra, un po' a manca.

E, dopo due chiÓcchiere e sulla salute ed il tempo, aveva principio il dettato. Era curioso il notare com'ella facesse fatica a dir bene, egli a scrivere male. A volte, Enrico sostava a porre una domanda o un dubbio, o meglio, a consolarsi la vista; ed ella gli rispondeva turbata. Turbata? epperchŔ? perchŔ forse vedŔa che insegnava a un maestro? E, se sý, starsi zitta? a che?

Appresso, si leggeva il dettato; capital punto della lezione. Allora, le due sedie amorose s'avvicinÓvano sul quarto lato del tÓvolo, cioŔ in facciatina all'egoista poltrona del babbo, e la bella ragazza, con l'imo di un tagliacarte, apriva la strada ad Enrico, mentre cost¨i, spesso, si diperdeva a mirare, non la parola, bensý le dita affilate che gliela indicÓvano. E la ragazza: su, coraggio, signore; dica. —

— DiÓvolo d'un inglese! — borbottava il pappÓ. Tanto che lo scolare, tirato fuori dall'Ŕstasi, accentuava la ritrosa parola in modo, che, se Aurora gentile fosse stata solo maestra, n'avrebbe fatto tesoro.

A volte poi, e' si sentiva solleticare da un capriccioso riccietto o titillare la guancia all'appressarsi della rasata di lei; ancora un pochino, e si sarŔbbero tocche. SerrÓvali in quella lo smarrimento medŔsimo; Ŕrano come ubbriachi; leggŔvano macchinalmente o almeno credŔano lŔggere, chŔ, davvero, che forloccÓssero mai, neppur Centofanti sarebbe riuscito a capire.

Fortuna, che tutto l'inglese del babbo consisteva in beef-steak e roast-beef con la giunta dell'yes!

Ma un dý, usando essi di fare anche un po' di diÓlogo:

Whom do you love? — chiese la bella volgŔndosi ad Enrico e innamoratamente guardÓndolo.

Enrico non tŔnnesi pi¨.

I love you! — fece con entusiasmo.

La fanciulla arross˛.

Love? che significa love? — disse intorbidÓndosi il babbo e strascicando la voce.

E, a botta risposta, Enrico: mangio. —

Il Signor Pietro lampeggi˛ l'uno, poi l'altra, con un'occhiata tale, che, se le occhiate lasciÓssero il segno, quella li avrebbe uccisi di colpo. E, la lezione finita, ed il Giorgini partito, si die' a carteggiare il “Baretti.”



VI

Malus homo stultus est


Ma l'indomani dell'amorosa dichiarazione, Enrico anticip˛ di qualche ora la sua venuta in casa Morelli, cogliendo giusto il momento che la fanciulla era fuori. Quel dý, Enrico, avŔa un aspetto grave, b¨rbero, il signor Pietro.

— Ho da parlarle — disse il Giorgini, inchinÓndosi al vecchio; e siedette.

— Anch'io — oppose cost¨i con un sogghigno di tristýssimo augurio.

— Dica — acconsentý il giovanotto.

— No; dica lei — ribattŔ il signor Pietro.

Dunque, Enrico, piegossi un po' indietro sulla spalliera della sua sedia, passando la mano alla bocca e accarezzÓndosi il mento. Forse, avŔa apparecchiato un discorso, ma il discorso era ito.

Il babbo di Aurora lo guatava attendendo.

Enrico si stanc˛ di cercare:

— Signore — disse con risoluto cenno di capo — parliamo sgusciato. Io adoro sua figlia e gliela chiedo per sposa. —

Ve', il signor Pietro non mosse pure palpŔbra. Ma con calma rispose, calma di temporale per˛:

— Seppi io jeri, che ella faceva la corte a mia figlia; oggi lei sappia, che, quanto a sposarla, nichts! —

Enrico sentissi le bragia sul viso; pure, si limit˛ di arricciarsi i mostacchi; e con le belle belline difese la causa sua e di ogni cuore gentile; tocc˛ dell'immenso amore per lei, amore che pareggiava sol quello della ragazza per lui…

Al che, il signor Pietro sbuffava e barbugliava tra le gengive: oh! mŔttere in succhio una tosa… scusate se Ŕ poco!… giÓ; al taglio come le angurie… chi˛h eh!

Poi, Enrico lasci˛ il tema su amore e parl˛ numerario; disse, ch'ei non si chiamava Giorgini; sý bene San-Giorgio, dei San-Giorgio di Ponte (che volŔa dir milionari) per cui, egli ed Aurora, avrŔbbero circondato il lor babbo di tutti gli agi possýbili.

La quale ¨ltima corda non son˛ male al pappÓ.

— Insomma — finý il giovanotto, pigliando a col¨i, con preghiera e speranza, una mano — ella pu˛ fare la felicitÓ di noi due.

Bene; questo argomento — chi non vuol crŔder non creda — ruin˛ tutta la cÓusa. Il falso egoismo susurr˛ tosto all'infermo, che lÓ ove due si Óman da vero, un terzo Ŕ di troppo; ch'ei sembrerebbe una pezzuola-cotone, a villani colori, sudicia, in un cassettino di fazzoletti-battista, a ricami, bianchýssimi, profumati; poi, susurr˛ ch'egli trarrebbe la vita in un palazzo sý, ma non suo, in mezzo a tappeti, a tappezzerýe di stoffa, a mobiglia intarsiata, ma di altri… e d'altri anche la figlia! e, tra una folla di servi, servo; in conclusione, ch'egli vivrebbe splendidamente di caritÓ, senza il diritto ad un lagno. E Aurora intanto ed Enrico, a divertirsi, a gioire!… gaudiumque coeli poena poenÓrum damnÓtis.

Rispose dunque di netto:

— No —

No? Enrico era di s¨bita ira. Abbiate pazienza! c'Ŕ il vino spumante e c'Ŕ il muto. Enrico, alzÓtosi impetuoso, appoggi˛ sur il tÓvolo un pugno, tale, che lo isfond˛, gridando:

— Cattivisýssimo uomo! —

Il signor Pietro, lui e la sua poltrona, ruzzol˛ fino in fondo alla stanza, pÓllido, come se l'omŔrica botta avŔsselo contracolpito.

— Fuori!… via!… — gridava; ed Enrico spaventato dallo spavento del vecchio, pigli˛ a precipizio la porta.

Ma, a mezza scala, diede nella fanciulla.

— Aurora! — esclam˛, baciÓndola in viso — io ti chiesi a tuo padre. Egli… mi ti ha negata!… Lo spaventÓi… perdona — e in quattro frasi la fece conta di tutto.

Ed essa? Essa pure baciollo… basta? sý ch'egli uscý che lanciava scintille.



VII

Ultimi spruzzi di cattiveria


Appunto in quell'infÓusto giorno, il signor Pietro ebbe il secondo colpetto. Egli rimase due dý senza potere spiccicare parola, i denti serrati tanto, che a pena gli si riuscý a introdurre qualche cucchiajo di roba. NŔ il terzo colpetto si sarebbe fatto aspettare s'egli avesse saputo, che Enrico in persona era corso dal mŔdico e dal farmacista, e che ora stava presso di lui, trepidando, in attesa di nuovamente servirlo.

E il signor Pietro non rimise un pie' nella vita (quasi a rincorsa alla morte) se non per pror˛mpere ingiurie contro alla figlia ed all'amato di lei. ParŔa che non trovÓssene mai di bastante. Sý ne disse di quelle, che il mŔdico confess˛ ad Enrico ch'egli sentiva pi¨ voglia di mandarlo dal babbo che non di serbarlo alla figlia. E questa sciogliŔvasi in lÓgrime. Voleva proprio suo padre, che non le ne avanzasse una goccia per piÓngerlo morto.



VIII

Il testamento del signor Pietro


╚ di mattina; le sei. Il dottore ha detto ad Enrico, che l'ammalato pu˛ andÓrsene di minuto in minuto, e il giovanotto lo disse alla tosa. Sono dieci ore che il signor Pietro tiene chiusa la bocca e le palpŔbre gi¨, rannicchiato contro del muro e ansante: solo, alle prime parole di una domanda d'Aurora che avŔa sentore di chiesa e di preti, egli, impaziente, fremette.

E la fanciulla gli Ŕ accosto e gli ha una mano sul fronte, intantochŔ, nella medŔsima stanza, Enrico, dietro di un paravento, aspetta una parola di pace.

Verso le sette, il moribondo si volge a fatica, guarda la figlia, e con la voce, come l'occhio, appannata:

— Aurora — fÓ.

— Oh babbo! — e la ragazza lo bacia.

— Par che la vita mi lasci — egli geme. — E io… io fui molto cattivo… pi¨ che cattivo, con la tua mamma e tŔ… ma…

— Oh babbo! — singhiozza la tosa.

— Ma — egli riprende con pena — io vo' che tu sia felice… Tu devi giurarmi… Eh? giuri?

— Sý…

— Di non sposare il Giorgi… il San-Giorgio, perchŔ… —

Enrico diede un sussulto di cui vacill˛ il paravento, e si fuggý nella stanza vicina. LÓ si gett˛ su'na sedia, pianse. Oh quando stillossi, mio Dio, una quintessenza pi¨ acuta di malvagitÓ?



IX

Dichiarazione del testamento


Aurora entra lÓ dove Enrico si sta disperando, pÓllida, con due madonnine che le c˛rrono gi¨:

— P˛vero babbo! — sospira.

— E tu che hai promesso, tu? — chiede l'amante con un singulto d'angoscia.

Ed essa: quello che manterr˛.

Il giovanotto la mira con uno sguardo da folle, uno sguardo che preavvisa di serrare le imposte.

— O Enrico, esclama la bella — e chi ne toglie di amarci? —

E si amÓrono infatti, e si amÓrono sempre, chŔ il solo amore li tenŔa legati. E stampÓrono bimbi, intellettuali, formosi, i quali f¨rono a loro il miglior contratto di nozze e la migliore delle benedizioni





APPENDICE



1. LA VESTE



Aspettavamo da un'ora, io e la zuppa: questa si raffreddava, io mi scaldavo. Finalmente si udý un passo affrettato. Giannetta entr˛ vispa e gaja e... in una nuova toilette — la terza in un mese.

AggrondÓi le ciglia.

— Non mi sgridare — ella disse con una voce da tortora e facendo scherzosamente colla manina l'atto di turarmi la bocca. — ╚ percallo. Cinquanta lire.

Prevedevo assai pi¨ e perci˛ mi acquietÓi. Dir˛ anzi: l'essermela cavata a cosý modesto mercato mi fe' quasi contento.

Sedemmo a tavola. Giannetta era carina quanto mai e chiacchierava chiacchierava colla pi¨ amabile incoerenza. Al secondo bicchiere di vino, mi salt˛ la stupida idea di lodare il nuovo abito.

— Non Ŕ vero che ho scelto bene? — insinu˛ essa con premurosa dolcezza. — Per ottanta lire, credi, non si poteva avere di pi¨.

— Ma e non dicesti cinquanta? — domandai con sorpresa.

— Hai capito male, amor mio — rispose ingenuamente Giannetta. — Pare a tŔ, a tŔ che tanto t'intendi ed hai gusto sý fino, che valga meno? —

Certo, non pareva. Feci un moto d'impazienza ma non dissi parola. Avendo, del resto, giÓ consentito nella prima spesa, potevo anche imaginarmi benissimo di non aver pi¨ da pagare che trenta lire.

Cosý, il pranzetto, giocondo di vino e di sguardi, continu˛. Tra una spiritosaggine vecchia e un'asinaggine nuova, Giannetta uscý a dire di aver giurato alla sarta che le avrebbe, il dý appresso, fatto tenere il denaro dell'abito, soggiungendo con un sorriso: — capirai che, trattandosi di una sciocchezza di cento lire…

— Cento? — interruppi. — Eppure, la cifra, se non ho male inteso…

— Oh, stavolta hai inteso malissimo — sclam˛ essa con vivacitÓ. — Fa un po' il conto tu, tu che hai studiato di matematica. Ottanta la stoffa, sessanta la fattura, venti le spese… —

In principio di tÓvola, avrei rovesciato… la tÓvola. Ma eravamo giÓ a mezzo, e Giannetta, attraverso il mio vino, cominciava a diventarmi bellissima.

Per dirla in breve, ad ogni muta di piatti, il prezzo della veste di lei, come in una p¨blica asta, aumentava. Fortunatamente, i miei pranzi non sono lunghi. Quando si arriv˛ alle frutta, Giannetta aveva giÓ avvicinata la sua alla mia sedia, e, circuŔndomi il collo col braccio: — vedrai, caro — mi susurrava in voce di dichiarazione amorosa (e colle ditina giojellate e affusolate infilÓvami intanto nella tasca esterna dell'abito un conticino piegato in quattro) — vedrai che pomposa figura farÓ sul corso la tua amatuccia colla sua veste da… trecento lire. Sembra percallo, vero? ma Ŕ tutta seta. Ne sei persuaso?

E Giannetta si partý, com'era venuta, gaja e vispa. SpiegÓi malinconicamente il conto. Il conto diceva trecento cinquanta. Altro non mi restava che di pagarlo. E lo pagÓi di gran fretta per evitare il pericolo che mi crescesse anche in saccoccia.



2. DALLE “NOTE AZZURRE”



2527. Progetto di un libro, dal titolo “Goccie d'inchiostro” in cui il Dossi raccoglierebbe tutte sue briciole letterarie, avanzategli dai grossi pasti delle opere. Molte di queste briciole si trovano giÓ sparse e nelle sue lettere, e nell'Alberto Pisani ecc. e nella Palestra Letteraria ecc. come p. es. i bozzetti, intitolati Istinto — Balocchi — La casetta di Gigio — Giudizi della giornata — La fede — Un cas de conscience — Charitas — La corba — Le caramelle — Una fanciulla che muore — Una visita al papa etc. etc. — Tra i bozzetti potrebbe figurare anche uno dal titolo “I giochi”. “I Giochi” potrebbero stare anche nel L. VI. R. U. Eccone la traccia. - “Sei giÓ un ometto. Smetti di giocare che Ŕ ora” — cosý certi bravuomini di babbi dicono ai loro figlioli quando hanno infilato la prima volta le brache. Ma che dicono proprio, non sanno. — Anzitutto, che intendono mai per giocare? Rispondono “giocare Ŕ un fare cosa non utile” - “E per utile? ChŔ, se utile Ŕ ci˛ che soddisfa a un bisogno, anche il giocare Ŕ un bisogno, il massimo anzi ai bambini; ma se diciamo bisogno soltanto il mangiare ed il bere, o quante inutili cose! O quante son giochi. — E in veritÓ chi proprio gioca (che i nostri figli non ci odano!) siamo noi — noi i majuscoli bimbi — Che fanno lÓ tutte quelle genti, vestite dentro e fuori a un sol modo, ubbidienti a un tamburo; il cui mestiere Ŕ l'omicidio etc.? avec tutte quelle cose lucenti etc. etc.? Giocano — E quegli altri che vanno a dormire su quelle belle poltrone celesti affine di completare il numero di que' etc. che credono dirigere gli avvenimenti che camminano per proprio conto, attorno a un balocco che costa 17 milioni all'anno, che fanno? giocano — E quegli altri ancora, abbigliati di carta d'oro che fanno il mestiere di adorare un Dio creato da loro a loro imagine e somiglianza, che fanno con tutte quelle genuflessioni etc.? giocano — e quelli nelle academie che discutono in lingua italiana, se la lingua italiana esista; oppure a pesar le parole etc. che fanno? giocano — E giochi noi grandi uomini (grandi s'intende per la cresciuta) ne abbiamo a bizzeffe — titoli, decorazioni, mistico vaniloquio, cerimoniali etc. etc. Lasciamo dunque che i nostri bambini si trastullino il pi¨ lungo tempo possibile coi loro pezzetti di legno etc. Que' giochi non costano che pochi soldi — i nostri costano oro, sangue, lagrime — Tra i giochi, le reliquie, i santi, le processioni, i sistemi filosofici (encicli e recicli), la framassoneria — Illi a puero magnitudine formaque corporum tantum differunt, quia serio ludunt. — I vecchi = due volte bimbi. — I nostri orribili giochi.


2559. Temi. 1░ Una fanciulla, innamoratasi di un giovane, Ŕ sul morirne. I parenti di lei, vogliono sforzare il giovane a sposarla — Il giovane, innamorato d'altra, rifiuta — Ma la sua amante, saputa la cosa, unisce i generosi suoi sforzi a quelli dei parenti della fanciulla morente. La quale, per riconoscenza, diviene amicissima della generosa. Conclusione. Il giovane vive con tutte e due — e vive in perfettissima armonia. - 2░ Tale s'innamora fieramente di una, che non gli corrisponde. Disperato, egli cerca dimenticarla, e dopo indicibili sforzi, ci riesce, mercŔ un'altra. Ma allora, quasi a vendicarsi, Amore scende in colei che negava, la quale, ricomponendo nella mente la figura del lontano giovane, a poco a poco se ne innamora perdutamente. Ma Ŕ tardi.— 3░ ╚ la sera. Una bellissima faccia di ragazza sta appoggiata alla vetrina di una bottega, guardando verso la strada. Passa un giovane, pien di tristezza e d'amore. I loro occhi s'incontrano: le loro labbra si aguzzano le une verso l'altre — e i due giovani si baciano attraverso il cristallo. Donde un amore — 4░ Due fidanzati vanno dal notajo per l'atto nuziale. Si trattava di un matrimonio fatto pi¨ tra i parenti che tra gli sposi. Il notajo Ŕ un bellissimo giovane. La fidanzata se ne innamora. Rifiuta di sottoscrivere l'atto etc. — 5░ Racconto in cui ci siano due figli di madre nobile e di padre plebeo, che trattano d'alto in basso il padre. UmiltÓ del padre in loro riguardo etc. —


2571. Temi. (G. I.) l░ Un bimbo dÓ a un povero vecchio accattone un lucidissimo cinque quattrini statogli regalato dal babbo. Il vecchio, ingannato dal suo luciore, lo piglia per un marengo, e corre dietro al bimbo per restituirglielo, credendo di averlo avuto in sbaglio. Dispiacere profondo del bimbo, perchŔ la moneta Ŕ davvero un cinque quattrini. — 2░ Passo per una via. Un poveretto mi cava il cappello. Io credo ch'ei mi saluti a gratis e gli rendo gentilmente il saluto. Mortificazione del poveretto — 3░ Molte buone azioni ci vengono in mente, quando appunto non c'Ŕ pi¨ tempo di farle. Un povero straccione cade sotto di un omnibus. Non si fa nulla di male. Vien rimbrottato dai passanti, cacciato a spintoni, schernito. Io passo oltre. Strada facendo, penso quanto bene avrei fatto, a lui ed a me a pagargli un bicchiere di vino, bevendo seco. — 4░ Due s'incontrano: credono raffigurarsi e fanno per portarsi la mano al cappello. Conosciuto l'errore, si pigliano, invece dell'ala del cappello, il naso. —


3711. I villani. Nella stalla in mezzo al fimo, suocera e nuora s'insolentiscono. Anche nelle societÓ meno sporche ci si odia, ma l'odio Ŕ almen vestito d'amore. Quý tutto Ŕ natura. La suocera dice alla nuora “putana de voeuna, nissun v'ha volsuu, fin quand avii trovaa on asnon come mŔ fioeu”. — Nuora: s'cioppee, brutta porca d'ona veggiassa! — Suocera: sont stava quindes dý amalava e s'hii mai venuu a trovamm — Nuora: crepavev minga l'istess! — e cosý via (dal vero). — Bizz. V. 3627 Catalogo etc. 42. I contadini rifiutano il medico intelligente e si danno anima e corpo a certi loro ciarlatani che si vantano di possedere la grazia miracolosa. Costoro entrano nelle capanne a segnare il malato, (e se questo Ŕ una donna anche a palpeggiarla) e gli borbottano su certe turchine preghiere da un libro fratesco in cui si trovano scongiuri per ogni sorta di male o impedimento maligno. — Bozzetto — Io e Mons.re Bignami in una casipola, un dý, confondiamo e fughiamo uno di tali strion stobbiaroeu, tirando fuori i soliti argomenti relat. alla buonafede, alla ignoranza, al ciarlatanismo. — Poi usciamo. Strada facendo, il discorso passa allo spiritismo e il Bignami mi parla con riverenza dei mediums etc. Concl. ╚ una ignoranza la nostra un po' pi¨ alta di quella dei contadini, ma Ŕ sempre ignoranza.


4003. Della vita intellettuale e della fisica. Sono al balcone — mi sento squilibratissimo. (!) Vedo in giardino il Porro, aitante della persona, tutto salute ecc. Invidio alla sua vita. Penso e confronto la vita infelice dei nervi e quella felice dei muscoli. Entro, seguendo il mio destino, nello studio, sconfortato e piangendo. Mi metto a leggere, poi a scrivere. A poco a poco mi si compone la cerebrale congestione del genio, e l'entusiasmo conflagra. Capisco allora quanto le gioje intellettuali vincano le altre, e dico, pensando al P.: egli non avrÓ mai questa divina voluttÓ.