Giuseppe Manno

 

Storia di Sardegna

 

 

LIBRO PRIMO

 

Le prime origini delle nazioni coperte sono di tenebre anche presso a quei popoli i quali ebbero in tempo scrittori atti ad investigare le cose antiche, ed a tramandare ai posteri li fatti celebri della loro età. La greca mitologia, impadronitasi d'una gran parte delle scarse ed inesatte tradizioni dell'antichità, volendo tutto abbellire, ha tutto svisato, dimodoché più inestricabile riesce il viluppo che incontrasi nel separare dall'ingombro dei racconti favolosi l'impercettibile germe di verità talvolta racchiusovi. Non è dunque da meravigliare se la storia di un paese, qual è la Sardegna, privo nell'antichità di illustratori propri, presenti a chi fassi ad indagarne i primi tempi molta oscurità; e se, passate essendo nelle sue terre colle greche colonie le greche illusioni, non inferiore alla mancanza sia l'incertezza degli storici monumenti. A chi non voglia perciò lasciarsi sedurre dal bagliore dei nomi eroici ed a chi rinunciare non sappia a quella severa critica, la quale libra anche le più rispettabili autorità, forza è l'avanzarsi con cauto ragguardamento nella disamina delle classiche narrazioni, nelle quali più facile fia nulla omettere che tutto accettare. Molti dei sardi scrittori, invece di arrestarsi a tale difficoltà, cedettero alle lusinghe della fantasia, ed impiegando maggior diligenza che discernimento nel raggranellare quanto l'antichità ci lasciò, poco curarono la strana mescolanza delle gesta mitologiche, purché un tal quale collegamento ne derivasse d'epoche istoriche. In tal modo la frequente gara d'occupazione che insanguinar dovette talvolta in quel tempo i lidi della Sardegna, nobilitata fu col nome di alcuni semidei; e noi goder possiamo tutto il conforto d'una ridente immagine laddove i nostri primi antenati sperimentarono forse tutta la durezza delle calamità.

Altri dei nostri annalisti, non paghi di accreditare le chimere greche, vollero anche dilatare la sfera dell'invenzione, e dove mancava il soccorso della favola, cimentaronsi a trarre menzognere conghietture dalla verità. Vi fu infatti chi senza punto peritarsi prese ad affermare aver la famiglia di Cettim, terzogenito di Giavano, scelto sua sede nella Sardegna, e ciò non bastandogli, il nome pure dell'isola tentò di porre d'accordo con quello del novello colono, e Cizia chiamolla, e da Cizia derivò con dure contorsioni di vocaboli quante mai appellazioni approssimanti poté frugare nella sarda topografia. Non mancò anzi chi con maggior franchezza salì ai tempi stessi antidiluviani e volle che il principio delle sarde istorie fosse quasi contemporaneo alla Genesi.

Ma io imprenderei con sinistri auspizi a scrivere queste pagine se mi lasciassi aggirare da eguali illusioni, e digradata ne rimarrebbe quella gravità di giudizio, con la quale m'è d'uopo fronteggiare le difficoltà non poche dell'opera intrapresa. Darò pertanto a questa storia un esordio meno alto, ma meno arrischiato; seppure storia hanno propriamente da chiamarsi le prime notizie che anderò raccogliendo, perché la storia si compone di fatti coordinati e dipendenti ed a noi l'antichità somministrò solo relazioni isolate; né varrà forse a sostenerne l'interesse la critica disamina dei fatti, come può valere a sostenerne la dignità il nome dei classici scrittori dai quali sono tratte.

Molti e celebri sono gli antichi monumenti ai quali si deve la memoria delle varie colonie approdate nella Sardegna. Lo stabilire fra esse una gradazione di tempo, come taluno degli storici sardi intraprese di fare, opera sarebbe scabrosissima, e ciò che più monta, infruttuosa; tanta è la sconnessione ed il poco accordo delle notizie rimastene. Sarà perciò miglior espediente rammemorarle tutte, senza fermarne l'epoca, o non dare altro peso alle asserzioni che quello può derivare dalle conghietture.

La Sardegna ha dovuto dai tempi li più lontani allettare a trasmigrare nelle sue terre quelli sciami di sovrabbondante od irrequieta popolazione i quali nell'infanzia delle società sì di frequente mutarono sede, costrettivi le più volte dai bisogni della vita pastorale ed invitativi sovente dalla facilità di trasportare con esso loro tutto ciò che più vivamente ne attacca al suolo natio, la famiglia cioè, e la proprietà. Situata la Sardegna nel centro del Mediterraneo, a poca distanza dall'Italia e dall'Africa, d'accesso agevole pei capaci suoi porti e pelle sue comode rade, ricca anche in prossimità ai litorali di vaste praterie, poté attirare a sé lo sguardo dei primi naviganti ed invogliare ad occuparla molte famiglie nomadi.

Quale però che fosse in ragione della vicinanza la facilità del passaggio per gli abitanti dell'Etruria e dell'Africa, inclino a credere che fra le colonie delle quali gli antichi ci trasmisero la memoria, quella dei Fenici sia stata una delle prime a tentarlo, non dovendo ragguagliarsi quella facilità colle materiali distanze, ma coi mezzi di più agevole tragetto. Né alcuna nazione potea gareggiare in quei tempi cogli arditi navigatori di Sidone e di Tiro, che primi perigliaronsi ne' sconosciuti mari dell'Occidente, e visitando non le coste sole del Mediterraneo, ma i litorali anche dell'Oceano, sparsero in ogni luogo le loro colonie e da ogni luogo trassero alimento al crescente ed esclusivo loro commercio. All'opulenza procacciata ai Fenici dal loro soggiorno nella Spagna, riferisce Diodoro Siculo la causa per cui, allargandosi maggiormente la loro navigazione ed industria, non alla Sicilia solo ed all'Africa, ma eziandio alla Sardegna estesero le proprie colonie. Descrive egli li grandi incendi suscitati nelle vecchie selve dei Pirenei e come quella vasta e prolungata combustione facilitò la scoperta delle ricche miniere d'argento racchiuse in quelle montagne; l'uso di questo prezioso metallo ignoto era a quei rozzi montanari, ma non agli arditi mercatanti della Fenicia, i quali con vantaggiosi permutamenti lo attirarono a sé in quantità sì grande, che, se prestar fede si deve a quello storico, non potendo le navi reggerla, forza fu di convertirne una parte in attrazzi di marineria.

Se lice andar oltre colle conghietture, forse non di soli Fenici erano composte le colonie da essi condotte. Molti popoli dell'Oriente, e specialmente gli antichi abitanti della Palestina, minacciati di una intiera distruzione dopo le conquiste di Giosuè, estendentisi fino ai confini di Sidone, dovettero rifuggire a questa città e sentirvi l'influenza della novella società; molti ancora saranno forse stati in quei tempi gli avventurieri invaghiti della rapida fortuna di quei navigatori, e profferentisi a diventar soci di nuovi tentativi; né strano sarebbe il paragonare all'ardenza suscitata nel decimoquinto secolo della nostra era dai primi felici passaggi alle due Indie, la bramosia di migrazione che destata sarassi presso agli orientali al ricevere la notizia delle selvagge ma feconde contrade dell'Occidente.

Checché ne sia, se non alle colonie, alla navigazione almeno fenicia dovuti sono li molti vestigi di costumanze o monumenti orientali che ricordano il lungo soggiorno fatto nella Sardegna da popoli usi alla vita pastorale. Fra questi li più degni dell'attenzione degli eruditi sono quei vetusti edifizi, che conosciuti sono nell'isola col nome volgare di noraghes, e sui quali varie opinioni si pubblicarono; perché largo era in tanta distanza di tempi ed oscurità di notizie il campo alla libertà delle conghietture.

La natura della presente opera non permette ch'io ne intraprenda una scientifica disamina: non perciò mi terrò di accennare che la forma conica dei noraghes la forma è pure dei più nobili ad un tempo e dei più rozzi monumenti dell'antichità, dei quali anche al dì d'oggi dura il ricordo nelle piramidi dell'Egitto non meno che nella capanna del pastore; come la costruzione loro, la quale altro non è che un adunamento di grosse pietre non collegate da alcun cemento, una è del pari di quelle strutture che nell'infanzia delle arti dovettero le prime saggiarsi dagli uomini. Per la qual cosa, fino a quando migliori argomenti non iscopransi d'un'età meno remota, ogni ragion persuade che riferirsi debba l'edificazione dei noraghes alli più antichi popolatori della Sardegna, e non già ad alcuna delle colonie posteriori, o greche, o spagnuole, o libiche, le quali, come in appresso si leggerà, meglio conosceano le arti dello edificare.

Alle più antiche colonie orientali convengono egualmente le conghietture che posson farsi sulla destinazione degli stessi monumenti, li quali se, come avvisano i più savi, credersi debbono sepolcri antichi di tribù o di famiglie, maggiormente ritraggono per tal ragione dalle costumanze dei popoli dell'Oriente. Quelle brigate vaganti dietro alle loro greggie obbligate a tramutar dimora ogni volta che pativano disagio di pascolo, e prive di quell'allettamento della stabile proprietà che ha più di qualunque altra cosa influito a ragunare le famiglie sperperate, non riconosceano altro dominio permanente che quello d'un pozzo e d'un sepolcro, ai quali tutto l'interesse e, se lice così chiamarlo, tutto il lusso rivolgeasi di quelli uomini. Gravi lamenti fece Abramo ad Abimelecco, re di Gerar, perché lo aveano i di lui sudditi privato d'un pozzo da lui scavato: togli queste sette pecore, diceagli quel patriarca, acciò servano di testimonianza del mio dominio»; ed un'alleanza, la quale muovea solamente dal vantaggio oggidì tanto lieve di un filo d'acqua, diede a quel pozzo il nome durevole di pozzo del giuramento. Eguale interesse dimostrò Abramo nell'acquisto del terreno necessario al sepolcro della consorte sua Sara: io sono straniero e peregrino appo voi, diceva egli ai figli di Eth; concedetemi il diritto di sepoltura»: né bastò l'esibizione da essi fattagli dei sepolcri loro gentilizi, ch'ei volle comperare con privato diritto la doppia spelonca di Efron, che diventò poscia la tomba della sua famiglia.

E non senza ragione questo addiveniva. Il sepolcro, presso a quelle tribù di vita errante, era quasi l'unico monumento visibile che valesse a ricordare alla posterità i nomi degli antenati ed a serbare inalterate le verbali tradizioni dei maggiori; allo splendore perciò del sepolcro le sollecitudini si dirigeano dei padri di famiglia. Ora qual materia a tal uopo più acconcia e più durevole potea offerirsi alle popolazioni nomadi della Sardegna in quei tempi di tanta semplicità, se non l'ammasso delle grosse pietre sparse nella campagna, od accumulate talvolta dai pastori per sgomberare le praterie? Di non dissimili monumenti giovavansi gli antichi patriarchi ogni volta che voleano perpetuare qualche rimembranza. Allorquando Giacobbe strinse con Labano il suo accordo, tolse egli una pietra, e dopo averla innalzata, ordinò agli astanti ne portassero altre, e formatone quindi un cumulo disse: questo monticello e queste pietre servano di testimonianza fra te e me». Così la memoria più cara all'uomo, quella della sua fama dopo morte, assicuravasi nel modo istesso col quale in quei primi secoli si guarentivano gli interessi maggiori della vita.

Alcuni usi potrebbero anche oggidì notarsi che discorsero per avventura dal soggiorno in Sardegna di popoli orientali, od almeno dalla vita pastorale degli antichi coloni dell'isola; giova tuttavia in sì grande distanza di tempi fermarsi in epoche meno lontane. Ecco come Strabone descrive alcuni degli abitanti di Sardegna dei tempi suoi: Quattro schiatte di montagnari vi esistono, i Tarati, i Sossinati, i Balari e gli Aconiti, abitatori tutti di spelonche: non seminano i loro campi, o ciò fanno a malincuore, ed i più diligenti vicini depredano; i pretori con istento li comprimono, difesi essendo dal clima micidiale, e colgono per sorprenderli l'occasione delle fiere che celebrano per trafficare delle loro prede». A questo quadro della vita pastorale dei Sardi degenerata in barbarie, può contrapporsi il seguente della vita pastorale nobilitata dall'indipendenza. Diodoro Siculo così figura alcuni popoli della Sardegna più ch'altri intolleranti del giogo cartaginese: Gli Iolei allontanaronsi dai conquistatori, ed intanati nelle montagne e scavati sotterranei abituri, la vita sostentarono col frutto delle greggie: larga ebbero quindi copia di vitto, e il latte, il cacio e le carni diedero loro bastevole nutrimento. Questo tenore di vita durano anche oggidì liberi dalle molestie dell'agricoltura, e comecché i Cartaginesi mosse abbiano contro a loro grandi forze, la difficoltà nondimeno dei luoghi ed i laberinti delle sotterranee cavità li difesero dai loro tiranni, ed i Romani stessi colla loro forza guerriera tentarono invano, benché spesso, di soggiogarli».

Rimembranze sono queste ed immagini dell'antica vita pastorale menata in Sardegna dai coloni dell'Oriente, o da quelle altre nazioni che ne provenivano; giacché dall'Oriente mossero le prime pacifiche migrazioni dell'umana schiatta, come dal settentrione sbucarono in tempi posteriori le orde selvaggie dei conquistatori dell'antico mondo. Non è perciò fuor di proposito, per quanto ragguarda alcune di queste usanze, l'accomunare con le colonie direttamente giunte dalla Fenicia le altrettali sopravvenute in Sardegna, e le Greche specialmente, sull'arrivo delle quali splendide ad un tempo e numerose sono le testimonianze che ne restano.

Se il numero ed il merito degli scrittori detrarre potesse alcuna cosa al discredito di un nome mitologico, un'epoca gloriosa e di somma sua utilità dovrebbe la Sardegna contare nella tanto celebrata venuta di Aristeo, che il primo insegnò agli isolani le regole dell'agricoltura, e il governo delle pecchie e l'arte di coagulare il latte. Diodoro Siculo descrive il di lui viaggio da Coo alla Sardegna e come ebbe a soffermarvisi allettato dalla vaghezza del luogo. L'autore del libro delle cose mirabili, attribuito ad Aristotile, predicando la gran fertilità dell'isola, l'attribuisce all'influenza del di lui soggiorno. Solino fondatore lo chiama di Cagliari e pacificatore delle nazioni rivali esistenti nell'isola, le quali di buon grado il riconobbero per loro signore. Silio Italico gli fa dalla madre additare il ricovero della Sardegna qual conforto alle disgrazie paterne. Pausania ricorda la colonia greca che lo seguì a quella volta. Ma nuoce alla credenza il padre Atteone, la madre Cirene, e più ch'altro l'aureola favolosa che circonda il di lui nome caro più agli amatori delle muse in grazia degli immortali versi di Virgilio, che ai ricercatori delle storiche verità. Se tuttavia si può sotto il velame degli strani racconti rintracciar qualche verità nascosa, forse non sarà incoerente il determinare colla scorta delle mutazioni attribuite ad Aristeo l'epoca del primo cambiamento dalla vita errante pastorale alla vita più agiata dell'agricoltore, dandone il pregio alle colonie greche approdate nell'isola nei secoli chiamati eroici.

Soprasta alla colonia d'Aristeo per valore di monumenti quella che dicesi condotta dall'Iberia sotto il governo di Norace, della quale fanno menzione Solino e Pausania. La città di Nora che ne trasse il nome; l'esistenza dei popoli noresi, che da Plinio si chiamano dei più celebri della Sardegna; le reliquie dei vetusti monumenti, che anche oggidì veggonsi in quei contorni ed ai quali la tradizione serba il nome antico, fanno sufficiente testimonianza che un uomo di quel nome od occupò o sottomise qualche tratto dell'isola, od introdussevi mutazioni tali da meritare che una derivazione del di lui nome vi si perpetuasse.

L'istesso nome non sarebbe estraneo a quelle moli, che dissi già orientali, quando in tanta successione di secoli si fosse serbata senza alterazione di vocabolo la vecchia denominazione; ma non esistendo migliori conghietture, dee pensarsi piuttosto che accresciutasi coll'andar del tempo la confusione delle antiche memorie, siasi poscia spenta la tradizione più veritiera; per la qual cosa poté il volgo, colpito dall'aspetto di quelle moli, attribuirle ad uno od altro dei primi condottieri di colonie maggiormente venerati in Sardegna, senza che ciò basti ad assegnare a quei monumenti una diversa origine; che l'aver anzi li popoli noresi innalzato prontamente una città, gli mostra già sì avanzati nelle arti dell'edificare, che la costruttura di quelle strane e rozze moli sarebbe stata per essi o troppo semplice o senza utile scopo. I Noresi oltre a ciò non occuparono mai in Sardegna un'estensione tale di dominio da esercitarvi un'influenza generale, e quelle moli essendo sparse sulla superficie intiera dell'isola, devono certamente l'esistenza a popolazioni o di conformi costumanze o di vita vagante, locché non può altramente intendersi che ricorrendo alle primitive orientali colonie.

Non dissimile alla conghiettura che dalla città di Nora e dai popoli noresi si trasse a ravvivare la fama dell'ibero Norace, potrebb'esser quella derivante dal nome della città d'Olbia e degli Olbiesi, onde aumentare il novero dei nostri nuovi popolatori con una colonia celtica capitanata da Galata, figliuolo d'Olbio re de' Galli, se non mancasse a comprovare la venuta in Sardegna di questo principe alla testa dei suoi Celti e la fondazione fattavi d'una città a memoria del nome paterno, ogni altro argomento; che tal nome non merita per alcun verso la testimonianza, della quale sola si conforta lo storico Fara, di Annio di Viterbo, impostore troppo noto per la pubblicazione da lui fatta delle supposte scritture di Beroso. Nella oscurità in cui si dee restare a riguardo dei primi fondatori d'Olbia, città ragguardevole, per testimonianza di Tolomeo situata nella parte orientale dell'isola, menzionata dal poeta Claudiano e nell'itinerario d'Antonino, e cognita nei tempi romani pel trionfo di Lucio Cornelio Scipione e pel soggiorno di Quinto Cicerone, giova piuttosto attenersi al detto di Pausania, il quale la stessa fondazione attribuisce a Iolao, della cui colonia imprenderò fra poco a far parola.

Delle colonie toscane menzionate da Strabone mi conviene intanto dar cenno in questo luogo, perché molto probabile ne sembra l'antichità, considerando la vicinanza delle coste dell'Etruria e le tante isole intermedie così propizie alle pose dei naviganti. Credesi per molti che questa colonia di Toscani si possa illustrare col nome di Forco e di Medusa sua figlia, ed alcuni degli storici nazionali non con ambiguità e titubanza parlano di questi eroi delle metamorfosi, ma assegnano l'epoca e la durata precisa del loro regno, ed intrecciandovi le gesta d'Atlante e la vittoria di Perseo, trasportano nelle severe pagine dell'istoria destinata all'ammaestramento degli uomini le fole dei fanciulli. Basti sapere in tal proposito che gli Etruschi o Toscani, dei quali tanta fu la gloria e la potenza molti secoli innanzi alla fondazione di Roma, in quel tempo estesero alla Sardegna le loro colonie, in cui non contenti di padroneggiare sulle migliori contrade dell'Italia, dopo d'aver colla pirateria appreso non meno a perfezionar la navigazione che a conoscer i vantaggi delle marittime conquiste, al possesso anche anelarono dell'Elba e della Corsica. Traevano essi dagli abitanti generi di permuta e copiosi tributi; e Populonia era la scala donde faceano vela per recarsi nei novelli dominii. Non questi soli furono tuttavia i popoli italiani che trasferironsi in Sardegna. Tolomeo annovera fra gli abitatori dell'isola ai suoi tempi i popoli siculesi stabiliti nella parte sua orientale, nel lato cioè più accomodato allo sbarco degli Italiani; a questi Siculesi, dei quali il nome si conservò inalterato fino ai tempi di quello scrittore, sono perciò da riferire le più antiche colonie che si credono mosse dall'Italia. È noto per le testimonianze di Porcio Catone e di Caio Sempronio, serbate da Dionisio d'Alicarnasso, che gli antichi popoli chiamati Siculi estendevano il loro dominio sovra una parte ragguardevole d'Italia, e che impegnatisi in combattimenti cogli Aborigeni, antichissimi abitatori della penisola, a favor dei quali voltossi la sorte della guerra, abbandonarono le natie lor sedi, e ridottisi nella Trinacria diedero a quell'isola il nome che oggidì ritiene. Gran fondamento è questo per conghietturare che i popoli siculesi della Sardegna riconoscano un'origine eguale e contemporanea.

Ritornando alle colonie greche, vorrei nel rammentare la più celebre di queste, quella cioè di Iolao, spianare quelle tante difficoltà che indussero il dotto Cluverio a rifuggire all'espediente estremo di miscredere. Ma per quanta diligenza abbia io usato, inabile mi riconobbi a spogliare intieramente la narrazione degli antichi storici dall'ingombro delle favole, od a conciliare le loro contraddizioni. Unico argomento apprezzabile parvemi quello della venerazione fino ai tempi romani durata per la memoria di Iolao, e la frequente menzione degli scrittori greci e latini fatta di popoli, terre o castella che ne serbavano il nome; come che per quanto appartiene ai popoli chiamati Iolai, o Iolei, nuovo dubbio insorge derivato dalla consonante denominazione dei popoli iliesi, ai quali assegnansi dagli autori stessi eguali vicende, mentre che altra origine non meno nobile, ma non meno buia, si attribuisce loro, come in appresso riferirò.

Qualunque si sia l'opinione meno dubbia che può emergere da tali incoerenti notizie, farà pel giudizio o pella curiosità di chi legge la relazione che ne imprendo, sì veramente che non appaia mio intento di attribuirle alcuna storica importanza. Pausania ascrivendo, come ho detto, a Iolao la fondazione d'Olbia, lo fa duce di sceltissima gente, cioè dei Tespiadi, frutto dei cinquanta talami di Ercole, ai quali tenea dietro un esercito ragunaticcio di Ateniesi, che altra città ebbero pure ad innalzare, chiamata Ogrille o in rimembranza di un loro popolano di quel nome, o perché qualcuno così appellato veleggiò con esso loro in quell'impresa. Né leggiera gloria credeva quello scrittore fosse per riflettersi nella nazione scelta da Iolao per fondarvi la sua colonia, quando con tanta cura ragunò le memorie tutte di questo celebre compagno ed auriga di Ercole, rammentando le palme da lui riportate nelle corse olimpiche, la di lui vittoria sopra Euristeo, l'ara erettagli in Atene accanto a quella d'Alcmena, la palestra e lo stadio decorato in Tebe col di lui nome, e la di lui morte e quella dei suoi seguaci accaduta nella Sardegna al dire dei Tebani stessi.

A Iolao ed alla colonia dei Tespiadi seco lui approdata nell'isola riferisce anche Strabone l'origine dei popoli iolaesi, che narra essere stati ai suoi giorni chiamati Diatesbi. Ma lo storico che con maggiore ampiezza di racconto illustra l'arrivo in Sardegna di questa colonia, è Diodoro Siculo. Abitata, scriv'egli, è la Sardegna da barbari chiamati Iolei, discendenti, come credesi, da coloro che vi si soffermarono con Iolao ed i Tespiadi dopo aver superato gli altri abitanti. Perché allorquando Ercole durava quelle celebrate sue fatiche, confortato essendo di numerosa prole dalle figlie di Tespia, per ammonizione di un oracolo in Sardegna la spedì ad occupare nuove sedi, accompagnata da numeroso stuolo di Greci e di Barbari. Iolao fattosi padrone dell'isola vi edificò preclare città, e divisi a tratta li campi e chiamata col suo nome quella gente, palestre, e templi de' numi ed altri monumenti al benessere dei popoli necessari costrusse, che fino ai nostri dì sono in piede». Parla indi quell'autore delle promesse amplissime ed allettatrici fatte dall'oracolo di tutelata ed eterna libertà per chiunque a tal colonia darebbe il suo nome.

Questa narrazione di Diodoro è in altra parte delle sue storie con eguali parole riportata, se non che vi si soggiugne aver Iolao invitato a passar nell'isola il famoso architetto Dedalo, sotto la cui direzione molte magnifiche costrutture sorsero, che dedalee, in di lui onore, anche all'età dello storico si nominavano. Le norme nondimeno della severa critica non permettono che tal parte del racconto maggior accettazione incontri delle rimanenti. Muovono gli eruditi gravi dubbi sull'esistenza di Dedalo, e questo semideo delle arti è librato sull'istessa lance che gli sterminatori dei mostri. Parve loro inconciliabile colla rozzezza dei secoli, nei quali si fa vivere, il pregio dei monumenti che gli si attribuiscono, e segnatamente di quelli più magnifici innalzati nell'Egitto, ove la nazionale vanità o pregiudizio giammai permesso avrebbe ad uno straniero di prestar la sua opera; notarono essi la gran distanza di tempo che lo separa dai primi autori, i quali rammentano la più famosa delle di lui opere, cioè il laberinto di Creta; posero mente al silenzio d'Omero e d'Erodoto su tale monumento, alle contraddizioni rimaste sulla forma dell'edifizio, ed all'opinione di Strabone che annovera fra le menzogne dell'antichità quella fabbrica. Ragioni di gran momento ebbero perciò onde ingrossare col nome di Dedalo il novero delle celebrità indebite; né l'amor delle patrie glorie potrà in me tanto da allettarmi a trarnelo. Riferite le due principali testimonianze della colonia di Iolao, minor uopo v'ha di accumulare le altre memorie sparse a dovizia nella classica letteratura, tanto più che languir maggiormente ne dovrebbe l'interesse d'una narrazione aggirantesi per intiero sullo screditato terreno della mitologia, dal quale, prima del finir di questo libro, non mi verrà fatto di potermi del tutto sbarbare.

Durante il dominio o la dimora in Sardegna delle greche colonie, conosciuta era l'isola, se non universalmente, dai greci navigatori almeno col nome d' Icnos o di Iscnusa, diretto a significare quell'apparenza d'umano vestigio che la sua forma geografica presenta. Altro nome di eguale derivazione ebbe anche coll'appellazione di Sandaliotin, che Timeo le assegna presso Plinio. Ma il nome più durevole che nel correre del medesimo tempo od anche prima le fu dato, è dovuto alla colonia da Sardo guidata ai suoi lidi: nome da numerarsi, per chi apprezza le minute singolarità, fra quei rari che nel variato trambusto dei popoli dell'antico mondo soprastettero all'universal cambiamento.

Era quella colonia proveniente dalla Libia, ed il suo conduttore (che tale fu il destino dei capi tutti delle colonie sarde) figlio dicevasi d'un semideo, di quel Maceride cioè, che dagli Egiziani e dagli abitanti della Libia Ercole nomavasi, o di altro più famoso Ercole libico, oppure del tebano; ché in siffatte questioni purtroppo conviene abbattersi a chi legga le insulse e (ciò che più fa pietà) gravi discussioni agitate fra gli scrittori nazionali sovra tali bambolinaggini. Approdato Sardo nell'isola e fermatavi sua sede, tra per dimostrazioni di benivoglienza e per minaccie di forza, costrinse gli abitanti a sopportare i novelli ospiti e ad assoggettarsi ad egual maniera di governo, rassodandolo a segno tale da render eterno nell'isola il suo nome. Questa è la narrazione tramandataci da Pausania, il quale suppone a quell'età ed i recenti ed i vecchi coloni dell'isola privi affatto delle arti dello edificare e sperperati perciò in meschini tuguri od entro a spelonche; parrebbe pertanto, se deve starsi al detto di questo scrittore, anteriore la venuta di Sardo all'arrivo delle colonie greche, se non che, quando l'incertezza cade sulle cose istesse, a poco monta il trattenersi sugli accidenti.

Eguale menzione della colonia di Sardo lasciò Silio Italico, riferendo il nome da lui cambiato alla terra e la confidenza inspiratagli dal generoso sangue del padre. Isidoro accolse anch'egli nelle sue Origini l'istessa notizia. Ma quella che più dee interessarne la menzione si è, fatta da Pausania, della statua di bronzo rappresentante quell'eroe dalla Sardegna inviata, come tributo di religione, al tempio di Apolline in Delfo. Mi accosto con qualche diffidenza a disaminare un racconto che sì alto concetto porgerebbe dello stato delle arti nell'isola al tempo dell'offerta, noto essendo il complesso di scientifiche teorie ed il maestrevole artificio richiesto nella fusione d'un monumento di metallo; ma non incontro sufficienti ragioni per muoverne dubbio. Pausania parla di quella statua come d'un monumento esistente in Delfo al tempo del suo viaggio in Grecia, ed assegnando il sito preciso in cui quell'offerta dei Sardi era collocata, trae dalla menzione di loro fatta in tal punto della sua storia l'occasione per intrecciare alle cose dei Foceesi le varie notizie della Sardegna, delle quali riportai finora alcune parti. La storia inoltre dei monumenti d'un tempio così celebre troppo era conosciuta ai dotti della Grecia per le investigazioni in ogni tempo fattene, ed al volgo istesso che in gran folla vi accorreva dai molti luoghi d'Europa e d'Asia, ove la riputazione di quell'oracolo erasi propagata; non era facile perciò il mentire in tanta notorietà di storia, né interesse alcuno indurre potea lo storico ad onorare un paese straniero e lontano con un racconto alterato.

Alla verità dell'offerta corrisponde ancora la possibilità. Egli è vero che se n'ignora l'età, perché Pausania ne tace; ma se ai bei tempi delle greche arti si voglia riferire, è giusto il credere che l'influenza della madre patria estesa sarassi anche alle colonie greche della Sardegna; e se a più lontana età non è strano il presumere che la Sardegna poté apparare le pratiche della metallurgia da quelli orientali, dai quali, non meno che dagli Egiziani, la Grecia istessa regina, ma non madre delle arti belle, ebbe a toglierle. Conghiettura è questa che un lungo periodo di secoli ne permette di misurare, nulla vietando che alle più antiche colonie orientali si riferisca l'introduzione d'un'arte nella quale in tempi assai remoti gli Ebrei del deserto mostraronsi tanto avanzati.

Non è d'uopo di ricorrere alle memorie del tempio di Delfo per conoscere la venerazione dei Sardi verso quell'antico loro dominatore: i gabinetti dei raccoglitori di medaglie serbano anche oggidì quelle che nella Sardegna si coniarono in di lui onore. Due di queste riportate nel tesoro di Gronovio, ed altra incisa in quello del Morelli, rappresentano l'effigie di Sardo accompagnata dallo scettro, simbolo della sua dominazione, e col capo sormontato da alquante creste, od altro fregio consimile, del quale non seppero gli eruditi diciferare la significanza, ed in due di queste medaglie l'inscrizione aggiugne al nome di Sardo il predicato di padre; il rovescio ne presenta il capo del pretore romano Azio Balbo, a sommo onore del quale credettero i Sardi dovesse tornare il paragonarlo a quell'antico loro eroe, nel mentre che caparravansi pure con tal omaggio il buon favore di Ottaviano Augusto, di cui era lo stesso pretore avo materno. L'illustrazione fatta da Gronovio e dal dotto Filippo della Torre di siffatte medaglie loro diede luogo a disaminare una conghiettura di Samuele Bochart, la quale molto sapeva di stentato, tendente a sostituire alla derivazione del nome di Sardegna dal padre Sardo quella del nome medesimo da un vocabolo ebraico, dinotante la pedata umana raffigurata dall'isola; ma tanto era manifesta la debolezza di questa usurpatrice etimologia, che l'irritabile bile del Gronovio dovette commuoversene ed effondere sull'avversario l'acrimonia da cui sono sì frequentemente contrassegnate le sue discussioni. A me basta il novello argomento che da queste medaglie si deve trarre per consolidare le sarde tradizioni sulla venuta di quell'eroe libico.

Nuovo e maggiore comprovamento della religiosa memoria degli isolani per Sardo si è pure il tempio erettogli nella costa occidentale della Sardegna, del quale rimane la memoria in Tolomeo col nome di Sardopatoris fanum. E forse alla creduta di lui discendenza da Ercole ed alla venerazione per tale motivo anche al di lui nome estesa, è dovuta la frequente menzione che se ne incontra sia nell'isola da Tolomeo chiamata d'Ercole e nell'altra d'egual denominazione rammentata da Plinio, sia nel porto dello stesso nome situato da Tolomeo nella parte meridionale dell'isola accanto a Nora, sia nell'etimologia dell'antica città di Torres, che da Tolomeo chiamata Turris Bissonis o Libissonis e da Plinio Turris Lybisonis, rammenta con greca derivazione il nome di quell'eroe. Né ad altro che a questa leggiera allusione tende la fatta menzione del nome di Ercole, ché di buon grado le vote indagini abbandono ai più pazienti.

E tempo è oramai di chiudere la relazione delle antiche memorie di Sardo padre, osservando che qualunque sia l'incertezza la quale circonda le di lui gesta, troppo è d'altro canto rispettabile il cumulo di durevoli ricordi lasciato dal suo nome nell'isola perché affatto ideale possa presumersi la di lui esistenza. O voglia adunque credersi che l'ignoranza e superstizione de' popoli abbia oscurato ed esaltato l'origine di Sardo, oppure che una stolida millanteria lo abbia fatto arrossire di esser debitore della sua esistenza ad un uomo, non perciò sarà temeraria opinione l'affermare potersi Sardo dire un personaggio reale a malgrado dell'immaginario di lui padre, del pari come Romolo è un eroe storico a dispetto della sua figliuolanza da Marte.

Nella storia delle colonie sarde non hassi a paventare la scarsità dei nomi illustri. Eccone un nuovo atto a magnificare qualunque nazione, perché di tal nome si gloriano il massimo fra gli antichi popoli e il massimo fra gli antichi poeti. Nel già citato libro di Pausania è riferito come molti dei compagni di Enea sbattuti dalle onde, mentre egli vagava sulle acque tirrene, trasportati furono nei lidi di Sardegna, e come, ristorati appena dai dannaggi del mare, afforzaronsi contro agli altri abitanti, stringendo alleanza con le città greche, delle quali non più odioso era loro il nome in sì umile fortuna; quantunque alle bande che già ingrossavano impedito fu il potersi affrontare, perché il fiume Tirso intermedio non poté da alcuna delle squadre esser guadato. Egual racconto ne fa Silio Italico, il quale, togliendo a descrivere la battaglia che duranti le puniche guerre si combatté in Sardegna fra Tito Manlio Torquato ed Amsicora, che capo era degli isolani impazienti del romano giogo, questo duce ne dipinge animato di generoso ardimento e gloriantesi del sangue iliaco che gli scorrea nelle vene. Di eguale origine andavano superbi i popoli dell'isola conosciuti ai romani scrittori, e molto più ai romani pretori, col nome di Iliesi, che antichissimi si appellano da Pomponio Mela e celeberrimi da Plinio. Ma avendo già sopra accennato il viluppo non facilmente distrigabile delle equivoche denominazioni degli Iolai e degli Iliesi, mi basta l'aver qui riferito i documenti nei quali la tradizione della colonia troiana si appoggia.

A questa colonia, al dir di Pausania, succedette dopo molti anni una novella colonia libica, che sì accanita guerra e sì fortunata ebbe a rompere contro ai Greci ed ai Troiani, abitatori dell'isola, da ridurli allo stremo di doversi inerpicare su per le balze e ciglioni più ardui delle loro montagne, ove rintanati e ripigliato vigore, illustrarono poscia per più secoli il nome iliese con proteggere l'armata loro indipendenza. Che sotto nome di Libici siansi potute da Pausania intendere le prime colonie puniche, le quali da tempi molto remoti dovettero indirizzarsi alla volta della Sardegna, anche prima dell'esteso dominio dei Cartaginesi nell'isola, io non posso affermarlo; ma sibbene crederlo probabile, poiché niun'altra delle nazioni africane avea mezzi superiori per intraprendere quella navigazione e per muovere lontane guerre. Maggiori investigazioni a tal uopo ne presenterà il libro seguente.

Allo stesso Pausania si deve pure la notizia della grande quantità d'abitanti passata dalla vicina isola di Corsica in Sardegna onde scansare le vicende di una sedizione insorta nella loro patria. Occuparono essi a mano armata alcune regioni montane, discacciatine i nativi del paese, i quali col nome di Corsi seguitarono a contraddistinguere tali violenti ospiti. Che questi abbian dovuto adagiarsi a preferenza del soggiorno nel lato settentrionale della Sardegna onde intrattenervi le comunicazioni coll'antica patria loro, è cosa pienamente probabile; oltreché la testimonianza di Tolomeo, che descrive i popoli corsi come abitanti nella parte più boreale dell'isola, non ne lascia dubbio. È anche permesso di credere che ai Corsi debbasi l'edificazione o l'ampliazione dell'antica città di Plubium da Tolomeo ivi collocata, o di qualche altra delle prossime; perché la colonia corsa da Plinio si annovera fra le più celebri dell'isola, e la celebrità nella mancanza di altre illustrazioni non potea derivare che dal numero della popolazione e dall'importanza dei luoghi occupati.

Con la menzione di questa colonia, di tutte le altre la meno sottoposta a dubbiezze, impor debbo termine a questa relazione, troppo leggieri o troppo spregievoli essendo gli argomenti che si adducono per aumentarne il numero. Fra i primi comprendo la menzione passeggiera fatta da Solino di popoli locresi in Sardegna; fra i secondi le contorte illazioni dello storico Fara per incontrare nella provincia chiamata in questi tempi di Meilogu l'alterazione del Meonum locus; nei popoli da Tolomeo detti Idonesi, gli Idei di Frigia; nei Corpicesi ed Esaronesi dell'istesso Tolomeo, la derivazione d'una regione Corpacea in Cipro e di un'Esare città dell'Egitto; nella terra di Milis, oggidì celebrata pei suoi boschi d'agrumi, un'emanazione dal nome di Mileto nell'Asia minore; ed altre simili etimologie, coll'abuso delle quali malagevole non sarebbe l'imbattersi anche in qualche tipo di origine americana. Più strano è anche l'obblio della buona logica che lo stesso autore mostra nel voler arricchire il ruolo dei coloni sardi coi nomi di questi ed alcuni altri popoli, per lo solo motivo che nella cronaca d'Eusebio si attribuisce loro qualche volta il predominio nel mare: qual conghiettura quanto lungi ne meneria, ciascuno apertamente lo scorge, e penso perciò che il modo più acconcio a combatterla sia di farla conoscere.

Giovar può maggiormente ad illustrar le sarde antichità invece della sterile ricerca di colonie di così dubbia esistenza, la menzione di un'altra che certamente non trasmigrò alla volta della Sardegna, ma nulla meno n'ebbe un invito per ogni verso glorioso. Debitori siamo di tale notizia al principe dei greci storici, ed io ingemmare intendo colle di lui parole l'estrema parte di questo libro. Descrive egli il travaglio degli abitanti della Ionia, che di mala volontà sopportavano la nuova signoria di Ciro e cercavan modo come diliberarsene. Convocatisi a tal uopo nel Panionio, odo, dic'egli, che si appalesasse da Biante, uomo di Priene, una sentenza utilissima e che assecondata resi li avria i più fortunati fra i Greci. Egli esortava che con armata comune salpando gli Ioni, navigassero in Sardegna e poscia una città vi fabbricassero, e così allontanandosi dalla servitù avrebbero prosperato, abitando la massima di tutte le isole e ad altre imperando; laddove se nella Ionia rimanevano, diceva, non esservi più libertà».

Se in questo luogo una pruova luminosa ne dà Erodoto del pregio in cui tenuta era in tempi così lontani la Sardegna da un savio dell'antichità, non dissimile argomento altrove ne porge del conto che facevane un potente sovrano dell'Asia. Dario rimprocciato avea Istieo di Mileto perché complice lo sospettava nella mossa degli Ioni e degli Ateniesi contro alla città di Sardi; scusavasi Istieo, e richiedendo d'esser inviato nella Ionia per restituirvi ogni cosa all'obbedienza di quel monarca e castigarvi i macchinatori delle turbolenze, millantavasi anche di maggior intrapresa dicendo: compito ch'io m'abbia tai cose a tuo talento, giuro pei Numi del mio re di non deporre la vesta che mi coprirà il dì della discesa mia nella Ionia prima che al tuo dominio tributaria io non renda la Sardegna, che fra le isole è pure la massima».

Memorate tali testimonianze maggior fede si concilia alle tante prove che fin qui si ragunarono dell'ardenza con la quale il possesso della terra sarda si ambiva dagli antichi popoli, e segnatamente dalle nazioni greche. Ricordare si potriano eziandio allo stess'uopo i molti encomi coi quali li scrittori antichi ed i greci soprattutto comprovarono l'opinione che in quei tempi correa delle naturali dovizie del suolo sardo; ma la natura della mia opera non accomodandosi a digressioni di tal fatta, mi contenterò di accennare che a chiunque meditato abbia sulla diversità di giudizio con cui gli scrittori greci, ed una parte dei latini ragionarono della Sardegna, si sarà facilmente appresentata allo spirito, fra le altre cause, questa: che i Greci scrivevano con maggior quiete d'opinione, rammentando un'isola che loro era straniera, o colla quale avean solo comune il vincolo della romana soggezione, nel mentre che i Romani le più volte dovean considerare con orgoglio o con dispetto una nazione suddita, e suddita per più secoli fremente.

Io non saprei affermare se al periodo di storia in questo libro illustrato appartener possa la notizia che da Eliano è riferita di due antiche leggi sarde, barbara l'una e snaturata, piena l'altra di politica saviezza: era legge dei Sardi, scriv'egli, che i figliuoli ai genitori aggravati dall'età dessero la morte, riputando esser cosa assurda che un vecchio delirante strascini la sua esistenza in un'età che facilmente ne mena alle frodi ed alle peccata. Fra gli stessi Sardi, soggiunge poscia, altra legge osservavasi, che pene stabiliva in odio dell'infingardaggine e dell'ignavia, né ad alcuno permetteasi di vivere in ozio, senza che ragion rendesse dei mezzi che adoperava per campare». Meraviglia ne fa che un popolo che con sì fino accorgimento giudicava del benessere della civile società allontanandone i più tristi, obbliasse a tal segno le leggi più sagrosante della natura spezzando con tanta ferocia i vincoli li più rispettabili della domestica unione; se non che rara punto non è questa contraddizione nello spirito umano, né alcuno di coloro che studiato hanno le antiche memorie delle nazioni oggidì le più colte, troverà che abbia perciò nel confronto di quelle con le altrui leggi a disgradarne la Sardegna. Non mancò inoltre chi indagò il modo con cui potesse la Sardegna liberarsi dalla taccia di tanta barbarie, accagionandone i Sardiani della Lidia; ma senza alcun risultamento sarebbe qualunque maggior disamina su tal articolo. Oltreché ora mai forse più della convenienza prolungai in questo libro varie ricerche nelle quali l'utilità non pareggia a lunga pezza la briga.

 

 

LIBRO SECONDO

 

Li Cartaginesi dovettero fino dai più antichi loro tempi tentare l'occupazione della Sardegna, che, parandosi quasi loro dinanzi, presentava una comoda occasione di conquista, e forse anche una conquista non malagevole, perché minor resistenza si dovea attendere da quel tramestio di popolazione cui appena convenir potea il nome di nazione. La smania di diramarsi colle colonie e col commercio in tutte le marittime regioni era loro connaturale; ed a ragione perciò con enfatiche espressioni si dipingono, nei preziosi frammenti non ha guari rinvenuti della repubblica di Tullio, irrequieti nelle loro sedi, vaganti lungi almeno coll'animo e simili agli abitatori delle greche isole, le quali, cinte dal fiotto, nuotando quasi anch'esse colle instabili e variate loro istituzioni ed inviando in ogni lido i dissipati loro cittadini, cinsero, per così dire, d'una greca zona le terre tutte dei barbari».

Essendo la fondazione di quella famosa metropoli dell'Africa più d'un mezzo secolo anteriore a quella di Roma, può credersi che nel primo secolo di questa cominciato avessero le puniche armi a soggiogare quelle parti almeno dell'isola che più loro erano acconcie ed a stabilirsi nel golfo meridionale dominato dall'antica Cagliari, che ai Cartaginesi deve, se non il primo suo innalzamento, la sua ampliazione almeno, ove abbia in pace accolto i nuovi dominanti; o la sua ripopolazione, qualora riparati siansi altrove, in odio della conquista punica, i vecchi abitanti. E forse anche a quei primi tempi del passaggio dei Cartaginesi nell'isola riferir si deve la fondazione, secondo il detto di Pausania, da essi fatta della città di Solci; parendo il sito di quella città molto accomodato ad attirarsi tosto lo sguardo delle colonie puniche, colle quali Claudiano scrisse esser stata la medesima popolata.

Alcuni dei nostri scrittori, volendo andar oltre colle conghietture e determinare più chiaramente l'epoca precisa della soggezione dell'isola ai Cartaginesi, tolsero argomento a ciò fare da un passo celebre dell'antica storia, dagli omaggi cioè che ad Alessandro il Macedone tributati furono dalle nazioni dell'Africa e dell'Europa, allorquando egli rivenuto dagli estremi lidi dell'oriente indirizzavasi a Babilonia. Giustino annovera le provincie tutte che i loro legati spedirono ad inchinare quel temuto conquistatore, e fra queste la Spagna, la Sicilia, le Gallie e la Sardegna; e Diodoro Siculo, abbenché menzione speciale non faccia della Sardegna, avendola nullameno fatta degli altri paesi che la circondano, coi quali era comune o la gloria o l'interesse, ne lascia credere che anche i Sardi preso abbiano parte in quell'ambasceria, della quale egli descrive ogni particolarità e l'ordine perfino delle udienze accordate alle nazioni diverse. Forse una rigorosa critica potrebbe contrapporre a queste testimonianze il silenzio di Plutarco e di Curzio, o dubitare dell'influenza delle vittorie d'Alessandro sullo spirito delle nazioni occidentali in distanza tanta di luoghi, che anche oggidì oscure rende le relazioni contemporanee, sempreché non sono per noi compiutamente indifferenti. Tuttavia la conquista e la distruzione di Tiro, che a quei tempi era già seguita, esser può una cagione verosimile del propagato terrore delle armi d'Alessandro, se non nelle nazioni mediterranee, nelle regioni marittime almeno che coi Fenici serbavano corrispondenza frequente di mercatura. Non essendo pertanto improbabile la radunanza di questi quasi generali comizi delle nazioni al cospetto di quell'eroe, non ho ragione di imputare ai sardi scrittori una soverchia credulità; ma sibbene credo d'averla per accagionarli di errore nelle conghietture che derivarono da tal fatto, supponendo che quella legazione porti seco il carattere d'una nazione indipendente e che perciò ad un'età posteriore ad Alessandro si debba riferir il dominio cartaginese. Dipende questo errore da inesattezza di ricerche, e perciò, con i monumenti che sono per addurre, facilmente si verrà in chiaro, se non della irragionevolezza dell'argomento che, considerato da sé solo, si può reggere, della sua contraddizione ai fatti.

Ecco le notizie che Diodoro Siculo ne somministra della dipendenza della Sardegna da Cartagine in età molto anteriori ad Alessandro. Alloraquando Serse movea contro alla Grecia quella poderosa oste che cagione esser dovea di tanta gloria agli eroi delle Termopili e di Salamina, non trascurò punto il vantaggio che potea ritrarre dall'alleanza dei Cartaginesi, colle armi dei quali confidava egli di sterminare i Greci dell'Italia e della Sicilia nel tempo stesso che i suoi Persiani porrebbero a soqquadro la greca penisola. Convennero i Cartaginesi nel di lui divisamento, e preposto alla guerra Amilcare e fatti i più ampi apprestamenti, assediato avean già nella Sicilia la città d'Imera; fu allora che, al dir dello storico, avendo il capitano dell'armata scariche le navi da trasporto, le spedì di nuovo a vettovagliare in Africa ed in Sardegna. Questa spedizione è per sé sola non lieve indizio del dominio cartaginese già radicato in Sardegna a quel tempo; ma siccome quell'incetta si potrebbe pur riferire ad un'operazione di commercio e considerarsi scevra da qualunque politica influenza, non tanto penso giovarmi di questa narrazione, quanto del decisivo ragguaglio che lo stesso storico ne dà poco dopo dei novelli preparativi dei Cartaginesi; i quali, benché mal tornata loro fosse, al pari di quella impresa d'Amilcare, la battaglia navale poscia combattuta da Imilcone contro ai Siracusani e Dionisio loro tiranno, riconfortandosi di migliori speranze, raccozzavano tutte le forze onde fronteggiare con più prospera fortuna quel terribile nemico. Non più vettovaglie allora, ma armate ragunarono nella Sardegna, ed associandole coi soldati dell'Africa e colle bande raccogliticcie di barbari stipendiate in Italia, mossero contro a Dionisio con un esercito d'ottantamila combattenti.

Più convincenti nel correre degli stessi tempi diventano sempre mai le testimonianze recate da Diodoro della signoria punica in Sardegna. Succeduta era alla pace nuova guerra di breve durata fra Dionisio ed i Cartaginesi, e passati erano questi col loro esercito in Italia onde accogliere ed avvivare colla loro presenza gli esuli delle città ostili, che da ogni banda congregavansi per far testa sotto la protezione degli Africani. Avvenne allora che un morbo pestilenziale propagatosi in Cartagine incrudelisse a tal punto e tanta strage menasse di quei popolani, da minacciare la compita ruina dell'impero. Perlocché gli Africani dispregiando un dominio che già mostrava di spegnersi, ribellavansi da Cartagine, ed i Sardi cogliendo il destro che loro venia di spezzare il giogo, cospiravano anch'essi ed insorgevano colla forza contro ai dominatori. Funestissime furono per Cartagine le conseguenze di tal malore, non solo perché le provincie suddite incitamento n'ebbero a scapestrare, ma eziandio perché un generale perturbamento d'animi e l'influenza dei panici timori misero in trambustio il popolo tutto, che quasi avesse alle porte i nemici, slanciandosi dalle case armato e cieco di furore, aggravò gli altri mali della patria colla guerra civile.

A malgrado della fede dovuta a così splendide autorità, un'altra notizia non meno evidente, e che con linguaggio odierno si potrebbe chiamare diplomatica, giovami di qui addurre, tratta dalle storie di Polibio. Questo esimio scrittore, del quale niuno al dir di Cicerone fu nell'indagine dei tempi più diligente, conservò alla posterità i preziosi frammenti dei politici accordi ai quali e prima e duranti le guerre puniche calarono le due repubbliche di Cartagine e di Roma. Or ecco alcune delle parole del primo trattato che fra le medesime si strinse sotto i consoli Giunio Bruto e Marco Orazio, seguita appena l'espulsione dei re: ai Romani vietato sia lo navigare al di là del capo Bello, eccetto che per causa di commercio; li mercatanti da gabella siano immuni, non dalla mercé del banditore e dello scriba; protegga la fede pubblica le convenzioni presenti questi fermate, purché in Africa e nella Sardegna facciasi la vendita». Nissuna pruova più appagante si può desiderare per far rimontare ai tempi anteriori all'impero d'Alessandro il dominio punico in Sardegna di queste aperte testimonianze di Diodoro e di Polibio; nondimeno se vagliono queste a dimostrare la leggierezza delle altrui investigazioni sovra tal punto di storia, non danno a me lume sufficiente per tentar di determinare con maggior precisione l'epoca della conquista, che perciò mi contento di riferire, come già dissi, ai primi tempi dello stabilimento di Cartagine; seppure conquista intiera dell'isola si fece allora dai Cartaginesi, e non si dee questa dire piuttosto occupazione di vari importanti siti e gara perpetua e sanguinosa coi nativi del paese che stavano loro appetto per scuotere o menomare la dura loro signoria.

E ben ragione eglino ebbero di tentar ogni modo onde star saldi contro a quelli invasori, se sincere sono le memorie che ne rimangono delle feroci loro istituzioni, e di quella ordinazione specialmente che legge di barbara e stolida vendetta può ben chiamarsi, e che riferita viene dall'autore del citato opuscolo attribuito ad Aristotile. Si narra dal medesimo che i Cartaginesi impadronitisi appena dell'isola, tutte le piante estirparono che di alimento potean fornire gli abitanti e vietarono inoltre sotto pena capitale nuove seminagioni di biade. La barbarie di questa legge non ingenera stupore in chi considera gli autori della medesima esser quelli stessi Cartaginesi che vittime umane immolavano all'ara dei loro Numi, e vittime impuberi, la pace degli Dei implorando col sangue di coloro per la vita dei quali le supplicazioni più frequentemente s'innalzano al cielo. Ma la stolidità è a tal segno maggiore della barbarie, che io stento a credere che un popolo nei cui disegni di conquista possente motivo esser dovea la fertilità dell'isola, abbia voluto da se stesso privarsi del maggior vantaggio della sua dominazione. Né leggiero argomento per dubitarne mi somministrano le spedizioni di vettovaglie fatte dalla Sardegna, come sovra si riferì, nel tempo delle guerre di Sicilia, dovendo anzi da queste raccogliersi che i Cartaginesi molto conto teneano dei soccorsi frumentari dell'isola e che lo stato dell'agricoltura sarda suscettivo era di corrispondervi. Non posso perciò accomodarmi a prestar piena credenza a questo celebre atto della barbarie cartaginese, eccetto che si voglia applicare ai dominatori punici un motto arguto, ma immorale della nostra età, e dire che la loro operazione fu più ch'un misfatto, perché fu un errore.

Assolvansi nullameno i Cartaginesi da tale imputazione; che giusto riconoscesi del pari lo sforzo adoperato dai Sardi per liberarsi da una signoria per tanti altri riguardi sì aspra. Né vana fu per qualche tempo la resistenza dei Sardi dopo la sollevazione alla quale si riferì aver dato opportunità la pestilenza di Cartagine. L'esercito cartaginese spedito in Sardegna per comprimerla fu dagli isolani messo in rotta dopo una battaglia di gran momento, e il duce da cui era capitanato, che Macheo nomavasi, tanto perciò cadde in ira alla sua patria, che a lui non meno che alle reliquie dell'esercito vinto intimato fu l'esilio da Cartagine; e a nulla valse la memoria della gloria in altre campagne d'Africa e di Sicilia da Macheo procacciatasi. Molestamente sofferiva l'esercito quest'onta, e dalla Sardegna legati inviò in Africa che perdonanza chiedessero dell'infelice giornata e minacciassero ad un tempo qualora le preci fossero spregiate, voler rincalzarle colla forza delle armi. E a tal partito infine divenne l'esercito, perché mal accolta in Cartagine quell'ambasciata, risoluto avendo di valicare il mare, non si tenne dall'avanzarsi in fino a che si trovò sotto le mura di Cartagine, alle quali appresentossi coll'animo disposto a comprovare nell'ardore dei nuovi combattimenti che la fortuna e non la prodezza mancata gli era nella guerra sarda.

Imposto termine a questa civil discordia col trionfo di Macheo scambiato in breve colla di lui punizione, e salito essendo al governo di Cartagine Magone, appena egli ebbe rassodate le cose pubbliche ed affidatane la condotta ai due suoi figli Asdrubale ed Amilcare Barca, che nuova guerra si spinse dai Cartaginesi sui lidi sardi sotto il comando di questi due generali. Nelle fazioni che ne seguirono, Asdrubale, il più prode e il men fortunato di essi, rilevò gravi ferite, e ceduto avendo il governo dell'armata al fratello, morì poco stante con grave corruccio dei Cartaginesi, che rammentavano le sue undici dettature ed i suoi quattro trionfi, e con rinfrancamento d'animo pegli assaliti, i quali con Asdrubale cadute a terra credevano le forze nemiche; ma di breve durata venne a riescire la fidanza dei Sardi, perché ristoratisi i Cartaginesi dai sofferti scapiti sotto l'antica dominazione, come che a loro malgrado li rimenarono.

Ed a questa mi pare che abbiano dopo tal tempo dovuto per gran pezza sottostare se non spontanei, almeno quieti, poiché nell'avvicendarsi delle altre guerre dai Cartaginesi rotte nella Sicilia con sinistra sorte, e nel momento il più pericoloso per essi in cui Agatocle, tiranno di Siracusa, per due volte trasferissi a combattere nel continente stesso dell'Africa, minacciando la metropoli davvicino, nissun indizio incontrasi che la Sardegna tentennato abbia nella sua obbedienza; ed anzi dalli apparecchi che Agatocle faceva per impedire colla sua flotta le vittuaglie che dalla Sardegna si estraevano per l'Africa, argomento certo si ha della pacifica sommessione dell'isola in quel frangente.

Nuove sorti frattanto si apprestavano alla Sardegna per una più illustre e più durevole, ma forse non men rigida signoria. I Romani non più popolo terrestre, come li chiamò Floro, aspiravano già a tentar gloriose fazioni anche sulle onde, e colto aveano per rompere la prima guerra punica l'opportunità loro offerta dal soccorso implorato dai Mamertini contro ai Cartaginesi. Aonestare non poteasi il pretesto della guerra, ma l'utilità prevalse: vedeano essi con dispetto essersi propagata la punica dominazione non nell'Africa solo e nelle Spagne, ma nell'isole pur anco del sardo mare e dell'etrusco, e solleciti pensavano al considerevole aggrandimento che la potenza di Cartagine dovea ricevere se riescisse mai di aggiugnere a tante conquiste quella della Sicilia; pugnarono dunque, e con fortuna maggiore della giustizia scrissero nei loro fasti la prima navale vittoria del consolo Duillio appo le isole Lipari. Annibale, figlio di Giscone, da cui in tale scontro capitanati erano i Cartaginesi, ritornatone colle navi malconcie in Cartagine e meno inquieto mostrandosi per la difesa dell'Africa che per la salvezza delle isole, salpò poco stante alla volta della Sardegna, posto avendo in assetto un potente navilio ed invitato a prender parte in tale importante spedizione i capitani di mare che allora erano più in voce. Né vano era il di lui antivedere, perché i Romani dopo la prosperità della guerra siciliana, rincaloriti s'erano nel disegno di cacciare anche dalla Sardegna i loro rivali. Al consolo Lucio Cornelio Scipione commesso essi aveano di allargare la sfera della guerra e di passare con una flotta in quell'isola; e questo duce, il cui nome dovea un giorno lampeggiare in eterno sulle ruine di Cartagine, preparava già la materia ai maggiori trionfi dei suoi discendenti colla felicità di quest'intrapresa.

Di poco momento furono gli scontri di Scipione con Annibale: i Cartaginesi diedero al loro capitano in breve lo scambio con Annone, il quale con coraggio, ma non con sorte migliore pugnò col consolo di Roma. Questi, fatto gagliardo impeto sui Cartaginesi vicino alla città d'Olbia, che il frutto esser dovea della vittoria, li mise in rotta più facilmente dappoiché Annone combattendo invano fra i primi e puntando con tutto il suo vigore contra i nemici, gloriosa morte incontrato avea nel più folto della mischia. Né mancò alle glorie militari di Scipione quella meno lusinghiera, ma più giusta della generosa compassione verso il nemico: ordinò egli che il di lui corpo fosse tolto dal padiglione ed onorato con funebri pompe, alle quali il consolo istesso intervenne, confidando che presso ai Dei maggior pregio e presso agli uomini minor invidia incontrerebbe un trionfo confortato di questa testimonianza d'umanità.

Recatasi Scipione in mano dopo questa battaglia l'importante città d'Olbia, con tal asprezza inveì contro a quei Sardi che non calavano prontamente agli accordi, che il terrore del suo nome propagossi nell'isola intiera. Non contento egli di affrontare apertamente i nemici, destreggiava anche talvolta onde sorprenderli disavveduti. Solea di notte tempo le più forti delle sue squadre porre in agguato a serenare, ordinando loro quietassero fino a che accostandosi egli colle navi, si dirigesse con simulato attacco contro alle città nemiche; assaggiata allora nel primo scontro una leggiera scaramuccia, facea le viste di voler fuggire, ed attirando in tal modo per qualche tempo dietro a sé le schiere sarde, l'occasione somministrava alla squadra nascosa di occupare con impeto le città indifese. Di eguale stratagemma si servì anche talora nel calore stesso dell'assalto, abbandonando a fretta il campo onde incitare i popolani ad allontanarsi dalle città assediate. Con tanta felicità infine fu governata questa prima campagna dei Romani in Sardegna, che parea volessero già i Cartaginesi, ed in terra e sulle onde espugnati del pari, abbandonare ogni loro conquista ai Romani, all'ambizione dei quali l'Africa sola oramai mancava. Glorioso perciò fu il trionfo decretato in Roma a Scipione ed inscritto nelle tavole capitoline, nel quale per la prima volta molte migliaia di schiavi sardi seguirono il carro del vincitore.

Nonostante questi trionfi il dominio dei Cartaginesi troppo era radicato in Sardegna perché in così breve tempo potesse divellersi, ed i Romani ebbero d'uopo di nuovi combattimenti per afforzare quella passeggiera o limitata dominazione che procacciata loro era dalle vittorie di Scipione. Caio Sulpicio consolo rinnovò in Sardegna la guerra coi Cartaginesi, e vittorioso nelle prime abbaruffate tanto s'inanimì da voler veleggiare inverso l'Africa; locché mal comportando i Cartaginesi, affidato il comando del loro navilio ad Annibale, il quale dopo la fuga dalla Sicilia e la passeggiera di lui comparsa in Sardegna tranquillava in patria, affrontarono in alto mare il consolo. Fu impedito lo scontro dall'insorta burrasca, ed ambo le flotte a loro malgrado dovettero riparare nei porti della Sardegna, aspettando miglior fortuna. Sulpicio allora studiatosi di trarre in inganno i suoi nemici, sedusse alcuni, che, facendo sembiante di fuggitivi, ad Annibale narrassero come il consolo disegnava di nuovo recarsi nell'Africa; né male riescigli la frode, perché Annibale lasciatosi aggirare, salpò con celerità, ed imbattutosi non preparato nella flotta del consolo che aspettavalo al valico, molte navi sue vide affondate prima che si rimettesse dallo stupore dell'impreveduto assalto, il quale era anche favoreggiato dal vento e dalla nebbia. Conosciuto alla fine il rischio, sbandarono i Cartaginesi, e ricovratisi in diversi luoghi perdettero per la fuga della ciurma molte altre navi, che vote caddero in potere del vincitore. Annibale disperando allora di poter tener saldo contro ai Romani, che rinchiuso lo aveano in un porto dal quale tentar non potea alcuna riuscita, recossi a Solci, ove per improntitudine dei suoi, che sulla di lui stoltezza e temerità rifondevano ogni disastro, perdé la vita crocifisso; locché non dee far meraviglia in un popolo il quale fra le massime di sua politica annoverava quella di affiggere in croce anche quei duci che con prospera fortuna amministrato aveano la guerra, sempreché non con eguale consiglio l'avessero governata, all'aiuto dei Numi riferendo la buona sorte ed a colpa dei capitani imputando i male acconci disegni.

Questi disastri dei Cartaginesi e gli altri maggiori patiti in Sicilia, dalla quale aveano sgomberato, non erano però tali che gli obbligassero a snidare compiutamente dalla Sardegna; continuavano pertanto ad esercitarvi ancora l'antica signoria, allorquando le sorti voltaronsi per essere succedute ad aggravare i mali esterni le dimestiche turbolenze. Le truppe straniere condotte agli stipendi di Cartagine, incitate dai loro capi Matone e Spendio, aveano scapestrato, ed a tanto era cresciuta la loro licenza, da degenerare in palese guerra, che i più vivi timori destava di generale trambusto. Quelle di esse che al tempo stesso militavano in Sardegna, udita la sollevazione dei loro compagni in Africa, scossero parimenti la soggezione ed in aperta ribellione dichiararonsi contro al governo di Cartagine; ché tale si mostrò più volte l'indole di quelle milizie, cui non l'amor della patria, non la devozione al principe scalda il petto, ma che la sola mercede alletta a prestar un'opera venale, ogni cosa sembrando permessa a coloro i quali come i soldati della Pannonia presso Tacito dir possono: dieci assi ci vale anima e corpo».

Sbrigliata dunque anche nella Sardegna quella milizia, cominciossi a solidar l'ammutinamento col sangue di Bostare, duce di quei mercenari, che racchiuso erasi coi suoi partigiani entro una fortezza; e proseguì quindi la rivolta a levar maggior fiamma, talché li Cartaginesi il bisogno riconobbero di spedirvi affrettatamente nuove soldatesche, al comando affidandole d'un secondo Annone, cui l'estremo fato, ma meno glorioso riserbato era pure nella terra sarda. Le truppe da lui capitanate al primo giungervi, aggirate facilmente furono dai subornatori delle squadre rivoltate, e resister non sapendo al contagio della sedizione, inalberaronsi anch'esse, ed il loro duce mal arrivato affiggendo in croce, incrudelirono poscia con insolita ferocia contro ai Cartaginesi stabiliti nell'isola che tutti esterminarono.

I Sardi non parteciparono punto a sì atroce rivolta perché quantunque odiato loro fosse un governo truce, più esecrata dovea esser loro l'ebbrezza della militar tirannia; la forza perciò non valse lungo tempo a comprimere lo slancio dei popoli, che a sì tristo scambio mal volentieri si assoggettavano. I mercenari, come accader suole nelle rivolte, non per altro spezzato aveano i vincoli della loro soggezione che per stringerli più duramente sui pacifici cittadini; questi pertanto, venuta essendo allo stremo la lor pazienza, insorsero alla fine, e prese le armi, la loro patria liberarono dai nuovi tiranni; ed a gloria dei vincitori detto sia che mentre coloro i quali intinsero nella ribellione, lordaronsi di sangue e di delitti, la sommossa delle città sarde oppresse ad altro non riescì che ad espellire dalle loro terre quella barbara soldatesca.

Alienata si era in tal modo la Sardegna dalla dominazione di Cartagine, che mezzi maggiori non avendo di conservarla nell'obbedienza, costretta vedevasi ad abbandonar l'isola a se stessa; ed all'incontro i Romani a nuove speranze s'innalzavano di recarsi in mano quella signoria che già sfuggiva alla loro rivale, a ciò specialmente incitati da quei mercenari stessi che cacciati dall'isola, ricoverati si erano sulle terre di Roma. Guerra aperta non era in tal tempo fra le due repubbliche, ma odio eguale, che in Roma scoppiava più apertamente per la prosperità della prima guerra punica ed in Cartagine rattenuto era e simulato per causa delle antiche e delle presenti misavventure. Li Cartaginesi quindi non per opporsi palesemente ai disegni dei Romani che faceano le viste d'ignorare, ma per richiamare all'antica sommessione un'isola sulla quale maggiori dritti potean far valere, preparavansi a riconquistarla; i Romani dal loro canto spregiando le illusorie menzogne della cautela politica, riconoscendosi in quel momento i più forti, il destro afferrarono di sbarbare dall'isola i Cartaginesi non colla forza, ma colla minaccia delle armi. Celebre nelle antiche storie si è questo tratto della loro politica ingiustizia, che da Polibio illustrato fu con tale splendore di testimonianze, da non lasciar dubbio alcuno che nella bilancia della pubblica ragione dei Romani l'acquisto della Sardegna preponderava all'osservanza della pattuita fede. Dichiararono addunque i Romani a Cartagine improvvisamente la guerra, allegando a pretesto, che gli apprestamenti di guerra fattisi nell'Africa non contro alla Sardegna, ma contro a Roma si dirigevano; conoscendo tuttavia nel loro animo che ai Cartaginesi assaliti da tanti disastri, altro mezzo non rimaneva per cansarsi dal maggiore di tutti, cioè da nuova guerra romana, fuorché il sagrifizio dell'isola sì acremente disputata. Né delusi rimasero in questa antiveggenza, perché i Cartaginesi inabili ad opporre il petto a tanta piena di mali, ceder dovettero all'imperiosa condizione loro imposta, e riscattarsi dalla guerra rinunciando ai diritti loro sulla Sardegna e pagando ai Romani per soprassoma mille dugento talenti.

Passò con tal violenta cessione la Sardegna sotto la podestà di Roma, ma non per ciò romana potea ancor riputarsi; che i Cartaginesi disporre ben poteano dei loro diritti, ma non dell'animo dei popoli; e questi nel bivio di rispettare la dominazione alla quale erano ausati o di scambiarla con altra del pari ponderosa, inclinavano ai Cartaginesi, o perché molti popoli sardi comune con esso loro aveano l'origine, o perché la lunga abituatezza naturato avea, se non l'amore, la tolleranza almeno del dominio. A ciò si aggiunse che, trovandosi i Romani impegnati in altre guerre in Italia, i Cartaginesi alquanto ristorati dai passati pericoli, non teneansi dal punzecchiare gli isolani alla rivolta, facendo appo loro valere tutti quelli segreti incitamenti che loro erano agevolati dalla signoria di tanti secoli. Postisi allora i Romani in allarme, videro bene che le sole politiche convenzioni bastanti non erano a rassodare un governo odioso se a queste la possa non si aggiugneva delle armi; stanziarono adunque di recar nuove truppe in Sardegna e di porre il piede sulle prime faville, acciò l'incendio non si propagasse; furono anzi sì vigorosi gli apprestamenti di guerra, che i Cartaginesi paventando non sopra di loro si rovesciasse, in tempo non ancor maturo per la difesa, l'odiosità d'una sommossa da essi provocata, legati inviarono a Roma acciò li prosciogliessero da quell'imputazione, e la continuazione della pace implorassero dal senato. A Tito Manlio Torquato commessa era stata frattanto la bisogna di quella guerra, ed egli passato essendo nell'isola coll'armata e colla fortuna romana, in breve attutò la rivolta; perlocché quantunque riescito non fossegli di spegnerla del tutto, in grazia della felice intrapresa n'ebbe al suo ritorno in Roma le trionfali. Dopo le quali la Sardegna dichiarata fu provincia del popolo romano, e lo fu prima di qualunque altra; perché sebbene la Sicilia fosse già soggiogata, non lo era tuttavia per intiero, onde non poté esser ridotta a forma di provincia prima della resa di Siracusa.

 

 

LIBRO TERZO

 

I Romani più paghi erano che tranquilli nel possesso della Sardegna, la quale ad ogni apparenza o di sperato ausilio o d'interrotta vigilanza tentennava di nuovo nella sommessione; e perciò gli anni primi del loro novello dominio, e quelli particolarmente che corsero prima della rottura della seconda guerra punica, segnati furono da continove ribellioni.

Pochi mesi erano passati dopo il trionfo di Torquato, e già i Sardi levavano altra volta in capo, tentando di scuotere il giogo romano; fecesi perciò provvisione che i consoli Lucio Postumio Albino e Spurio Carvilio Massimo assembrassero una poderosa soldatesca, onde comprimere la sedizione; ma vana riescì in gran parte questa spedizione, perché Publio Cornelio, cui dato ne fu il governo, cadde vittima assieme a gran parte dei suoi d'un morbo contagioso che serpeggiò nell'esercito; perlocché fu d'uopo, per contenere i rivoltosi sollevatisi d'animo dopo tal malore, passasse dalla vicina Corsica in Sardegna Spurio Carvilio consolo ed impiegasse le forze residue e le sopraggiunte a debellarli; ciò che meritogli poco stante le trionfali.

Al nuovo consolato, nuovo sollevamento: tanto era profondo nell'animo de' Sardi l'odio alla romana signoria, che né le stragi, né la schiavitù, né la facilità stessa della repressione valevano ad ammorzare i sempre rinascenti, benché sempre mal tornati tentativi d'indipendenza. Né ad alcuno cada in pensiero che siccome con un laconico cenno di sconfitta o di trionfo notansi nelle antiche storie questi frequenti scontri degli eserciti romani con quei poco domabili provinciali, così od agevoli o di poco momento sieno stati, in modo che mal convenga il chiamar guerra ciò che a giudicarne dalla rapidità delle narrazioni potrebbe appena riputarsi leggiera scaramuccia. Battaglie, e battaglie sanguinose, dovettero essere sostenute da un canto da tutta la disciplina romana, e mal governate nell'altro da un disordinato impeto d'indipendenza. Vaglia a ciò comprovare e la cerna di copiosi eserciti ordinata in tali frangenti in Roma, e la personale direzione dei consoli, o dei primi personaggi della repubblica, per vari anni progressivamente richiesta onde comprimere quelle sedizioni, e più di ogni altra cosa l'onor del trionfo ad essi accordato; locché non può intendersi senza fermar per vero che grandi stragi siano conseguite, nota essendo la legge che la barbara condizione imponeva ai postulanti il trionfo dell'uccisione almeno di cinquemila nemici in una sola giornata. Benché adunque manchi allo scrittore la materia di pompose guerresche descrizioni, non mancò ai Sardi o l'animo indipendente, o la costanza nei pericoli, o il combattere petto a petto, ma mancò solamente od un nemico meno sprezzante, o la fortuna delle armi, o la presenza d'un uomo grande, che, raccolti attorno a sé i migliori, dirigesse con senno una turba tanto più sfrenata, quanto più confidente nelle proprie forze.

A Marco Pomponio Matone consolo toccato era il carico di sedare i rinnovati tumulti, e siccome parea credibile che il governo di Cartagine straniero affatto non fosse di quelle replicate sommosse degli antichi suoi sudditi, pensarono i Romani convenire al loro interesse ed alla loro dignità se di tali maligne istigazioni solennemente lo accagionassero. I legati a tal uopo spediti in Cartagine soddisfecero all'aspro loro mandato coi più amari e superbi rimprocci, che sopportati furono sommessamente, ma non pazientemente da una repubblica la quale non era mai stata più nemica a Roma che in questo momento di forzato accordo. Pomponio al tempo stesso combatteva felicemente contro ai Sardi ed otteneva in Roma le trionfali.

Non perciò la rivolta si comprimeva in Sardegna, che più vigorosa anzi ad ogn'ora risorgeva a dispetto della mala sorte. Fu nel seguente anno tanto maggiore il commovimento degli isolani, che ambo i consoli Marco Emilio Lepido e Marco Publicio Malleolo credettero dover recarsi nella provincia, nella quale se fazioni di gran momento non operarono, ammassarono per lo meno gran bottino. Né in questo consolato, né in quello del successivo anno, in cui Marco Pomponio Matone, nuovamente consolo, passò per la seconda volta a debellare i Sardi, fanno le tavole capitoline menzione alcuna di trionfi accordati ai duci, ed è probabile perciò che dopo le prime ardite dimostrazioni di resistenza, stancati finalmente dall'avversità, siansi i rivoltosi sbrancati, di modo che più scorreria e persecuzione isolata siano state queste due campagne che guerra ordinata. Se si deve anzi credere a Zonara non scorreria ostile, ma caccia di fiere potrebbe intitolarsi la campagna di Matone, il quale disperando di poter snidiare i più arrovellati nella sedizione, che troppo fieri per discendere ad un accordo e troppo deboli per opporvisi, rifuggiti si erano ai più alti balzi delle loro montagne, facea le sue squadre precedere da alcuni veltri, che annasando per quei burroni ne scoprissero le traccie.

Agli anni succeduti a questa pacificazione pare debba riferirsi la prima missione d'un pretore in Sardegna, che quest'isola assieme a quella di Corsica governasse a nome della repubblica; poiché sebbene dopo il trionfo di Tito Manlio Torquato i Romani abbiano dovuto considerare la Sardegna come provincia loro, nullameno le continue sommosse per le quali necessario si rendette in ciascun anno il passaggio dei consoli, non permisero che colà si spedisse uno speciale governante; onde può ragionevolmente assegnarsi l'epoca della determinata riduzione dell'isola a forma di provincia al tempo in cui fuvvi inviato Marco Valerio, primo suo pretore secondo la testimonianza di Solino.

Non tardò tuttavia a riconoscersi il novello bisogno d'affidare il governo delle cose sarde al primario magistrato della repubblica; e perciò spedito fu nell'isola dai padri poco dopo il consolo C. Attilio Regolo, il quale o perché incontrata l'abbia bastantemente quieta, o perché in breve tempo siagli riescito di ricondurla all'obbedienza, non esitò punto a ritirarne tutto il suo esercito appena venne avvisato del pericolo in cui trovavasi in Italia il suo collega nel consolato Lucio Emilio Papo, che con dubbia fortuna combatteva contro ai Galli dell'Insubria; e cadde ben in acconcio per la prosperità delle cose romane l'opportuno ritorno di Attilio, il quale lasciò la vita in quella fazione ma assicuronne il felice evento.

Ribollivano frattanto in Cartagine i mali umori contro a Roma, ed i sentimenti della generale indegnazione scoppiati erano alla fine con violenza dal petto d'Annibale, che nel suo grand'animo capace conosceasi di avvallare quell'orgogliosa nemica. Travagliava fra le altre cose lo spirito di quel valoroso la Sardegna perduta, né causa alcuna maggiormente incitollo ad inalberare il vessillo della seconda guerra punica sulle ruine di Sagunto. Fu allora che gli ambasciatori romani recatisi a Cartagine, quantunque ben sapessero che la cessione della Sardegna distornato avrebbe l'imminente pericolo, saldi d'animo nullameno stettero contro alle minacciate calamità, e denudando il petto, qui, dissero, a voi rechiamo o pace o guerra; e guerra recarono.

Né causa solamente, ma ancora frutto della prima apertura della guerra sarebbe stata la riconquista della Sardegna, se al disegno dei Cartaginesi più propizie sorti avessero corrisposto; che anzi negli stessi momenti di pericolo, dopo la sconfitta da essi toccata presso alla foce dell'Ibero per opera di Gneo Scipione, nissuna cosa più curarono che di assicurarsi il dominio del mare con ispedire alla volta della Sardegna una flotta di settanta navi; ma questa impresa loro venne a riuscire a sinistro fine, perché il navilio romano a cinque palchi presentossi opportunamente con forze superiori a cacciare i Cartaginesi da quelle acque.

Siccome la Sardegna fu in tali frangenti cagione di reali timori per la repubblica romana, così lo fu eziandio di spaventi immaginari. Cose strane riferivansi, e fra le altre: ad un cavaliero, il quale in Sardegna girava attorno alle scolte, essersi di repente infocata la pertica che tenea in mano; nelle spiaggie aver lampeggiato spessi bagliori; due targhe aver gocciolato sangue; alcuni soldati esser stati colpiti dal fulmine; l'orbita del sole esser apparsa menomata; e baie simili, che purtroppo erano atte ad intimorire un popolo di cui niun altro fu o più animoso ed altiero cogli uomini, o più superstizioso e sommesso cogli Dei. Crucciavasi perciò all'udire tai racconti, quasi come dalla provincia che l'occasione era della guerra, attendersi dovessero li buoni o li sinistri auspizi.

Ma i veri auspizi agitavansi nella gran mente d'Annibale, il quale, valicati i Pirenei e le Alpi e coperta di stragi l'Italia, avea nella pianura di Canne spento quasi quella repubblica. Quietava egli, dopo la presa di Casilino, in Capua, allorquando dalla Sardegna giunse al senato un messaggio di Aulo Cornelio Mamula, propretore dell'isola: alla soldatesca ed ai soci del navilio mancar oramai la quotidiana distribuzione degli stipendi e del frumento, né modo vedersi come sopperirvi; solleciti addunque fossero i padri di toglierlo da sì pericoloso impaccio. Troppo inopportuno era il tempo per soddisfare a tal dimanda, onde il senato contentossi di rescrivere esortando Cornelio a far da sé provvisione, acciò al navilio ed all'esercito nulla mancasse. Ben a ragione Valerio Massimo, riportando tale risposta, notò quanta necessità premesse il senato in tal frangente: e che altro, dic'egli, importava tal mandato, fuorché lasciarsi sfuggir di mano il governo d'una provincia che benignissima nutrice era di Roma, sostegno d'ogni guerra, e che con tanto sudore e sangue recata erasi in mano?». Nutrice in effetto fu allora la Sardegna dell'esercito, e nutrice benigna, che di tal parola anche Livio si prevale nel narrare la facilità con cui Mamula incontrò nelle città socie dell'isola prontezza e liberalità di sussidio. Né fa poca meraviglia il vedere che in un periodo di tempo così pericoloso pei Romani, preceduto, come già si disse, da parecchie calde rivolte, e seguito, come vedremo fra breve, dalla caldissima di tutte, tanta condiscendenza siasi mostrata, se già non vuol pensarsi che molto esteso fosse a tal tempo in Sardegna il partito romano, o che molta influenza abbia spiegato in questo negozio, come si vedrà esser altra fiata accaduto, la benivoglienza degli isolani per la persona di quel propretore; ché tal è pure l'indole dei popoli anche li più contumaci nelle loro opinioni, ma di animo generoso, non mai piegarsi alla forza, tutto accordare alla dolcezza.

A Cornelio Mamula succeduto era nella pretura Quinto Mucio Scevola; pretura per la Sardegna funestissima pei novelli e maggiori disastri sopportati. Magone, fratello di Annibale, che passare dovea in Italia a fiancheggiare quel generale con copiosi apprestamenti di guerra, stava già per rivolgere invece quelle forze alla Spagna, donde le più funeste novelle veniano per le armi puniche, quando parossi dinanzi ai Cartaginesi la consolante speranza di ricondurre all'antico dominio la Sardegna. Legati erano stati segretamente spediti dall'isola, che annunziavano: rara e sbandata esservi la soldatesca romana; il pretore Mamula, che delle cose dell'isola era scientissimo, dipartirsene; al nuovo magistrato dover ogni cosa sinistrare; gli animi dei Sardi, oramai lassati dalle angherie romane, impazienti agitarsi ed aspirare a novelle sorti; acerbamente aver testé ministrato la pretura Cornelio Mamula, inasprendo gli isolani con tolte sforzate di vittuaglie e stipendi; un incitamento solo mancare alla rivolta, la presenza di chi la rinfranchi. Inviato era questo clandestino messaggio dai più notabili abitanti dell'isola, e da Amsicora in ispecialità, che agli altri soprastava per autorità, ricchezze ed odio contro ai Romani. Grande concitazione destò tale ambascieria nell'animo dei Cartaginesi; e non potendo essi abbandonare la difesa della Spagna, né sapendo rinunciare a quei lusinghieri inviti, stanziarono che Magone, colla flotta già apprestata e col suo esercito, passasse in Ispagna e che Asdrubale con eguali forze veleggiasse alla volta della Sardegna.

Non dissimili erano le novelle che Cornelio Mamula, ritornato già dalla provincia, riferiva al senato: lo stato delle cose esservi in pericolo; guerra e ribellione nel cuore di tutti; Quinto Mucio Scevola, sottentrato pretore, fin dal primo suo giungere infermato, per lungo tempo inetto essere a governar la guerra; l'esercito istesso, quanto bastevole per contenere una provincia pacifica, altrettanto fiacco per resistere ad una vasta sollevazione. Decretarono dunque i padri: Quinto Fulvio Flacco arrolasse cinquemila fanti, quattrocento cavalli; al più presto il meglio ne curasse la spedizione in Sardegna ed affidasse il governo a chi parrebbe più acconcio, fino a quando Mucio si riavesse. Sembrò che nissuno in Roma fosse per tal fazione di portata eguale a Tito Manlio Torquato, il quale nel suo consolato avea già altra volta debellato i Sardi, e il cui nome dovea per tal motivo esser più temuto agli isolani; al medesimo addunque diedero l'incarico di comprimere quella sommossa, la quale, per la sua stessa importanza e per l'impiglio delle altre tristi vicende della repubblica col quale raggruppavasi, gravi timori destava in Roma.

Ben può a tal punto ammirarsi quella ferrea perseveranza d'animo colla quale i Romani padroneggiarono gli avvenimenti tutti che da varie bande gli incalzavano, e che annientato avrieno qualunque popolo anche più prode se meno costante. In tanta strettezza ed afflizione di cose, mentre già della loro stessa Italia dubitavano, mentre il nemico colla spada alla strozza, come spiegasi Floro, stava loro sopra per la Campania tutta e per la Puglia, l'Africa oramai scambiando coll'Italia, ardirono nullameno a tutto ed a tutti li più distanti luoghi far provvisione; ed al tempo stesso che l'oste punica fronteggiavano sulle loro terre, non diffidavano punto di portare le loro armi nella Sicilia, nelle Spagne e nella Sardegna. A questa frattanto avean già indirizzate le lor forze anche i Cartaginesi, sotto il comando di Asdrubale: ma la fortuna della navigazione non fu propizia, avendo una furiosa burrasca travagliato la flotta, che dalla violenza delle onde portata fu ad incagliare nelle isole Baleari, onde tra per lo deviamento e per lo tempo impiegato nel ristorare il navilio, la flotta di Manlio ebbe l'avvantaggio di prevenirne l'arrivo.

Giunto appena il pretore trovò le cose della repubblica molto dimesse per l'infermità di Mucio Scevola, e sollecito si mostrò di riaffermarle. Tirato il navilio in secco nella spiaggia di Cagliari ed armata la ciurma, onde unirla all'esercito di Mucio, si trovò avere sotto il suo governo ventiduemila fanti e mille dugento cavalli, coi quali movendosi in ordinanza non lunge dagli alloggiamenti dei Sardi, campeggiò colla sua armata. Duce dei Sardi era quello stesso Amsicora che non per altro primo mostravasi nei consigli, che per esserlo del pari nei pericoli; ma i movimenti affrettati di Manlio lo aveano condotto in faccia all'esercito sardo nel tempo in cui Amsicora si trovava lontano dalle trinciere, recato essendosi in altra provincia per accelerare i soccorsi di uomini che si attendeano dalle sue schiere, onde il vecchio consolare non ebbe altro duce appetto che il giovanetto figliuolo di Amsicora. Nomavasi egli Iosto, e nell'avvenenza della persona e nello slancio degli spiriti generosi manifestava già quanta delizia e conforto della patria sarebbe egli stato, se il destino a tanto serbato lo avesse; il padre impaziente del lento progredire degli anni, a cose maggiori dell'età lo innalzava, l'odio contro a Roma stillandogli nell'animo e le sue membra ancor fievoli afforzando col duro esercitar delle armi. Rimaso era egli al campo non tanto per rappresentare il padre, quanto per ricordarlo; e gran misavventura fu questa, che uomini passionati e senza freno avessero al lor governo un fanciullo; perché egli imbaldanzito e temendo meno che valutando i pericoli d'uno scontro immaturo, fu agevolmente da Manlio posto in rotta e fugato con strage grave dei suoi; ché a tremila uccisi ed ottocento prigioni ascender fassene il novero. I fuggiaschi che poterono ragunarsi, vagarono per alcuni giorni e si ridussero poscia alla città istessa dove avea riparato il capitano: quivi aspettavasi da tutti l'arrivo d'Asdrubale, onde restaurare le forze accozzando le due armate; né tardò la flotta punica a presentarsi coi bramati soccorsi.

Manlio a tal annunzio retroceduto avea fino a Cagliari, o perché gli toccasse la mente il bisogno di guarentire il suo esercito alle spalle, o perché essendo selvaggio del luogo, non gli conveniva forse l'assaggiar nuovi scontri in gran distanza dalle città amiche; e con ciò maggior comodo prestò ad Amsicora di congiungere le sue schiere a quelle di Cartagine. Ma non poté lunga pezza ritardare il pretore l'incontro delle armate, perché il capitano dei Sardi tennegli dietro, dando il guasto alle terre dei soci tutti di Roma, onde costretto fu Manlio a muovergli contro col suo esercito. Sulle prime si tennero ambo le armate entro gli alloggiamenti; combatterono quindi alla sfilata e con dubbio evento, ed infine impazienti di maggior dimora, si affrontarono a vessilli spiegati e pugnarono ordinatamente per molte ore. La fortuna e la disciplina romana prevalsero, ed i Sardi ed i Cartaginesi abbandonarono un campo con tutto l'ardore lungamente disputato; fu allora il momento di una strage generale dei collegati: dodicimila combattenti fra Sardi e Cartaginesi vennero passati a fil di spada, tremila e più caddero in potere del vincitore con ventisette vessilli.

Asdrubale istesso ed Annone e Magone, duci maggiori dell'esercito punico, si arresero al pretore; Magone, congiunto in istretta parentela col grand'Annibale ed ostaggio perciò d'importanza ai Romani, Annone, autore e confortatore principale della sommossa dell'isola. Non così fu dei capitani sardi; ché dove maggiore è lo stimolo del combattere, maggiore anche si fa la disperazione. L'infelice giovanetto Iosto, puntando fra i primi combattenti e con l'ardore della sua età cercando la gloria fra le schiere nemiche, aveva incontrato la morte; il padre, più di lui infelice, viste le sorti sinistre della sua armata e sdegnando di calare ad alcun accordo, riparavasi con i suoi più fidati nell'interno dell'isola, allorquando il messaggio gli giunse dell'immaturo destino del suo figliuolo. Conoscendo allora che, vecchio duce, egli non potea sopperire colle sue forze alle cose della patria ridotte allo stremo e che, non più padre, non avea oramai a chi trasmettere l'eredità del suo nome e del suo odio contro a Roma, aspettata la notte, acciò il suo disegno non fosse per alcuno impedito, colle sue mani si uccise, non sapendo sopravvivere al disastro della patria ed al figlio. La fama sua istessa poco poté sopravvivergli, perché gli scrittori romani, intenti a magnificare le cose proprie, con rapidità e talvolta con dispregio rappresentarono le virtù dei nemici: prova ne sia l'aver essi tacciato coll'ingiusta nota di viltà e di debolezza gli sforzi fatti dagli isolani in questa sventurata fazione, quantunque debole non sia sempre il vinto e vile non mai allorché muore per la patria. Ma se queste mie pagine avranno a passare alla posterità, il nome di Amsicora e quello di Iosto non più si dovranno a malapena rintracciare negli annali d'una nazione che colla mole delle sue geste eclissò rinomanze anche più grandi, ma la loro gloria poggierà sovra un terreno più propizio, e questa storia ingemmata del loro nome ricorderà in ogni tempo a' miei nazionali la costanza di quel canuto duce, e forse l'animo del lettore generoso e sensivo tocco sentirassi di compassione pei casi del giovanetto di lui figliuolo.

Altra illustrazione ebbe anche questa battaglia dal nome d'uno dei centurioni romani che prode si mostrò nel combattere, come grande fu poscia nel cantare le gesta dei guerrieri. Ennio, il padre della latina poesia, militava allora nelle file romane, venuto di recente dalla Calabria sua patria, e se creder si deve a Silio Italico, dalla di lui mano partì il colpo che atterrò lo sventurato Iosto. Del di lui continuato soggiorno in Sardegna e del suo primo passaggio a Roma avrò altrove l'occasione di dar più opportuna contezza. Frattanto m'è d'uopo riprendere la narrazione della vittoria di Manlio, il quale, perseguitati i fuggiaschi che ricoverati si erano nell'istessa città sovra mentovata, in pochi giorni la costrinse alla resa. Quest'esempio fu seguito da quelle altre città che parteggiato aveano pei sollevati, onde il pretore, dopo averle duramente tassate di stipendio e frumento in proporzione coi mezzi o col demerito di ciascuna, in breve poté ricondurre l'esercito romano a Cagliari. Gittato ivi di nuovo in mare il navilio, salpò col suo esercito, e giunto a Roma, ai padri annunziò la Sardegna domata, e consegnando lo stipendio ai questori, il frumento agli edili e gli schiavi al pretore Quinto Fulvio, ebbe la gloria d'aver in sì importante fazione ristorato in tempi di estremo pericolo le cose della repubblica. Al tempo istesso Tito Otacilio pretore dopo aver dato il sacco alle terre di Cartagine, veleggiando con cinquanta navi alla volta della Sardegna, imbatteasi nella flotta d'Asdrubale, e dopo leggiero affronto costringeva sette navi alla resa, mentreché la tempesta sperperava le rimanenti. Ogni cosa in tal maniera conspirò ad abbattere i tentativi dei malcontenti Sardi e ad infievolire i loro ulteriori disegni.

A Quinto Mucio pretore toccato non era in sorte di poter nella Sardegna governar questa guerra; invece i padri, o perché lo credessero più atto ai negozi d'una provincia pacifica, o perché meno ingrata riescisse agli isolani la presenza di quest'uomo, gli prorogarono per altri tre anni la pretura, assegnandogli per raffrenare la provincia due legioni. Eguale numero di legioni decretato fu a riguardo dei pretori succedutigli, Lucio Cornelio Lentulo, Publio Manlio Vulsone e C. Aurunculeio, stato confermato nel magistrato in un tempo in cui altri timori sorgevano di qualche nuova invasione cartaginese. Perloché a Scipione fu dai padri imposto delle ottanta navi che sotto il suo comando ritenea, cinquanta ne spedisse in Sardegna, che a tutto potere si opponessero allo sbarco dei Cartaginesi ed ogni conferenza cogli isolani loro impedissero.

Non essendo comparsa alcuna flotta cartaginese, quieta continuò a mostrarsi la Sardegna, come lo fu ancora nelle seguenti preture di Aulo Ostilio Catone, di Tiberio Claudio Asello e di Gneo Ottavio, durante il governo dei quali notano solamente gli annali romani essersi dato lo scambio alle vecchie legioni ed aver Gneo Ottavio colto felicemente il destro d'impadronirsi di molte navi puniche, che un gagliardo soffio di vento spinto avea nei lidi sardi: indirizzavansi queste ai porti d'Italia e vittuaglia e moneta recavano agli eserciti d'Annibale e d'Asdrubale; ma il pretore avendole assalite con vantaggio di luogo e di tempo, venti ne affondò e sessanta ridusse in suo potere.

Surrogarono i padri ad Ottavio nella pretura sarda Tiberio Claudio Nerone, sotto il cui governo tanta fu la quantità di frumento che dall'isola si trasse pei bisogni dell'armata romana, che non capendo negli antichi granai, mestieri fu di edificarne dei nuovi. Nello stesso tempo l'esercito romano scarsità sentiva di vestimenta, e nelle angustie dell'erario il senato avea commesso a Claudio vedesse modo se dalla Sardegna procacciar si potesse qualche soccorso. Né lento si mostrò il pretore a soddisfare a tal mandato, che in breve abilità gli fu fatta di trasmetter a Roma mille dugento toghe e dodicimila tonache; se a buona voglia degl'isolani, od a tolta sforzata, dagli storici non si dice.

Nella pretura di Claudio e nella succedente di Publio Cornelio Lentulo a Gneo Ottavio affidato fu dal senato il governo d'una flotta onde tutelare le coste della Sardegna; la qual flotta imbattutasi nelle acque sarde con quella di Magone cartaginese, s'impadronì di molte delle di lui navi. Dallo stesso Lentulo, pretore dell'isola, un copioso soccorso si ottenne per l'armata di Scipione accampata nelle terre di Cartagine, mentre le sorti della guerra punica già voltavansi contro ad Annibale, richiamato con sollecitudine a difender le mura della patria dall'invasione ardita e felice del maggiore Africano. Cento navi da carico salpate dalla Sardegna con vittuaglie approdarono felicemente in Cartagine, e forse a tal importante servigio dovuta fu la proroga della pretura di Lentulo per un altro anno; ché certamente molta entratura mostrò egli avere presso a quelli isolani, ottenendo sì opportuno sussidio in un momento in cui qualche nuova agitazione si manifestava in Sardegna, non prevedendovisi forse che Annibale, oramai più dimesso, dovrebbe poco stante, nelle celebri ed infruttuose conferenze tenute col giovine suo rivale, fermar per prima condizione della pace la perpetua rinuncia a qualunque disegno di riconquista dell'isola.

S'ignora come abbiano ministrato la provincia i pretori che a Lentulo succedettero, Marco Fabio Buteone, Marco Valerio Faltone e Lucio Villio Tappulo. Non così dell'uomo grande che loro fu surrogato, le cui virtù civili dovettero confortar l'animo dei provinciali, stanco non meno delle avversità della guerra che delle angherie della pace. Marco Porcio Catone tratto era a pretore della Sardegna ed un esercito gli si concedeva di tremila fantaccini e trecento cavalli; ma la tutela maggiore del suo magistrato riposta era nel suo grand'animo, nella sua pubblica giustizia, nella sua privata modestia. Ecco come Plutarco descrive la sua pretura: toccato essendogli, dic'egli, il governo della Sardegna, dove i precessori suoi costumati erano di aver padiglioni a spese pubbliche, letti e toghe, di tenere una quantità numerosa di servi ed amici, e di recare grand'aggravio per dispendio e per apparato di cene, egli vi si portò con un'incredibile differenza per la frugalità sua. Per niuna cosa ebb'egli d'uopo di pubblica spesa veruna e quando portavasi alle città ad esso soggette, non in cocchio vi andava, ma a piedi, conducendosi dietro un solo ministro pubblico che gli portasse una veste ed un vaso pei libamenti da servirsene nei sagrifizi. Così facile e semplice davasi egli a divedere a coloro ch'erano sotto il suo comando. Ma ben per contrario gravità e severo contegno ei mostrava coll'esser inesorabile nelle cose giuste e rigido ed inflessibile nel voler appuntino eseguiti i comandi ch'ei dava; di modo che il dominio dei Romani non riuscì giammai a quella gente né più amabile né più terribile al tempo stesso».

Eguale encomio ne fa Livio, il quale narrando il soccorso dalla Sardegna inviato all'esercito sotto la sua pretura di vittuaglie e di vestimenta, santo chiamalo ed innocente, alle severe di lui disposizioni attribuendo inoltre lo sgombero da tutta l'isola della genia malefica degli usurai. Né meraviglia fa che tanta parsimonia abbia in Sardegna dimostrato quell'uomo, che del modesto corteo si contentò di tre soli compagni nel governar le Spagne; che nel recarsi alle provincie trasmarine non meglio di cinquecent'assi consumava e che nel tragetto all'istesso camangiare accomodavasi dei marinai. Ben dunque a ragione può credersi che li Sardi ausati quali erano a veder scendere nei loro lidi i romani pretori traentisi dietro codazzo di schiavi, di donne e di garzoncelli, stupito abbiano all'aspetto d'un uomo che null'altro avea d'autorevole apparenza fuorché la severa sua fronte; ed allo stupore la più gran venerazione sarà succeduta, allorquando non più leggi scambiate coll'arbitrio, diritti soffocati dal favore, comandari iniqui, onesti provinciali supplicanti ai piè d'un liberto o d'una sgualdrinella, ma entro le mura del pretorio videro stoica rigidezza e scuola patente del giusto e dell'onesto.

Gli ozi di Catone in Sardegna non meno onorati furono delle di lui pubbliche fatiche. Coltivava egli la lingua greca con Ennio, il quale, dopo la campagna di Tito Manlio Torquato, continuato avea per più anni il suo soggiorno nell'isola, o perché ai suoi studi convenisse quel luogo, o perché maggiore del suo ingegno fosse la sua modestia. Benché dunque molto arrischiata sia l'opinione di qualche sardo scrittore che tutta la gloria d'Ennio riferir vorrebbe alla Sardegna giudicandolo non ospite, ma nativo, pure non leggiera è quella d'aver egli per lungo tempo e nell'età alla maturità degli studi più acconcia fatto spontanea scelta di quel soggiorno, ove non dovette mancargli il ritiro campestre, e l'ozio senza sollecitudini e la pubblica onoranza, come non mancogli alla fine lo sguardo propizio del potere, appena il potere e la virtù trovaronsi associati nella persona di Catone. Egli infatti lo trasportò con seco in Roma, ove maggior gloria da ciò tornogli, al dire di Cornelio Nepote, che da qualunque trionfo; e con ragione, ché gloria vera è quella di tutelare l'ingegno, mentre lo splendore delle belliche imprese splendore è le tante volte d'accatto, che fioco luccica al cospetto della severa ragione.

Dalla pretura di Lucio Attilio, che succedette a Catone, fino a quella di Marco Pinario Posca, gli annali romani non contengono ricordo alcuno per la Sardegna che meritevole sia di special relazione, se si eccettuano le doppie decime di frumento imposte all'isola nel governo di Lucio Oppio Salinatore e di Quinto Fabio Pittore. Nel governo di Pinario nuovi sintomi ricomparvero di malcontento e di sommossa; ché divelta del tutto non era quella funesta pianta, onde prendere non potesse novello rigoglio. Movea questa fiata la sollevazione dalle montagne degli Iliesi, nel capo ai quali il pensiero dell'indipendenza era confitto più addentro che agli altri popoli della Sardegna; o perché il sangue troiano inspirasse maggior orgoglio, o perché la vita asprissima durata pei dirupi li più inaccessi dell'isola maggior incitamento somministrasse al viver libero. Travagliava in quel tempo i Romani una pestilenza tale, che non potendo formarsi di cittadini le cerne necessarie per la spedizione la quale a quell'uopo si preparava, non riescì neppure di poter arrolare fra i soci del nome latino ottomila fanti e trecento cavalli, che tanti n'abbisognavano per quell'impresa. Onde avendo i consoli riferito tanta esser stata la moria, da non poter ragunare in quel modo un esercito, abilità fu fatta dai padri al pretore Pinario di ricevere i soldati che mancavangli dal proconsolo Gneo Bebio, il quale svernava con altre legioni in Pisa.

Il passaggio di Pinario nell'isola con quest'aumento di forza dovette per buona pezza attutare i rivoltosi, poiché nelle succedute preture di Caio Menio e di Caio Valerio Levino nissun cenno fassi di novelle turbolenze. Violente poscia scoppiarono nel governo del seguente pretore Tito Ebuzio Caro. Inviò egli lettere al senato per mezzo dello stesso suo figliuolo, nelle quali si riferiva: ai sempre liberi Iliesi associati essersi i popoli Balari, strascinati dalle mene dei ribelli ad insorgere anch'essi; la provincia pacifica, che alle armi romane sottostava, invadersi dalle loro squadre, ed impunemente ciò farsi essendo l'esercito rifinito per le sofferte fatiche ed in gran parte atterrato dal contagio. Una legazione sarda presentavasi al tempo istesso ai padri, sponendo i disastri sopportati e supplicando aiuto porgessero alle città almanco ed ai luoghi abitati; ché i poderi oramai a tale devastazione ridotti erano da richiedervisi non più difesa ma ristauro. Gravi conosceansi le riferite cose, e perciò i padri, essendo l'anno al suo termine, ai nuovi magistrati che deliberare ad un tempo poteano ed agire ogni bisogna rimisero.

Pretore allora per la Sardegna tratto venia Lucio Mummio; ma troppo importante era la fazione e troppo ingrossava nell'isola la sedizione, perché di tutto il maggior apparato non fosse d'uopo e di forza e d'autorità per comprimerla. Provincia consolare dichiarata fu adunque in quei frangenti la Sardegna ed al consolo Tiberio Sempronio Gracco, cui la sorte ne toccò, il negozio fu commesso di debellare i rivoltosi. Agli idi di marzo entrando in carica i novelli consoli, menzione solamente si fece in senato delle due provincie, Sardegna ed Istria, e del ribollimento degli animi in ambe, onde consigliare il conveniente riparo. Nel giorno appresso i legati dell'isola nuovamente ammessi al cospetto del senato con più ampi ragguagli istruirono i padri come grande e terribile fossevi l'apparato di guerra. I padri adunque solleciti di schiantare il male dalla radice, se sperabile fosse, larghi apprestamenti ostili decretarono ordinando: due legioni passassero nell'isola di cinquemila e dugento fanti con trecento cavalli ciascuna; si associassero alle legioni dodicimila fantaccini scelti fra i soci della repubblica e del nome latino con seicento cavalli; armarsi dovessero dieci navi a cinque palchi. Turbati erano stati gli animi in tali preparativi dall'annunzio di vari strani prodigi; perlocché i consoli vittime immolarono delle maggiori e per una giornata intiera voti e preghiere si fecero in tutti i templi degli Dei.

A Tiberio Sempronio Gracco felicemente tornò l'affidatagli impresa. Affrettossi egli di condur le sue squadre nelle terre stesse dei ribelli ed in faccia ai loro alloggiamenti: numerosi essi erano, ma privi d'un capo rispettabile atto a dirigerli; ché tanto dee arguirsi dal silenzio degli storici parchi nel lodare, non nel nominare i capitani nemici; passata dunque nel campo quell'incerta vicenda di comando che caratterizza le sommosse popolari, rimase solo ai Sardi l'ardore disordinato del combattere e lo spregio della morte. E ben non curata fu da essi la vita in tal incontro; ché in quella lunga ed ostinata mischia dodicimila armati caddero sul campo di battaglia; e la ragione ne dice che non quali vittime sommesse, ma quali prodi vendicati cader dovettero, abbenché li storici antichi, che largo esempio diedero ai successori di dissimulare i disastri della propria nazione, il trionfo sempre esaltino; del quanto caro ebbe a costare, tacciano. Né la ragione io scambio colle illusioni dell'amor di patria; ché la natura umana non sopporta entro li stessi petti la costante ricerca dei pericoli e la panica paura; e quando a dispetto di tutti li tentativi infelici, il rigoglio delle passioni ne spinge a nuovi scontri, di follia può ben accagionarsi una disperata insistenza, ma di viltà non mai.

Il consolo nel giorno succeduto alla battaglia, le armi sparse sul campo della sua vittoria ordinò si raccogliessero in cumulo, ed innalzatane una stipa, appicciar fecevi il fuoco, a Vulcano consagrando quell'incendio; e ciò fatto si riparò a svernare coll'esercito nelle città socie.

Calda era stata quella fazione, ma non tale da scoraggiare compiutamente i rivoltosi. Gracco perciò continuava a soggiornar in Sardegna, allorquando si traevano le nuove sorti per la distribuzione delle provincie. Caddero queste per l'isola sul pretore Marco Popilio Lena; ma questi, giudicando rettamente degli interessi della repubblica ed alla sua privata gloria o vantaggio anteponendoli, dichiarò al senato: Tiberio già da un anno intento essere a rappaciare quella provincia; a Lucio Mummio, pretore dello stesso anno, vana per ciò esser riescita la tratta; il più antico pretore Tito Ebuzio dai padri destinato già a fiancheggiare Tiberio; non interrompessero adunque la serie degli avvenimenti nei quali la continuazione stessa efficace mezzo è di prosperità; consumarsi dai nuovi magistrati gran tempo nel conoscere che meglio impiegato sarebbe nell'agire, e fra lo rassegnare un governo e l'assumerlo le tante volte la bella congiuntura sguizzar di mano. Apprezzarono i padri le ragioni di Popilio e con lui dispensarono che tralasciasse di recarsi in quella provincia, a Tiberio di nuovo accomandandola.

Frattanto l'esercito romano veniva a nuove giornate e tutte felici coi ribelli, dei quali nei diversi scontri altri quindicimila caddero uccisi, a segno che più dell'odio potendo il disinganno, pacata finalmente dichiarò Tiberio la provincia; seppure il nome di pace conviensi ad una forzata quiete e non è d'applicare piuttosto ai vincitori degli Iliesi il motto celebre di Tacito: allorquando tutti i luoghi disertarono, chiamano ciò pacificare».

Frutto primo della vittoria fu l'imporre alle antiche città tributarie dell'isola doppia prestanza e dalle altre, che pagavano la decima, riscuotere il frumento. Si venne quindi in sul ricevere gli ostaggi: dugentotrenta se ne domandarono dai luoghi tutti li più importanti; e poscia spedissi a Roma una legazione per annunziare ai padri come da Tiberio Gracco prosperamente era stata governata quella guerra, ed implorare ad un tempo il debito onore si rendesse agli Dei pel favore prestato all'impresa ed al duce si desse facoltà, nel dipartirsi dalla provincia, di ricondur seco in Roma l'esercito vittorioso. Il senato accolse l'ambascieria nel tempio d'Apolline ed encomiò la religione di Tiberio, ordinando pubbliche preghiere per due giorni e si sagrificassero per mano dei consoli quaranta vittime delle maggiori. Quanto allo scambio del governo e della forza, pericoloso credettero i padri l'allontanare dall'occhio degl'isolani, quantunque sbaldanziti, gli stromenti della loro sommessione; ed a Tiberio perciò in qualità di proconsolo, coll'istessa armata, prorogarono per tutto l'anno l'impero.

Alla tornata dei comizi tratto fu a pretore della Sardegna Sergio Cornelio Sulla; ed a questo Tiberio ebbe a rassegnare la provincia allorché ne partì per ottenere in Roma le decretategli trionfali. Celebre fu fra le altre cose il di lui trionfo per la quantità numerosa di schiavi che seco trasse il vincitore: da questa anzi Livio derivar fece il noto proverbio romano: Sardi da vendere»; che dal volgo adoperato era anche ai suoi tempi per significare cose di malagevole smaltimento. Contrapporsi potrebbe, è vero, all'autorità di Livio quella di Plutarco, il quale non agli schiavi di Sardegna, ma ai Veienti della Toscana l'origine riferisce di tal motto, perché i Toscani tutti da Sardi, città di Lidia, si diceano discendere. Io nondimeno porto opinione che nei detti volgari le facili letterali derivazioni siano da preporre a quelle più stentate, le quali col soccorso si sorreggono di recondite storiche origini; e giovami invece più che il combattere l'opinione d'uno storico di tanto peso, come i nostri scrittori nazionali fecero, l'affrontare apertamente tutto il rigore di quella proverbiale ingiuria e accettarla non senza gloria, dicendo: poter agli schiavi della Sardegna convenire un motto attribuito ad un uomo straordinario della nostra età sugli schiavi d'un'isola alla Sardegna assai vicina. Non lo niego, egli diceva, giammai i Romani comprarono schiavi della mia patria: essi sapevano che avrebbero tentato un'impossibil cosa nel farli piegare alla schiavitù». Ed in verità io non posso che commendare i cittadini romani se nello scorrere le file degli schiavi venderecci, imbattendosi in alcuni di quegli Iliesi e di quei Balari e leggendo in quel loro cipiglio la libertà da essi non perduta nell'animo, aombravano a quel feroce aspetto e giudicavano fra sé che non avrieno il buon pro nel recarsi a casa quella generazione irrequieta, fatta per mettere a sbaraglio le loro docili greggie di schiavi. Si dica dunque esser pure stati gli schiavi sardi mercatanzia di mala vendita; ma sibbene dicasi del pari non per altro esser eglino caduti in tal glorioso discredito, che per aver, a preferenza di tanti altri popoli di natura più tenera, sentito quanto pugnassero questi due vocaboli, uomo e venale.

A Sergio Cornelio Sulla prorogata fu dai padri la pretura fino a che il novello magistrato che dovea succedergli, Marco Attilio Serrano, potesse passare in Sardegna dopo fornita la guerra di Corsica, che stata eragli al tempo stesso commessa. Durante questa pretura, un ricordo durevole dei Sardi debellati volle dai Romani serbarsi nel tempio della dea Matuta in Roma, ove una tavola si affisse che la forma dell'isola rappresentava ed alcune immagini dei combattimenti seguitivi. Il titolo n'era quest'esso: Le legioni ed esercito del popolo romano, sotto la condotta ed auspizi di Tiberio Sempronio Gracco consolo, la Sardegna soggiogarono: caddero in tal campagna morti od in ischiavitù meglio di ottantamila nemici; fornita prosperamente la cosa pubblica, francati e restituiti all'erario i tributi, egli ricondusse a Roma l'esercito sano, salvo ed onusto di preda, entrandovi trionfante la seconda volta; per la qual cosa a Giove Massimo questa tavola ei votò».

Dalla Corsica passò ancora il pretore surrogato a Cornelio Sulla, che Caio Cicereio nomavasi, il quale, domato avendo quei fieri isolani, tassati li avea di dugentomila libbre di cera. I magistrati che gli succedettero, fino a Marco Fonteio, nissuna cosa ricordevole operarono, fuorché la trasmissione di doppie decime di frumento, dal senato ordinata nel governo di Lucio Furio Filo. E forse per lungo tempo questa fu l'unica sorte degli isolani, pagare ponderosi tributi o di queto o per forza; ma la perdita irreparabile delle deche di Livio, che a questo periodo di tempo si arrestano, ne vieta di sparger maggior luce sul seguito degli avvenimenti, dei quali perciò d'or innanzi con qualche maggior interruzione di tempo conviene dar cenno.

Ad un aspro nemico della Sardegna è in primo luogo debitrice la storia sarda di molti ricordi. Il più antico di questi appartiene a quell'istesso Tiberio Gracco, che vidimo testé nel primo suo consolato trionfatore dei Sardi. Eletto egli la seconda volta a quel sommo onore, dovette altra fiata passare nell'isola: se per mercarvi nuove glorie o per riscuotervi omaggi, non può conghietturarsi. Apparisce solo da vari luoghi di Cicerone che dopo aver Tiberio nel secondo suo consolato presieduto ai comizi per la creazione dei nuovi consoli Publio Scipione e Caio Figulo, trovandosi poscia in Sardegna e riandando ivi colla scorta dei libri sacri alcune cerimonie, delle quali nella celebrazione di quei comizi curato non avea l'imperfezione, assalito fu tutt'ad un tratto da grande inquietudine d'animo, perlocché scrisse al senato riferendo quei suoi scrupoli. Diede ciò luogo, uditi gli auguri, ad una deliberazione dei padri che testimonianza luminosa porge del rispetto illimitato che quella repubblica mostrava per le pratiche anche le più leggiere del culto; poiché conosciuto in quella maniera esser stati li consoli eletti con invalidi auspizi, ordinarono loro i padri deponessero tosto la carica. A qual proposito Cicerone encomia non Tiberio solamente, che, sapientissimo uomo qual era, volle piuttosto confessare un suo fallo occulto che stare dubbiando sovra un'opera di religione, ma i consoli pur anco, i quali il sommo impero rinunziar vollero, anziché un solo momento ritenerlo contro ai sagri riti.

Conforto non lieve si è per chi scrive una storia povera di splendidi avvenimenti l'imbattersi sovente in nomi illustri, ed al certo gli annali della Sardegna al ricordo ne invitano delle più elevate rinomanze della repubblica. A Tiberio Sempronio Gracco, uomo, al dir di Cicerone, forse il più eccellente della repubblica, e che degno fu d'impalmare quella gran Cornelia cui non può dirsi se maggior fama sia derivata dal padre Scipione o dai figli Gracchi, succede nel novero dei magistrati sardi il minor figliuolo d'ambi, Caio. Dopo la morte violenta del fratello, ritirato erasi il giovanetto Caio dal foro e quietava nella solitudine coltivando quella pericolosa popolare eloquenza che all'estremo eccidio condusse questi caldi e generosi tribuni. Già manifestava egli non infruttuosi esser stati li suoi studi, e gli amici di lui temevano di vedere rinfocolati gli odi appena spenti ove egli salisse al tribunato, allorché la buona sua sorte, che ad altro tempo gli riserbava quell'officio tanto rischievole, lo fé destinare all'incarico di questore in Sardegna sotto il consolo Lucio Aurelio Oreste, il quale per sedarvi qualche nuova sommossa dovea recarsi nell'isola. Grato riescì oltre modo a Caio siffatto incarico; sia perché bellicoso era egli e non meno esercitato nelle bisogne della milizia che in quelle del foro; sia perché avendo allora in abborrimento le faccende politiche e la ringhiera, ben compiaceasi d'un viaggio che liberavalo dalle quotidiane istanze facevanglisi dal popolo per ascendervi di nuovo. E ben augurata fu per Caio non meno che pei provinciali la di lui questura; ché in Sardegna diede egli prove d'ogni virtù, distinguendosi sopra gli altri giovani negli scontri coi nemici, nella giustizia verso i soggetti, nel rispetto verso il consolo, ed a tutti soprastando nella temperanza, nella frugalità e nell'amore alle fatiche. Correa allora nell'isola un verno assai rigido e l'esercito per soprassoma rimaso era brullo di vestimenta, onde chiedeansi alle città soccorsi di vesti per la soldatesca; locché riescendo duro agl'isolani, alcuni personaggi inviarono a Roma che la liberazione ottenessero di tal aggravio. Accolse favorevolmente il senato le loro dimande e commise ai magistrati dell'isola procacciassero altronde il chiesto corredo, ma il capitano trovavasi impigliato in gravi difficoltà; ché né disubbidire ai padri eragli lecito, né sopperire in altra maniera ai disagi ed istanze dei suoi soldati. Unico riparo agli urgenti mali fu allora il tentar quel mezzo che altrove già accennai andar a versi più di qualunque altro ai popoli d'indole generosa. A Caio Gracco, che l'universale stima cattivato s'avea col ministrare benignamente la sua questura, il mandato si diede di provocare spontanee offerte ove il comando non più valeva, e le spontanee offerte giunsero da ogni banda. Tanta fu anzi la dimostrazione di benivoglienza usata dai Sardi verso Caio, che i padri temendo non fossero questi preludi di maggior grazia appo il popolo romano, conturbaronsi; e quindi a non molti giorni, avendo il re Micipsa spedito suoi legati da Libia a Roma che annunziassero volere il loro re, per fare cosa accetta a C. Gracco, inviare al capo della milizia in Sardegna un soccorso di frumento, tanto s'accrebbe la costernazione degli animi, che obbliando i padri l'opportunità del dono ed istizziti pel crescente favore di Caio, quelli ambasciatori discacciarono dal loro cospetto. Deliberarono pertanto s'inviassero in Sardegna nuovi soldati in iscambio ed Oreste vi continuasse il suo comando; con la qual provvisione, anche l'assenza e la questura di Caio tacitamente prolungato avrebbero se in un giovine di minor ardenza fossersi imbattuti. Ma egli non sì tosto udito ebbe tali cose, che invelenito contro ai padri, salpò dall'isola, e comparso fuori d'ogni espettazione nel foro, comecché sulle prime cacciato dai suoi nemici e dal popolo istesso, il quale contrario alle leggi riputava il ritorno d'un questore prima del superiore magistrato, pure seppe sì fattamente trattar la sua causa, e far valere la milizia sua di dodici anni e la questura di durata maggiore dell'annuale dalla legge determinata, che voltate a suo pro le opinioni, si ritirò dal foro vittorioso.

Ad Aulo Gellio siam debitori d'uno squarcio prezioso dell'arringa da Caio pronunziata in tal circostanza, e siccome appartiene questo all'amministrazione da lui tenuta della Sardegna, giovane il qui riferirlo per intiero. Comportaimi, egli dicea, nella provincia come all'utilità vostra credevo conferire, non come alla mia ambizione. Non crapule nella mia casa, né donzelli azzimati e di graziato aspetto; ma nella libertà stessa del convito i fanciulli vostri maggior modestia appo me serbavano che nei luoghi li più venerati. Né alcuno dir potrà che il valsente d'un solo asse abbia io dai provinciali accettato in dono, o che ad alcuno d'essi cagione sia stato del dispendio il più lieve, abbenché per due anni con esso loro soggiornassi. Che se sgualdrina giammai profanò le mie soglie o l'altrui giovane schiavo per me stimolato fu al vizio, sia pur io, che il consento, di tutti gli uomini reputato il più malvagio e il più tristo. Che cosa direte or voi del mio contegno coi figli vostri, quando coi servi stessi sì continente io mi mostrai? Io ben mel so, o Quiriti, che nel dipartirmi da Roma, grave di denaio recavami la cintura, che pur vota oggidì ne riporto; e non sempre così fu; ché i precessori miei in Sardegna veniano colle anfore ripiene di vino e con le medesime traboccanti d'argento se ne dipartivano».

Testimonianza è questa quanto più solenne, tanto più credibile, delle virtù di Caio non meno che delle male usanze dei magistrati provinciali. Minor meraviglia perciò ne farà se dopo questo quadro d'un giovanetto di sublimi spiriti, di sangue generosissimo e di castigati costumi, io ad abbozzare mi faccia quello di un magistrato di poca levatura, d'un pretore cioè che filosofo era sì bene, ma filosofo epicureo.

Nomavasi egli Tito Albucio, cavaliere romano, e pretore fu nella Sardegna alcuni anni dopo il ritorno di Gracco. Dotto era nella greca lingua, perché giovanetto in Atene dimorato avea ed ivi perfetto ellenista ad un tempo e squisito epicureo era diventato, talché più greco che romano oramai dicendosi, in Atene alla greca venia salutato dal pretore Scevola che facetamente in tal modo lo mordeva del suo fastidio delle cose dimestiche. Quest'Albucio adunque tratto essendo a governar la Sardegna, due ricordi ebbe a lasciare nell'isola, uno di leggierezza, l'altro di nequizia. Diretto egli avea qualche scontro contro alle frotte di ladri che infestavano allora l'isola; seppure con tal odioso nome non volle Cicerone designare quelli sciami di malcontenti che nell'interior parte della Sardegna inquietavano in ogni tempo i dominatori romani. Sì di conto pareva ad Albucio questa fazione che dai padri implorava si ordinasse per la prosperità delle cose fatte solenne supplicazione agli Dei; e di ciò non pago, o dubitando che il senato, locché avvenne, rifiutato avrebbe la richiesta, la si concedea da sé e nella provincia stessa quasi trionfava. Qual cosa certamente non fugli menata buona dai padri, che motivo maggiore anzi ne trassero a negargli le addimandate preghiere.

Ma più elevata discussione ebbe ad insorgere sulla sua pretura. Accusato egli veniva dai Sardi di denaio estorto ed in giudizio pubblico di concussione la querela dei provinciali perorata era da Giulio Cesare Strabone, il quale con tanta squisitezza e veemenza d'eloquio rincalzò le accuse dei suoi clienti, che Caio Giulio Cesare, agnato suo, nel coltivare poscia la stessa maniera d'eloquenza, di quest'arringa singolarmente si dilettava, molti squarci riportandone nelle sue scritture. E fu mercé forse dell'oratore che il giudizio ebbe il compimento dovutogli, ben malagevole cosa essendo a quei tempi l'avvalorare colla giustizia sola la causa delle provincie oppresse; quantunque in questa mancata non sia quella maggior ardenza che deriva dalla contenzione degli accusatori, presentato essendosi rivale di Cesare Gneo Pompeo, già questore in Sardegna dello stesso Albucio; locché se dispiacque ai giudici che mal soffrivano quest'esempio di violate convenienze, gran peso aggiunse alla querela, associandole un romano di sì alto conto ed un questore.

Condannato fu pertanto Albucio, ma la sua buona sorte così volle che dalla condanna gaudio piuttosto che pena in lui ridondasse. Bandito venendo da Roma, riparò egli ad Atene, ove non qual esule egli soggiornò lunga pezza; ché l'esilio importa privazione di patria, ed egli la sua patria fin dalla fanciullezza scambiato avea colle sponde del Cefiso; ed ivi perciò mutato cielo e non vezzo, passò quietamente i giorni della sua condanna, filosofando, dice Cicerone, e farneticando dich'io; ché filosofia vera non cape nell'animo dei malvagi.

Se lecito è nella povertà dei documenti arrischiare alcuna conghiettura, io direi che forse ad Albucio più che a Gracco, od a Catone, da paragonar sia gran parte dei magistrati romani che la Sardegna prima e dopo d'essi governarono. A tal uopo valermi non voglio dell'esempio delle altre provincie, né di quello più speciale della Sicilia, la cui vendetta durerà per ogni secolo nelle ardenti arringhe di Cicerone contro a Verre; altro argomento sembrandomi; possa ricavarsi dalla frequenza stessa delle ribellioni sempre spente e sempre riaccese.

Oltre quelle che furono già annotate, altra gravissima insorse fra li due magistrati di Caio Gracco e di Albucio, per cui a Marco Metello proconsolo furono decretate le trionfali. S'ignorano i ragguagli di tal nuovo trionfo, ma basta che questo sia stato accordato per arguirne la grandezza della fazione. Ora sì ampie e sì ripetute sommosse a qual altro motivo mai più giusto si potrebbero riferire che all'inasprimento dei Sardi pel mal governo dei Romani? Si conceda pur qualcosa all'avversione che naturata era nel cuore di alcuni di quei popoli, e degli Iliesi particolarmente, l'aspra indole dei quali ritenne per lungo tempo delle montagne e delle foreste, ove menavan lor vita. Ma questi Iliesi sconfortati per tante stragi non potean sì di leggieri levare in capo, se della speranza non giovavansi di veder accorrere sotto i vessilli della rivolta i popoli eziandio che li attorniavano. La Sardegna ai tempi romani non potea più dirsi un mescuglio di popoli vari e di orde selvagge: vedremo altrove che l'isola abbondava di città cospicue e ben munite, che coperta era d'una popolazione numerosa ed agiata, che la sua agricoltura, le sue arti erano in fiore. I popoli arrivati a tal grado di benessere amano la quiete, e se la lubrica via della civiltade non permette talvolta di fermarsi in quel punto mezzano che più confassi agli interessi generali della società, l'esperienza ne dimostra che negli avvenimenti ordinari i popoli colti anziché retrogradare alla barbarie, avanzansi alla mollezza. Come adunque supporre che quelli isolani pressoché due secoli abituati alla dominazione romana obbliassero sì facilmente ed il rispetto d'una potentissima metropoli, e le illusioni d'una pretura nobilitata dalle riputazioni più eccelse della repubblica, e la vanità della partecipazione alle grandi geste di Roma ed il sollievo infine dell'aver comune il loro servaggio col mondo intiero? Gravi paionmi queste considerazioni e tali da poter se non con franchezza, con verosimiglianza almeno asserire che i Romani stessi la principal cagione esser dovettero del malcontento dei loro soggetti. La religione sola ed un dissidio inconciliabile di sociali costumanze innalzar possono un muro di bronzo fra i conquistatori ed i vinti; ed ove quei potenti argini non si frappongono, il tempo tutto adegua e tutto compone.

Né mi si dica che uguale al governo delle altre provincie era quello della Sardegna ed il risultamento diverso; perché non tutti i popoli la natura preparò egualmente alla pazienza od all'intolleranza: o se la natura poco valci, non tutte le nazioni da simili vicende condotte sono all'una od all'altra. La Macedonia, la Siria, l'Etolia, l'Istria scambiavano il dominio romano con maniere di governo che a stretta obbedienza le aveano già abituate; la Sicilia nelle migliori sue provincie soggetta era a feroci ed odiati usurpatori; la Grecia più la Grecia non era degli altri tempi. Ma la Sardegna prima dei Cartaginesi non avea conosciuto forma alcuna regolare od almeno concentrata di comando, ed il dominio della repubblica di Cartagine tale non era stato da poter rassodare una maniera stabile di governo. Si dimostrarono perciò quelli isolani più indocili degli altri provinciali nell'accollarsi il nuovo giogo, il quale saria stato da essi spezzato se in conquistatori meno potenti fossersi imbattuti o più sommessamente sopportato, se imbattuti si fossero in conquistatori meno sprezzanti.

Maggiori argomenti forse ne somministrerebbe la storia se questa in tal periodo di tempo non presentasse un gran voto. Nullameno si può confortar la mia opinione anche d'uno storico ricordo appartenente a tempi non discosti e tratto dalle opere di Dione Cassio. Parla egli delle leggi stanziate contro al broglio all'epoca in cui la potenza del gran Pompeo essendo vicina al suo colmo, gli si affidava il governo della guerra piratica. Lucio Lucullo in tale circostanza dopo aver già compiuto il suo ufficio di pretore urbano, tratto venia a pretore della provincia sarda; ma rifiutò egli quel carico e con grande perseveranza richiese d'andarne esente, niun altro motivo allegando che questo: esser soliti coloro che assumono il governo delle provincie ogni cosa mettere a soqquadro. Forse non è questa una pruova della di lui costanza d'animo, ch'eragli pur lecito d'imitare altri modelli; ma lo è almeno o della di lui buona fede, o del conto in cui tenea le fresche minaccie d'una legge non ad altro diretta che a lasciar aperta la via degli onori agli ottimi. Nuova testimonianza in ogni caso è del discredito in cui cadute erano presso ai Romani le amministrazioni provinciali. Che sarà stato dunque nelle provincie istesse, sulle quali gravitavano gli eccessi d'ogni maniera? Ben a ragione pertanto Cicerone nella più grave delle sue scritture recentemente ridonata alla luce diceva: se tale abuso e tale licenza più largamente mai si diffonda e l'impero nostro dal diritto alla forza trasportato sia, talché coloro i quali a loro posta sonoci sommessi dal solo terrore vengano costretti, quantunque a noi, che sì oltre siamo cogli anni, oramai il tempo sfugge, pure io m'inquieto pei discendenti nostri e per quella immortalità della repubblica, che salda potria serbarsi se i precetti ed i costumi si rispettassero dei nostri maggiori».

 

 

LIBRO QUARTO

 

Dopoché i Romani giunti erano al colmo della dominazione, recando le loro armi vittoriose dappertutto, rivolte le aveano in se stessi; ed i più illustri fra essi, pretendendo alle private loro ambizioni o corrucci i simulati nomi d'amor di patria, di libertà, di tutela dei patrizi o della plebe, ammaestravano ogni ora più il popolo a venerare nella repubblica, non la repubblica stessa, ma la parte che ciascheduno vi seguiva; per la qual cosa non già cittadini si poteano appellare gli antichi Quiriti ma clienti.

Anche nelle provincie erasi dilatato lo stesso spirito di parte, ed in quelle specialmente le quali, sopportanti il giogo a malincuore, o fermavano sulle discordie intestine di Roma la speranza di vendicarsi un giorno in libertà, o vi trovavano l'opportunità almeno di abbassare il più odiato fra i contendenti. Allorché pertanto arsero le feroci gare di Mario e di Silla, la Sardegna anch'essa si mostrò vacillante ed incerta cui obbedire; pacata tuttavia ebbe a rimanere la provincia fino a che nel consolato di Caio Mario il figliuolo, soverchiamente ligio si dichiarò alla di lui parte Quinto Antonio, il quale pretore era in quel tempo dell'isola. Suscitata con ciò a maggior ardenza la fazione di Silla, proruppe a far offensione contro al pretore, ed assistita da Lucio Filippo, che Silla avea spedito nell'isola a tal uopo colla qualità di suo legato, in breve fugò ed uccise Quinto Antonio, dimostrandosi in quel momento la più potente, come poscia fu la più fortunata delle due parti: ed a gran bene della Sardegna dovette tornare tal fazione, che in tal modo andò immune dalle terribili vendette del vincitore.

Dopo la morte del dittatore, rifugio fu la Sardegna d'un cittadino illustre, il quale ambiva di coglier quel destro per assaggiar novelle cose. Marco Emilio Lepido consolo intendea cassare ogni ordinamento di Silla, e quello singolarmente delle odiose confiscazioni, richiamando alla città i proscritti e restituendo loro i beni tolti. Invano gli si opponeva il pericolo d'un'operazione che, giusta nel suo principio, minacciava tuttavia nuovi eccidi alla repubblica appena quietante; ché caldo egli nel suo disegno, armi nell'Etruria ed esercito avea già ragunato e la patria precipitato avrebbe in altri trambusti, se Gneo Pompeo, la cui potenza sorgeva, non avesse al primo scontro messo in fuga le di lui truppe. Dichiarato allora Lepido dal senato nemico della repubblica, come forse lo sarebbe stato Pompeo succumbente, riparò in Sardegna; ove tentato avendo, ma con niun frutto, di restaurare la guerra, poco stante ebbe a morire. Né l'accoramento solo o la disperazione per la mala riuscita della sua intrapresa lo trasse ivi a tal fine, ma più pungente cura; perché venutagli in mano una lettera la quale il chiariva delle dissolutezze della sua consorte, e conoscendo che negato eragli anche l'asilo delle domestiche consolazioni, tedio maggiore sentì d'una vita da tutti i lati infelice.

È da credere che niun commovimento durevole abbia potuto destare la presenza di questo proscritto, benché il legato suo Perpenna siasi adoperato a tutto potere, anche dopo la morte di Lepido, a sollevare gl'isolani; eglino infatti, allorquando stanchi furono dalle molestie di questo nuovo capo di parte, con facilità dispersero il suo esercito, obbligandolo a riparare in Ispagna, ove prese parte nella guerra di Sertorio. Molta concitazione d'animi dovette invece suscitare in Sardegna l'incursione, che alcuni anni dopo seguì dei famosi corsali della Cilicia, i quali ardirono non solo di affrontare la potenza, ma di mettere all'estrema prova la pazienza di Roma, costretta ad annoverare fra le sue guerre più importanti la guerra piratica. La temerità di questi corsali si era manifestata da principio sulle coste di Sicilia; indi avea preso maggior lena duranti le vicende della guerra mitridatica, che altrove chiamava gli sforzi e l'attenzione della repubblica; e giunta era infine al colmo dell'ardimento, allorché nello scoppiar delle guerre civili i pensieri dei Romani a tutt'altro scopo indirizzavansi che ad affrancare la navigazione. Diedersi adunque allora quei corsali a travagliare le città marittime e le isole, e la Sardegna fra queste, dalla quale non meno che dagli altri popoli alti clamori innalzavansi contro ai commettitori di così gravi eccessi.

Non dee recar maraviglia che l'audacia di quei corsali per lunga pezza sia stata assecondata da prospera fortuna; ma sibbene che al più vile dei ladronecci pregio sia potuto derivare dalla buona sorte, talché anche cittadini cospicui non arrossissero di inscrivere il loro nome nel ruolo di quei masnadieri marittimi. Ma la natura umana troppo è fiacca contro alle illusioni delle felici riuscite, onde stupire non dobbiamo se anche nel rimanente tutt'altra apparenza mostrasse quel navilio che quella d'una associazione di ladri. Alberi indorati si vedeano nelle loro navi, cortine di porpora e remi argentati; canti e suoni e crapule si udivano nei lidi tutti ove posavansi per imporre la legge del riscatto ai personaggi più distinti od alle città, le quali ascendevano già al novero di quattrocento. A Pompeo il Grande fu commessa pertanto l'importante bisogna di riparare a tanto vitupero; ma egli non volle recarsi nella Cilicia, ove alla notizia dei vigorosi di lui apprestamenti ritratti eransi molti dei corsali, se prima ricondotto non avesse la sicurezza nel mar Tirreno, e nel Libico, ed in quello intorno alla Sardegna, Corsica e Sicilia, locché sì felicemente e con tale rapidità eseguì, che in quaranta soli giorni, essendo egli indefesso ed i suoi luogotenenti prontissimi, pervenne a purgar intieramente di predatori quelle acque.

Grande benefizio apportò egli con ciò alla Sardegna, ma non minore a Roma. Di tal servigio prestato alla patria si valeva quindi Cicerone, allorché assecondando la proposizione fatta dal tribuno della plebe Lucio Manilio onde affidare a Pompeo la continuazione della guerra mitridatica, chi mai, egli diceva, o per intraprender un affare o per conseguire un lucro in così breve tempo poté recarsi in tanti luoghi e tanto spazio misurare colla celerità con cui, duce Pompeo, l'impeto della guerra percorse i mari? Abbenché non fosse ancora il tempo propizio al navigare, in Sicilia egli portossi, visitò l'Africa, nella Sardegna quindi passò col suo navilio, e in tal maniera di valide guarnigioni e di flotte munì questi tre granai della repubblica».

Qualche anno dopo della guerra piratica tratto fu a pretore della Sardegna Marco Azio Balbo, cui toccò la sorte di veder magnificata straordinariamente la sua amministrazione già da lunga pezza caduta in obblio. È questi quell'Azio Balbo avo materno di Augusto, a cui lode vidimo già nel libro primo di questa storia esser stata coniata nell'isola una medaglia. Ma siccome non la tarda osservanza dei Sardi al progenitore d'Ottaviano, ma il giudizio precedente dei medesimi sul loro pretore potrebbe solo porgere sincera testimonianza dell'aggradimento della provincia, perciò nella mancanza di maggiori notizie sulla di lui amministrazione, apprezzando io, non più di ciò che devo, una medaglia coniata sotto l'impero del nipote, non intendo gli sia dall'omaggio accresciuto o dall'adulazione scemato qualunque altro giusto vanto.

Non mancò da lì a poco alla Sardegna l'occasione di rimeritar Pompeo della procuratale libertà dei suoi mari. Pompeo, trionfatore di Mitridate, ottenuto avea l'importante incarico di approvvigionar Roma di frumento. Tanto era grave per un popolo nudrito dalle provincie suddite la bisogna dell'annona, che ai sommi uomini della repubblica affidavasi l'incetta nei momenti di pericolo, e le gare erano calde e le vittorie consolanti, come se di provincie da domare o di nazioni soggiogate si disputasse; acri perciò furono le contenzioni anche in quella circostanza; ma trionfò l'eloquenza di Cicerone, il quale di ritorno dall'esiglio acremente perorando contro a Clodio, vinse a favor di Pompeo il partito per una commissione, che amplissima qual era, poneva in di lui balia i porti e gli empori e la disposizione delle entrate, ed in una parola i negozi tutti dei naviganti e degli agricoltori. Inviò egli tosto in molte parti li suoi luogotenenti ed amici, ma in Sicilia, in Sardegna e nella Libia egli stesso volle recarsi; che anzi fu tanta l'ardenza sua nell'intraprendere quel viaggio, che levatosi mentr'era per iscioglier dal porto un vento gagliardo, pel quale intimidivano gli stessi piloti, entrato egli il primo in nave, ordinò si salpasse, degna lui parola dicendo: esser necessario ch'ei navigasse, non esserlo ch'ei vivesse. Bene gli tornò tanta prontezza d'animo, perché in breve tempo accolto con favore dalle provincie, tanta quantità indi ritrasse di granaglie, che coperto il mare di navi da trasporto e riempiti di frumento gli empori, non solo provvide in abbondanza ai bisogni dell'annona romana, ma col sopravanzante poté appagare le richieste di altre provincie afflitte dalla carestia.

Durante tal commessione legato era di Pompeo Quinto Tullio Cicerone, il quale trasferitosi per ragion di tal suo ufficio in Sardegna, rimasevi per qualche tempo soggiornando in Olbia. A questa città perciò l'illustre di lui fratello indirizzava le lettere che in tal circostanza ebbe a scrivergli, nelle quali un lettore sardo ammirar deve la festività e le aggraziate maniere del dire, ma notare al tempo istesso l'acrimonia d'animo per cui egli in questa del pari, che in tutte le altre opportunità non seppe tenersi dal bezzicare quei troppo odiati provinciali. Quei provinciali nullameno apprezzarono Quinto, che attirar si seppe la loro stima, ed il di lui fratello istesso pubblica menzione fece dell'ottenuto aggradimento dei Sardi, allorquando contro ad essi ebbe a trattare la difesa del pretore Scauro che ora imprendo a riferire.

Due anni dopo la partenza di Quinto, pretore della Sardegna venne destinato Marco Scauro, figlio d'altro Marco, che principe era stato del senato e figliastro di Silla il dittatore. Il nome di questo pretore oscuro rimase per più secoli; che noto era solamente per qualche minutissimo frammento d'un'orazione di Cicerone a sua difesa e per la menzione da Plutarco fatta della straordinaria fortuna del di lui genitore elevato a sublime grado a dispetto della vile sua schiatta e della più vile sua vita. La diligenza e pazienza delle odierne investigazioni dei dotti ha in questi anni ravvivato la di lui memoria, ridonato avendo alla luce molti importanti squarci della focosa arringa detta da Cicerone a suo pro, i quali assieme ad altre preziose scritture dello stesso oratore ascosi lunga pezza trovavansi nelle obbliate pagine di antichi palimsesti. In niun incontro forse Tullio scrisse con tanta acerbità contro ai Sardi come in quest'arringa, in cui tutta volle effondere a loro vitupero la fervente sua bile. Ma non perciò imprenderò io ad imitare alcuni degli scrittori miei nazionali, che al menomo cenno di dileggio e talvolta ancora di severa verità, non colla ragione e coll'analisi del filosofo sorressero le stentate loro difese, ma colle ingiurie del pedante. Qual triste amor di patria è mai quello che per trasportare nell'animo dei lettori il proprio commovimento non ha altro mezzo più espediente che l'insulto ai nomi li più venerati? Molto dobbiamo, è vero, alla terra in cui nascemmo, ma molto dobbiam anche alla verità, molto al comune senso degli uomini, molto a quei massimi che tratto tratto nella successione dei tempi illustrarono l'umano intelletto; lo scrittore intemperante il quale viola queste leggi, dee augurarsi solamente lettori stupidi; ché l'uomo di senno scaglierà lungi da sé il volume con indegnazione e condannerallo a perpetuo obblio. Io pertanto colla pacatezza istessa con cui disposi finora li materiali di questa storia, tratterò anche questo nuovo periodo dell'odio ciceroniano, nel quale anzi gioverà trattenermi, perché derivando la causa di Scauro dalla pubblica amministrazione da esso tenuta della Sardegna, innalzasi il racconto ad un interesse maggiore di quello d'un privato corruccio; ed ove la storia langue per mancanza d'illustrazioni proprie, varrà almeno a confortare il lettore il veder nella narrazione lampeggiare il nome d'un gran nemico.

Marco Scauro durante la sua pretura sarda attirato aveasi a giusta ragione l'odio dei suoi provinciali, mostrandosi poco continente delle cose altrui e molto arrogante nell'esercizio o nell'abuso della sua autorità; nella qual cosa dei paterni costumi molto ritraeva, comecché al padre dissimile in quella parte che alquanto potea velare i suoi difetti, cioè nell'ingegno. Ritornato egli a Roma per brigarvi gli onori del consolato, ebbe a sostenere la querela che i Sardi, giunti al sommo della tolleranza, intentato gli aveano per delitto di concussione. Perorata fu la causa della provincia nel cospetto del pretore Marco Catone da Publio Valerio Triario, giovane oratore di noto ingegno e di accurato dire, coll'assistenza di Lucio Mario, Marco Pacuvio e Quinto suo fratello, di famiglia Claudia, ai quali conceduto fu per rincalzare la querela di potersi trasferire in Sardegna onde ragunarvi maggiori informazioni. Ma non stimarono essi di allontanarsi da Roma, l'ottima fra le ragioni allegando: soprastare cioè i comizi consolari; Scauro col danaio istesso estorto ai provinciali aver il miglior mezzo di brogliare; al padre suo egual cosa esser avvenuta, che alla carica contesa ebbe a salire prima del giudizio; non doversi pertanto sopportare di nuovo che abilità fosse fatta a Scauro di travagliare altre provincie, prima che di quella recentemente dismessa avesse reso ragione.

Scauro ogni sua fiducia riponeva nella dignità del nome paterno e nella protezione di Pompeo, della quale lusingavasi; ma paventava oltre modo l'austero sopracciglio e la virtù incorrotta di Catone, suo giudice; ogni mezzo perciò adoperò per avvalorare la sua difesa, scegliendo a trattarla gli oratori ch'erano più in voce, e fra gli altri Cicerone, Messala ed Ortensio, e mescolando alle loro arringhe la sua voce supplichevole, e le lagrime e la menzione della sua prodiga edilità. Né questo bastò; ché per voltare maggiormente a suo favore la compassione popolare, Fausto Silla, di lui fratello uterino, essendo rimasti i suoi servi malconci in un fortuito incontro, slanciossi dalla lettiga querelandosi che a tanto ridotto era dai competitori di Scauro, da dover oramai gire scortato da numerosa frotta di difensori armati.

Questo stesso artifizio e calore di difesa sarebbe stato sufficiente ad aggravare i sospetti contro all'accusato; ma si aggiunse ad atterrarlo maggiormente una circostanza notevole. Era lecito al reo di chiamare in giudizio cento e venti testimoni a suo pro; e l'accusatore di ciò valendosi, eccitavalo con mordente provocazione a nominarne altrettanti, li quali non già encomiare la sua amministrazione, ma solo dir potessero niuna cosa esser stata dal pretore loro estorta. Una condizione in apparenza sì benigna rifiutata fu da Scauro, che ben egli sapea, quanto ai suoi mali fatti l'indegnazione corrispondesse degli isolani. Né senza gloria per essi è questa ricusazione; poiché con ciò Scauro stesso il miglior argomento ne porge contro al suo difensore, che chiamar volle in questa causa lieve e di niun conto meritevole la testimonianza d'una nazione nella quale tuttavia il cliente suo disperava nel tempo medesimo di poter corrompere centoventi persone. Vaglia adunque contro all'ingiuria dell'oratore il timore del suo cliente; e se ciò non basta, vaglia contro all'oratore trasportato dalla foga del suo ingegno e dal bisogno di avvalorar la sua causa con ogni mezzo, l'oratore istesso, che nella pacatezza delle private comunicazioni agli amici palesa la genuina sua opinione. Ecco com'egli ne scriveva ad Attico: se mai Scauro non verrà annoverato fra i consoli, io ben prevedo che male sia per tornargli questo giudizio». Questa amichevole confidenza contrappongasi alla simulata fiducia della pubblica difesa, ed il lettore assennato giudicherà se di torto debba accagionarsi la provincia che si querelava.

Grave commovimento destava in Roma la veemenza che d'ambe le parti caratterizzava l'accusa e la difesa di Scauro. Doppio misfatto gli si opponeva: l'uccisione del sardo Bostare, cittadino di Nora, che fuggiva dall'isola nel giungervi un pretore a lui molesto, ed il depredamento della provincia. Per la prima imputazione aiutavansi gli accusatori della testimonianza del sardo Ari; per la seconda degli universali clamori dei testi accorsi alla metropoli a sostenere la causa. Arte singolare mostrò pertanto Cicerone nel fronteggiare tante difficoltà, e felice fu, al dir di Quintiliano, il mezzo ch'egli scelse di rivolgere contro alla madre dell'ucciso Bostare l'accusazione dell'omicidio; mentreché per distrigarsi dall'unanime querela della provincia sull'amministrazione iniqua del suo cliente, dell'unico appicco giovavasi di affievolire le testimonianze screditando la nazione.

Non è d'uopo di qui discendere al minuto ragguaglio d'ogni cosa; ché la natura della presente opera nol comporta. Dirò solo che a Cicerone agevolò i mezzi di accagionare della morte di Bostare la propria madre, la presenza di questa donna in Roma ed il precipitato suo matrimonio col teste del delitto; al quale, per la connessione degli avvenimenti, opportunamente imputavasi altro nefando misfatto, l'uccisione cioè della vecchia sua consorte, che spenta in quel tempo stesso si diceva per creduto suicidio. E forse non a torto in questa parte della difesa Cicerone, rivolto alla madre dell'interfetto, druda dissoluta la chiamava e madre malvagia, vincolata già d'infame nodo a colui che la consorte sua vecchiarda ed opulenta né sopportare per la deformità potea, né accommiattare a cagion della dote.

Non così dirò dell'altra parte più importante della difesa. Cicerone profondendo in questa a larga copia le ingiurie, volle specialmente trarle dalla leggierezza da lui attribuita alla nazione, la quale, com'egli suppone, dalla sola licenza di mentire derivò sempre ogni differenza fra la libertà e la schiavitù». Potrei qui notare che ben in altro modo i Sardi fecero conoscere ai pretori e consoli romani che cosa eglino intendessero per libertà e per ischiavitù; potrei rammentare altresì quanto lo stesso Scauro abbia diffidato di trovare in quella nazione incapace di credito pochi menzogneri; potrei anche dire che i Sardi in ciò forse ingannaronsi, che non iscelsero per patrono della causa contro al loro pretore quell'istesso che a perorar ebbe la causa simile dei Siciliani; poiché non sarebbe allora stato improbabile il veder l'amministrazione di Scauro condannata a perpetua infamia al pari della pretura di Verre. Ma fino a quando non fatti produconsi, ma sole oratorie declamazioni, e declamazioni d'un uomo che sommo qual era in ogni suo concetto o di lode o di contumelia, non avea certamente il pensiero di acconciarsi le parole in bocca acciò moderatamente pugnessero, io dirò a preferenza dover i Sardi li primi desiderare che di siffatte scritture più abbondante messe ragunisi dagli eruditi; ché nell'animo dei saggi l'onta delle non meritate ingiurie non pareggia a lunga pezza l'utilità si ricava dal conoscere più estesamente la patria storia, che vota e smembrata oggidì ritrovasi per difetto di ricordi.

Rimane adesso a riferire l'esito del giudizio. Scauro era stato secondo la consuetudine di quei tempi lodato da vari distinti personaggi, e fra gli altri dal giovanetto Fausto, il quale al momento del sentenziare alle ginocchia dei giudici precipitandosi, mentre l'istesso facea Scauro colle persone a lui più affette, commosse l'animo di tutti gli astanti. Onde tra per la commozione e per la debolezza dei giudici la causa della provincia ceder dovette alle brighe dell'accusato. Ventidue senatori, ventitré cavalieri e venticinque tribuni dell'erario sentenziarono, dei quali soli quattro senatori e quattro delle altre classi dannarono Scauro. Quale costernazione abbia dovuto produrre in Sardegna questo risultamento d'un'inquisizione sì clamorosa e con tanta unanimità provocata, è cosa facile il giudicarne; ma non passò lunga pezza che pretori e provinciali a più alte cose dovettero dirizzare le loro sollecitudini, a scerre cioè quel partito che o più giusto, o più proficuo parer potea nelle cose della repubblica oramai inclinanti ad un generale rivoltamento.

L'autorità di Pompeo nei negozi civili della repubblica molto s'era accresciuta del servigio prestatole, provvedendo alla scarsità dell'annona. Ma la potenza militare di Giulio Cesare elevavasi ogni giorno maggiormente colle di lui glorie. Gare palesi non esistevano ancora, ma rivalità coperte da mutue condescendenze e speranze future d'abbattere l'un l'altro. Al favore di Cesare lo stesso Pompeo perciò inchinavasi, allorquando quel capitano, dopo aver già vinti i popoli li più feroci del Belgio, svernando nelle terre intorno al Po, tanto codazzo traea dietro a sé di salutanti accorsi da tutti gli angoli della repubblica a fargli onoranza, che in una sola volta ben centoventi littori coi fasci e più di dugento senatori si videro ragunati. Venne anche fra gli altri grandi di Roma Appio Claudio, pretore destinato per la Sardegna; e forse alle conferenze seco lui tenute dovuto fu l'aver quell'isola senza titubanza parteggiato poscia per Cesare nel calore della guerra civile.

Tuttavia non come altre provincie ricevette la Sardegna in quel tempo tacitamente la legge del più fortunato, ma mostrò apertamente qual partito le andasse più a grado. Pompeo sciolto avea da Brindisi, e Cesare valutando colla sua altissima perspicacia meno la di lui fuga che l'abbandono fattogli dei destini dell'Italia, si studiava d'afforzarsi nelle provincie dell'Occidente, sicuro di debellare più prontamente il suo rivale allorché fosse libero dal timore di lasciar dietro a sé qualche nemico. Intese egli pertanto a guadagnare l'animo dei Sardi; ché importantissimo gli riesciva il favore di quella provincia pei soccorsi che ne attendeva e per quelli dei quali volea privare l'esercito di Pompeo. Inviò perciò in Sardegna Marco Valerio, suo legato, con una legione. Governata era allora la Sardegna da Marco Cotta; ma non fu d'uopo che i due capitani contendessero fra loro il possesso dell'isola, perché i Cagliaritani preso da per sé il lor partito, seppero appena il disegno di Valerio di recarsi alla loro volta, che a Cotta dichiararono avesse a lasciar voto il seggio al rappresentante di Cesare. Cotta intimidito e sapendo consentire oramai palesemente ai Cagliaritani l'isola tutta, abbandonò con precipitata fuga il comando, che senza ostacolo alcuno occupato fu da Valerio al primo suo giungere nella provincia. Allorquando poi Cesare creato dittatore e quindi consolo, alle provincie tutte destinò a suo volere i novelli governanti, Valerio ebbe lo scambio con Sesto Peduceio.

Cicerone nel mentre ansioso e dubbiante non per la giustizia, ma per la fortuna del suo partito, poiché com'egli stesso spiegavasi, avea ben cui fuggire, ma non cui rifuggire, alla conservazione della Sardegna rivolgeva anch'egli le sue sollecitudini, ma invano. Voglia il cielo, egli scrivea all'amico suo Attico, che Cotta tenga per noi la Sardegna, come ne corre voce. Oh! se ciò fosse, qual vitupero per Catone». Ma Cotta era stato abbandonato dalla Sardegna, come la Sicilia da Catone, il quale in questo crescente rivoltamento della sorte, dicea perciò esser ben oscura la condotta divina, se Pompeo che nelle cause poco giuste stato era sempre invitto, nella causa della patria tanto sinistra avea la sorte.

Cesare istesso, volendo parer moderato, allorquando approssimavansi le cose ad una decisiva fazione, rappresentava fra gli altri disastri che doveano consigliare la pace a Pompeo, la perdita da lui fatta della Sardegna; onde a Lucio Vibullio Rufo, che prefetto nell'armata nemica ed amico di Cesare, atto era più ch'altri a trattar quelle difficili condizioni, imposto fu di rivolgere anche a tal circostanza l'attenzione del suo capitano. Al tempo medesimo nel consiglio di Pompeo il racquisto della Sardegna ponevasi in bilancia da coloro i quali credendo vantaggioso alla loro parte un ritorno affrettato in Italia, pensavano che cansato nella Tessaglia l'incontro di Cesare, sarebbe più agevole, in di lui assenza, riconquistare la loro antica terra e con esso trar dietro alla sommessione fra le altre provincie occidentali eziandio la Sardegna.

Ma Pompeo strascinato era dal suo destino a risoluzioni diverse, onde le sorti della Sardegna decise furono nella campagna di Farsaglia. Non perciò l'isola quietava; ché in breve tempo le reliquie dell'esercito sconfitto ingrossando di nuovo, minacciavano ai Sardi la vendetta della spontanea loro sommessione a Cesare. Catone e Scipione ridotti si erano in Africa, ed unito quivi il consiglio ed accozzate le forze con Varo e col re Giuba, non solo aveano sottomessa quella provincia che poco amica era stata per l'avanti a Cesare, ma la Sicilia e la Sardegna infestavano anche con il lor navilio, depredando nei porti le navi e traendo da ambe le isole quantità grande d'armi e di ferro, che di ciò più che del buon animo di combattere abbisognavano. Cesare quindi costretto si trovò a prender parte nella guerra africana, ed abbandonando affrettatamente gli ozi voluttuosi dell'Egitto e le bisogne civili di Roma, intese a preservare dall'imminente pericolo, colle provincie che per lui parteggiavano, la propria fortuna. Sollecito pertanto di raffermarle nell'ubbidienza, inviò nella Sardegna messaggi con sue lettere chiedendo a quei provinciali spedissero in suo soccorso nell'Africa milizie ausiliarie, navi da carico e vettovaglie; ma giunsero questi sussidi in Africa alquanto ritardati; ché la stagione propizia non era alla navigazione e senza grave rischio tentar non si potea la fortuna del mare.

Ogni cosa alla fine andò a seconda al vincitore di Farsaglia, il quale, debellato avendo le reliquie dell'esercito pompeiano, tutta la terra ebbe sottomessa al suo comando, fuorché l'indomabile animo di Catone. Pensò allora Cesare a passar egli stesso dall'Africa in Sardegna. Né in Roma occulto era questo suo disegno, comecché varia ne corresse la voce; così scriveane in tal tempo Cicerone, che le vittorie di Cesare abbonacciato aveano nella sua ardenza republicana, ma non nella sua avversione dai Sardi; mordeali infatti anche allora nelle sue lettere famigliari, ed a Marco Terenzio Varrone, amico suo, in tal modo parlavane: dubitano alcuni che Cesare a noi sia per venire trapassando in Sardegna, poiché quel suo podere non ancora visitò: invero niun altro ne possiede più cattivo, ma non perciò egli lo spregia». In qual punto io non saprei dire se Cicerone abbia inteso d'abbassare maggiormente la Sardegna oppure la stessa Roma, una delle più importanti provincie della repubblica chiamando podere di un cittadino.

Cesare frattanto, abbandonata l'Africa, dopo tre giorni di tragitto approdava colla sua flotta a Cagliari. Ivi amico mostravasi agli abitanti, riconoscendoli delle date testimonianze di segnalata devozione. Non così fu dei Solcitani. Eglino al tempo che Cesare nel calore della guerra civile tentava l'espugnazione di Marsiglia, accolto aveano col suo navilio Lucio Nasidio, spedito da Pompeo per recar soccorso ai Marsigliesi; e perché non potesse dubitarsi che spontanei calati erano a tanta condiscendenza, anche di soccorso gli erano stati liberali, fornendo la flotta di viveri. Vendetta dunque, e vendetta grande ne prese il vincitore imponendo a quella città una multa di centomila sesterzi, ordinando che a vece delle usitate decime di frumento, l'ottava parte dei ricolti vi si riscuotesse, ed il patrimonio di parecchie persone mettendo all'incanto. Ciò fatto, dopo alquanti giorni di fermata, Cesare dipartissi da Cagliari, ed avendo per qualche tempo mareggiato e riparato essendosi a cagione del vento in vari porti dell'isola, giunse prosperamente a Roma.

La sua fortuna dové quivi esser seguita da que' Sardi che più gli erano affetti, fra i quali uno dei più ligi a lui, e dei più amati, fu Tigellio, degno forse di passare alla posterità per le sue brillanti qualità di spirito, e passatovi in grazia anche alle acerbe invettive di Cicerone ed alla faceta menzione fattane da Orazio, dopoché Tigellio meritato ebbe al pari della benivoglienza di Cesare quella pure di Ottaviano.

Era questo Tigellio un liberto d'Ermogene al pari di Famea suo zio, e perciò ne ritenea il nome. Feconda vena egli avea di poetico ingegno, ed invitato cantava con subita inspirazione; onde fu esso nella casa di Cesare e nella corte d'Augusto ciò che nei tempi di mezzo furono i trovatori, ciò che ai giorni nostri sono in Italia gli improvvisatori. Bizzarra era tuttavia oltre ogni credere la sua condiscendenza, come stravagante ogni sua maniera di vivere. Ecco la pittura festevole che ne fece Orazio nel libro primo delle sue satire: Una pecca è questa di tutti i cantori, che, pregati nei crocchi, ostininsi a non cantare, non più si arrestino, se cantano spontanei. Tal era il sardo Tigellio. Augusto, che potea ben comandargli, se scongiurato l'avesse per l'amistà del padre, per la sua, invano il faceva: qualora il ticchio gli saltava, Viva Bacco, s'udia egli gridare dall'ovo alle mele, e trarre senza posa dal tetracordo suoni or gravi or acuti. Uomo per verità singolare. Più volte correva a furia qual chi avesse alle spalle il nemico, altre fiate lento moveasi, quasi recasse le ceste di Giunone. Spesso avea dugento servi, spesso soli dieci. Talvolta con grandiloquenza imprendeva a celebrare re e tetrarchi, talvolta temperato cantava: M'abbia io un desco a tre piedi, un salin puro e una toga, che quantunque grossolana, vaglia a riscaldarmi nel verno. Dato avessi millanta a quest'uomo sì pago del poco, in cinque giorni il borsellino era voto. Vegghiava le notti intiere fino all'albeggiare, russava poi tutto il giorno. Non trovossi mai uomo più cangiante». Era già morto Tigellio allorché così scriveva Orazio, il quale in altro luogo, mordendo la riputazione di questo cantore, ne descrive come per lo di lui trapasso corruccio mostrassero sgualdrine, profumieri, mariuoli, pitocchi, mime e genie siffatte, alle quali egli era largo di soccorso». Ma se anche dalla bocca del nemico si può talvolta raccogliere la lode, facile fia il giudicare a chi voglia in queste dipinture sceverare dall'esagerazione della satira la verità, su cui s'innalza che Tigellio uomo era di versatile ma vivo ingegno, d'incostante ma schietto carattere, di bizzarra ma benigna natura. Né meno si richiedeva, perché quelli stessi suoi difetti condonati venissero non solo, ma obbliati intieramente nella confidenza di cui costantemente godette presso due personaggi di tanta sublimità e di perspicacia non inferiore.

Con questo Tigellio adunque, e con Famea suo zio, ebbe Cicerone a contendere pochi mesi appena scorsi dal ritorno in Roma di Cesare. A Cicerone erasi accomandato Famea per lo patrocinio d'una sua causa, e Cicerone l'aveva accettata per fargli, com'egli stesso spiegasi, cosa grata; ché dei suoi più famigliari era Famea. Ma essendosi designato per questa causa e per l'altra di Publio Sestio, cliente parimenti di Cicerone, il giorno stesso, dichiarò egli non poter posporre agli interessi di Famea quelli di Sestio e disposto essere a prestare la sua opera in qualunque altro giorno. Non è da incolparsi l'oratore se dovendo scegliere fra Sestio e Famea, a quello siasi attenuto, che a lui doveva il massimo degli obblighi fin da quando impiegatosi Sestio a tutta possa, essendo tribuno della plebe, a provocare il di lui richiamo dall'esiglio, con tanta veemenza e contenzione cozzò con Clodio, che d'uopo fu venisse poscia da Cicerone e da Ortensio difeso dall'intentatagli accusa di violenza. Nullameno non deve biasimarsi Famea se trovandosi abbandonato dal valente suo patrocinatore nel momento pericoloso in cui il giudizio soprastava, ebbe coi suoi amici a lagnarsi di tal contrattempo. Amico intimo e mediatore di Famea presso Cicerone era Marco Fabio, uomo, al dir dello stesso Tullio, ottimo, dottissimo, da lui oltremodo amato per l'ingegno sommo, la somma dottrina e la singolare modestia, e che particolarmente s'avea attirato tale stima allorquando, compagno di Cicerone, proconsole della Cilicia, soleva in Laodicea assisterlo non nella spedizione dei pubblici negozi (ché di rado la società nel ministrar le cose di stato ingenera amistà), ma nel trattar le controversie le quali, per quanto Cicerone stesso scriveane ad un amico suo, di frequente egli allora agitava con gli sbevazzanti suoi famigliari epicurei». Con questo Fabio pertanto Cicerone credette suo debito di scolparsi dell'abbandono della causa di Famea, e l'istesso pur fece con Attico; ma con tale acrimonia scriveva egli al tempo stesso e con tale titubanza, che ben si conosce quanto pugnassero nell'animo suo lo spregio d'un provinciale, e d'un provinciale sardo, ed il rammarico d'aver provocato il malcontento d'un amico di Cesare. Perlocché se la storia non è diretta solamente a confortar lo spirito umano della narrazione delle grandi geste, ma ad ammaestrarlo anche col mostrare le debolezze degli uomini grandi, non infruttuoso fia di considerare a questo punto l'esitanza di Cicerone appetto a quei due Sardi, giudicandola colle stesse sue parole.

Non dissimulo in questo luogo a me stesso quanto per la natura degli avvenimenti che compongono gran parte di questa istoria, la narrazione sia digradata e mancante di quella dignità che o dalle sole pubbliche cose deriva, o dall'esaltazione almeno delle private passioni. Anzi talmente io riconobbi fin dal principio questo grand'ostacolo, che lunga pezza rimasi dubbiante se dovessi o no produrre dinanzi al pubblico una scrittura al cui intrinseco difetto io abile non era a sopperire colle grazie dello stile. Ma ebbi a confortarmi nel pensare che i miei nazionali non inutile del tutto alla loro istruzione reputerieno questa mia fatica; locché se appo gli stranieri non mi fia lecito sperare, non perciò incontrerò la taccia di profanatore della storica gravità; ché ad ogni qualunque nazione lecito è il compilare i patrii ricordi, a nissuna l'affazzonarli a suo grado. Per la qual cosa se alle grandi le piccole intraprese ed ai sommi gl'infimi scrittori permesso fosse di paragonare, ardirei di qui riportare a mio rinfrancamento ciò che Tacito di se stesso scriveva: minute e poco memorevoli vegg'io che parranno le più delle cose che ho detto e dirò, ma non sia chi agguagli queste nostre storie alle antiche Gli scrittori di quelle narravano guerre grosse, città sforzate, re presi e sconfitti, e dentro discordie di consoli con tribuni, leggi ai terreni e frumenti, zuffe della plebe coi grandi, larghissimi campi. Il nostro è ristretto e scarso di lode».

Ritorno adunque al proposito, desumendo dalle stesse espressioni di Cicerone quanto valer può a far conoscere la di lui disposizione d'animo verso quei due Sardi. Scrivea egli nel seguente modo a Fabio, dandogli conto della discordia insorta con Tigellio: un tale, Cepione io credo, soleva dire: non per tutti io dormo. Ed anch'io così, non per tutti m'induco a servire. Benché qual è mai questa mia servitù? Allorquando noi nel fastigio eravamo della potenza, non mai da alcuno fummo tanto venerati come lo siamo oggidì da tutti li famigliarissimi di Cesare, eccettuato costui. Ma io ciò ripongo fra i miei vantaggi, il non sopportare un uomo più pestilente della patria sua». Con tal ardenza scriveva egli a Fabio, e forse così dovea scrivere; ché essendo comune a Fabio, mediatore di Famea, il dispiacere a questo arrecato, Cicerone tentar potea seco lui il mezzo che talvolta vale ad attutare i deboli avversari, quello cioè di dispettare quando il luogo sarebbe di condiscendere. Ma diverso si ravvisa il linguaggio che egli al tempo medesimo tenea con Attico, al quale convien porre maggior attenzione perché Attico l'amico era del suo cuore ed il confidente dei suoi intimi pensieri. Dimmi, egli scriveagli, qual cosa di Tigellio. Fabio mi disse avermi egli intentato un'iniqua accusa dell'aver io abbandonato la causa di Famea che accettata io avevo, comecché a malincuore, contro ai fanciulli figli di Gneo Pompeo, perché grato a Famea volea mostrarmi, il quale, se ben ti rammenti, nella petizione del consolato per mezzo tuo la sua cooperazione mi esibì Non mi travagliai tuttavia, e l'ira ingiusta d'uno straniero pensai non dover da me curarsi. A Fabio narrai un tutto ma egli ne fece un affar suo, e mi disse non poter in verità rinunciare al sospetto concepito sul mio conto. Ti prego adunque, abbi ad indagare che cosa ne sia di quel nostro; di me non curarti punto: m'accomoda daddovvero l'odiar qualcuno volonterosamente». Questa persona che nostra chiama Cicerone in tal luogo, il figliuolo era di Quinto suo fratello, a riguardo del quale troppo premeva a Cicerone il conoscere se il rancore di Tigellio nuocer potesse alla di lui sorte nascente; onde raccomandava all'amico d'investigare cosa quel liberto ne pensasse. Più ondeggiante si mostrava poco dopo Cicerone collo stesso Attico, maravigliandosi che nissuna cosa si fosse conchiusa con Tigellio: ad ogni costo desio saperlo, diceva egli, quantunque un'acca non m'importi». Li quali due sentimenti quanto sian conciliabili, ognun lo vede. Se non che Cicerone istesso si manifestò più aperto allorché significando ad Attico l'imminente arrivo del figliuolo di Quinto, incalzavalo a conciliargli Tigellio, a farlo senza riserva, ed a dissipare l'ansietà d'animo che perciò sentiva.

Bastanti sono questi cenni di famigliare confidenza a scemare lo sfregio di cui Cicerone notar volea quei due suoi nemici, i quali non persone volgari al certo erano, se l'obbligavano quasi suo malgrado a mostrar pentimento dell'occasione da lui data alla nimistà; come non lo poteano essere, se ai due più grandi moderatori della repubblica piacquero; e se anche prima di ottenere il favor loro, uno di essi tal era da poter, quantunque straniero e liberto, esser utile a quell'oratore nella petizione del consolato. Locché mi conduce a riflettere alle cause per le quali tanta si è la povertà dei nomi illustri in tali tempi, che d'uopo n'è confortar la storia della menzione di due liberti.

Queste cause io ripongo nella depressione stessa sotto alla quale gemevano quei provinciali, e che altrove dissi esser stata origine del loro costante malcontento, come qui la reputo motivo vero della loro oscurità. Qual generoso pensiero potea mai rampollare nella mente di quegli isolani, o quale frutto aspettarsi dall'uomo che distinguer si volesse dal comune? I Romani, i quali, come altrove si vedrà, allora solamente accordarono in Sardegna la romana cittadinanza quando il pregio n'era già menomato ed il giovamento svanito, tutto nel tempo della repubblica occupavano, e gli onori che incitano i maggiori ingegni, ed i vantaggi che allettano i minori. Essi comandavano alle armate, sedeano nei tribunali, arbitri eran di tutto e tutto per se stessi ministravano. Unico sfogo all'attività dei provinciali potea essere e fu l'agricoltura, e questa non tanto era mezzo di accrescer ricchezze, come di scemar povertà; ché alle gravezze eccessive corrisponder era d'uopo con istraordinaria diligenza. In tale stato di cose la via che presentavasi la più acconcia ad innalzarsi quella era che a prima giunta parrebbe la più scoraggiante, la schiavitù. Il provinciale strascinato per le vicende della guerra alla metropoli, o a lungo andare deponeva egli stesso l'odio antico e le antiche abituatezze, o di rado le trasfondea nella figliuolanza. Lo schiavo nato nella servitù se per buona sorte veniva destinato agli uffici urbani ed istruito in quelle liberali discipline che in quei tempi abbandonavansi allo studio degli schiavi, sentiva stimolo maggiore a procacciarsi la libertà col meritarla, ed ogni cosa perciò tentava onde coltivare la benivoglienza dei padroni generosi o sorprendere la debolezza dei milensi. Dalle file degli schiavi si videro per tal motivo sorgere e nei tempi dei quali parlo, ed in quelli dell'impero, uomini tali che o coll'ingegno, o coll'ardire, o colla fortuna, al massimo grado salirono di favore. E ciò basti perché la storia, in questa parte che contiene la menzione onorata di due liberti sardi non abbia ad apparire ad alcuno o stravagante o dimessa.

A più grande importanza debbon ora innalzarla le vicende della romana repubblica dopo il breve dominio ed il tristo fato di Cesare. Le provincie, che dopo la dittatura di questo gran capitano passarono dalla dominazione di Roma alla podestà d'un solo, attendeano, seguita la di lui morte, il risultamento delle gare nate fra il di lui erede, il di lui amico ed i di lui uccisori. La Sardegna al pari delle altre dovette esser agitata fino a quando il celebre e sanguinoso triumvirato di Ottaviano, Lepido ed Antonio, dando una qualche speranza se non di pace, almeno di posamento, permise a ciascuna di conoscere a qual padrone dovesse sottostare. Era infatti appena conchiusa quella esecranda transazione, che seppe la Sardegna esserle toccato in sorte di obbedire a Cesare Ottaviano, al quale assieme all'Africa, alla Sicilia ed alle altre isole di quel mare era stata ceduta.

Inquieta nullameno fu per Ottaviano quella possessione, che poscia consolidarsi dovea nelle di lui mani con quella di tutto l'impero. Sesto Pompeo, figlio superstite di Pompeo il Magno, infestava già da qualche tempo col suo navilio le coste tutte marittime, ed occupata la Sicilia, anche alla Sardegna estendeva le sue scorrerie, onde Ottaviano nissun profitto ricavava da una provincia che in tal modo venivagli disputata, mentreché dalle altre larga copia traeva di danaio per sostentar la sua parte. Accrebbe l'ardire e le speranze di Pompeo l'esortazione di occupare quell'isola fattagli da Antonio duranti le nuove dissensioni insorte fra lui e Cesare. Spedì egli allora a tal uopo Menodoro con potente flotta e con quattro legioni, e queste sia per la forza preponderante, sia perché l'unione di Sesto con Antonio potea far presagire in quel momento un rivoltamento di sorte per Ottaviano, ottennero agevolmente che le due legioni, le quali a di lui nome custodivano la provincia, si mescolassero coi novelli invasori.

Fu tuttavia di poca durata la contenzione di quei due rivali, come lo fu poscia la pace. Rinnovata l'antica divisione delle provincie, nuova facilità si offerì a Cesare di ripigliare in Sardegna il potere toltogli da Pompeo, e per mezzo di Eleno, suo liberto, ne ottenne un'altra volta il possesso. Ma Sesto, irritato non meno per la mancatagli fede d'Antonio che per la provincia presagli, alla riconquista dell'isola con nuovo ardore e con forze maggiori intendeva. Inviò pertanto dalla Sicilia lo stesso Menodoro, liberto suo e pirata in quei tempi di gran fama, acciò infestasse le coste nemiche con tutto il suo potere. Menodoro recossi in Sardegna, ove Marco Lurio prefetto comandava a nome di Cesare. Infelice fu lo scontro primo del duce pompeiano con Lurio, dal quale fu posto agevolmente in fuga; ma l'inconsideratezza del prefetto, il quale permise all'esercito d'inseguire con troppo ardore i fuggiaschi, occasione propizia somministrò a Menodoro di riaccozzar le sue squadre e di fronteggiare di nuovo con pieno vantaggio un nemico troppo confidente e sbrancato. Onde in breve l'isola tutta parte recossi in mano per spontanea resa, parte colla forza espugnò. Animo previdente delle future sorti mostrava intanto Menodoro, e governandosi coll'avvedutezza d'un vecchio pirata cui la buona fortuna importava più che la fede, preparavasi una propizia entratura nelle grazie di Ottaviano, rilasciando senza riscatto molti dei prigionieri in tal fazione caduti in sua podestà, e fra gli altri Eleno istesso, ricuperatore dell'isola a nome di Ottaviano ed a lui sommamente caro.

Frattanto in Roma gravi turbolenze si destavano per la novella perdita fatta della Sardegna. Il popolo, al quale, in tanto precipitamento di pubbliche variate vicende, unico interesse era rimasto quello dell'annona, travagliato era dal terribile prevedimento della fame. Giungevano ognidì novelle più tristi: le spiaggie tutte esser mal difese contro al navilio di Pompeo; i trasporti del frumento impedirsi per lungo tempo; grandi mali soprastare. Furiosi perciò i cittadini non più si tennero dal tumultuare, e quelli stessi che poco prima aveano dimostrato tanta esultanza per la pacificazione di Cesare con Antonio, chiedevano da essi ferocemente pace trattassero con Pompeo, la Sardegna riconducessero all'antica obbedienza della repubblica, nei pubblici ritrovi, negli spettacoli stessi con alti schiamazzi gridando: pace. E ciò non giovando ad ammansare l'animo di Cesare, a Sesto Pompeo voltavano tutto il favor della plebe, la quale nei giuochi equestri si diede ad onorare con applausi la statua di Nettuno, della cui protezione dopo le felici sue geste navali Pompeo si gloriava. L'ira della plebe infine giunse a tanto, che non contenta di trar sassi contro ad Ottaviano ed Antonio, onde cacciarli dal foro, e di atterrare le loro statue, a impeto corse addosso alle loro persone, minacciando l'ultimo eccidio; nel qual trambusto Cesare ridotto allo stremo, dopo aver veduto cadere feriti intorno a sé alcuni dei suoi servi, colla veste lacera si presentò al popolo, riscattando la vita sua e quella di Antonio colla promessa di una pronta trattativa di pace.

Convennero a tal uopo nel capo Miseno Cesare, Antonio e Sesto Pompeo. Anche a questo suggerita veniva la pace dai suoi duci. Il solo Menodoro ne lo dissuadeva e scriveagli dalla Sardegna calde lettere, esortandolo: non spregiasse il bel destro gli si offriva di abbassare i suoi rivali; imminente esser in Roma il pericolo della fame; stesse saldo colla sua parte; combattesse con audacia o temporeggiasse, che meglio era, fino a che i commovimenti popolari scoppiassero con più furore. Ma Pompeo lasciatosi strascinare o dalla propria persuasione o dalle mene dei suoi nemici a diverse risoluzioni, calò seco loro agli accordi. Una delle condizioni della pace si fu: per un quinquennio a Pompeo si concedesse il comando della Sardegna, purché né alcun fuggitivo egli vi potesse accogliere, né altro navilio vi costruisse. In oltre l'obbligo imposto gli fu di tutelarla colla sua flotta e d'inviare nella metropoli una determinata quantità di frumento.

La letizia del popolo romano per tal accordo corrispose al precedente inasprimento degli animi per la guerra, ma non poté esser durevole; ché in quel rimescolamento di tante ambizioni non era permesso l'aspettare uno stato di cose tranquillo fino a quando spenti non fossero i rivali meno fortunati. Causa delle rinnovate dissensioni fu quello stesso Menodoro che avea conquistato la Sardegna e che la governava allora, le veci sostenendovi di pretore. Egli era venuto in sospetto a Pompeo, dappoiché col rilascio generoso di Eleno mostrato avea di voler agevolarsi con Ottaviano qualche appicco di conciliazione. Chiamato poscia da Pompeo onde rendergli ragione del frumento e del denaio riscosso in Sardegna, sprezzò il comando, ed avendo ucciso i messaggieri che lo recavano, spedì affrettatamente ad Ottaviano chi lo rendesse avvisato del come aveva egli stanziato di rimettere in sua balia l'isola, il navilio e l'esercito. Ottaviano, del quale potrebbe dirsi a ragione che allora solamente cessò d'esser malvagio, quando non ebbe più bisogno di nuovi misfatti, non esitò punto nell'accettare il partito offertogli da un traditore, ed accolse benignamente Menodoro, facendogli distinto onore e fregiandolo di auree anella e della dignità equestre. Ebbe nullameno in brieve tempo ad esperimentare qual fiducia si debba riporre in un mancatore di fede; poiché incerta essendosi dichiarata la sorte nella battaglia navale poscia combattuta fra Menecrate, generale di Pompeo, e Calvisio Sabino, sotto il quale Menodoro militava, quantunque i grandiosi apprestamenti fatti da Cesare per rinnovar la pugna con miglior esito dovessero presagire alle parti di Pompeo esser imminente l'estremo degli scontri; pure o per illusione di false speranze, o perché agli uomini di fede labile ogni cosa è men dura che la costanza nella fede, di nuovo passò sotto ai vessilli dell'antico suo signore.

Non appartiene a questa storia il narrare le vicende della campagna navale decisiva che seguì, e come Agrippa vi si ricoperse di gloria e come mal augurosa sia stata la sorte di Sesto Pompeo, il quale, spento il lume della nave pretoria, gittati nelle onde gli anelli, fuggì occultamente, tutto, al dir di Floro, paventando salvo il sopravvivere. Dirò solo che questa fazione assicurò a Cesare il dominio della Sardegna e fece obbliare il modo con cui ebbe ad ottenerlo. Tanto anzi si mostrò egli pago di tal sicurezza, che fugato appena Sesto Pompeo, si dispose a trapassare in persona nella Sardegna; ma ne fu impedito dalla violenza delle tempeste che in quel tempo agitarono per lunga pezza il mare. Nell'ultima perciò delle guerre civili di quell'età, allorquando i due rivali superstiti combatterono l'uno per lo dominio del mondo e l'altro per lo dominio del mondo e per la vezzosa regina dell'Egitto, la Sardegna assieme all'Italia, Sicilia, Gallia, Spagna, Africa ed all'Illirico, parteggiò per Cesare e soccorse le di lui armate: onde la battaglia d'Azio non tanto servì a confermare quelli isolani nell'obbedienza di Ottaviano, quanto ad assicurarli che non mutando signoria non avrebbero a sopportare alcuna vendetta.

Cominciò allora pel mondo romano un ordine novello di cose. La storia di Roma non è più dopo il felice impero d'Ottaviano la storia di Sallustio o di Livio, dove, per la varietà ed importanza delle vicende anche il nome delle provincie si trova mescolato di frequente coi fasti dei dominatori. La storia non ebbe per lo più a raccontare che passioni feroci o laide turpitudini; e se talvolta si poté confortare della menzione di qualche virtù, l'influenza benigna di rado si sentiva nelle provincie; onde quelle fra esse che, come la Sardegna, teatro non furono d'alcuna guerra, altro ricordo non lasciarono di loro alla metropoli che la monotona relazione dei presidi o legati: quiete e tributi.

Scarsa perciò si è per la storia sarda la materia della narrazione nei primi secoli dell'impero. Passata era la Sardegna fino dai primi anni del dominio d'Ottaviano nel novero di quelle provincie che quell'astuto imperatore avea rilasciato al governo del senato. Ritenuto avea egli sotto il suo reggimento quelle provincie nelle quali manifestavasi qualche pericolo, o di esser invase dai nemici, o di esser turbate da intestine discordie; e con ciò simulava di riserbare a sé la parte più travagliosa della repubblica, mentre in realtà agognava solamente disarmare il senato e tenere in sua mano il freno delle milizie che necessarie erano a distornare ogni timore dalle provincie men sicure. Avendo pertanto ceduto la Sardegna alla podestà del senato, diede con ciò Ottaviano a divedere che tranquillo riposava sulla fedeltà e sommessione d'una provincia la quale non mai s'era mostrata così obbediente come allorquando incerto era cui obbedire.

Invece però di pubbliche sommosse, ebbe la Sardegna a sofferire sotto il governo di Ottaviano scorrerie di ribaldi che turbarono più volte la sicurezza pubblica; onde per alquanti anni non prefetti estratti dal ruolo de' senatori mandati furono a reggerla, ma soldati e capitani abili a salvarla da quell'intestino flagello.

Il solo ricordo che negli Annali di Tacito ragguardanti all'impero di Tiberio riferiscasi alla Sardegna, si è il senatusconsulto col quale vennero proscritti da Roma i seguaci delle superstizioni egizie e della religione giudaica. Quattromila di questi, dice lo storico, d'ancor verde età in Sardegna furono trasportati coll'incarico di frenarvi i ladronecci; e se per l'inclemenza dell'aere vi avessero a perire, poco danno».

Altro grandissimo avvenimento ebbe luogo regnando quello scaltrito e feroce imperatore, ed il mondo intiero ebbe in breve ad accorgersi che il cielo dischiuso aveva i suoi splendori per illuminare l'infelice schiatta degli uomini ed insegnar loro che la virtù ha uno scopo degno di lei. Ma troppo è grave e sublime quest'argomento perché in quella parte che alla Sardegna appartiene, io possa mescolarlo agli altri racconti di questa storia, nella quale a suo luogo verrà da me separatamente trattato con quella diligenza che potrò maggiore.

Seguendo frattanto l'analisi delle notizie ulteriori rimasteci intorno a quei tempi, mi tocca di riferire come lo stesso storico faccia pur menzione della condanna seguita nell'impero di Nerone d'un Vipsanio Lena, preside della Sardegna, per aver con soverchia avarizia governato la provincia. Nel qual giudizio maraviglia alcuna non dee destare il reato, ma sibbene la condanna; ché in quei tempi disastrosi i tesori dell'avaro trovavano facile la via, per cui discendeva ai privati quell'impunità, che a dispetto di tutti li maggiori interessi umani, cuoprì per qualche tempo quell'insano dominatore del mondo.

Altra volta ebbe pur egli a rammentarsi di quella sua provincia, allorquando volendo accingersi a rincalzar le prove del calunnioso adulterio di Ottavia sua consorte, onde togliere dagli occhi di Poppea questa rispettabile matrona, scelse per istromento della nuova trama Aniceto, già ministro dell'uccisione di sua madre Agrippina e da quel tempo caduto prima in disgrazia, poscia in odio; ché l'aspetto dei ministri delle proprie scelleraggini, come a questo luogo dice Tacito, è per sé solo un parlante rimprovero. Chiamatolo dunque a sé, gli promise ove obbedisse, fra gli altri premi, ameno ritiro. Egli che già rotto era al mal fare, assecondò pienamente le brame del suo signore ed ebbe quindi per di lui comando confino in Sardegna, ove non povero ebbe a morire. A dir il vero però io non saprei se in tal circostanza Nerone promettesse da senno un ameno ritiro a chi confinar dovea in un'isola poco dai Romani pregiata per quel riguardo, o se per un raffinamento di malvagità volesse egli dare ad un gastigo l'apparenza d'un favore.

Egual confino ebbe anche qualche tempo dopo in Sardegna, ma senza simulazione alcuna, Caio Cassio, il cui delitto si era l'avere fra le immagini dei suoi maggiori quella dell'interfettore di Cesare col titolo Capo di parte. E fra i delitti di quel tempo, non è questo uno di quelli che ingenerano maggior stupore; poiché ove vediamo infamata col nome e colla pena del delitto la virtù istessa, non deve punto recar sorpresa il veder punita l'imprudenza.

Dopo la morte di Nerone, ne racconta ancora Tacito come duranti le gare di Ottone con Vitellio, la fama delle vittorie dal primo riportate nella provincia narbonese gli procacciò la sommessione della Sardegna, la quale non si lasciò aggirare dall'esempio della vicina Corsica, ove la temerità di Decimo Pacario procuratore poco mancò non ponesse a soqquadro tutta l'isola per l'inutile soccorso voluto prestare a Vitellio.

Mancata la scorta delle storie di Tacito, maggior è ancora nei tempi posteriori la scarsità dei monumenti. Gl'isolati ricordi che riportati furono dagli scrittori della storia sarda si riducono alla questura esercitata in Sardegna da Settimio Severo, che meritò poscia gli onori della suprema podestà; al governo di Razio Costante durante l'impero dello stesso Settimio; ed alla notizia, la quale si può ricavare dagli atti di vari martiri, del nome di alcuni altri governanti inviati nell'isola sotto gl'imperi di Antonino Pio, e di Diocleziano e Massimiano.

A questo punto gli storici delle cose sarde chiudendo la narrazione degli avvenimenti politici e civili dell'isola, la trasportano od alle vicende religiose od alle prime invasioni dei barbari. Nondimeno con una più diligente ricerca si può riempire in parte questo gran voto. Merita in primo luogo d'esser riferita la diversa sorte che correndo il secondo secolo dell'impero, si crede per taluno abbia la Sardegna avuto nella sua descrizione fra le provincie romane. Se si deve stare all'opinione spiegata dall'autore della storia civile del regno di Napoli, chiamato a disaminare le vicende simili delle provincie delle quali scrivea, fino dal tempo di Adriano incominciò la Sardegna a venir annoverata fra le provincie italiane; avendo quest'imperatore abbandonato il sistema tenuto nell'età precedenti sia in quanto alla divisione dell'Italia, che non più in regioni, ma in provincie ebbe a ripartire, sia in quanto all'indipendenza delle isole dall'amministrazione della stessa Italia. Tuttavia non avendo io nella vita di quell'imperatore scritta da Sparziano o nelle storie di Appiano Alessandrino citate dall'autore, incontrato alcun lume che vaglia a rischiarare questa sua opinione, lascio che questo tratto di storia italiana venga da altri con minor indecisione risolto; ed invece m'atterrò ad un tempo posteriore, sul quale non può muoversi dubbio alcuno, quello cioè del nuovo stabilimento dato alle provincie tutte dell'impero da Costantino Magno.

Volendo questo perspicace imperatore ridurre a meno il potere del prefetto del pretorio tanto infesto ai suoi predecessori, tutto il mondo romano divise in quattro prefetture, e queste ripartendo in diocesi, la Sardegna sottopose al prefetto pretorio dell'Italia, nella cui prima diocesi era compresa fra le provincie chiamate presidiali. Il Codice Teodosiano chiara prova ne somministra di questa disposizione dell'imperatore e del sistema serbato dai suoi successori; e perciò ne gioverà riferire le disposizioni contenutevi, poiché ad un tempo ciò servirà a ragunare alcune notizie appartenenti alla storia dell'isola.

La più antica disposizione di Costantino è quella che ragguarda il così detto corso pubblico della Sardegna, e si trova indirizzata a Costanzio, che prefetto pretorio credesi fosse in quel tempo dell'Italia. Comanda in questa l'imperatore venga sottoposta a gastigo qualunque persona recandosi da un luogo all'altro dell'isola, invece di prevalersi dei buoi che negli alloggiamenti di fermata si trovavano lungo le pubbliche strade destinati al servigio dei viaggiatori, a tal uopo distolga quelli che applicati fossero ai lavori della campagna. Da questa legge si ricava che anche alla Sardegna era stato esteso il sistema delle pubbliche poste, che Augusto introdotto avea nell'impero e che poscia da Traiano o da Adriano venne perfezionato con raccomandarsi alle cure degli amministratori del fisco un servizio, il quale per lo avanti gravitava intieramente sui provinciali, obbligati a fornire sul campo i viaggiatori di quanto era necessario al vettureggiare. Né al solo traino ridotto era nella Sardegna tale servizio, ma si estendeva anche alle cavalcature; locché apertamente può dimostrarsi colla disposizione che l'imperatore Giuliano ebbe a dare per reprimere gli abusi invalsivi. Chiamavansi in quel tempo col nome di veredi i cavalli destinati a correr le poste nelle vie regie, e col nome di paraveredi quelli assegnati all'istesso servizio nelle vie meno frequentate, come angaria si diceva quello che si otteneva col traino. Considerò pertanto Giuliano: esser grave la cooperazione dei provinciali sardi ai primi servigi; niun vantaggio loro ridondarne, riducendosi le loro ordinarie bisogne al trasporto delle derrate ai porti dell'isola, per lo quale sufficiente riconosceasi lo stabilimento pubblico dei traini; esser la Sardegna posta fuori della via militare romana e perciò da niuna ragion di stato venir comandato quel carico. Stanziò quindi si abolisse quel servigio e dovessero gli officiali della provincia, sempreché il bisogno dell'amministrazione li chiamasse a qualche diverso punto dell'isola, viaggiarvi con i propri mezzi. Al tempo stesso valutando l'imperatore tutta l'importanza del determinato cambiamento dei traini nei luoghi di posa, diede speciali ordinamenti a Mamertino, prefetto dell'Italia, acciò nei siti più acconci quelli si disponessero.

A Costantino Magno appartengono altre due leggi dello stesso codice che alla Sardegna hanno riguardo. La prima contiene una nuova disposizione penale, ordinandovisi che i Sardi rei di misfatti non gravi si condannino alla pena dei lavori pubblici, che in Roma si sopportavano per macinar le biade: a qual uopo si prescrive rendasi ad ognuno nota tal punizione ed al prefetto dell'annona di Roma vengano poscia rimessi coloro che v'incappassero. Con questa legge anche la serie dei governanti dell'isola acquista un novello nome, vedendosi la medesima indirizzata a Festo, preside della Sardegna.

La seconda legge di Costantino è d'un interesse molto elevato ed appartiene a quel tempo in cui spiegava egli già pubblicamente la sua protezione al culto cristiano. Questa legge che ad Elpidio fu diretta acciò venisse promulgata in Cagliari, conferma le disposizioni già date per l'osservanza del riposo festivo e dichiara inoltre non esser state comprese nel divieto quelle opere che hanno natura di votive, quali erano gli atti civili dell'emancipazione dei figliuoli e dell'accordar la libertà agli schiavi. Se giusta è la conghiettura del Gotofredo, non della sola conferma del riposo festivo la Sardegna ebbe ad avere la prima comunicazione, ma alla Sardegna fu pur indirizzata la più antica legge di cui s'abbia memoria su tal oggetto, quella cioè ch'è registrata nel codice di Giustiniano e nella quale si ordina cessino nel giorno del sole gli atti giudiziari e l'esercizio delle arti meccaniche, non già le opere campestri che suscettive non siano di dilazione.

Più leggi si trovano inoltre nel codice summentovato, dalle quali apparisce che Costantino aveva assoggettato la Sardegna assieme alla Sicilia ed alla Corsica ad un razionale che si nominava delle tre provincie, ed al quale era commessa la cura e governo dei fondi patrimoniali esistenti nelle isole istesse. Una di tali leggi, nella quale si vieta che occorrendo separazione di beni, separazione facciasi degli schiavi uniti fra loro coi vincoli della natura, e l'altra disposizione con cui si permette ai debitori del fisco il pagamento dei debiti a diverse rate, meritano onorata ricordanza; perché la prima è una riparazione all'umanità calpestata e la seconda una repressione delle avanie dei pubblici percettori.

Lo stesso sistema d'umanità diresse la disposizione che Costante, figlio di quell'imperatore (al quale nella divisione delle provincie dell'impero col suo fratello Costanzo era stata ceduta l'Italia), ebbe a dare al preside della Sardegna, allorché proibendogli d'inveire contro a quei provinciali per causa di qualche privato debito, abolì in tali casi non solo il supplizio delle percosse, ma la custodia stessa del carcere. Dalla qual legge anche un novello preside dell'isola viene a conoscersi, chiamato Bibulenio Restituto. Confermata poi si scorge sotto l'impero di Costante la dipendenza del preside sardo dal prefetto pretorio dell'Italia, poiché a Tauro, che eserciva tal carica, scrisse l'imperatore stesso dovesse egli ricevere le appellazioni che interponevansi dal preside della Sardegna: con la qual misura l'antica giurisprudenza fu rivocata che al prefetto della città di Roma riserbava simili giudizi.

Succeduta dopo la morte di Giuliano e l'infelice dominazione di Gioviano la finale divisione degl'imperi fra Valentiniano e Valente, non può rimaner dubbio che all'impero d'Occidente, dal primo di questi due fratelli a sé riserbato, abbia appartenuto la Sardegna, esistendo in Ammiano Marcellino il ricordo d'un atto di sevizie da Valentiniano esercitato nell'isola, del quale nel libro seguente cadrà più in acconcio il ragionare; come più accomodata alla materia dello stesso libro è la menzione che vi farò delle due leggi dello stesso Valentiniano ragguardanti alle miniere sarde, la prima delle quali si vede indirizzata, a conferma del vigente sistema di dipendenza della Sardegna dall'Italia, al prefetto pretorio di questa provincia. Si può in luogo di queste disposizioni riferire qui un'altra legge del medesimo imperatore, sia in grazia della dichiarazione contenutavi del non doversi dare ascolto alle imputazioni dei rei contro ai loro accusatori senza aver prima giustificato la loro innocenza, sia perché può spiccarsene il nome d'un altro preside sardo finora incognito e chiamato Laodicio.

Nissuna tuttavia delle citate leggi merita la considerazione degli uomini di stato e la riconoscenza dei popoli al pari di quella che sono per riferire di Teodosio il Grande. Era stato rapportato a questo virtuoso imperatore che Natale, già governatore della Sardegna, ogni cosa aveavi posto a soqquadro, vessando quei provinciali con immoderate estorsioni. Scrisse egli pertanto in tal forma a Matroniano, il quale preside e duce della Sardegna era nello stesso tempo: affinché la pena d'uno vaglia a tener molti a freno, comandiamo Natale, già duce della Sardegna, ricondotto venga sotto severa custodia nella provincia da lui spogliata, acciò non solamente di quanto i di lui dimestici, servienti e ministri ricevettero, ma di ciò ch'egli stesso ai provinciali nostri rapì, renda, quantunque non volente, il quadruplo». Un ordinamento così savio e giusto illustrar potrebbe qualunque età in cui la scienza del governo politico sia stata più in fiore. Poiché qual tornava pro alle provincie dai giudizi, non dirò, corrotti (che tanti pur se ne contano), ma solamente meno severi? Quello appunto che tornò all'Africa spogliata da Mario Prisco, che Giovenale ne dipinge sbevazzante nel suo comodo esiglio dall'ora ottava del giorno, e men sollecito dei numi irritati e della perduta fama che pago del serbato danaio, mentreché la provincia vittoriosa invano in giudizio piangeva».

Da questa legge trae il dotto commentatore Gotofredo un argomento di natura diversa, e pensa che appartenendo la medesima a Teodosio, il qual era imperatore del solo Oriente, fra le provincie dell'Oriente per qualche straordinaria circostanza siasi allora voluta comprendere la Sardegna, quantunque la sua geografica posizione e le precedute più conformi divisioni delle provincie dovessero richiedere una diversa dipendenza. Checché ne sia di ciò, non poté tale cambiamento esser di lunga durata, e sotto l'istesso Teodosio annoverata fu la Sardegna di nuovo non solo nelle regioni occidentali dell'impero, ma fra le provincie italiane; ché di ciò un documento notevole si serba nel così detto indice delle provincie romane compilato, per quanto opinano gli eruditi, nell'età di quell'imperatore, e contenente la descrizione dell'isola di Sardegna e delle altre due isole di Sicilia e Corsica fra le provincie italiane delle due Rezie e delle Alpi Graie.

A compimento di queste notizie isolate, mi manca solo di dar cenno dei nomi di alcuni altri presidi della Sardegna che per la prima volta posti furono in luce da un dotto scrittore nazionale vivente in due sue scritture degne di encomio, delle quali altra volta occorrerà far menzione. Sono questi: Surrio Destro, preside dell'isola sotto l'impero di Vespasiano e ristoratore della pubblica via che prendeva incominciamento dalla colonia di Torres; Lucio Ragonio, proconsole della provincia, il cui governo od era contemporaneo o posteriore di poco all'impero di Commodo; Publio Vibio Mariano, Lucio Balbio Aurelio e Quinto Cosconio Frontone, i quali col titolo di presidi governarono la Sardegna in epoca incerta; Marco Calpurnio Celiano, il quale governò sotto l'impero di Emiliano e restaurò la gran via centrale dell'isola; Marco Elio Vitale, preside della Sardegna durante il governo dell'imperatore Caro; Settimio Ianuario, che preside ne fu imperando Licinio; e Marco Ulpio Vittore, il quale preside ad un tempo era dell'isola e procuratore di Cesare sotto l'impero di Costanzo, o di Giuliano, ed il cui nome si perpetuò in grazia della ristorazione da lui ordinata del tempio dedicato nella colonia di Torre alla Fortuna e dell'annessavi basilica e tribunale.

Ed ecco che col mezzo di tali ricordi meno discosta si trova la narrazione da quelle infelici vicende che dopo l'impero di Valentiniano terzo travagliarono la Sardegna, e che argomento saranno d'uno dei seguenti libri. Frattanto siccome non per altro motivo tacciono le storie nel periodo di tempo trascorso dal principio dell'impero all'invasione dei barbari, che per esser succeduta in Sardegna alla irrequieta bramosia di scuotere il giogo della dominazione romana, la pacifica tolleranza del governo e dei governanti di Roma, non fia perciò inopportuno che io imprenda a scrivere di quanto a quella maniera di governo, alla podestà dei suoi rappresentanti ed all'influenza di quel dominio nell'isola può aver alcun riguardo. La materia meno è splendente, ma di maggior importanza della già trattata; poiché mentre lo studio delle guerresche vicende delle nazioni pasce la sola curiosità, od al solo scopo tende di prevenire o scemare le disgrazie dell'umanità, la conoscenza invece dell'interno reggimento degli antichi popoli ammaestra coloro ai quali il bene degli uomini sta in sul cuore. Così dato ne fosse invece dell'incarico di rapportare novelli, benché non clamorosi disastri, il poter compensare con dipinture aggradevoli di pubblica prosperità il voto istorico di questi secoli! Che felici pur sono quei popoli ai quali non per altra ragione manca l'onor della storia, se non perché le calamità illustri scambiarono con una tranquilla oscurità.

 

 

LIBRO QUINTO

 

Allorquando i Romani colla forza o col terrore delle loro armi soggiogato aveano qualche regione, prima loro sollecitudine si era di sottoporla a quella maniera d'amministrazione che più acconcia pareva loro a guarentire il vantaggio e la perpetuità della fatta conquista. Appena i padri riceveano dal capo dell'esercito vittorioso le lettere annunziatrici del prospero successo, consigliavano fra loro quali leggi convenisse imporre ai debellati, e come colla generosità del trattamento giovar potesse di allettare le nazioni arrendevoli, o punir con durezza le resistenti, o frenare con cautela quelle d'ambiguo contegno. Messo il partito, il senato stesso ammoniva il generale delle prese deliberazioni ed alcuni senatori spedivagli col titolo di legati, col parere dei quali dovea egli a tutto ciò che ai nuovi sudditi appartenesse far provvisione; locché seguito, egli ai vinti facea conoscere le novelle leggi loro date, promulgandole in pubblico parlamento, ed abbandonava quindi il comando ai nuovi governanti. E quando le leggi tali erano che la nazione fosse spogliata dei suoi antichi statuti e dei suoi magistrati, e dovesse invece sottostare agli ordinamenti ed ai rappresentanti della repubblica, chiamavasi ciò ridurla a forma di provincia.

Quest'ultima è la sorte che toccò alla Sardegna dopo che i consoli Tito Manlio Torquato, Carvilio, Pomponio, Emilio e Publicio tali vittorie riportaronvi, che parve ai Romani assicurato solidamente col dritto della guerra quel vacillante dominio dell'isola, che aveano ottenuto colla cessione impostane ai Cartaginesi. Cessata dunque da quel momento l'osservanza di qualunque altro ordinamento derivato dai tempi antichi od introdottovi dai Cartaginesi, se ne spense coll'andar del tempo anche la memoria; perlocché considerata la scarsità delle notizie, mi astenni dal ragionare in tal proposito della dominazione dei Cartaginesi; come per l'istessa ragione della povertà e per la maggiore dell'oscurità de' monumenti tralasciai di dar cenno delle maniere di governo più antiche, quantunque gli scrittori nazionali abbian voluto illustrare col diadema dei monarchi tutti li più o meno celebri capi di quelle schiere di ventura che nei tempi eroici approdarono nell'isola.

Ebbe pertanto da quel tempo la Sardegna a venerare come leggi sue, oltre ai primi ordinamenti che i generali conquistatori vi lasciavano, anche le stabili disposizioni che la repubblica più volte fermava per l'amministrazione delle provincie, e quelle instabilissime che lecito era a ciascun pretore di stanziare per lo governo della propria. Cicerone, il quale amministrò con autorità proconsolare la Cilicia, ne fa conoscere come l'editto che norma esser dovea del di lui reggimento, fu da esso composto in Roma prima della sua partenza, e come per istrada, abboccatosi egli coi pubblicani della sua provincia, alcune cose vi aggiunse appartenenti al loro interesse e che egli trasse per intiero dall'editto di Appio Pulcro, suo precessore in quel comando. Non a tutti era dato il poter colla perspicacia e filosofia di Cicerone compilare una legge; non tutti poteano da lontano e prima d'assumere il comando conoscere i bisogni della provincia; o se questi erano cogniti allorché l'editto si scriveva, la varietà istessa e mobilità delle disposizioni dipendenti dall'arbitrio d'ogni novello pretore erano già il più grande dei mali; ché duro dovea riescire ai provinciali l'obbligo di consultare in ciascun anno per la tutela de' propri dritti le nuove tavole. A ciò aggiungasi la frequente discrepanza fra le deliberazioni pretorie e quelle leggi del senato che il governo riguardavano delle provincie. Lo stesso Cicerone un esempio ne somministra, riferendo all'amico suo Attico le vicende di una lite di usure nella quale d'uopo gli era porre d'accordo tre cose poco conciliabili, l'editto suo pretorio, un senatusconsulto dei consoli Lentulo e Filippo e la legge Gabinia. Laonde, se oggidì eziandio quei popoli che travagliati sono dalla mole confusa della legislazione, abbenché questa derivi da una sola autorità, pure vanno soggetti a tanta incertezza nel riconoscere ed a tanto dispendio nel guarentire i dritti civili, è da credere che maggiore sia stata l'infelicità delle provincie sotto una giurisprudenza così cangiante, e ciò che più porta, applicata dal pretore istesso, il quale legislatore e giudice al medesimo tempo, tuttavolta che avesse il volere, possedeva anche i mezzi di manomettere ogni istituzione non conforme alla sua volontà.

A tanta dubbiezza ed incostanza di legislazione giammai non si provvide in modo ampio e stabile durante il governo della repubblica, la quale, non che por mente alla necessità delle provincie, non più avea dopo la promulgazione delle tavole decemvirali curato di sottoporre a norme invariabili i giudizi dei pretori stessi di Roma. I più saggi fra gl'imperatori s'avvidero che d'uopo era riparare ai molti inconvenienti d'una legislazione siffatta; e perciò dopo che Adriano pubblicato ebbe quel famoso suo ordinamento dai giurisperiti conosciuto col nome di editto perpetuo del pretore, anche un editto provinciale perpetuo videsi promulgato; dopo il quale se l'arbitrio restò a ciascun pretore di contorcere od obbliare la legge, non gli rimase almeno quello di farla. Finalmente allorquando Antonino Caracalla non per alcuna elevata o generosa massima di stato, ma per le ragioni fiscali che in appresso verranno in luogo più acconcio riferite, ai provinciali tutti estese l'onore della romana cittadinanza, anche le leggi romane comunicate furono alle provincie, le quali non riconobbero più giurisprudenza diversa da quella dei loro dominatori.

La sorte della Sardegna non fu, per quanto spetta alla legislazione impostale, dissimile punto a quella delle altre provincie; e perciò dovette dipendere la medesima per più secoli prima dal buon volere e quindi dal buon giudizio dei suoi pretori. Eguale fu del pari alla condizione delle altre provincie quella della Sardegna in ciò che ragguarda la qualità, numero e potere de' suoi amministratori.

Il più onorato e potente di questi era il preside. Durante il governo della repubblica i presidi della Sardegna ebbero per l'ordinario la qualificazione di pretori, e con questo nome vidimo perciò sempre chiamati da Tito Livio e dagli storici di quei tempi li governatori dell'isola. Solo nelle occorrenze di maggior pericolo diversamente provvedevano i Romani, i quali tanto perfettamente intendevano in quel tempo l'influenza de' nomi sulle cose, quanto l'obbliarono poscia, alloraquando si lasciarono sopravvivere alle cose spente della repubblica i nomi illusorii della medesima. Decretavano essi nei casi di guerra grossa, o di commovimento importante dei popoli, ai consoli si commettesse la bisogna di ricondurre le provincie all'ordine, in qual occasione le provincie stesse consolari nomavansi; come frequenti esempi già s'ebbero per la Sardegna nelle campagne di Tito Manlio Torquato, di Tiberio Sempronio Gracco e di molti altri consoli.

Dal pretore della Sardegna dipendeva in tal tempo la vicina isola di Corsica, la cui amministrazione rimase ancora unita dopo che Augusto stabilito ebbe quella celebre sua divisione delle provincie, della quale nell'altro libro si trattò. Strabone infatti, scrittore di quell'età, nel fare il novero delle provincie del senato, ch'egli chiama pretorie perché personaggi pretorii vi si destinavano, la Sardegna colla Corsica enumera nel terzo luogo, preponendola alla provincia di Sicilia.

Quella divisione non poté sul principio produrre nella Sardegna cambiamento alcuno d'amministrazione. Augusto avea ordinato che i governanti delle provincie pacifiche del senato avessero un nome indicante pacifiche incumbenze, e proconsoli per tal ragione fé chiamare i presidi di tali regioni. Quelle invece che a sé riserbato avea al comando assoggettò di propretori, affinché la missione dei suoi luogotenenti nelle provincie non quiete maggiormente ritraesse dagli antichi pretori, ai quali per l'ordinario si affidava in addietro il governo delle cose guerresche. La Sardegna essendo stata sottoposta alla direzione del senato, fra le provincie proconsolari fu perciò annoverata ed i presidi suoi di tal titolo dovettero far uso. Non conoscendosi tuttavia dagli storici nazionali alcun monumento che facesse menzione di qualche proconsole della Sardegna, tolsero eglino dalla qualificazione di presidi data talora ai governanti dell'isola nei primi secoli dell'impero, argomento a credere che fin da quei tempi, per qualche incognita mutazione di sistema, presidi si chiamassero i magistrati primari della provincia. Ma con molto lume di ragioni venne quest'opinione recentemente combattuta da un distinto letterato sardo, il quale imprese a dimostrare che non prima dell'impero di Costantino Magno, sotto il quale, come vidimo nel libro precedente, la Sardegna dichiarata fu dipendere dal prefetto pretorio dell'Italia, ebbe nell'isola principio il comando dei presidenti. Né io esito punto ad abbracciare una sentenza confortata dell'autorità d'un monumento irrefragabile, che Lucio Ragonio ne mostra, poco tempo dopo l'impero di Commodo, fregiato del titolo di proconsolo della Sardegna. Per la qual cosa, ove per lo innanzi con qualche titubanza si potea considerare la qualificazione di preside talvolta data al governatore dell'isola, si deve oramai dopo tale chiarimento affermare con sicurezza che qualunque diversa denominazione non era già diretta a denotare un titolo speziale di dignità, ma solo ad indicare quella superiore autorità, per cui a buon dritto con generale appellazione i proconsoli, al pari dei propretori, presidi dicevansi delle provincie loro. Di tale generica appellazione io stesso prevarrommi, ora che imprendo a riferire le notizie più importanti che a questa primaria magistratura hanno riguardo.

Solevano i novelli presidi dopo aver offerto nel Campidoglio i loro voti per la prosperità della repubblica, trasferirsi al governo delle loro provincie con solenne pompa, uscendo dalla metropoli vestiti del paludamento, preceduti dai littori e con un corteo numeroso d'amici e di clienti. Prima loro cura si era di rendere avvisato il preside cui succedevano, acciò abboccandosi ambi, potessero sullo stato delle cose di quanto occorreva consigliarsi; locché seguito, dovea fra trenta giorni il vecchio al novello governante ceder il luogo.

Preziose a questo proposito sono le memorie che si possono ricavare dalle istruzioni che il giureconsulto Ulpiano compilato avea pei proconsoli. Egli li ammonisce: prima di porre il piede nella provincia, rendano avvisati con pubblico bando i provinciali del loro arrivo; ai medesimi coll'istesso editto si accomandino; menzione vi facciano delle private dimestichezze o negozi seco loro avuti nei tempi addietro; li preghino a non voler in pubblico o privatamente fare al novello magistrato straordinaria onoranza, movendosi ad incontrarlo. Ciò fatto, esorta Ulpiano i proconsoli ad entrare nella provincia per quella parte ove i precessori costumarono di passare, ed a por mente che non si trasandino le antiche consuetudini del visitare alcune città prima delle altre, perché i provinciali, dic'egli, gran conto tengono di queste prerogative.

Si avea la mira con questi suggerimenti di cattivare la benivoglienza dei provinciali; i seguenti di maggior importanza indirizzati sono a conciliar la loro gratitudine. Inculca Ulpiano ai proconsoli: non abbiano per ragione degli alloggiamenti ad aggravare la provincia; prescrive loro quali norme debbano seguire nell'affidare ai legati la giurisdizione ch'eserciscono; raccomanda la pazienza nell'ascoltare gli avvocati, l'attenzione nel darli anche ai non chiedenti, l'ordine nello spedir le cause, affinché abbia ciascuna il suo torno, l'osservanza delle ferie, la cura dei sagri edifizi, la visita dei pubblici monumenti ed il pensiero delle pronte restaurazioni.

Gl'invita pure a recarsi nella provincia senza l'accompagnatura delle mogli, o se a tanto non s'inducono, loro rammenta essersi dai padri sotto il consolato di Cotta e di Messala stanziato dover dei mali fatti delle femmine render ragione e portar la pena i consorti. Questo, che ai tempi d'Ulpiano si dava solamente per consiglio, mentre la repubblica era in fiore fu precetto di stato. E chiunque brami conoscere con quanto splendore d'eloquenza siasi, regnante Tiberio, fatto tentativo nel senato di richiamare l'antica severità in tal proposito, esagerando le maggiori licenze nella pace e le maggiori paure nella guerra che l'impanio delle femmine seco trae; e con quanta finezza ed anche verità sia stata quella sentenza felicemente combattuta, e dimostrato siasi alla melensaggine dei mariti doversi per lo più imputare ogni donnesca fralezza o rigiro, ed a tempi diversi diverse massime confarsi, non ha che a leggere le preziose arringhe da Tacito riportate, o per dir meglio, da lui compilate; ché a tratti caratteristici lampeggia nelle medesime quell'ingegno suo robusto, quel suo dire saettante, e quello sguardo acuto col quale a scrutar fassi in ogni sua narrazione i più reconditi pensamenti dei malvagi.

Se vietato era, o non consigliato ai presidi delle provincie l'accompagnamento delle mogli, loro era dato invece codazzo di numerosi officiali, che all'amministrazione della provincia od al servigio del preside venivano destinati. Annoveravansi fra i primi i legati della provincia, i tribuni dei soldati, i centurioni, i prefetti, i decurioni, gli assistenti alle opere militari, ed alla tenuta dei conti, gli scrivani, gli aiutanti dei comandanti della milizia, i banditori, i littori, gl'interpreti, i corrieri, gli aruspici; fra i secondi, i servienti della camera ed i medici, ed inoltre una quantità numerosa di donzelli, che tenea quotidiana compagnia al governante e che corte pretoria e quasi pretoria detta era. Né invano io nominai questo copioso seguito di aiutanti, o salutanti, ché in appresso si vedrà non esser stato senza aggravio per le provincie questo onorevole corteggio dei loro presidi.

Per ora siccome considerato abbiamo alcuni saggi avvertimenti dati ai reggitori delle provincie, così ne gioverà il rammentarne un altro che molto declina dall'antico rigore, se non dei fatti (che purtroppo furono sconci), delle massime almeno republicane. Istruire volea lo stesso Ulpiano il novello proconsole del come avesse da governarsi nell'accettare i presenti offerti dai provinciali, e consiglialo né affatto si temperi del ricevere, né la moderazione sopravvanzi nell'accettare, acciò né avido sia per comparire, né dispettoso. A qual uopo egli adduce un rescritto degli imperatori Severo ed Antonino, che concepito era in tal guisa: in quanto ai presenti si appartiene, ascolta ciò che pensiamo. Antico proverbio si è: né tutto, né da tutti, né sempre; ché inumanità sarebbe rifiutare ciascheduno; ad ogni istante accogliere, viltà; di nissun oggetto far sceveramento, avarizia. Ciò pertanto, ch'è prescritto, non dover i proconsoli ed altri officiali accettare alcun donativo, non intendasi dei consueti presenti di cibarie, ai quali non si può protrarre il nome di dono». Agevole cosa si è a chiunque il riferire a questa, comecché limitata condiscendenza della legge, le tante occasioni di facile corruzione de' magistrati dalle storie rapportate; poiché più dura l'uomo a violare la disposizione d'una legge che ad escire dei di lei termini. Onde basterà questo cenno per giudicare quanti maggiori allettamenti al misfare avessero i governanti delle provincie nei tempi dell'impero, nei quali più frequenti doveano esser anche gli esempi degli Albuci e degli Scauri che quelli dei Catoni e dei Gracchi.

Tali erano le massime colle quali i presidi delle provincie romane disponeansi ad assumere l'esercizio dei molti e gravi loro doveri. Questi consistevano precipuamente nel ministrar la giustizia, locché nomavasi giurisdizione, e nella podestà del comando che chiamavasi imperio. Soleano perciò eglino al disimpegno di queste separate incumbenze consagrare una distinta porzione dell'anno, dedicando l'estate alle bisogne della milizia e la stagione invernale agli affari del foro; nei quali o procedevano privatamente ascoltando nel loro gabinetto le querele dei provinciali col solo aiuto d'un ministro di confidenza, e ciò si diceva trattare una causa domestica; oppure in modo solenne, pronunciando le loro decisioni nella basilica, sedenti in tribunale, circondati dagli officiali del foro e da quei commessari che i Romani chiamavano recuperatori, rappresentanti nelle provincie i decemviri destinati in Roma ad assistere ai giudizi dei pretori urbani. Per la qual cosa intimavano le ragunate periodiche nei stabiliti luoghi e giorni, in modo che entro l'anno tutta la provincia potessero percorrere ed ai litiganti tutti dar udienza. Non meno vasta che tremenda era l'autorità dei presidi, perché loro era eziandio concessa la facoltà della condanna alle corporali coercizioni ed all'ultimo supplizio. A loro infine apparteneva il governo dell'annona ed in generale quello delle cose pubbliche della provincia, nella quale, al dir d'Ulpiano, il maggior impero essi avevano.

Nell'eseguimento di tanti e sì diversi doveri nissuna variazione essenziale ebbe a produrre la dipendenza di alcune provincie dai cesari e di altre dal senato derivata dalla divisione stabilita da Ottaviano; ma sibbene in altri riguardi esisté da quel tempo fra i reggitori delle une e delle altre notevole differenza. L'amministrazione di queste ultime avea secondo le antiche costumanze un anno solo di durata; quella delle prime dipendendo dall'arbitrio degli imperatori o più larga o più limitata si concedeva. I rappresentanti del senato tratti erano a sorte, come i vecchi pretori; quelli di Cesare non altra sorte riconoscevano che la volontà del principe. Quelli, abbandonata appena la metropoli, assumevano le insegne della loro dignità, per non deporle che dopo il ritorno in Roma; questi nella provincia solamente se ne adornavano. I proconsoli secondo lo stabilimento di Augusto mostravansi con abito conforme alle pacifiche loro incumbenze; i legati cesarei fregiati del militare paludamento ed armati della spada, simbolo del diritto ad essi soli riserbato di punire i soldati dell'impero. Agli uni infine maggior onore di fasci e numero di legati era concesso che agli altri.

Poco rilevavano ai provinciali tali diversità ed in niun conto poteano influire a far loro desiderare di soggiacere a preferenza all'una od all'altra sorta di governo. Nullameno si hanno esempi di provincie le quali con ardenza supplicarono fossero sgravate dal proconsolare impero e rimesse ai legati di Cesare, e tali furono, sotto Tiberio, l'Acaia e la Macedonia. La causa di tale predilezione non potea esser al certo la maggior ponderazione delle scelte; ché la sorte non sì cieca e sì iniqua esser potea da pareggiare le più volte il tristo arbitrio di gran parte de' cesari. È da pensare piuttosto che siasi considerato: in ambe le amministrazioni esser del pari aperto il cammino ai misfatti, non esserlo egualmente alle punizioni. Contro ai proconsoli d'uopo era istituire un giudizio al cospetto del senato con una solenne accusa di concussione; e l'esperienza mostrato avea quanto tali giudizi dipendenti dal suffragio di tanti padri vincolati o colla parentela, o coll'amicizia, o colla società delle male opere agli accusati, riescissero a voto; mentre invece spettando al solo Cesare il gastigo de' suoi legati, men difficile si era l'ottener dal medesimo od una pronta giustizia contro al reo, od almeno un pronto disinganno degli accusanti, i quali paventar doveano soprattutto il bisogno di perpetuar le loro querele e di muover l'attenzione o l'impazienza dei loro giudici con i mezzi di sollecitazione più confacenti ad implorar pietà che a provocar vendetta. Altra causa può del pari assegnarsi: l'esser state cioè le provincie del senato sottoposte anche nei tempi dell'impero alle crudeli esazioni dei pubblicani, ai quali secondo l'antico sistema della repubblica si soleano appaltare le rendite delle provincie a differenza di quelle dei cesari, ove ad arbitrio degli imperatori si prescriveva una diversa maniera di riscossioni. Qualunque però sia stata la causa della preferenza data da qualche provincia alla soggezione diretta ai cesari, si può con verosimiglianza conghietturare dal fin qui detto che ragionevole quella era, e che la Sardegna posta allora per ragione del suo stato pacifico fra le provincie del senato, fu meno delle altre fortunata; poiché se nei tempi antichi la guerra fruttò stragi, in questi la pace fruttava vessazioni; onde non mai le fu dato il poter ottener quello stato di minor male che nell'infelicità delle umane condizioni le spesse fiate s'appella bene.

Dopo il preside della provincia il personaggio più importante per la qualità e dignità delle sue incumbenze era il questore, al quale il maneggio era commesso delle pubbliche entrate. Quanta fosse la sua influenza nel benessere della provincia, dimostrato è dalla natura stessa de' suoi doveri, niente essendo ai cittadini più grave dell'abuso nella riscossione dei pubblici tributi. Videsi perciò altrove come all'ottimo questore Caio Gracco la provincia sarda siasi proferita di accordar largamente i soccorsi dei quali l'esercito abbisognava, e come tratto egli abbia il profitto d'una benigna amministrazione, o per dir meglio, della rigorosa osservanza della legge; ché lecito non era ad un questore il mostrarsi benigno, condonando il dovuto, ma solo non esigendo al di là.

Degli altri pubblici officiali della provincia si è già sovra fatta menzione e d'uopo non è l'entrare in minuti ragguagli sui loro carichi; bastando, per quanto ragguarda i principali fra essi, cioè i legati, il sapere che a questi solito era il preside commettere l'esercizio di quelle parti della sua giurisdizione che dalle leggi si permetteva di poter loro affidare. Invece, dopo d'aver parlato dei doveri dei governanti provinciali, imprenderò a trattar dei loro vantaggi.

Nei tempi antichi di Roma coloro che esercitavano qualche pubblica carica ne sosteneano a proprio costo le incumbenze. Concedevansi loro solamente a spese della repubblica le cose necessarie al viaggio, venendo forniti di ogni arredo e di alloggiamento, acciò non potessero per tali esigenze diventar molesti ai provinciali. Tanta fu anzi l'attenzione degli antichi nello scansare ogni occasione di angheria, che anche nelle compre le quali doveano dai presidi farsi nelle provincie, stanziato aveano determinate e rigorose norme. Cicerone perciò ribattendo le scuse a nome di Verre presentate dell'aver egli comperato le statue tolte da lui in Sicilia ad Eio Mamertino, luminosamente dimostra come appena lecito fosse per le antiche massime il surrogare in provincia un altro schiavo allo schiavo morto: né d'argento, dicea egli, parlarono in tal divieto i padri, perché dallo stato n'erano i presidi forniti, né di vestimenta perché in egual modo vi si facea provvisione». Tito Livio ne serbò il ricordo della prima violazione fattasi di questa massima di stato, riferendo come Lucio Postumio consolo istizzito cogli abitanti di Preneste, contro ai quali per private cause portava qualche ruggine nell'animo, intimò loro, nell'occasione di recarvisi ad eseguire qualche pubblico dovere, escissero i magistrati ad incontrarlo e gli apprestassero alloggiamento e mezzi di trasporto. Nota lo storico in tal circostanza essersi non solo gli antichi consoli contentati sempre di privato ospizio, ma aver eglino avuto cura eziandio di rimunerare gli albergatori con provvederli di amichevole alloggio allorché portavansi a Roma; locché, egli dice, dopo quest'esempio di tollerato abuso fu di giorno in giorno maggiormente trasandato. Si venne poscia in sul prescrivere che ai magistrati di provincia si somministrassero alcuni degli oggetti più necessari al vitto; e tanto poscia progredì l'obbligo, che anche nel passaggio di semplici cittadini o di stranieri distinti, i parochi (che così chiamavansi allora gli esattori di quanto a tal uopo si richiedeva) l'incarico aveano di accomodarli del bisognevole. In qual punto il lettore rammenta con diletto la festivissima descrizione lasciataci da Orazio del suo viaggio da Roma a Brindisi, nel quale non per ragione di alcun pubblico negozio, ma solamente perché egli era, secondo il suo stesso dire, ombra di un altissimo personaggio al cui seguito viaggiava, i modesti abitatori d'una villetta attigua al ponte Campano, somministrarongli per debito legna e sale.

Che gravi fossero ai provinciali tali prestazioni, Cicerone istesso, il quale fu proconsolo nei tempi ultimi della repubblica, lo dimostrò apertamente, scrivendo ad Attico quanto le misere città della sua provincia fossero sollevate poiché a niuna spesa per la sua persona, per quella del suo questore, dei suoi legati ed officiali erano state assoggettate. Sappi, diceagli, non aver noi ricevuto dai provinciali non solo i foraggi e le altre somministrazioni dalla legge Giulia attribuiteci, ma neppure le legna: quattro letti e semplice alloggiamento ebbimo a richiedere, ed in molti luoghi anche all'ospizio abbiamo rinunciato, contentandoci del nostro padiglione. Affé di Dio ricompariscono al nostro arrivo la giustizia, la continenza e la benignità del tuo Cicerone».

La legge Giulia da Cicerone rammentata quella fu che per abolire gli arbitrii sì facili ad esser introdotti in queste gravose riscossioni, determinato avea le cose tutte dovute dai provinciali. Ottaviano Augusto nel progresso stabilì che a vece degli oggetti soliti prestarsi ai presidi pei viaggi ed alloggiamenti una fissa somma di danaio loro venisse corrisposta. Facendosi poscia maggiori gli abusi, Alessandro Severo nuove spiegazioni ebbe a fare di quanto agli stessi presidi somministrar si dovesse, decretando con specifico ragguaglio il limite di ciascheduna prestazione.

Dopo la diversa forma data da Costantino Magno all'amministrazione delle provincie, la mutazione principale che nella maniera di governo della Sardegna sia stata introdotta quella si è, già sopra riferita, della diretta dipendenza dei presidi dell'isola dal prefetto pretorio dell'Italia, il quale per una vicenda notevole, non più capitano delle guardie imperiali o duce delle legioni più scelte, ma pacifico depositario era diventato della civile autorità. Stabilito allora un diverso ordinamento di cariche e di onori, e destinati a regger le provincie più o meno importanti o favorite officiali fregiati di vari titoli, che vicari, rettori, consolari, correttori e presidi si chiamavano, venne la Sardegna, come scrissi altrove, assoggettata al governo d'un preside: ed a questo il titolo concedevasi di chiarissimo, di uomo perfettissimo, di tua gravità, di tua sincerità; quasi come non si potesse abbandonare la prisca semplicità, senza che la novella maniera fosse tosto governata da quella leggierezza che fé nei tempi posteriori sopravanzare ogni temperamento; non bastando oramai alle persone collocate nei gradi umili della società la qualificazione di illustri, che fregiava nei tempi medesimi di Costantino i consoli dell'impero.

I presidi della Sardegna, come fu notato in altro luogo, non più dopo tali ordinazioni giudicarono senza appello o colla dipendenza dal prefetto della città di Roma; ma dalle loro sentenze lecito fu ai provinciali l'appellare al prefetto pretorio dell'Italia, col di cui giudizio avea termine ogni controversia. E qui è anche da rammentare che incominciando dal tempo della profusa cittadinanza romana sotto Caracalla, non più coll'editto perpetuo d'Adriano o di Marco dovettero esser regolate le decisioni dei presidi, ma colle disposizioni dei codici Gregoriano ed Ermogeniano e colle dottrine dei celebri giureconsulti di Roma, fino a che il famoso codice di Teodosio il Giovine acquistò l'autorità la più rispettabile anche nelle provincie dell'Occidente non comprese nel di lui impero.

Da questo codice perciò e da quello di Giustiniano trarsi potrebbero le più ampie notizie sulle ulteriori variazioni occorse nell'amministrazione provinciale, se lecito fosse nello scrivere perder di vista la natura dell'opera. Nondimeno tre ordinamenti non possono passarsi sotto silenzio, i quali manifestano quanto a quei tempi chiara fosse la scienza delle cose di stato. Uno si è che a quei stessi presidi delle provincie i quali aveano l'autorità di condannare all'ultimo supplizio, il dritto non spettasse d'imporre gravi ammende o di punire alcuno coll'esiglio, riserbandosi tali giudizi al prefetto del pretorio: legge questa, che da una perfetta conoscenza deriva del cuore umano proclive ad abusare delle moderate facoltà, aborrente per natura le oppressioni estreme. L'altra legge si è quella del non commettersi il governo di una provincia alle persone che vi fossero nate, e di vietarsi ai presidi ed ai loro figliuoli l'impalmare alcuna provinciale, e l'acquistare entro ai limiti della propria giurisdizione qualunque sorta di proprietà. Queste due provvisioni moderavano gli arbitrii dei presidi o gli preservavano dagli incentivi del parzialeggiare. La terza preparava allo stato uomini abili a trattarne le bisogne; poiché ai coltivatori della scienza sublime dei giurisperiti riserbava il governo delle cariche civili.

Bastando il fin qui detto per giudicare dei cambiamenti che l'amministrazione della Sardegna ebbe a provare dopo l'impero di Costantino il Grande, a cose di non minor importanza debbo voltare la mia narrazione, riferendo le pubbliche gravezze alle quali durante il dominio romano andò l'isola soggetta a benefizio dell'erario o del popolo della metropoli. Per la qual cosa conviene in primo luogo riferire le maniere diverse di trattamento che in tale proposito usavano i Romani colle provincie loro, onde applicare ai vari popoli della Sardegna la durezza delle une ed il privilegiato favore delle altre.

Quando i Romani riducevano a stato di provincia i paesi conquistati, imponevano talvolta ai popoli, quasi pena della fatta resistenza, uno stipendio o tributo annuale in moneta, che censo personale poteasi appellare; e questa differenza notavasi fra quella e questa prestanza, che la prima era un peso determinato ed ordinario, a luogo che la seconda straordinariamente si comandava secondo le circostanze dei tempi. Le provincie che soggette erano a questa maniera di pagamento nomavansi stipendiarie o tributarie: e nel libro terzo di questa storia si vide già che città soggette a tale trattamento esistevano nella Sardegna, avendo Tito Livio, nel riferire il trionfo di Tiberio Sempronio Gracco, narrato l'obbligo imposto in quell'occasione alle città stipendiarie dell'isola di doppia prestazione; quantunque nissun altro monumento rimanga dal quale apparisca a qual somma lo stipendio ascendesse.

Tuttavia il più delle volte non stipendi s'imponevano, ma gravezze sulle proprietà o dazi alle cose particolari e determinate, nel qual caso le provincie appellare si soleano provincie vettigali. La più importante delle imposte quella era che cadea sulle terre. Le campagne dei popoli vinti, sempre che non applicavansi al patrimonio della repubblica, o non si distribuivano ai soldati dell'esercito vincitore, od alla minuta plebe per la disposizione delle leggi agrarie, abbandonavansi ai novelli sudditi stessi, ai quali si permettea di coltivarle col carico di corrisponder annualmente una certa quantità di frumento, la cui tassa consueta era la decima parte dei raccolti. La Sardegna pressoché tutta soggetta era a quest'imposizione, ed annoverata perciò dai Romani fra le provincie da essi chiamate decumane; alla Sardegna pertanto sono applicabili le disposizioni ch'eglino dar soleano per ragione delle prestazioni frumentarie, delle quali giova dare un cenno, traendo le notizie opportune dall'arringa di Cicerone contro a Verre, vessatore famoso di altra provincia egualmente decumana.

Oltre al frumento di decima, che si riscuotea in natura da tutti li coltivatori di granaglie, altro tributo di frumento imponeasi talvolta in circostanze straordinarie, ed era questo di due sorte; perché o detto era di seconde decime, e da un senatusconsulto gli si stabiliva il prezzo, o si diceva comandato, ed allora pagavasi egualmente dal tesoro, ma ad un valore più elevato del primo.

L'esazione di tali prestazioni solea farsi per mezzo de' pubblicani, e la legge statuita pei pagamenti era quest'essa: che chiedendosi dal pubblicano il tributo, qualora l'agricoltore non vi soddisfacesse senza indugio, ricevesse quello un pegno per sua sicurtà; non gli fosse tuttavolta permesso di toglier la cosa ed impossessarsene. Compita poscia la riscossione, od inviavansi le granaglie a vettovagliare gli eserciti, o si trasportavano a Roma per alimentarvi quell'irrequieta plebe, cui, sia perché deviato avea dalla rigida virtù e laboriosa ed onorata povertà dei suoi maggiori, sia per ragione del crescente strabocchevole lusso delle proprietà dei patrizi, d'uopo era sostentare con pubbliche largizioni di frumento: prima incerte, ed a vilissimo prezzo, come derivanti dal bisogno, poscia stabili per l'aumentata infingardaggine del volgo, ed infine gratuite, quali mezzo più adatto a corrompere od attutare un popolo chiedente pane e spettacoli.

Non alla sola repubblica erano debitrici le provincie di prestazioni frumentarie. Altro frumento era pur dovuto per gli usi domestici del preside, e di questo, che appellavasi estimato, leggi speciali determinavano la quantità ed il prezzo. L'uso poscia invalse che in luogo del frumento si riscuotesse il valore, ed un valore ragguagliato con quella latitudine d'arbitrio che concessa era ad un preside; della quale Cicerone riferisce un esempio, notando esser abituati i pretori ad ordinare il pagamento delle granaglie per uso loro ai paesi li più discosti dalla residenza, acciò l'obbligo del trasporto che apparteneva pure ai provinciali, facendosi con tal espediente più gravoso, i debitori si redimessero di ambidue i pesi con più ampia mercede.

Altre due prestazioni frumentarie erano finalmente in uso nei tempi romani, che di grano comperato e di grano onorario aveano il nome. Quella meritato avrebbe a preferenza la denominazione di tolta forzata; perché non altro era che una compera fiscale nei casi d'urgenza anche dai non volenti. Questa l'apparenza serbava di un omaggio spontaneo, consistendo in una offerta di frumento fatta più volte dai provinciali al preside o per testimonianza di stima vera, o per dissimulazione di paura occulta.

Queste erano le leggi e consuetudini romane nelle riscossioni frumentarie ai tempi della libera repubblica. Maggior arbitrio poscia venne introdotto regnando gl'imperatori. Non più allora da prestazione di decime o di vigesime vennero determinatamente gravate le provincie, ché di tali prestanze alto silenzio incontrasi nelle storie augustali; ma in ragione dell'ubertà ed estensione delle proprie terre imponevasi a ciascuno un diverso censo. La qual cosa vuol dire che al peso dell'antico tributo sopportato forse più pazientemente, perché in egual proporzione lo era da tutti, si aggiunse in quei tempi l'angheria dell'arbitraria ripartigione. Fu allora scritto il così detto canone frumentario, nel quale veniva notato quanto ciascheduna provincia dovea contribuire annualmente: ed è da credere che Augusto ne sia stato l'autore, egli che con tanta diligenza ordinato avea l'entrate tutte ed i carichi dell'impero in quel famoso suo sommario, del cui smarrimento gli eruditi a giusta ragione si rammaricano; ché in quello chiaramente avrebbe appreso la posterità per quali capaci vene scorressero le sostanze dei popoli ad alimentare quel corpo colossale del romano impero, privo oramai del sostegno delle virtù civili, cagion vera della primiera sua grandezza, e ridotto perciò a reggersi nell'antica unione col potere della lunga abituatezza e col vantaggio di quella immensa circolazione di danaio assorbita col nome di tributo, rifluente col nome di pubblico servigio.

Quando con più manifesta dimostrazione che quella delle conghietture, si voglia far riconoscere se o no da tale sistema d'imposizione considerevole aggravio sia derivato pei provinciali, io non potrei addurre miglior rischiarimento che la testimonianza d'uno degli imperadori li più lodati per le virtù della sua amministrazione. Vopisco ci ha serbato la lettera che Probo scriveva al senato di Roma dopo che, salito egli all'impero, trovavasi aver composto le cose della Gallia, e sono queste le espressioni dell'imperatore: tutti li barbari per voi soli oramai arano, seminano per voi soli: le terre galliche solcate sono da straniero vomero, ed i buoi della Germania schiavi anch'essi abbassano il collo sotto il giogo; pasconsi per alimento nostro gli armenti delle genti diverse, si moltiplicano per noi le loro razze di cavalli; di frumento dei barbari ringurgitano i nostri granai. Che più? ad essi lasciammo la sola terra, che in realtà ogni cosa loro noi stessi possediamo». Ecco come un imperatore romano dei più moderati stimava le proprietà dei popoli vinti; basta perciò a giudicarne il leggere questa di lui relazione, nella quale, anche dopo tolta l'esagerazione dipendente da una immaginazione concitata dal calore della recente vittoria, tanto pur resta da far comprendere che i popoli soggetti di Roma erano meno i padroni del loro suolo che i coloni dei loro dominatori.

Le terre delle provincie non erano solamente soggette al carico di cui si è parlato; altro tributo sopportavano in ragione delle medesime i proprietari di ogni sorta di bestiame, e chiamavasi tale tributo dritto di scrittura perché i pastori obbligati erano a dinunziare il numero delle loro greggie ed armenti al pubblicano, il quale lo registrava nel suo libro. Anche questa prestazione consistente per lo avanti in uno determinato censo, cambiò di natura e d'importanza durante il dominio degli imperatori, sotto ai quali, cessata la menzione del diritto di scrittura, s'incontrano invece le notizie dell'occupazione da essi fatta di tutti li pubblici pascoli delle provincie e dell'averne eglino incamerato l'entrate. Si chiarisce anzi per irrefragabile testimonianza, essersi più volte tali terre concedute ai privati coll'incarico di nutrirvi razze di cavalli per la guerra e farne omaggio all'imperatore, locché avrebbe una sembianza del succeduto sistema feudale dell'Europa. Gli armenti, che dominici si chiamavano, vale a dire del padrone, per lo più composti erano di cavalli, che nelle praterie delle provincie si alimentavano. Né ciò bastava; ché anche dalle terre di pieno dominio dei privati altro pro ritraeva il fisco per ragione dei foraggi da essi dovuti alle stalle dell'imperatore, degli altri dei quali tenuti erano di fornire gli eserciti svernanti nelle provincie abbondevoli di pastura, e tal fiata anche di quelli che per ispecial favore venivano conceduti a qualche privato, cui a sommo onore tornava questo privilegiato trattamento.

È cosa ovvia il pensare che la Sardegna, il cui suolo tanto è adatto al nutrimento d'ogni sorta di bestiame, punto non sia andata esente dagli antichi e dai succeduti dritti di pascolo, quantunque di ciò espressa menzione non facciasi nelle storie. Si può nullameno dare a questa conghiettura maggior valore riportando una notizia contenuta nelle storie di Ammiano Marcellino. Descrivendo egli la sevizia di Valentiniano imperatore, racconta come Costantiniano, il quale nelle di lui stalle esercitava l'incarico che noi oggi diremmo di palafreniero, inviato venne dal suo padrone in Sardegna onde addestrarvi li cavalli che vi tenea; e come tanto egli fu oso da tentare clandestine mutazioni in quell'armento; perlocché con supplizio molto più grave del fallo ebbe quel meschino a perire lapidato. Questa testimonianza non piccolo lume arreca per confermar l'opinione ch'io porto della soggezione della provincia sarda alle leggi fiscali del pascolo.

Al pari di questi tributi sopportar dovette la Sardegna quelli dagl'imperatori poscia introdotti della prestazione in natura d'una determinata quantità di bestiame. Serviva questa a provvedere di carni il popolo di Roma e la casa degl'imperatori; i pubblici ministri ne toglievano altra porzione, che loro tenea luogo di salario; e più volte ancora se ne facea gratuita distribuzione alla plebe. Gli scrittori della storia augustale ci trasmisero il ricordo di tali sempre crescenti distribuzioni, e narrarono, come Aureliano dopo aver con prudenza e generosità fatto provvisione a quella della carne porcina, che si trovava già in uso, stabilito avea di estenderla anche al vino: la qual cosa impedì il prefetto suo del pretorio rappresentando con molta avvedutezza che se colla illimitata liberalità di cotali distribuzioni si giugnesse ancora a fornire gratuitamente di vino il popolo romano, avanzava solamente che anche di polli e di oche in breve si presentasse lo stomaco insaziabile dei Quiriti.

Nel novero dei vettigali pagati dalle provincie romane si comprendeva del pari quel dazio che sì universalmente venne poscia ricevuto per le cose che s'introducono o si estraggono dai porti, qual dazio per tale motivo nomavasi allora portorio. Da quanto Cicerone narra della Sicilia apparisce che nei tempi della libera repubblica vi si esigeva per quel titolo la vigesima parte della mercatanzia; ed è perciò da presumere che la Sardegna abbia avuto in quell'età non migliore trattamento. Tuttavolta dopo l'impero tale gabella comparisce ridotta alla metà, ritrovandosi in ambi li casi menzionato dagli scrittori il dritto di quarantesima. Assistiti erano i pubblicani nella riscossione di questi dritti da una genia di ministri, che portitori veniano chiamati per la loro perpetua dimora nel porto, e dei quali, soliti com'erano a guardarla nel sottile allorché ogni cosa frugavano per l'esazione del dazio, un lepido ricordo fino dai tempi li più belli della repubblica lasciò Plauto in una delle sue commedie, descrivendo un marito, il quale imbertonato di altra femmina e volendo distrigarsi dalle perpetue inchieste d'una moglie increscevole, così le diceva: tutte volte ch'io vo' escir di casa, m'hai tu a soffermare, a richiamarmi, a richiedermi dove io sia per andare, che mi faccia, quali bisogne abbia, che pigli, che porti, come siami governato: affé, che non una moglie mi tolsi in casa, ma un gabelliere; ché costretto sono a rivelare tutti li fatti miei».

Non posso affermare che alla Sardegna sia stato esteso il novello dazio che Augusto stretto dalle necessità dell'erario militare avea stabilito in Roma, consistente nel pagamento della cinquantesima parte del prezzo nel commercio degli schiavi, e l'altro della ventesima che da tempo anteriore si riscuoteva, allorché ad essi veniva conceduta la libertà. Ma sibbene posso annoverare fra i tributi certi sopportati dalla Sardegna quello solito pagarsi per la scavazione delle miniere. Luminose sono le notizie che trarsi possono dagli antichi scrittori per dimostrare il conto fatto dai Romani delle miniere sarde d'oro e d'argento. Noto e più volte citato dai sardi autori si è il verso di Sidonio Apollinare, il quale descrivendo i tributi da tutte le parti confluenti a Roma, scrisse dalla Sardegna apportarvisi argento; nota del pari si è la menzione fatta da Solino della ricchezza straordinaria delle miniere istesse d'argento; e noti sono gli argomenti tratti dai nomi delle città di Metalla e di Ferraria, del distretto di Montiferro, e della montagna dell' Argentiera, come dalla denominazione di capo di Logudoro data alla parte settentrionale dell'isola. Meno cogniti sono i ricordi che si possono raccogliere nel Codice Teodosiano. In questo trovasi aver gl'imperatori Valentiniano, Valente e Graziano vietato a qualunque nave il trasportar in Sardegna alcuno di coloro che applicati erano alla scavazione dei metalli; della qual cosa questa ragione arreca il dotto commentatore Giacomo Gotofredo: aver dubitato gl'imperatori che in ragione dei vantaggi delle miniere sarde, abbandonato esser potesse l'esercizio delle altre, o che la troppa affluenza degli scavatori fosse per recare nocumento ai filoni. Si ottiene anche maggior lume leggendo una posteriore disposizione degli stessi imperatori. Si conosce per questa esser stata nel frattempo, dopo il primiero divieto, accordata speciale facoltà ai ricoglitori dell'oro di poter dalla Spagna e dalle Gallie passare in Sardegna, ove dovea in tal tempo esser così ardente la ricerca di quel metallo, che dalle altre provincie proferivansi molti a parteciparvi. Si rinnovarono però i timori che diedero motivo al primo decreto, e quei principi con lettere speciali dirette ai prefetti dell'Italia e della Gallia determinarono: si rendesse nota a ciascuno la revoca di quel privilegio e dai giudici delle provincie marittime chiusa fosse con tutte le cautele ogni via d'imbarco, gastigandosi con severo supplicio i contravventori; che anzi tant'importanza diedero gl'imperatori a questo rinnovato divieto, che dell'esatta osservanza dichiarar vollero mallevadori li reggitori stessi delle provincie.

Benché chiaramente non si possa per mezzo di tali disposizioni riconoscere lo stato delle sarde miniere a quei tempi, pure si deve conghietturare che grandi vantaggi vi s'incontravano, se tant'era l'emulazione e la concorrenza da esigere le più rigorose misure di proibizione. Non si può egualmente da questi documenti trarre certa notizia per giudicare se il dritto del fisco imperiale sulle miniere sarde dritto fosse di proprietà, o solamente un dazio imposto secondo il preceduto sistema della repubblica sui privati possessori. Essendo tuttavia il primo ordinamento indirizzato contro ai così detti metallarii, che i condannati erano a quelle dure opere per comando e pro del fisco, resta più probabile il credere che le miniere sarde fossero già sotto il regno di quelli imperatori incamerate.

Dal codice di Giustiniano si raccoglie che al pari del canone metallico, un censo si riscuoteva per il taglio delle cave di pietra, trovandovisi prescritto che coloro i quali s'impiegano in tal lavoro rappresentar debbano al fisco la decima parte dell'emolumento; e di tal canone è da presumere sia stata la riscossione estesa pure alla Sardegna.

Sembra egualmente credibile che la Sardegna sopportato abbia nei tempi romani la gabella oggidì sì diffusa del privativo commercio del sale. Libero era questo nei primi tempi di Roma, ma dopo l'espulsione dei re, tolto venne ai privati e riserbato alla repubblica; per la qual cosa non facendosi alcuna menzione della Sardegna da Plinio in quei luoghi nei quali imprese a parlare delle diverse qualità dei sali e delle regioni che le producevano, può conghietturarsi che la metropoli provvedesse col diritto di privativa ai bisogni della provincia.

Uno dei tributi più noti del popolo romano quello si era della ventesima parte nelle successioni, che Augusto istituito avea per sovvenire di tal dazio l'erario militare. Questa prestazione sul principio non gravitava sui provinciali, perché non potevano essi per testamento succedere ad alcun cittadino romano e solo pel dritto delle genti godevano del favore delle successioni intestate. Ma non mancò chi li costrinse poscia a sottoporsi ad un tributo così odioso, imponendo loro al tempo stesso l'insolito peso di un favore non desiderato. Caracalla togliendo ogni distinzione nella concessione della romana cittadinanza, a tutti i provinciali estese con questo titolo oramai illusorio, perché troppo universale, gli aggravi reali che seco recava, e fra gli altri quello del pagamento della suddetta ventesima che accrebbe anche fino alla decima: e con ciò ricevette l'ultimo crollo la fortuna dei provinciali, i quali sudditi erano ad un tempo obbligati alle antiche prestazioni, e cittadini tenuti alle gabelle romane con sì grossolano artificio loro comunicate.

Da questo punto la storia dei dazi romani l'istessa è di quella de' tributi delle provincie, le quali perciò dovettero sofferire indicibili aggravi, fino a che Alessandro Severo, virtuoso e moderato principe, ridusse gran parte dei tributi alla trentesima parte di ciò che gittavano al tempo del suo avvenimento. Frattanto non sarà senza pregio il compiere il ragguaglio delle principali fra queste antiche e novelle imposte provinciali, affinché una perfetta idea s'abbia del sistema dai Romani seguito in tale materia; omettendo tuttavia nell'enumerazione quei pagamenti che per la bruttura degli oggetti ai quali si riferivano, non possono inserirsi con decenza in una grave scrittura.

Esisteva nelle provincie un dazio per ciascuna porta degli edifizi privati ed altro per ciascuna colonna, dazio che Cicerone chiamava acerbissimo, allorquando egli stesso essendo proconsole, dovea curarne la riscossione. Esisteva un canone pegli edifizi innalzati sul terreno pubblico, qual dritto dal suolo istesso traeva il nome di solario. Altro dazio esigevasi eziandio per l'esercizio libero delle arti, che con salutare provvedimento applicato fu da Alessandro Severo a render comune al popolo il benefizio dei bagni termali. Che se si voglia chiarire come nel regno d'un solo imperatore ogni argine siasi atterrato nell'imporre inusitati tributi, basterà riferire quanto Svetonio narra di Caligola. Racconta egli che questo imperatore sbrigliato qual era e dirotto ad ogni misfare, a niuna cosa perdonò che un appicco qualunque offerirgli potesse d'imposizione. Tassò egli ogni sorta di cibaria; esigette da quella meschina classe d'operai che impiegano le loro opere nel trasporto d'ogni merce, l'ottava parte dei tenui loro guadagni; tributarie rendette al tesoro le ragionevoli o temerarie discussioni forensi, applicandogli la quarantesima parte del prezzo delle cose disputate; e guai ai transigenti ed agli abbandonanti la lite, che altra multa compensar dovea lo scapito dell'erario; voltossi quindi a tassare la dissolutezza, e dalle femmine di mala vita e dai mediatori delle abiette loro opere un giornaliero censo imprese a riscuotere; che più? le nozze istesse fu oso annoverare fra le cose vettigali, ed in tal modo non solo tutta la generazione vivente, ma la posterità ancora fruttò al suo fisco.

Gli imperatori anch'essi di più severo costume non isdegnarono di valutare le più vili fra queste imposizioni, ed Alessandro Severo serbò quella che testé si disse esatta sul vizio, avvertendo solamente che fosse esclusa dall'onore del versamento nel tesoro e destinata privatamente alla restaurazione del teatro, del circo e dell'anfiteatro. Non si contenne anzi entro a questi termini l'avarizia degli imperatori, ché sentissi alla fine Pescennio rispondere ai provinciali della Palestina lagnantisi della gravezza dei tributi: voi le vostre terre mal soffrite di veder gravate da un censo, ed io vorrei poter tassare l'aere stesso che respirate». Né fallita andò nel seguito de' tempi la sua brama, se vero è quanto alcuni scrittori dissero del vettigale aereo e dell'altro esatto pel fumo a ragione di ciascun cammino.

Io non trovai ricordo alcuno per cui possa stabilire la soggezione delle provincie e della Sardegna in particolare a siffatti tributi; ma nullameno non è fuor di proposito l'argomentare che se tanta era la licenza delle imposizioni in Roma, ove i cittadini mostravansi più ricalcitranti, eguale almeno dovea essere nelle provincie, nelle quali la tolleranza era maggiore.

Di natura più dolce erano quegli altri dazi che le provincie sopportavano pei propri loro bisogni e dei quali alcuni ricordi si serbano presso agli antichi scrittori, e segnatamente nella collezione delle pandette. Tal era la contribuzione per le spese delle pubbliche strade, alle quali dai privati tutti si sopperiva con pagamenti in danaio, ed in ispecie dai possessori de' terreni contermini. Uguale era la taglia imposta per la formazione degli acquedotti; ed eguale dev'esser stata per ragioni ben ovvie la concorrenza dei provinciali a tutte quelle altre opere di pubblico vantaggio, comodo e decoro che sorreggevansi coi dazi municipali, coi quali perciò ragguagliarsi doveano secondo le istruzioni date da Ulpiano ai presidi provinciali.

Darò fine al novero di tanti dazi accennando alcune altre gravezze di qualità approssimante, delle quali rimane contezza. Soggetti erano i provinciali a fornire delle pitture e statue insigni che possedevano gli edili di Roma nelle occasioni delle loro splendide feste e giuochi; e quantunque tale prestanza fosse per sua natura vincolata alla restituzione, non manca l'esempio di un celebre pretore siciliano che le statue di Mirone e di Policleto per sé ritenne, ed al padrone rimandò una sola antica scultura di legno rappresentante la buona fortuna. Tenuti erano pure i provinciali, comecché a malincuore, ad erigere a loro dispendio templi e statue ad onore de' loro presidi; i quali non tutti l'umiltà mostravano di Cicerone, che pago degli elogi e gratitudine della sua provincia, scrivea ad Attico: non voler esser molesto ai provinciali con acconsentire a tali spese, come lo era all'amico predicando la propria moderazione». Obbligavansi egualmente i provinciali a cacciare le fiere necessarie per la carnificina crudele degli anfiteatri; ma di tale aggravio libera esser dovette la provincia sarda; ché la natura sì la privilegiò da render esente il suo suolo di ogni fiera nociva. Non così sarà stato dell'oro detto coronario, che dagli imperatori imponevasi alle provincie nelle occasioni di speciale allegrezza per le riportate vittorie o per gli altri fausti loro avvenimenti; e senza meraviglia potrebbe fra quelle comprendersi l'esultanza a tutti comandata alloraquando Nerone il primo pelo ebbe a radersi della sua guancia, o quando le sue nozze solenni celebrò col giovanetto Sporo; leggendosi in Svetonio essersi la prima barba di Nerone allogata in aurea pisside adorna di preziosissime gemme e consagrata a Giove Capitolino; ed in Dione Cassio essersi celebrati per tal fausta circostanza i famosi giuochi giovenali; come celebrate diconsi dallo stesso autore in tutte le regioni sottoposte al dominio di quel risibile e ad un tempo tremendo marito di Sporo, le più liete festività per quell'incredibile imeneo.

Riferirò in ultimo l'aggravio che sentivano le provincie per l'alloggiamento degli eserciti che svernavano o dei personaggi di distinzione. Nell'obbligo che loro correva in questo proposito è degno di venir notato quanto nel codice di Giustiniano si dichiara per evitare fra l'albergatore e l'albergato qualunque contesa nella scelta dell'appartamento; poiché vi si prescrive che delle tre parti dell'edifizio intiero da farsi dal padrone, abbia egli il dritto di scerre la prima, riserbata la seconda scelta al soldato suo ospite; e delle due, alle quali si riduceva la divisione nella passata di qualche personaggio illustre, spetti la prima a colui che all'altro cede la facoltà di eseguire la ripartizione. Nella qual disposizione, se lodar si può la cautela, notare anche si deve l'ingiustizia della legge, che ogni moderazione trapassa nell'intaccare i diritti della privata proprietà; poco mancando che all'ospite privilegiato lecito non fosse il balestrare fuori delle proprie mura il suo albergatore.

Se a tutta questa serie di prestazioni si aggiunge poscia la maniera gravissima delle riscossioni e la crudele vessazione de' pubblicani, si avrà un'idea perfetta della trista condizione delle provincie romane nel pagamento delle pubbliche gravezze. Il nome solo dei pubblicani è per se stesso un compiuto ricordo d'ogni fiscale avania. Superfluo sembra dunque di far qui di nuovo risuonare i clamori di tutto il mondo romano contro a questa genia di succiatori d'ogni sostanza; se non che un tratto degli Annali di Tacito ne può giovar di rammentare perché da quello tutta viene apertamente ad apparire la sfrenata licenza dei loro arbitrii. Narra lo storico che Nerone, commosso dalle querele del popolo contro all'impudenza dei pubblicani, stette alquanto sopra di sé dubitando se convenevol cosa fosse l'abolire le gabelle e con ciò un benefizio immenso arrecare al genere umano. I padri, li quali avvisarono giustamente che nell'animo di quel pazzo imperatore non capeva alcun pensamento moderato, frenarono tanta improntitudine rappresentando: esser inevitabile la dissoluzione dell'impero, se le forze colle quali si reggeva gli mancassero così ad un tratto; lodevole riconoscersi la magnanimità del suo disegno, sibbene avvertisse nei tempi li più liberi della repubblica le società dei pubblicani esser state create dai consoli e dai tribuni della plebe; fatte essersi poscia nuove leggi, affinché le pubbliche entrate colle spese dello stato si convenissero; doversi invece dare in su le mani a quei percettori e temperare la loro cupidigia, onde evitare che non si maledissero per le novelle crudeltà le cose tollerate da sì lungo tempo. Il principe risolvette allora con saviezza non sua: le tariffe che reggevano i dritti dei pubblicani si rendessero pubbliche; oltre all'anno non fosse permesso il richiedere le somme obbliate; in Roma il pretore, nelle provincie chi per esso, straordinariamente rendessero ragione contro ai pubblicani; i soldati fossero privati delle loro immunità, se mescolantisi in mercimonio; ed altre disposizioni siffatte; le quali tuttavia, soggiunge lo storico, per breve tempo rispettate, caddero tosto in disuso. Da questo racconto di leggieri può chiarirsi quanta libertà di riscossioni dovesse derivare dall'esser ignote ai provinciali le convenzioni degli appalti fiscali, e quanto ineguale fosse la condizione di chi poteva a suo senno invocare l'autorità d'una legge misteriosa e di chi non avea altro appicco, onde schermarsi dalle maggiori vessazioni, che di sottomettersi alle minori. Non fa meraviglia perciò che dei più strani espedienti siansi prevaluti i pubblicani, e gli altri officiali favoriti dall'oscurità della legge, per moltiplicare le cose istesse col soccorso dei nomi diversi; e che alloraquando agli agricoltori siciliani si dovea soddisfare il prezzo dei loro frumenti non decimali, il mezzo siasi incontrato di poter loro detrarre con ingiustizia patente, chiamata da Cicerone furto iniquissimo, e un dritto per la presenza del pubblico officiale nella ricognizione del danaio, ed altro per lo cambio della moneta ignobile, ed un dritto cerario per iscriversi sulle cere il fatto pagamento, e quasi come non dallo scrivano si segnasse la cera, un diritto allo scrivano di due cinquantesime del prezzo. Con le quali sottrazioni poco mancava che i dritti dei creditori non svanissero per intiero fra le mani del debitore. Essendo stata pertanto la Sardegna, come sopra si annotò, sottoposta, anche dopo l'impero, assieme alle altre provincie dipendenti dal senato, all'appalto dei pubblicani, ebbe ad accumulare, con gli altri suoi aggravi, pur questo.

Comunque nullameno siasi governata in appresso la cosa, non più propizi dovettero mostrarsi alle provincie gli officiali imperiali che gli appaltatori della repubblica, se vero è ciò che Aurelio Vittore narra dei frumentarii, li quali comecché destinati, per quanto indica lo stesso nome, a curare l'esazione de' frumenti, pure nelle provincie inviavansi dagl'imperatori coll'incarico di spiare ogni occulto movimento de' sudditi, del quale incarico, al dir dello storico, in ogni maniera si abusavano, macchinando simulati delitti ed obbligando dappertutto i cittadini a comperare col danaio l'impunità. Niun'altra fiducia poteano per tali ragioni nudrir le provincie, eccetto quella che derivava talora dalla personale e rara moderazione di qualcuno de' principi. In qual proposito non si può lasciar di rammentare che gl'imperatori tutti, li quali ebbero il vanto di giusti e di umani, fatti saggi della dura condizione de' provinciali, intesero tosto a sollevarla. Così Antonino Pio ai procuratori suoi ordinò temperatamente trattassero la bisogna de' tributi, ed ascoltò con piena deferenza i provinciali che richiamavansi di qualche iniqua esazione. Così sotto il comando incerto di Pescennio, il quale, per quanto sopra si riferì, non abborriva al certo gli eccessi nelle riscossioni, ma sibbene gli eccessi arbitrari, non mai alcun soldato esigette dai provinciali olio, legne ed opere. Così Alessandro Severo dicendo esser uno scippatore quel regnante che dalle viscere delle provincie deviasse l'alimento per sostentare uomini non utili, né necessari allo stato, prescriveva: con solenne giuramento guarentita fosse l'equità nella riscossione dell'annona; alle città si rilasciassero i propri dazi, onde ristorare i pubblici edifizi; allorquando inviar si doveva un nuovo governante od officiale alle provincie, pubblica si rendesse la nomina qualche tempo innanzi ed il popolo si esortasse a svelare ogni loro occulta magagna; ché indegna cosa era, egli diceva, farsi ciò dai Cristiani e dai Giudei nel bandire i novelli loro sacerdoti, non farsi dagl'imperatori nel destinare i nuovi governanti delle provincie». Queste, ed altre inusitate virtù, in mezzo a tanto rovinio di vessazioni e di libidini, possono rendere non già accettabile, ma meno arrischiata l'opinione dello storico della decadenza del romano impero, il quale dopo d'aver dipinto le provincie oppresse dai ministri della repubblica e sospiranti il governo d'un solo, che il padrone fosse e non il complice de' loro tiranni, credette poter asserire che se si avesse da stabilire nella storia del mondo il periodo di tempo in cui la condizione degli uomini sia stata più prospera e felice, si dovrebbe subito nominare quello che corse dalla morte di Domiziano all'avvenimento di Commodo.

Riferita la comune legislazione colla quale al pari delle altre governata era l'amministrazione della provincia sarda, è opportuno che si volti l'attenzione a far riconoscere quelle parti della provincia stessa che favorite furono per speciali motivi con un trattamento privilegiato. I Romani, quantunque gelosi del loro diritto di Quiriti, conoscevano al tempo stesso qual aumento di potenza tornar dovesse alla repubblica dal comunicar ad altre genti l'onore della loro cittadinanza, che premio era dell'obbedienza o della fede già mostrata ed allettamento a non mai violarla. Fra le massime più notevoli della loro politica accortezza, si annovera perciò l'aver eglino in ogni opportunità tentato di acquistare grado a grado prima la sommessione dei popoli colle armi, e poscia la confidenza loro colla saviezza delle istituzioni; locché ottenevano associando le persone e città più benemerite al privilegio della cittadinanza romana, od a quello d'inferior condizione chiamato dritto del Lazio, oppure diramandosi per le regioni soggette con inviare a porvi sede quelli sciami di cittadini i quali per desiderio di miglior ventura bramavano trasmigrare a novelle terre. Le città onorate della cittadinanza di Roma nomavansi municipii; quelle occupate dai cittadini romani colonie.

Poche erano in Sardegna le città privilegiate in tal forma; nullameno si serba certa memoria di due municipii e di due colonie. Municipio era Cagliari, secondo la testimonianza di Plinio, e dovette perciò godere del diritto di conservar le leggi sue e di creare i propri magistrati; ché a tutti li municipii era comune tal condizione; s'ignora tuttavia l'estensione del favore concesso in quanto ragguarda alla comunione di alcuni dritti della metropoli, e segnatamente a quelli del suffragio nelle tribù, che tanto erano apprezzati prima che ogni cosa pubblica si risolvesse nell'autorità degl'imperatori. Municipio era del pari la città di Solci ed onorata di special trattamento, perché il dritto le apparteneva di suffragio, ascritti essendo i suoi cittadini alla tribù Quirina. Quale sia il tempo in cui queste due città sarde ottenuto abbiano tale privilegio, non si può di leggieri accertare; ma sibbene può conghietturarsi che posteriore sia alla caduta della repubblica quello di Solci, e poco distante dall'istessa epoca quello di Cagliari. Nell'arringa per Scauro, che nell'altro libro fu riportata, fra le altre male parole che Cicerone ebbe a proferire contro la provincia sarda, anche l'onta opposele del non annoverarsi fra i popoli che la componevano alcuna città libera ed amica al popolo romano: dappertutto, egli dice, ritroviamo noi città libere, che alla nostra amistà spontanee calarono: nell'Africa istessa, tanto infesta a Roma per le acerbissime guerre dei nostri maggiori, noi abbiamo soci fedeli; la Sardegna sola è quella in cui niuna città a noi amica si conti». Non è questo il luogo di considerare se ai Sardi potesse tornare alcun vituperio dalla privazione d'un titolo non ambito al certo da popoli costantemente insofferenti del romano giogo; ma non può lasciar di riconoscersi che se mai al tempo di quell'arringa o Cagliari o Solci, città principali dell'isola, e notissime a Cicerone, goduto avessero del privilegio municipale, egli non avrebbe potuto, senza toccare una mentita, comprenderle nella generale esclusione dall'amistà romana. Egli è vero che di esagerazione accagionarsi potrebbe in parte l'asserzione dell'oratore, rammentando che Tito Livio nel narrare con quanta facilità Cornelio Mamula ragunato avesse in Sardegna la quantità di stipendi e di frumento necessaria al sostentamento del suo esercito, menzione fece della prontezza e liberalità delle città socie; ma questa espressione, se basta a dimostrare l'esistenza di città amiche, non basta ad accertare quella di città municipali, e molto meno a dar cagione di dubitare non forse a qualche città lo special trattamento fosse stato conceduto di città federata; ché troppo i Romani eran orgogliosi per voler discendere con popoli vinti alle pacifiche o prudenti condizioni d'una lega. Colla scorta pertanto di quell'argomento, io mi avanzo ad osservare che qualora nei sei anni trascorsi fra l'arringa di Cicerone e la passata di Cesare in Sardegna dopo la guerra africana, Solci ottenuto avesse il privilegio di municipio, allorché poscia con tanto rigore punita venne la stessa città pel soccorso prestato a Nasidio, sarebbe anche stata senza fallo privata di quel favore, locché non apparisce; come del pari, se Cagliari ne fosse stata nell'istessa occasione fregiata da Cesare, mancato non sarebbe ne' commentari d'Irzio il ricordo di tal concessione. Resta dunque a dire che in quel breve intervallo ottenuto abbia Cagliari il privilegio, oppure, com'è più probabile, sotto ai primi cesari che precedettero il governo di Vespasiano e di Tito, al tempo dei quali fioriva Plinio.

Allo stesso autore ed a Tolomeo devesi la contezza di due colonie romane in Sardegna, ed erano queste Torres ed Uselli. Il sito della prima molto era acconcio allo stabilimento d'una colonia, sia per la comodità del suo porto, che per l'ubertà delle amene sue terre, e le sue rovine mostrano anche oggidì che fiorente dovea esser quella città. L'istesso può dirsi di Uselli, la quale conservò fino a noi il suo nome antico e la sua esistenza, benché intieramente decaduta dell'antica dignità. Quale sia stata l'età nella quale i Romani disegnarono di stabilire queste colonie, e se colonie militari fossero popolate dai veterani dell'esercito, o colonie plebee composte di pagani, io non saprei giudicarlo; come non saprei affermare se vere colonie siano state, od ottenuto ne abbiano a titolo d'onore la qualificazione, e se la comunicazione sia stata fatta alle medesime dei dritti di cittadinanza romana, o di quelli soli del Lazio che concedevansi alle colonie chiamate latine; perché nella scarsità delle notizie lecito non è l'arrischiare alcuna conghiettura. Solamente può estendersi alle colonie di Torres e di Uselli la generale obbiezione fatta da Cicerone alle città sarde nella sua arringa per Scauro, e dirsi che posteriore certamente fu quel privilegio al compimento dell'ottavo secolo di Roma.

Se conveniente fosse l'inserir qui una breve contezza della condizione di queste città privilegiate, basterebbe il riportare la spiegazione fattane da Aulo Gellio nelle sue Notti Attiche, il quale intento a rischiarare quelle dubbiezze che già erano insorte in Roma in tal proposito, ne dichiara: come i municipii si componevano di cittadini governati colle istituzioni e colle leggi proprie, e partecipanti solo all'onore della romana cittadinanza per ragione della comunione più o meno estesa di qualche diritto dei Quiriti; mentre che le colonie con altri legami unite trovavansi alla metropoli, né straniere vi giugnevano, ma comune aveano con essa l'origine, e quasi sua propaggine chiamarsi poteano, serbando le leggi ed i dritti del popolo romano, prive di proprie istituzioni. Da ciò si riconosce che se più indipendente mostravasi la condizione dei municipii reggentisi con leggi proprie, più nobile quella era delle colonie, ver le quali maggior splendore si rifletteva dalla metropoli per la comunione di patria e di leggi con esso loro. Né perciò deve far meraviglia che sotto l'impero di Adriano siasi disputato qual delle due fosse preferibile, se una colonia che figliuola potea dirsi di natura, od un municipio che figlio era di adozione.

Tutte queste distinzioni dovettero nondimeno svanire allorché Antonino Caracalla estendendo, come sovra si notò, a tutti li suoi sudditi il privilegio della cittadinanza romana, fece, secondo l'espressione d'un poeta, una città di ciò che prima era mondo, e secondo la schietta verità fece d'una grazia apparente lo stromento di una novella avania. Dopo tale trabocco d'innovazioni, ogni ricordo delle antiche massime di stato gradatamente si spense, in modo che Giustiniano volendo togliere ogni vecchia disparità fra il dominio dei Quiriti ed il dominio naturale, non ebbe finalmente alcuna difficoltà di affermare esser oramai questo nome di Quiriti un vero enigma inapplicabile ed una vana e superflua parola.

All'estrema parte di questo libro mi conviene ora far passaggio, rammentando quelle cose che possono far fede dell'influenza esercitata dal dominio romano sulla Sardegna. D'uopo non è l'impiegare alcuna indagine in discoprire quella che al culto religioso appartiene, nota essendo a ciascuno la condiscendente tolleranza de' Romani, i quali anche gli Dei stranieri allogavano nel Campidoglio. Può quindi darsi per certo che dopo il rassodamento di quel governo niuna diversità dovette rimanere fra il culto dei dominanti e quello dei provinciali, eccettoché la speciale venerazione di questi verso alcuni degli antichi eroi della loro patria, fra i quali si vide già, nel libro primo di questa storia, onorato in maniera speciale Sardo, figliuolo d'Ercole.

Parlerò invece primieramente della popolazione dell'isola ai tempi romani, argomento tanto più importante quanto più scapitante si è il confronto del moderno coll'antico stato. Guida migliore io non potrei scegliere per inoltrarmi in tal ricerca dell'esimio scrittore del Rifiorimento della Sardegna, caro a noi tutti per l'interesse vivissimo con cui imprese a propagare maggiormente fra i Sardi i precetti e gli avvisi migliori della coltivazione delle terre, e meritevole di esser anche caro all'Italia, da lui arricchita d'un'opera che con utilità e diletto può esser meditata dagli studiosi della rurale economia. A comprovare l'opinione degli antichi sull'abbondanza della popolazione sarda, cita egli la migliore delle testimonianze, quella cioè di Polibio, il quale scriveva nei più bei tempi della repubblica ed in un'età in cui l'Italia tutta era popolosissima. Chiama questo storico la Sardegna isola eccellente per la sua estensione, per la moltitudine de' suoi abitanti, per l'ubertà del suo suolo»; e quasi dubitasse non altri in questo cenno riconoscesse più che la comune, l'opinione dello scrittore, soggiungeva: necessario non essere parlarne più a lungo, non convenendo ciò in un soggetto del quale e tanti scritto aveano, e nissuno movea dubbio». Appaganti del pari sono le conghietture che trasse il Gemelli dallo stato fiorente dell'agricoltura sarda ai tempi romani, locché senza una popolazione pure fiorente non sariasi potuto ottenere; e quelle che egli appoggiò nel calcolo delle perdite sofferte dalla Sardegna in alcune delle epoche più notevoli delle sue guerre con Roma. Accozzando a tal uopo il numero de' Sardi, i quali o caddero vittime, o tradotti furono in ischiavitù nei soli sessant'anni trascorsi fra il trionfo del consolo Tito Manlio Torquato e quello di Tiberio Sempronio Gracco, fec'egli ascenderne il novero a cencinquantamila, e proporzionando quindi, colla scorta delle teorie ricevute in tal materia, quel nerbo d'uomini d'arme che per tali risultamenti si chiarisce alla totalità della popolazione, credette poter affermare che la popolazione d'un'isola in tale spazio di tempo orbata di tanti guerrieri e nullameno abile a sopperire in breve allo scapito sofferto, porgendo materia a novelli trionfi, e ciò, dopoché sotto ai Cartaginesi era stata devastata e sotto ai Romani debellata con grande strage altre due volte, una popolazione può giudicarsi talmente abbondevole, che immoderato non appaia il computo di poco meno di due milioni d'abitanti.

Egli è vero che a qualche eccezione può andar soggetto quel calcolo, e non senza ragione perciò un recente scrittore sardo gravi dubbiezze ebbe a muovere sul modo col quale è formato. Ma tuttavia io penso, che alle conghietture, le quali anche in minor proporzione posson derivarsi dal novero delle persone od uccise o fatte schiave in quel tempo, gran valore debba aggiungere un'osservazione da ambi quelli scrittori non fatta, e che parmi di non lieve momento. In quel continuo scapestrare della nazione sarda contro ai suoi dominatori, non la nazione intiera si sollevava: le più fiate trovavansi le schiere dei rivoltati riempite dei popoli meno docili dell'isola, ai quali o per odio o per cervellinaggine le novelle stragi davano nuovo incitamento d'insorgere. Primi fra essi erano gl'Iliesi; loro soci furono talvolta i Balari, ed altri popoli soggiornanti nelle parti interne dell'isola. Ma le città più ragguardevoli della Sardegna, Cagliari, Solci, Nora, Olbia, quietavano in quei frangenti, e quietar dovettero con esso loro quei popoli ai quali o per vicinanza o per altri rispetti conveniva l'attestarsi con le città socie di Roma. Gli stessi Iliesi rifuggenti ad ogni sinistro alle loro montagne, uomini erano non già abituati a coltivarle, ma pastori erranti e di dura vita, quale da Diodoro Siculo, le cui parole altrove riportaronsi, venne descritta. Mancavano pertanto loro quei vantaggi che moltiplicano le generazioni col moltiplicare i mezzi di sostentarle. Più sorprendente adunque comparisce quel facile surrogarsi delle loro bande, e conchiuder si deve che se tanto era la Sardegna popolosa in quelle delle sue provincie che meno vitali poteano chiamarsi, molto più lo era nelle altre; onde il calcolo già riferito non può con tali variate proporzioni giudicarsi esagerato.

Altro argomento può anche aversi nel computo delle città sarde che rammentate sono da Tolomeo e da Antonino, e nel numero delle nazioni o schiatte diverse degli abitanti della Sardegna, le quali per la memoria d'una separata origine, o per l'importanza delle regioni occupate, erano nei tempi romani appellate con distinti nomi. È questo ragguaglio così convincente per se stesso, che bastar può una semplice enumerazione a comprovare quanto popolata fosse allora un'isola la quale, nei punti più importanti del suo litorale e nei distretti tutti mediterranei, sì varie genti conteneva e tante città, e fra queste, molte riconosciute dagli antichi scrittori per cospicue.

Né popolosa solo, ma opulenta eziandio deve riputarsi la Sardegna antica, se agli argomenti che procedono dal complesso delle cose in questo libro contenute, si aggiunga la considerazione d'uno speciale fatto già riferito altrove. Voglio qui rammentare la severa punizione alla quale Cesare assoggettò i Solcitani fautori di Nasidio, condannandoli, oltre ad una prestazione di granaglie più grave del consueto, alla multa parimente di centomila sesterzi. È noto che tali multe soddisfarsi doveano colla precipitanza stessa, con cui s'imponevano, e perciò non v'ha dubbio che i Solcitani, o di queto, o per forza presentar dovettero nel più brieve spazio di tempo una somma, la quale se tanto egregia non è, quanto la vorrebbe uno scrittore che tessendo il panegirico della Sardegna antica, anche questa parte del suo elogio trattò coll'entusiasmo e colla condiscendenza di un encomiatore, è tuttavia in quella condizione di tempi rilevante quanto basta per far fede di una opulenza non ordinaria in quella città. Si può dir, è vero, che gli arbitrii d'un vincitore non sempre moderati sono colla cognizione delle altrui forze; per la qual cosa s'indusse alcuno ad opinare che riconoscer si debba in tal fatto piuttosto una vessazione di Cesare che una testimonianza dell'opulenza solcitana. Manca nondimeno a convalidare tale osservazione una notizia esatta delle conseguenze prodotte da quella punizione. Se vera dirsi potesse la conghiettura della succeduta rovina di quella popolazione, chiara verrebbe ad apparire la di lei assoluta impotenza del sopportar quell'aggravio; ma fievole io debbo ravvisarla, sia perché non confortata di alcun monumento, sia perché la posterior elevazione di Solci al grado di città municipale è per se stessa il miglior argomento che le fortune dei Solcitani totalmente prosciugate non furono da quella straordinaria avania.

Connessa è questa discussione all'altra che sullo stato contemporaneo dell'agricoltura sarda mi tocca in questo luogo imprendere. Superflua sarebbe ed aliena dalla natura di quest'opera la menzione delle numerose testimonianze che gli antichi scrittori lasciarono della straordinaria ubertà del suolo sardo, note essendo queste a chiunque per poco versato sia nella lettura dei classici autori. Noto è del pari quanto pro abbia Roma ritratto dalle copiosissime esportazioni di frumento che annualmente avean luogo a benefizio di quella metropoli, col titolo di decime, o semplici, o doppie, o di altre imposizioni particolari; e nel corso di questa storia si vide che non altro maggior motivo rese ai Romani gravissimo il bisogno di conservare quella provincia, o il pericolo di perderla; dovendo fra le altre cose rammentare il lettore che durante la pretura di Tiberio Claudio Nerone tanta fu la quantità del frumento trasportato dall'isola, che d'uopo fu per contenerla edificare nuovi granai. È quindi fuor d'ogni dubbiezza che lo stato dell'agricoltura nei tempi romani, e quello specialmente della coltivazione delle biade, era sommamente in fiore; e perciò invece di ripetere notizie troppo comuni, giovar potrà maggiormente il dare qui un cenno delle altre produzioni alle quali può conghietturarsi che siasi estesa l'industria degli agricoltori sardi.

Dall'arringa di Caio Gracco riferita nel libro terzo di questa Storia si raccoglie che fra le masserizie dei pretori romani recantisi alla Sardegna non mancavano le anfore ripiene di vino. Ciò ne somministra un argomento se non della scarsità dei vini nell'isola, di quella almeno degli esquisiti. Si potrebbe anzi dire che al tempo in cui Caio Gracco così parlava, non ancora era penetrata nella repubblica quella smoderata delicatura che celebre poscia rese il lusso delle mense romane; perlocché minore essendo a quell'età l'uso dei vini eletti, sparmiato facilmente avrebbono i pretori quell'incomodo trasporto senza un bisogno. Ad ogni modo si può affermare che di poco conto fosse in Sardegna questa coltivazione, sia perché Plinio, esattissimo descrittore di qualunque maniera di vini, nissuna menzione fece della Sardegna, sia perché i Romani gelosi oltre modo della riputazione dei vini italiani, ben lungi dal protegger altrove la coltivazione delle viti, con leggi severe la vietavano. Cicerone nel suo libro della repubblica fra le ingiustizie della politica romana annovera quella di non permettersi tale coltivazione alle genti transalpine, acciò i vigneti romani più vagliano: locché, egli dice, prudentemente facciamo, non così giustamente; ché l'equità non sempre alla sapienza è congiunta». Sotto agli imperatori di special licenza si abbisognava per applicarsi a quel genere di coltura, e leggesi nella storia augustale aver ciò permesso Probo ai Galli, agli Spagnuoli ed ai Britanni; agli Italiani stessi proibito fu da Domiziano il piantar novelle vigne, appena il sospetto nacque che scapitarne potesse la seminagione delle biade. Molto maggiore adunque deve esser stata la cautela dei Romani nell'impedire o limitare in Sardegna una coltivazione che per la natura propizia di quel suolo condur potea le cose ad ambi li risultamenti da essi temuti, a disgradar cioè le loro celle e ad impoverire la loro annona.

Al divieto del piantamento delle vigne Cicerone unisce nel citato luogo quello della coltivazione degli ulivi, e ragione quindi si ha per conghietturare che incognita fosse in Sardegna, almeno fino al quinto secolo di Roma, nel quale si credeva tuttora, al dir di Plinio, che vegetare non potesse quell'albero ad una distanza dal mare minore di quaranta miglia; locché stato non sarebbe se la Sardegna, la quale ha in maggior vicinanza ai suoi lidi le terre più adatte a tal coltivazione, avesse potuto smentire quel pregiudizio. È pertanto probabile che la Sardegna priva sia stata allora di quell'utile albero, e che al pari delle altre provincie, alle quali, al dir dell'istesso Plinio, l'olio fu inviato dall'Italia dopo il terzo consolato di Gneo Pompeo, anche quell'isola tratto lo abbia dall'istesso luogo.

Dall'Asia e dall'Egitto vennero in Roma e nell'Europa la maggior parte delle piante o più deliziose o più profittevoli, ed il nome straniero che anche oggidì conservano alcune di esse, manifesta l'antica origine. All'Egitto, fra le altre cose, fu debitrice la Gallia della coltivazione del lino; ed alla Media sono dovute le sicure provvigioni d'un cibo sano ed abbondante pel bestiame. La Sardegna perciò, la quale prima della dominazione romana tanto fu frequentata dalle colonie orientali, dovette fino dai tempi li più antichi ricevere col mezzo loro la notizia di tutti quei vegetabili che stranieri erano del suo suolo e che poscia vi si naturarono con tanta abbondanza.

Ma invece di parlare di quei generi più noti che la Sardegna per eguale o diversa origine ebbe comuni con le altre provincie, può giovare il volgere l'attenzione a due produzioni sue proprie, la memoria delle quali meritò un'esistenza durevole nelle scritture degli antichi, per la ragione stessa per cui si perpetuò il ricordo di parecchie persone, vale a dire per la malvagità loro. Nissuno quasi degli antichi scrittori greci e romani ai quali cadde in acconcio la descrizione dello stato naturale dell'isola, omise di dar contezza delle sue erbe amare, e specialmente del suo appio selvaggio. Dalle prime si fece derivare la singolarità del suo miele amaro; dagli effetti attribuiti alla seconda trar si volle l'origine del riso sardonico, la cui menzione propagatasi in tutte le lingue antiche e moderne dell'Europa, passò fra i volgari proverbi. Parlò del miele ingrato della Sardegna Orazio, allorché addottrinando il suo giovine Pisone all'eccellenza nelle poetiche scritture, paragonava la mediocrità insopportabile nei vati all'incongruenza di una sinfonia discordata fra i bei deschi e del presentare i convitati di unguento rancio e di papaveri aspersi di mele sardesco; ché senza di ciò, diceva egli, imbandirsi pur potea la mensa. Orazio avea ben ragione in questo luogo di condannare nelle delicature la tolleranza delle cose mezzane; ma forse non l'avea di annoverare fra i generi spregievoli il sardo miele, per lo motivo che in qualche regione dell'isola producesi amaro; seppure non vuol dirsi che quello solo, o per la sua singolarità, o per l'utilità sua, cognito fosse in Roma.

Maggiore poi, ed a ragione fu il discredito di quella pianta così funesta chiamata dal nome dell'isola sardonica, e la cui acrimonia si dice tale, che contraendosi i nervi della bocca, costringe l'infelice, il quale se ne ciba, a perire fra gli spasimi di una convulsione somiglianti in tal qual modo ad un riso forzato. Da questo riso che risiede solo sulle labbra, mentre nel cuore è la morte, si fé procedere la denominazione di quel ridere simulato con cui il traditore accarezza, l'adulatore lusinga, l'insultato compiacesi nel pensiero della futura sua vendetta, l'orgoglioso dissimula il proprio torto. Antichissima trovasi presso ai Greci la menzione di quel riso, e i poemi stessi d'Omero la contengono. Giunone istizzita era contro a Giove perché compiacente erasi egli mostrato a Tetide, illustrando, colla sinistra sorte dei Greci, lo sdegno di Achille; minacciata dal consorte, si assise nullameno fra i Numi, chinando i suoi grandi occhi e premendo nell'animo il concepito livore. Vulcano, di lei figlio, con parole adatte esortavala nel mentre alla sommessione: e videsi allora la dea dalle bianche braccia ridere, comecché a malincuore, e ricevere dalle mani del figliuolo l'offertole nappo. In questo tratto il riso sardonico è solo dipinto da quel gran poeta; nel seguente si nomina espressamente. Ulisse assisteva al banchetto dei Proci e rivolgeva già nell'animo le prossime sue vendette; Ctesippo, che più malvagio era degli altri, schernendo un ospite di povera apparenza e levando su da un canestro una zampa bovina lanciavala con villania contro all'eroe; ma questi avendola sfuggita con declinare alquanto il capo, rise in quell'atto», secondo l'espressione del poeta, d'un cotal suo riso sardonico».

Trovandosi in tempi così remoti conosciuto dai Greci questo vocabolo, pensò qualcuno che poco probabile per ciò si chiarisca la derivazione di quel nome dall'appio di Sardegna, e che piuttosto si debba riferire ai Sardiani della Lidia, poiché in quell'età poco cognite esser poteano nell'Oriente le proprietà d'una oscura pianta di lontana regione. Si aggiunse del pari che dagli antichi, e specialmente da Cicerone, venne sempre quel proverbio citato in greco, la qual cosa ad un'origine greca piuttosto che latina aver potrebbe giusto riguardo. Si notò all'istess'uopo che non sardonico, ma sardanico fu chiamato da Omero quel riso, la qual parola non converrebbe punto al nome dell'isola non Sarda, ma Sardo dai Greci appellata. Qualunque tuttavia debba riputarsi la forza di queste ragioni, ad alcune delle quali si potrebbe opporre la facilità che per mezzo delle antiche colonie greche della Sardegna si poté avere nel propagare la sinistra riputazione del di lei appio salvatico, io lascio che ciascuno creda ciò che gli parrà più aggiustato di questa famosa produzione del suolo sardo, il quale certamente non deve esser disgradato in conto alcuno, se nel suo seno vegeta una pianta che ha potuto diventar simbolo d'un riso traditore.

Fra le rustiche cure naturate maggiormente in Sardegna per l'influenza delle costumanze orientali, niuna fu al certo più estesa che la pastorizia. Questa, come altrove si riferì, fu la prima occupazione dei coloni sardi; questa fu il conforto di quelli fra essi che mal volentieri sopportavano la dominazione punica o romana; questa dovett'essere la cura gradita di una gran parte della popolazione sommessa ai novelli governanti. Con questa fornivasi il volgo di quella ruvida melote che i Romani nomavano mastruca e che osservasi anche oggidì come una grata singolarità da quei viaggiatori, i quali non nei soli sassi amano di contemplare le anticaglie, ma ricercano a preferenza le rare vestigia dei prischi tempi nelle cose più di tutte le altre sottoposte ad infinito mutamento, cioè nelle costumanze degli uomini. Colla pastorizia infine quei provinciali abili rendeansi a sopperire al doppio obbligo che loro correva di nudrire sempre e di vestire talvolta i loro dominatori.

Un breve cenno dell'industria dell'isola non può esser in questo luogo inopportuno. Il solo stato fiorente dell'agricoltura è un argomento di estesa industria, non potendo l'agricoltura reggersi senza il soccorso di molte arti che del pari progrediscono. Di alcune tuttavia conservasi speciale ricordo. Venne già riferito altrove come nei tempi antichi siasi fusa in Sardegna la statua presentata al tempio di Delfo in onore di Sardo, e come siavi stata coniata la medaglia di Azio Balbo pretore. Lo scavo delle miniere, che nei tempi posteriori comparì tanto attivo, dovette dare nuova occasione allo stabilimento nell'isola delle officine acconcie alla fusione e raffinamento dei metalli. Si vide perciò in altro luogo essersi nella guerra africana richiesto dalla Sardegna il soccorso di ferro e di arme. L'arte del tesserandolo non potea che esser in fiore in una provincia che le tante volte ebbe a sopportare straordinarie imposte di vestire l'esercito, e che con tanta prontezza e larghezza fu in grado di secondare le avute richieste. Le arti infine dello edificare dovettero salirvi a quel grado stesso di perfezione il quale illustra anche oggidì, in tutte le provincie state soggette dei Romani, le reliquie degli splendidi loro monumenti. Tali monumenti infatti abbondavano nella Sardegna, e quantunque dopo l'irruzione dei barbari spariti siano i vestigi di quelle popolose città che li racchiudevano, pure rimane sufficiente ricordo e della ricchezza degli edifizi religiosi, e della vastità di quelli destinati ai pubblici spettacoli e della solidità delle opere pubbliche, le quali al comodo non meno dei provinciali che all'interesse della repubblica appartenevano. Fra queste meritano special menzione le pubbliche strade.

Le città soggette ai Romani aveano tutte una facile comunicazione fra loro e colla metropoli, per mezzo di grandi strade segnate esattamente da colonne migliarie, aperte nella linea la più dritta con assai poco riguardo agli ostacoli della natura o della privata proprietà, e talmente solide per cemento e per larghi macigni, che non cede ancora in molti luoghi la consistenza loro alla passata di tanti secoli. Quantunque la Sardegna per la sua posizione non potesse venir compresa nella via militare romana, pure di strade comode e sodissime fu dai Romani arricchita, delle quali durano anche al dì d'oggi le vestigia, come durano i monumenti che qualche maggior lume possono spargere sull'età delle opere intraprese o rinnovate.

In vari luoghi dell'isola si conservano alcune delle antiche lapide destinate a tramandare ai posteri la memoria di tali opere. Le più antiche appartengono all'impero di Nerone ed a quello di Vespasiano, sotto al cui dominio tutto lo stato ebbe a profittare delle speciali sollecitudini da questo imperatore indirizzate alla ristorazione delle pubbliche vie. S'inferisce da tali monumenti che la gran via centrale prendeva incominciamento dalla colonia di Torres, siccome dal luogo dove incontrossi la lapida più recente, e dove tuttora esiste, si raccoglie esser stata la sua direzione da Torres alla città di Macopsisa, ora villaggio di Macomer, presso al quale esistono ancora le reliquie di quell'antica strada. Parlasi nella stessa inscrizione di via rifatta e riparata; onde un novello argomento se ne trae per affermare ciò che molte altre ragioni persuadono, doversi riferire le prime opere ai tempi della repubblica ed a quelli anche li più antichi dell'occupazione dell'isola, nei quali era maggiore il bisogno di facilitare il movimento delle legioni, oggetto primario delle grandi vie romane.

Vespasiano non fu il solo imperatore che facesse provvisione al restauramento delle grandi strade della Sardegna. Sotto il dominio degli Antonini e durante l'incerto e breve impero di Emiliano nuove opere s'intrapresero, e dal titolo il quale ricorda queste ultime, apparisce che la strada dirigevasi da Torres per a Cagliari, onde far comunicare colla città capitale dell'isola quell'importante colonia. Può eziandio conghietturarsi che alle stesse opere abbia riguardo un'altra inscrizione incontrata lungo la via romana, appartenente all'età dell'imperatore Caro, potendosi dal luogo del ritrovamento inferire che fosse quella lapida una novella colonna migliaria, nella quale necessario era solamente indicare il tempo e non già l'oggetto delle opere.

La strada da Torres per a Cagliari non fu a mio credere la sola alla quale i Romani abbiano posto cura. L'itinerario d'Antonino non parla, è vero, di alcuna strada; ma la stessa esistenza di tale itinerario e il ragguaglio contenutovi delle precise distanze fra i punti li più importanti dell'isola, dimostrano a sufficienza che la comunicazione fra le primarie città trovavasi aperta per mezzo delle grandi vie romane. Evidente argomento di ciò somministra una lapida di recente scoperta nel luogo di Pula, nella quale segnavasi la via dalla città di Nora a quella di Bizia. Altra conghiettura si può inferire all'istess'uopo dalle disposizioni degli imperatori Costantino e Giuliano che nel preceduto libro si riferirono ragguardanti al servizio delle pubbliche poste della Sardegna: per queste si viene a chiarire come nell'isola esistevano vie più battute destinate al corso dei veredi, altre meno frequentate, che del servizio straordinario abbisognavano dei paraveredi, vie solite ad esser percorse col traino, le quali andavano a riescire nei principali porti d'imbarco; e come in ciascuna disposti trovavansi gli alloggiamenti alle debite distanze con quanto era necessario allo scambio delle vetture. Se si considera dunque che i Romani non solo volevano per principio di loro politica dappertutto trapassare comodamente nelle loro provincie, ma potevano ancora coi mezzi estesissimi ch'erano nelle loro mani, sopperire a qualunque maggior dispendio o cura per tali opere, resta appena luogo a dubbio sull'esistenza in Sardegna di strade separate da quella che univa Cagliari a Torres.

Uno degli oggetti speciali avuti in mira dai Romani nel moltiplicare tali comunicazioni quello si era di agevolare il trasporto delle granaglie necessarie al sostentamento della metropoli, e di proteggere al tempo stesso il commercio dell'isola, del quale anche il tesoro dello stato giovavasi colla riscossione delle gabelle. I cittadini romani stessi quelli erano che ai provinciali davano l'esempio della mercatura. Non tutti aveano partecipato al benefizio delle ricchezze conquistate colle armi, ma sibbene a tutti erasene appiccato il contagio; onde avidi del guadagno ed animati da quella maggior facilità che derivava dalla comune soggezione delle regioni commercianti ad un solo dominio, in così gran numero spargeansi per le provincie più adatte ai loro negozi, che una sola lettera di morte segnata da Mitridate contro ai cittadini di Roma commercianti nell'Asia, ne fé spegnere ad un tratto ottantamila. La Sardegna per la sua posizione, per la sua fertilità, per la natura stessa dei suoi tributi offeriva grande allettamento ad un esteso traffico; ed è perciò fuor d'ogni dubbiezza che lo spirito di commercio dovette rapidamente propagarsi fra popoli nelle vene dei quali scorreva il sangue dei Fenici e dei Greci.

Vorrei poter dire lo stesso della coltura dello spirito; ma questa non può ragionevolmente presumersi molto estesa ove manca il conforto di qualche nome illustre. Unica prova della favorevole accoglienza che in Sardegna incontravano gli studi delle buone lettere, si è il lungo soggiorno fattovi da Ennio in età matura; questo anzi farebbe credere che non dal Lazio, povero allora di illustrazioni proprie, ricevette la Sardegna i primi semi delle liberali discipline, ma che debitrice ne fu alla Grecia, madre di molte sue genti. Non dee tuttavia recar gran meraviglia se scemato o spento siasi ogni ardor per lo studio presso a popoli scossi ad ogni tratto dal furore delle sedizioni ed atterrati da quello delle vendette. Sopraggiunse, egli è vero, il secolo d'Ottaviano, in cui Roma e le provincie tranquillarono; ma nullameno mancavano anche allora pei provinciali gl'incitamenti ed i favori, alimento del sapere. È noto che prima d'Adriano nissuna pubblica accademia esisteva in Roma e che soli privati maestri erano quelli che addottrinavano sotto alle loro pergole la gioventù. Allorquando l'Ateneo romano fu innalzato da quel savio imperatore, onde accogliervi la gioventù studiosa del suo impero; allorquando Alessandro Severo, ampliando quel famoso stabilimento, non solo di nobili ricompense presentava gli scienziati che vi erano preposti, ma provvedea generosamente al soccorso degli alunni privi di mezzi per sostentarsi nella metropoli, lo splendore della bella età latina era già offuscato. Alla maschia eloquenza di Tullio succeduta era la gonfia declamazione de' sofisti; la musa di Virgilio e d'Orazio profanavasi da imitatori o deboli o temerari; la lingua stessa del Lazio non più limpida scaturiva dalle fonti di Terenzio, di Cesare e di Sallustio, ma contaminata di novelle voci e di modi strani, traboccava sempre più al barbarismo. La giurisprudenza sola brillava di vivo lume; ché destinata essa era a rammentare ad un tempo coll'eleganza delle sue scritture i migliori secoli trascorsi ed a reggere coll'autorità delle sue dottrine i secoli tutti avvenire. Non deve pertanto parer sorprendente se a malgrado dei maggiori conforti, non rimase nella Sardegna il ricordo di persona alcuna celebre per lo studio delle umane discipline, quando il mondo intiero poté appena in quella moltitudine di affettati scrittori lasciare alla ricordanza ed ammirazione della posterità i nomi di Luciano, di Longino e di altri pochissimi. Dissi di umane discipline; perché la storia ecclesiastica dell'isola, della quale dovrò ragionare nel libro seguente, nomi illustri ci tramandò e degni di speciale riverenza.

È da presumere piuttosto che i popoli sardi abbiano con ardenza abbracciato il mestiero della guerra, e seguito le legioni o navigato sulle flotte di Roma. Un monumento raro d'antichità, illustrato alcuni anni sono da un lodatissimo letterato e contenente il congedo ed il privilegio di cittadinanza romana concesso sotto l'impero d'Adriano a Decimo Numitorio Tarramone, nativo della Sardegna, il quale servito avea nella flotta di Miseno, diede occasione allo scrittore d'investigare, col soccorso di alcuni altri documenti, i nomi di vari Sardi che militato aveano in quel navilio, e basta la serie dei nomi che egli trasse da questa sola ricerca per comprovare, che nelle file romane non rari doveano essere i guerrieri sardi.

Tuttavia la più estesa e durevole mutazione che abbia avuto luogo durante il dominio romano, nelle costumanze sarde, quella si è della lingua. Era tanta la cura della repubblica nel propagare dappertutto col terrore delle sue armi l'influenza pacifica d'una lingua comune, che Plinio descrivendo i vari popoli d'Italia debellati dai Romani, superati li disse e colla mano e colla lingua. In grazia di tale savia massima di stato, l'Occidente intiero scambiò le barbare sue voci col fluido e nobile idioma del Lazio, e la Sardegna anch'essa abbandonato quel tramestio di vocaboli punici e greci, il quale ne' tempi precedenti compor dovea il dialetto nazionale, trovossi in grado di poter parlare la lingua dell'amico suo Ennio e del nemico suo Cicerone. Anzi talmente tornò gradito ai Sardi il novello idioma, che a dispetto del sopraggiunto barbarismo ed a malgrado della strania mescolanza di vocaboli che li diversi governi succedutisi nell'isola produssero nel linguaggio della nazione, questo oggidì è uno di quei pochi che ricordano con minor travisamento la lingua madre di Roma. Riconobbe infatti il chiarissimo Muratori nei diplomi sardeschi del secolo duodecimo ch'egli ebbe a produrre, le sembianze native del latino idioma e la manifesta fratellanza tra le voci contenutevi e la lingua volgare dell'Italia, allorquando indagando l'origine di questa, imprese a dimostrare non lieve incitamento aver gli Italiani ricevuto per adottare nelle loro scritture la nuova favella dall'esempio delle vicine regioni, e fra le altre della Sardegna, dove nel secolo mentovato, e forse anche prima, le carte pubbliche non più si vergavano in lingua latina. Né senza utilità sarebbe forse a coloro che seguono le traccie del nascimento della primogenita e della più bella fra le sue figlie, il confrontare coll'antico linguaggio cortigiano della Sicilia e coi vecchi dialetti dell'Italia la favella dei Sardi, onde maggiormente rischiarare la composizione di quel volgare romano, o romanzo, le cui obbliate scritture furono nella età nostra tanto sciorinate. Si prevalse perciò anche della menzione dei diplomi sardi quell'uomo insigne, troppo immaturamente rapito alle lettere italiane, che tanta luce sparse sulle origini del volgare illustre, e che il campione migliore potria dirsi di quella parte d'Italia donde per l'onor d'una favella comune, bandita fu in questi anni la croce contro ai gentili seguaci delle glorie fiorentine, se a tutti non soprastasse il vecchio paladino padre suo, che il Rinaldo è ad un tempo ed il Goffredo di questa novella oste.

E qui giovimi il poter confortare del loro nome l'estrema parte di questo libro, acciò il lettore meno sentasi travagliato per la poca amenità delle materie contenutevi.

 

 

LIBRO SESTO

 

Difficile argomento imprendo a svolgere in questo libro, trattando dell'antichità e dei fasti della Chiesa sarda; ché da un canto il mal uso che si può fare della critica severità dai lettori temerari o poco istruiti mi fa essere riguardoso, dall'altro il dovere di sincero narratore mi obbliga a non dissimulare quelli errori, o quelle arrischiate conghietture, che talora si abbracciarono dagli scrittori delle cose religiose dell'isola. Nondimeno io spero che una via mezzana mi si presenterà nelle disquisizioni di sì delicate materie, seguendo quelle sole che all'istituto dell'opera maggiormente si confanno; quelle cioè che sono attenenti all'origine, incremento e vicende principali della nostra Chiesa, nelle quali si può trovare più abbondevole il soccorso dei lumi per giudicare, ed essere di più gran momento per l'altrui istruzione il giudicar rettamente. Abbandonando in tal modo a chi più tritamente voglia considerare questa parte della patria istoria le cose particolari, non potrò esser tacciato di soverchia presunzione nell'affrontare le difficoltà, od accagionato di errore nello svilupparle. Né solamente perché conviene all'assunto da me tolto giovami tale proposito, ma eziandio perché io penso nissun frutto le tante fiate cogliersi in queste indagini; dubbia essendo nel salire ad età assai lontane la scorta delle notizie valevoli ad essere contrapposte alle antiche tradizioni dei popoli. Onde si giunge meglio a conturbare il cuore della moltitudine che ad appagare l'intelletto delle persone erudite e pie; le quali se paventano sempre lo scandalo delle ardite ricerche, lo detestano ancora ogni qual volta chiara e limpida non ne procede la verità; risultamento questo non infrequente nelle disamine appartenenti a tempi molto discosti, mostrandosi agli occhi nostri l'antichità come la natura, che talvolta ci appalesa le grandi sue leggi, ricusa le minute investigazioni.

Lo scrittore che si contenti di asserire antichissima essere stata in Sardegna la predicazione del Vangelo, può valersi in primo luogo dell'argomento tratto dal sito dell'isola, il quale, siccome attirò nelle sue terre le colonie e le arme italiane, così dovette agevolare ai coraggiosi e zelanti propagatori della fede di Cristo il mezzo di passarvi dall'istessa Italia e di spargervi la feconda sementa della divina parola. La tradizione costante delle chiese sarde le più antiche può egualmente venire in appoggio di tale opinione. Ma ciò che maggiormente vale a dimostrare essere stata nei primi tempi del Cristianesimo bandita nella Sardegna la novella legge ed essersene altamente radicato lo zelo nel cuore di quelli isolani, è il ricordo dei molti martiri, i quali nelle prime del pari e nelle estreme persecuzioni sparsero ivi il loro sangue a difesa della religione.

Le notizie che furono serbate dagli scrittori nazionali sull'età de' più antichi martiri sardi salgono al tempo della persecuzione sopportata sotto l'imperio di Nerone dai seguaci del novello culto, contro ai quali egli tentò di voltare tutta l'odiosità dell'incendio di Roma che la voce dei cittadini imputava all'imperatore istesso. Nessun dubbio si muove dai critici sul martirio di questi primieri propugnatori della fede in Sardegna, del nome dei quali si contiene la menzione nelli più accreditati martirologi. Lo stesso erudito illustratore della storia ecclesiastica sarda, il padre Mattei, il quale con molta severità di critica imprese ad esaminare ed a combattere le antiche tradizioni nelle nostre chiese, dubita dell'età, non della veracità del fatto. Io non posso dissimulare la difficoltà che sentirei se sostenessi senza esitazione essersi dilatata anche nella Sardegna una persecuzione la quale da coloro che della narrazione di Tacito si giovarono, credesi abbia solamente incrudelito entro le mura della metropoli. Tuttavia, lasciandosi anche in sospeso qualunque giudizio sul tempo preciso del martirio, si può trarre dai monumenti che lo comprovano sufficiente chiarimento per affermare che alle prime persecuzioni debbasi riferire la caduta di quelle vittime del Vangelo.

Meno sottoposti a dubbiezza sono i ricordi che ne restano degli altri campioni della fede martirizzati durante l'imperio di Adriano e di Antonino in Sardegna; come indubitata è la notizia dell'esservi andati in esilio il pontefice Ponziano ed il sacerdote Ippolito per comandamento di Massimino, il quale li fé poscia martoriare ed uccidere. Confermano infine il crescente ardore ed attaccamento dei Sardi per la fede cristiana i novelli martiri, i quali nella massima delle persecuzioni sopportata dalla Chiesa sotto l'imperio di Diocleziano, illustrarono colla loro morte la fede da essi professata e la terra in cui sparsero il loro sangue.

Bastano, non v'ha dubbio, le memorie che si serbano di tali animosi seguaci della religione di Cristo per dimostrare che il lume della vera fede non penetrò tardi in Sardegna. Nondimeno io non posso lasciare di dar qui cenno delle novelle testimonianze che gli scrittori sardi trassero da un fatto quanto celebre nella Sardegna per lo concitamento di zelo religioso che vi partorì, altrettanto noto in Italia per la miscredenza di molti gravi scrittori. Nel principio del secolo XVII dissotterraronsi, fra le ruine dell'antica chiesa di S. Saturnino in Cagliari molti depositi di vecchi ossami, nei quali il nome dei defunti trovavasi segnato con lettere iniziali che, interpretate, poteano dinotare esser quelle tombe di beati martiri. L'arcivescovo di Cagliari Francesco d'Esquivel, avvisando che appartenessero quei depositi ai tempi delle persecuzioni religiose, intese con diligenza a salvare dall'obblio i nomi di tanti novelli atleti della fede; ed impiegando ad illustrare quella scoperta ogni suo mezzo, ne indirizzò al pontefice Paolo V la relazione ed al tempo istesso fece provvisione acciò la memoria se ne serbasse inalterata nei secoli avvenire. Surse allora nella chiesa maggiore della città quel venerevole santuario che la pietà ne ricorda di quel prelato e che fa fede ad un tempo della splendida sua munificenza. Colsero tosto gli scrittori nazionali l'occasione loro offertasi di bandire le maggiori glorie della Chiesa sarda. Ma caddero appena le loro opere nelle mani degli eruditi, che da varie parti insorsero ad oppugnarle gli scrittori di antichità che erano di più gran voce. Perciò il Bollando, incerto nel prestar fede ai monumenti prodotti per accreditare quella scoperta, ometteva di registrarne gli atti nella sua gran raccolta, tostoché alla propria titubazione si aggiungeva l'insinuazione autorevole del cardinale Barberini, mecenate dei dotti del suo tempo, il quale scriveagli: si guardasse dall'accogliere inconsideratamente nelle sue opere le pubblicate relazioni prima che la Chiesa romana ne profferisse giudizio, od altri argomenti del martirio o dell'antica venerazione de' popoli venissero a discoprirsi. Per lo stesso motivo il Papebrochio, altro dei continuatori della ponderosa compilazione dello stesso Bollando, con tanto rigore di critica imprendeva a sostenere eguale assunto, che non sentiva ritegno veruno nel tacciare colle parole le più aspre la popolare credenza dei Sardi. Parimente l'Ughellio, illustratore delle antichità sacre dell'Italia, interrogato se, dappoiché avea consumato il suo lavoro sulle chiese della penisola, intendesse di pubblicare le sue ricerche sulla storia ecclesiastica della Sicilia e della Sardegna, rispondeva: trovarsi egli sì fattamente impigliato in gravi difficoltà per ragione delle dubbiezze insorte sui monumenti novelli della Chiesa sarda, che più cauto partito reputava quello di seppellire le sue disquisizioni nell'oscurità del manoscritto. Soprasta a questi nella veemenza della critica il chiarissimo Muratori. Derivò egli principalmente le sue obbiezioni dall'ambigua intelligenza dei caratteri iniziali delle inscrizioni, li quali si poteano riferire non tanto ad un beato martire, quanto ad un uomo che lasciò di se buona memoria, o che bene meritò della patria, o che nella buona morte dei giusti chiuse i suoi giorni. E citando gli esempi di queste diverse interpretazioni, conchiuse con severa sentenza notando condiscendente oltre modo essersi mostrata la censura fatta dall'Inquisizione generale di Spagna, coll'aver emendato in più luoghi l'opera del Bonfant, storico principale di quell'avvenimento; ché miglior espediente saria stato, diss'egli, quello di cassare la scrittura intiera con un solo tratto di penna. Né contento l'annalista italiano di mordere la credenza dei Sardi, quella eziandio imprese a biasimare degl'Italiani, presso ai quali tanto rumore avea destato quella scoperta, che i cittadini di Piacenza con calde preghiere eransi indirizzati ai Cagliaritani per ottenere alcune di quelle reliquie, venerate poscia in quella città con singolar fervore.

Tuttavia a chi voglia disaminare più temperatamente la cosa, non sarà malagevole il riconoscere che se non è concesso a veruno di spargere tanta luce sulla quistione che chiarisca pienamente la dubbiezza, è dato a coloro che spogliansi di ogni studio di parte il mezzo di scemarla di molto. Fra i citati autori, li più mostrano un'incertezza tale nello scrivere, che la loro opinione procede meno dall'intento di combattere l'altrui credenza che dalla loro esitazione nell'abbracciarla. Con cotestoro vana tornerebbe qualunque contenzione; poiché se il vacillare nell'accettazione di una sentenza non è da biasimarsi in materie di sì delicata natura, non perciò dee sconfortarsene l'opinione di coloro i quali non all'animo dubbiante dello scrittore pongono mente, ma alle ragioni del dubbiare. Gli altri scrittori, i quali più arditi affrontarono apertamente la quistione, non altre considerazioni produssero che il silenzio dell'antichità intiera sui novelli martiri ed il dubbio dipendente dall'incerta interpretazione delle inscrizioni loro. Delle quali due obbiezioni quest'ultima solamente merita che vi si abbia riguardo; poiché l'altra accettarsi non può in niun modo da chiunque non voglia o reputar sagre tutte le dimenticanze dell'antica fama, o condannare i felici discoprimenti della posterità. Ciò posto, sarebbe facile a chi togliesse l'assunto d'illustrare quel fatto, l'affievolire le opposte difficoltà dicendo che la significanza data a quei caratteri di ambigua intelligenza non procedette già dalle sole inscrizioni dei depositi, ma dal ritrovamento contemporaneo fattovi di vari stromenti di martirio e di fiale ripiene di sangue, quali nelle tombe di molti altri martiri venerati dalla Chiesa universale si trovarono in altri luoghi della cristianità. Né di tale circostanza di fatto, della quale il Muratori omise di tener conto, è lecito il muover dubbio, quando alla testimonianza degli scrittori già nominati ed alle ragioni derivanti dalla natura stessa d'un fatto palese all'intiera popolazione, l'autorità gravissima si aggiunge del dotto arcivescovo Ambrogio Machin, autore di molte lodate opere e personaggio di grave senno, il quale recando le prove le più rispettabili della seguita scoperta, riferisce eziandio la lettera che il pontefice Paolo V, pieno di gioia per la ricevutane notizia, scrisse all'arcivescovo d'Esquivel. Queste ragioni, alle quali diede maggior peso l'autorità della Chiesa romana permettendo che i novelli martiri fossero tributati di culto speciale, tali sono da poter dimostrare che nella guerra rotta dagli eruditi contro a quel discoprimento, la critica trascorse quel limite di fredda disamina oltre al quale agevole cosa si è il travedere. Coloro perciò che intendessero di trattare questo suggetto coll'estensione che conviensi ad una discussione apologetica, non potrebbero prevalersi di quelle osservazioni che con vantaggio. La qual cosa non essendo a me permessa, mi contenterò di accennare che in queste, come in molte altre disquisizioni, si deve accagionar della insorta contenzione piucché la dubbiezza della materia, la soverchia fidanza di chi primiero imprese ad illustrarla. Gli scrittori sardi di quell'età, passionati per la fatta scoperta ed allentato il freno ad una immaginazione meridionale, infervoraronsi sì fattamente nello scriverne, che non dee recare meraviglia se nocque alla credenza lo stesso rinfocolamento degli storici; ché nella natura dell'uomo è radicata una invincibile repugnanza ad ascoltare le gonfie declamazioni, e la verità istessa, che apprezzasi nella modesta semplicità della cronaca, male accogliesi fra gli ampollosi encomii del panegirico.

Avendo indicato quanto al mio istituto convenivasi sull'antichità della predicazione del Vangelo in Sardegna, mi tocca ora di riferire quanto dagli scrittori delle cose sarde s'indagò per determinarne l'epoca. E qui mi è grave il dover accagionarli di quella stessa incontentabile ardenza del salire alle più lontane età, la quale in altri luoghi fu da me notata; poiché questa bramosia del soverchio particolareggiare pregiudica talvolta alle verità istesse già riconosciute. Così coloro che colla predicazione del principe istesso degli apostoli vollero illustrare l'incominciamento della Chiesa sarda, appoggiandosi in fievoli conghietture, non poterono addurre in prova della loro opinione testimonianza veruna o precisa o rispettabile. Così allorquando si volle asseverare che l'apostolo Giacomo nel recarsi in Ispagna approdasse in Sardegna, non si pose mente alle difficoltà che affrontavansi, confidando di un argomento derivante da un fatto per se stesso suggetto a qualche dubbiezza. Così quelli i quali, interpretando l'inscrizione del vescovo Bonifacio, sepolto nella stessa antica chiesa di S. Lucifero, sede degli altri depositi, vollero tosto arricchire d'un novello nome la serie dei primi discepoli del Salvatore e far salire per di lui mezzo ai tempi apostolici non solamente la predicazione della fede, ma l'istituzione istessa dell'episcopato in Sardegna, punto non avvertirono che il vescovo Bonifacio poté morire nell'isola senza essere vescovo della Chiesa sarda; che il titolo datogli di discepolo di Cristo potea convenire egualmente a tutti quei seguaci della fede che lo meritarono con ispeciale fervore di professione; che infine la mancanza in quella lapida dell'indicazione del tempo in cui fu posta, vana rendeva ogni altra indagine.

La sola asserzione che porti con seco maggior carattere di verosimiglianza è quella dell'esser trapassato nella Sardegna l'apostolo delle genti san Paolo. Coloro ai quali non fu annunziata la fede, la conosceranno, scriveva egli ai Romani, e quelli che non l'udirono, l'intenderanno; ardo dopo molti anni del desiderio di venire alle vostre terre, ed ora meglio che mai, non essendo più necessario il mio soggiorno nell'Oriente; allorché pertanto dovrò recarmi in Ispagna, confido di potermi trovare fra voi e di poter essere da voi stessi colà traghettato». Se questo desiderio di san Paolo della sua predicazione in Ispagna ebbe effetto, come alcuni degli scrittori ecclesiastici avvisano, resta molto probabile che egli siasi nel passaggio soffermato in Sardegna; locché non sarebbe punto diverso dal dire che egli vi predicò la divina parola, sapendo ciascuno quanto fervido fosse in quel santo petto lo zelo di bandire alle genti tutte la novella fede. Concorrono adunque le migliori conghietture a rendere degno di piena credenza il maggior ragguaglio che Teodoreto ne serbò della tradizione della Chiesa in tale proposito, scrivendo esser quel santo apostolo passato in Ispagna ed aver contemporaneamente arrecato grandi benefizi colla sua predicazione alle isole che trovansi fra quella provincia e l'Italia.

A questa discussione tien dietro l'altra dell'antichità dell'episcopato nell'isola. Sembra cosa assai verosimile che, siccome antica fu in Sardegna la predicazione del Vangelo, antica del pari sia stata la missione o la creazione dei vescovi. Le tradizioni rispettabili delle chiese maggiori sarde fanno ascendere ai tempi stessi apostolici la serie dei loro pastori. La Chiesa cagliaritana, la quale non solamente fra le chiese dell'isola, ma fra molte chiese italiane, può appellarsi la prima per l'antichità sua e per le sue glorie, venera fra i suoi pastori il pontefice san Clemente; e nell'ordine dei di lui successori vedesi inscritto il nome di vari illustri martiri, la memoria dei quali, salvata dall'obblio mercé della tradizione costante de' popoli, fu anche rispettata dagli scrittori dei fasti della Chiesa universale. Nullameno se si debbe determinare il tempo nel quale finisce il rispetto meritato dalla tradizione ed incomincia la credenza dovuta ad irrefragabili monumenti, converrà segnare il principio del secolo IV della Chiesa, nel quale Quintasio, vescovo di Cagliari, intervenne al concilio assembrato in Arles contro ai Donatisti. E forse lo stesso Quintasio fu quello che si ritrovò presente nel concilio sardicese, negli atti del quale si trova registrato, sebbene senza indicazione di nome, l'intervento dei vescovi sardi. Ma su tal punto la storia non presenta chiarimenti maggiori; ed invece somministra vari monumenti per manifestare l'abbaglio preso da alcuni scrittori sardi sulla persona di Protogene, nominato negli atti dello stesso concilio e creduto senza fondamento vescovo sardo, come fra breve se ne darà per me nuovo cenno.

Al principio dello stesso secolo coglieva la palma del martirio, nella città di Fausania, il vescovo Simplicio. Con questo nome conoscevasi allora l'antica città sarda di Olbia, e la sua importanza tal era da meritare che un seggio episcopale vi si fondasse fino dai primi tempi della Chiesa. Si mosse, è vero, qualche dubbiezza sull'episcopato del martire fausaniese; ma la relazione che ne diede il Ferrario, trovasi comprovata dall'autorità del Martirologio romano e dalla testimonianza del Baronio; il quale avendo, com'egli asserisce, ricevuto dalla Sardegna gli atti di vari martiri, dovette trarne novello argomento per serbare a Simplicio, nella correzione fatta del Martirologio, la datagli qualificazione di vescovo.

L'antica colonia di Torres ebbe anch'essa dai primi secoli della Chiesa i suoi pastori. Ma non contenti gli scrittori nazionali di appoggiare nella tradizione una asserzione generica, vollero discendere ai minuti ragguagli, ed in tal maniera incapparono in quelli errori pei quali nuoce più alla verità l'esagerato difensore che il leale avversario. Il Vico, fattosi ad ordinare l'elenco dei primi vescovi turritani, pone nel principio del secondo secolo l'episcopato del martire Gavino e nello scadere del seguente quello di Proto. Potrei qui dimostrare che egli, nel rammentare l'antica venerazione dei Turritani verso il martire san Gavino ed il tempio innalzato dai medesimi a di lui gloria e dei compagni suoi nel martirio, Proto e Gianuario, poco distinse l'antico martire turritano Gabino o Gavino, al quale solamente si può attribuire l'onore del vescovado, dall'altro martire dello stesso nome, il quale, venuto in Sardegna da Roma sua patria, fu convertito alla fede e martirizzato, come sovra si disse, durante la persecuzione di Diocleziano. Tal è difatti il disordinamento con cui in quelle narrazioni egli rimescola, riprende od anticipa la relazione degli avvenimenti, che il lettore, cui mancasse la sofferenza o lo spirito di critica nel confrontare le cose, piuttostoché di poca attenzione, lo accagionerebbe di anacronismo. Tuttavia supponendo ancora che lo storico non abbia traveduto, rimane del pari fiacca la di lui asserzione sul vescovado dell'antico Gavino, poiché li monumenti stessi prodotti onde comprovare il deposito delle di lui reliquie nel Vaticano, non altro titolo gli danno che quello di prete e di martire. Né giova quanto lo scrittore soggiunse sull'ambigua intelligenza in quei tempi delli due titoli di prete e di vescovo; della quale, ove mai fosse riconosciuta, si potrebbe giovare chi avesse dimostrato con altri argomenti l'esistenza di una sede vescovile, non già chi con quella sola considerazione intende di stabilire ad un tempo ed il vescovado ed il vescovo.

Eguali sono le difficoltà che insorgono sul vescovo turritano, san Proto, del quale si può solamente affermare che al pari di Gabino, fu sacerdote e martire; e quelle che muovonsi dal dotto scrittore della Sardegna sacra sugli altri antichi vescovi notati dal Vico, cioè Protogene, Gaudenzio e Samsucio, il primo dei quali si chiarì essere stato invece vescovo della Chiesa sardicese nella Mesia inferiore, come si dimostrò appartenere Gaudenzio alla Chiesa turremalese nell'Africa e Samsucio al vescovado turrese nella stessa provincia.

Non avendosi pertanto verun monumento certo che il nome ne indichi di qualche prelato turritano prima del secolo V della Chiesa, come in appresso si riferirà, resta che si dica essere assai probabile che la sede vescovile di Torres sia stata istituita in età molto lontana; essere certo al tempo stesso che l'antichità non tramandò a noi ricordo nissuno pel quale, al pari della Chiesa cagliaritana e di quella di Fausania, possa venir in luce nel principio del IV secolo il nome di qualche vescovo. Dissi sede vescovile perché il Vico non della sola dignità episcopale, ma eziandio della metropolitana volle fregiare la sede di Torres, assoggettandole il vescovo di Fausania; della quale asserzione si riconoscerà maggiormente la leggierezza, allorquando valicati colla narrazione alcuni altri secoli, si giungerà ad incontrare li primi arcivescovi turritani. Frattanto a chi scrive senza spirito di parte, cade in acconcio il notare fin d'ora ad onore della Chiesa turritana che se i vescovi suoi non aveano nei primi secoli della Chiesa la qualificazione di metropolitani, era stato loro conceduto fino da tempi assai antichi il singolar privilegio di dipendere direttamente dalla sede apostolica, a cui n'era eziandio riserbata la ordinazione, e di essere in tale rispetto in condizione diversa da quella degli altri prelati dell'isola. Dalla quale distinzione ebbe forse in parte la sua origine la quistione del primato sì acremente in altra età agitata fra li due principali prelati della Sardegna; quistione nella quale non è dato allo storico il pronunziare giudizio, dappoiché lo stesso tribunale maggiore di Roma, cui più volte fu sottoposta, si rimase del farlo, contentandosi di dichiarare solamente la maggiore antichità della Chiesa cagliaritana e nel rispetto di sede vescovile ed in quello di sede metropolitana. Ma siccome separate affatto sono queste due contenzioni ed indipendenti l'una dall'altra, non essendo nuovo che altre particolari considerazioni, e non l'anzianità della sede, deciso abbiano delle ragioni dei primati, perciò anche coloro i quali portano opinione contraria ai diritti del primate cagliaritano, non possono, ragionando senza illusione, lasciar di riconoscere come della dignità metropolitana, a differenza delle altre sedi, fosse già nel IV secolo fregiata la cagliaritana; chiarendosi ciò principalmente dalla qualificazione di metropolitano data in quel tempo dal celebre vescovo d'Alessandria Atanagio al gran prelato cagliaritano Lucifero, del quale l'ordine delle cose e del tempo mi chiama ora a narrar le vicende.

Connessa è la storia di questo illustre prelato a quella di un altro vescovo sardo non meno chiaro nei fasti della Chiesa, Eusebio di Vercelli, il quale fu destinato dalla Provvidenza in tempi calamitosissimi ad opporre il petto, in compagnia di quell'altro valoroso suo nazionale, alla piena di mali che minacciava i veri credenti ed a serbare illibato colla costanza dell'animo e colla superiorità dell'ingegno il deposito della fede. Gli ariani, fulminati invano nel concilio di Nicea e nel sardicese, aveano ripreso l'antico ardimento, imbaldanziti per la debolezza dell'imperatore Costanzo, al quale le stesse sue prosperità somministravano occasione di lasciarsi aggirare dalle mene degli eretici e di proteggere i loro errori. Scopo principale dell'odio degli ariani era il santo vescovo d'Alessandria Atanagio, propugnatore instancabile delle vere dottrine; e mal sofferendo perciò il di lui richiamo alla sede, che lo facea altra volta risplendere agli occhi de' fedeli, tentavano con ogni mezzo di procurare alla Chiesa novelle turbazioni ed interponevano grandissima diligenza acciò nell'animo dell'imperatore si risvegliassero le antiche diffidenze; avvalorati com'erano dall'assistenza ed artifizi di Valente, vescovo di Mursia, il quale appresso a Costanzo era in grandissima fede. Aveano disegnato eziandio, benché infruttuosamente, di trarre nella loro parte il pontefice Liberio, al quale con ardenza richiedevano distaccasse Atanagio dalla sua comunione. Il pontefice invece, conoscendo che nella persona di questo vescovo si combatteva la purità e costanza della di lui dottrina, avea rigettato la dimanda ed ottenuto dall'imperatore che si ragunasse un concilio per giudicare della condanna di Atanagio.

Ma la debolezza del legato pontificio non avea corrisposto, nel concilio tenuto in Arles, allo zelo di Liberio; onde conturbato sommamente il pontefice pei grandi mali traboccavano nella Chiesa in quel predominante giudizio dei vescovi orientali, stava sopra di sé meditando il riparo a tanto scandolo, alloraquando appresentossi ai suoi sguardi confortatore opportunissimo Lucifero cagliaritano. Noto era egli già alla Chiesa per l'ardenza del suo zelo, per la singolare sua perizia ed intelligenza delle sagre scritture, per l'eccellenza dell'ingegno e facondia del dire, e volato era allora dalla sua sede a fiancheggiare il pontefice ed a profferirglisi campione animoso della fede in sì duro frangente. Rinfrancato pertanto Liberio, non esitò punto a dichiarargli quanto di lui si confidasse, commettendogli di girne suo legato all'imperatore ed a lui spiegare ogni cosa, onde ottenere il di lui consenso per la novella discussione in un concilio delle riaccese contenzioni. Prevedendo al tempo istesso il pontefice quale conforto tornerebbe a Lucifero dall'avere per compagno l'esimio suo amico Eusebio, valevasi anche della di lui opera in quell'ardua intrapresa.

Nato era Eusebio al pari di Lucifero in Cagliari nello scadere del III secolo, ed al pari di Lucifero avea renduto chiaro nell'Italia e nella Chiesa tutta il suo nome. Trasportato ancor fanciullo in Roma dalla madre sua Restituta, avea ricevuto dal pontefice Eusebio il battesimo ed il nome; e caro poscia era diventato a Melchiade, successore di Eusebio, e quindi a Silvestro, che ordinollo lettore, a Marco, che lo elevò al presbiterato, ed a Giulio, che, tenendo gran conto della di lui dottrina, lo nominò interprete dei sagri volumi. Legato apostolico in diverse chiese, s'avea egli talmente colla predicazione e colla virtù cattivato l'animo de' Vercellesi, che al pontefice ebbero eglino a richiederlo per loro pastore con quella prontezza che può solamente derivare dall'universale commovimento degli spiriti.

In maggior rinomo era salito Eusebio dopo il suo vescovado; ché il primo egli era stato ad introdurre nell'Occidente la vita comune del clero ad esempio dei monaci. Avea egli riconosciuto quanto giovamento farebbe alla disciplina del clero se alla severità del ritiro e dell'astinenza claustrale potesse congiungere l'esercizio dei doveri sacerdotali. Egli avea meditato più volte come dalla solitudine s'erano mossi li più animosi profeti dell'antica alleanza, i quali, coperti di ruvide tonache ed angustiati dal bisogno e dal dolore, errato aveano lunga pezza di monte in monte e dall'una all'altra spelonca. Tali modelli seguendo Eusebio, escì dalla sua terra, come spiegasi sant'Ambrogio, e dalla cognazione sua, prepose al domestico ozio la peregrinazione, e quelle due cose volle quindi riunire, gli offici chiericali e l'istituto dei monaci; affinché, mentre erano invitati li sacerdoti nella loro disciplina all'astinenza e pazienza, non obbliassero la piacevolezza e benignità, menando una porzione della loro vita quasi in un teatro ed in una palestra, e l'altra nel segreto della solitudine e nella spelonca, combattendo dall'un canto e cansando dall'altro i blandimenti della voluttade; vita in una maniera più grata, più sicura in un'altra, e conducente in ambe le maniere a quell'annientamento della propria volontà che fa vivere in Cristo i fedeli». In breve spazio di tempo essendo venuto a luce tutto il frutto di tale saggia istituzione, cinto videsi quel grand'uomo da una corona di novelli atleti della fede, talché non solamente la vicina chiesa di Novara, illustrata dal discepolo suo Gaudenzio, ma le chiese tutte della Liguria, dell'Emilia, di Venezia e delle provincie confinanti richiedevano dal clero vercellese i più degni loro pastori. Ed Eusebio istesso il perfetto modello somministrava loro della vita operosa e contemplativa; poiché, alloraquando gli davano le sollecitudini dell'episcopato qualche posamento, ritraevasi frequentemente a meditare le cose divine nelle montagne dell'Oropa, fra le quali surse poscia ad onore del modesto suo oratorio quel santuario che della pietà e munificenza dei Subalpini tanto s'accrebbe.

Ad un tant'uomo adunque stimò Liberio di commettere una parte della difficile legazione addossata a Lucifero: ed ambi satisfecero pienamente al mandato, ottenendo dall'imperatore la convocazione di un concilio, che fu celebrato indi a poco in Milano. Presiedeva a tal concilio Lucifero, come legato del pontefice, e malagevole sopramodo era quell'incarico; ché con iscopo diverso erano concorsi all'assemblea i vescovi dell'Oriente, li quali, coi pensieri sempre accesi a provocare la condanna di Atanagio, la pace e consentimento della Chiesa in un dogma della più alta importanza voleano far dipendere da una ingiusta e criminosa transazione. Abbisognandosi pertanto più che mai della presenza di Eusebio, il quale interponeva qualche difficoltà all'andare, calde lettere gli si scriveano dall'imperatore, che della di lui autorità tenea gran conto, dai vescovi ariani, i quali non disperavano di trovar modo che la di lui opinione potesse pendere a loro pro, e da Lucifero, il quale, giudicando più rettamente dell'amico suo, di lui sopprattutto si confidava per vegghiare con diligenza sovra ogni accidente e serbar saldi li fondamenti della vera credenza.

Malauguroso fu per la Chiesa il risultamento di tale consesso, poiché la fermezza dei due prelati sardi fu, è vero, bastante ad impedire lo scandolo massimo del prevaricamento dei più illustri vescovi; ma a tanto non poterono giugnere i loro sforzi per conservare la quiete, che non fossero di grande intervallo avanzati dai rigiri facevansi dagli ariani per muoverla. Restò pertanto a questi la preponderanza, a quelli la gloria d'aver combattuto per la fede e d'aver resistito all'imperatore medesimo, rizzatosi indarno bruscamente dal suo seggio ad accusare con parole concitate Atanagio. Per la qual cosa mal comportando Costanzo tanta fermezza, abbandonò i legati del pontefice ed i loro aderenti a strazii inumani e li confinò quindi in lontane regioni.

Fu nell'esilio che la costanza di Lucifero, ben lungi dall'ammortirsi, s'infervorò maggiormente e tutta palesò la dignità ed indipendenza del di lui carattere. Scrisse egli nel luogo della sua relegazione le celebri sue epistole a Costanzo e le altre opere al medesimo imperatore indirizzate, che, serbate come prezioso monumento dai contemporanei, comprovano come andassero del pari nello scrittore la perseveranza nei sublimi suoi propositi ed il calore dell'ingegno. Uno solo è l'argomento delle sue scritture, la difesa cioè di Atanagio e l'iniquità dell'ambita di lui condanna; ma siccome questa dimostrazione era mescolata con quella degli artifizi usati dagli ariani e con l'altra della debolezza o contumacia di Cesare, perciò era necessario lo slancio d'un animo elevato onde non paventare il cimento di sì intrigata trattazione. Lucifero si mostrò superiore ad ogni umano rispetto, ed indirizzando le parole al principe, so ben io, scriveagli, aver Salomone paragonato le minaccie d'un regnante al ruggito del leone; nondimeno i ruggiti tuoi se atti sono ad intimorire li seguaci d'Ario, per noi domestici di Dio sono scherniti». Con pari commozione, e senza fuggirgli mai l'animo, rivolgendo in quei due suoi libri dell'epistola a Costanzo l'intrapreso argomento e valendosi degli esempi tratti dalle sagre pagine, egli, al cui carattere non conferivano i mezzi dell'insinuante persuasione, affrontava la difficoltà delle dirette invettive. Eguale manifestasi Lucifero allorché in altro opuscolo, ponendo sotto gli occhi di Cesare la serie dei principi nemici di Dio ai quali erano bene tornate alcune intraprese, tenta di sgomberare dal di lui animo le illusioni delle ottenute prosperità; e quando colla scrittura diretta a dimostrare la comunicazione negata ai cattolici cogli eretici, dichiara i motivi del costante suo allontanamento dall'imperatore.

Tuttavia in nissun luogo egli propalò sì altamente il carattere d'uno zelo non suscettivo di temperamento, come nelle altre due sue scritture tendenti l'una a chiarire che ai nemici di Dio nissun fallo devesi comportare, l'altra ad infervorare al martirio i perseguitati. E siccome mio intento si è di far conoscere non solamente con quanta stabilità d'animo ei combattesse per la fede, ma eziandio con quale altezza e fuoco di concetti ei ne scrivesse, gioverà perciò di qui riportare alcuni tratti delle sublimi sue apologie. Ecco come nella prima delle opere testé citate egli voltava le sue parole a Costanzo: tu che noi appelli uomini di folto sopracciglio, ignori tu forse che Giosia dovette combattere contro ai sacrileghi anche dopo la loro morte? e se a lui re convenne il perseguitare con tanto zelo i nemici di Dio, per noi vescovi, per noi sacerdoti di Dio si riputerà cosa indegna il resisterti? brandiva egli la spada, ed a noi vietata sarà la favella? e perché a te, che l'idolatria fai traboccare nella Chiesa, noi resistiamo, puoi tu a ragione dire: o Lucifero, tu m'insulti? Alloraquando vedi noi servi di Dio non paventare la tua immanità, ma stare saldi a serbare li precetti della legge, in quale maniera puoi tu accagionarci di petulanza? Sappi, che se noi la tua potenza calchiamo come il fango, non già ci sorreggiamo con le nostre forze, ma infusa è in noi la vigoria da quello che nella nostra persona tu abbomini. Come potrà temerti quell'uomo che, pieno dello Spirito Santo, fissa al tuo cospetto un piede immobile al pari d'uno scoglio che opponga la sua mole al fiotto crescente? Taceremo adunque, e mentre il lupo si appresenta a devastare il nostro gregge, noi pastori ci faremo incontro a sbramare noi stessi le avide sue fauci? Pastori noi siamo, non mercenari; ed a Pietro disse Cristo: pasci gli agnelli miei, pasci le mie pecore; ed a Geremia disse Iddio: darò a voi pastori fatti secondo il cuor mio, che vi meneranno al pascolo; ma non disse: darò a voi chi vi gitti in preda ai nemici vostri».

Con animo non minore egli dipinge nell'altro suo opuscolo la costanza dei martiri. Fidi alla legge, egli dice, quantunque l'artiglio dei persecutori ricorra a rinfrescare le antiche piaghe, stiamo e staremo noi immoti più forti di te e dei tuoi martorii. Dai barbari si concede qualche fiata perdonanza ai vinti e fra le arme si accoglie la clemenza; ma inaudita cosa ella è che coloro i quali desiderano a te ogni bene, si spoglino, proscrivano, uccidano colla spada, o puniscansi in altra maniera, e che ai cadaveri loro dilaniati si nieghi l'onor del sepolcro. Tu c'impedisti ogni umano soccorso; le miniere tutte ed i luoghi che poteano meritare il nome d'esiglio riempiesti delle nostre persone, relegandoci innocenti e travagliandoci colla fame, colla sete, colla nudità In quel modo che i malfattori costringonsi a propalare la verità, tu noi costringi a negare Cristo; ma nel modo stesso con cui coloro, confessando, rei si chiariscono, noi, negando, acquistiamo fama onorata Abbandonata la credenza degli apostoli, rivolto alle favole, tu noi cattolici chiami erratici, e ciò che prima reputavi verità, appelli ora blasfemia. Tocca dunque con mano quale intervallo sceveri il vero dal falso; ché tu uomo, come a te sembra, perito ed avente al tuo comandamento un numero infinito di scrittori, a nissuno potesti instillare la persuasione; e noi invece, uomini senza artifizio e stranieri delle amene lettere, a distruggere l'eresia noi soli vagliamo, parlando per sé la cosa stessa e la verità. Tu li tuoi errori difendi colla spada, e noi la religione difenderemo non uccidendo, ma morendo. Dimmi, se taluno dei soldati tuoi in questa fragile mondana milizia ti serbò la fede con qualche egregia fazione, ti diventa caro ed accetto; se per te non paventò il morire, a somma gloria lo innalzi. Quanto più questa fede a noi conviensi soldati di Dio E fino a quando ti abuserai, o Costanzo, della di lui tolleranza; rientra in te stesso, e vieni con noi al convito d'Abramo, di Giacobbe e degli amici di Dio. Se pensi esser cosa miseranda il martirio per Cristo, t'inganni. Hassi a morire in una maniera qualunque. Più crucciosamente periscono alcuni nel loro letto addolorati per lo infocamento del cerebro, o per la contrazione dei nervi. Importa per quale cagione io muoia, e non già da qual legno io debba pendere; importa il sapere se giusta fu od iniqua la tua condanna; ché, essendo giusta, non la pena, ma la reità mi tormenterebbe; se ingiusta, tua sarà la croce, non mia».

La fama della costanza e delle apologie di Lucifero suonava nelle chiese tutte dell'Oriente. Epperò Atanagio, sul cui capo pendeva più minacciosa la vendetta degli ariani, grandemente se ne compiaceva, e scrivea a quel suo animoso collega: maravigliarsi come in tanta strettezza di cose ritenesse tale libertà di spirito, che non solamente mancato non fosse alla Chiesa di costanza, ma largo le fosse stato di coraggiosa difesa; arder egli del desiderio insieme coi suoi compagni d'infortunio di leggere ciò che aveano udito commendare; fosse dunque loro cortese d'un esemplare delle epistole sue a Costanzo. Quale poi sia stata la consolazione di quel vescovo nel ricevere da Lucifero le richieste scritture, di leggieri si manifesta per la novella lettera che ebbe ad indirizzargli, nella quale tutta comparisce la venerazione sentita verso un tant'uomo. E consentiva alla venerazione di Atanagio quella di tutta la Chiesa, dappoiché Lucifero al pari d'Eusebio e degli altri illustri vescovi perseguitati non si rimase nell'esilio di bandire le sane dottrine e di combattere colla facondia della sua predicazione i propagati errori degli ariani; in modo che quell'istesso loro infortunio grande pro ebbe a partorire per la religione in quelle provincie dell'Oriente. Scrisse perciò loro l'angustiato pontefice Liberio una lettera commoventissima; e Sulpizio Severo ne fa fede come quelli esuli siano stati careggiati nelle regioni tutte dove passavano, forniti dai fedeli di spontaneo sussidio ed onorati dalle ambasciarie di tutta la cristianità.

Anche Eusebio dall'esilio suo di Scitopoli scriveva ai diletti suoi vercellesi. Ma siccome era diversa la tempera d'animo di quei due vescovi, diversa così è l'impressione che destano le loro scritture. La fermezza di Lucifero nei proponimenti era concitata dalla veemenza del di lui coraggio; quella d'Eusebio avea tutta l'immobilità di una virtù impassibile. Lucifero fulminava i suoi nemici; Eusebio confortava i seguaci suoi. In quello campeggiava meglio lo zelo; in questo la rassegnazione. Le scritture pertanto di Lucifero francheggiano l'animo; quelle di Eusebio commuovono il cuore. Seppi, scrivea questi ai suoi diocesani, essere voi salvi, e quasi con un subitaneo rapimento in tanta distanza di luoghi, io mi sentii trasportato in mezzo a voi, mentre le lettere di ciascuno trascorrevo, e le sante anime vostre e la carità vostra inver me riconoscevo in quelle. Mescolavansi col mio gaudio le lagrime, e gli occhi miei molli di pianto ristavano, benché impazienti, di leggere. Godo, fratelli miei diletti, della vostra fede, godo della salvezza vostra, figlia della fede, godo dei frutti che anche da lunge se ne ritraggono. E se compiacesi l'agricoltore in quella pianta che risponde alle sue cure, ed ogni sua opera vi pone intorno, anch'io alla santità vostra tutto me profferisco, e l'anima mia stessa per lo vostro bene mi è caro di poter impiegare». Descrive quindi il santo vescovo in tal lettera le sopportate vessazioni, gli artifizi di Patrofilo, vescovo ariano, acciò comunicasse con esso lui, la gioia del popolo pel trionfo riportatone, la maggiore severità seguitane nella persecuzione; e chiude infine il suo scrivere colle più affettuose salutazioni, pregando ciascheduno dei suoi a riconoscere nelle generali espressioni il proprio nome, giacché lo scrivere a tutti eragli impedito.

Non appartiene al mio assunto il descrivere quanto sia stata accanita la persecuzione contro a quei santi vescovi, e come trabalzati da un esilio all'altro, abbiano veduto in ogni luogo rinovellarsi li più atroci tentativi per far trionfare l'eresia. Solo per dare maggior lume al carattere apostolico di Lucifero io soggiungerò che, pervenuta l'ardita di lui scrittura nelle mani di Cesare, tanto egli ne restò soprappreso, che impose tosto a Fiorenzo, maestro suo degli offici, richiedesse lo stesso Lucifero della verità della cosa. Ove questo zelante prelato, il cui calore d'animo non si ammorzava dopo lo sfogamento, animoso rispondevagli: essere sue quelle epistole ed essere sua la preghiera fatta a Benoso, agente di Cesare, di porla sotto li di lui occhi; ne sincerasse adunque l'imperatore, poiché ben lungi che non gli desse il cuore di confessare la sua opera, lietamente ne agognava la punizione.

Tanta variazione aveano fatto le cose della Chiesa sotto l'imperio di Costanzo, che li più grandi mali le sarebbero certamente sopravvenuti se la morte non si fosse interposta ai consigli suoi. Giuliano, di lui successore maneggiò arme diverse nel combatterla; ché l'odio nell'animo suo cauto ed antiveggente era raffreddato per lo pericolo di mettere a ripentaglio il suo imperio e per la temenza di screditare quella sua filosofia, colle cui massime si governava. Preso adunque per partito di comportarsi con sottile accorgimento, permetteva il richiamo di tutti i vescovi confinati dal suo predecessore; e la nave della Chiesa, la quale, al dire di Girolamo, oramai era per affondare, salva ricompariva sui flutti, avendo l'Egitto ricuperato il suo trionfante Atanagio, la Francia il suo Ilario, ed avendo l'Italia scambiato le negre sue vestimenta pel ritorno di Eusebio». Prima di rivedere le loro sedi, li due sardi prelati aveano convenuto di ragunare in Alessandria un concilio che rammarginando le piaghe della Chiesa, mozzasse la via a novelle contese. Ma poiché a Lucifero stava anche molto a cuore il recarsi in Antiochia per sedarvi le insorte competenze fra il vescovo ariano Euzoio ed il prelato cattolico Melezio, inviò egli al concilio in sua vece due suoi diaconi, ai quali concedette la facoltà di approvare le deliberazioni future dei padri. E da ciò novella sorgente derivò a Lucifero di gravi rammarichi, e nuovo scisma alla Chiesa ed incertezza di sentenze per gli scrittori della storia di quei tempi. Giacché Lucifero avvisando che il mezzo migliore per mescolare le due parti quello si fosse di dar loro un novello pastore, volle ordinar vescovo Paolino, degno ed incontaminato sacerdote, ma non abbastanza caro ai seguaci di Melezio; e con ciò introdusse nel popolo una discordia maggiore, la quale per lo spazio quasi di un secolo turbò la quiete di quella chiesa.

Nel mentre che di questo era gara in Antiochia, vi giugneva Eusebio, latore della lettera scritta da Atanagio per annunziare i decreti dei padri di Alessandria; i quali prevedendo che la rigidezza dovea prestare materia a novelle dissensioni, aveano inclinato a consiglio più mite, riammettendo nella comunione i vescovi ariani penitenti. Eusebio riconobbe tosto quanto fosse arduo il rintuzzare quella effervescenza; quanto difficile l'accostarsi con un solo partito. Epperò da quel prudente uomo ch'egli era, rimanendosi del comunicare cogli uni e cogli altri, né volle approvare l'opera di Lucifero, né per la riverenza d'un tant'uomo palesamente biasimarla. Ma Lucifero, la cui anima ardente ed aperta non comportava i temperamenti mezzani, altamente rammaricatosi del cauto silenzio di Eusebio, ruppe con esso lui ogni comunione, e riprovando i decreti del concilio di Alessandria, abbenché da lui prima abbracciati per lo mezzo dei suoi diaconi, fece ritorno alla patria, colmo l'animo di amarezza contro all'amico suo. Tale è il racconto che Socrate ne lasciò delle cause di disunione fra i due prelati. A queste il cardinale Baronio altro motivo ebbe ad aggiungere, notando che all'animo austero di Lucifero non satisfaceano punto i decreti benigni del concilio alessandrino, coi quali era stata fatta abilità ai vescovi ariani di governare le loro chiese; la quale condiscendenza parendo a Lucifero frutto di debolezza più che di saviezza, egli che ad una pace non misurata colle severe sue dottrine avria preferito i pericoli di un secondo combattimento, insorse contro ad Eusebio, creduto autor principale di quei decreti, disgiungendosi dalla sua comunione e da quella degli altri padri del concilio.

Per chi ha meditato sul carattere di Lucifero non sarà difficile il porre in concordanza queste due narrazioni, riferendo la discordia ad ambe le cagioni. Non così sarebbe agevole il pesarne le vicende; poiché non meno sullo scisma che ne nacque nella Chiesa, come sulla costanza delle risoluzioni di Lucifero, vario è il racconto che gli scrittori a noi trasmisero, varia l'opinione che i più gravi dottori della Chiesa ne portarono. Un dotto successore di Lucifero, l'arcivescovo Machin, già altra volta da me nominato, imprese con ispeciale apologia a dimostrare che Lucifero era rientrato nel seno della Chiesa e nella comunione della sede apostolica. Ma non poté egli nell'incertezza e contraddizione dei monumenti tanto rischiarare il suo assunto da sgomberare ogni dubbiezza. Onde più saggio partito io reputo quello di lasciare sospesa una discussione che l'autorità stessa pontificia, dopo maturo consiglio, conobbe non suscettiva di chiara indagine; ché impercettibile quasi è il confine il quale talvolta distingue nelle anime grandi e generose la costanza ed il dispetto; ed alloraquando alla persuasione l'amore si accoppia delle proprie dottrine, il piegarsi all'altrui autorità è meglio effetto di rassegnazione che di disinganno. Onde non è una meraviglia se il grado diverso di concitamento nelle persone vaglia a dare alla resistenza tutti quei caratteri che con varia gradazione accostansi alla fermezza od all'ostinazione. Omettendo pertanto di intrattenermi maggiormente in sì malagevole argomento, io darò qui compimento a questi cenni sui due illustri prelati sardi del IV secolo. E sospendendo al tempo istesso la narrazione delle vicende gloriose della Chiesa sarda, li cui fasti non presentano nel declinare di quel secolo e nell'innoltrarsi del seguente ricordo veruno meritevole di speciale menzione, riferirò invece i tristi casi della Chiesa stessa e dello stato, rammentando la feroce dominazione dei Vandali, che per più anni aggravò le sorti dell'isola nostra; unico avvenimento che nelle notizie rimaste delle cose civili della Sardegna succede alle memorie isolate ragunate nel libro quarto di questa Istoria.

I Vandali dopo aver già sotto l'impero di Onorio occupato la signoria dell'Africa, non pretermettendo nissun'opera abile ad allargare il loro dominio, eransi innalzati a maggiori speranze, udita la morte di Valentiniano terzo imperatore, il quale era perito per una di quelle cause che nella storia delle cose umane, ossia delle umane debolezze, influirono mai sempre meglio che altra qualunque a mutare la faccia delle nazioni; per quella cioè che il nome regio avea già proscritto in Roma e spento il governo decemvirale. Genserico, re di quei barbari, non pago del saccheggio di Roma, drizzava in ciascun anno le sue incursioni alle terre litorali dell'imperio; nella qual cosa governandosi egli, come narra Procopio, più colla fortuna che col consiglio, e lasciando in balia dei venti la direzione del suo navilio, la sinistra sorte della Sardegna così volle, che le vele di questo re pirata fossero spinte sopra i suoi lidi. La narrazione tramandataci da Vittore Vitese del rapido progredire delle armi vandaliche in quella circostanza, per cui non solo ridussero in loro potere tutta l'Africa, ma la Sicilia, la Sardegna, la Corsica e le isole Baleari travagliarono colle loro incursioni», ci dimostra pienamente che dai primi anni dopo la morte di Valentiniano ebbe incominciamento in Sardegna la stabile signoria di quei barbari.

Col mezzo di quelle scorrerie, sulle tristi vicende delle quali la storia dell'uomo lascia più luogo a meditare di ciò che la storia di quei tempi lasci a narrare, la Sardegna tornò per la seconda volta in suggezione dell'Africa. E maggiore fu al certo il desolamento delle nostre contrade al porvi piede le squadre dei Vandali che nell'approdarvi le flotte puniche; poiché in quei remoti tempi nei quali non si può affermare se nei conquistatori o nei vinti prevalesse la barbarie, la vittoria si risolveva in un mescolamento di popoli d'indole eguale; ma dopo i lunghi anni della signoria romana, da poi che per la novella religione di Cristo si erano ingentilite le istituzioni e purificati i costumi, le arme sole tranquillavano dopo la vittoria, non gli odi. Quella stessa religione che fu mai sempre la confortatrice migliore dell'umana concordia, somministrava allora maggiore incentivo alla divisione dei due popoli, dacché, penetrato nell'animo dei Vandali l'errore degli ariani, eglino non così mostravansi paghi di comandare a novelli sudditi, come di numerare novelli proseliti. Le pagine di Vittore tramandarono alla posterità la memoria delle crudeltà di ogni maniera con le quali Genserico afflisse i cattolici, ed i vescovi specialmente che rilegò e disperse con barbari trattamenti in lontane regioni. Confidavasi lo storico che siccome egli scriveva i travagli delle chiese africane, così coloro che nella Spagna, nell'Italia, in Sicilia, in Sardegna erano stati testimonii di altre eguali vessazioni, ne avrebbero lasciato ai posteri il ricordo». Ma i contemporanei sofferirono e tacquero; laonde benché non manchi a noi la certezza, manca la relazione delle miserevoli vicende della Chiesa sarda.

Frattanto una novella gloria si rifletteva inver lei dall'esaltamento al sommo seggio della Chiesa del sardo Ilario, che destinato era dalla Provvidenza in quei tempi calamitosi a riempiere il voto lasciato nella cattedra romana da Leone il Grande. Era egli stato caro a questo pontefice ed aveva già sostenuto le sue veci essendo diacono nel concilio convocato in Efeso, nel quale scandalosamente prevalse l'errore di Eutichete; come seguendo l'ordine dello stesso Leone, occupato erasi Ilario, già arcidiacono, per lo mezzo di Vittorino Acquitano, della continuazione dei novelli calcoli del tempo, che si rendevano necessari dappoiché la serie dei ricorrimenti delle feste pasquali, scritta da Teofilo, vescovo di Alessandria, trovavasi già prossima al compimento. Prima sollecitudine del novello pontefice fu quella di perfezionare l'opera dell'illustre suo predecessore, condannando con solennità le diffusesi eresie e richiamando con zelo i fedeli ad accostarsi alle decisioni dei tre concilii ecumenici di Nicea, Efeso e Calcedonia. Rivolse quindi l'animo a riparare ad alcuni disordini radicati nelle Gallie, ed a molti di quei vescovi scrisse calde epistole, nelle quali l'amorevolezza dell'esortazione non resta disgradata per la dignità del comandare e per la concitazione del riprendere. Convocò poscia un concilio in Roma, invitando a gravi discussioni i vescovi tutti che vi erano convenuti per celebrare l'anniversario della di lui esaltazione. Nell'anno infine che precedette la di lui morte, affinché si aggiugnesse alle altre sue glorie quella d'aver combattuto e vinto l'errore nelle persone anche le più eccelse, egli affrontava apertamente nel tempio maggiore di S. Pietro Antemio, imperatore d'Occidente, al quale, venuto di recente a Roma, erasi appiccato per le seduzioni di un Filoteo famigliare suo il contagio dell'eresia macedoniana; e smascherando ad alta voce i tentativi occulti pei quali serpeggiava già nella città la novella infezione, tanto colla dignità e fermezza sua s'indonnava del cuore di Cesare, che lo induceva a dichiarare sotto giuramento il suo proposito d'impedire la propagazione di quelle perniciose dottrine.

Né al solo deposito della fede ed alla conservazione della disciplina erano indirizzate le cure d'Ilario; ma la dignità anche esteriore del culto grandemente ebbe a giovarsi in Roma della splendida munificenza delle di lui largizioni. Anastasio Bibliotecario partitamente enumera gli oratorii innalzati da lui nella basilica di Costantino e gli arredi dei quali presentò quella del principe degli apostoli. Nella quale enumerazione tanta si presenta la quantità dei preziosi metalli e delle gemme impiegate in quei lavori, che il cardinale Baronio, lamentando sopra le male venture dei tempi succeduti, traeva argomento da quelli ampli dispendi sopportati nei soli pochi anni del pontificato d'Ilario per manifestare quale in quei dì fosse l'opulenza della Chiesa di Roma. Non mancò neppure alle laudi d'Ilario quella di protettore dei buoni studii; perciocché allo stesso Anastasio la memoria si deve dell'aver quel pontefice eretto e dotato due biblioteche presso al battistero di Laterano.

Nell'anno medesimo in cui Ilario lasciava vacante il seggio pontificale, Leone, imperatore dell'Oriente, ordinava un numeroso e potente navilio per abbassare la feroce superbia di Genserico. Celebre negli annali del tempo è questa spedizione per l'apparato straordinario di forze, per l'immensa quantità di pecunia, per l'infelicissimo risultamento. Al mio assunto giova solo il notare come Leone, apprezzando in tal occasione l'importanza del riconquistare la Sardegna, commetteva quest'intrapresa a Marcelliano, personaggio di gran probità, già suo nemico in addietro, cui egli tentò allora di rappaciare col mezzo il più potente pegli animi generosi, confidandosi cioè di lui in una fazione di gran momento e schiudendogli la via alla gloria. Marcelliano satisfece al debito suo con prontezza e facilità; ché i liberatori delle nazioni oppresse non combattono mai soli contro agli oppressori. Nullameno sia per l'influenza della mala riuscita della maggior spedizione, sia perché negli accordi ai quali calarono i Romani ed i Vandali fosse compreso l'abbandono dell'isola, questa ricomparisce suggetta alla signoria vandalica durante tutto il tempo che quell'accordo fu rispettato dai successori di Leone.

Continuatosi infatti dopo la morte di Genserico il regno de' Vandali in Unnerico suo figliuolo, e continuatasi col regno la persecuzione dei cattolici prima rattenuta, poscia apertissima, non sì tosto imprese egli a pubblicare li feroci suoi editti, che, relegandosi da lui in lontane provincie i fedeli più saldi nella loro credenza e non cedenti alle minaccie loro fatte del decadimento da ogni temporale dignità, molti di essi ebbero confino nella Sardegna. Altra maggiore testimonianza si trova al tempo stesso del dominio d'Unnerico nell'isola, poiché, congregatisi per suo comandamento in Cartagine tutti i vescovi a lui suggetti onde assistere ad una inutile conferenza, nella quale al cospetto delle violenze la costanza dei cattolici poté resistere, non vincere, leggonsi nella serie dei vescovi congregati e poscia esiliati con crudi maltrattamenti, i nomi dei vescovi della Sardegna.

Il breve posamento che nel succeduto regno di Gundabondo ebbe la persecuzione, dovette sollevare anche le angustie della Chiesa sarda. E delle sole angustie della Chiesa io do cenno, perché delle vicende civili dello stato non restando verun ricordo, possono queste meglio presumersi che riferirsi. Scoppiò poscia novellamente la persecuzione tostoché salì al trono sanguinoso dei Vandali Trasamondo, fratello minore del re trapassato.

Questi non colla violenza imprese a travagliare i cattolici; ché l'esperienza dei regni anteriori lo avea addottrinato esser la violenza seme che fruttava eroica resistenza. Pose egli l'animo a cattivare i deboli colle allettatrici promesse ed a privare gli altri dell'assistenza dei vescovi, nello zelo dei quali riposava la somma delle cose. Ma il divieto di novelle ordinazioni, che egli a tal uopo bandì, restò deluso per la prontezza dei prelati, i quali eleggendo affrettatamente molti altri sacerdoti e diaconi, li aveano già preposti al governo delle chiese vacanti. Onde rimanendo a Trasamondo, che mal comportava tale disubbidienza, il solo espediente di allontanare dall'Africa i nuovi pastori, ebbe a relegarne un gran numero nella Sardegna.

Soprastava agli altri per pietà, per severissima maniera di vita, per merito di pubbliche scritture Fulgenzio, vescovo di Ruspa; e fra tanti illustri esuli niuno di essi reputavasi sventurato quando alla nobile causa del loro infortunio s'aggiungeva il conforto di un tanto compagno. Seguiva la stessa sorte il vescovo d'Ippona, e quali gli uomini di altra età recavano alle terre d'esilio i loro penati, recava anch'egli con seco la salma del grande suo predecessore sant'Agostino. Né giammai colonia più accettevole approdò nei lidi della Sardegna. Reggeva allora la Chiesa cagliaritana Primasio, ed accolti benignamente gli esuli ed accomodatili di fraternevole ospizio, temperava coi dolci ed affettuosi suoi modi la rigidezza della loro ventura.

La Sardegna, che riceveva allora nel suo seno e sostentava quei difensori animosi della vera credenza, avea avuto alcuni anni avanti la gloria di veder destinato alla somma dignità ed al cimento del pontificato Simmaco, suo figliuolo. E vero cimento fu per questo illustre sardo la sua esaltazione, poiché contristata fu poco stante dallo scisma dell'antipapa Lorenzo, dalle gare feroci del clero e del senato romano, e dalla dura necessità in cui trovossi la Chiesa di far dipendere dal giudizio del goto Teodorico, re ariano, la cessazione di tanto scandolo. Nondimeno Simmaco avea già fin d'allora meritato l'universale giudizio della Chiesa a suo favore, mostrandosi generoso nell'onorare il rivale suo Lorenzo; tenero del bene presente della Chiesa nel convocare in Roma per maggior consolidamento della pace un concilio; sollecito della futura quiete, proponendo ai padri che le scelte dei pontefici dovessero da quindi innanzi regolarsi colla maggioranza de' voti, e che al broglio dei pretendenti si opponesse un argine con dichiararsi privato delle dignità e della comunione della Chiesa colui, che nella vita del pontefice o manifestasse l'ambizione di succedergli, od in qualunque maniera obbligasse per le venture elezioni il suo voto. Alle quali saggie proposizioni l'assentimento unanime rispondeva e l'acclamazione dell'intiero concilio.

Stanziate tali cose, Simmaco voltò l'animo ai bisogni delle chiese dell'Oriente; e conoscendo che il silenzio di Anastasio imperatore, il quale avea mancato della consueta onoranza verso un novello pontefice, muoveva dal di lui animo nimico ai cattolici, prese tosto ad ammonirlo desistesse dal comunicare cogli eretici e dal proteggerli. Locché non bastando, contro al medesimo imperatore fulminava poscia le censure, indirizzandogli una veemente ad un tempo e paternale epistola apologetica onde rimuoverlo dai suoi errori. Speravasi frattanto che i mali consigli dei proteggitori dello scisma dopo il primo ribollimento avessero leggiermente a risolversi; ma il contrario addiveniva; ché più fiera surgendo la dissensione ed armata di calunnie contro al pontefice, di nuove amarezze ebbe a riempiere il di lui animo e di nuove commozioni il suo pontificato. Si era perciò sedato appena nel secondo concilio a tal uopo congregato in Roma lo scisma, che più accesi che mai li nemici di Simmaco ogni mezzo adoperavano per rendergli infesto Teodorico. Quantunque questo re ariano abbia in quel frangente bene meritato della pace della Chiesa cattolica, rimettendo ad un altro concilio la decisione delle rinnovate gare ed onorando dal suo canto con dimostrazioni speciali di riverenza la persona di Simmaco. Ed infruttuosamente ciò praticavasi da Teodorico, non bastando gli espedienti temperati ad attutare le due fazioni che con calore eguale, benché con diversa giustizia, parteggiavano per Simmaco e per Lorenzo. Onde di rinnovati concilii e d'una più efficace e decisa interposizione di Teodorico si ebbe bisogno per assopire quelle furibonde e sanguinose discordie.

Mentre l'animo del pontefice era ancora agitato da tanti turbamenti, giugneva a lui la novella della relegazione alla quale erano stati condannati nella Sardegna da Trasamondo i vescovi africani. E non si può dubitare non abbia egli infelice portato più viva compassione a quelli infelici, e non sia surta nell'animo suo colla commiserazione la rimembranza della patria carità. Non mancò perciò egli, come Anastasio ne fa fede, di copiosi soccorsi agli esuli, fornendoli in ciascun anno di danaio e di vestimenta. E siccome agli sventurati, il cui cuore è temperato a generosi sensi, giova meno il sovvenimento che la delicata partecipazione ai propri rammarichi, sollevava ad un tempo il pio pontefice il loro spirito con indirizzare ad essi le parole balsamiche della consolazione.

Nel principio dell'esilio Fulgenzio non avea potuto secondare che imperfettamente la vocazione sua alla vita monastica, e si dovette contentare di accompagnarsi nel privato suo ospizio con alcuni vescovi, monaci e chierici suoi seguaci, formando così l'immagine di una casa religiosa, ove riduceansi i cittadini di Cagliari come a scuola di sapienza e di religione per udirvi interpretate le divine scritture, e come a tribunale di pace per vedervi composte le loro differenze. Dopoché, tornando vana a Trasamondo la chiamata di Fulgenzio in Africa per ismuoverlo dalla sua fermezza, fu questo vescovo rispinto nell'antico esilio, prima sua sollecitudine si fu quella di innalzare in Cagliari un monistero presso all'antica basilica di S. Saturnino, ove dall'arcivescovo Primasio gli era stato conceduto un luogo acconcio. In questo monistero egli si rinchiuse coi suoi compagni, promuovendo in ogni classe di persone col suo esempio e colle sue esortazioni l'amore della vita ritirata e pia. Ivi egli scriveva molte pregiate sue opere; ivi indirizzava ad altri vescovi e fedeli della cristianità lettere di conforto o di scioglimento di dubbiezze teologiche; ivi per fine risanava nei lunghi anni del suo esilio i malori nei quali la Chiesa sarda era caduta o pel rilassamento della disciplina in tempi così difficili, o per l'influenza dei dominatori ariani. Per la qual cosa la Sardegna deve annoverare fra gli avvenimenti li più fausti per la sua religione questo lungo soggiorno nel suo seno di tanti illustri prelati esuli, e di Fulgenzio soprattutto, che guida era ed indirizzatore di tutto ciò che da essi si praticava.

Cessò la persecuzione contro ai cattolici nel salire al trono dei Vandali Ulderico, dal quale furono restituiti nelle loro sedi li vescovi esigliati. Onde la Sardegna durante il regno di questo principe e l'usurpazione di Gelimero suo successore, qualche giovamento ebbe a trarre da quella quiete, dopoché per singolare ventura tratto lo avea copioso dalla persecuzione. Ma il destino delle cose umane, che non sempre accomoda ai tempi del maggior bisogno i conforti e le vendette, avea riserbato la liberazione nostra dal giogo vandalico a quell'età. Gelimero, aspreggiando l'imperatore Giustiniano col negargli la dimandata liberazione di Ulderico, avea richiamato nell'Africa le aquile romane per sì lungo tempo non più viste in quel suolo. Mentre faceansi a tal uopo i convenienti apparati sotto il comandamento di Belisario, Goda, duce della Sardegna per Gelimero, uomo di mente sagace e di molto accorgimento, prevedendo i cimenti ai quali dovea in quelle fazioni esser esposto per la difesa dell'isola, avvisò di scerre un espediente con cui e cansasse i pericoli della guerra, e si procacciasse quei maggiori frutti che colla vittoria avrebbe potuto ottenere. Drizzatosi tutto adunque al disegno di ridurre la provincia in suo particolar dominio, scrisse a Giustiniano: allontanarsi egli dal suo sovrano non per ingratitudine o perfidia, ma perché l'animo gli rifuggiva dall'obbedienza di un principe disonorato da tante crudeltà; voler egli sottostare ad un monarca giusto, non esser suggetto ad un tiranno; piacesse pertanto a Giustiniano di essergli cortese di approvazione e largo di ausilio, acciò il proposito suo potesse recare ad effetto. Giustiniano accolse con grande inclinazione le dimande di Goda, e ciò forse era comandato dalla ragion di stato; ma la ragion di stato non può scusare che l'imperatore abbia contaminato le parole sante di prudenza e di giustizia, giusta chiamando e prudente la tradigione di un ribelle. Checché ne sia, siccome coi fatti e non colle ragioni si muovono spesse volte le cose di quaggiù, spedì tosto Giustiniano alla volta dell'isola Eulogio suo legato, il quale vi trovò Goda investito del potere e del nome regio, circondato di satelliti e spirante tutto il fasto di una signoria recente. Goda non soldati chiedeva allora all'imperatore, ma un capitano, e con ciò egli stesso dava a divedere che maggior del valore era in lui la temerità; nel mentre che Giustiniano, in cui maggiore era l'avvedutezza che la buona fede, lo accomodava ad un tempo di duce e di soldatesche; quasi come nello spiegare di nuovo agli occhi degli isolani i vessilli dell'imperio, volesse loro indicare che drizzassero a questi soli le mire, poiché la protezione del ribelle tanto potea durare quanto il bisogno di simularla.

Gelimero frattanto, cui stava sommamente a cuore il ritorre dalle mani di Goda la Sardegna prima che vi giugnesse l'ausilio dei Romani, armava affrettatamente cinquemila dei suoi, preponendo loro Zazone suo fratello, e spedivali sopra cento e venti navi nell'isola contro al ribelle. Zazone con tanta prontezza sorprese la città di Cagliari, e con tanta facilità spense il suo nemico, che ben si scorge che quel popolo o dovette parteggiare per lo più antico dei due usurpatori, od accostarsi a nissuno dei due. E ciò a me sembra più da credere; poiché in quell'avvicendarsi di barbare dominazioni non potea prevalere altro senso negli animi più o meno generosi dei suggetti che quello dell'odio o dell'indifferenza. Onde se lo sbalzo di Goda fu senza lagrime, la vittoria di Zazone fu senza applausi.

Il capitano dei Vandali non istette lunga pezza a compiacersi nella fausta sorte delle sue arme. Udì egli in Sardegna l'arrivo del navilio romano in Africa; non le vittorie di Belisario, il quale avea colà rinnovato, comecché con minori cimenti, la rimembranza dei bei giorni di Scipione. Scrisse pertanto Zazone al suo fratello una lettera in cui gli riferiva: aver egli stesso colle sue mani sparso il sangue di Goda; l'isola intiera obbedire di nuovo al re dei Vandali; si celebrasse adunque festivamente in Cartagine la vittoria e gli animi si rinfrancassero per tale fortunato incominciamento della guerra. Ma Cartagine era già in potere di Belisario allorché vi giugneva il messaggio, e Gelimero avea con espressioni più dimesse scritto al fratello: i destini suoi sinistri averlo allontanato dal suo fianco nel momento del maggior bisogno; abbandonasse dunque la Sardegna e la tirranide, volasse col navilio e colle squadre al suo soccorso; ché, stolto consiglio sarebbe stato aver pensiero d'altro, mentrecché la somma delle cose era in forse. Al quale invito satisfaceva tosto Zazone fra le lagrime e il lamentarsi dei suoi soldati, che tacitamente, e senza darne indizio agli isolani, del cattivo loro fato si rammaricavano.

Poco giovò quel tardo accozzamento dei due eserciti vandalici. Onde dopo la novella vittoria di Belisario tutto il campo rimase a questo generale di riconquistare la Sardegna, la quale per la forza delle cose già cadeva sotto la podestà dell'imperatore. Venne pertanto inviato nell'isola Cirillo con numerosa soldatesca; e Fara, altro dei duci, mostrava al tempo stesso il capo mozzato di Zazone agli isolani, li quali tentennavano ancora nel cedere agli imperiali, non perché gradito loro tornasse il dominio dei Vandali, ma perché paventavano la calamità delle novelle gare. Perciò alloraquando furono certificati che nell'Africa era già spenta la signoria vandalica, senza indugio ritornarono a obbedienza dell'impero.

Giustiniano impiegò tosto ogni suo pensiero nel riordinare l'amministrazione delle provincie novellamente restituite allo stato. Egli avea già nel preceduto anno pubblicato le sue istituzioni della ragion civile ed i libri del digesto, monumento il più grande dell'antica sapienza. Succeduta la recuperazione delle terre possedute dai Vandali, pose mente a pubblicare di nuovo il codice delle leggi imperiali, facendovi inserire le novelle disposizioni che appartenevano al governo di tali provincie. In queste l'imperatore, dopo aver riferito alla divina protezione la fausta ventura delle sue arme, stabilisce per la provincia dell'Africa un prefetto del pretorio, ed assoggettandogli la Sardegna nel modo istesso già ordinato per le prefetture dell'Oriente e dell'Illirico, destina a governare l'isola un maestrato col titolo istesso di preside, già altra volta creato da Costantino Magno. Determinato quindi il novero degli officiali d'ogni maniera, passa l'imperatore ad inculcare a ciascuno di essi con tanta gravità di espressioni la continenza delle cose altrui, allegando le ragioni principali per le quali più grave dovea tornare alle novelle provincie qualunque abuso, che ben si conosce quanto fondamento facesse Giustiniano nel cattivare con una blanda amministrazione l'animo dei nuovi suggetti oramai per lungo tempo divezzi della romana signoria. Si volge poscia a rattenere l'arbitrio dei giudici nella riscossione degli onorari, a moderare la tassa delle spese cancelleresche e ad assegnare stabilmente lo stipendio di ciaschedun officiale.

A queste prime provvisioni ragguardanti all'amministrazione civile di quelle provincie, tenne dietro altro ordinamento contenente le norme per lo comandamento militare. Fra le quali si deve specialmente notare la commessione avuta dal duce che presiedeva alle soldatesche di Sardegna di farle accampare in sul piè delle montagne, ove le genti così dette barbariche aveano stanza, onde difficultar loro il trascorrere per la provincia. E qui una novella genia di nemici ci si appresenta per la prima volta ed un novello nome di popolatori, del quale l'isola andò debitrice al soggiorno dei Vandali. Allorché eglino nei tempi anteriori combatteano contro ad una schiatta di Mauritani, chiamati barbari, ne aveano spedito con pestifero consiglio una frotta in Sardegna, non per istabilirvi una colonia; ché tale pacifico nome non meritava lo spaccio dato ad una legione di ladri; ma per arrogere agli altri mali della provincia quello delle interne scorrerie e devastazioni. Occuparono allora questi barbari li monti più vicini alla capitale, ed esecrati dai nazionali, nei cui campi e poderi trapassavano ogni qual volta loro ne veniva il destro, ponendovi ogni cosa a ruba, giustamente ritennero anche nel linguaggio degli isolani il nome originario di Barbaricini. Nome il quale si serbò inalterato nelli tre distretti dell'isola appellati anche oggidì Barbagie; quantunque per la miglior maniera di vivere introdotta gradatamente nei secoli seguenti fra quei montanari, e per lo potere della religione loro comunicata, siasi operata in essi una tale mutazione, che ben lungi dal ritrarre degli antichi popolatori, gli abitanti moderni delle Barbagie in singolar pregio siano stati più volte fra noi tenuti per la svegliatezza dell'ingegno.

Alcuni scrittori nazionali, intenti a purificare la sorgente del nome barbaricino, credettero di poter mescolare con quelli Africani la nobile schiatta degli Iliesi, ver la quale l'antica tradizione rifletteva tutto lo splendore dei tempi eroici. Nell'oscurità in cui lo smarrimento delle deche di Livio ci lascia circa alle vicende di questi popoli dopo le ultime sconfitte da essi toccate, non si può affermare con sicurezza se durato essi abbiano nella resistenza alla dominazione romana, o siano calati finalmente alla sommessione. Non è dato perciò di chiarire se questo amore costante dell'indipendenza abbia potuto tanto accenderli da far loro obbliare quale triste alleanza fosse mai quella di una mano barbara di stranieri, li quali, nella libertà della vita selvaggia, non la quiete propria desideravano, ma l'altrui danno. Comunque si sia, il nome dei Barbaricini, e non più degli Iliesi, distinse dopo tale età quella generazione inquieta, che odievole fu per più secoli non solo ai dominatori dell'isola, ma agli antichi abitanti eziandio, li quali, stracchi delle loro molestie, mal sofferivano la vicinanza d'una popolazione contaminata dalle superstizioni pagane e restia più di qualunque altra ad abbracciare la fede professata dalla maggioranza degli isolani.

Avendo Giustiniano stabilito quanto apparteneva alla repressione di quei nemici interni, fece pensiero a provvedere al pronto eseguimento delle ordinazioni regolatrici del servizio militare ed al minor aggravio dei provinciali. Dopo aver perciò dichiarato i rispetti di dipendenza dei duci dal prefetto pretorio dell'Africa ed i casi delle dirette relazioni da farsi dagli officiali allo stesso imperatore, imprese a determinare con fissa tassazione gli emolumenti di ciascheduno; specificando fra gli altri gli assegnamenti dovuti al duce della Sardegna, chiamato colle formole cancelleresche d'allora uomo chiarissimo, ed ai di lui ministri. Nelle quali ordinazioni tal è la minutezza delle spiegazioni e la severità delle pene contro alle trasgressioni anche lievi, che argomento se ne trae certissimo per giudicare dell'attenzione con cui dalle rive lontane del Bosforo si vegghiava da quell'imperatore sulla tranquillità delle provincie dell'Occidente. E se la storia avesse a noi tramandato più ampie memorie, forse maggiori motivi noi avremmo di valutare il politico accorgimento con cui si pose mente allora a careggiare i novelli sudditi ed a far loro gustare il benefizio della distrutta signoria dei Vandali. Ma nei monumenti di quel tempo non altro cenno si trova dei provvedimenti di Giustiniano in Sardegna, eccetto dell'avervi egli fatto cingere di mura la città di Foro Traiano.

Affine di sopperire a questa mancanza di notizie ulteriori degli ordinamenti di Giustiniano indirizzati al bene dell'isola, mi giova lo scegliere qui fra li tanti ricordi che il suo codice ne lasciò della di lui politica avvedutezza nell'amministrazione di tutto quel vasto imperio, un atto della di lui autorità, dal quale colle altre provincie la Sardegna eziandio ebbe a ritrarre o grande conforto, o grande fiducia almeno di miglioramento delle sue sorti. È questo registrato in una delle costituzioni imperiali chiamate novelle; ed a chi fu incaricato di ridurlo a forma di legge sì grande ne sembrò il benefizio, che invece di notare nel titolo il consueto compendio del provvedimento, egli volle svegliare la maggior attenzione del lettore con una formola straordinaria, scrivendo queste enfatiche parole: ognuno renda grazie a Dio per una tal legge». In questa adunque non volendo Giustiniano trascurare veruna cosa che gli venisse in mente pel bene dei suoi sudditi, e bramando di por termine, com'egli disse, ai disonesti e servili ladronecci coi quali i provinciali erano travagliati dai loro giudici, comandò che a titolo gratuito si conferissero d'allora in poi le cariche di amministrazione, affinché si togliesse agli amministratori un'occasione di misfare e cessasse lo scandolo dei preceduti imperii, nei quali concedendosi gli uffizi civili a coloro che li aveano comperati col denaio, e toglievasi ai sovrani la facoltà di riprendere gli amministratori malvagi, ed a questi quasi giusto tornava l'arbitrio di tener celate le loro riscossioni».

Grande certamente era il vantaggio che Giustiniano avea introdotto nel governo del suo stato con restituire alle pubbliche cariche l'antico onore, proscrivendo quelle venali concessioni, le quali, malgrado degli antichi e dei recenti esempi, o furono infauste, o se produssero talvolta felici risultamenti, tutto dovettero a quella buona ventura con cui si governano per lo più i negozii umani, niente a quella ragione severa con la quale dovrebbono governarsi. Le provincie romane pertanto erano per risentire ben tosto i vantaggi di sì salutare innovamento. Ma quei tempi non pativano che le provincie tranquillassero lungamente; e perciò la Sardegna aveva appena gustata la dolcezza d'un governo più conforme ai suoi bisogni, che già dovea numerare nella serie dei suoi dominatori un altro di quei popoli settentrionali gittatisi nelle più fiorenti terre dell'Europa in sul declinare del vecchio impero.

Le cose di Giustiniano, le quali aveano proceduto prosperamente contro ai Vandali, travagliavano d'altra parte nella guerra gotica, da poi che, assunto al trono dei Goti Totila, si era egli renduto formidabile in vari scontri alle truppe imperiali. Fra le ardite intraprese del re goto si annovera da Procopio la spedizione da esso fatta dei maggiori suoi capitani con un potente navilio onde impadronirsi delle isole di Sardegna e di Corsica; spedizione che riescì a prospero fine, non avendo incontrato gl'invasori, come lo stesso storico afferma, resistenza nissuna nella Corsica; la qual cosa fa presumere che pari ragione si possa rendere della facilità incontrata nell'occupazione della Sardegna. Si contristò altamente a tal nuova Giovanni, duce delle arme imperiali nell'Africa; e recandosi ad onta che una fazione di quella importanza si fosse consumata senza ch'egli vi ponesse mente, non che riparo, intese a vendicare i suoi torti, mettendo in punto un'armata numerosa e facendola veleggiare alla volta dell'isola fornita di buon nerbo di soldatesche. Approdata la flotta a Cagliari s'accampò l'esercito in quei litorali colla mira di accerchiare la città. Sebbene tornò vano ogni tentativo; poiché i Goti essendo ordinati di molta e fiorita gente, difesero coraggiosamente le mura, e colto il destro che le squadre imperiali stavansi a mala guardia, le percossero talmente in una repentina sortita, che i soldati scampatisi da quella strage ebbero a malapena il tempo di riparare con prestezza alle navi e di abbandonare un porto tanto ad essi fatale.

Rimasero per tal avvenimento i Goti padroni dell'isola, o di quella porzione almeno nella quale aveano fatto stanza. Ma il loro dominio quantunque libero da invasioni straniere, non fu netto da pericoli intestini, se è vero ciò che Leonardo Aretino nella sua storia gotica afferma dei movimenti suscitatisi fra i Sardi contro ai novelli signori. Se non che poco poté giovare od un dominio, od una resistenza, cui dovea impor termine da lì a non molto il declinamento sofferto dalle armi gotiche, dappoiché, passato il comando delle truppe imperiali alle mani di Narsete, si combatterono da lui felicemente quelle due battaglie nelle quali Totila ed il successore suo Teia restarono debellati ed uccisi. Difatti appena si calò da ambi gli eserciti alle convenzioni di pace, nelle quali espressamente era compreso lo sgombero dei Goti da tutta l'Italia, che la Sardegna ricomparisce di nuovo sottomessa alla dominazione di Giustiniano e dei successori suoi nell'impero d'Oriente.

E qui comincia per la Sardegna un'epoca novella; poiché la lontananza dei dominatori ed il pensiero delle gravi difficoltà in cui si trovarono essi ogni dì maggiormente impigliati, scemando nel loro animo la sollecitudine per le lontane provincie, menomarono anche nei provinciali la venerazione ed il timore. Onde i popoli né bastantemente protetti, né bastantemente frenati si distaccarono in varie maniere da una dominazione inclinante al totale suo risolvimento. La Sardegna anch'essa dovette a tali cause ed alle altre malaugurose venture ch'ebbe a sopportare, l'introduzione d'una novella foggia di governo, del quale nel libro seguente per me si riferirà l'origine. E forse da quel punto la narrazione tramutando sembianza desterà un interesse maggiore nell'animo dei miei nazionali, i quali dovettero finora riconoscere nelle vicende rapportate meno un'istoria propria che una sequela dell'altrui. Ed a me nell'intrattenermi di quelli avvenimenti, tornerà l'istesso conforto che all'uomo pubblico, il quale stracco della nobile ma pericolosa trattazione delle civili bisogne, ripara alle mura paterne e si riduce al pacifico governo dei famigliari negozii.

 

 

LIBRO SETTIMO

 

Erasi continuata in Sardegna col dominio degli imperatori greci la maniera di governo datale da Giustiniano, e ripigliata dai loro rappresentanti quella licenza di vessazioni che usavasi dagli antichi magistrati della repubblica. I principi divenuti in tanta distanza di luoghi meno accostevoli, in tanta sequela d'infortunii meno possenti, o poco stimavano le provincie remote, od erano costretti a voltare tutta l'attenzione alle vicine. Passava dunque dall'un canto impunito ogni arbitrio, e sorgeva dall'altro ogni dì più imperioso il bisogno di riparare a qualche autorità tutelare. In mezzo a tali vicende la persona venerevole del sommo gerarca della Chiesa era la sola che potesse inspirare per la carità sua e per l'altissima sua dignità la fiducia di una valevole mediazione presso alla corte di Costantinopoli. E siccome in quell'allentamento della vigilanza suprema per le provincie occidentali, maggiormente si rinfrancava la baldanza dei nemici dell'impero, perciò non solamente nel reggimento delle cose ecclesiastiche doveano i pontefici esercitare la loro autorità, o dirizzare le loro sollecitudini a reprimere le avanie degli officiali civili, ma protettori eziandio dell'esteriore sicurezza dei popoli d'ogni espediente doveansi giovare onde guarentirla da invasioni od insulti. Questo è il quadro generale delle cose pubbliche della Sardegna che nel declinare del sesto secolo e nell'incominciamento del seguente trovasi delineato nelle epistole del santo pontefice Gregorio Magno, unico e prezioso monumento che rischiari le vicende nostre di quei tempi.

Per queste si fa manifesto che continuava anche allora ad essere qualificato preside il supremo governatore dell'isola; che un duce presiedeva anche allora alle cose militari; che i magistrati della provincia riconoscevano l'antica dipendenza dalla prefettura dell'Africa. Preside infatti chiamò Gregorio quel magistrato che insieme con Eupaterio, generale delle milizie, e con altri notabili dell'isola erasi rammaricato presso al pontefice d'uno scandolo dato nella sinagoga cagliaritana da un ebreo novellamente convertito alla fede. Preside era quello Spesindeo al quale il pontefice accomandò impiegasse ogni sua opera nell'accogliere i novelli proseliti che la Chiesa sarda acquistava ogni dì fra i popoli non ancora compiutamente convertiti. Duce della Sardegna era quel Teodoro cui il pontefice esortava a moderare gli abusi di potere dell'officiale suo Donato contro alla pia donna Giuliana, abbadessa del monistero di S. Vito, ed a proteggere coll'equità dei suoi giudizi l'applicazione di alcuni beni a pie cause contrastata alla religiosa Pompeiana. E perché chi potea raffrenare gli altri abbisognava anch'egli di raffrenamento, scriveva pure Gregorio a Gennadio, patrizio ed esarca dell'Africa, acciò lo stesso Teodoro cessasse dalle sue vessazioni contro ai Turritani, altamente lamentate dal vescovo loro Mariniano. Nel mentre che a fine di por riparo alle altre vessazioni di quel duce disobbediente oramai agli ordinamenti imperiali banditi nel governo di Eudacio, suo precessore, intorno all'abolizione di alcune pubbliche gravezze, vedevasi costretto il pontefice a ricorrere per mezzo di Onorato diacono all'imperatore Maurizio ed alla consorte sua Costantina Augusta. Da questi monumenti si raccoglie del pari che il potere dei duci erasi in quei tempi allargato oltre ai confini del comandamento militare stabiliti da Giustiniano; poiché gli atti di autorità ai quali vidimo essere stato invitato Teodoro dal pontefice, atti sono della civile podestà. Onde si può credere che nelle stesse persone si accumulassero talvolta ambe le amministrazioni, o che nelle mancanze dei presidi sottentrasse al governo il capitano delle genti da guerra.

Più diffusi sono i ricordi che quelle epistole ci somministrano delle cose religiose dell'isola. Si ha per esse la notizia della grande quantità di nazionali che in quei tempi continuava ancora o per ignoranza o per contumacia nella credenza pagana. Fra questi ultimi devesi annoverare l'intiera schiatta dei Barbaricini. Colle arme alla mano sostenevano eglino anche in tal età quella licenza di ribalderie ch'essi appellavano indipendenza; e perché fossero in ogni rispetto divisi dalla nazione e dai governanti, anche la religione loro tenevano in dispetto o in non cale. Il solo duca dei Barbaricini chiamato Ospitone, cui la stessa sua miglior condizione avea preparato a più dolci e saggi pensamenti, erasi convertito alla fede cristiana: i suoi sudditi tutti la rifuggivano. Sollecito pertanto il pontefice di profittare della di lui influenza, con parole paterne esortavalo a cooperare al bene dei suoi suggetti, assistendo coll'autorità sua Felice, vescovo di Porto, e Ciriaco abate, colà allora inviati per attendere alla conversione di quella provincia. Né infruttuosa punto tornò la missione di quelle due pie persone; poiché in breve tempo, aiutate da Ospitone, non solamente illuminarono i popoli colla persuasione, ma la religione di Cristo mostrarono anche loro come pegno di futura quiete e come mezzo vero di mescolamento perpetuo colla nazione, ottenendo che condizione della pace allora fermata fosse la loro generale conversione. Zabarda, duce dell'isola avea fatti principalmente tutti gli uffizi per condurre le cose a questa pacificazione, alla quale niun'altra può soprastare nella storia degli incessabili conflitti degli uomini; perché condizioni o più savie o più utili, o racchiudenti maggiormente in se stesse la certezza della perpetuità, non s'imposero giammai ai popoli ridotti a obbedienza. Esultante perciò di gaudio scrivea Gregorio a Zabarda, encomiandolo per l'opera prestata, confortandolo a continuare nella santa intrapresa, promettendogli di renderla nota ed accetta alla corte imperiale.

I Barbaricini non erano al tempo di Gregorio i soli che deviassero dalla credenza comunemente abbracciata nella Sardegna. Molti dei foresi impiegati nel coltivare gli altrui poderi in varie terre serbavano le antiche superstizioni. Calde esortazioni dirigeva per tal cagione il pontefice alle persone nobili ed ai possessori dell'isola, acciò valendosi di tutti gli espedienti che loro somministrava la superiorità delle ricchezze e della dignità, convertissero alla fede quei loro coloni nei quali non il buon volere forse era manchevole, ma l'istruzione. Con espressioni più agitate riprendeva al tempo stesso la negghienza di quei prelati, i quali comportavano nelle terre delle loro chiese lo scandolo dei coloni non convertiti. E ciò non bastando, dappoiché il fisco imperiale non mostravasi punto indulgente nel condonare ai novelli convertiti la tassa allora in uso per la libertà dei sacrifizi pagani, indirizzavasi Gregorio a Costantina Augusta, pregandola affinché si abolisse quella rea esazione, e ponendole in vista il poco giovamento che l'Italia dovea ritrarre dai lucri derivati da così impura sorgente.

Della gerarchia ecclesiastica della Sardegna in quell'età ci danno anche le lettere di Gregorio sicura contezza. Vi si dichiara come uno solo era nell'isola il metropolitano, cioè il vescovo di Cagliari, del quale gli altri prelati tutti doveano riconoscere la superiorità. Questo solo è quello al quale in molte lettere si dà dal pontefice la qualificazione di arcivescovo o di vescovo della sarda metropoli. Questo solo comunicava agli altri vescovi, che il pontefice appella subordinati, le ricevute istruzioni per la conversione già mentovata dei coloni delle chiese. Al vescovo di Cagliari commetteva Gregorio di ordinare un novello vescovo nella città settentrionale di Fausania e nelle altre sedi vacanti della Sardegna. Al medesimo raccomandava convocasse per due volte in ciascun anno i concilii dei vescovi, onde far provvisione ai bisogni delle chiese e custodire inviolata la disciplina. Ai vescovi tutti infine scriveva Gregorio: non si scostassero dalle norme, segnerebbe loro il metropolitano intorno alle denunziazioni annuali della Pasqua; dallo stesso metropolitano dovessero dipendere nell'ottenere la facoltà di partirsi dall'isola. La qual lettera contenendo i nomi di tutti i vescovi, eccettuato quello di Cagliari, che in quel tempo era pur vivente, chiaramente manifesta che esso fu disegnato col nome allora unico nell'isola di metropolitano.

Chiamavasi il vescovo di Cagliari Gianuario. Era egli uomo pio, ma soprabbondava in lui quella semplicità per cui se l'uomo virtuoso mostrasi più amabile, maggiormente cade in dispregio l'uomo debole. Aggravato dall'età sua provetta e dalle infermità, egli reggea con mano mal sicura quella chiesa, alloraquando il pontefice, volendo per se stesso conoscere un uomo contro al quale si davano tante imputazioni, lo chiamò a Roma, indirizzando a tal fine le istruzioni sue a Sabino, incaricato in Sardegna delle incumbenze di giudice apostolico col titolo di difensore dell'isola. Fra le querele venute contro a Gianuario, si annoverava l'aver egli scomunicato Isidoro, personaggio illustre della Sardegna, per lieve cagione; epperò il pontefice, il quale avea già per tal fatto acremente ripreso il prelato, comandava che lo stesso Isidoro, da lui appellato uomo eloquentissimo, forse perché nei di lui richiami era improntato il di lui ingegno, si presentasse del pari in Roma a trattar le sue ragioni. A poco rileva il ricercare nelle succedute epistole di Gregorio l'esito di quella causa; poiché in tutta la progressione del vescovado di Gianuario le riprensioni ora paterne, ora severe indirizzategli dal pontefice ci dimostrano abbastanza che se non di giudizio, degna fu sempre di censura la condotta di un uomo tenero oltre misura dei vantaggi suoi temporali, poco curante della disciplina monacale, mal avveduto nel comportare le crescenti oppressioni dei giudici laici contro al suo clero, indolente nel gastigare l'arcidiacono della sua Chiesa, il quale, malgrado dei comandamenti intimatigli, menava vita comune con alcune femmine.

Nondimeno era costretto Gregorio ad indirizzarsi a Gianuario, acciò la di lui opera giovasse in qualche maniera a salvar l'isola dalle correrie di un novello nemico che ne infestava le spiaggie. Agilulfo, duca di Torino, condotto dalla mano di Teodolinda sul trono dei Longobardi, non contento di tribolare le altre provincie d'Italia suggette all'impero, avea ordinato uno sbarco sui litorali della Sardegna. Era preveduta questa incursione in Roma, non nell'isola; tuttavia fu maggiore in Roma che nell'isola lo spavento, poiché i Sardi, sebbene malconci pel repentino assalto, rispinsero dal loro lido quelli aggressori. Stando perciò Gregorio in sollecitudine di prevenire una seconda invasione e tentando di trasfondere nell'anima tiepida di Gianuario l'energia che gli scaldava il petto, lo incitava a raddoppiare la sua vigilanza, a disporre sulle mura le scolte, a munire le rocche e fornirle di vittuaglie. Al tempo stesso l'abate Probo, inviato dal pontefice ad Agilulfo, ordinava con lui le condizioni della pace; ma siccome mal sicura pareva a Gregorio quella riconciliazione, prevedeva egli il bisogno di una novella difesa e valevasi di tutti gli espedienti per assicurarne l'evento, eccitando anche allo stesso uopo lo zelo del prefetto dell'Africa Genadio. Ed abbenché, per ragione della pace solenne indi a poco tempo conchiusa fra il re Agilulfo e Callinico, esarco di Ravenna, cessato sia poscia ogni pericolo di altre inquietudini, non deesi meno lamentare la sorte della Sardegna in quei tempi; poiché a tale stremo era ridotta dalla sbadataggine del governo imperiale, che il pontefice nel volerla guarentire dalle esteriori molestie, non un duce incontrava, non un uomo di guerra, che ivi sostenesse le parti dell'impero, ma era costretto a giovarsi del fiacco ausilio di un prelato cadente per vecchiaia e per melensaggine. Onde o si voglia dire che agisse Gregorio in tali frangenti mosso dalle sollecitudini sue paterne, o che lo speciale incarico gli fosse commesso dall'imperatore Maurizio di sopraintendere alle cose pubbliche dell'Italia, la condizione di quei tempi non può che entrar nel novero delle altre malaugurose vicende dell'isola.

Molti altri ricordi si potrebbono ancora raccogliere nelle varie epistole di Gregorio che tuttora rimangono a rammentare. Ma siccome sono attenenti a materie di minore o di privato interesse, sì basterà l'accennare che in tutte traluce la paterna sua dilezione per quei popoli, lo zelo suo per la finale estirpazione del paganesimo, la sua severità per la disciplina ecclesiastica, la sollecitudine sua per la moltiplicazione dei monisteri e per lo governo degli ospedali. Laonde si può anche dire che se in quell'età mancò alla Sardegna il benefizio d'un governo attento ai suoi bisogni, non le mancò il conforto di un padre che lamentava e temperava le sue calamità.

Cessata la scorta delle epistole di Gregorio, più rare si presentano per la continuazione della storia sarda le memorie; come cessata la vigilanza e protezione di quel pontefice, si presentano più desolanti. Gli annali ecclesiastici ci rammentano nella metà del secolo VII il nome di Diodato, arcivescovo di Cagliari, e del suo successore Giustino, intervenuti con Valentino, vescovo di Torres, al celebre concilio convocato da Martino I pontefice, nella basilica di Laterano, per combattere e condannare l'errore dei monoteliti. Nel quale concilio se restò il ricordo della dottrina singolare del primo di quei prelati, anche l'argomento rimase dello zelo e costanza degli altri; poiché non senza laude somma per l'animoso pontefice Martino e pei vescovi d'Italia, Sicilia e Sardegna, passò quell'assemblea, in cui li personali errori dell'imperatore Costantino, detto Costante, furono proscritti, e furono messe in non cale dai padri le difficoltà che quest'Augusto potea interporre alla loro congrega. E forse al tempo dell'episcopato del medesimo Diodato si dee riferire la chiamata che alcuni anni avanti ne risulta fatta dal pontefice Onorio del prelato cagliaritano e del suo clero a Roma, acciò vi comparissero a prosciogliersi da varie imputazioni loro date. Mostrossi obbediente a tal comandamento il vescovo, il quale nella sua innocenza riponeva la fiducia di una pronta giustificazione. Non fu lo stesso degli altri, forse perché meno eglino contavano sulla propria illibatezza; onde s'indussero solamente ad umiliarsi al pontefice alloraquando, colpiti dai suoi anatemi, furono anche persuasi a ciò fare da Barbato, difensore della Chiesa romana, colà inviato dal pontefice. Quantunque non bastò a tal uopo il loro ravvedimento; dappoiché Teodoro, presidente della Sardegna, il cui nome anche questa volta ci si presenta accompagnato col ricordo di novelle vessazioni, non solamente stornò con violenza la loro gita in Italia, ma con arbitrio maggiore li fé condurre, abbenché non volenti, in Africa.

Era riserbato a questi tempi il veder per la prima volta manomettersi ogni cosa nell'isola non più da nemici, non più da depositari malfidi del potere supremo, ma dal principe istesso. Costante imperatore, di cui testé ho fatto menzione, noto nella storia della Chiesa per le sue persecuzioni contro al pontefice Martino, ed in quella dell'impero per le sue guerre coi Saraceni, lasciò anche alla storia sarda un tristissimo ricordo di sé allorquando, abbandonata la sede imperiale, passò a soggiornare in Italia. All'amorevolissimo accoglimento fattogli in Roma dal pontefice Vitaliano, egli avea corrisposto spogliando quella metropoli di tutti i bronzi che l'adornavano e togliendo le stesse ricche tegole che cuoprivano l'antico Pantheon. Rittrattosi poscia in Sicilia, si messe ad aggravare quei popoli e quelli della Calabria, Sardegna ed Africa con tanto esorbitanti avanie, che gli storici come di cosa infin allora inaudita ne favellarono. Così aspra era la violenza impiegata nel riscuotere insolite gravezze, che nella universale tristezza vedeansi separati dalle consorti i mariti e divisi i genitori dai figliuoli, perduta oramai la fiducia non che di vivere pacificamente coi suoi, ma di vivere. Depredò egli per soprassoma i vasi preziosi ed i tesori dei luoghi sagri; ed in una parola ruppe contro ai sudditi suoi quella guerra di esterminio e di rovina che torna più fatale di qualunque esterna incursione. Onde non potendo essere di lunga durata termini di governo così barbari, ebbe Costante a perire vittima d'una congiura alcuni anni dopo nell'istessa isola, spento entro al bagno. Sebbene non poté bastare la di lui morte a far sì che in Sardegna quietassero i popoli; giacché essendo stato innalzato alla tirannide in Sicilia un oscuro e vezzoso giovanetto, chiamato Mecezio, fu mestieri che per sostenere i dritti imperiali di Costantino Pogonato, primogenito di Costante, cooperasse anche la Sardegna con ispedire alla Sicilia molti dei suoi uomini armati a debellare l'invasore del regno.

A quel novello imperatore, cui rare non giugnevano le denunzie di indubitate congiure, una falsa accusazione fu presentata a danno dell'arcivescovo di Cagliari Citonato, che reo dicevasi di funeste macchinazioni contro alla maestà imperiale ed alla pace dello stato. Ma l'innocenza di questo prelato sfolgorò di tanto lume nella disamina intrapresane, che l'imperatore istesso, non pago di proclamarla, fu eziandio operatore acciò nel concilio ecumenico di Costantinopoli, ragunato per combattere di nuovo gli errori dei monoteliti, Citonato fosse accolto ed apprezzato dai padri. Ed è questo quello stesso Citonato che già sopra si notò aver incorso nella disapprovazione del papa Giovanni V per l'ordinazione da lui fatta d'un vescovo turritano; e che diede maggior causa al ristabilimento della prisca consuetudine per cui quei vescovi venivano ordinati dai sommi pontefici.

Da questo punto maggiori si addensano le tenebre sulla storia ecclesiastica e civile della Sardegna; talché ne parrebbe che mentre soprastava all'isola la massima delle sue pubbliche calamità, cioè l'invasione dei Saraceni, le sia mancato se non il compassionamento dei contemporanei, il lamento almeno degli scrittori. La serie delle vicende finora narrate dimostra che o tirannico fosse, o fievole, o mal fermo il governo degli imperatori greci; era pure quel dominio il solo che si potesse dire in quell'età riconosciuto dai sudditi. Il progresso degli avvenimenti ci sbalza ora per così dire nel mezzo ad una genia novella di feroci dominatori, e ci sbalza inopinatamente, perché mancano i ricordi dell'invasione, restano le sole memorie della già acquistata signoria. La storia dei Longobardi ci dà contezza che Luitprando, loro re, venuto in cognizione delle profanità che i Saraceni, già impadronitisi della Sardegna, ivi commetteano, contaminando i templi e violando i sepolcri dei santi, temette a ragione non restasse offeso dalla loro empietà il deposito che nell'isola ancora serbavasi del corpo di sant'Agostino, recatovi, come altra volta si notò, dai vescovi africani fuggiaschi nella persecuzione di Trasamondo. Inviò egli pertanto colà alcuni suoi messi, affinché coll'offerta di cospicuo prezzo riscattassero quelle sagre ossa; locché avendo avuto effetto, egli, renduto il più solenne onore alla spoglia di quel gran padre della Chiesa, la fé depositare con magnifico decoro in Pavia. Questo riscatto è l'unico argomento che si ha del primo stabile soggiorno dei Saraceni in Sardegna. Quale sia stato il tempo preciso in cui abbia avuto principio, non si può con certezza affermare; come non si può assicurare quanto tempo abbiano dovuto i Sardi durare la primiera dominazione di quei barbari. Solamente si può assegnare con probabilità qual termine della suggezione dell'isola all'impero greco, e principio della schiavitù novella, quel periodo di tempo che corse fra la stabile fermata dei Mori in Ispagna, donde le prime spedizioni per la Sardegna dovettero muoversi, ed il fatto testé mentovato del re Luitprando. E del pari si può asserire per vero che questa o breve o prolungata signoria dei Mori non più aggravava le sorti dell'isola nell'incominciare del secolo IX; poiché le vittorie in tal tempo riportate dai Sardi contro agli stessi Saraceni, i quali tentavano di nuovo un'invasione, sono evidente argomento che gl'invasori n'erano stati già snidiati qualche tempo innanzi.

Prima di procedere colla narrazione ai fatti in quel secolo accaduti, mi giova il notare come senza fondamento di autorità rispettabile siasi voluto dagli storici nazionali aumentare il novero dei dominatori dell'isola, attribuendo a Luitprando, alcuni anni dopo del riscatto già riferito, il disegno e la sorte della liberazione della Sardegna dal giogo saraceno; in qual maniera i Longobardi avrebbono avuto un giusto titolo di signoreggiarvi durante tutto il tempo in cui procedette in Italia il loro regno. Il Fara, il quale il primo abbracciò quell'opinione, non poté produrre altra autorità che quella di Felino Sandeo, giureconsulto italiano del XVI secolo, e dell'oscuro scrittore Pietro Recordati. E con ciò mentre da un canto trasandò l'argomento che doveasi trarre per credere il contrario dal silenzio degli storici contemporanei e dei critici più oculati, privò anche la Sardegna della gloria che dovea tornarle; poiché incontrandosi, come già scrissi, cacciati dal suo suolo i nemici in altra età e non chiarendosi ciò fatto colle arme e coll'ausilio dello straniero, resta che si creda essere stati li stessi Sardi operatori della loro liberazione in quella, come lo furono nella succeduta invasione.

Da questo primo errore in altro non meno grave si dovette trascorrere; poiché se dei Longobardi era l'isola, spento colle arme di Carlo Magno il regno longobardo in Italia, conveniva annoverare anche la Sardegna fra le altre regioni passate in tal tempo sotto la signoria dei Franchi. E così fecesi, avendo il Fara segnato come epoca novella di straniero dominio per la Sardegna l'imperio occidentale di Carlo Magno, e derivato dalla donazione di varie provincie, fatta solennemente da questo imperatore al pontefice Adriano, quei diritti di sovranità che la sede apostolica esercitò poscia nella Sardegna. Ma della maniera con cui lo storico sardo procurò di spargere qualche luce sovra questi oscurissimi tempi, non tanto egli devesi accagionare, quanto lo scrittore del regno italico Carlo Sigonio, dell'autorità del quale il Fara si confidò onde incominciare a riconoscere suggetta l'isola ai romani pontefici fino dai tempi di Carlo Magno. Fra breve avrò opportunità di spiegar meglio la mia opinione su questo intrigato argomento di patria e di italiana istoria, alloraquando della conforme donazione di Ludovico Pio al pontefice Pasquale mi toccherà di dar ragguaglio. Frattanto in ciò che appartiene alla donazione di Carlo Magno, non devo tralasciar d'incolpare di aperto errore il celebre storico modenese in questo punto da me nominato, il quale credette di poter comprendere la Sardegna fra le provincie che Carlo Magno, confermando la donazione di Pipino, padre suo, solennemente cedette alla Chiesa romana; nel mentre che nella vita del papa Adriano, attribuita ad Anastasio e citata dal Sigonio in confermazione della sua sentenza, della sola Corsica si contiene il nome, nissuna menzione fassi della Sardegna. Come del pari nella lettera dello stesso pontefice Adriano agli imperatori greci Costantino ed Irene, menzionata dal medesimo autore a quell'uopo, né della Sardegna, né della Corsica, né di altra provincia si specifica il nome, ma con parole generali si dà solamente cenno della donazione fatta da Carlo Magno alla Chiesa e della restituzione per di lui mezzo ottenuta delle regioni occupate dai Longobardi. Onde ne fa meraviglia che in un suggetto tanto grave siasi quel dotto scrittore abusato della libertà purtroppo diffusa del validare le proprie opinioni con fallaci citazioni di monumenti, e di trarre in tal maniera in inganno i lettori, ai quali non è dato il confrontare le compilazioni con le originali memorie.

Contentandomi io di raccorre dal fin qui detto che la signoria degli imperatori greci in Sardegna, o quell'apparenza almeno di autorità che vi si potea ritenere in tanta noncuranza e difficoltà di corrispondenze, non fu punto interrotta dai Longobardi o da Carlo Magno, ma solamente dalle incursioni dei Saraceni, rivolgo altra volta a queste l'attenzione, riprendendo a narrare i tentativi di novella occupazione fatti da quei barbari nel principiare del nono secolo; tentativi i quali, come dissi, dimostrano che l'invasione seguita nel precedente secolo avea già allora avuto il suo termine per opera dei nazionali mal sofferenti quel giogo. In qual proposito, mentre io toccherò della sorte di quei ripetuti assalti, rimarrommi di qualunque altro cenno che ragguardi al governo politico dell'isola negli intervalli di libertà; perché se volessi io parlare di signoria straniera, non saprei come poter affermare in tanta caligine di tempi se l'isola sia ritornata sotto la podestà degli imperatori greci, oppure fin d'allora siasi esercitato dalla Chiesa romana quel supremo potere di cui in tempi posteriori s'incontreranno più chiare le traccie. E se volessi dar contezza di quel locale imperio che poté in tali tempi cominciare a sorgere nell'isola, non così acconciamente imprenderei qui a trattare di questo difficile argomento alla mescolata con le altre malagevoli investigazioni che hanno in questo luogo la loro sede, come alloraquando mi si presenterà altrove più opportuna l'occasione di esporre le mie conghietture sull'origine dei giudici o regoli sardi.

Declinava già alla vecchiaia la vita di Carlo Magno e fermato avea egli fra i tre suoi figliuoli la divisione futura dei vasti suoi dominii, allorché i Saraceni, i quali tanto aveano travagliato varie provincie dell'Occidente, tentarono di nuovo o d'impadronirsi della Sardegna, od almeno di metterla a bottino. Tornò l'impresa in loro danno, perché i Sardi, opponendo il petto agli invasori, con tanto ardore percossero quelle ciurme, che le costrinsero a fuggire malconcie da quei lidi ed a lasciare sul campo della battaglia tremila dei loro soldati. Brevi sono le espressioni colle quali gli annali della Gallia danno cenno di tal vittoria dei Sardi; ma a coloro che la storia conoscono delle incursioni saracene, non leggiera ne apparirà la gloria. Anzi parrà a taluno che mancò solamente chi togliesse ad esaltarla, acciò salisse in maggior rinomo il valore di quella difesa; poiché saria stato facile il mescolare alla narrazione i colori impiegati da felicissimi ingegni per celebrare ed aggrandire le vicende di tai tempi; e se una disfatta in Roncisvalle somministrò sì alto tema ad illustrare le donne, i cavalieri, le armi e gli amori di quell'età, la vittoria sarda avrebbe forse arricchito di qualche pagina non indegna quelle poetiche rimembranze.

Pochi anni erano corsi dopo quella incursione, ed i Saraceni imprendevano già a vendicare l'onta riportatane, dirizzando nuove scorrerie alla Sardegna ed alla Corsica. La Corsica fu da essi devastata ed occupata quasi per intiero. Della sorte della Sardegna tacciono le storie; ed è perciò conveniente il conghietturare che al pari del preceduto assalto siavi anche questo riescito infruttuoso. Come infruttuosa tornò la spedizione d'altro grosso navilio poco dopo inviato dai Mori dell'Africa a tribolare le stesse isole; perché traendo repentinamente un gagliardissimo vento, venne la flotta ad esser sì fortemente sbattuta in quel fortunale, che cento navi saracene affondarono nelle nostre marine. Non perciò si calmava l'ardore delle novelle invasioni; giacché nel tempo stesso i Mori della Spagna, mal comportando che Ermingardo, conte d'Ampuria in Catalogna, postosi in agguato nell'isola di Maiorca, li avesse spogliati della ricca preda da essi ammassata nella Corsica e di cinquecento schiavi ivi tolti, vollero sfogare il loro furore correndo sopra altre spiaggie. Desolarono allora i lidi di Civitavecchia nello stato romano e devastarono la città di Nizza in Provenza. Con pari impeto si cacciarono poscia sui litorali della Sardegna, ma con fortuna diversa; perciocché gli isolani già provati in arme con quelle masnade, non intermessa alcuna dilazione al combattere, scesero a fronteggiare l'esercito nemico con la confidenza delle antiche vittorie, e non molto penarono a sfolgorarlo, costringendolo a riparare dopo la sconfitta affrettatamente alle navi.

La morte di Carlo Magno somministrò nuovo incitamento alla baldanza dei Saraceni. La pace già stipulata con questo imperatore da Abulaz, re di Cordova riconoscevasi malfida; e perciò nell'anno secondo dell'imperio di Lodovico Pio novellamente rompevasi contro ad essi la guerra. Prevedendo allora i Sardi che sulle loro terre verrebbe a rovesciarsi quest'altra tempesta, inviarono a Lodovico una solenne ambascieria, la quale partitasi da Cagliari, recando vari doni, fu presentata all'imperatore nella città di Paderborna in Germania. A questa ambascieria si volle dare da qualche storico il colore di una spontanea dedizione dell'isola. Ma siccome io non trovo negli annali franzesi che la sola menzione dell'ambasciata, e non sono indotto da altre conghietture a reputare piena sommessione ciò che poté essere od un atto di omaggio, od una richiesta di amichevole protezione; perciò non credo necessario l'intorbidare maggiormente, col dar passo a quella opinione, la purtroppo malagevole indagine delle vicende sarde di quei tempi.

Tacciono le memorie contemporanee sull'esito delle altre incursioni che dopo quella novella rottura di guerra, dovettero i Saraceni tentare nella Sardegna. invece di tali notizie gli annali dell'impero di Lodovico ci presentano il ricordo di un atto con calore grandissimo esaminato dagli eruditi, nel quale la sorte politica della Sardegna fu anch'essa compresa. Voglio qui parlare della celebre costituzione di Lodovico Pio, nella quale, confermandosi ed ampliandosi le donazioni già fatte alla Chiesa romana da Carlo Magno, trovasi aggiunto alla cessione dell'isola di Corsica, già in queste mentovata, l'abbandono ancora della Sardegna e della Sicilia. Non è mio intento di apportare il debole mio giudizio in un suggetto sul quale i più illustri scrittori hanno da un canto e dall'altro impiegato tutto l'acume delle critiche disquisizioni. Né se qualcuno fosse da tanto che potesse aggiugnere un'osservazione novella, utile perciò io dovrei stimare la di lui opera a maggiormente rischiarare in tal parte i fasti della Sardegna; poiché dai fatti che sono manifesti, e non dai diritti che involti trovansi più volte nell'oscurità, conviene derivare le storiche narrazioni; ed i fatti, come in appresso vedremo, apertamente dichiarano che nei tempi succeduti la sede apostolica esercitò per più secoli nell'isola atti di sovrano potere. Laonde o vogliasi dare a quella costituzione di Lodovico il valore da molti riconosciuto, o vogliasi dire che la sommessione dell'isola alla Chiesa romana fu il frutto di quel crescente bisogno che nel decadimento dell'imperio orientale sentivano le provincie lontane ed obbliate di altra tutelare autorità, la serie e la discussione delle vicende sarde punto non varia. Anzi se mai abbracciandosi da alcuno quest'ultima opinione, si volesse credere, che la Sardegna in quella generale dimenticanza di una signoria non più amata per la sua noncuranza, non più temuta per la debolezza sua, ed abborrita anche talvolta per la discordia delle opinioni religiose, siasi governata come parecchie altre provincie d'Italia passate gradatamente dall'obbedienza degli imperatori greci alla suggezione della sede apostolica, potrebbesi allora dire della Sardegna ciò che uno scrittore dei nostri tempi affermò di Roma dicendo: che i Romani vedendosi trascurati dagli imperatori, s'andavano sempre più affezionando ai sommi pontefici, romani anch'essi quasi sempre e per le loro virtù rispettabilissimi; che la difesa di Roma riguardavasi come una guerra religiosa, poiché i nemici erano ariani o pagani, ed i papi per proteggere i cittadini impiegavano le ricchezze della Chiesa; che perciò il crescente potere dei pontefici sulla città di Roma ebbe per fondamento i due titoli i più rispettabili, le virtù ed i beneficii».

Checché ne sia, le notizie scarsissime rimasteci degli altri tentativi dei Saraceni contro alla Sardegna durante l'imperio di Ludovico Pio dimostrano che confitta era loro nel capo la bramosia di occupare quell'isola, come in tempo posteriore loro venne fatto. Gli stessi annali di Francia ci dan conto che la nuova triegua trattata col re Abulaz né conveniva ai Saraceni impazienti dell'armeggiare, né ai Franchi, i quali ben sapevano esser la pace nei loro nemici velame di novelli apprestamenti per la guerra. Rotta dunque questa altra volta, ricominciarono le incursioni anche nella Sardegna, serbandosi il ricordo che otto navi di negoziatori che salpavano dall'isola per passare in Italia, caddero preda in quel tempo dei pirati saraceni. Se si dovesse prestar fede al compilatore delle storie di quei tempi, Biondo Flavio, i Sardi furono quelli che con una solenne loro ambasciata a Bernardo, re d'Italia, nella quale esponeano i gravi danni del sopportare quell'infida tregua, influirono in quel consiglio di Ludovico. Ma io non debbo tenere gran conto d'una narrazione scritta molti secoli dopo e nella quale non vennero prodotti i monumenti contemporanei del fatto. Perlocché parmi si possa qui notare di soverchia facilità il nostro storico Gazano, il quale non si rimase dell'accreditare quel fatto; come di scarsa attenzione deve anche venir egli accagionato per aver riferito questa ambascieria dei Sardi a Bernardo ad un tempo in cui la barbarie di Ludovico e di Ermengarda avea già troncato i giorni di quel giovine ed infelice sovrano.

Le poche memorie che rimangono dei tempi seguenti, memorie sono di desolazione e di esterminio. Affine di prevenire i mali che per le continuate scorrerie dei Mori affligevano tutte le popolazioni litorali del Mediterraneo, invano Bonifacio, conte di Lucca, cui era stata specialmente commessa la tutela della Corsica, avea formato una piccola flotta coll'assistenza del fratello suo Berettario, e mareggiato con quella per alcuni giorni intorno a quell'isola ed alla Sardegna coll'animo di affrontare i nemici. Invano erasi egli portato animosamente sulle coste stesse dell'Africa, ove con varii ben ordinati assalti era riuscito a spargere il terrore del suo nome. I Saraceni più temerari che mai, fermato il piede in Sicilia, occupata una porzione della Calabria, a tanto giunsero alla fine da salire per lo Tevere fin sotto alle bastite di Roma, che poterono difendere solamente la parte della città posta entro il recinto, rimanendo esposta al più feroce depredamento la basilica maggiore di S. Pietro, la quale non era in quei tempi contenuta nel circuito delle mura. Fu dopo tale sciagura che a Leone pontefice, quarto di tal nome, mentre poneva ogni sua cura nel cingere di fortificazioni il borgo transteverino e la basilica, giunse la novella d'avere i Saraceni scelto per loro ricovero il luogo di Torar, vicino all'isola di Sardegna, donde novellamente minacciavano le spiaggie romane. E fu lo stesso zelante pontefice quello che dopo essere stato operatore acciò quell'incursione riescisse a voto, con benevola e caritatevole accoglienza alleviò l'infortunio di molte migliaia di fuggiaschi dalla Corsica, i quali paventando le armi saracene, ripararono a Roma implorando rifugio e commiserazione. La qual cosa quantunque resti straniera pei Sardi di quell'età, ai quali erroneamente vollero estendere i nostri storici il rifugio accordato dal pontefice ai Corsi nella villa disabitata di Porto, pure merita di esser qui rammentata; poiché giova mirabilmente a dipingere il terrore che l'infausto corso dello stendale maomettano destava dappertutto nelle marine dell'Italia.

Malgrado di questa crescente fortuna delle armi saracene, la Sardegna, per quanto a me sembra, soggiacque più tardi di altre nazioni al dominio di quei barbari, dacché si può dimostrare che nel declinamento del nono secolo eglino non vi aveano ancora fermato stabile soggiorno. Vagliomi a tal uopo dell'argomento medesimo che il chiarissimo Muratori derivò dalla narrazione da Anastasio Bibliotecario tramandataci di alcuni eccessi scandalosi che il pontefice Niccolò I volle sradicare nell'isola. Era pervenuto a notizia del pontefice anche per lo mezzo di alcuni suoi famigliari di sardo lignaggio, che dai giudici sardi e dal popolo loro suggetto continuavasi l'usanza di contrarre nozze incestuose, della quale fino dai tempi di Gregorio IV papa erasi conosciuta l'introduzione. Desiderando pertanto Niccolò di combatterla efficacemente, spedì nell'isola due zelanti suoi messaggi, Paolo, vescovo di Populonia, e Sasso abate, commettendo loro d'illuminare in quel proposito gli erranti, di percuotere colle censure i contumaci. Ambi questi mezzi furono impiegati da quei prelati; e se la grande accolta di gente che si strigneva intorno ad essi, come narra Anastasio, è indizio del frutto prodotto dalla loro predicazione, puossi affermare che non lieve vantaggio si apportò per quella legazione ai costumi o perduti o non bene indirizzati dei popoli.

Dissi non bene indirizzati, perché resta ovvio il presumere che in sì lungo conflitto con quelle bande maomettane, ogni fermata di queste abbia anche partorito una guerra religiosa; e che in tali guerre la devastazione dei luoghi dedicati al culto e le persecuzioni contro alle persone ecclesiastiche abbiano tratto tratto privato il popolo del conforto delle congreghe religiose e del consiglio dei suoi pastori. I pirati saraceni, che solcavano in ogni tempo le marine sarde, difficile anche rendeano ogni accesso al sommo pontefice; e rimanendo interrotta in tal maniera quella corrispondenza di richiami e di provvedimenti che nell'età di Gregorio Magno tanto avea giovato alla disciplina della nostra Chiesa, dovettero le cose religiose gradatamente precipitare in luogo donde non poteano che a malapena restituirsi. E da ciò derivar dovette eziandio che il numero stesso dei seggi episcopali scemato si trova in questo secolo e ridotto alle sole quattro principali chiese di Cagliari, Torres, Solci e Fausania.

Ritornando ora all'argomento che da quel provvedimento di Niccolò dissi procedere, chiaro si mostra che il disegno di quella missione evangelica vano sarebbe tornato se a quel tempo i Saraceni avessero già acquistato lo stabile possesso della Sardegna. Né con tanta facilità, quanta apparisce dalla narrazione di Anastasio, avrebbero potuto quei prelati passare nell'isola, trarre dietro a sé i popoli ad ascoltarli, dipartirsene con sicurtà. Benché adunque resti dubbia la serie delle vicende che l'isola sopportò nelle successive incursioni dei Mori, delle quali alto silenzio è nelle storie fino al tempo delle invasioni di Museto nel principiare del secolo XI, può fermarsi per certo che nell'anno settimo del pontificato di Niccolò, la Sardegna, non che essere soggiogata, non era neppure strettamente molestata da quei suoi nemici.

A suo luogo si ripiglierà da me la narrazione di tali avvenimenti. Frattanto, siccome delle malvagie costumanze dei giudici sardi si parlò nel provvedimento del pontefice Nicolao, e si chiarisce perciò che nella di lui età esisteva già nell'isola un'autorità della quale nei secoli seguenti largo aprirassi il campo di descrivere le vicende, gioverà qui intrattenersi ad indagare, se fia possibile, le origini meno dubbie di tali governanti. Articolo questo, che lo stesso dottissimo Muratori trovò coperto di densa oscurità, e nel quale forse a niuno sarà dato di poter spargere lume sufficiente.

Non è quello il solo ricordo che dei giudici sardi ci dia cenno in quell'età. Si riferisce a Leone IV pontefice, e perciò alla metà dello stesso secolo IX, una lettera scritta ad un giudice della Sardegna, nella quale dimostra il pontefice esser egli alieno dall'assecondare alcune dimande presentategli, non conformi alla canonica disciplina. Ma siccome la fede dovuta a tal lettera è riposta nell'autorità di Ivone, vescovo carnotese, che ne fece una leggiera menzione nel comunicare al legato apostolico Ugone, vescovo di Lione, qualche suo pensiero sulla osservanza delle antiche discipline; perciò io senza negare a questa lettera, ed all'altra contemporanea riportata dal Fara, il dovuto riguardo, prescinderò dal valermene; poiché gioverà meglio il tentar di rischiarare con sole indubitate testimonianze questo buio argomento.

Più antica ancora è quella menzione che nelle epistole di Gregorio Magno si trova fatta dei giudici laici della Sardegna, in quel luogo ove il pontefice rimprovera Gianuario, arcivescovo di Cagliari, perché per lo poco conto di lui tenuto da quei giudici, il clero era da essi oppresso più sfacciatamente. Ciò nonostante avendo altra volta mostrato come all'età di san Gregorio il supremo potere si esercitava nell'isola, per parte degli imperatori greci, da magistrati fregiati di diversa qualificazione, non devo confondere il nome di quei giudici subordinati con quello degli altri giudici, nei quali risiedeva un dominio sovrano e che il titolo assunsero più volte di re delle quattro provincie sarde; al pari dei governanti di altre nazioni, presso alle quali il nome venerevole di giudice distinse le persone investite della maggior podestà.

A tempi di questi più remoti salì nella sua storia sarda il Vico, il quale non dubitò di asserire che già nel quinto e sesto secolo Torres fosse governata dai suoi giudici; rammentando egli un Gonnario o Gianuario, uomo pio e restauratore della chiesa di S. Maria di Cerigo, consagrata nei primi anni del secolo V; ed un Comita che, nel declinare dello stesso secolo, eletto giudice dal clero e dai notabili turritani e poscia dalla provincia di Arborea, edificò nel principio del secolo seguente la basilica di S. Gavino di Torres; nel mentre che un altro giudice chiamato Baldo governava anch'egli separatamente la provincia di Gallura. Non è d'uopo che io mi faccia qui con critiche osservazioni a disaminare quanto la Cronaca sarda, della cui autorità solamente giovasi quello scrittore, sia opposta alle altre memorie rimaste sulla fondazione della basilica di Torres, per le quali si assegna un intervallo di otto secoli fra il martirio del santo e l'innalzamento della di lui chiesa; né credo necessario di richiamare alla luce gli argomenti pei quali o nissun conto devesi tenere dell'inscrizione dello stesso tempio indicante essersene fatta la consagrazione nel principio del VI secolo, od almeno non può formarsene conghiettura valevole sull'esistenza contemporanea dei giudici, dei quali non vi si dà nissun cenno. Le ampie e ponderate considerazioni delle quali si prevalse il Gazano, mostrando l'illusione con cui furono scritte dal Vico quelle notizie, non solamente sono atte a disingannare coloro che colle ragioni si governano, e non coi prestigi delle pregiudicate opinioni, ma soprabbondano ancora oltre il bisogno; ché le armi severe della critica dovriansi impugnare solamente nelle dubbie contenzioni, ove è gloria l'arrecare miglior sentenza, non in quelle nelle quali al primo sguardo dell'uomo savio si dilegua ogni oscurità. Io mi contenterò dunque d'accennare che fino a quando alle memorie fin qui menzionate nel corso di questa storia, dalle quali apparisce quali fossero i governanti e le forme di reggimento della Sardegna in quel tempo, si opporrà solamente un'oscura cronaca, della quale è ignoto il tempo e l'autore; è d'uopo rinunciare ed a quel senno con cui si debbono scrivere le storiche narrazioni, ed a quello con cui si debbono leggere, per esitare un momento nel colpire colla disapprovazione o col dispregio le vecchie fole. Come anche dirò, minor caso doversi fare di quella notizia, dacché passò fra le mani d'uno scrittore, il quale mostrasi così straniero delle cose di quei tempi da poter affermare che la consagrazione delle due chiese già mentovate fu onorata dalla presenza di un cardinale romano, colà a tal uopo inviato dal pontefice; senza por mente che in quell'età il nome di cardinale non era già un'indicazione speciale di ecclesiastica dignità, ma di determinato e stabile offizio; non una qualificazione propria solamente del clero romano, ma un titolo diffuso egualmente nelle chiese tutte della cristianità.

Tuttavia non è mio intento di smentire quelle notizie, in quanto incominciasi per le medesime la serie dei giudici turritani da Gonnario e da Comita; ma solamente di smentire quelli scrittori che il governo di quei principi vollero trasportare ad un'età troppo antica. Molto più giudizioso lo storico Fara, riportando il nome di quei due giudici, tacque della loro età, ove scrisse dei giudici turritani; indicò poscia chiaramente che cosa egli credesse in tal proposito, alloraquando, riferendo il governo del giudice Baldo nella Gallura, contemporaneo del Comita di Torres, disse esser quello succeduto a Manfredi, giudice pisano, che il primo credesi dei nuovi governanti colà inviati dal comune di Pisa nel secolo undecimo. Nel qual modo validata trovasi la mia miscredenza dall'autorità rispettabile del primario nostro annalista, il quale o consultò migliori monumenti degli altri, o consultando le stesse scritture avute sott'occhio dal Vico, le disaminò con maggior finezza di critica. Giovami anzi l'attenermi in questo cenno dei primi giudici turritani e galluresi al detto del Fara, poiché per mezzo delle cronache da lui citate una novella gloria s'introduce nella storia sarda col nome di una eroina chiamata Georgia, sorella era del giudice Comita di Torres; la quale non solamente lasciò dopo di sé testimonianze durevoli della sua grandezza e pietà coll'edificazione del castello e della chiesa maggiore di Ardara, ma meritò anche il titolo di guerriera animosa ed invitta combattendo virilmente contro a quello stesso giudice Baldo, del quale testé si è fatta menzione, da lei vinto e fatto prigioniero.

Bastando l'aver qui notato per l'opportunità della materia il nome di questi più antichi giudici di Torres e di Gallura, dell'età dei quali mi toccherà in altro luogo di scrivere con maggior precisione, riprendo l'intermessa relazione dei monumenti ragguardanti alla prima istituzione dei giudici sardi, notando che ove mai non si fosse serbata a tal uopo altra notizia che quella già da me riferita del provvedimento del pontefice Niccolò nel secolo nono, sarebbe già quella sola atta a chiarire come sia erronea l'opinione degli scrittori pisani; i quali al tempo della conquista dell'isola fatta dalla loro repubblica riferir vollero la prima istituzione di quella nuova maniera di governo, narrando d'essere stati allora destinati quattro patrizi di Pisa a comandare nelle quattro provincie dell'isola.

Ma benché quell'argomento non fosse sufficiente a dimostrare l'assunto, non perciò più accettevole resterebbe quell'opinione; poiché quantunque più recenti del nono secolo, altri monumenti si trovarono dagli eruditi investigatori dei prischi diplomi contenenti il nome di alcuni giudici sardi, il governo dei quali fu certamente più antico dell'occupazione fatta dai Pisani dell'isola nell'innoltrarsi del secolo undecimo. La storia sarda è specialmente debitrice di tali dilucidazioni al dotto illustratore delle antichità italiane Lodovico Muratori, delle cui scoperte giovandomi, mi valgo in primo luogo di una carta del giudice turritano Gonnario secondo, la quale, sebbene per l'età in cui fu scritta appartenga alla metà del secolo duodecimo, per le notizie inseritevi sale a tempi molto più antichi. In questa carta Gonnario, che re s'intitola e signore per grazia divina dei Turritani, e nel seguito giudice dicesi della stessa provincia, volendo nell'anno ventesimo del regno suo recarsi a venerare i luoghi santi della Palestina, soffermatosi nel monistero dei Benedettini di Monte Cassino, dichiarò voler confermare varie donazioni a quel monistero già fatte per lo innanzi, e segnatamente quelle che l'atavo suo Barisone re, l'avo Mariano, e Costantino, padre suo, insieme colla regina Marcusa, di lui consorte, e con molti altri consanguinei della famiglia del donatore ivi nominati, aveano già in altri tempi fermato a benefizio di quei monaci. Dalla quale narrazione questa giusta considerazione fé derivare il Muratori; essere cioè evidente che se l'atavo di Gonnario era già fregiato del titolo di re, l'istituzione del regno turritano ebbe il suo principio meglio di un secolo avantiché salisse al governo questo principe, e nei primi anni perciò del secolo undecimo.

Nondimeno io mi contento che si restringa alquanto il computo del valente scrittore, onde porre in concordanza l'argomento tratto da quella carta col ricordo registrato negli annali cassinesi di un atto di pietà di Barisone, re di Sardegna, (non distinto per quanto a me pare dal Barisone atavo di Gonnario), il quale nella carta del Muratori si chiama re senza indicazione di provincia e dagli annalisti si dice re di Sardegna, forse perché la di lui signoria estendevasi, come in altro luogo si vedrà, fuori della provincia turritana governata dai suoi successori; o perché in quei tempi della conquista pisana e del rimescolamento di tante antiche e novelle giurisdizioni, non bene erano conosciuti in Italia i titoli particolari dei nostri giudici. Raccontando adunque l'annalista i fasti del suo monistero appartenenti ai primi anni corsi dopo la metà del secolo undecimo, narra che Barisone, re di Sardegna, presentò i monaci di Monte Cassino di due grandi e ricchi pallii, pregandoli a voler inviare in Sardegna alcuni dei loro compagni; i quali, partiti in numero di dodici con Ademario abate, e poscia cardinale, alla volta dell'isola, imbattutisi in alcune navi di Pisani, barbaramente furono da essi spogliati di ogni suppellettile presso all'isola del Giglio, essendo rimasto agli otto monaci sopravvissuti a quel disastro, dopo l'incendio della loro nave, il solo scampo di riparare nuovamente per diverse vie al monistero. La qual cosa mal comportando Barisone, dopo aver ottenuto dai Pisani la conveniente riparazione per un atto così ostile e barbaro, indirizzò novella preghiera ai Cassinesi, acciò obbliando il sofferto insulto si rincorassero di spedire di nuovo in Sardegna i desiderati loro confratelli. Preghiera che fu da essi accettata; poiché dopo due anni altri monaci furono colà mandati, ai quali Barisone fece la più onorata accoglienza, donando loro le chiese di S. Maria di Bubali e di S. Elia di Monte Santo coll'intiera montagna così appellata e con molti coloni, schiavi e poderi vastissimi, onde erigere il novello monistero. Bene ragguardando ai tempi nei quali tali fatti accadettero, ed alla conformità degli atti di generosità riferiti in questo e rammentati in quel monumento a favore dello stesso monistero di Monte Cassino, molto facilmente si viene a conghietturare che il Barisone re di Sardegna non altro poté essere che lo stesso ascendente di Gonnario di Torres. Quantunque perciò, eccettuato il caso di un regno straordinariamente prolungato, non si possa trasportare il principio del suo governo ai primi anni del secolo, come opinava il Muratori, pure una durazione anche mediocre basta perché comparisca quel governo più antico della ultima conquista dei Pisani e si rinforzino con ciò gli altri argomenti che produconsi in questa quistione. Né leggiera è la prova che deesi dedurre dall'atto ostile dei Pisani contro ai monaci chiamati da Barisone e dalla facilità da questo incontrata nell'ottenerne la satisfazione; poiché siccome non si può credere indirizzata quest'ostilità contro ad un amico e ad un governatore subordinato; così resta a presumere che Barisone o come principe non sofferente i novelli signori stranieri, incontrato avesse l'odio dei Pisani, o come principe il cui favore loro era utile, avesse i mezzi di conseguire un pronto riparo al patito insulto.

Al calcolo già fatto dell'antichità dei giudici turritani soprasta quello che sul reggimento d'un principe fregiato nel secolo X del titolo contemporaneo di re della Corsica e della Sardegna, si raccoglie da un altro monumento di quell'età pubblicato egualmente dal Muratori. Chiamavasi questo Berlingerio o Berengario, e confermava ed ampliava in quella sua carta alcune concessioni già da lui fatte al monistero dei SS. Benedetto e Zenobio nella Corsica. Sospetta, è vero, il Muratori che l'età in cui visse questo principe male trovisi annotata nel diploma; poiché solamente nel secolo XI o nel XII incontrasi un pontefice col nome di Alessandro, cui, come ivi si scrisse, il donatore ebbe ricorso per impetrare l'approvazione del suo atto. Ma se si considera che in questi due secoli la storia dei giudici non presenta alcun principe col nome di Berlingerio, e molto meno un principe cui potesse convenire il titolo di re di Sardegna e della Corsica, resteranno molto attenuate le difficoltà dell'erudito scrittore; e forse si potrà dire ragionevolmente che l'errore degli amanuensi cadde non già nel trascrivere la data di quella scrittura, ma il nome del pontefice; come appunto gli annalisti camaldolesi ebbero con ottime ragioni a dimostrare.

Meno soggetta a dubbiezze è la menzione di un Guglielmo, signore della Corsica e giudice della provincia di Cagliari, che si contiene nell'atto di una donazione da lui fatta nel principio del secolo XI al monistero di S. Mamiliano nell'isola di Monte Cristo. Come degna di tutta l'attenzione d'uno scrittore è la simile carta per cui alcuni anni dopo ci si manifesta un altro signore di Corsica e giudice cagliaritano, chiamato Ugone, donatore di varii poderi alla chiesa di S. Maria di Canovaria nell'isola istessa. Per ragione dei quali monumenti, mentre qualche raggio di luce si fa penetrare entro alla caligine che cuopre questi tempi della storia sarda, maggior confermazione anche acquista ciò che sovra notai dello stabilimento dei giudici nell'isola prima della dominazione pisana. Alla quale sentenza, ove dovesse anche venir confortata di ragioni non derivate da quei monumenti, un argomento non dispregevole io crederei si potrebbe aggiugnere, dipendente dalla qualità istessa del nome e del potere dei nostri giudici. Poiché, per quanto è a me noto, non mai in altri luoghi del comune di Pisa era stato riconosciuto un titolo eguale indicante la maggior podestà, onde ne traessero quei cittadini motivo ad estendere quella maniera di comando anche alla Sardegna. Né conveniva certamente a quel comune il creare una magistratura che andasse suggetta nelle rinnovazioni a quella forma elettiva di governo che a suo luogo si dimostrerà essere stata in uso nell'isola fino dai tempi li più antichi; come non conveniva parimente lo stabilire nelle provincie novellamente conquistate un maestrato a vita talmente innalzato per la natura del suo potere sopra la condizione ordinaria dei governanti subordinati, che colla giurisdizione suprema ed indipendente potesse assumere ancora il nome regio. Ma la maggior spiegazione di questa osservazione si presenterà per se stessa alla mente dei lettori, alloraquando, innoltrandosi eglino nella storia dei nostri giudicati, dovranno meglio conoscere se quei quattro re (che tale fu pure come abbiamo veduto il titolo dato nei primi anni della conquista pisana a Barisone ed a Torchitorio) poteano essere i governatori inviati da una repubblica; se quei sovrani eletti dal clero e dal popolo delle provincie erano i delegati del comune di Pisa; se quei principi, mostratisi indipendenti fin dal principio nel governo delle loro terre, esercitavano una giurisdizione che fosse solamente frutto dell'abbandono loro fattone dal popolo pisano; quando alla natura di una signoria recente, e di una signoria conquistata dovea tanto più conferire un maggiore riserbo. Ed in tal modo si verrà forse più facilmente a giudicare che i Pisani, lasciando in mani dei nostri giudici la più ampia autorità, non così trovaronsi nell'occasione di esercitare i diritti proprii come di rispettare gli altrui.

L'ordine delle materie ora richiede che, dopo aver prodotto i pochi fatti, anche le conghietture da me si producano attenenti all'origine di quella novella magistratura nazionale. In qual proposito, meditando sulle varie condizioni politiche della Sardegna nei secoli preceduti, io non altra epoca seppi riconoscere più adatta allo stabilimento di quella nuova maniera di signoria, che quella in cui per lo decadimento dell'impero greco e la noncuranza delle cose dell'Occidente, affievolivasi ogni giorno da una parte l'influenza dell'antico reggimento, e dall'altra per lo pericolo delle aggressioni esteriori moltiplicavasi anche giornalmente il bisogno di un'autorità presente, vigile e rispettata. Quest'epoca è quella delle incursioni dei Longobardi e dei Saraceni. Vidimo già nell'età di Gregorio Magno la Sardegna abbandonata dagli imperatori greci a se stessa; i nomi dei duci imperiali rapportarsi nelle di lui epistole, quando di qualche loro vessazione si tratta; tacersi di essi, quando il momento sovrasta della difesa dell'isola; la prefettura dell'Africa esercitar così debolmente il suo potere sui governanti della Sardegna, che fu mestieri al pontefice il ricorrere alla corte imperiale per reprimerne gli abusi. Vidimo poscia un principe greco lasciare della sua fermata in Italia memorie più lagrimevoli che i capi stessi degli invasori settentrionali. Vidimo infine la Sardegna soggiogata da una nuova schiatta di barbari, senza che apparisca alcun cenno di difesa da parte degli imperatori; liberata dal giogo senza che di verso l'Oriente si mostri alcun ausilio. Un popolo situato in tale stremo avea bisogno di maggior protezione; e se il popolo, che mal cura i bisogni, o male scieglie i rimedii, nutriasi d'illusioni o di timori, mancati non saranno quelli uomini dalla loro riputazione o dalla loro fortuna innalzati già a tal grado, che il passo al supremo potere sarà stato forse per essi un breve passo. Ed in questo novero io comprendo non i soli notabili dell'isola, ma gli stessi duci imperiali, che, spronati dall'ambizione, non ritratti dal timore, poterono abusarsi di una podestà loro meglio abbandonata che commessa, e convertire un uffizio temporario in una carica perpetua. Comprendo nello stesso novero i potenti vicini, dei quali trovammo perciò nelle citate memorie inscritti i nomi. Comprendo infine, nell'immaginare ciò che poté accadere in quei tempi in Sardegna, tutte quelle venture le quali o migliorarono, o corruppero la condizione di tante altre provincie strette da conformi vicende; giacché la storia degli uomini presenta dappertutto gli stessi risultamenti, quando eguali sono i bisogni, le passioni e lo stato morale dei popoli. Ciò posto, io non esito ad affermare esser cosa assai verosimile che la primiera creazione dei giudici sardi debbasi riferire a quelle due età, e specialmente alla seconda; nella quale e più animati mostraronsi gli isolani a tener lontani dai loro lidi gli invasori, e più felici nel respingerli, forse perché alle altre cagioni di maggior odio il conforto si aggiugneva di essere guidati alla vittoria da capi più meritevoli della loro confidenza. Credendo con questo di aver accennato quanto basta perché ciascuno giudichi o con me od in altra maniera sovra un suggetto qual è questo molto intralciato, io non interpongo altra dilazione a continuare la narrazione degli avvenimenti nostri, la quale di repente ci trasporta, per la mancanza di ricordi intermedii, al principio dell'XI secolo, epoca delle ultime armi saracene nella Sardegna e della novella soggezione dell'isola all'Italia.

La sola cosa che si può fermare per vera nel riferire l'occupazione della Sardegna fatta da Museto, re dei Saraceni dell'Africa, si è che nei primi anni del secolo XI era egli già possessore se non dell'isola intiera, almeno di qualche porzione ragguardevole della medesima. Lo storico Gazano, dopo d'avere assegnato qual epoca precisa dell'invasione l'anno primo dello stesso secolo, volle anche con maggiori ragguagli adornare il suo racconto, descrivendo le forze apprestate dall'invasore e la resistenza oppostagli dai nazionali, i quali colpirono molte migliaia dei di lui soldati prima di cedere all'impeto dell'inimico. Ma questa resistenza dei Sardi, che sarebbe stata appoggiata in valide conghietture desunte dall'esempio delle precedute incursioni dei Mori, ove lo scrittore si fosse contentato delle sole conghietture, non si può da me considerare, com'egli fece, quale fatto comprovato da storici monumenti; poiché mi conviene piuttosto in tal proposito il notare con quale sbadataggine si avventurino da alcuni scrittori asserzioni tali, che false manifestansi alla prima indagine di un lettore curioso o diffidente. Citò infatti in quel luogo il Gazano le storie del Tarcagnotta, senza por mente che questo scrittore non delle invasioni del secolo XI toccava nel libro nono delle sue compilazioni, ma di quelle che nel IX secolo travagliarono l'isola e che per me furono a suo luogo già riferite. Citò parimente gli annali pisani, ma per quanto ne pare sull'altrui fede; poiché nel primo anno del secolo XI, le varie cronache conosciute sotto quel nome non fanno menzione veruna di Museto o della Sardegna. Citò infine il libro secondo delle storie milanesi di Tristano Calco; il quale né in quel libro contenente le sole memorie appartenenti al IV secolo potea dar contezza di quel fatto, né la diede in quello nel quale l'ordine dei tempi a ciò lo invitava; ma solamente nel XII secolo ebbe a comprendere nei suoi annali le cose della Sardegna, narrando le vicende d'un novello re dell'isola, coronato allora in Pavia, del quale a suo tempo si tesserà la storia.

Purificata adunque in questo luogo la storia sarda da tali errori, io mi contenterò di riconoscere già stabilita nel principio del secolo XI la signoria di Museto in Sardegna, per la sola ragione che nel tempo stesso le istorie pisane e genovesi ci chiariscono delle prime operazioni fatte in Italia per snidiarnelo. I ricordi li più antichi appartengono al secondo ed al quarto anno del secolo. Ma di questi devo tenere minor conto, sia perché infruttuosi si dissero i tentativi fatti allora dai Pisani, stornati nell'intrapresa per le scorrerie dei Lucchesi sulle loro terre; sia perché riconoscendosi comunemente che alle prime deliberazioni della repubblica pisana influì grandemente un diploma del romano pontefice Giovanni XVIII, il quale avea dichiarato prezzo della liberazione esser la signoria dell'isola, non bene sarebbe conciliabile la più antica di quelle memorie col tempo in cui ebbe principio quel pontificato. Credo perciò che la storia debba rammentare in primo luogo quella spedizione che i Pisani ordinarono dopoché per alcuni anni rimaneva altamente riposta nell'animo loro l'onta dell'incursione fatto avea Museto nella loro città, partendo dalle spiaggie sarde nel quinto anno del secolo; alloraquando Pisa, vota di difensori e già semiarsa, fu debitrice della sua salvezza in gran parte ad un'animosa gentildonna dell'illustre casato dei Sismondi.

Se si dovesse prestar fede agli annali pisani del Tronci, alle sole forze della repubblica di Pisa dovuta sarebbe questa spedizione contro ai Saraceni di Sardegna e la vittoria sovra essi riportata. Ma la di lui narrazione non fu accolta dal Muratori, il quale, trovando notata solamente negli anni seguenti una vigorosa e fortunata impresa contro al re Museto, eseguita colle flotte collegate dei Pisani e dei Genovesi, giudicò che questa sola meritasse di venir accreditata ne' suoi annali. Nella dubbiezza che procede da tali considerazioni, io non posso abbracciare intieramente la narrazione dell'annalista pisano, perché mancante d'altre prove; non accostarmi all'opinione dell'annalista italiano, perché le di lui osservazioni tanto non vagliono da trarne argomento a credere che il primo passaggio dei Pisani sia quello il quale con più chiari monumenti si dimostra fatto in unione della repubblica di Genova. Anzi inclino a credere che ripetuti e vigorosi siano stati anche prima di quello i tentativi dei Pisani per cacciare dall'isola i Mori; parendomi di gran peso l'assenso con cui il riputato annalista della repubblica genovese, Uberto Foglietta, confermò in tal proposito le relazioni antiche dei Pisani, le quali è da presumere siano state diverse da quelle che l'erudita indagine del Muratori salvò dall'obblio nella celebrata sua raccolta delle antiche memorie italiche; poiché altrimenti quel dotto scrittore, così intento in quel luogo a combattere gli scrittori pisani sovra alcune circostanze della spedizione fatta in comune dalle due città, trasandato non avrebbe l'opportunità di smentire le glorie più antiche della repubblica rivale.

Comunque siasi passata la cosa, siccome quelle più antiche spedizioni partorirono solamente un successo momentaneo, essendo ritornato costantemente, dopo poco tratto di tempo, il re saraceno a gareggiare coi Pisani pel possesso dell'isola, perciò mi fermerò a toccare d'alcune particolarità di quella più importante, eseguita coi navili uniti delle due repubbliche; notando essere stata tanto a cuore in quell'occasione al pontefice Benedetto VIII la novella invasione di Museto, che calde insinuazioni volle a tal uopo indirizzare al comune di Pisa per mezzo del vescovo d'Ostia, suo legato, esortando i Pisani ad operare con tutto potere per discacciare dalla Sardegna quel barbaro. Accendeva specialmente lo zelo del pontefice il truce governo che il Saraceno facea di quei popoli sui quali si estendeva la sua autorità. Accendevanlo parimente le preci a tal uopo gli si faceano con patria carità da Ilario Cao, nobile sardo, il quale dimorando allora in Roma con Costantino, suo figliuolo, e col fratello Atanagio, mentre educava alla pietà il figliuolo (che poscia lasciava di sé onorata rimembranza, fondando in Roma un ospedale a benefizio dei suoi nazionali); mentre il fratello Atanagio, uomo di lettere caro ai pontefici, educava alle scienze ed alle virtù il figlio suo Benedetto, onorato in appresso da Gregorio VII della sagra porpora, frequentemente perorava al cospetto del pontefice la causa della Sardegna e ne provocava con incalzanti istanze la liberazione. Né vane tornarono le sollecitudini del pontefice; poiché, passati in Sardegna i Pisani non solamente, ma ancora i Genovesi, ai quali è da presumere siansi estese le esortazioni di Benedetto, o gli inviti della repubblica di Pisa o le speranze del comune vantaggio, tanto comparvero formidabili agli occhi del re saraceno le loro flotte, che salvandosi egli colla fuga in Africa, libero lasciò il campo a quelle due nazioni di occupare la signoria dell'isola.

Ma il momento della vittoria era quello in cui doveasi destare fra i due popoli conquistatori una rivalità che seme fu poscia di terribili ed accanite guerre per le due repubbliche, ed incentivo perpetuo alle civili discordie per gli isolani. I Genovesi, i quali forse nel principio della guerra non isperavano così prosperi avvenimenti, aveano spartito anticipatamente i frutti della vittoria riserbando a sé le spoglie, abbandonando ai Pisani le terre che si conquisterebbono. I loro storici niegarono, è vero, questa convenzione; ma negar non ne poterono i risultamenti; essendo cosa certa che o per quel motivo, o per qualchedun'altra di quelle ragioni di dissensione facili ad insorgere nella divisione dei profitti di una impresa comune, tali gare si accesero fra le due nazioni, che risolvendosi in aperta rottura, diedero occasione ai Pisani di spingere fuori dell'isola i loro rivali con quelle stesse forze maggiori colle quali aveano partecipato alla spedizione.

Se non che di poca importanza fu in quel momento pei Pisani la possessione dell'isola, poiché non andò guari che Museto, ripigliando vigore ed ardimento e profittando della confidenza inspirata ai Pisani dalla facilità delle ottenute vittorie, presentossi inaspettatamente a ritoglierne loro il frutto. Nissuna resistenza egli incontrò nelle rocche, le quali non erano munite per la guerra. Nondimeno gli isolani si mossero a fronteggiarlo, e solamente posarono le arme allora che ridotti a dura estremità dovettero calare ad un pacifico accordo coll'invasore. Le condizioni di questo furono tosto violate da Museto; e perciò i Pisani ed i Genovesi, i quali all'annunzio dell'accaduto disastro ne tentarono altra volta in comune il riparo, ebbero a vendicare crudeltà novelle. Fu felice al pari della prima questa loro spedizione; perché, malgrado dell'ardore con cui le truppe saracene contrastarono il passo, prevalse il coraggio, e la destrezza dei collegati i quali costrinsero Museto a cercare un'altra fiata lo scampo nella fuga. E felice fu eziandio nell'interesse dei collegati quel successo, poiché, se si dee prestar fede agli annali pisani, i Genovesi contentatisi per loro compenso del tesoro del Saraceno, pacifici possessori dell'isola lasciarono i loro rivali. I quali, fortificata la città di Cagliari e gli altri luoghi più importanti dell'isola, tutta la terra divisero nei quattro giudicati o reami di Cagliari, Torres, Gallura ed Arborea. O per meglio dire serbarono quella maniera di governo che già abbiamo veduto avanti introdotta nell'isola; risolvendola solamente in vantaggio della patria loro col sottomettere i giudici al maggior potere dei conquistatori; ed in vantaggio dei loro patrizi con accomodare di quei governi alcune delle persone più potenti della repubblica.

La storia delle invasioni di Museto è fino al suo termine involta in gravi dubbiezze. Nella metà del secolo noi veggiamo negli annali pisani comparire altra volta il nome di questo Saraceno, che già ne avea contristato i primi anni. Egli, secondo che narrano gli scrittori della repubblica, ritornò in Sardegna con poderosa armata, ed occupata una città marittima della costa occidentale, e prostrate in una calda giornata le forze collegate dei Pisani e dei Sardi, con tale fidanza assunse il novello governo, che attese tosto ad edificare città ed a solennizzare la sua signoria facendosi pubblicamente incoronare sovrano dell'isola. Si riferì quindi dagli stessi scrittori che i Pisani, eccitati anche dagli inviti del pontefice Leone IX a combattere un'altra volta, essendo capitanati da Iacopo Ciurini, dopo aver conquistata nel passaggio l'isola di Corsica, tanto terrore destarono colla sola notizia della loro venuta nei Saraceni, che non sofferendo l'animo a Museto di aspettarne lo sbarco, fuggissene in Africa, avendo prima spogliata l'isola d'ogni cosa ed appicciatole il fuoco, che tutta l'arse, distrusse e spopolò.

Il Muratori con molta esitazione rapportò nei suoi annali questo fatto, del quale i fasti di Leone IX non danno, come egli asserisce, la menoma contezza. Maggiori sono anche le dubbiezze che a mio credere debbono insorgere su tale avvenimento, se mai alla narrazione degli annalisti pisani, che nello scontro precedente la fuga ci additarono di Museto, quella si dovesse preferire degli scrittori di Genova, i quali raccontano: essere nello stesso conflitto caduto quel re fra le mani dei vincitori; essere stata la di lui persona consegnata ai Genovesi; averne eglino fatto omaggio a Cesare, come del migliore trofeo di lor vittoria. Poiché arduo sarebbe in tal caso il trovare un mezzo con cui Museto prigioniero, e prigioniero da non custodire sbadatamente, avesse potuto presentarsi altra volta alla testa delle sue squadre. Massima è poi l'ambiguità che si aggiunge se il racconto degli annali pisani già citati si confronti con quello che incontrasi in un frammento di altro annalista, al quale pose specialmente attenzione lo storico delle repubbliche italiane Sismondo Sismondi. Si scrisse in quella cronaca che Museto oramai cadente per vecchiaia, procacciati alcuni soccorsi dalla Spagna, mosso da quella penisola, avea esterminato in breve nella Sardegna le forze pisane; la qual cosa mal comportandosi da alcuni patrizi di Pisa, armato a proprie spese un navilio e fatta società con alcune famiglie di Genova e con Bernardo Gentilio, spagnuolo, conte di Mutica, passarono essi nell'isola, ed accampati nelle spiaggie della capitale rimasta fedele ai Pisani, dopo avere in quella città sostenuto un vigoroso assedio, vincitori del pari in terra e nel mare, la loro compiuta vittoria illustrarono colla prigionia di Museto e colla totale sconfitta delle di lui genti. Capo della spedizione era, secondo il detto di quello scrittore, un Gualduccio uomo plebeo, ma esperto marinaio, innalzato a quel grado affine di cansare ogni emulazione fra i più potenti. E siccome comune a molte illustri persone descrisse quell'annalista il pericolo della spedizione, così comune ne riferì il profitto, chiarendoci della divisione fatta allora dell'isola; nella quale la capitale si dichiarò conservata sotto la podestà della repubblica; e si assegnarono alla famiglia pisana dei Gherardeschi alcune ville confinanti a Cagliari, ai Caietani la terra di Oriseto, ai Sismondi l'Ogliastra, alla casa pisana chiamata dei Sardi la regione di Arborea, a Pietro Doria, genovese, Alghero, al casato dei Malespina le montagne della Barbagia ed al conte di Mutica la provincia di Sassari, restando ogni altra parte dell'isola sotto la signoria di Pisa. Locché eseguito ritornarono in patria i trionfatori, conducendo seco loro il re Museto, il quale già nonagenario ebbe poco stante a morire prigioniero nella città di Pisa.

Quantunque questa narrazione non si possa per intiero accogliere, poiché molto più recenti sono le certe notizie che si hanno dei dritti di signoria esercitati da alcune di quelle famiglie nei luoghi ivi riferiti; pure non devesi da me rifiutare intieramente, e perciò dicevo che con questa moltiplicazione di notizie addensavasi più che mai l'oscurità su questo periodo di storia. Troviamo infatti da un canto una spedizione ordinata dal comune di Pisa, e dall'altro un'armata formata quasi per intiero con mezzi di privata cooperazione; troviamo diversi i nomi dei capitani; troviamo in un luogo Museto fuggitivo, e nell'altro prigioniero; troviamo infino da una parte un ragguaglio distinto della ripartigione fattasi delle terre sarde, mentreché negli altri annali si contiene il semplice cenno dell'occupazione di tutta l'isola per parte del comune di Pisa, dell'omaggio fattone all'imperatore germanico e della conferma della sovranità sarda conceduta dalla Santa Sede a quella repubblica. Per distrigarsi da questi inviluppi un solo mezzo rimane, di giudicare stranamente confuse le prime memorie di quelle spedizioni e di abbandonare perciò l'inutile disquisizione delle varie minute vicende, considerando solamente quelle verità che per così dire galleggiano sovra tante contraddizioni. E ciò a mio pensiero si può conseguire affermando: che la Sardegna fu più volte nella prima metà del secolo undecimo minacciata ed invasa da uno o più capi di Saraceni del nome di Museto; che più volte fu riscattata dalle loro mani colle forze ora sole dei Pisani, ora collegate con quelle dei Genovesi; che le gare fra le due nazioni conquistatrici si accesero fin dal principio, come arsero per lungo tempo nel progresso della signoria; che varie terre diventarono allora patrimonio di nobili famiglie straniere; che il dominio supremo infine della maggior parte dell'isola restò in quei primi tempi in potere del comune pisano; il quale mentre ne riconosceva l'investitura or dall'impero, or dalla sede pontificia, esercitava la sua podestà nell'isola per mezzo degli antichi giudici del luogo, se poté fermare con essi qualche accordo; o col mezzo di patrizi pisani decorati di egual titolo tuttavolta che poté giungere a debellare i vecchi signori, o che con novelle divisioni di provincie ebbe l'opportunità di aumentarne il numero.

Queste circostanze sono le sole che meritano di venir apprezzate in quel tramestio di avvenimenti, perché procedono non tanto dalla somma delle narrazioni, come dalla natura stessa delle cose. E questa è sempre il miglior lume dello storico criterio; nient'altro essendo per l'ordinario le azioni degli uomini che la conseguenza necessaria della positura in cui trovansi. Del rimanente io lascio agli illustratori delle istorie di quelle due repubbliche la briga dei maggiori schiarimenti; e noto solamente non parermi punto strano quel complesso di esagerate e contrarie sentenze; poiché colla conquista importante della Sardegna i fasti incominciarono della potenza marittima di quelle due famose repubbliche italiane; ed i primi gloriosi fatti d'arme d'ogni nazione raccontati furono e creduti con quell'istesso entusiasmo con cui furono intrapresi. Donde l'infedeltà delle relazioni derivò per coloro che i primi scrissero le notizie; la disperazione d'incontrare il vero per coloro che poscia le compilarono.

A compimento di queste memorie sulla finale cacciata dei Saraceni mi rimane a riferire come alcuni dei nostri scrittori abbiano voluto far dipendere dalle fazioni guerresche di quel tempo l'introduzione primiera in Sardegna di quello scudo d'arme che distingue da lungo tempo il nostro stendale. Essi avvisarono che le quattro teste collocate negli angoli della croce vermiglia dipinta nel campo bianco della sarda insegna, indicassero i quattro trionfi riportati contro a Museto, nei quali i nazionali o per sé soli, o spalleggiando i loro liberatori combatterono con felice ventura contro a quel barbaro. Ma questa opinione non avvalorata da monumento nissuno, venne discussa con molta critica da un valoroso scrittore nazionale; il quale dimostrò l'arma del regno non esser punto diversa dall'antica impresa dei sovrani aragonesi, andata solamente in disuso dopoché introdotti furono nei loro scudi li così detti pali di Aragona. Con il quale argomento facilmente comprovato col confronto di quelle arme e delle variazioni eziandio in diversi tempi notate in ambedue, egli venne a chiarire l'origine dell'insegna sarda non esser dovuta ad altro che all'essersi comunicate all'isola dai re d'Aragona le arme della provincia dominante. Ed in questa sentenza anch'io concorro; poiché né veruna notizia si serbò che i Sardi ritenessero al tempo del governo dei giudici un vessillo comune, n'è da presumere che ove ogni cosa era in conflitto, si rispettasse dai provinciali divisi d'animo e di signoria un solo stendardo. Onde essendo i primi ricordi che si hanno dell'uso fatto della nostr'arma posteriori assai al governo dei re aragonesi, ragion vuole che ad essi soli debba attribuirsene l'introduzione, e non già riferirsi alle imprese belliche dell'espulsione dei Mori.

Frutto primiero del novello dominio dovette essere la pace della Chiesa non più agitata da persecuzioni, protetta invece dai giudici delle provincie, i quali meno cogniti sono alla posterità per le altre memorie della loro autorità, che per le testimonianze ne restano delle abbondevoli loro largizioni a pro di varie chiese. Quel giudice infatti, il quale nella serie dei regoli cagliaritani trovasi il primo dopo la conquista pisana e che nomavasi Torgodoro o Torchitorio, è solamente a noi conosciuto per un atto di quella natura che atto è ad un tempo di pietà e di saviezza; poiché la donazione contenutavi pei monaci cassinesi all'obbligo è congiunta dell'erezione d'un monistero della regola benedettina nell'isola.

In quell'istesso correre di tempi un novello splendore si aggiugneva alla Chiesa sarda per le virtù di Giorgio, vescovo di Suelli, il quale sì alta estimazione avea destato di sé nel popolo e nel giudice Torchitorio, che fin dalla giovanile sua età fu creduto meritevole di salire a quel seggio episcopale, ove per una lunga serie d'anni procacciò al nome suo la venerazione di cui fu poscia tributato sugli altari.

Troviamo pure nella medesima età onorato per la prima volta del titolo di metropolitano il vescovo di Torres. Chiamavasi egli Costantino, e talmente era in credito per la sua saviezza presso al pontefice Gregorio VII, che meritò di essere da lui distinto con ispeciali dimostrazioni di fiducia. Le corrispondenze fra la sede romana e la Sardegna molto si erano menomate durante il lungo conturbamento delle invasioni saracene. Gregorio pertanto, comportando mal volentieri che si fosse intiepidita, come egli stesso ne scrisse, quella carità, la quale negli antichi tempi era sempre stata fra le genti sarde ed i pontefici, a segno che erano oramai divenuti più stranieri di Roma quelli isolani, che gli abitanti degli estremi confini della terra», risolvette d'indirizzare un'epistola di calda esortazione ai giudici delle quattro provincie. Erano questi Onroco, successore in Cagliari del Torchitorio testé mentovato; Mariano di Torres, della cui collocazione fra i regoli turritani fra poco si toccherà; Onroco ossia Orsocorre, giudice d'Arborea, successore di Mariano de Zori, del quale, abbenché il primo sia stato dei regoli della provincia, rimase appena il nome; e Costantino, primo regolo di Gallura dopo il governo di Manfredi e di Baldo, già altra volta da me accennato. E siccome le insinuazioni che il pontefice volea loro fare, erano anche in alcuni rispetti attenenti a materie di temporale interesse, perciò egli si confidava specialmente delle spiegazioni fattene a quell'arcivescovo Costantino, il quale avea l'incarico di preparare al legato apostolico, da inviarsi colà a tal uopo, ogni agevolezza nelle gravi conferenze che doveansi aprire con quei giudici.

Fra gli altri regoli, quello di Cagliari mostrò d'aver maggiormente secondato le intenzioni del pontefice, perché a lui solo si trova essersi Gregorio indirizzato altra volta, approvando il di lui disegno di recarsi in Roma, ove gli si promise il più benigno accoglimento; commendando le testimonianze di venerazione date dal giudice al legato pontificio, vescovo di Populonia; esortandolo ad acconsentire ad alcune riforme comandate in quel tempo al clero dell'isola; ed avvisandolo infine delle molte richieste che si faceano da genti varie alla sede apostolica per la concessione della provincia cagliaritana. Richieste dal pontefice ricusate; poiché inclinato egli era, come scriveva, a sostenere con ogni suo mezzo l'autorità di un giudice il quale dato gli avea sì segnalate prove di costante devozione.

Voltando ora il discorso, come promisi, a Mariano, giudice di Torres, onde determinare in qual luogo debbasi collocare il di lui nome nell'ordine di quei regoli, devo riandare l'argomento già altra volta tratto da una donazione posteriore del giudice turritano, Gonnario II per riconoscere se questo Mariano si possa credere lo stesso del Mariano, avo del donatore, rammentato in quella carta fra gli altri di lui ascendenti. La qual cosa a me sembra la meno sottoposta a difficoltà; abbenché altri nostri storici abbiano, per evitare quella disamina, introdotto nella serie dei regoli turritani più giudici dello stesso nome; senza por mente che il principio del regno di Gonnario non era così discosto dal tempo in cui si scrisse a Mariano l'epistola di Gregorio, che il periodo intermedio sopravanzasse la misura ordinaria della durata di due generazioni.

Se con tale conghiettura il nome di Mariano si può opportunamente inserire fra quelli degli ascendenti di Gonnario II, tornerà meno malagevole il riempiere quel solo grado che fra gli stessi ascendenti trovasi voto nella carta di quest'ultimo; quello cioè del bisavo del donatore, il nome del quale fu in quella scrittura trasandato, forse perché egli né tolse dal padre suo Barisone, né diede al suo figliuolo Mariano l'esempio di qualche liberalità a pro dei Cassinesi. Qualora debbasi prestar fede ad un tratto d'antica Cronaca sarda, scritta in tempi posteriori, ma meritevole di considerazione per trovarsi in concordanza con le notizie di quel diploma, il bisavo di Gonnario fu quell'Andrea Tanca che nella cronaca istessa dicesi padre di Mariano. Quest'Andrea pertanto, il cui lungo regno è descritto dall'annalista, ci si mostrerebbe in tal maniera il successore ed il figliuolo di quel re Barisone, col nome del quale si compie la serie degli antichi giudici da Gonnario rammentati. Ma io non ardisco affermare ciò decisamente, né muovere grave dubbiezza in tal suggetto; poiché da un canto quest'ordine di giudici turritani mi condurrebbe ad una piena conciliazione delle notizie estratte da quei due antichi monumenti; dall'altro io non potrei lasciare di tener qualche conto delle diverse relazioni contenute nelle altre vecchie cronache della Sardegna, esaminate dai primi nostri scrittori; nelle quali e il nome si riferisce di un altro Mariano con un Pietro Gunale, predecessore di Andrea Tanca, ed invece del nome del re Barisone, quello si trova di un Torchitorio Gunale, il quale anche del giudicato d'Arborea si dice possessore e fondatore della chiesa di S. Antioco di Bisarcio.

Altre più importanti notizie mi giova invece raccogliere in quella prima cronaca, le quali sulla natura del potere dei giudici e sul politico reggimento di quei tempi spargono il più gran lume. Apparisce infatti da quella narrazione che i giudici, dei quali Andrea Tanca continuava la serie, riconoscevano dalla sede romana la loro autorità; che la medesima non si trasfondeva per diritto ereditario da un giudice nell'altro, ma per l'elezione fatta secondo le norme prescritte dalla stessa Chiesa romana; che il dritto dell'elezione esercitavasi dall'arcivescovo di Torres, dagli altri prelati della provincia e da una parte del popolo; che il vescovo ed i prelati formavano il consiglio ordinario del giudice, il quale del loro senno si giovava nelle cose temporali, abbandonando alla loro podestà l'intiero governo delle spirituali; che la sede del giudicato turritano era stata già trasportata in quel tempo, per la decadenza di Torres, al luogo di Ardara, ove nella chiesa maggiore soleano i novelli giudici prestare il loro giuramento di vassallaggio alla sede apostolica. Della qual relazione io avviso debbasi tenere il maggior conto, sia perché nissuno altro monumento ci dà un più esteso ragguaglio delle cose di quel tempo, sia perché le notizie contenutevi vedransi tratto tratto avvalorate dalle unanimi memorie che restano degli altri giudicati. Anzi un novello argomento si dee produrre, mercé di tali ricordi, che maggiormente confermi quanto altra volta scrissi dell'antichità dei giudici sardi. Poiché sembra manifesto che quel vassallaggio diretto verso la Chiesa romana e quella maniera di signoria elettiva non altramente possano conciliarsi coi diritti dei conquistatori pisani, fuorché reputando già introdotta in Sardegna prima della conquista quella dipendenza e quelle consuetudini di governo; nel qual solo caso è facile il conghietturare abbiano i Pisani e per la novità del dominio, e per la riverenza verso i pontefici, o rispettato negli antichi giudici, od imposto ai novelli le vecchie forme.

Le esortazioni di Gregorio VII a quei quattro regoli non ottennero che in parte un buon risultamento; poiché, alcuni anni dopo, Vittore III, pontefice, indirizzandosi all'arcivescovo di Cagliari, gli significava: aver egli avuto contezza da alcune persone giunte di fresco dall'isola dello stato miserevole di ruina in cui vi si trovavano tutti gli edifizi sagri; per la qual cosa Vittore ed a quell'arcivescovo, che primate chiamò della Sardegna, ed agli altri vescovi inculcava con vigore facessero pronta provvisione al restauramento delle chiese e maggior sollecitudine mostrassero nell'occuparsene in avvenire. Né quei prelati aveano per certo bisogno allora di esempi lontani per infervorarsi maggiormente nella sollecitudine delle cose appartenenti allo splendore ed alla santità del culto; poiché in quello stesso correre di tempi, mentre cadeano per vetustà o per abbandono le antiche chiese dell'isola, dalle viscere delle montagne sarde si traevano quei grandi massi che ornarono poscia il duomo di Pisa; e dai santuari della Sardegna trasportavansi pure alla città dominante i corpi degli antichi e venerati martiri Potito ed Efisio.

Quella tiepidezza dell'arcivescovo cagliaritano non era punto imitata dal novello giudice di quella provincia indi a poco succeduto ad Onroco e che avea nome Arzone, e dal di lui figliuolo Costantino, ambi larghi donatori verso i monaci benedettini; ai quali il primo concedette, per la fondazione d'un monistero della loro regola, le chiese di S. Giorgio di Decimo e di S. Genisio; ed il secondo confermò le largizioni paterne, erigendo al tempo stesso un altro monistero chiamato di S. Saturnino, coll'assegnamento di copiose entrate e di molte chiese. Né della liberalità sola restò il ricordo, ma la cagione ancora del dono ci è nota per una lettera di Costantino, che le pessime usanze rischiara di quei tempi; nei quali la religione o contaminata dai vizii, o svisata dall'ignoranza, presenta anche nella Sardegna tratto tratto rimembranze lagrimevoli. Io Costantino, re e giudice, dic'egli in quella lettera, per riparazione dei miei falli e di quelli dei genitori miei, dichiaro voler abbandonare le pessime consuetudini degli antecessori miei e degli altri principi della Sardegna, vale a dire, di concubinato, di omicidio e d'incesto; lascio piena libertà alla Chiesa nella consagrazione dei suoi vescovi e dei suoi sacerdoti; le decime e le primizie ecclesiastiche prometto da questo giorno pagare con fedeltà». Bastano questi pochi cenni per far conoscere la condizione di quei tempi, ed insieme per giudicare che le copiose largizioni dai regoli sardi fatte in quell'età mossero più volte da cagione eguale a quella dichiarata da Costantino; benché non sempre si possa credere siano state accompagnate con pari ravvedimento.

Affine di maggiormente comprovare che le imputazioni generiche di Costantino contro ai colleghi suoi non erano punto calunniose, un novello monumento si potrebbe anche produrre, nel quale alcuni anni dopo mostrasi un giudice Torgodorio di Gallura colpito d'anatema nel concilio provinciale convocato in Torres da Dagoberto, arcivescovo di Pisa, legato pontificio. Un monaco di quella provincia, chiamato Giovanni, fu quello che in una lettera scritta a Riccardo, cardinale ed abate di S. Vittore, ci lasciò memoria che Torgodorio insieme con i suoi provinciali avea incorso le censure, dopoché invitato invano ad assistere a quell'assemblea, durato avea nella sua contumacia; per la qual cosa i vescovi tutti ad alta voce esclamato aveano: anatema; ed i fedeli aveano deliberato di negargli il bacio di pace ed il fraternale saluto. Ma siccome resta suggetto a dubbio se quelle censure fossero dirette a reprimere i vizii di quel principe, od a condannare le opinioni sue in un tempo in cui le ostilità dell'imperatore Enrico IV contro alla sede romana e lo scisma dell'antipapa Guiberto conturbavano la quiete della Chiesa; perciò non si può trarre da questo solo fatto un argomento concludente dei corrotti costumi di Torgodorio. Anzi dal veder compresa nelle censure la provincia intiera si potrebbe raccogliere il contrario; poiché sebbene l'esempio dei grandi sia seme di virtù o di contaminazione nei popoli, più facilmente e più estesamente si propaga e si condanna nei sudditi l'uniformità all'opinione di chi regna che l'imitazione dei di lui vizii.

Malgrado di tali contrarietà notabile incremento dovettero ricevere gradatamente nell'isola le cose religiose; poiché nel secolo duodecimo, al quale l'ordine dei tempi ci ha condotti, talmente accresciuto si incontra il numero delle sedi vescovili, che oltre alli due arcivescovi di Cagliari e di Torres, stabilito troviamo anche nella provincia di Arborea un metropolitano, e descritti in tutta l'isola quindici seggi episcopali. Vedonsi perciò fino dai primi anni di quel secolo intervenire alla consagrazione della chiesa di S. Maria di Saccargia i tre metropolitani e molti altri prelati dell'isola, che invitati dal pontefice a ciò fare, illustrarono colla loro presenza una solennità di cui poche si rammentano più splendide nelle memorie nostre di quel tempo. Reggeva allora il giudicato turritano ossia di Logodoro Costantino, figliuolo di quel Mariano del quale non ha guari si è trattato; e sollecito egli a sciogliere un voto che fatto avea per la fondazione di un monastero camaldolese in quel luogo di Saccargia insieme con la consorte sua Marcusa di Gunale, colla maggior pompa volle onorare quella consagrazione. Né senza frutto fu per avventura nell'indirizzamento delle cose religiose l'unione di tanti vescovi, che convenendo per più giorni in quel luogo ebbero campo a conferire comunemente sugli ecclesiastici negozii; poiché nissun'altra cosa potea esser più giovevole per ritirare verso il suo principio la disciplina dimessa delle chiese. Ma la Cronaca sarda, nella quale serbasi il ricordo di quella consagrazione, non dà verun cenno in tal proposito: e solo esaltando la pietà dei principi e la magnificenza delle feste celebrate, ci fa poscia conoscere come seguita la morte del fondatore e succeduto nel regno quel Gonnario II più volte già da me rammentato, la di lui madre, parendole di non poter perfettamente dedicarsi alla quiete religiosa, se il luogo non abbandonava dove avea regnato, transferitasi in Messina ed ivi fondato un ospedale colla somma copiosa di denaio recata con seco alla solitudine, consumò i suoi giorni nel ritiro.

Mentovate le prime vicende della Chiesa sarda libera dal giogo maomettano ragion vuole, che si tenga conto dei pochi ricordi che ne restano degli sforzi fatti dagl'isolani per riparare ai disastri cagionati da quel barbaro dominio negli altri rispetti. È facile l'immaginare in qual perenne stato di conturbamento abbiano durato quei popoli, mentreché ad ogni istante potea sventolare sulle loro costiere la funesta insegna dei nemici, e sentirsi il grido d'allarme e di accorr'uomo. È anche da credere che gli scontri frequenti dei nazionali coi Saraceni nelle prime invasioni, se passati erano con gloria, non siano passati senza strage, e strage grande dei Sardi. Il dominio poscia, benché interrotto, di quelle masnade feroci, non potea che partorire la desolazione in quei luoghi ove si soffermavano. Pei nazionali adunque, od assalitori ch'eglino fossero, o resistenti, o soggiogati, conseguire dovea certamente in quella malaugurosa età l'abbandono dell'agricoltura, il disertamento dei luoghi abitati, specialmente litorali, e lo scemamento della popolazione. Sebbene pertanto altre cause da noi non sapute abbiano potuto influire alla caduta delle fiorenti città rammentate dagli antichi scrittori; sebbene la signoria dei Vandali, il dominio degli imperatori greci e l'incursione dei Longobardi abbiano eziandio contribuito a far sparire dalla superficie dell'isola quella vigorosa ed abbondevole popolazione che avea resistito alle devastazioni puniche ed ai trionfi romani; nondimeno nissun'altra vicenda è da paragonarsi coll'esterminio che dovette sofferir la Sardegna nel triste periodo dell'occupazione saracena. A questa dunque io riferisco principalmente la rovina della prische nostre città, le quali non cadute solamente, ma sepolte ancora si posson dire, sparite essendo per molte di esse le vestigia del luogo ove furono. Come riferisco alla stessa causa lo spopolamento dell'isola e l'abbandono di quei sistemi di agricoltura, i quali abbracciati in un tempo in cui ogni cosa ne favoriva l'incremento, ceder dovettero il luogo alla comunanza delle terre in un'età nella quale tanto era vasta per lo menomato numero dei coltivatori la pubblica proprietà, che l'interesse svaniva di una proprietà privata.

Cessata colla totale cacciata dei Mori la costernazione degli isolani, noi veggiamo tosto manifestarsi dappertutto un novello movimento, che il desio almeno prenunzia, se non la possibilità, di rimediare alle calamità sopportate. Pochi anni erano corsi dopo l'ultima guerra di Museto, e già sulle sponde del Tirso, re dei fiumi sardi, surgeva la città d'Oristano; ed abbandonata l'antica Tharros e le sue ruine, riparavano entro le mura della novella capitale dell'Arborea il giudice Onroco, il vescovo, il clero ed il popolo. Già qualche tempo innanzi era stata innalzata in Ardara la reggia dei giudici di Logodoro, che or colà soggiornavano, or nell'antico loro castello di Torres. Cominciava appena a correre il seguente secolo XII, e già in uno dei lidi sardi più adatti per la salubrità del cielo, per la ricchezza dei mari, per la prossimità d'un porto spazioso e sicuro allo stabilimento di novelle abitazioni, si gittavano dalle famiglie colà spedite dalla nobile casa genovese dei Doria, le prime fondamenta dell'umile borgata d'Alghero, che destinata era quindi a salire al grado di una delle primarie città sarde, a diventare il propugnacolo maggiore della parte settentrionale dell'isola, e ad illustrare colle virtù guerresche e civili dei suoi abitanti i fasti della patria. Mentreché per opera degli stessi nobili Doria l'aspra roccia che torreggiava sull'antica città di Giuliola, coronavasi di fortezze, assumendo il nome di Castello Genovese, che dovea poscia scambiare con quelli di Aragonese e di Sardo; ed il nome di Bosa spento fra le rovine dell'antica città, cognita nei tempi romani, risorgeva a novella vita colle fabbriche che dall'illustre famiglia dei marchesi Malaspina si faceano alla foce del fiume Temo. Al tempo stesso i luoghi tutti che erano stati privilegiati colla recente erezione di chiese cattedrali, a maggior lustro innalzavansi, ed i nomi novelli delle città vescovili faceano cadere in dimenticanza quelli dei municipii e delle colonie romane atterrate.

Ciò nonostante rimessamente continuavano a procedere le cose pubbliche dell'isola per due principali cagioni, che ben sovente si mostreranno nella storia dei giudicati sardi. Queste sono la soverchia liberalità dei regoli a pro degli stranieri; ed il perpetuo conflitto delle due repubbliche rivali; le quali cose faceano sì che i nazionali o spogliati dei proprii vantaggi vedessero a malincuore fra le miserie della provincia soscriversi le carte delle larghe donazioni agli ospizi, chiese o monisteri d'oltremare; od incerti cui obbedire, vittima diventassero ad ogni momento delle sorti di una guerra riaccesa, tostoché spenta. Perciò non colle civili istituzioni o colla memoria degli illustri fatti troveremo essersi conservato il nome della maggior parte dei nostri regoli, ma coi soli ricordi rimasti della loro liberalità o delle loro contenzioni. Onde non sarà difficile lo antivedere da questo punto il seguito delle narrazioni; poiché se nel leggere la storia l'uomo volgare conosce solamente ciò ch'è avvenuto, il saggio penetra già ciò che debbe accadere.

L'esempio di donazioni agli stranieri incontriamo tosto nel primo giudice cagliaritano succeduto a Costantino. Chiamavasi egli Turbino, e dopo la morte di Costantino, suo fratello, occupato avea la signoria ad onta dei diritti maggiori di Torgodorio, figliuolo dell'ultimo giudice; al quale legittimamente apparteneva la provincia, anche nel caso in cui non ereditario, ma elettivo fosse allora quel governo; se come nelle altre provincie, le forme dell'elezione dei novelli giudici eransi anche colà risolute in un semplice riconoscimento delle ragioni ereditarie. E forse all'incertezza in cui Turbino restava dei proprii dritti si deve attribuire se largo vollesi egli mostrare verso il popolo di Pisa, concedendogli il profitto di alcuni dazi colla condizione che amico si conservasse al donatore ed al di lui regno, e non mai tentasse di danneggiarlo; al tempo stesso che verso l'opera di quel duomo manifestava la sua liberalità con un'altra separata donazione.

Ma di poca durata fu la signoria di Turbino, trovandosi pochi anni dopo le notizie del regno già incominciato del giudice Torgodorio II, chiamato anche Mariano, suo nipote. Contiensi la più antica di queste in una donazione fatta da Torgodorio alla chiesa di S. Lorenzo di Genova di sei corti, delle quali diceva aver egli racquistato il dominio nel giorno in cui ritornato era nel suo regno, mercé dell'aiuto datogli dalle sei galee genovesi capitanate da Ottone Fornario. Al tempo stesso con altra carta di donazione a benefizio della chiesa maggiore di Pisa, egli riconosceva quella repubblica del valido ausilio prestatogli in quel frangente; e ricordava con testimonianza di grato animo i nomi di tutti i nobili cittadini di quel comune che accostati gli si erano in quell'impresa; ed i quali per un anno continuo, stando seco lui con tre galee nella penisola sulcitana, sopportato aveano insieme col rimanente della sua armata grandi strettezze di vittuaglie e tutte le augustie di una guerra troppo prolungata. Corrispondendo perciò quel giudice al ricevuto benefizio, concedeva alla Chiesa pisana quattro corti; prometteva di inviare in ciascun anno a Pisa una libbra d'oro puro ed una nave carica di sale; affrancava i cittadini pisani da qualunque tributo e dazio nei suoi stati; e conchiudeva dopo molte altre profferte la sua carta, ripetendo le ragioni della sua largizione e dichiarando d'avere per opera dei Pisani ricuperato con grande onore e vittoria il regno e la vita».

Né punto obbliò Torgodorio questi importanti favori coll'andar del tempo. Grato continuò egli a mostrarsi molti anni dopo ed all'una, ed all'altra repubblica. Rammentava perciò alla città di Genova l'ottenuta protezione, alloraquando surrogava in luogo di alcune delle corti già innanzi donate altre terre equivalenti; e permetteva al tempo stesso che Guglielmo, arcivescovo di Cagliari, nell'approvare la donazione fatta a quel capitolo di S. Lorenzo della chiesa di S. Giovanni d'Assemine, ricordasse la riconoscenza del giudice donatore. Al comune poi di Pisa egli confermava con carta più ampia e più distinta della prima le concessioni già altra volta fatte, valendosi a tal uopo del consentimento della sua consorte Preziosa e del figliuolo Costantino.

Se le liberalità usate da Torgodorio ai suoi protettori fanno fede del suo animo riconoscente, la moderazione di lui inverso l'usurpatore del regno onora anche altamente la generosità del di lui carattere. Nelle prime dimostrazioni date dal giudice della sua gratitudine a quelle repubbliche non si ha verun ricordo dello zio suo Turbino; benché intervenuti siano ad approvare le donazioni i principi tutti della famiglia. Ed è naturale il credere che in quei primi momenti della ricuperata signoria di Mariano, fuggito abbia Turbino l'aspetto di un sovrano da lui tradito e vittorioso. Ma ricomparisce Turbino nella reggia del nipote alcuni anni dopo, ed il suo nome è rammentato con quello degli altri consanguinei del giudice che assistevano allora alle largizioni da lui fatte a benefizio del monistero marsigliese di S. Vittore, a confermazione di quelle dei suoi genitori e di Benedetto, vescovo di Dolia, imitatore dell'esempio dei suoi principi.

Turbino continuava eziandio a soggiornare nella corte del giudice allorquando due anni dopo se ne partì per prender parte nella spedizione dei Pisani contro ai Mori delle isole Baleari. Spedizione nella quale anche un altro principe della Sardegna volle mercar gloria; poiché nelle memorie del tempo trovasi congiunto a Turbino in quella generosa azione Saltaro, figliuolo di Costantino di Torres. Anzi, se si deve prestar fede al poeta il quale cantò le vicende dei guerrieri pisani in quella famosa campagna, non vana fu l'opera per essi di quei due illustri personaggi; dicendosi non meno noto Turbino per l'assennato consiglio che il giovine Saltaro per la destrezza sua nel maneggiar l'arco. Onde alla Sardegna tornò l'onore di aver in tale impresa inviato colà il Nestore ed il Filotette di quell'esercito.

Costantino, padre di Saltaro, avea anch'egli coll'amichevole accoglimento fatto nel porto di Torres al navilio pisano, che vi si soffermò qualche tempo, mostrato quanto gli stesse a cuore il buon successo dell'impresa; il di cui cantore perciò non lasciò senza laude il di lui nome chiaro dicendolo e celebrato da tutto il popolo dei Sardi». E tal è pure l'opinione che di lui ci si tramandò nella cronaca già mentovata della chiesa di Saccargia da lui fondata. Se non che non tutte le liberalità di questo principe s'indirizzarono ad arricchire la provincia dei monumenti della sua pietà; ma volle egli ancora privilegiare con copiose concessioni gli eremiti di Camaldoli, negli annali dei quali serbossi la memoria delle di lui donazioni e di quelle della regina Marcusa, sua consorte.

Frattanto anche i giudici delle altre provincie non rifinivano di beneficare le chiese straniere; poiché il primo monumento che ci si presenta del regno di Costantino II di Cagliari, figliuolo e successore del secondo Torgodorio, altro non è che una conferma alla chiesa di S. Maria di Pisa di varie precedute largizioni. Come nel regno di Arborea governato dopo il decesso dell'antico Orzocorre dai giudici Torbeno, Orzocorre II, Comita, Gonnario e Costantino, noti appena alla posterità pel ricordo restato del loro nome, il successore loro Comita II lasciava in questo stesso tempo maggiore rimembranza di sé per un atto simile di sua liberalità a favore della chiesa di S. Lorenzo in Genova e del comune della stessa città. Gli annalisti pisani e genovesi rammentando questa donazione di Comita l'ascrivono al bisogno ch'egli aveva di cattivarsi il favore dei Genovesi onde insorgere all'uopo contro ai Pisani, dai quali era stato travagliato. Ma le notizie maggiori da me rinvenute ragguardanti a questo regolo mi pongono in grado di far meglio conoscere il di lui pensiero. La carta ch'egli soscrisse contiene una donazione assoluta di varii beni ed una profferta di altra largizione, alla quale trovasi posta la condizione del futuro acquisto del regno di Torres. Si viene perciò a chiarire che l'ambizione di occupare un regno non suo e la fiducia di meglio riuscire in ciò coll'aiuto della repubblica amica, erano la cagione precipua delle liberalità di Comita; il quale in tal maniera il primo si manifesta fra i giudici sardi che abbia tentato di estendere ad altra provincia la sua signoria.

Né certamente i mezzi da porsi in opera nel dilatare il suo dominio altri esser poteano che quelli della violenza o della perfidia, se voleasi egli governare in tal disegno coi principii stessi che seguiva in tutte le altre sue azioni. Era nella Sardegna, scrisse l'annalista cisterciense, il giudice di Arborea, cui il libito lecito, il profitto sempre pareva equo; non credendo d'esser stato dato ai popoli per giudice, ma d'esser stati i popoli abbandonati a lui in preda. Baldovino, cardinale arcivescovo pisano, non avendo potuto coi mezzi di dolcezza ottenere che egli si ravvedesse e restituisse il maltolto, fulminò l'anatema contro alla di lui persona; e poscia questo giudice contumace rimosse dal suo seggio, sustituendo in suo luogo il Turritano, uomo probo, amante del giusto ed apprezzato da quelli stessi che non l'amavano». La qual condanna essendo venuta a notizia di san Bernardo, l'approvava egli altamente, e scriveva al pontefice Eugenio III pregandolo gli piacesse confermare colla sua autorità i provvedimenti di Baldovino.

Cominciava in tal modo Baldovino ad esercitare il nuovo potere che alcuni anni avanti gli era stato conceduto sovra alcune chiese della Sardegna; potere che poscia essendo anche stato riconosciuto dai sommi pontefici per l'isola intiera, fu più volte confermato, tolto, ridonato e ripreso a seconda delle vicende dei tempi. Per la qual cosa avendo le mutazioni anche politiche delle diverse età grandemente influito nelle ordinazioni varie in tal rispetto date dalla sede apostolica, non sarà temeraria l'opinione di quello scrittore il quale, dovendo oggi giorno toccar di tal materia, affermasse che siccome i sommi pontefici nell'accordare il primato agli arcivescovi pisani prima sul metropolitano di Torres, e quindi sugli altri due arcivescovi sardi, dichiararono espressamente di volere con ciò gratificare alla repubblica di Pisa; così dopo la concessione dell'isola fatta ai re d'Aragona dagli stessi pontefici mal soddisfatti dei Pisani, la causa principale cessò dello straordinario favore. Come coll'andar del tempo ne cessò e per novelle disposizioni, e per necessaria disusanza l'effetto. Onde la quistione del primato pisano in Sardegna e Corsica ridotta oggidì ad una semplice formola d'intitolazione, sarebbe soggetta alle più gravi difficoltà nel diritto, se il fatto contrario non dovesse indurre coloro che amano solamente intrattenersi nelle cose suscettive di qualche applicazione a trasandare una discussione senza frutto.

Fra le disposizioni date da Baldovino contro al giudice Comita, quella della sustituzione del giudice turritano nel governo di Arborea sembra non sia stata recata ad effetto; poiché nissuna memoria è rimasta la quale indichi che Gonnario II di Torres, già da più anni regnante allorché si fulminarono quelle censure, siasi intromesso nell'amministrazione dell'altra provincia; il reggimento della quale vedesi tosto senza interruzione continuato da Barisone, figliuolo di Comita. Anzi Gonnario e Barisone trovansi aver soddisfatto ambidue nel medesimo tempo ad un atto di pietà colla donazione fatta dal primo al monistero di Monte Cassino, più volte già da me rammentata; e colla protezione che il secondo nel principio del suo regno dichiarava a favore della chiesa di S. Maria di Bonarcado, allora consagrata con grande solennità e da lui riccamente dotata.

Del Gonnario turritano non rimangono altre importanti notizie che quelle contenute nella Cronaca sarda già altra volta mentovata; colle quali si viene a sapere che il principio del di lui regno fu turbato per la sua minor età dalle ostilità di alcuni nemici del padre suo Costantino; che Ittocorre Gambella, tutore del giovane principe, lo trasportò nascosamente in Torres, commettendo la di lui custodia ad alcuni mercatanti, i quali lo condussero a Pisa; che, creato ivi nella casa di un distinto personaggio chiamato Ebriando, tolse per moglie la di lui figliuola in giovanile età, e partì quindi scortato da quattro galee pisane, alla volta di Torres ove giunse fra le acclamazioni ed i voti dei suoi sudditi; che edificò nella sua provincia la rocca del Goceano, prevalendosi di quella maggior forza per comprimere i particolari suoi nemici; che al ritorno dal viaggio intrapreso nella Palestina fondò e dotò con ampie rendite nell'isola un monistero della regola cassinese chiamato di capo d'acque di Sindia, popolato tosto da un grande numero di monaci, speditovi sollecitamente da san Bernardo; che infine volendo egli consumare nel ritiro una vita incominciata nelle traversie e continuata fra gli atti di religione, riparò nell'ancor verde età di quarant'anni al monastero di Chiaravalle, ove chiuse i suoi giorni nella pace del Signore.

Ben diverso dal carattere temperato e tranquillo di Gonnario di Torres era quello del giudice Barisone, il quale, come si disse, regnava ad un tempo istesso in Arborea. Questo principe, cui l'ambizione elevò un sol momento al colmo degli onori e che la stoltezza sua condannò tosto a lunghe umiliazioni, presenterà nella storia dei giudici sardi un novello esempio del facile transito delle cose umane dal sublime al ridevole; e il lettore stracco della relazione delle antiche carte di donazione, vedrà forse con compiacimento pararglisi innanzi un seguito di avvenimenti che per la rapidità delle mutazioni mostrano quasi un'apparenza di scena.

Impalmato avea Barisone una nobil donzella di Catalogna chiamata Algaburga, e manifestato a lei il contento che ritraea da tali nozze, donandole nell'atto in cui ricevea per di lei parte l'anello nuziale, le tre ricche ville di Bidoni, di S. Teodoro e di Oiratili. Ma la felicità domestica quella non era che potea riempier l'animo di quell'uomo vanitoso. Né tardò a presentarsi l'occasione che potea somministrargli incitamento a più elevati pensamenti. Dopo il governo di Costantino II di Cagliari quel giudicato era stato occupato da Pietro, figliuolo secondogenito del Gonnario II di Torres, o perché ve lo avessero chiamato i diritti in lui transfusi per lo maritaggio contratto con la figliuola di Costantino, trapassato senza lasciar prole maschile; o perché i suoi diritti seppe egli rincalzare colle armi. Al tempo stesso regnava in Torres, dopo il ritiro di Gonnario, Barisone, fratello primogenito di Pietro. Già il novello giudice di Cagliari avea incontrato nella sua capitale un emolo potente che giunse a cacciarlo dal suo seggio, ed era stato mestieri per ricondurvelo che il fratello regolo di Torres presso al quale erasi Pietro rifuggito colla sua consorte, messo in campo un giusto esercito capitanato dai più prossimi dei suoi consanguinei, spignesse il nemico fuori della città colla forza. Fu allora che valendosi ambi li fratelli del potere congiunto e delle armi già poste in movimento, indirizzarono i loro disegni ad abbattere un altro nimico in Barisone di Arborea, contro al quale erano inacerbiti per antiche ingiurie. Fecero adunque oste sopra la di lui provincia, e ponendo ogni cosa a ferro e a fuoco distrussero molti casamenti e menarono in trionfo quantità grande di prigionieri e di spoglie.

Barisone frattanto fuggitivo e perdente, invece di opporre il petto agli invasori della sua terra, ricoveravasi nel luogo di Cabras, ove meditava come non col ferro, ma coll'oro potesse giungere a soprastare ai suoi nemici. La guerra fra le due repubbliche rivali di Genova e di Pisa non mai erasi compiutamente ammorzata; e la pace era sempre stata talmente malferma per quanto ragguardava alla Sardegna, che in una delle convenzioni trattate alcuni anni avanti fra i due comuni, la strana condizione era intervenuta di eccettuare dal giuramento di reciproca amistà le contenzioni che poteano nascere nel possesso della Sardegna; acciò fra i pacifici accordi l'occasione di novelle rotture non solo fosse certa, ma comparisse anche giusta. Nel tempo in cui Barisone era stato travagliato dai giudici di Cagliari e di Torres, Federigo I imperatore, chiamato Barbarossa, trovavasi in Italia; ed invano avendo tentato al suo cospetto i legati pisani e genovesi di comporre le loro differenze, delle quali perpetuo era il fomite, più che mai inclinavano gli animi nelle due repubbliche a vicendevole offensione. Barisone perciò, il quale nelle ostilità degli altri regoli avea anche riconosciuto l'influenza di persone ligie al comune pisano, voltò l'animo a procacciarsi il favore della repubblica nemica; e ad un tempo allo splendido pensamento innalzossi di ottenere con l'istesso mezzo dall'imperatore il titolo e le insegne di re dell'isola intiera; della quale non avea egli saputo porre in salvo dai suoi nemici una parte.

I Genovesi prestarono facilmente orecchio alle prime di lui richieste, o perché nell'esaltazione del loro protetto vedevano l'abbassamento dei rivali, o perché confidavansi di poter con quel mezzo fermare il piede nell'isola tanto ambita; ché, avveduti, quali dessi erano, bene prevedevano dover poscia Barisone pendere dai loro cenni; il nome regio appo lui, la forza tutta del regno appo loro rimanere. Accolto adunque benignamente Ugone, vescovo di S. Giusta, legato di Barisone, insieme con esso presentansi a Cesare due ambasciadori di Genova, Filippo Giusta e Bonvassallo Bulferio. Introdotto il vescovo Ugone all'udienza dell'imperatore, implora pel suo giudice il nome e il diadema di re della Sardegna; promette riconoscere signor supremo Cesare, giurare nel di lui nome, pagargli annuo tributo e numerare frattanto di presente quattromila marchi d'argento. Senza veruna esitazione accettò Cesare quei prieghi: né valsero a dimuoverlo o i rispetti della concessione già alcuni anni innanzi da lui fatta della sovranità di Sardegna col titolo di principato allo zio suo Guelfo; o le acri querimonie dei Pisani, i quali altamente dolendosi dell'ingiuria e facendo suonare di clamori l'aula imperiale, millantavansi che invano, resistendo eglino, si sarebbe osato di condurre in Italia il novello re per esservi coronato. Ma i Genovesi vollero correre quel pericolo, e spregiando le minaccie dei rivali, in breve trasportarono Barisone nella loro città, senza che i Pisani abbiano fatto verun tentativo per impedirneli; essendosi contentati di spedire nell'isola Ildebrando di Ranucci Ianni, loro console, per far giurare a quei giudici una triegua fino al ritorno di Barisone; e d'inviare in quelle marine otto loro galee, onde vietare ai nemici di trascorrere a qualche violenza.

Si mossero ad incontrare Barisone nel suo giungere in Genova i consoli stessi della città; donde essendo egli indi a poco partito alla volta di Pavia, accompagnato cogli oratori genovesi, Lanfranco Alberigo, Piccamiglio, Guglielmo d'Oria, Gionata del Campo, e dai giureconsulti Bigotto e Guido Landense, ebbe ivi nella chiesa di S. Siro dalle mani stesse di Federigo il diadema regio, col quale solennemente fu incoronato. Ed anche in mezzo a tal apparato e a quelle pompe regali si udirono le querele dei Pisani; i quali non rimaneansi del rampognare Federigo, rammentandogli l'antica fede ed i pericoli affrontati a di lui pro; né sapeansi dar pace nel vedere che per una esigua somma di denaio venisse loro tolta la signoria d'un'isola da lungo tempo occupata, per venir conceduta ad un uomo cui dessi chiamavano loro vassallo. Nel mentre che i legati genovesi, di fervida natura anch'essi, l'indipendenza esaltavano di Barisone: esser egli quello che da più anni avea sostentato colle sue entrate la città di Pisa; mal fondarsi sopra un'usurpazione il potere dei Pisani; non meno all'una che all'altra repubblica esser dovuta per ragione delle antiche conquiste la sovranità della Sardegna. Impose finalmente termine alle calde contenzioni l'autorità di Cesare; il quale dichiarò la Sardegna appartenere all'imperio ed a sé solo spettare il disporne.

Più facilmente si sarebbono acquetati gli animi se si fosse pronosticato allora l'esito di quella solenne investitura del regno sardo. Prima cura di Federigo, dopo aver venduto il regno, fu quella di toccarne il prezzo. Ma Barisone pativa disagio di moneta; onde fu mestieri, per riparare a quella sua scarsità, ch'ei l'aiuto implorasse dei legati della repubblica; i quali, manchevoli anch'essi di denaio, non poterono in altra maniera rispondere alle istanze del novello re che togliendo a prestanza la somma necessaria. E siccome l'un servigio trae l'altro, e non sì tosto era stato quetato il debito verso Cesare, che già falliano i contanti per apprestare le galee destinate a ricondurre Barisone nei suoi stati, perciò dovettero i consoli di Genova entrar mallevadori di un secondo presto; se non volevano correre il rischio di veder svanire tutto il frutto dei sagrifizi già fatti a favore di un uomo il quale in quella sua gloria teatrale ogni cosa già doveva agli altri, fuorché la propria stoltezza.

Nel tempo stesso Barisone con parole onorificentissime rendea le grazie che potea maggiori ai maestrati genovesi: esser loro debitore dell'acquistato diadema; restasse adunque solamente nelle sue mani la procurazione del regno, l'impero appartenesse alla repubblica. E come le promessioni solenni non meglio costavano a Barisone che le parole, con pubblica carta obbligava se stesso a sciogliere prontamente ambi li suoi debiti prima che ponesse il piè sul suo litorale; a pagare nel caso di futura guerra del comune lire centomila, oltre a quattrocentomarchi d'argento annui; a destinare per la fabbrica della chiesa di S. Lorenzo in Genova la dotazione di due corti a beneplacito dei consoli; ad innalzare a sue spese una magione regia entro quella città e soggiornarvi di quando in quando; a favoreggiare l'arcivescovo di Genova ove mai intendesse ad acquistare il primato e la legazione pontificia sui vescovadi dell'isola; a concedere alla repubblica le rocche di Marmilla e d'Arcolento, e tanto territorio quanto bastasse in Oristano ad edificarvi cento case pei Genovesi colà trafficanti. Alle quali condizioni consentite eziandio dalla regina Algaburga e dai figliuoli del giudice, corrispondevano i consoli, obbligandosi a non trattare la pace con Pisa senza il concorso di Barisone ed a fornirlo di otto galee; il dispendio delle quali caderebbe per la metà sul comune. Acciò infine nissuna cosa mancasse a quelle viste di grandezza che inebbriarono in quei brevi giorni l'animo di Barisone, tenea egli in Genova gran vita, e facea rombazzo per quelle vie, cavalcando e festeggiando con molti seguaci ed ammettendo al giuramento di vassallaggio alcuni dei più distinti cittadini.

Tutta l'illusione poscia svanì nel giungere il navilio di Barisone al cospetto del litorale d'Arborea. Ai provinciali non era punto andato a sangue quel delirio ambizioso di Barisone; o perché aveano giudicato che quella pompa non partoriva verun aumento di potere pel principe; o perché paventavano che dovesse partorire per essi l'obbligo di sopportarne il dispendio. Grande tiepidezza adunque nel popolo; vani ed inutili parlari coi notabili d'Oristano; apparenza di pagamento nissuna; diffidenza nei Genovesi massima. Già prima che salpasse da Genova, il console Piccamiglio, al quale era stato commesso il governo del navilio, avea ricevuto l'incarico d'invigilare gelosamente sulla persona di Barisone: non gli permettesse di porre il piede sul lido se prima non soddisfaceva al debito; temesse o la poca fede del principe, o la mala fede dei suoi consiglieri; i Pisani esser sempre svegliati per nuocere; facile sarebbe loro l'aggirare un uomo di quella tempera, cui il tradimento potea fruttare lo scioglimento di un grosso debito; anche prima della partenza essersi veduti alcuni Pisani che sotto colore di prestar omaggio al novello re, aveano tenuto segreti colloqui seco lui e col vescovo Ugone, uomo già rotto agli occulti maneggi. Né Piccamiglio sbadatamente ebbe a governarsi in mezzo a questi ambigui accidenti; poiché avvisando giustamente che le difficoltà attraversatesi ogni dì al pagamento procedevano o da penuria di mezzi, o dall'intento di lasciar nel frattempo maturare le trame dei Pisani, alcune galee dei quali eransi presentate in quei mari; prevedendo nello stesso tempo che la cruda stagione già imminente e la povertà di vittuaglie lo avrebbero posto fra breve in maggiori angustie, troncò egli destramente il nodo della difficoltà, riconducendo Barisone in Genova, ove venne consegnato in custodia ad alcuni di quei primari cittadini.

Frattanto i Pisani riaccendevano le antiche animosità dei giudici dell'isola nimici di Barisone; i quali, non potendo offendere la di lui persona, si voltarono di nuovo a devastare i di lui stati, gastigando a gran torto con la destruzione dei beni dei provinciali coloro che dell'ambizione del loro principe erano affatto innocenti. Né coi consigli solamente, ma colle armi eziandio a ciò contribuivano i Pisani; avendo armato in soccorso dei giudici ligi alla loro parte sei galee capitanate dagli stessi consoli e da alcuni dei così chiamati sapienti del comune.

Ma ciò non bastando, avvisarono i Pisani che malagevole loro non tornerebbe il riavere la Sardegna cogli stessi mezzi coi quali l'avea ottenuta Barisone; e risolvettero di spedire ambasciatore a Cesare, già ritornato in Germania, Uguccione Lamberti, loro consolo, con altri notabili della città. Fecero questi capo all'arcivescovo di Magonza cancelliere di Cesare, avvalorando le ragioni antiche della repubblica sulla Sardegna colle nuove che poteano emergere dall'offerta da essi fatta di lire quindicimila: non violarsi punto con ciò i diritti di Barisone; egli serberebbe la sua dignità e il suo titolo regio; la sola sua dipendenza sarebbe variata. Ammessi poscia gli ambasciatori al cospetto dell'imperatore, tanta grazia incontrarono appo lui, che, obbliate le querimonie di Pavia, nissun'altra cautela volle Federigo impiegare nell'accoglierne le dimande, salvo quella di convocare i prelati e principi dell'impero, acciò non spontanea ma consigliata comparisse la sua repentina mutazione di volontà. Ne conseguì perciò una novella investitura della Sardegna al console di Pisa; nelle cui mani passò il simbolo del restituito potere col gonfalone imperiale e colla carta solenne contenente la rivocazione di ogni favore accordato al principe Guelfo ed ai Genovesi.

Lieti i Pisani d'aver felicemente adoperato le arme stesse dei loro rivali, anche ad altre arme poneano la mano; e ricercando cagioni di guerra più aperta, predavano una nave genovese naufragata in quel tempo nei litorali dell'Asinara. Motivo fu questo che i Genovesi inviassero alcuni legati a Cesare, onde richiamarsi della sofferta ingiuria: che i Pisani accagionassero delle incominciate ostilità la condotta tenuta dai loro rivali impadronitisi a torto della persona di Barisone; che l'imperatore, non avendo autorità bastante, o buona causa fra le mani, lasciasse libero lo sfogo alle accese nimistà; che queste infine, come in tutti i tempi accadette, siansi risolute in modo da seguirne il peggio pei popoli. Poiché i Genovesi, armate alcune navi a tre palchi, fecero imprevista scorreria nei lidi di Torres; dove giunsero coll'intento di ardere i casamenti dei Pisani; e donde partirono dopo aver devastato la regione intiera e riempiti di ruine quei luoghi.

Incominciata in tal maniera la guerra, i Genovesi posero l'animo ad afforzare la loro dominazione nell'isola ed a trarre nella loro parte le provincie. La spedizione a tal uopo fatta nell'isola di tre galee capitanate dal consolo Uberto Reccalato ebbe felice risultamento. Scese egli primieramente in Arborea; e quivi gli abitanti o rispettando i consigli od apprezzando i timori del loro giudice prigioniero, si accomodavano a tutte le dimostrazioni di obbedienza, obbligandosi eziandio a riconoscere il supremo dominio della repubblica coll'annuo tributo di lire settecento. Trasferissi quindi il consolo in Cagliari; dove il giudice Pietro gli fece la più distinta accoglienza, onorandolo con solenne pompa, giurando fedeltà al comune di Genova, promettendo di pagare nello spazio di quattro anni alla repubblica lire diecimila, oltre all'annuo censo di lire cento e ad una libbra d'argento puro per l'arcivescovo di Genova. Locché ottenuto, il consolo cacciava coll'autorità del giudice tutti i Pisani da quelle terre. Al tempo stesso anche al giudicato di Torres indirizzavano i Genovesi il pensiero, trattando con Barisone, regolo di quella provincia, una convenzione; ed obbligandosi ad assisterlo contro a qualunque ostilità dei Pisani, purché loro desse lire duemila ed adoperasse ogni mezzo per vietare ai nemici il trafficare nella sua regione. Alla qual convenzione tenea anche dietro la pacificazione dei due Barisoni turritano e di Arborea, fatta sotto gli auspizi genovesi e tendente a comporre con mezzi comuni le gare delle due repubbliche; le quali non di tali interpositori abbisognavano.

Dall'altro canto i due giudici stessi di Cagliari e di Torres, stretti fra due rivali che ognora si avvicendavano, non sapeano cansarsi dal manifestare allo stesso tempo la loro devozione al comune pisano. Avea questo inviato undici galee al luogo di Torres. Le soldatesche, invece di accarezzare quei popoli dei quali ambivano la signoria, si diedero a tribolare quei provinciali, commettendo contro alla loro sicurezza e contro alle loro proprietà ogni maniera di eccessi; a segno che, venuta essendo al suo colmo la longanimità dei popolani, insorsero colle armi e distesero al suolo ottanta di quei feroci protettori presso al villaggio di Ottana. Questa uccisione somministrò ai Pisani una opportunità di minaccevoli doglianze col giudice turritano; il quale non seppe in altro modo prosciogliersi dal carico che in tal rispetto gli si facea, salvo recandosi in compagnia del fratello suo Pietro, giudice di Cagliari, in Pisa; dove nel parlamento tenuto nel borgo detto di S. Michele, dopo aver asseverato che egli era affatto straniero di quel popolare trambusto, videsi obbligato a giurare alla repubblica di Pisa quella fedeltà che nell'anno stesso giurava a quella di Genova; e costretto a promettere al comune seimila lire di donativo, un censo annuo di lire cento e dodici paia di falconi.

Grande commovimento destava nel mentre nell'aula di Cesare la presenza dei messaggieri delle due repubbliche contendenti acremente pei loro diritti sulla Sardegna; quasi come con i diritti e non con i fatti si fossero governate le cose d'allora. Sedea Cesare nel suo soglio, ed i Pisani gli rappresentavano: aver l'arcivescovo di Magonza ricevuto per l'investitura loro accordata una cospicua quantità di denaio; riconfermata esser con ciò l'antica loro signoria; si sgomberasse adunque ogni dubbiezza e si rendesse palese la volontà dell'imperatore dell'esclusione dei Genovesi da qualunque pretensione sovra l'isola. Acconsentiva già Cesare alle supplicazioni, allorché surse Uberto Spinola, principe della legazione opposta, uomo d'alti sensi e pieno il petto di patria carità, il quale imprese animosamente a combattere le richieste dei rivali: gli si concedesse venia, se, colpito l'animo dalla grave offesa, si avanzava infino ad appellare ingiusto un decreto di Cesare; mal convenirsi il nome di giudizio ad una parola precipitatamente profferita dall'imperatore, non uditi li danneggiati, ascoltato solamente un cancelliere abbagliato dall'oro dei Pisani; si serbassero le forme legali dei giudizi, i Genovesi si sottometterebbono alla sentenza; se la religione dei giudici fosse mai per vacillare, le arme dei perdenti poter sopperire alla giustizia non renduta; e non ricusare la repubblica gli estremi pericoli. Passò quindi il coraggioso oratore ad allegare le prische ragioni della sua nazione sull'isola, convalidandole col rammentare quei dazi che i trafficanti napoletani andando in Sardegna aveano sempre pagato alla repubblica; ed il tributo annuo presentato dai nazionali al comune nel ricorrere della festa pasquale. Commosso restò Cesare dalla gravità e forse ancora dalla libertà dell'arringa, e si fece perciò a dichiarare: non essergli giammai corso per l'animo di far ingiuria a nissuno; aver sentenziato a pro dei Pisani senza conoscere i contrarii diritti dei Genovesi; doversi pertanto la contenzione risolvere in un formale giudizio, od almeno tentare un componimento amichevole delle differenze; invierebbe a tal uopo in Pisa lo stesso suo cancelliere ed in Genova Rainaldo arcivescovo, affinché, udite le opinioni dei maggiori cittadini, vedessero modo come ravvicinarle. Ma questo tentativo tornò affatto infruttuoso. Né ciò deve punto recar meraviglia; poiché se qualche sorpresa può cagionare tutto questo avvenimento nell'animo di coloro i quali conoscono che cosa dessero quei tempi, piuttosto del principio che del risultamento delle conferenze dovrebbesi sentire stupore; parendo invero strano che due repubbliche signoreggianti a vicenda nei mari, ciascuna delle quali avea risoluto già o di sostenere o di combattere colle arme la sentenza di Federigo, voluto abbiano aitarsi della decisione d'un principe non atto ad interporsi colle sue forze in una guerra tutta marittima; non ad inspirare dopo tre diverse concessioni dell'isola e tre disdette la fidanza di un ragionevole arbitrato.

Continuando adunque le cose a governarsi come le sorti si gittavano, i Genovesi già paghi del passaggio fatto in Sardegna dal loro console Uberto Reccalato, anche un altro console, Corso Sigismondi, inviavano colà con due navi a tre palchi, acciò vi affermasse quell'impero che eglino avvisavano avervi acquistato, o quell'immagine d'impero che essi vi aveano. Frattanto che i Pisani anch'essi con diversa fortuna combatteano tratto tratto colle loro galee quelle che si spedivano dai Genovesi per mantenere tali corrispondenze. Comandò il console Sigismondi allora per qualche mese nei due giudicati di Cagliari e di Arborea; e per quanto gli scrittori della sua patria ne narrano, con grande assentimento dei popoli. Se già si può dire che in quei perpetui conflitti assentissero i popoli a cosa alcuna.

Frattanto l'infelice Barisone, cui le vicende del suo regno non fruttavano alleviamento nissuno nella sua cattività, presentavasi ai consoli e diceva: esser già trascorso tanto tempo dopo il suo allontanamento dalla provincia, che i sudditi suoi non che venerarlo re, appena il sapeano vivo; piacesse loro di ricondurvelo; consegnerebbe ivi per ostaggi la consorte, i figliuoli, colle castella e con quattromila lire per soprassoma. Ragunato in Genova il consiglio per conoscere sovra tali offerte, si vinse il partito per la partenza di Barisone; ma non piacque che il dispendio ne cadesse per intiero sul comune. I vassalli adunque, compassionando il loro principe, armarono quattro galee, e la repubblica ne apprestò a sue spese un'altra, commettendo il governo della flottiglia a Nebulono console insieme con Iago Torrello. Giunti questi in Oristano, posero mano all'espediente che più agevole loro mostravasi, di bandire cioè una dirama sopra i provinciali per soddisfare ai debiti del giudice. E lasciato ivi per invigilare sovra tal riscossione e per custodire le fortezze un loro cittadino chiamato Almerio, tornarono col re e cogli ostaggi in Genova; o perché qualche difficoltà si prevedesse nella pronta esazione delle somme dovute da Barisone; o perché egli stesso ricongiuntosi allora alla sua famiglia, fosse meno dolente del continuato suo allontanamento dalla patria; o perché il momento non fosse per lui o pei Genovesi conveniente a ripigliare l'antico governo.

Questo infine presentossi dopo il corso di altri due anni, avendo ottenuto Barisone che colla scorta di quattro navi a tre palchi concedutegli dal comune e capitanate da Ottone Caffaro, altro dei consoli, venisse ricondotto con pompa negli stati aviti. Dove, secondo la relazione degli annalisti genovesi, fu accolto da grande turba festeggiante di popolo. Dopo la qual cosa, compiendo il console ciò che altra volta erasi fatto per isciogliere il prolungato e sempre aumentato debito di Barisone, pubblicava una tassa sul popolo di denari sette per lira per lo saldo degli antichi debiti, e di denari sei pei recenti dispendii del navilio. E con tale mezzo se le disavventure cresceano della provincia, quelle per lo meno si temperavano del giudice.

Se non che il destino di quest'uomo non permise a lui ed ai suoi sudditi di godere almeno quella quiete che potea derivare dal serbare illesa la dipendenza professata verso una delle due repubbliche. Già fino dallo stesso anno erano ricominciate per l'influenza delle due parti fra i giudici dell'isola le antiche gare. I Pisani, per oggetto di comporle, aveano spedito alla volta della Sardegna Carone, loro console; il quale, invece di giugnere al suo scopo, abbattutosi con fortuna sinistra in una flottiglia nemica, era stato condotto prigioniero in Genova. I Genovesi anch'essi aveano poscia procurato con una spedizione di otto navi a tre palchi, governate da Lanfranco Alberigo, di contenere i giudici nella fede e nella quiete, presentandosi loro con quella dimostrazione di forza. Ma tutto fu in vano; poiché i Pisani, mal sopportando fra le altre cose che Barisone avesse conceduto ai Genovesi di poter abitare in Arborea, faceano correre colà alcune galee ed ottenevano con tal mezzo che il re secondasse l'espulsione da essi fatta dal giudicato degli antichi di lui amici, e promettesse vassallaggio alla repubblica. Nel mentre che i Genovesi rendevano vieppiù ligio alla loro parte il giudice di Cagliari Pietro, facendogli promettere con solenne convenzione i più ampi favori a loro vantaggio; e di essere loro anche utile nell'agevolare la riscossione del credito non ancora soddisfatto del re Barisone. Onde l'instabilità delle sorti di questo re e degli altri giudici diventando ogni dì maggiore, fu riparo ben lieve quello che al tempo stesso Federigo tentò d'impiegare, mandando per i legati delle due repubbliche, affinché comparissero in Pavia alla sua presenza; giacché questi, contentatisi di ascoltare sommessamente l'arbitrato cui pel bene della pace avea Cesare voluto approvare dividendo in due eguali porzioni l'isola fra i contendenti, partirono poscia dal di lui cospetto cogli stessi pensieri coi quali erano venuti. Non avendo giovato ad altro quel giudizio, eccetto a manifestare maggiormente che per far posare le armi già conquassate, armi si ricercano e non giudizi.

Non tardarono infatti le due repubbliche rivali a segnalare nelle terre della Sardegna e per quelle marine la loro animosità; avendo i Pisani inviato colà con alquante galee i loro consoli, Carone e Paneporro; i quali vittoriosi, per quanto gli annali pisani ne raccontano, nell'isola, dove costrinsero al giuramento di fedeltà quei giudici, perdenti poscia rimasero nel conflitto marittimo che ebbero con alcune navi nemiche. Ed è dovuto probabilmente a quel primo felice arrivo dei Pisani se anche Barisone di Arborea inclinato mostrossi in quel tempo a cattivarsi la buona grazia del comune pisano, fondando nella sua capitale d'Oristano uno spedale in onore di quello chiamato di Stagno, situato presso a Pisa.

Alla parte del comune di Pisa rivolgeasi egualmente un altro Barisone, o Barusone, giudice della provincia di Gallura. Era egli succeduto al padre suo Costantino II di Lacon, e ad Ottocorre, ossia Orzocorre di Gunale; soli giudici, dei quali si manifesti l'esistenza dopo lo scomunicato Torgodorio. E siccome Costantino generoso erasi mostrato verso i Pisani, donando in unione della sua moglie Elena di Lacon al monistero di S. Felice di Vada il territorio di Iurifai; e ciò forse in rimembranza dell'onorevole accoglienza fattagli da quella repubblica, allorché volendosi egli recare nella Palestina, si mossero da Pisa i consoli stessi della città per imbarcarlo sovra le loro galee; così anche il figlio tenero si mostrava dell'amistà dei Pisani, confermando colla sua autorità la donazione fatta alla chiesa di S. Maria di quella città da un operaio dell'istessa chiesa, chiamato Benedetto, e quella già mentovata del suo genitore; alla quale volle aggiungere le più significanti clausule, affinché i beni e gli schiavi compresivi non riconoscessero verun'altra dipendenza o suggezione.

Per questa vicenda di diversa ed instabile dipendenza non mai cessar potea nell'isola l'occasione di perpetue dissensioni fra i regoli; e Barisone di Arborea, la cui vita dovea essere tutta tempestosa, non che acquetarle, le aizzava egli stesso. Egli era andato a oste con molta soldatesca nelle terre dei giudici di Torres e di Cagliari uniti di fratellanza e di opinione, e gravi danni n'erano seguiti in quelle provincie. I consoli pisani volendo rimediare a quei mali già avvenuti, dei quali saria stato molto meglio il soprattenere dal principio la foga con una equa composizione di pacifiche condizioni, spedirono tosto a quella volta due loro colleghi, Bernardo Cacciapoli ed Ugone di S. Felice. Approdati questi nell'isola, si giunse, sebbene con molta difficoltà, a sedare quelle contese ed a pacificare i giudici accondiscendenti più per timore che per buon volere; dappoiché i Pisani altamente aveano minacciato la guerra al rompitore degli accordi. Nondimeno quel timore non fruttò lunga quiete; e dipartitisi appena i consoli, ritornarono i regoli a correre l'uno contro all'altro; né si rimasero dell'inquietarsi scambievolmente, infino a che, presentatosi colà con nuove forze Alberto Gualandi coi consoli Visconte Bulgarino e Burgense, interposta da essi l'autorità consolare, e con l'aiuto dell'arcivescovo di Pisa trovatosi in quell'occorrenza visitando le diocesi dell'isola, si poté ottenere un forzato posamento di quella civile discordia.

I Genovesi aveano preso anch'essi una parte, quantunque ritardata, in quel pacificamento; e continuavano poscia tratto tratto a comparire nell'isola, onde invigilare sui sempre disturbati loro negozii; nel governo dei quali gustarono finalmente un po' di maggior quiete, quando per interposizione del pontefice Clemente III, la pace si conchiuse fra le due repubbliche. In questa, assicurata reciprocamente la libera navigazione a quella volta, si guarentirono anche le possessioni protette da ciascun dei due comuni; e segnatamente quella della provincia d'Arborea, dichiarata dipendente dai Genovesi. Dal canto dei quali ne sembra che maggiore sia stato il timore o la diffidenza della esatta osservanza dei patti; perché a solo loro vantaggio fu convenuto che i giudici sardi, e dieci dei magnati in ciascheduna provincia, giurassero ai Genovesi sicurezza e giustizia.

Prima di tale pacificazione, spenta erasi già la vita angosciosa di Barisone di Arborea, trovandosi due anni prima di quella concordia le memorie più antiche del regno egualmente travagliato del figliuolo suo, Pietro. Le ulteriori notizie che restano del regno di Barisone, ce lo manifestano occupato in opere di religione; avendo il Muratori serbato il ricordo delle cospicue donazioni da lui fatte ai monaci cassinesi colla condizione che dodici monachi s'inviassero dall'Italia in Arborea, e fra questi si trovassero alcuni istruiti talmente in lettere, che potessero all'uopo esser eletti arcivescovi o vescovi, o trattare nella corte imperiale o nella curia romana dei negozii del giudicato con buon risultamento». Dalla qual dimanda anche quest'altro argomento s'inferisce, che gli studii troppo erano negletti nella provincia, come lo doveano essere fra tanto turbamento di esteriori mali e d'intestini. Opera di religione fu pure, ma frutto ad un tempo di quella passiva politica di Barisone, l'altra liberale donazione posteriormente da lui soscritta a favore della chiesa maggiore della città di Pisa, cui concedette una sua casa con servi ed ancelle e varii altri poderi, vigne ed armenti. Onde l'ultimo atto a noi cognito del regno di Barisone ce lo mostra titubante nella scelta dei suoi protettori; come la serie degli avvenimenti suoi ce lo ha mostrato pieghevole ad ogni timore; subito ad ogni fidanza; cieco per quel suo tumore di mente che faceagli agognare la sovranità intiera dell'isola; intento a combattere senza giusta causa i giudici delle altre provincie, che avrebbero dovuto essere i migliori suoi amici; e sollecito ad accarezzare con incerta vicenda di favore ora i Genovesi, ora i Pisani; i quali sarebbonsi potuti riputare e gli uni e gli altri li maggiori suoi nimici, se il nemico maggiore di Barisone non fosse stato egli stesso.

 

 

LIBRO OTTAVO

 

Pietro, figliuolo di Barisone, incominciò in Arborea il suo regno, dominato da quella stessa politica fluttuante che tanto infelice avea renduto il governo del genitore. Due atti appartenenti ai primi anni del suo principato lo palesano prima intento ad avere entratura coi Pisani, mercé della donazione da lui fatta alla loro chiesa maggiore di una corte nel luogo di Milis; e poscia procacciantesi il favore dei Genovesi con giurare appo loro l'osservanza e l'ampliazione degli antichi obblighi del padre suo; con farsi ascrivere nel numero di quei cittadini e riconoscersi vassallo del comune, salva restando la fedeltà dovuta al pontefice; con assegnare di nuovo ai trafficanti di Genova il terreno necessario ad edificarvi i loro casamenti; e con promettere ad essi la più estesa protezione.

Eguali benefizi concedeva al tempo stesso al comune di Genova il novello giudice turritano Constantino II, dimostrandosi tenero del titolo di cittadino genovese ed obbligandosi con ispeciale strumento a soddisfare a quei dazi, i quali doveano allora stabilirsi sugli abitanti della città. L'esempio del suo zio Pietro, sbalzato correndo quelli anni dal giudicato di Cagliari da Guglielmo, marchese di Massa, gli facea forse conoscere maggiormente il bisogno di strignersi validamente ad una delle due repubbliche moderatrici della sorte dei giudici. Ma non bastogli questa sua previdenza. Le armi del marchese si drizzarono ancora contro a lui; e la Cronaca sarda ci chiarisce che Costantino dopo la morte di Drudda, nobile donzella di Catalogna da lui ricercata in isposa, avendo dato la mano ad un'altra nobile catalana chiamata Punclosida, poco si poté nel suo castello di Goceano compiacere dei celebrati sponsali; perché Guglielmo, giudice di Cagliari, il quale era con lui in guerra, impadronitosi di quella rocca, la sposa anche del giudice recò con seco nel regno cagliaritano. La qual cosa non dovette certamente partorire nei sudditi verun commovimento; avendoci la Cronaca istessa lasciato un tristissimo quadro del mal governo di questo Constantino, rotto talmente al mal fare, che i provinciali e gli stessi suoi fratelli si videro costretti a ribellarglisi; mentre che l'arcivescovo di Pisa, legato del pontefice, fulminava le censure contro allo stesso giudice, trapassato poco dopo senza discendenza.

Quale sia l'anno in cui Guglielmo coll'occupazione del giudicato cagliaritano si fece abile a travagliare gli altri regoli, non si può con certezza affermare. Nullameno, qualunque sia stata la vicenda di fortuna che lo abbia secondato in quella prima sua impresa, della quale la Cronaca sarda dà solamente una leggiera contezza, puossi fermare per probabile che Guglielmo seguito abbia allora il consiglio dei Genovesi o confidato siasi del loro ausilio; trovandosi negli annali di Pisa serbata la memoria della prima occasione in cui egli volle scuotere la dipendenza già una volta ad essi professata. L'armata genovese che avea impedito ai Pisani il tentato assalto di Bonifacio in Corsica, erasi accostata a Cagliari per ricercare in quelle acque il navilio nemico. Deluse nella loro aspettazione, le genti della flotta vollero allora sbarcare in quel luogo. Ma il giudice Guglielmo, il quale, per quanto i detti annali riferiscono, erasi già ribellato dai Genovesi e voltato ai Pisani per poter meglio governarsi a suo talento, tentò di opporsi allo sbarco. Onde fu mestieri che colla forza sostenessero i Genovesi il loro disegno. E dopo vari fatti d'arme colle truppe del marchese composte di Sardi e di Catalani, le cose si risolvettero in una giornata campale; in cui i Genovesi, opponendo agli aiuti pisani sopravvenuti al giudice gli aiuti loro inviati dalla patria, ruppero intieramente le soldatesche di Guglielmo. Impadronitisi allora del castello di S. Igia, lo smantellarono in gran parte e ritornarono poscia in Genova ricchi del fatto bottino.

Malgrado di tale sconfitta, Guglielmo dovette serbare intatta la di lui signoria; poiché indi a poco tempo le memorie di quell'età ce lo mostrano giudice non solamente pacifico nel suo dominio, ma confidente di se stesso al segno che poté inquietare e travagliare prepotentemente i suoi vicini. Contengonsi a tal uopo le più ampie notizie in una epistola del sommo pontefice Innocenzo III salito allora alla sedia apostolica. Volendo egli rendere informati gli arcivescovi di Cagliari e di Torres ed il vescovo di Sorra delle cagioni vere delle competenze insorte fra l'arcivescovo ed il capitolo di Arborea, per comporre le quali deputava quei tre prelati, loro narrava come il giudice Guglielmo di Cagliari, già altra volta colpito dalle censure della Santa Sede, si fosse impadronito della persona del giudice di Arborea e del piccolo di lui figliuolo, e quindi della loro signoria; come l'arcivescovo genovese di nascita, paventando l'ira di Guglielmo e quella dei Pisani suoi amici, rifuggitosi in quel tempo altrove, avesse lasciato a lui il campo di usurpare i beni di quella chiesa, ed al clero l'occasione di validare l'usurpazione della provincia con la solenne elezione fatta del marchese pel governo del giudicato; come restituitosi poscia l'arcivescovo alla sua sede, mal comportando egli le ingiuste operazioni, avesse negato al clero il perdono, al giudice l'obbedienza; essersi perciò accese fra il prelato ed i chierici le gare le più animose, ed il giudice aizzarle a tutta possa; invano essersi colà spedito l'arcivescovo pisano legato dell'isola, perché, mostrando egli maggiore inclinazione all'accusa del prelato che alla di lui difesa, secondava già manifestamente le parti di Guglielmo; il quale mentre avea permesso che i Pisani corressero a impeto sulla persona del prelato, lo impediva di passare in Roma a richiamarsene; avendo infine ordinato che per mezzo del giudice turritano fosse l'arcivescovo per lungo tempo tenuto in prigione e caricato di catene. Commetteva pertanto Innocenzo a quei prelati che, indagata la verità di ogni cosa, esercitassero rigorosa giustizia contro al marchese ed ai suoi fautori, costringendoli alla restituzione del maltolto.

Nel determinare quale sia stato il giudice d'Arborea che fu privato da Guglielmo della signoria e della libertà, non andarono errati gli scrittori delle cose sarde, i quali tal fatto dissero accaduto regnando ancora Pietro, figliuolo di Barisone. Ma nello stabilire la serie dei di lui successori errarono non meno i due più antichi nostri storici, i quali fra quel regolo e l'altro suo successore dello stesso nome, intromisero uno o più giudici del nome di Ugone di Basso, che quelli dei nostri scrittori più recenti, i quali, non conoscendo verun atto di autorità di questi ultimi, non stimarono di tenerne conto. Io ho la sorte di poter in questo intervallo di tempo, il quale fu finora uno dei più oscuri della storia di quel giudicato, apportare nuova e non dubbia luce mercé di una preziosissima carta dell'archivio ducale di Genova che mi fu dato di poter esaminare e produrre.

Per questa si fa chiaro che vivea nel declinare del secolo XII Pietro, figliuolo di Barisone, alloraquando Ugone di Basso, non arrivato ancora agli anni della pubertà, figliuolo di un personaggio dello stesso nome conosciuto per lo innanzi con quello di Poncetto, ebbe a contendere acremente con quel giudice per sostenere i diritti che egli aveva insieme con lui sovra quel giudicato. Questa contesa che sarebbe stata malaugurosa per la provincia e pei governanti se alla sorte delle armi se ne fosse commessa la decisione, fu felicemente acquetata mercé di un compromesso, nel quale Pietro ed Ugone coll'assistenza del curatore suo Raimondo di Turingia, si suggettarono al giudizio del consolo di Genova Guglielmo Burono. E questi recatosi a tal uopo in Oristano, ponendo mente ad un tempo agli interessi del suo comune ed all'ottenimento della pace, la metà delle entrate della provincia riserbava alla repubblica; ed ai due contendenti concedeva il restante infino a che i debiti contratti in quel giudicato verso i Genovesi fossero soddisfatti. Nel mentre che, affine di far rispettare maggiormente quelle condizioni dell'arbitrato, teneva in sua podestà le rocche tutte di quella terra. Nell'esercizio poi della suprema giurisdizione eguali riconosceva quel compromissario i diritti dei due contendenti, dichiarando essere ad ambi comune l'autorità di conoscere di tutte le ragioni o misfatti dei loro sudditi se uniti si trovassero nello stesso luogo; essere comuni ad ambidue i frutti di tali giudizi se uno di essi fosse assente. Antivedeva infine il consolo il caso in cui Pietro venisse a trapassare senza discendenza legittima, ed allora ad Ugone ed alla di lui famiglia assicurava la successione nell'intiero giudicato.

Si rende manifesto per mezzo di tal monumento che i diritti del figliuolo di Ugone, in età assai tenera, esser non poteano acquistati da lui, ma doveano essere stati a lui trasmessi dall'Ugone padre. Ed argomento certo si ha quindi che il primo Ugone di Basso (quantunque delle di lui ragioni ad una porzione di sovranità in Arborea resti in oscuro l'origine) dovette esser associato nel regno di Pietro; oppure, se anche in lui si verificò la nota massima che duo non cape il soglio», devesi tener per fermo che i diritti di Ugone a quella partecipazione di sovranità, abbenché disputati dal collega suo, grandemente erano riconosciuti ed accreditati; giacché anche dopo la di lui morte tanto valsero da rendere necessaria nel compromesso la divisione eguale d'ogni onore e d'ogni emolumento fra i due competitori.

Ciò posto, io penso che a Pietro, figlio di Barisone, non come successori, ma come colleghi si debbano unire nella serie dei giudici d'Arborea od ambi li Ugoni di Basso, od il più giovine almeno di essi. E siccome il bisogno di comporre le discordie interiori del giudicato avrebbe ceduto il luogo a pensamenti più imperiosi, ove in quel tempo fosse stata già minacciata la provincia dalle arme usurpatrici di Guglielmo, perciò anche un altro certo argomento mi giova di poter dedurre da quella carta onde far succedere quell'invasione ed alla morte del primo Ugone, ed alla pacificazione del di lui collega col di lui erede.

Al tempo istesso nell'avanzarmi a stabilire più precisamente l'epoca di tal invasione, mi è dato di poter trarre lumi ulteriori da un'altra carta del figliuolo Ugone; il quale, sei anni dopo di quel compromesso, trovandosi nella città di Genova, promise in pubblico parlamento a quel podestà Alberto di Mandello piena sicurtà nei suoi stati ai Genovesi, l'uso delle magioni loro necessarie, la quarta parte delle rendite della provincia, e la soluzione dei debiti contratti verso il comune e verso quei cittadini, colle obbligazioni e guarentigie le più ampie. Nella qual carta avendo Ugone fatto dipendere l'esito dei principali suoi obblighi dalla condizione che Iddio gli concedesse di recuperare la terra sua», apertamente si viene a conoscere che la sua fermata in Genova, i debiti, nei quali ivi entrò, e le liberali promessioni stipulate, non altro motivo ebbero e non altro scopo fuorché il racquistare, col mezzo della protezione genovese, il regno perduto di Arborea. Nei pochi anni adunque intermedii fra quelli due atti, Guglielmo mosse le sue armi contro alla provincia di Arborea. Ed essendo stata tanto fortunata la di lui invasione, che la persona stessa del giudice e quella del figliuolo caddero nelle mani del vincitore, come Innocenzo III ne scrisse, non rimane dubbio veruno non sia toccata quella triste ventura al regolo Pietro; poiché il collega suo antico Ugone era già trapassato assai prima, ed il collega novello potea indi a poco fare da lunge provvisione al racquisto dei suoi diritti. Anzi se si pon mente alla prossimità di tempo fra quest'ultimo atto di Ugone e l'epistola d'Innocenzo, maggiore presentasi la facilità per arguirne che in quell'istesso anno in cui Ugone riparava in Genova onde cansarsi dall'usurpatore, l'usurpazione si consumava; poiché sapendosi quanto fosse operoso lo zelo di quel pontefice e quanto fosse egli sollecito delle sue bisogne, si argomenta eziandio che brevissimo dovette essere lo spazio di tempo intermesso fra l'incursione di Guglielmo ed i provvedimenti contro a lui adoperati.

S'ignora quale sia stata dopo quella convenzione la sorte di Ugone; del quale non si ha altra notizia che quella delle nozze incestuose contratte da lui alcuni anni dopo con una figliuola dello stesso marchese Guglielmo, usurpatore della sua provincia; nozze che altamente disapprovate dal pontefice Innocenzo furono forse il mezzo per cui egli rientrò nel possedimento della sua sovranità. Nondimeno il di lui nome si deve collocare nell'ordine dei regoli di Arborea prima di quello di Constantino II; pel quale non si ha veruna contezza più discosta degli anni primi del secolo XIII, mercé dell'ampliazione da lui data in unione della consorte sua Anna alle concessioni già fatte alla chiesa di Bonarcado dai suoi antecessori. Con maggior ragione devesi inscrivere il nome di Ugone prima di quello di Pietro II, creduto dal Mattei successore immediato dell'altro giudice dello stesso nome; e del quale anche molto più recenti ci si trasmisero le notizie consistenti: in un atto di donazione della selva detta di Querquedu, ceduta in unione della consorte sua Diana alla chiesa già mentovata di Bonarcado; in un permesso accordato ai monaci della stessa chiesa di pescare liberamente e senza pagamento di verun dritto nello stagno chiamato di Mareponte; e nei tre diplomi pubblicati dal Muratori, coi quali questo giudice dichiarandosi fedele ed obbediente a san Pietro ed alla Chiesa romana, e riconoscendo appartenere l'alto dominio della sua provincia ai sommi pontefici, ricevette dal legato di Gregorio IX l'investitura del giudicato, mercé della promessione di un annuo censo e di perpetua difesa delle ragioni di sovranità della sede apostolica; alla quale si dichiarò dover ricadere il regno nel caso di spegnersi la posterità del giudice. In uno di quei primi strumenti Pietro si disse figliuolo di Ugone di Basso e di Preziosa di Lacon, le liberalità dei quali imprendeva egli allora a confermare; e perciò non trovandosi ulterior ricordo che la discendenza di Pietro I abbia regnato in Arborea, resta anche chiarito con ciò che la condizione apposta nel compromesso di Guglielmo Burono onde aprirsi la successione intiera del giudicato a pro di Ugone, se verificata non fu colla mancanza della prole di Pietro (perché Pietro, come in appresso narrerò, lasciò dopo di sé prole maschile), questa per cause a noi ignote fu esclusa del paterno retaggio. Anzi sembra eziandio molto verosimile che se Pietro II era figliuolo di Ugone, figliuolo egualmente di questo, e figliuolo primogenito fosse Constantino, il quale come testé ho scritto regnò fra l'uno e l'altro.

Non il solo giudicato di Arborea fu inquietato in quei tempi da stranieri invasori. Quello egualmente di Gallura, del quale dopo il regolo Barisone sovra nominato mancano le memorie, venne occupato da Lamberto, cittadino di Pisa. Innocenzo III, che avea già lanciato i suoi anatemi contro a Guglielmo, usurpatore di Arborea, rigorosamente ebbe eziandio a procedere contro a Lamberto. Riconosceva il pontefice in questo fatto una violazione non solamente dei diritti di coloro che legittimamente poteano aspirare alla successione di quel giudicato, ma di quelli ancora della Santa Sede, senza il cui assentimento avea Lamberto operato. È noto quanto questo pontefice siasi mostrato intento a recuperare i diritti o contrastati, od obbliati della Chiesa romana; e fra questi la sovranità della Sardegna stavagli particolarmente in sul cuore. Già da alcuni anni avanti avea egli a tal uopo ordinato a Guglielmo, giudice di Cagliari, di prestare nelle mani di Biagio, arcivescovo di Torres, il giuramento di fedeltà; e rimproverato acremente Ubaldo, arcivescovo di Pisa, perché avea ricevuto dallo stesso Guglielmo eguale giuramento a favore della Chiesa pisana. Ampie commissioni avea inoltre dato il pontefice al mentovato arcivescovo Biagio, onde riscuotere dagli altri prelati dell'isola l'annuo tributo dovuto alla Chiesa di Roma e comporre le differenze insorte pei giudicati di Arborea e di Gallura; differenze che doveano essere la sequela delle invasioni di Guglielmo e di Lamberto. Nel mentre che indirizzato pur erasi ai tre giudici di Cagliari, Torres ed Arborea; affinché in tali negozii e nel far provvisione alle future nozze della figliuola tuttora giovinetta del giudice di Gallura, assentissero a quel suo commissario. E forse questo pensiero del pontefice d'invigilare sulle nozze di quella principessa può dare un lume opportuno per crederla unica erede di quel giudicato, e per riferire ai turbamenti od incertezze di governo solite a manifestarsi nelle occasioni della minor età dei principi, la facilità che Lamberto pare abbia incontrato nell'impossessarsi di quella signoria. Se già egli non giunse eziandio a convalidare la sua usurpazione con impalmare quell'istessa principessa; che tanto sembra debbano significare le imputazioni dategli da Innocenzo; le quali comprendono l'occupazione della provincia, il matrimonio contratto colla signora della Gallura e le ingiurie fatte a Trasimondo, cugino del pontefice.

Quale tuttavia che sia stata la causa o l'occasione di quell'invasione, il pontefice tanto ne rimase accorato, che altamente ebbe a redarguirne i cittadini pisani; dell'aiuto o tolleranza dei quali erasi Lamberto giovato nella sua impresa. Né mostrossi soddisfatto fino a quando gli si spedì dal comune di Pisa una solenne legazione, la quale si obbligò a comandare a Lamberto che personalmente o per procuratore si presentasse al pontefice e si rimettesse nel di lui arbitrio. Nondimeno Lamberto dovette per qualche tempo resistere alle minaccie del pontefice ed a quelle della sua repubblica; perché alcuni mesi dopo si scrisse da Innocenzo altra epistola, nella quale, con parole assai concitate ed aspre, l'arcivescovo cagliaritano Rico si accagiona di tiepidezza e di malafede nel far provvisione a quella usurpazione della Gallura. Anzi fu tanta l'ardenza con cui il pontefice imprese allora a rimprocciarlo, che obbliando esser pure l'arcivescovo quel medesimo Rico da lui privilegiato di speciale legazione contro al giudice Guglielmo e con molte laudi da lui distolto dal rinunciare il vescovado, che volea scambiare con una vita più queta, appellavalo cane muto restio al latrare contro agli altrui eccessi; e volpe intenta nel suo covacciolo ad ascondere le proprie fraudi; comandandogli ad un tempo avesse solennemente a pubblicare altra volta la sentenza di scomunica già fulminata contro a Lamberto, e si presentasse quindi in Roma per render ragione della sua condotta.

Se giusta è la conghiettura che io penso si possa trarre da una lettera dello stesso pontefice, alla quale gli scrittori delle cose sarde non posero mente, nel seguente anno si abbonacciò la contumacia di Lamberto; poiché in tal tempo leggesi che il pontefice restituì ai Pisani la sua grazia per la ragione d'aver dessi operato quanto era in loro potere intorno al fatto di Sardegna»; e si trova altresì aver egli commesso all'arcivescovo Lotario di sciogliere dal vincolo delle censure un cittadino di Pisa, il cui nome vedesi nell'epistola del pontefice notato colla lettera iniziale corrispondente a quello di Lamberto, colla condizione che la consorte, la suocera e la terra restassero sottoposte all'anatema fino a che si rendesse compiuta soddisfazione alla Santa Sede». E fu forse allora che o per volontà del pontefice, o per altra vicenda a noi ignota trasferita fu la signoria della Gallura nel giudice turritano Comita II; al quale Innocenzo, nuovamente sdegnato contro ai Pisani per l'aiuto da essi prestato ad Ottone imperatore nell'oppugnazione della Sicilia, scriveva alcuni anni dopo, esortandolo a voler insieme cogli altri magnati dell'isola resistere alle macchinazioni dei nemici; e comandandogli allo stesso tempo di non disporre delle terre della Gallura da lui possedute, senza la permissione della sede apostolica.

Già Comita avea parecchi anni innanzi incominciato in Torres il suo regno; del quale, oltre all'ampliazione della sua signoria per mezzo della cedutagli provincia di Gallura, non altra memoria rimase che quella della fondazione, o restaurazione da lui fatta d'un monistero dell'ordine cisterciense. Per mezzo di tale unione di due provincie, ridotti furono in questa età a tre soli i regoli sardi. Anzi per Guglielmo di Cagliari non mancò che due soli giudici vi si dovessero contare; poiché valendosi egli o del titolo dell'antica occupazione, o della condiscendenza di Ugone di Basso, il quale, come già ho notato, avea benché illegittimamente tolto per moglie una di lui figliuola, s'intitolava giudice d'Arborea, allorquando in quello stesso tempo donava al monistero di S. Vito e di S. Gorgone una chiesa del giudicato di Cagliari.

Cessò di vivere da lì a non molto Guglielmo col dispiacere di non lasciare dopo sé prole maschile. E forse a riparare a ciò tendeva la dimanda ch'egli aveva presentato al pontefice Innocenzo, affinché si dichiarassero sciolti i vincoli maritali da lui stretti con la figliuola di un conte Guido. Succedette pertanto nei di lui stati la figliuola sua Benedetta, la quale avendo dato la mano a Parasone, figliuolo di Pietro I, giudice d'Arborea, regnò in di lui compagnia travagliata da quelle vicende che in quei tempi non permettevano fra gli altrui conflitti una pacifica signoria. Prima cura dei due consorti fu di prestare omaggio alla Chiesa romana. Viveva ancora in quel tempo il pontefice Innocenzo. Succedutogli nel seguente anno Onorio III, i Pisani, essendo loro venuto il destro di racquistare nell'isola la perduta influenza, spedirono un navilio a quella volta, e fermatisi posatamente in Cagliari, drizzarono l'animo ad innalzare colà una rocca, la quale soprastesse a tutte le altre per artifizio di struttura e per opportunità di sito. Edificarono essi allora il castello cagliaritano, chiamato di Castro, che, situato sopraccapo alla città principale dell'isola, potea tener suggetta tutta la terra all'intorno. Ma Onorio non era uomo che comportasse tale novità; onde commetteva tosto al suo legato vescovo d'Ostia: imponesse ai Pisani il richiamo dell'esercito, l'abbandono d'ogni disegno di signoria, la demolizione del castello.

Prevaluti eransi i Pisani nell'innalzare quella fortezza del consentimento e cessione di Benedetta; la quale, malgrado dell'omaggio già prestato alla Santa Sede, erasi veduta costretta per la preponderanza delle forze pisane ad assecondare le loro brame. Poscia o perché quella cessione fosse stata forzata, o perché trascorrendosi dai Pisani da una in un'altra violenza avesse dessa conosciuto meglio la dura sua condizione, indirizzavasi nello stesso anno al pontefice, lamentando in una sua epistola la trista sua sorte ed implorando commiserazione ed ausilio. Giova qui riferire come questa principessa scrivesse ad Onorio, perché molto lume può trarsene nel giudicare delle cose di questi tempi. Rappresentavagli Benedetta: essere stata, dopo la morte del padre suo Guglielmo, marchese di Massa e giudice cagliaritano, eletta solennemente dal clero e dal popolo per giudicessa di quella provincia, in conferma dei suoi diritti ereditari; aver perciò ricevuto da mani di quell'arcivescovo ed al cospetto degli altri prelati e gentiluomini del giudicato, il bacolo regale, simbolo della sua dignità, ed aver giurato di non mai vendere o menomare in altra maniera le terre e castella del regno, e di non fermare senza il loro consentimento veruna convenzione con gli stranieri; essersi giovata del senno di quei consiglieri nel dare la mano sua di sposa al figliuolo del re d'Arborea, onde comporre con quell'alleanza le discordie paterne; aver quindi prestato nelle mani dell'arcivescovo l'omaggio dovuto alla Chiesa romana; mentre già le speranze della pace la confortavano, esser sopravvenuto a corromperle il console di Pisa con molti suoi seguaci, ed aver eglino or colle minaccie, ora col blandimento fatto sì che già erasi dichiarata vassalla della repubblica ricevendo dalle loro mani l'investitura della terra e cedendo loro un colle, sovra il quale aveano edificato una rocca assai ben munita; essersi dopo quel momento mutate le di lei sorti; non più protezione, ma nimistà palese; i Pisani padroni di quella rocca inondar la provincia con valide soldatesche, porvi ogni luogo a soqquadro, giugnere perfino ad insidiare lo stesso suo onore e quello del consorte; nissun rifugio pertanto rimanerle fuorché la pietà del pontefice; compassionasse la mobilità e mollezza d'una fanciulla; le condonasse, se inesperta ed incauta aveagli mancato della sua fede; vedesse modo come cansarla da quei mali; le concedesse facoltà di stringer lega col giudice turritano o coi Genovesi; ed invalidasse il giuramento prestato ai Pisani; i quali già intrattabili prima che si accrescessero di quella maggior forza, inalberavansi ogni dì maggiormente e tanta molestia le davano invigilando sovra le di lei operazioni, che avea dovuto brigarsi furtivamente per indirizzargli quei suoi richiami; epperò gli piacesse d'inviare nel giudicato un suo nunzio che conoscesse di ogni cosa, e giudicando della convenienza o danno della novella rocca, restituisse la provincia all'obbedienza legittima.

Onorio avea già destinato a tal uopo per suo legato presso ai Pisani il cardinale Ugolino, vescovo d'Ostia, che fu quindi suo successore col nome di Gregorio IX; e per di lui opera e per le lettere che lo stesso pontefice non cessò di scrivere ai Pisani si poté da essi ottenere qualche condiscendenza. Onde Benedetta, la quale dovette alquanto quietare dopo questa interposizione, serbò talmente riposto nell'animo il benefizio, che molti anni dopo volle più ampiamente confermar da sé sola ciò che a favore della sedia apostolica avea altra volta dichiarato insieme col suo marito, già forse trapassato in tal tempo. Prometteva pertanto con solenne carta a Gottifredo, cappellano del pontefice, un censo annuo per ricognizione del supremo dominio della Chiesa nei suoi stati; che nissuno d'indi in poi assumerebbe il governo del giudicato senza giurar fedeltà ai pontefici ed ottenerne il vessillo simbolo della sovranità; che singolari dimostrazioni di onore si userebbono nella provincia ai legati apostolici; che i futuri giudici non potrebbero contrarre matrimonio senza il consenso del papa; e che ove si spegnesse la discendenza legittima dei giudici, la terra tutta ricaderebbe alla Chiesa. Maggiore facilità avea frattanto Onorio incontrato presso alle due repubbliche trattando le condizioni della pace; nella quale essendosi convenuto a pro dei Genovesi che venissero rispettati i loro diritti nel giudicato di Arborea per gli antichi loro crediti, e non fosse molestato il giudice turritano loro amico, profittarono essi tosto di tal condizione di cose per riscuotere da questo giudice l'antico tributo.

Ma i Sardi non che giovarsi delle conseguenze della pace, non si poterono giovare della pace istessa. Lamberto ed Ubaldo suo figliuolo, patrizi pisani del lignaggio dei Visconti, spinsero tosto una novella guerra sui lidi sardi ed occuparono col giudicato di Gallura molte terre eziandio della provincia di Cagliari. Il pontefice Onorio, desideroso di combattere con ogni mezzo questo secondo tentativo dei Pisani contro ai suoi diritti, credendo forse che dopo la pace stipulata per di lui consiglio fra quelli ed i Genovesi, non gli sarebbe dicevole il provocar questi ultimi alla vendetta delle ricevute offese, voltossi ad un ausilio che per la prima volta vedesi ricercato nelle cose sarde, a quello cioè dei Milanesi; ai quali inculcava venissero in soccorso della Chiesa ed assistessero colle loro armi Mariano, giudice di Torres, che preparavasi già ad oppugnare colle sue forze il novello usurpatore. Tuttavia non apparisce che i Milanesi abbiano secondato le premure del pontefice; come non le secondò certamente il giudice Mariano; il quale invece di muovere le sue armi contro agli usurpatori della Gallura, concedeva ad Ubaldo la mano della propria figliuola Adelasia; e con tale alleanza non solamente rinvigoriva la di lui autorità nella provincia gallurese (sulla quale rinunciava al genero ogni antico dritto derivante dall'occupazione fattane dal giudice Comita II, padre suo), ma gli apriva anche la via alla successione del giudicato più importante di Torres.

Di questo Mariano, secondo di tal nome nel giudicato di Torres, non altra importante memoria ci si tramandò. Come anche scarsi sono i ricordi restatici del di lui figliuolo Barisone III, il quale per breve tempo gli succedette e barbaramente fu quindi ucciso in pupillare età. Era appena accaduta questa uccisione, per la quale Gregorio IX, commosso dalle querele della principessa Adelasia, sorella ed erede di Barisone, avea commesso all'arcivescovo di Pisa di fulminare le censure contro agli autori del misfatto; e trovavansi appena assopiti i timori concepiti dal pontefice dei nuovi disegni dei Pisani per occupare una signoria non ben ferma nelle mani d'una femmina; che ci si manifesta di nuovo Ubaldo nell'esercizio dei diritti in lui trasfusi per le sue nozze con Adelasia; e decorato del doppio titolo del giudicato di Gallura, che già possedeva, e del turritano, che con quelle nozze avea acquistato.

Quelle nozze contribuirono eziandio ad inspirare ad Ubaldo pensamenti più queti ed a muoverlo a sottomettersi alla Santa Sede. Pago egli nel vedere aggradita anche dai popoli la sua signoria colla solenne elezione che nel modo consueto si era fatta di lui a giudice della provincia; soddisfatto del pari d'aver occupato l'importante rocca del Goceano, profferivasi di prestare omaggio per tutte le sue terre al pontefice. Il quale commetteva tosto al legato di Sardegna e Corsica, Alessandro, suo cappellano, assolvesse dalle censure Ubaldo, la di lui consorte ed il giudice d'Arborea, incorso anch'egli nell'anatema perché aggirato dai consigli di Ubaldo, avea cooperato all'invasione della provincia cagliaritana. E veniva tal assoluzione accompagnata con una protesta solenne di Ubaldo, in cui confessando di riconoscere dalla Chiesa romana il regno turritano, per tutte le provincie da lui possedute e dalla sua consorte in Sardegna ed in Italia, prestava omaggio e prometteva obbedienza e fedeltà al sommo pontefice. A questa dichiarazione di Ubaldo consentiva Adelasia, sottoponendosi nel giudicato di Torres e nelle terre da lei possedute in Corsica, in Pisa ed in Massa al supremo dominio dei pontefici, ai quali ogni cosa dovea ricadere ove la di lei discendenza venisse un dì a mancare. Corrispondeva pertanto a tali atti il legato, trasferendo ogni diritto di sovranità in quella principessa, e pacificando al tempo medesimo Ubaldo con Pietro II di Arborea; il quale non solamente si arrendette a rimettere nell'arbitrio del legato il giudizio delle nate competenze, ma conoscendo esser egli oramai privo della fiducia di figliuolanza, istituiva erede di tutte le sue ragioni il romano pontefice.

Nondimeno Ubaldo poco poté godere dei frutti della sua sommessione, poiché mancogli la vita nel tempo stesso in cui cominciavano a correre per lui più pacifici i giorni. Saputo ciò il pontefice, raddolciva con una sua epistola il dolore della vedova principessa: dover esser per lei non lieve consolazione il ravvedimento di Ubaldo prima della sua morte; non paventasse per la perdita del consorte nissuna sedizione; aver egli fatto provvisione acciò non le si ritardasse il conforto di un novello sposo; aver posto gli occhi a tal uopo sovra un gentiluomo della nobil famiglia dei Porcari, chiamato Guelfo, vincolato per cognita affezione alla Santa Sede; destinasse pertanto un suo procuratore che potesse ricevere la di lui fede. Ma la principessa o per la propria ambizione, o per l'altrui mene era già tratta a diversi pensieri. Procedeano allora per l'Italia calamitosi i tempi, e le città della Lombardia in gran parte si erano assoggettate al duro imperio di Federigo II; il quale nutrendosi della fiducia di raccozzare le membra sparse dell'antico impero romano, ebbe appena udita la morte di Ubaldo, che tosto intese alla recuperazione della Sardegna, ponendo opera acciò colla mano d'Adelasia la signoria della metà dell'isola passasse ad Enrico, cognito nelle storie col nome di Enzio, stato a lui generato da una delle molte sue concubine. Non seppe Adelasia resistere alla splendente offerta; ed impalmato Enzio e comunicata con lui la signoria, opportuna occasione somministrò al genitore di elevare il novello giudice alla dignità non più dopo l'infelice Barisone ad altri attribuita di re della Sardegna; nella quale dovette meglio pel potere derivato da quelle nozze, che per quello procedente dal titolo concedutogli, allargare poscia maggiormente la sua autorità.

Nel breve consorzio di Adelasia col suo sposo imperiale, conobbe dessa ben tosto come male tornino quelle unioni nelle quali si merca dall'un canto la vanità, e dall'altro il potere. Travagliata da malvagi trattamenti, spogliata di ogni participazione al comando, non moglie ma schiava, videsi in ultimo confinata e racchiusa in quella stessa rocca di Goceano che il primo suo sposo avea aggiunto al suo dominio. Né più felici furono per Enzio quelle nozze; giacché il titolo di re di Sardegna portava in quei tempi con seco sinistri auspizi; e se poco mancò perché il re Barisone morisse in carcere, nissuna cosa mancò perché questa tristissima ventura toccasse al re Enzio. Invano egli illustrò il suo nome colle conquiste e scorrerie da lui fatte in varie terre d'Italia. Invano si rendette chiaro nel famoso combattimento navale presso all'isoletta della Melora, in cui prigioni rimasero di Federigo i prelati franzesi convocati a Roma dal pontefice. Il destino suo infine lo portò a restar prigioniero in Bologna ed a durare fino alla morte i lunghi anni della sua prigionia; dopoché combattuta fu con lui quella battaglia, la quale non così celebre rimase nella posterità per l'ardenza con cui le due illustri città frammezzate dal picciol Reno segnalarono in quella giornata la loro nimistà, come per le argute rime del poeta modenese che dagli eroi giganteschi della cavalleria condusse la musa festiva italiana a cantare con gloria eguale le umili, ma vere vicende della secchia in quelli scontri rapita in Bologna.

Mentre i Pisani ligi di Federigo vedeano con dispiacere la prigionia d'Enzio, i giudici della Sardegna, ai quali le censure pontificie fulminate contro al comune di Pisa somministravano nuovo incitamento a guardar di mal occhio quella repubblica, apertamente insorgevano, facendo più che mai valere la loro indipendenza. Tuttavia non seppero eglino sostenere le loro pretensioni; perché intesa appena la mossa dei Pisani, che con numerosa armata veleggiavano alla volta dell'isola, ripararono intimoriti altrove, conducendo con sé gli ori, gli argenti e le altre cose loro preziose. E con tale fuga lasciarono al comune di Pisa il campo aperto ad occupare i giudicati; i quali, per quanto ne narrano i suoi annalisti, distribuiti furono allora fra quattro famiglie della repubblica; avendo i conti della Gherardesca ottenuto il comando di Cagliari, i Visconti la Gallura, i conti di Capraia Arborea, ed un messer Vernagallo la provincia turritana.

Se vera è questa novella e contemporanea distribuzione delle provincie sarde, e non devesi piuttosto credere che gli annalisti abbiano in un solo atto confuso ciò che accadette in diversi tempi, per qualcheduna di quelle famiglie si dovette certamente quella concessione risolvere almeno dal principio in un voto titolo. Il giudicato di Cagliari infatti, il quale dopo il regno di Benedetta e l'invasione di Ubaldo fu governato da Guglielmo II di Massa, figliuolo di quella principessa, vedesi poscia sottoposto al comando non dei conti della Gherardesca, ma del marchese Giovanni, o Chiano (come da altri è chiamato), che il suo titolo di marchese di Massa indica esser stato discendente da chi lo precedette nel giudicato. E continuò per alcuni anni la stessa provincia a rimanere sotto il di lui reggimento fino a che una malaugurosa serie d'avvenimenti spinse questo giudice all'ultimo eccidio.

Mal volentieri sopportava egli la rivalità e la potenza di Guglielmo, conte di Capraia, il quale al giudicato di Arborea avea anche unita la signoria della terza parte della provincia cagliaritana. Succeduto era Guglielmo in quel giudicato a Comita III, del quale nelle antiche memorie restò appena il nome; e tanto per la propria fortuna e per la protezione pisana soprastava a Chiano, che questi, avvisando di poterlo pareggiare ove dell'amistà dei Genovesi si giovasse, gittossi nelle loro braccia, donando ad essi il castello di Castro e soscrivendo alcune convenzioni con quel comune; nelle quali dichiaratosi il giudice cittadino di Genova e difensore ad un tempo e protetto della repubblica, anche delle sue future nozze rimetteva l'arbitrio nei novelli amici. Non tardarono eglino a sciegliergli per isposa una nobil donzella del casato dei Malocelli, né a recarsi al possesso dell'importante rocca loro ceduta. E ben avventurata fu la prima loro navigazione a quella volta; poiché nello imbattersi in alcune navi nemiche ebbero propizie le sorti della guerra. Quantunque male sia poscia ad essi tornato quell'incontro, avendo per quella cagione perduto il momento propizio di correre in ausilio di Chiano. Il quale, assaltato nel frattempo vigorosamente dal giudice di Arborea e dai conti della Gherardesca, capitani dei Pisani, dopo avere infelicemente sostenuto un combattimento nella terra di S. Gillia, era precipitato nella massima delle disavventure; cadendo prigioniero nelle mani di nemici talmente contro a lui inacerbiti, che non contenti di togliergli la signoria e la libertà, lo privarono anche barbaramente di vita.

Ai diritti di Chiano nel giudicato di Cagliari succedette allora Guglielmo III, detto anche Cepola, figliuolo di Rufo e cugino del defunto giudice. Il fratello suo, chiamato Rinaldo, avea già transfuso in lui ogni sua ragione prima di accadere la morte di Chiano. Come dopo di questa anche la principessa Agnese, figliuola d'uno degli ultimi giudici, erasi spogliata d'ogni suo diritto e proprietà a favore del novello regolo. Pose tosto mente il giudice a rinovellare coi Genovesi quelli accordi che con maggior fedeltà che fortuna avea conchiuso con esso loro il suo predecessore. Erasi portato in Cagliari Simone Guercio, ammiraglio dell'armata destinata a proteggere gli interessi dei Genovesi, e specialmente a custodire quel castello. Alla di lui presenza pertanto Guglielmo si sottoponeva a riconoscere con titolo di feudo dalla signoria di Genova il giudicato, a confermare la cessione della rocca e ad abbandonare ogni suo diritto sulla terra di S. Gillia; la quale dovea esser governata dai Genovesi nel modo istesso con cui era da essi tenuto il castello di Bonifacio nella Corsica. Nel mentre che le persone le più notevoli dello stesso luogo congregavansi solennemente al cospetto dell'ammiraglio per riverire in Guglielmo il successore legittimo di Chiano, e profferirgli tutti quelli atti di obbedienza che poteansi conciliare coi loro novelli doveri verso la repubblica. Ma era nel destino delle cose che di vani e momentanei titoli di dominio si giovassero gli ultimi posseditori di quel giudicato; poiché era appena trascorso l'anno dopo la vittoria pisana, che Guglielmo recatosi a Genova ed assalito ivi da morbo repentino, chiuse la serie dei re cagliaritani, tramandando col suo testamento la gravosa eredità della ricuperazione del giudicato alla repubblica amica.

Frattanto coloro che chiusi entro il castello di Castro teneano ancora pei loro legittimi signori e per la repubblica ad essi amica, stretti erano ogni dì più vigorosamente d'assedio dal giudice Guglielmo d'Arborea e dai Pisani; i quali aveano colà spedito sette galee comandate da Gualduccio, loro cittadino, ed erano tutti intenti ad impedire agli assediati ogni provvisione di vittuaglie. A qual uopo aveano anche innalzato nel borgo di Lapola una torre, riempiendola di macchine e di uomini dei più provati in arme. Invano i Genovesi, armate sedici navi e provocato eziandio l'ausilio della così detta loro caravana orientale, tentarono più volte di recar soccorso agli assediati. Quella torre vietò loro il combattere col navilio pisano; e le truppe sbarcate sul lido con tanto impeto furono percosse dalle soldatesche nemiche, che a fretta dovettero riparare ai loro legni; uno dei quali per la moltitudine di coloro che faceano calca cercandovi scampo, ebbe perciò ad affondare. Onde gli assediati privi della fidanza di pronto soccorso e cadenti oramai per fame e per inedia, si arrendettero finalmente al giudice di Arborea.

Ricaduta in tal maniera nella podestà dei Pisani la rocca cagliaritana, intesero essi prontamente a munirla; ed alle opere che in tal tempo vi spesero è dovuta la magnifica struttura della torre chiamata di S. Pancrazio, la quale alcuni anni dopo fu da essi innalzata nel castello colla chiesa dello stesso nome. Ed invano i Genovesi con novelli aiuti di soldatesche fecero ogni diligenza per ricuperare la fortezza, giovandosi dei consigli dati loro dall'ultimo giudice Guglielmo. Giacché sebbene fossero posseditori del luogo di S. Gillia donde poteano con miglior fortuna dar briga ai nemici ed indirizzare i nuovi assalti, nissun altro risultamento ottenne la missione colà di un secondo navilio comandato da Gioachino Calderario, salvo la preda d'una nave pisana che salpava dall'isola carica di molto argento; ed il supplizio di alcuni congiurati; i quali, tramando di consegnare quella terra ai Pisani, furono dagli implacabili loro signori barbaramente arsi vivi. I Pisani adunque, i quali per colmo di tranquillità venivano in quel tempo medesimo prosciolti con una bolla del pontefice Alessandro IV dalle censure incorse per le parti seguitate dell'imperatore Federigo contro alla Chiesa romana, più che mai si confortavano della fidanza di non lasciar escire dalle loro mani quella fortezza, che eglino i primi aveano edificata.

Si spense allora dopo aver durato meglio di due secoli il titolo e la signoria dei giudici cagliaritani; e la provincia smembrata cadde in potere di tre famiglie patrizie di Pisa, mentre la capitale, e per quanto ne pare, anche la podestà maggiore nella terra intiera si riserbava alla repubblica. Cominciarono perciò in tal tempo, od almeno cominciarono senza disturbo ad esser esercitate le signorie di alcune parti del regno cagliaritano; del quale vidimo già una terza porzione posseduta dal giudice Guglielmo di Arborea; ed altra simile si trovò in potere del giudice di Gallura chiamato Giovanni o Chiano; rimanendo l'altra porzione divisa fra Ugolino e Gerardo, conti della Gherardesca, i quali in quelle fazioni comandavano al pari di quei due giudici l'esercito pisano.

Strigneasi allora da questo fortemente d'assedio la rocca di S. Gillia, che dissi occupata dai Genovesi; ed erano battuti gagliardamente nelle giornaliere scaramuccie i nemici che presentavansi a difenderla. Ma stracche finalmente ambe le parti del perpetuo guerreggiare, seguirono i consigli loro dati dal pontefice per lo mezzo di due suoi legati cavalieri della regola dei Templari, acciò soprassedendo di quelle gare e voltando invece le loro forze a soccorrere i cristiani della Palestina, rimettessero le due repubbliche ogni arbitrio sul disputato dominio nella sede apostolica, i cui legati nel mentre occuperebbono quella terra. Sebbene per breve tempo fu poscia rispettata dai Pisani questa conciliazione; essendo eglino poco tempo dopo trascorsi a distruggere S. Gillia ed a fare indegno mercato degli abitatori, parte da essi venduti e parte ridotti a schiavitù.

Mentre colle vittorie dei Pisani e collo smembramento da essi fatto delle terre si estingueva il giudicato cagliaritano, inclinava eziandio al suo risolvimento quello di Torres. Enzio dopo i lunghi ventidue anni della sua prigionia in Bologna, ove della perdita del regno e della libertà si seppe consolare coltivando le muse italiane (fra i primi seguaci delle quali fu con lode annoverato), era morto in quella città. Nissun monumento a me noto è rimasto pel quale si chiarisca se durante questa di lui prigionia sia stata ridotta ad effetto la concessione della signoria, che vidimo esser stata fatta dai Pisani per quella provincia ad un messer Vernagallo. In luogo di ciò troviamo un monumento quanto certo altrettanto splendido, che ci comprova come il vicario di Enzio, il quale governava ancora i negozii della di lui madre, succeduta appena la morte del re, avendo impalmato quella principessa, colla di lei mano acquistò un maggior diritto ad intitolarsi giudice di quella provincia; nella quale già da lungo tempo ogni cosa volgeva a suo talento. La qual notizia oltre ad indicarci la morte già allora seguita della regina Adelasia, manifesta eziandio che non ad un novello signore, ma alla madre del lontano re continuarono ad obbedire quei popoli in tutti quelli intervalli di tempo nei quali non furono, come in appresso si vedrà, molestati dai Pisani.

Questo fortunato occupatore del trono turritano è quel donno Michele Zanche che il principe dei poeti italiani tuffò nella quinta bolgia del suo Inferno, ove la spessa pegola che inviscava d'ogni parte la ripa, nascondeva dai raffi dei terribili custodi del luogo i barattieri più famigerati. E ben degno giudizio portò di lui il poeta; poiché le arti colle quali egli guadagnossi il cuore e la mano di una femmina che, concubina nella fresca età, e moglie nella matura, non conobbe il pudore delle vergini, non il disinganno delle matrone, arti dovettero essere di fraude e di simulati blandimenti. È da credere perciò che veritiero sia il ritratto di lui lasciatoci da uno dei più chiari commentatori del poema divino, il quale lo chiamò solenne truffatore e uomo dilettantesi nelle sue infamie. Onde non dee parere strano se il poeta anche colaggiù lo dipinse non mai stracco del rammentare le sue passate tristizie.

Col nome infausto di Zanche la serie si chiuse dei giudici turritani; e le varie terre di quel giudicato trovaronsi divise fra alcune potenti famiglie delle due repubbliche e suggette all'influenza or dell'uno, or dell'altro dominio. Così la famiglia dei Doria, nella quale maggiori diritti erano passati, s'è vero il parentado contratto da Brancaleone Doria coll'ultimo giudice Michele, ritenne con indipendenza maggiore dei tempi trascorsi il luogo d'Alghero e le castella Genovese, di Monteleone, Doria e Roccaforte, colle regioni di Anglona, Ardara, Bisarcio, Meilogo, Capo d'Acque, Nurcara ed una porzione della Nurra. I marchesi di Malespina continuarono a signoreggiare nella nuova Bosa da essi già edificata, ed estesero la loro signoria alle rocche di Burci, di Osilo ed alle terre di Coghinas, Figulina e Monti. I patrizi genovesi dei Spinola ed i marchesi di Massa ebbero anche qualche dominio in quella provincia; nel mentre che alcune parti della medesima erano immediatamente dipendenti dal comune di Pisa, e fra questo e la repubblica di Genova il governo maggiore si contendeva per le altre terre. La città di Sassari al tempo stesso, accresciutasi ogni dì maggiormente delle ruine dell'antica colonia di Torres, mostravasi, insieme colle terre che le si erano accostate e da lei dipendevano, come la porzione migliore dell'eredità dei giudici di Logodoro. Ed i suoi cittadini favoreggiando gli interessi dell'una o dell'altra repubblica, e passando per varie vicende, nelle quali avvezzavansi a considerare come loro amici coloro che già tante volte aveano rispettato come loro signori, scostavansi dalle prische maniere del loro reggimento e si preparavano a governarsi a comune; come nei primi anni del secolo seguente vedremo retta quella città.

Frattanto ripigliando il corso degli avvenimenti, io non saprei affermare se Michele Zanche governasse al pari di Adelasia e di Enzio, insieme col giudicato di Torres, quello eziandio della Gallura; abbenché alcuni abbiano collocato il di lui nome nella serie dei regoli galluresi. Anzi debbo inclinare all'opposta sentenza; poiché infino da quando si combatteva fra i Pisani ed i Genovesi per la rocca di S. Gillia, si videro già le squadre pisane capitanate da Giovanni o Chiano, giudice di Gallura; il quale, se punto variata non fu la distribuzione dei giudicati recentemente stabilita dalla repubblica, dovea appartenere al casato dei Visconti di Pisa. Ed è questo certamente quel giudice di Gallura, Giovanni, il quale correndo quei tempi fu stimato fra i più grandi patrizi di quella città; e capo di parte guelfa, cacciato prima da Pisa ed allegatosi quindi coi Fiorentini e coi Lucchesi, impadronissi del castello di Montepopoli presso a S. Miniato, dove poco dopo ebbe a morire.

Alcuni anni avanti i fondamenti primieri si gittavano del novello dominio che dovea un giorno tutta ragunare la sarda popolazione sotto un solo vessillo. I Pisani, forti delle vittorie ottenute in Cagliari, aveano incontrato maggior agevolezza nel tentare di radicare la loro signoria anche nel giudicato turritano; nel quale essendo penetrato con buon nerbo di soldati il conte Ugolino della Gherardesca, già altra volta mentovato, o dovette per qualche tempo allontanare da quel comando coloro che governavano a nome di Enzio, o distaccarli almeno dall'obbedienza verso i sommi pontefici, ai quali tanto ligia erasi mostrata Adelasia. Meditava perciò Clemente IV, papa, come poter recuperare i suoi diritti su quella provincia, allorché dopo essersi presentate a lui le dimande di Carlo, re di Sicilia, e di Enrico, infante di Castiglia, i quali aspiravano amendue al trono sardo ed aveano colla reciproca emulazione corrotto le loro brame, si affacciò rivale loro in quella richiesta Giacomo, re di Aragona, coll'intento di fregiare del titolo di re della Sardegna il figliuolo suo secondogenito, che fu poscia sovrano delle isole Baleari. Tuttavia tornava allora vana anche questa dimanda; poiché il pontefice contristato per la perdita della provincia turritana, dove disegnava accordare il passaggio al novello re, e titubante ancora per le contrarie pretensioni degli altri principi, volle tenere in sospeso ogni negozio fino a che migliori corressero i tempi.

Mentre pendeva il destino della signoria aragonese, non quietavano punto i conflitti fra i vecchi signori e rivali. E da questi nascevano anche nei popoli gare non mai abbastanza spente; onde i Pisani, i quali continuavano ad esser potenti in Sassari, al tempo stesso in cui spedivano colà un novello podestà, chiamato Arrigo da Caprona, erano anche obbligati ad inviare nell'isola per pacificarla i loro ambasciadori Guelfo Bocchetta e Francesco di Corte. Teneano eglino in poco conto la conferma che del dominio di Sardegna e Corsica avea in quel tempo fatto a Gregorio X pontefice, Ridolfo imperatore. E perciò teneri della quiete nelle loro sole bisogne, mentre fondavano la pace nella terra amica di Sardegna, spargevano i semi dell'inquietudine e della ribellione nella vicina Corsica, onde fastidiare i loro nemici genovesi che vi signoreggiavano; ed a tanto erano giunti infine, che apertamente proteggevano già la sollevazione di un giudice di quell'isola, il quale avea colle armi alla mano scosso la sua suggezione.

Cominciò allora fra le due repubbliche una novella serie di guerresche fazioni; nelle quali se per ciascuna di esse varie procedettero le vicende, per la Sardegna uno solo fu il risultamento: l'esser travagliata del pari dai vincitori e dai vinti. Primo pensiero dei Genovesi fu quello di combattere la perfidia colla perfidia, ritraendo dall'amistà dei rivali molti dei più notabili signori dell'isola. Preparata in tal maniera favorevole accettazione alle loro squadre, corsero sui mari ad affrontare il nimico. Guglielmo Ficomataro fu il primo che con tre galee genovesi s'impossessò d'una nave pisana salpata da Cagliari con un carico di vittuaglie e di argento del valsente di quindicimila lire. Dall'altro canto Rosso Buzacherino, capitano pisano, armate sedici galee, avea devastato in Corsica le terre di Bonifacio e lasciato quindi le sue soldatesche nel porto di Torres. Uditasi la qual cosa dai Genovesi, avendo essi armato un potente navilio e creatone ammiraglio Tommaso Spinola, si mossero ad incontrare la novella flotta pisana comandata da Andreotto Saracino; il quale avea anche acquistato entratura nella grazia degli isolani dappoiché il giudice d'Arborea avea tolto per moglie la di lui figliuola. Ma questa flotta, dopoché ebbe per qualche tempo mareggiato invano senza imbattersi nei nemici, impaziente di quiete, imprese a sfogare l'impeto della guerra sulle terre devote ai Genovesi. Nel mentreché una parte dell'armata genovese, assistita dall'autorità e dalle forze di Emanuele Malaspina, mescolava ogni cosa in altri luoghi dell'isola, provocando dappertutto sedizioni e tumulti. Voltaronsi dunque i Pisani a stringer d'assedio la rocca d'Alghero (che governavasi, come scrissi, dalla famiglia genovese dei Doria), ricercando d'aiuto il giudice di Arborea, il quale non tardò a passarvi con valido ausilio. Tennero fermo gli assediati, e trascorsi erano già vent'otto giorni senza che volessero cedere al nimico. Si arrendettero alla fine a patti tali che dimostrassero essere stato in loro balia il resistere maggiormente. Abbenché in ciò s'ingannarono, riputando sufficiente guarentigia per la fede la promessa della fede. Onde per quelli abitanti minori mali ebbe a partorire l'aperta violenza che l'infinta pace.

S'incontrarono finalmente i nemici nelle marine dell'Ogliastra con varie vicende di ventura, delle quali la storia sarda deve solamente tener conto per notare che le navi pisane cadute alfine in potere dei Genovesi, gravi erano di denaio tratto dall'isola; e che li vent'ottomila marchi d'argento in tal fazione conquistati servirono all'edifizio della darsena di Genova, la quale in quel tempo si costruiva. Perlocché potea ben accadere che or nel tesoro dell'una or dell'altra repubblica traboccassero le ricchezze della Sardegna; che non ne venisse da qualcuno spogliata non mai. Né l'argento solamente, ma ogni confidenza di marittimo sicuro commercio mancò in quelli anni; nei quali gli annalisti genovesi sempre novelle ricche prede ebbero a notare nei fasti della repubblica. E la ricchissima di tutte avrebbono forse eglino notato se loro fosse venuto opportuno il momento di condurre a termine l'incominciato disegno dell'oppugnazione di Sassari; per tentar la quale Benedetto Zacheria, loro ammiraglio, era già passato in quei mari. Ma soprastava il massimo dei pericoli, e gli apprestamenti grandiosi fatti dai Pisani per combattere la battaglia della Melora, famosa nella storia delle due repubbliche, aveano indotto i Genovesi a richiamare affrettatamente dall'isola i loro guerrieri. Laonde nissun altro risultamento produsse in Sardegna quel celebre scontro delle due flotte, fuorché l'aumento delle titubazioni di coloro che parteggiavano pei Pisani; dei quali grave e lamentevole fu la disfatta.

Il giudice di Arborea, che vidimo ausiliario dei Pisani nell'assedio d'Alghero, è chiamato dall'annalista genovese Mariano. E di un Mariano II parlano anche in questi tempi i due principali nostri storici, riferendo come per di lui comando sursero in Oristano le torri dette del Ponte e di Mare, nelle inscrizioni delle quali serbossi il suo nome. Questo stesso giudice Mariano è quello che dallo storico fiorentino Giovanni Villani fu descritto come uno dei più grandi e possenti cittadini d'Italia, tenente in Pisa numerosa corte e codazzo di cavalieri, che seco lui romoreggiavano per quelle vie. Accompagnavansi con esso nel mantenere grande stato in quella città altri illustri patrizi, che anche dei dominii loro nella Sardegna giovavansi per nutrire il loro fasto nella patria. Tali erano il conte Ugolino della Gherardesca, signore, come ho scritto, d'una parte della provincia cagliaritana; ed il giudice di Gallura. Chiamavasi anche questo giudice Ugolino; ma conosciuto egli è maggiormente con altro nome, che eterno rimase nelle pagine della Divina Commedia. È questo regolo di Gallura quel giudice Nino gentile, la cui immagine si offerse al poeta allorché egli si aggirava fra le ombre di coloro che purgavano la soverchia cupidigia avuta quassù di signorie e di stati. L'aere già si annerava, ma non sì che fra gli occhi di Nino che attentamente mirava il poeta quasi conoscerlo volesse, e gli occhi suoi non si chiarisse l'oggetto; onde slanciaronsi i due antichi amici l'uno ver l'altro e nullo bel salutare si tacque fra loro, grandemente compiacendosi il poeta di non trovare il suo Nino fra gente rea. E gloria massima è certamente per questo nostro giudice l'amistà del grande Alighiero; ché in quell'anima nobile e sdegnosa, per cui benedetta fu con ragione quella che in lui s'incinse, ai soli uomini di cuore generoso o di alti sensi era dato di suscitare benivoglienza. Onde quella laude maggior splendore riflette sulla memoria di Nino che il di lui principato di parte guelfa e la guerresca sua ardenza nei civili conflitti di Pisa.

Nondimeno tutti gli amici di Nino non erano della tempera di quel sire dell'altissimo canto. Accostato erasi a lui mentre governava il giudicato un frate Gomita, vasello d'ogni froda e rotto ad ogni mala opera; ed aggirando a suo talento l'animo del giudice o distratto o confidente, valevasi dell'acquistata autorità per rimescolare ogni cosa nella provincia e per commettere ogni sorta di baratteria. Se non che non fu di lunga durata la temerità sua e la cecità del giudice; poiché essendo tanto stato oso da vendere la libertà ad alcuni nemici del suo donno ch'egli tenea nelle mani, incontrò alfine la pena delle sue malvagità, dannato al laccio. E la pena gli durò anche della perpetua esecrazione della posterità, che il di lui nome troverà sempre unito a quello dell'infame giudice di Logodoro Michele Zanche in quel canto del divino poema, in cui le più tristi immagini di supplizio furono impiegate per punir degnamente l'inganno e la fraude.

Uno dei negozii che maggiormente trattenevano in Pisa il giudice Nino era quello della pace da trattarsi coi Genovesi dopo l'infausta giornata della Melora. A qual uopo volendo rimuovere gli ostacoli che sarebbe per opporre il conte Ugolino della Gherardesca, suo zio e tutore, il quale alla tirannide aspirava della patria, cominciò il giudice a sollevare contro a lui gli animi dei cittadini; procurando ad un tempo che Andreotto gisse in Sardegna onde persuadere il giudice di Arborea ad entrare nella congiura. Ma il conte Ugolino era tratto a diversi disegni, e dominando despoticamente in Pisa prevalevasi della sua autorità per allontanare qualunque trattativa di pace; confidandosi che in tal maniera difficultato il rimpatriarsi dei tanti illustri prigionieri sostenuti in Genova, punto non verrebbe menomata la sua potenza. Ricusava pertanto di cedere ai nemici il castello di Castro; condizione questa la più gradita ai Genovesi; nel mentre che con principii altrettanto laudabili quanto erano indegne le ragioni del conte, i prigionieri stessi con rara dimostrazione di patria carità, proferivansi di rimanere in podestà del nemico piuttosto che esser debitori della libertà ad una transazione per li Pisani così umiliante. Non appartiene a questa storia il narrare come ardenti e varie siano state le contenzioni del giudice e del conte; e come le voci della pace impedita abbiano servito alla privata vendetta dell'arcivescovo Ruggieri; il quale con supplizio inaudito condannò il suo rivale alla più dura e miserevole delle morti. Oltrecché basterà l'aver nominato Ugolino perché nell'animo del lettore sorga l'immagine ferale dei di lui strazii, e senta egli suonare di nuovo quelle patetiche parole che fruttarono infamia eterna al traditore arcivescovo nei sublimi versi di Dante. Onde io mi rimarrò di più toccarne; contentandomi che in questa estrema parte dei fasti dei nostri giudici si presenti tratto tratto la rimembranza di un nome, per cui sembrami che nello spirito del lettore debba penetrare quel sollievo istesso che altra volta io sentii, alloraquando mi consolavo della povertà dei prischi nostri fatti con mescolarvi il nome dei più grandi cittadini di Roma.

I consigli della pace fra le due repubbliche si erano allora già recati a maturità; e condizione dell'accordo era stata fra le altre quella dell'abbandono da farsi ai Genovesi del castello di Castro. Ma i Pisani continuando nell'antica ritrosia, come approssimavasi il tempo della cessione della rocca, così chiedevano si prorogasse per un anno l'effetto della convenzione, e si accettassero in sicurtà altri luoghi dell'isola e la torre istessa del porto di Pisa colla fortezza della Gorgona. Rendeasi anche malagevole ai Pisani la consegna del castello per gli interni movimenti d'arme dell'isola, nella quale la feroce morte del conte Ugolino avea incitato a vendetta il conte Guelfo, di lui figliuolo. Udita egli la trista sorte del genitore e dei fratelli, ribellossi dai loro uccisori; e fortificando Villa Iglesias e Domusnovas colle castella di Baratuli, Gioiosaguardia, Acquafredda ed altri luoghi vicini, avendo accozzato le sue forze con quelle dell'altro suo fratello Lotto, passato dall'Italia nell'isola con soldatesca da lui condotta a stipendio, sosteneva a mano armata la sua indipendenza. Tuttavia fu poco fortunato questo tentativo dei due fratelli; perché le truppe inviate tosto dai Pisani per comprimere la sedizione, assistite da Mariano, giudice d'Arborea, il quale avea guidato anch'egli le sue genti a far testa contro ai sollevati, impadronironsi senza ritardo della terra di Domusnovas, dandone la rocca in custodia a cento balestrieri cagliaritani. E quantunque i popolani siano insurti contro a questi custodi, che tutti trucidarono; e siansi anche rinfrancati coll'arrivo in loro difesa del conte Guelfo e di numerosa banda dei suoi guerrieri; pure ebbero così sinistra la ventura nel primo loro scontro con il giudice d'Arborea e col duce pisano, che fugati ed esterminati, lasciarono in potere dei nemici lo stesso loro signore; redento poscia dallo sconsolato suo fratello colla cessione di Villa Iglesias e degli altri luoghi da lui governati. Onde i Pisani liberatisi da quella subita molestia, vollero anche togliere ai ribelli ogni mezzo di resistenza per l'avvenire, smantellando le rocche allora conquistate di Villa Iglesias e di Domusnovas, ed afforzando con novelle guardie le altre castella e le terre minori; nel mentre che non solamente il potere, ma la speranza anche in queste veniva meno di scapestrare di nuovo, mancati essendo poscia i due fratelli della Gherardesca, l'uno per cagione d'infermità e l'altro per lo accoramento dei vecchi e dei novelli disastri.

I Pisani in quel mentre con maggior ragione mostravansi incaparbiti nel disobbligarsi dalla cessione del castello. Decorso infatti l'anno e venuto il tempo di soddisfare ai patti o di mancarvi, vollero piuttosto pericolare un'altra volta nella guerra che comprar la continuazione della pace a sì caro costo. Non tardarono pertanto i Genovesi a correre di nuovo contro ai navigli pisani; ed affinché per la Sardegna l'esito rispondesse a quello delle precedute contese, Gioachino Merello, capitano di tre galee della repubblica, avendo, mentre cercava di affrontare qualche nave nemica, approdato nell'isola nel luogo detto di Capoterra, discese sul lido colla sua soldatesca, e scorrendo per la regione, arse quelle torri e tutti i poderi situati in quelle circostanze.

Intanto i Pisani acquistavano maggior comodità di opporsi ai loro perpetui nimici, mercé della pace stipulata coi loro più vicini rivali, i Fiorentini. In questa pace anche la sorte del giudice di Gallura veniva compresa; ed a di lui favore e dei guelfi suoi seguaci, si conveniva che lecito fosse loro il rientrare in Pisa ed il racquistare gli antichi onori ed uffizi. Non perciò la sua vita fu più tranquilla. Altre vicende e contese lo tennero lontano da quella città; né tardò a presentarsi cagione novella di vendetta. Gli animi dei Pisani si erano abbonacciati nella loro costante ostilità contro ai Genovesi, dappoiché questi, fermata la pace colla repubblica di Venezia, liberi da quel molesto negozio, poteano con maggior agio voltare le loro armi contro al nemico più prossimo. Obbligati dunque i Pisani a calare ad un accordo, stanziarono una tregua di ventisette anni, condizione della quale era l'abbandono della città di Sassari ed il pagamento di centrentasettemila lire di Genova pei dispendii della passata guerra. Spiacque sommamente ai fuorusciti questa tregua, e studiando ogni mezzo di introdurre novelli perturbamenti nella signoria, abbandonata l'Italia, dove non confidavano di poter agire felicemente, navigarono in Sardegna coll'animo d'indurre i più potenti dell'isola a scuotere il giogo pisano. Fu allora che Nino di Gallura prestò colla sua opera valido ausilio a quei suoi amici, ed attestandosi con i marchesi di Malaspina e coi Doria, intesi prima amichevoli patti coi cittadini di Sassari, mosse con un giusto esercito a far oste contro al giudice di Arborea, campeggiando la di lui capitale. Sebbene, per essersi cansato da amendue le parti uno scontro decisivo, siasi risoluta poscia la guerra in una scorreria ostile pei luoghi tutti all'intorno e nell'occupazione della villa di Mara Arbarei; dopo la quale Nino, forse non ben sicuro in tanta distanza dai suoi dominii, cautamente riparò ricco di bottino nelle sue terre di Gallura. I Pisani allora volendo vendicare quelli atti ostili, citarono al loro cospetto i conti della Gherardesca, ed il giudice di Gallura e quello di Arborea; il quale, per quanto ne scrissero gli annalisti pisani, chiamavasi Tosorato degli Uberti. Ma ricusarono tutti di obbedire, eccetto quest'ultimo, della fede del quale verso la repubblica pare debba somministrare argomento l'insulto stesso fattogli da Nino; onde la signoria passò tosto a privarli dei loro beni e diritti nell'isola.

Non perciò devesi dire che Nino abbia perduto il suo comando; ché in quei tempi quotidiane erano le sorti e dalle armi sole dipendenti, non dall'altrui autorità. Allorché adunque ebbe egli indi a poco ad abbandonare quella sua vita agitatissima, poté lasciare alla giovanetta sua figliuola l'esercizio pacifico dei paterni diritti sul giudicato. Era questa quella Giovanna alla quale Nino indirizzò i primi suoi ricordi nel tenero di lui colloquio con Dante, supplicando il poeta acciò alloraquando fosse di là dalle larghe onde le dicesse, che per lui chiamasse là ove si risponde agli innocenti; poiché invano potea richiedere di eguali preghiere la consorte sua Beatrice da Este, la quale, trasmutate le bianche bende, della sua mano avea fatto già contento un secondo marito. La qual cosa non senza movimento d'orgoglio esprimeva lo sconsolato giudice, predicendo che non così bella sepoltura farebbero un giorno a Beatrice i sudditi del novello suo sposo Galeazzo Visconti, come l'avriano fatta i suoi antichi popoli di Gallura.

Non si può asseverare quale sia stata la sorte di Giovanna; poiché assai varie sono in tal proposito le narrazioni degli scrittori; alcuni dei quali la dissero trapassata in età nubile, disponendo dei suoi dominii a pro del fratello suo uterino Azzo Visconti; altri impalmata da Marco Visconti; mentre non mancò chi la fé consorte d'un messer Ricardo da Canino di Trevigi. Si può con maggior certezza asserire che i diritti di Giovanna, qualunque ne sia stata la cagione, tramandaronsi nella famiglia alla quale si era unita la sua genitrice; giacché quantunque con il nome di quella principessa si debba chiudere la serie dei giudici di Gallura, nissun altro avendo colà esercitato dopo quel tempo una pienezza di dominio non disputato, pure lunga pezza continuarono i successori di Galeazzo Visconti ad intitolarsi giudici di quella provincia, ed a contrastarne ai novelli signori dell'isola la possessione fino a quando ogni cosa si risolvette nella signoria aragonese. Anzi non mancarono, appena trapassato Nino, emuli più vicini; avendo i Doria menomato l'eredità di Giovanna coll'occupazione di alcune vaste regioni della Gallura.

Spento in tal maniera il nome di tre dei nostri regoli, quello solo soprastava dei giudici d'Arborea; che per lungo tratto di tempo vedremo prima favoreggiare, poscia combattere la potenza aragonese; ed illustrare non solamente colle imprese guerresche, ma colla massima ancora delle politiche virtù i fasti di quella nobile provincia. Il rimanente dell'isola smembrato in più dominii obbediva a tutti quei signori che nel corso di questi secoli vidimo o fondatori od occupatori dei luoghi diversi. La sola città di Sassari era privilegiata di una maggior indipendenza. Già prima che i Genovesi ed i Pisani calassero a quell'accordo per cui, come sovra si è notato, era stato da questi ultimi abbandonato ogni loro diritto su quella città, speciali convenzioni erano state conchiuse fra i Sassaresi e la repubblica di Genova; colle quali questa non più signora, ma amica, ogni ragione di politico governo lasciava fra le mani dei maestrati del luogo; contentandosi che l'elezione del podestà di Sassari cadesse sovra una persona genovese, che guarentiti ne fossero i diritti ed i vantaggi, e che particolari favori fossero assicurati per sempre ai cittadini ed al commercio di Genova. Cominciò allora la città a reggersi a comune, assumendo il nome di repubblica di Sassari; e siccome il primo dovere ed il bisogno primitivo del novello reggimento era quello di fondare la sicurezza esteriore e l'interna tranquillità sovra le leggi, posero tosto mente quei cittadini a formare il loro codice di politica e civile legislazione. Questo monumento della sapienza dei Sassaresi esiste anche oggidì; ma talmente fu trascurato dagli illustratori delle patrie antichità, che quelli scrittori stessi i quali avendo sortito i natali in quella nobile città, tanto teneri si mostrarono delle glorie sassaresi da trasmodare in più o in meno dal vero trattando di alcuni fatti di assai minor importanza, passarono sotto silenzio o rammentarono di volo gli antichi Statuti della patria loro, che sì alto concetto poteano destare del senno e delle virtù civili degli antenati. Io credo pertanto di dover sopperire al loro silenzio e di far conoscere che se le vicende politiche aveano attutato per più secoli un popolo nel continuo ondeggiare della sorte, incerto non delle sole sue leggi, ma dei suoi legislatori, non sì tosto la maggior quiete dei tempi permise a quei cittadini di voltare l'attenzione agli interni loro bisogni, che, per quanto davano gli stessi tempi, a tutta l'altezza si seppero essi innalzare dei novelli loro doveri.

Meritano primieramente attenta considerazione le leggi politiche. Per queste viene a chiarirsi che la somma dell'imperio risiedeva in un consiglio chiamato Maggiore; che da questo dipendeva lo stesso podestà in alcuni casi; che l'autorità legislativa si esercitava ordinariamente dal medesimo consiglio, riserbati al podestà quei bandi che erano dipendenti dagli avvenimenti repentini; e che dal consiglio dipendeva l'amministrazione delle entrate del comune e la concessione di tutti i pubblici uffizi. Era questo maggior consiglio composto di cento cittadini, e rinnovellavansi i mancanti col voto della maggioranza dei consiglieri. Ma siccome la raunata di tante persone non poteasi ottenere così frequentemente come facea mestieri, sedici consiglieri rappresentanti i quattro quartieri della città traevansi a sorte di tempo in tempo, i quali col nome di anziani erano investiti di speciale potere per le bisogne quotidiane.

Il potere giudiziario e l'eseguimento delle leggi appartenevano al podestà; il quale era assistito da un collega chiamato anche cavaliere, da uno scrivano del comune e da una forza armata che facesse rispettare i suoi atti. Eleggevasi il podestà per le convenzioni stipulate con Genova fra i cittadini di questa repubblica; ed in ciò serbavasi la savia consuetudine di molte altre città d'Italia, le quali stimavano esser meno traboccanti nelle mani d'uno straniero le bilancie della giustizia. Ma se grandi ed estese erano le facoltà di quel maestrato primario, grandi erano eziandio le cautele adoperate per frenare ogni di lui arbitrio. I più severi giuramenti lo costringevano a rispettare nelle sue decisioni ed in ogni sua opera gli Statuti del comune; il diritto che gli competeva di convocare il consiglio maggiore nei casi d'importanza era dipendente dall'avviso degli anziani; gli si chiudeva una via al parzialeggiare, vietando con rigorose pene agli amministratori delle terre suggette di fare al podestà verun presente; allo stesso fine si stanziava che le provvisioni per le straordinarie benemerenze dei podestà, non mai si dessero al podestà attuale; acciò il comune si liberasse dall'onta di blandire coi doni il suo magistrato e si evitasse ad un tempo il pericolo di abbonacciarlo inver coloro che motori comparissero di quelle ordinazioni. Nel tempo medesimo affinché i podestà stessero lontani da ogni svagamento di privati lucri, era loro negata ogni maniera di traffico; ed acciò fra il giudice ed i popolani non mai surgesse l'occasione di private vendette, proibivasi al podestà di porre le mani addosso a qualunque cittadino ed ai di lui famigliari d'intervenire in qualunque accusa. Nel mentre che d'altra parte altamente si vendicavano le ingiurie fatte contro alle persone dei pubblici uffiziali con pene del doppio maggiori delle ordinarie. Si facea infine provvisione a temperare la soverchia famigliarità fra il podestà ed i popolani; non permettendoglisi di sedere a mensa comune con private persone, eccetto nelle maggiori solennità. E se ad impedire gli abusi non bastavano le cautele legali, venivano in soccorso le legali punizioni; trovandosi suggetti i podestà al pari degli altri uffiziali giudiziarii ad un solenne e periodico sindacato avanti agli otto sindachi del comune; nel quale giudizio, siccome erano riserbati i premii pel buon risultamento, così l'obbligo di render indenne qualunque persona lesa seguiva la condanna.

I sindachi, ai quali quella grave cura era commessa, esercitavano molte altre incumbenze in servigio del comune, sovra li cui interessi specialmente vegliavano. Apparteneva ad essi il domandare e lo spegnere i conti degli amministratori del tesoro pubblico; il riconoscere la convenienza delle spese correnti e la necessità delle nuove. Ad essi pure spettava l'impedire ogni usurpazione dei beni del comune; ed a tal uopo era loro riserbata l'inspezione d'una cassetta riposta nella pubblica loggia, nella quale era lecito a chiunque non di depositare quelle scritture di criminale dinunzia, per le quali sì famose furono altrove le buche destinate ad accogliere le imputazioni della calunnia o le querele della timida verità; ma solamente era permesso d'introdurre le polizze che ammaestravano il comune dell'abbandono od occupazione fatta di qualcuno dei suoi diritti o di qualche parte delle sue entrate. Ai sindachi principalmente era commesso l'invigilare acciò le convenzioni stipulate coi Genovesi si serbassero salde e perseverasse ogni pubblico uffiziale nella fede dovuta alla repubblica amica.

La legge per l'amministrazione delle pubbliche rendite non era meno cauta delle altre; e minute forme erano comandate per la formazione dei libri, per la chiarezza delle spese e per lo rendimento dei conti a quello che governava l'entrate della repubblica; il quale con nome più appropriato dei titoli poscia usitati per dinotare quel carico chiamavasi allora il massaro del comune. Mentre che anche dell'onoratezza dei massari inferiori avea cura la legge, vietando alle ville suggette di far loro verun presente.

Se in queste leggi la saviezza potea esser inspirata dall'interesse, non mancano quelle altre nelle quali la saviezza procedeva dalle più nobili e generose massime della pubblica ragione. Tal era la tutela commessa al podestà dei beni dello straniero che moriva in quelle terre. Tale la legge per cui nissuna occasione di guerra o di rappresaglie potea far sì che i beni degli stranieri venissero assoggettati ad una occupazione fiscale. Tal era pure la rigorosa proibizione del libero corseggiare, del quale recente dovea esser allora l'uso pei Sardi; poiché quella legge, la quale appella esecrabile il mestiero dei pirati, novello anche chiamò tal genere di misfatto.

Ma di queste leggi basterà l'aver toccato leggiermente; e gioverà invece il considerare quelle parti del codice nelle quali il confronto delle cose contenutevi colla giurisprudenza comune di quei tempi, più glorioso può tornare per la Sardegna. Mentre in Francia, in Ispagna e nella Germania le barbare istituzioni ereditate dagli invasori del settentrione tanto ancora valevano che non era dato ai legislatori il poter divellere l'uso funesto delle guerre private, per cui i gentiluomini nella sola loro spada ed in quella dei loro congiunti e clienti rimettevano il giudizio d'ogni contesa; mentre la forza o l'accidente nei così detti combattimenti giudiziarii o giudizii di Dio regolavano ancora presso alle stesse nazioni il diritto del tuo e del mio, o proscioglievano gli accusati da qualunque reità; i giurisperiti sassaresi autori erano alla patria loro di un sistema giudiziario fondato sulla ragione sola del giusto e dell'equo. Risiedeva, è vero, la giurisdizione nel podestà; ma non mai gli era dato il giudicar da sé solo; poiché era necessaria nei giudizi da lui profferiti l'approvazione di un maggiore o minor numero dei così detti giurati, come maggiore o minore era la difficoltà del suggetto. Chiamavasi allora Corona l'adunanza di questi giurati; ed il numero loro era quello che dava più grande importanza alle decisioni, essendo solamente lecito l'appello quando il numero dei giurati era minore di diciassette; nel qual caso la Corona che dicevasi compiuta esercitava i diritti di un tribunale supremo. A qual uopo perché alla confidenza delle parti corrispondesse ancora la celerità dei giudizi, era obbligo del podestà di congregare tre fiate per settimana le corone ordinarie ed una volta la corona compiuta.

Le persone componenti la corona maggiore eleggevansi periodicamente da quattro probi cittadini, prescelti eglino stessi a ciò fare dal podestà e dagli anziani. Ma non indistintamente era permesso di sottoporre al loro giudizio ogni sentenza; poiché quelle sole erano suscettive di nuova disamina che importavano la definizione del piato. Ed acciò il rimedio del litigante gravato non diventasse fra le mani del litigante temerario un mezzo di stancare il suo oppositore, una multa gravissima era stabilita contro a coloro che rimanessero perdenti nei giudizi di appellazione. La qual pena, quantunque possa parer grave a quelli che conoscono le innocenti illusioni dell'interesse e l'intrico legale di molte giudiziarie contenzioni, contiene l'applicazione di un principio salutare; per cui mentre non si distorna dall'intentare nuovo giudizio chi confida del suo diritto, si raffrena quello che confida solamente della sua tenacità.

Fra le altre leggi, che non a regolare i giudizi, ma a scemarne le occasioni furono indirizzate, non devo lasciar di notare lo stabilimento dei pubblici sensali; i quali, mentre si rendevano scevri di privato interesse col divieto loro fatto della mercatura, obbligavansi anche al più rigoroso segreto per li negozi più delicati commessi alla loro fede. Debbo anche notare l'obbligo imposto agli allogatori delle navi ed ai carrettieri di dare malleveria del fedele trasporto delle merci. Debbo rammentare le cautele e la severità delle leggi tabellionali. Ma soprattutto mi conviene dar cenno dei provvedimenti adoperati acciò fosse minore nelle compre il sospetto di quei carichi, che chiamati dai legisti pesi reali, fecero sovente batter l'anca per la disperazione ai compratori negligenti o delusi. A tal uopo si ordinava che lo stabilimento delle ragioni d'ipoteca potesse solamente derivare da una scritta solenne stipulata alla presenza del podestà e del consiglio; e che annualmente si bandisse nelle terre tutte di Sassari la notizia di tutti gli atti di quella natura. La qual cosa se risponde imperfettamente al bisogno della maggior pubblicità di quei carichi, contiene almeno il germe di quei più ampi ordinamenti che resero poscia così stimato il metodo dell'inscrizione delle ipoteche.

Se dalle leggi civili si passerà alle criminali, il lettore ponendo mente a ciò che davano quei tempi, attenderà forse un sunto di ordinazioni barbare, mentre io non senza meraviglia m'imbatto in prescrizioni benigne. Il massimo dei misfatti politici d'allora, cioè la cospirazione contro alle repubbliche di Genova e di Sassari, punivasi con una pena pecuniaria. La pena capitale era riserbata agli omicidii, ai furti qualificati, ai falsi monetieri, ai notai falsatori di pubblici strumenti ed ai violentatori delle matrone. Gli altri malefizii gastigavansi non nella persona, ma nell'avere. Traccie di barbarie io trovai solamente nella punizione dei falsi testimonii assoggettati al mozzamento della lingua; e nell'essersi eccettuati nella pena capitale contro agli omicidii coloro che avessero ucciso uno schiavo. Abbenché in tal parte quelle leggi ritraggano delle antiche massime, per le quali gli infelici ridotti in ischiavitù non fra le persone, ma fra le cose si numeravano; quasi come non bastasse lo spogliarli di tutti i diritti della società, senza cancellare ancora dalla loro fronte la nobile impronta della natura. Inumano ancora potrebbesi dire l'uso in quel codice ammesso della tortura, se trattandosi di una costumanza che tanto si abbarbicò nell'Europa, e di tempi nei quali non dalla sola ferocia ma dalla stolidità pur anco era contaminata l'indagine delle verità giudiziarie, non si avesse il diritto di chiamare temperata una legge che permetteva il tormento nei soli casi d'omicidio e di furto; e lo vietava ogni qual volta l'inquisizione derivava dalle dinunzie di un altro tormentato. La qual eccezione indica per sé sola come i compilatori di quel codice stimassero poco accettevole un'imputazione corrotta dalla violenza.

Nelle leggi penali di quel codice, allorché pei gradi diversi dei maleficii si stabiliscono i gradi diversi delle punizioni, si trova frequentemente una eccezione a favore delle femmine, la quale merita di non passare inosservata. Così dopo che si determinarono le multe per le varie maniere di ferite, venendosi a trattare delle femmine le quali ferissero altre femmine, la condanna vedesi nella sua proporzione sempre minore. Così, sebbene grave fosse la multa minacciata contro a colui che recidesse le treccie ad una donna o che in altro modo la svillaneggiasse, leggiera si assegna la pena contro a colei che rea si chiarisse di eguali ingiurie. Queste distinzioni non d'altra cagione poterono procedere salvo dal massimo dei principii della filosofia criminale, che colla misura del dolo ragguaglia quella del reato. Laonde io giudico aver creduto quei legislatori essere nelle femmine in quei casi minore la deliberazione perché maggiore è l'irascibilità; e le passioni essere più scusabili dove la tempera degli animi è per natura meno resistente. La qual sentenza se accettata senza restrizione può esser occasione di novelli erramenti in questa parte della giurisprudenza che di tutte le altre è ancora oggidì la più lontana dalla perfezione, pure ha tali radici nel cuor dell'uomo, che io mi confido non sia per esser trascorso senza meditazione il cenno qui datone.

Un altro raggio di filosofia criminale rifulge in quel codice per chi fassi ad osservare che i delitti non vi si considerano tanto come un'offesa privata, quanto come un turbamento dell'ordine pubblico; e perciò non dall'accusa altrui si fa dipendere il giudizio, ma dall'ufficio del giudice. Allo stesso principio si deve anche riferire l'ordinamento fatto per serbarsi indenne a costo del comune colui che fosse dannificato o dirubato nelle circostanze di Sassari; dove la pubblica autorità, confidandosi di poter difficultare o chiarire i misfatti, a suo carico assumeva quella soddisfazione. Stabilimento questo, che essendo stato poscia regolato più ampiamente, verrà da me in altro luogo rammentato. Manifestasi infine nelle leggi sassaresi la vera prudenza della ragion criminale, cioè la prevenzione dei misfatti. Fra le provvisioni indirizzate a scopo sì salutare io annovero l'ordinamento delle guardie formate a vicenda da tutti i cittadini ed obbligate ad andare di notte circondando la terra; il divieto a chiunque di trarre armato dove si ode scompiglio, salvo per comandamento del podestà e per suono di campana a storno; la proibizione del portar indosso armi micidiali; l'abolizione delle finte disfide; il freno imposto al libero vagare nella notte; la legge del non doversi turbare da nissuno la pace domestica dei cittadini nelle ore della quiete; la pena stabilita contro ai giuocatori della zara; ed altre ordinazioni siffatte, le quali ben dimostrano che il pensiero della pubblica tranquillità era nella mente di quei legislatori illuminato dalla conoscenza dei mezzi più acconci ad ottenerla.

Troppo lungi ne menerebbe il sunto delle molte leggi di quel codice attenenti ai doveri degli altri pubblici uffiziali, all'esercizio fedele di tutte le arti e mestieri, all'annona, all'agricoltura, alle materie edilizie, alle pubbliche vie ed altre cose di comune interesse; nelle quali se quei legislatori non sopravanzarono le massime del tempo, non omisero veruna delle migliori. In luogo di ciò io darò un cenno di quelle prescrizioni che furono indiritte ad aitare la debolezza, salvare il pudore, o bandire l'ozio delle femmine. Suggetto questo, che nella legislazione dei popoli meridionali agitati da passioni più fervide e meno arrendevoli a compassionare le fralezze femminili, seguita quasi sempre quella che suole appellarsi influenza del clima. Già vidimo aver i legislatori sassaresi attribuito alle femmine una men perfetta deliberazione nei malefizii. Lo stesso principio fu applicato ancora all'esercizio dei diritti civili; poiché nel massimo di questi diritti, cioè nell'ordinazione dei testamenti, non altrimenti si permise alle donne la dichiarazione dell'ultima loro volontà, salvo alla presenza del padre o di due dei più prossimi congiunti, od almeno di due persone assennate e confidenti; quasi come a leggieri giudizi fossero elleno per trascorrere, se contenute non erano dal rispetto inspirato da grave ed autorevole persona. Vidimo eziandio la grave pena minacciata contro agli offensori violenti del pudore delle maritate. Ma non bastavano queste e le altre leggi severe pubblicate contro ai diversi gradi e le diverse reità d'un misfatto sempre punito e sempre ripullulante; saviamente pertanto vollero quei legislatori adoperare le cautele della prevenzione. Perciò fu proibita qualunque raunata notturna anche nelle chiese nelle quali si solennizzava nottetempo qualche festa. Perciò fu stabilita in ciascuna settimana una distinzione di giorni per l'accesso ai pubblici bagni dei maschi e delle femmine con pene talmente rigide che ben si conosce non aver punto i coloni turritani ereditato dagli antichi loro padri romani la tolleranza da questi qualche volta manifestata nei famosi e violati conventicoli della dea Bona. Finalmente a tenere occupate con profitto quelle fra le donne che hanno maggior bisogno di essere operose madri di famiglia, tendeva la legge, per cui era comandato a tutte le femmine di contado, le quali aggiravansi per le pubbliche vie non occupate nella vendita di qualche merce, dovessero comparirvi colla conocchia e col fuso attente al loro lavoro.

Mentre la repubblica di Sassari facea provvisione ai bisogni politici e civili dei suoi cittadini, le sorti di quella provincia e dell'isola tutta si agitavano diversamente, e soprastava già la potenza aragonese, nella quale le varie signorie dell'isola erano per risolversi. Ma prima che io intraprenda a descrivere questo novello e lungo periodo della sarda storia, non sarà inopportuno il soffermarmi alquanto a considerare i destini della Sardegna nei secoli già trascorsi dei suoi giudicati.

Grande certamente dovette essere l'esultazione dei popoli sardi allorché, cacciate dai loro litorali le masnade maomettane, poterono aprire l'animo alla confidenza di sorti migliori. Pronto perciò fu il concitamento che in ogni parte dell'isola si dichiarò onde riscuotersi dai sofferti disastri. La Chiesa sarda travagliata prima dagli ariani, conculcata poscia dai Mori, mutò tosto in conforto le sue ambascie; e racquistando la pace per tanti anni lagrimata, vide prontamente restaurati gli antichi suoi seggi vescovili, erette cattedre novelle ed appagati li primari suoi bisogni. Il clero, il quale pareva oramai aver obbliato le antiche glorie della nostra Chiesa, se non si poté spogliare affatto della sua ignoranza, incominciò almeno, per quanto le condizioni di quel tempo lo permettevano, a sentire il beneficio dell'istruzione, che nell'isola veniva di nuovo propagata dai monaci del continente. Il popolo non più costretto a guardare ogni dì i suoi litorali dalle scorrerie ostili, poté riprendere le pacifiche sue occupazioni agrarie e di commercio; e rimirare con compiacimento che due illustri nazioni italiane gareggiassero fra loro, come ai tempi della seconda guerra punica gareggiato aveano Cartagine e Roma, per ottenere la possessione dell'isola, per esercitarvi un esteso traffico, per innalzare città e rocche novelle. Ma lungo tempo non poté trascorrere senza che i Sardi stessi, fatti saggi del vero loro stato, abbiano dovuto riconoscere che quella condizione di cose rispondea meglio al bisogno della cessazione dei mali che al desiderio di novello bene.

Desiderio primiero dei popoli è la stabilità del proprio governo; e di quel governo non mai ferme si erano gittate le fondamenta. Il dominio supremo dell'isola, che nello spegnersi dell'impero greco era stato esercitato dai pontefici romani, veniva loro fieramente disputato ogni qual volta per la preponderanza degli imperatori germanici e della fazione ghibellina le cose della Chiesa procedevano sinistramente. La podestà delle due repubbliche conquistatrici era anch'essa instabilissima; se podestà si può chiamare quella che mostravasi meglio col travagliare i rivali che coll'assoggettare i popoli. Ed invero se si pone mente alla natura della signoria pisana e genovese in Sardegna, ben lievi s'incontrano le traccie di quella autorità con cui le nazioni più possenti o più fortunate ressero altra volta i destini delle terre conquistate. Non colonie popolose, che, rammentando ai vicini popoli la potenza dell'antica patria, inspirassero sicurtà in coloro che star voleano in fede e timore negli incostanti. Non magistrati, che, inviati periodicamente dalla metropoli, mostrassero col frequente loro scambio d'esser solamente investiti d'una podestà delegata; e ad un tempo mantenessero vivo nei sudditi l'abito della dipendenza, nei dominatori il bisogno della vigilanza. Non leggi imposte alle provincie suggette, per le quali, se non il potere sulle persone, riserbata comparisse almeno la facoltà di disporre dei loro diritti. In luogo di ciò noi troviamo continuato, come nei tempi anteriori alla conquista, il comando a vita dei giudici. E se al tal grado elevate furono alcune famiglie patrizie d'Italia, queste non tanto per l'abbandono loro fattone dai dominatori reggevano le provincie, quanto per la volontaria suggezione dei popoli concorrenti con solenne elezione ad innalzare al governo ogni novello regolo. Né perché si possa dire esser state tali elezioni talvolta comandate e non libere, maggiore si dovrà riconoscere l'influenza delle due repubbliche nell'interiore reggimento della Sardegna; poiché la natura dei governi perpetui male si accomoda ad una vera dipendenza; specialmente quando non ad una persona, ma ad una famiglia conceduta trovasi la signoria. Riducevasi pertanto la bisogna delle due repubbliche a spedire alla volta dell'isola nei casi di urgenza alcune galee e poche soldatesche, che contenessero nella fede i giudici inclinanti a diversi pensieri; a profittare delle felici vicende di tali spedizioni per allontanare dal comando le persone mal affette; a giovarsi di quei vantaggi che il commercio in un'isola ferace partoriva. Ed a questo profitto teneano specialmente la mira le signorie di Pisa e di Genova nelle varie convenzioni, che vidimo essere state fermate con molti dei nostri regoli; nelle quali convenzioni se si accorda alle ridondanti espressioni di suggezione e di vassallaggio quel solo valore che deve derivare dalle clausole di specifica obbligazione, non altre condizioni si leggono che di profitti nel commercio, di politiche alleanze o di personali liberalità dei giudici. Anzi fra queste stesse condizioni non mancano quelle che più chiaramente dinotano di qual natura fosse il potere delle due repubbliche; giacché non una sola volta noi trovammo fra le altre concessioni fatte dai nostri giudici a favore dei cittadini di quei comuni, compresa l'immunità loro dai tributi e dazi delle provincie sarde. La qual cosa male confassi certamente ai diritti di un popolo dominatore, se non nei sostanziali rispetti, in quelli almeno delle forme; parendo poco adatto che da chi comanda si accettino i privilegi, si soscrivano le concessioni da chi obbedisce.

Tanto ciò è vero, che non mai così decisamente vedesi esercitata l'autorità dei Pisani e dei Genovesi, salvo dopo l'età in cui, cessato in alcune provincie il governo dei giudici, tutta la podestà venne a solidarsi nelle mani delle due repubbliche per le terre a ciascuna di esse sottoposte. Così nello scadere il secolo XIII, la repubblica di Genova mostravasi investita di maggior potere nelle terre del giudicato di Logodoro, allorché lo rendeva anche più sicuro coll'alleanza ed amistà del comune di Sassari. Così nel principio del secolo XIV, mentre anche nella provincia di Cagliari era spento il dominio dei giudici, il comune di Pisa sia per le proprie ragioni, sia per quelle d'alcune famiglie patrizie della città, usava colà i diritti di piena signoria, inviandovi Pietro di Buccio da Cortona, giureconsulto colla qualità di riformatore ed inquisitore, onde chiamare a sindacato tutti gli uffiziali che la repubblica manteneva in quel giudicato ed in quello di Gallura. Serbasi fra i scelti diplomi pisani pubblicati dal cavaliere Flaminio Dalborgo, la carta di quella delegazione; ed argomento se ne trae non solo per riconoscere esercitata in quel tempo nella città e castello di Cagliari, in Villa Iglesias, in Terranova ed in altri luoghi di quelle due provincie una intiera sovranità; ma eziandio per chiarire in qual maniera e per mezzo di quali uffiziali i Pisani le governassero. Poiché fra le persone sottoposte al sindacato si nominano i così detti vicari del regno cagliaritano e della Gallura, i castellani, i giudici ed i salinieri di Cagliari, il rettore ed i così detti vigili e gastaldi di Villa Iglesias, i ministri delle curie ed i maggiori delle ville, i podestà ed i camerlenghi, i consoli del porto, i capitani di guerra, i sergenti e molti altri uffiziali minori, dei quali in quella carta si contiene il novero.

Nullameno un dritto regale, anche prima di quell'età, sembra sia stato esercitato dal comune pisano in Sardegna; quello cioè di coniar moneta. Il celebre monetografo italiano Giorgio Viani, rapito negli anni precorsi ai suoi studii numismatici, possedea nella sua raccolta una preziosa e rara moneta d'argento, la quale, coniata nella terra di Villa Iglesias, dimostra nella sua leggenda che colà esisteva una zecca e che era posta sotto l'autorità del comune di Pisa. Né certamente luogo veruno più adatto poteano scegliere i Pisani sia per la prossimità delle miniere le più coltivate dell'isola, sia per la situazione della terra; la quale fortificata validamente dagli stessi Pisani, fu il primo baluardo contro al quale per molti mesi inutili tornarono gli sforzi dell'esercito aragonese. Ma in questo suggetto delle monete di quei tempi, non largo campo poss'io avere per maggiori indagini; perché ben iscarse sono le notizie che si hanno in tal proposito. E solo aggiungerò esser molto probabile che la moneta illustrata dal Viani fosse una di quelle che mentovate vedonsi spesso negli annali di quel tempo col nome di denari aquilini minuti.

Continuando pertanto a toccare delle cose attenenti all'autorità delle due repubbliche nella Sardegna, dirò che il vero potere, quello cioè che presente sentivasi dai popoli, era il potere dei giudici. Ma non perciò più stabile doveasi riconoscere nelle loro mani l'autorità del governo; ché alla stabilità nuoceva quell'incertezza istessa, la quale, comunicata quasi dall'uno all'altro grado della signoria, mentre non permetteva ad alcuna delle due repubbliche di tranquillare sotto l'ombra della protezione pontificia o cesarea, non permetteva egualmente ai regoli sardi di confidarsi quietamente di una labile e mal sicura amistà. La Sardegna infatti in quei tempi poteasi ben stimare come divisa perpetuamente in due fazioni moventisi sempre l'una incontro all'altra; per le quali il fine d'un conflitto non era giammai la quiete del vincitore o del vinto, ma il principio di novelli conflitti; poiché al vincitore non mancavano in quel continuo agitarsi delle sorti guerresche sui mari altri nemici; al vinto correa l'obbligo di passare al fianco dell'oste più fortunata per combattere i suoi antichi collegati. La storia perciò di quelli anni non è che una ripetizione di spedizioni genovesi e pisane, di incontri marittimi, di battaglie animose, di vittorie vicendevoli o dubbie, di tregue malfide o violate. E più terribile di ciò che la storia narra è forse ciò che la storia tace. Per la qual cosa la sorte dei popoli trasandata come umile suggetto dagli scrittori, non si può senza dolore considerare da chi voglia o sappia valutare quella dubbiezza di diritti nei governanti, di protezione nei sudditi; e il timore e il disinganno che ogni momento nascer doveano dalle gare più o meno avventurose delle due nazioni rivali, onde comandare sovra un'isola che ben si può dire non sia mai stata da alcuna di esse pienamente conquistata, corsa mai sempre.

Ove dalle contenzioni politiche nelle quali trovavansi impigliati i nostri regoli, si volti lo sguardo agli atti dell'interiore reggimento dei loro stati, diverso si dee formare il giudizio nei diversi rispetti. Se lecito è il conghietturare quale fosse la comune giurisprudenza dei popoli sardi, traendo dal codice sassarese, testé analizzato, e dal codice di Eleonora, di cui a suo luogo per me sarà data eguale contezza, gli argomenti di massime uniformi, si può con fondamento affermare che, durante il governo dei giudici, la Sardegna, meno di molte altre nazioni europee, abbia sentito il bisogno di savie ed umane leggi. Ed invero, se ambi quei codici molto ritraggono dell'antica giurisprudenza romana, le cui reminiscenze serbate veggonsi nell'isola anche nei tempi li più barbari, non v'ha motivo alcuno speciale che debba far credere essersi nelle sole provincie di Torres e di Arborea rispettata una legislazione che, comunicata un tempo a tutte egualmente, in tutte eziandio dovette esser sottoposta ad uniformi vicissitudini per le uniformi cagioni di mutazioni politiche, religiose e sociali, concorse a variarla, purificarla e deturparla. Mancò adunque negli altri due giudicati per la solenne compilazione delle loro leggi o l'impulso dato ai Sassaresi dalla novella maniera del loro reggimento, o la sollecitudine dei regnanti, per la quale la provincia d'Arborea rammenta con orgoglio il nome della sua Eleonora. Ma mancar non dovette la conoscenza e l'osservanza di quelli stessi principii dell'universale diritto coi quali nelle altre parti dell'isola si vide introdotta nell'esercizio delle ragioni civili la chiarezza, nei pubblici giudizi la confidenza dei litiganti, nell'eseguimento dei diversi uffizii l'esattezza, nella persecuzione dei delinquenti la sollecitudine, nella punizione loro la giusta severità.

Gli stessi regoli erano quelli che, non contenti del nudo nome di giudici, ne esercitavano secondo gli Statuti di ciascheduna provincia le sublimi incumbenze; assistendo personalmente alla definizione di ogni litigio e contribuendo colla loro opinione se non a migliorare, a far rispettare almeno maggiormente i pubblici giudizi. E se non in ogni tempo giova al risolvimento delle contenzioni giudiciarie l'intervento della suprema autorità, giovava forse talvolta in quei tempi; nei quali per lo minor intreccio e numero de' negozii dato era ai nostri regoli di poter interporre nella composizione delle controversie private un paterno ed amorevole arbitrato. Aveano inoltre i giudici sardi grandemente a cuore di osservare con ogni dimostrazione di onore coloro ai quali il nobile incarico era commesso di amministrare la giustizia. E fanno di ciò testimonianza le molte carte nelle quali fra i più notabili della provincia intervenuti, com'era in quei tempi il costume, alle convenzioni dei regoli, il nome s'incontra con frequenza dei curatori dei diversi distretti; ché con tal nome benaugurato chiamavansi allora i proposti alle curie. Fra questi curatori i nomi anche si trovano dei più illustri casati dell'isola; anzi quelli stessi delle famiglie regnanti. La qual cosa dichiara per se stessa che l'esercizio della più elevata delle magistrature conservato avea fra i Sardi la prisca sua nobiltà; e che la Sardegna, la quale, per le ragioni che saranno da me addotte nel trattare del codice di Eleonora, andò immune da quel politico sistema per cui gran parte dell'Europa dovette rispettare lungo tempo la confusione di ogni potere nel potere militare, fu libera ancora dall'influsso di quelle massime contemporaneamente radicate in altri paesi, per le quali graduandosi la dignità colla forza, derivò altrove la distinzione degli uomini di spada e degli uomini di toga.

Non si ha altra traccia delle maniere del governo civile dei nostri giudici, salvo quella dell'antica Cronaca sarda altra volta mentovata; dove si riferisce come era in uso presso ai giudici di Logodoro di consigliarsi nei negozi gravi dello stato coi prelati della provincia. Restò invece la memoria di altri atti numerosi della loro autorità; quali sono l'approvare alcune delle convenzioni più importanti dei loro suggetti; il chiamarli alla guerra; e specialmente il riscuotere i pubblici tributi. Questi talvolta imponevansi straordinariamente, come ne vidimo un esempio nel riscatto del re Barisone. Degli ordinari rimane solamente un manifesto ricordo nelle gabelle dovute per l'entrata ed escita delle derrate e mercatanzie. Non si può pertanto conghietturare se alcuna imposizione sulle terre fosse posta nelle provincie; seppure numerosa, e non anzi ristrettissima, come io penso, era la classe di quei sudditi che poteano essere suscettivi di tale tributo; trovandosi ad un tempo stabilita allora nelle terre dell'isola e la servitù della gleba, per cui troppo umano saria stato quel carico, e la signoria feudale, per cui lo stesso carico saria forse stato troppo ignobile.

Invece grande giovamento dovea ritrarre il tesoro dei giudici dalle frequenti multe che imponevansi dalle leggi e consuetudini d'allora pei misfatti d'ogni maniera; ed in questo rispetto accagionar si possono di soverchia condiscendenza o verso i delinquenti o verso il tesoro, al pari delle leggi contemporanee di altre provincie, le prescrizioni penali a noi cognite della Sardegna; le quali più volte percuotono le sostanze del reo, quando sarebbe il luogo di percuotere la di lui persona od i di lui diritti. Pare eziandio che ai giudici fosse riserbato il commercio dei sali e la proprietà delle miniere; poiché dei vantaggi derivanti da quello si fece molte volte conto nelle solenni stipulazioni dei nostri regoli; e delle miniere si trova fatta una concessione nella donazione segnata dal giudice Comita di Arborea a favore del comune di Genova. A questi vantaggi, che frutto erano della sovranità, aggiugnevano i regoli sardi il profitto del privato loro patrimonio, consistente in terre, ville, chiese, schiavi e bestiami; del quale patrimonio vidimo già o possedute diverse porzioni dai principi delle famiglie regnanti, o smembrate ad oggetto di arricchire i novelli monasteri dell'isola e le chiese italiane. Anzi alcune di tali terre trovansi nelle antiche carte notate col nome di terre del regno; onde se ne può trarre argomento per distinguere il privato patrimonio di quei principi, nel quale era pienamente libero l'esercizio del diritto di proprietà, da quello che propriamente si potrebbe chiamare patrimonio della corona, e che restando inalienabile passava da un giudice all'altro, come dote della signoria.

Tuttavia non è difficile il far concetto che malgrado di siffatti vantaggi, scarsa anziché larga fosse la fortuna di quei regoli. Indizio indubitato di ciò somministrano le venture ridevoli del giudice Barisone; il quale, abbandonata appena la sua reggia, per cagione di quella sua smodata ambizione della sovranità dell'isola intiera, si trovò così manchevole di denaio nel satisfare alle sue promesse, che n'ebbe dall'imperador Federigo le male parole; e così leggiero di speranze nelle future riscossioni, che obbligò il comune di Genova ad assicurarsi della di lui persona.

Tanto maggiormente adunque si deve in quella strettezza biasimare il continuo largheggiare dei regoli sardi a pro delle chiese e stabilimenti stranieri; se già non deesi presumere che a quelle largizioni abbia dato maggior impulso la convenienza politica, la quale è pur dessa talvolta una imperiosa necessità e non già lo spirito di pia liberalità. A questa politica convenienza era anche da attribuire l'assenza frequente de' regoli dalle loro provincie, onde trattare personalmente presso alla repubblica nella quale aveano acquistato maggior entratura, le principali loro bisogne. E forse senza timor di errare si può eziandio asserire che in quel continuo ondeggiare delle sorti guerresche, ben di rado i pensamenti dei nostri regoli s'indirizzassero ai bisogni dell'interiore governo dei popoli loro; quando vediamo uno di essi, cioè Nino di Gallura, il quale dovette essere grande e di animo generoso, se d'un uomo grande e di sensi altissimi meritò la durevole benivoglienza, consumare la sua vita nei civili conflitti di Pisa ed abbandonare il reggimento del suo regno all'iniquo barattiere frate Gomita.

Se dunque dalla sorte de' principi si dovesse voltar la considerazione alla sorte dei popoli, dir si potrebbe che non meno travagliata fu l'una dell'altra. Nullameno in qualche rispetto potriasi affermare che gli interessi dei popoli si avvantaggiarono in quella condizione di tempi; nell'incremento cioè e propagazione de' traffichi. Un'isola governata, disputata o travagliata da due delle nazioni più trafficanti dell'Europa per ragione dei profitti che se ne traevano, dovette presentare anche ai nazionali occasioni continue o di esercitare per se stessi la mercatura, o di render più prosperevole lo stato dell'agricoltura onde sopperire alle giornaliere richieste di quei tanti negoziatori italiani che a quella volta indirizzavansi pei loro procacci. Né dicasi che il commercio si nutrica nella pace e che male perciò si potea la confidenza dei nazionali accomodare a quelle contenzioni perpetue. Poiché non solo veggiamo, malgrado della poca sicurtà de' mari, continuato in ogni tempo con frequenza l'approdare dei navigli delle due nazioni ai porti della Sardegna; ma possiamo anche considerare in quei continui guerreggiari sul mare piuttosto una vicenda di maggiore o minore ventura per gli stranieri, che uno scemamento di profitto per gli isolani profferentisi egualmente di satisfare alle dimande del vincitore qualunque egli si fosse. Negli annali perciò di Pisa e di Genova s'incontra tanta dovizia di prede reciproche, che ben si conosce esser diverso il sentimento del pericolo nell'animo del pacifico trafficante intento a combattere la sola fortuna delle onde, e nello spirito di uomini costantemente belligeri, nei quali all'ardimento dei negozianti si accoppiava la temerità dei corsali.

Non si può dubitare pertanto non siasi nel correre di quei secoli accresciuta la privata opulenza dei Sardi; e coll'opulenza anche la popolazione dell'isola siasi aumentata a segno che abbia trovato qualche riparo ai gravi danni patiti nell'invasione de' barbari. All'aumento della popolazione doveano anche conferire le migrazioni facili dei popolani delle due repubbliche nelle terre sarde. Della qual cosa vedesi un cenno nelle antiche scritture italiane cognite ai coltivatori del puro nostro prisco idioma col nome di Novelle antiche; narrandosi in queste come essendo in Genova un gran caro, quella signoria tolte alquante galee e mandato il bando che i poveri accorressero alla riva ed avrebbero del pane del comune, servissi di tale stratagemma per far andar sovra le galee i numerosi accorrenti; i quali trasportati in tal modo in Sardegna furono poscia colà lasciati; ché, come scrisse il novelliere, v'era dovizia. Se pertanto si vuole confrontare lo stato della popolazione di quei tempi con quello del succeduto governo, non sarà malagevole il chiarire assai più popolosa essere stata l'isola sotto il comando dei suoi giudici che sotto la signoria aragonese e castigliana. Un argomento indubitato di tale differenza si ha nel paragone de' luoghi abitati nel primo, spopolati nel secondo periodo di tempo. I monumenti più antichi della novella dominazione, e specialmente i diplomi delle concessioni feudali a larga mano profuse dai sovrani d'Aragona, contengono la menzione di un numero stragrande di ville già popolate in quel primo incominciare della signoria, le quali disertate poscia in età diverse, presentano un tristissimo quadro di desolamento. Le notizie accumulate dagli scrittori nazionali onde serbare il nome di tante altre castella e ville atterrate, dimostrano eziandio che in questo rispetto le sorti dell'isola traboccarono sempre più sinistramente come si avanzarono i tempi del novello dominio. Perciò siccome vidimo fino dal primo sorgere del governo dei giudici moltiplicati li seggi vescovili, così ne vedremo, nell'inoltrarci nelle seguenti vicende dell'isola, menomato il numero. E la ragione ancora ci fia allora manifesta di tanta diversità; poiché oltre alle pestilenze che travagliarono la Sardegna nelle età succedute, anche la guerra, la quale avea rispettato quasi sempre nel governo dei giudici la quiete de' popoli situati nella parte interna dell'isola, mentre che le sorti delle due repubbliche dominatrici agitavansi sui mari o nelle terre litorali, imperversò poscia nelle mediterranee ed involvette nei suoi disastri le provincie le più fiorenti e popolose. Non dee pertanto recar meraviglia se tanta essendo la traccia di esterminio che la superficie dell'isola presenta dopo il governo aragonese, di gran lunga più appagante mostrisi il giudizio che conviene portare dei tempi che lo precedettero; quantunque per altri riguardi la fortuna dei popoli sia stata in tali tempi più malaugurosa.

La considerazione più ampia di queste sorti dovrebbe ora richiamare l'attenzione dello storico. Ma nella mancanza di maggiori notizie che dar possano alle asserzioni un pregio superiore a quello delle vaghe conghietture, io inclino a considerare a preferenza nei popoli stessi più che i patimenti loro, l'indifferenza con cui furono sopportati; sembrandomi che di tale indifferenza più visibile sia restata l'impronta nelle memorie di quel tempo. Quando infatti si ponga mente che quel popolo era pure quell'istesso il quale, dopo aver opposto il petto alle legioni di Cartagine e di Roma, abbassato avea con la coraggiosa sua resistenza la ferocia saracena, sarà facile il giudicare che ove un lungo abito naturato non avesse in quelli animi di indole piuttosto subita che paziente una compiuta indifferenza per qualunque sopravvegnente mutazione di signoria, non così sommessamente avriano ricevuto la legge quotidiana dei Pisani o dei Genovesi al semplice apparire di poche galee al cospetto dei loro litorali. Che se la cagione dovessi io ricercare di tanta tiepidezza de' popoli, io non tanto la deriverei dalle sofferte calamità, quanto da quella politica divisione dell'isola in quattro giudicati, per cui dopo sì lunghi secoli di uniforme soggezione, sursero colle diverse signorie gli interessi od opposti o varii delle smembrate provincie. Non più suonò allora nella Sardegna un solo grido di unione per chiamare indistintamente i popolani tutti a riscuotersi da un pericolo comune. L'oste che presentavasi a combattere non più contro ai Sardi indirizzava le sue armi; ma nel mentre disponevasi a comprimere i provinciali di Cagliari e di Arborea, careggiava i Turritani ed i Galluresi. Divisa era adunque la fede, diviso l'odio; perché non v'era più amico o nemico che lo fosse di tutti. Abbonacciatasi pertanto con tale spartimento la universale animosità, maggiore si manifestò ogni giorno la debolezza di ciascheduna provincia; ché siccome i pensamenti degli uomini si distendono nella confidenza dell'unanime altrui ausilio, così divengono chinati e scemi quando per lo disgregamento delle primiere forze non la potenza sola è menomata, ma sottentra anche il timore di vedere gli antichi soci trascorrere dall'abbandono alla nimistà.

Altro grave danno ebbe pure a partorire alla Sardegna quella divisione di giudicati; poiché i semi allora si gittarono di quelle rivalità provinciali e municipali di cui nel seguito della Storia si dimostreranno gli effetti; e per le quali molti incapricciti della fortuna o della gloria del luogo ove nacquero, non la Sardegna, ma la terra natale ebbero nel cuore.

Recando pertanto alla somma questo discorso sugli atti e sulle conseguenze del governo dei giudici sardi, penso che dal fin qui detto venga a chiarirsi che in quella condizione di cose fausto fu pei nazionali il concentrarsi di ogni podestà nella signoria aragonese. Fausto sarà forse eziandio per lo scrittore lo scambiare una narrazione che non un aspetto, non un colore poté mai serbare, alla relazione di avvenimenti più ristretti fra loro, più onorevoli per la nazione sarda e che più davvicino ragguardano alla sua storia. E se l'animo del lettore fu contristato dal vedere non mai tranquillate nel correre di due secoli quelle stesse armi che furono impugnate per la conquista della Sardegna; un quadro più consolante gli si presenterà allorquando, radicato il novello dominio, vedrà la nazione partecipe dei destini e delle istituzioni di una delle maggiori monarchie europee, ricomporre, per così dire, mercé della sapienza delle sue leggi, gli elementi del suo benessere e non mancare giammai del debito suo verso il principe e verso se stessa.

 

 

LIBRO NONO

 

Bonifazio VIII fino dal principio del suo pontificato, nel conchiudere con Iacopo II, re d'Aragona, un accordo pel quale dovea cessare, fra questo sovrano, la casa d'Angiò e la Chiesa romana, ogni contenzione sul possesso della Sicilia, comprendeva nelle segrete condizioni di tale trattato la promessa della concessione della Sardegna; e Iacopo acconsentiva all'abbandono di qualunque suo diritto sulla Sicilia; la quale era destinata, dopo altri quattro secoli, ad esser di nuovo con eguale rinuncia scambiata coll'isola sarda.

Riducevansi due anni dopo ad effetto le promessioni del pontefice, allorquando portatosi Iacopo in Roma ed accolto ivi con molte dimostrazioni di onore, otteneva la solenne investitura del regno di Sardegna e di Corsica; obbligandosi a riconoscere il supremo dominio della sede romana, ad assisterla colle sue arme in Italia ed a pagare alla Camera Apostolica l'annuo censo di duemila marchi d'argento. Iacopo allora conoscendo che non bastavagli l'acquistato diritto se non giugneva a cacciare colle armi dall'isola coloro che vi signoreggiavano, disponeasi a combatterli, concitando a suo favore la rivalità dei Fiorentini e dei Lucchesi contro ai Pisani; i quali, messi in pensiero per la guerra che antivedevano, deliberarono di cansarla scegliendo un ausiliatore assai più potente, cioè l'oro. Ed inviati perciò al re ambasciadori con tre galee e con molta moneta, ruppero in tal maniera per qualche tempo la foga dell'inimico.

Né senza fidanza di lungo posamento delle armi rivali era questa operazione dei Pisani; poiché in quello stesso correre di tempi, nel mentre che la guerra aragonese minacciava sempre più di rovesciarsi sulla Sardegna, gittavano essi entro al castello cagliaritano le prime fondamenta di quel maggior tempio nel quale doveano gli Aragonesi da lì a non molto render grazie a Dio per la cacciata di coloro che l'aveano innalzato. Come anche in quel tempo faceasi provvisione dal comune di Pisa affinché Pietro da Buccio di Cortona, giureconsulto, del quale altra volta si diede cenno, passasse nell'isola per chiamarvi a sindacato i diversi uffiziali che la repubblica tenea al suo servigio nella provincia di Cagliari ed in quella di Gallura.

Presentossi in breve più propizia l'occasione della conquista al re d'Aragona, alloraquando, riconosciuto solennemente per suo successore dopo la rinunzia dell'infante don Giacomo, l'infante secondogenito don Alfonso, principe di gran cuore e di mente svegliata, parvegli che bene gli tornerebbe il commettere a questo il governo della spedizione. Erano già in tal proposito precedute alcune pratiche colla signoria di Genova e colle famiglie dei Malespina e dei Doria, profferentisi di aiutare il re in quell'impresa o per accrescersi di stato, o per menomare nell'isola il potere delle famiglie pisane loro emole. Nei consigli avuti si era preso anche il partito di veder modo come la giovinetta principessa di Gallura, figliuola di Nino, desse la sua mano ad uno sposo o suggetto al re o suo partigiano. Ma confortavasi specialmente Iacopo del messaggio che ricevuto avea dal giudice d'Arborea e dell'offerta da lui fatta di prestargli nella conquista valido sussidio.

Dopo il regno di Chiano succeduti erano congiuntamente nel governo della provincia i due fratelli Andrea e Mariano Serra; e questi terzo del suo nome fra i giudici di quella regione, avea, dopo la morte del primogenito, regnato solo. Trapassato questo, si era continuato il governo da Ugone III, di lui figliuolo; non senza molestia dei Pisani, i quali, dicendolo figliuolo illegittimo, non si tennero di travagliarlo, fino a che egli non riscattò la sua eredità, abbandonandone una porzione col pagamento di diecimila fiorini d'oro. Cacciato avea in tal modo Ugone dal suo animo il sospetto di essere nell'avvenire turbato nel possedimento del suo regno; ma non il rammarico di esserlo stato in addietro. Onde serbando riposte nella mente le ricevute ingiurie, incontrò favorevole occasione di vendetta nel disegno già maturantesi della conquista aragonese; ed inviò a tal uopo al re un gentiluomo chiamato Mariano de Ammirato, che ad ogni di lui servigio esibisse la persona e le genti del giudice; e promettesse eziandio l'ausilio di Branca Doria, confederato di Ugone.

Grande era a quei dì la potenza dei giudici d'Arborea; sia perché quel solo loro giudicato erasi mantenuto intiero nell'universale divisione delle altre provincie sarde; sia perché eransi eglino giovati della preponderanza delle forze loro onde dilatare gli antichi confini della provincia; per la qual cosa oramai la terza parte dell'isola obbediva alle loro leggi. Non si può quindi dubitare non sia l'assistenza di Ugone tornata grandemente accetta al re; il quale nel mentre che per mezzo del suo figliuolo don Alfonso accelerava gli apprestamenti della guerra e ponea anche la mano ai mezzi estremi per ragunare il denaio necessario all'impresa, vendendo a tal fine alcuni stati della Corona, offeriva al giudice piena conferma ed ampliazione dell'antica signoria; lo autorizzava a promettere condegno guiderdone agli altri partigiani; e concedeva a Branca Doria ed al figliuolo di lui Barnaba, con titolo di feudo, le terre tutte dalla loro famiglia possedute nella Sardegna.

Portatosi il re in Tarragona per provvedere dappresso alle bisogne della spedizione, ordinò che l'armata si raccogliesse nel Porto Fangoso, dove convenne la più illustre baronia di Aragona, di Valenza e di Catalogna insieme con molti altri uomini d'arme ed avventurieri che voleano seguire le sorti di don Alfonso. L'apparato era sì grande, che i potentati d'Italia conturbaronsi, temendo non sotto il velame della conquista della Sardegna si ascondesse il disegno d'invadere alcun'altra regione italiana. E lo stesso pontefice Giovanni XXII, quantunque ben sapesse essere l'impresa frutto delle precedute concessioni della Chiesa romana, freddamente accolse l'inviato aragonese e mostrossi poco inclinato a proteggere quell'armamento; bramando egli che pel maggior bene della cristianità si dirigesse la guerra ad altri lidi.

Mentre l'infante si disponeva a salpare col suo navilio dalle coste di Catalogna, i cittadini di Sassari inviavano loro messaggiero al re il fisico Michele Pietro, dichiarandosi presti a professargli obbedienza; ed il giudice di Arborea precipitando gli indugi, rompea apertamente la guerra contro ai Pisani. Se già merita tal nome il macello ch'ei fé di tutti i Pisani delle sue terre, molti dei quali militavano sotto al suo comando. Con la quale immanità, egli che potea fronteggiare i Pisani come principe indipendente e far ala agli Aragonesi come principe collegato, trattando le armi dei traditori e dei rubelli, giusta cagione diede agli storici di chiamarlo rubello e traditore. Gittate essendo dunque le sorti per causa dell'improntitudine del giudice, riconobbe il re che non si potea ritardare di soccorrerlo; e pose tosto mente a far sì che l'incominciamento della guerra, se non onorato, fosse almeno felice. Spedì perciò senza dilazione il visconte di Rocabertí ed il di lui zio don Gerardo, uomini già provati in arme e dotati di prudente consiglio; ai quali accompagnati con molti altri gentiluomini commise il governo di centottanta cavalli e di alcune bande ragunaticcie formate affrettatamente in Barcellona; donde salpati, toccarono eglino in breve le spiaggie di Oristano, accolti ivi con grande festanza dal giudice. Nel mentreché anche la signoria di Pisa, al primo avviso avuto della spedizione, inviava nell'isola settecento cavalli ed un numero copioso di pedoni. L'infante nel frattempo era anch'egli passato nel Porto Fangoso, ove attendevano il suo cenno, oltre a molti altri legni, venti galee valenziane, governate dall'ammiraglio Francesco Carròz, ed altrettante spedite dal re di Maiorca, capitanate da Ugone di Totzo, con un numero sì grande di combattenti, che ben ventimila avventurieri dovettero astenersi dal partire. Era presente all'imbarco il re colla regina e cogli altri suoi figliuoli, e nell'accomiatare l'infante, gravemente lo ammoniva: rammentasse le glorie belliche dei suoi maggiori; fosse in ogni scontro il primiero a lanciarsi contro al nimico; dalla valentia di un sol cavaliero dipender talvolta l'esito delle battaglie; ascoltasse le opinioni di tutti i suoi compagni d'arme; non privasse giammai se stesso della felicità di ricevere un buon consiglio, gli altri della gloria di darlo. Ad alta voce pronunziava infine il re per tre volte quelle parole che sì alto suonano nel cuore dei prodi: vincere, o morire.

Con tali auspizi veleggiava don Alfonso, accompagnato coll'infanta donna Teresa, sua consorte, che socia esser volle dei di lui cimenti e delle di lui glorie. Era il navilio composto di sessanta galee, di ventiquattro grosse cocche e di una quantità così grande di navi minori, che numeravansi in tutta la flotta trecento legni. Con questi approdò l'infante al capo di S. Marco presso ad Oristano. Ivi informato che il visconte di Rocabertí erasi portato nel luogo di Quarto, poco discosto da Cagliari, stimò più acconcio il navigare di nuovo fino al porto detto di Palma, nel lido solcitano; dove poté sbarcare in pochi giorni la sua cavalleria e l'intiero suo esercito già impaziente del combattere, e francheggiato anche maggiormente dal nome benaugurato del luogo, nel quale la ventura gli facea per la prima volta fermare il piede. Venne tosto il giudice d'Arborea a far riverenza all'infante ed a riconoscerlo per signore, seguito da molti notabili dell'isola; coi quali tenutosi consiglio, si deliberò di incominciare senza ritardo le ostilità, campeggiando la terra di Villa Iglesias, che i Pisani aveano in quello stesso tempo con provvido pensiero diligentemente fortificata; e donde frequenti scorrerie aveano essi già fatto nella provincia del giudice. Fu perciò mandato innanzi esploratore don Artaldo di Luna con trecento cavalli; e l'infante, che lo seguì dopo alquanti giorni, fé tosto circondar quelle mura dalle sue genti e da quelle del giudice. Nel mentreché l'ammiraglio, passando con venti galee, con trecento cavalli e diecimila fanti al porto di Cagliari, accozzava le sue forze con quelle del visconte, già d'altra parte intento a battere quell'importante castello.

I primi tentativi di assalto contra Villa Iglesias furono poco fausti, essendo restate le genti aragonesi malconcie nel primo abbaruffarsi con i difensori della rocca. Ma le speranze si aumentarono tostoché presentaronsi al campo a giurare fedeltà al principe i Doria ed i Malespina coi deputati della città di Sassari; dove per l'autorità specialmente di Guantino Catoni, cittadino dei più notabili e partigiano d'Aragona, non solo si vinse il partito per promettere di nuovo obbedienza all'infante, ma si sciolse anche lealmente la promessa, appena fu colà spedito col titolo di governatore Guglielmo Moliner. Ed a questi esempi tenea dietro la sommessione od espressa o tacita di tutta l'isola; in modo che si potea ben dire che nissun luogo importante vi ritenessero i Pisani, salvo le rocche assediate di Villa Iglesias e di Cagliari, colle castella di Terranova, di Acquafredda e di Gioiosaguardia. Fecesi adunque con miglior fidanza la seconda prova, che passò con grande strage degli assalitori e degli assaliti. Onde l'infante conoscendo maggiormente il bisogno di ridurre gli assediati a grande stretta di vittuaglie, intese ad impedire loro ogni sussidio; privando anche la villa delle acque che colà scorrevano per doccie esteriori. L'ammiraglio al tempo stesso, lasciando la cura dell'assedio di Cagliari al visconte, mareggiava al cospetto delle coste orientali dell'isola; e costrigneva ad arrendersi alle armi di Aragona il castello dell'Ogliastra ed una torre nei litorali di Terranova. Ed a maggiori imprese sarebbe anche trascorso, se la notizia giuntagli d'aver salpato dal porto di Pisa trentacinque galee per porgere aiuto al castello cagliaritano, non lo avesse indotto a correre affrettatamente verso quel golfo; dove il restante del navilio inviatovi dall'infante ad invernare sarebbe stato nel più grande pericolo, se non sopravveniva in punto opportuno l'ammiraglio ad impedire l'accesso alla flotta nimica. Giovaronsi pertanto di tal soccorso quelle genti che assediavano il castello; le quali, per la comodità del luogo, eransi fortificate sulla cresta della collina di Bonaria, situata a ridosso del porto e rincontro alla città.

Tuttavia se non combatteano contro agli Aragonesi i Pisani, combattea contro ad essi la novità del cielo e la stranezza delle stagioni. L'esercito era desolato per la crescente moria degli uomini d'ogni classe. Pochi sopravvivevano all'infezione, nissuno la cansava. L'infante istesso infermò; e la sua consorte aggravata da egual malore, avendo perduto tutte le sue damigelle, dovette chiamare al suo servigio alcune donzelle dell'isola. Non perciò don Alfonso cadeva d'animo; ché non mai egli volle abbandonare la tenda in quella sua infermità, esercitando armato gli uffizii tutti di capitano anche allorquando era travagliato da gagliarda febbre. Né fuggia l'animo al re, il quale procurava ad un tempo che dal re Sancio di Maiorca s'inviasse colà Bernardo di Toreno a sopperire alla mancanza dell'altro capitano generale, partitosi per cagione di malattia. Provvedeva pure il sovrano all'armamento di altre numerose navi commesse al governo di Guglielmo di Aulomar. E perché negli eserciti meno vaglion le spade che il senno, indirizzava al campo del figliuolo Martino Pérez di Oros, castellano di Amposta, uomo di gravissimo consiglio; ed ammoniva l'infante acciò facesse la debita stima dell'esperienza e dell'accorgimento di quel capitano consumato nelle cose di guerra.

Varii nel mentre agitavansi i consigli nel campo dell'infante. La lunghezza dell'assedio di Villa Iglesias tenea sospesi gli animi. Davasi voce ogni giorno dei grandi apprestamenti che si faceano dai Pisani per soccorrere quella rocca. E già venia meno in molti la fidanza di poter con un esercito diviso fra quel luogo e Cagliari, ed estenuato dalle malattie, star saldi contro alla forza sopravvegnente; sembrando soprattutto impossibile la salvezza del doppio navilio ancorato in Palma e nel golfo della capitale, cui falliano non che i difensori, i marinai. Aggiungevasi a tali angustie il sospetto di nuove esterne nimistà e di turbamenti interiori. I Genovesi aveano veduto a malincuore la sommessione della città di Sassari loro collegata, e faceano vista di voler trascorrere alle armi. Il giudice di Arborea, il quale per malleveria del suo vassallaggio avea abbandonato agli Aragonesi le castella di Goceano, di Monteacuto e di Bosa, occupate tosto dai capitani di don Alfonso, era divenuto per tal cagione in aperta rottura coi Doria, richiamantisi di tal cessione pei diritti anteriori da essi pretesi sovra quelle rocche. L'ammiraglio d'Aragona tenzonava fieramente col viceammiraglio di Maiorca, dopoché il denaio, destinato alle galee di questo capitano, era stato tolto pei bisogni generali dell'armata; e quelli isolani si ammutinavano e minacciavano di lasciare i loro alleati. Ma sopperì ad ogni cosa il grand'animo e la destrezza dell'infante; ed ove ciò non bastava, sopperì la di lui buona ventura. Ai messaggieri genovesi fece onorata accoglienza, intrattenendoli con parole tanto più blande, quanto più aspri doveano poscia seguire i fatti. Ai Doria promise larghi compensi dopo la vittoria. Agli alleati indirizzò insinuazioni di pace; e la pace fu tosto raffermata. Procedendo quindi più spedito nel governo della guerra, ordinava si agevolasse agli assediati di Villa Iglesias il mezzo della resa; qualora l'armata pisana venisse al soccorso di quella terra, le soldatesche accampate intorno a Cagliari si attestassero con le sue; i due navili si congiungessero nel golfo solcitano; Pietro di Boyl facesse provvisione, d'accordo coll'ammiraglio, a fornir la flotta del necessario corredo; nel frattempo si strignesse maggiormente l'assedio di Cagliari e Guglielmo di Cervellón si recasse colà con alcune compagnie di cavalli in soccorso del visconte.

Continuando così le cose, gli assediati di Villa Iglesias, menomati anch'essi dalle infermità e rifiniti dall'inedia, dopo aver dato tutte le prove di coraggio nel percuotere gli assalitori e di costanza nel sopportare il cumulo di tutti i mali, calarono finalmente, dopo sei mesi di assedio, ad onorato accordo cogli Aragonesi: sarebbe data la rocca in podestà dell'infante, se fra quaranta giorni i Pisani non accorressero a salvarla; fosse in tal evento libero a ciascuno il partirsene ed il riparare al castello di Cagliari. La mala sorte dei Pisani fece allora sì che il poderoso navilio da essi apprestato giugnesse in tempo non più opportuno al soccorso. Erano già partite affrettatamente venticinque galee; e sbarcati sulle spiaggie di Terranova trecento cavalli tedeschi e ducento balestrieri, volati erano i Pisani al golfo di Palma, ove impadronivansi di molte navi nemiche e di munizioni da guerra; o perché l'ammiraglio abbia mancato di antivedimento, come credette chi lo accagionò solennemente di tal perdita; o perché dalla prudenza fosse comandato quel sacrifizio, come pensò chi lo assolvette. Ma non bastando tale lontano avvenimento a ristorare gli assediati ridotti oramai allo stremo dello sfinimento, aprirono essi, alcuni giorni prima del tempo convenuto, le porte della rocca al fortunato vincitore; il quale, non trovandovi cibo di veruna sorta, ebbe per se stesso a convincersi che alla perseveranza degli assediati il potere era mancato, non la volontà. Tenendosi pertanto pago l'infante di tal risultamento, posava per alquanti giorni in Villa Iglesias; ed ivi lasciata la consorte con dugento cavalli per di lei difesa, muovevasi coll'esercito alla volta della capitale; dove sperava di ricevere in breve novelli aiuti con la flotta di venticinque galee che il re, conturbato dalle sinistre notizie gli giungevano dello stato pericoloso dell'armata, era per spedire sotto il comando di Pietro di Belloc e di molti cavalieri dei suoi regni, accorrenti a gara sotto i suoi vessilli.

Frattanto l'armata pisana, comandata dal conte Manfredi della Gherardesca, cui era fallito il primo disegno, conscia del disastro di Villa Iglesias, compariva nelle marine di Cagliari forte di cinquantadue navi di guerra, di cinquecento cavalieri fra tedeschi e italiani, di duemila balestrieri di Pisa e di dugento altri cavalli ragunati nell'isola al primo toccar quelle terre. L'infante avea già raccozzato presso a Cagliari tutta la sua armata; e non volle perciò interpor dimora a cimentarsi col navilio nimico. Abbenché siasi poscia risoluto lo scontro in vane dimostrazioni di guerra; avendo le due flotte mareggiato al cospetto l'una dell'altra fra li due promontori di Carbonaria e di S. Elia senza mai affrontarsi. Sbarcarono poscia senza contrasto i Pisani nel luogo detto la Maddalena; donde indirizzaronsi alla volta di Decimo, assistiti da numerose bande di Sardi che parteggiavano se non per li più amati, per li più antichi loro signori; in modo che i fanti dell'esercito pisano sommavano già a seimila combattenti. L'infante allora deliberò di farsi loro incontro; ed avendo accomandato all'ammiraglio la difesa del navilio e la vigilanza sugli assediati del castello, partissi inverso Decimo con quattrocento guerrieri di grossa armadura, cencinquanta armati alla leggiera e duemila soldati di partito; riserbando a sé il governo del retroguardo e commettendo quello dell'antiguardo e della battaglia a don Guglielmo di Anglesola. Assalironsi le prime schiere nella pianura di Lucocisterna; e tale fu l'impeto con cui i Pisani ed i Sardi percossero gli Aragonesi, che i vessilli tutti del re caddero a terra; onde grande ventura fu riputata la vicinanza delle squadre dell'infante, il quale poté senza ritardo rinfrescar la pugna. Ed invero nell'animo ardimentoso e prode del principe era riposta la sorte di quella giornata. Il suo stendardo era caduto nel primo scontro delle sue schiere nel campo dei nimici. Aspra perciò erasi appiccata la mischia fra gli Aragonesi non comportanti tale perdita ed i Pisani che li ributtavano. Fu in quel punto che l'infante, rammentando i consigli del genitore, slanciossi nel più folto della zuffa; e fermando il piede sul perduto vessillo e puntando con tutto il suo vigore contro alle frotte che lo circondavano, tenne per lung'ora discosti da sé i nimici. La qual cosa grandemente migliorò i destini del suo esercito; perché, caduto in quel punto il cavallo dell'infante, i cavalieri aragonesi con maggior furore volarono a fiancheggiare nel pericolo il loro principe. Ciò non ostante i cavalli tedeschi poterono altra volta rinfrancare le soldatesche pisane; alle quali fu di nuovo fatale la bravura di don Alfonso. Egli si allontanò talmente dai suoi nel correre per la seconda volta contro ai nimici, che i gentiluomini stessi, posti in guardia della di lui persona, non poterono arrivarlo dappresso. Ma il momento era quello in cui le sorti della giornata risolvevansi a favore degli Aragonesi; ed i Pisani cominciavano già a sbrancarsi ed a retrocedere. Il perché la temerità di don Alfonso in luogo di partorire a lui grave rischio, precipitò la ritratta dei fuggenti; la quale fu disastrosa, essendo periti nel campo e nelle acque di uno stagno vicino meglio di mille e dugento combattenti; nel mentreché i più fortunati riparavano disordinatamente e per tragetti al castello di Cagliari col loro capitano Manfredi. Né senza sangue e stragi fu la vittoria di don Alfonso; ché molti illustri personaggi dei suoi regni caddero anch'essi in quella giornata; ed il principe istesso presentossi ai suoi grondante sangue dalle sue ferite, allorché ritornò strignendo nelle mani il vessillo da lui racquistato e mostrando con ciò apertamente esser a lui toccato il maggior pericolo e la gloria maggiore di quel combattimento. Lieto pertanto del successo ritornava l'infante al suo campo di Bonaria; dove facea tosto gittare le fondamenta di una nuova città e di un castello, dal quale potessero i suoi con maggior sicurtà intendere all'assedio della vicina rocca di Cagliari. Per compire infine la felicità dell'impresa, l'ammiraglio in quelli stessi giorni avendo fatto escire le sue galee per combattere il navilio pisano, obbligavalo a vergognosa fuga ed impadronivasi di tutti i legni da trasporto e delle molte vettovaglie contenutevi. Il giudice d'Arborea al medesimo tempo si ricongiungeva all'infante, dopo aver nel mentre ragunato molte bande d'isolani disposti a cimentarsi pel novello loro signore.

Primo pensiero dell'infante fu allora quello di cingere da ogni lato il castello della capitale; di mantenere la facilità delle comunicazioni; di collocare nei siti opportuni le catapulte e le altre macchine guerresche; di allontanare dall'esercito gli infermi, inviandoli a respirare l'aria dei luoghi più salubri dell'isola. E siccome l'unica via che restava agli assediati pel procaccio delle loro vittuaglie era lungo l'istmo che divide quel golfo dallo stagno cagliaritano, e gli Aragonesi a malapena poteano impedire quelle provvigioni, obbligati a correre più lunga strada pel circuito intiero della spiaggia; ordinava che dieci galee, ottanta cavalli e cinquecento fanti stessero avvisatamente accanto alla foce dello stagno, onde troncare ogni adito ai soccorsi. Cominciavano perciò i Pisani ad ammansirsi nella resistenza loro e già davano vista di voler fermare un accordo. Tuttavia non si rimaneano del travagliare i nemici con improvvise sortite dal castello ogni qual volta ne veniva il destro. Anzi inteso dover l'infanta passare da Villa Iglesias al castello di Monreale, sottoposto al giudice, ed essersi dall'esercito separati, per farle scorta, cencinquanta cavalli, Manfredi, il quale malgrado delle sue ferite agognava le occasioni di voltar la sorte a suo favore, tentò di sorprendere l'esercito assottigliato per quella divisione di forze; scegliendo a ciò fare l'ora mezzana del giorno, nella quale gli Aragonesi più sbadati intendevano ad altre bisogne. Comandò a tal uopo a cinquecento dei suoi Tedeschi a cavallo e a varie bande scelte di pedoni si lanciassero con subito movimento da parti diverse ad assaltare la fortezza nimica. E fu egli obbedito così velocemente, che già gli assalitori erano giunti sotto le mura avanti che le scolte dell'infante si avvedessero del loro arrivo. Laonde fu necessario, affinché i fanti aragonesi potessero fare un po' di testa, serrare precipitatamente le porte della rocca; dalla quale esciti poco stante in ordinanza, combatterono con tanto coraggio, vibrando contro ai cavalli le loro lancie e balestrandoli anche da lunge colle freccie, che voltatasi tosto faccia dai cavalieri e strascinata da essi nello scompiglio della fuga la maggior parte degli altri assalitori, passò quel tentativo con danno grandissimo dei Pisani e con la strage di trecento dei migliori loro soldati.

Le cose dei Pisani andarono vieppiù dibassando allorché, saputasi la partenza della novella flotta aragonese, capitanata, come ho detto, da Pietro di Belloc, i duci delle galee di Pisa, non sofferendo loro l'animo di aspettare quell'incontro tanto rischioso, deliberarono di schivarlo, riparando senza dilazione al porto pisano. Il perché essendo da un canto l'esercito regio ringagliardito per l'arrivo di quel navilio e dall'altro essendo mancato ai nimici il duce Manfredi, perito per causa delle molte ferite da lui toccate nelle recenti battaglie, si devenne infine a trattare di un amichevole convegno per lo mezzo di Barnaba Doria, uomo ligio ad Aragona. Le condizioni dell'accordo, conchiuse con Benedetto Calci, ambasciadore e sindaco della repubblica, furono quest'esse: si ponessero in libertà i prigioni; i Pisani avessero l'arbitrio di dimorare nelle terre tutte dell'isola e negli altri stati del re, professandogli fedeltà; il comune di Pisa riconoscesse dal re, con titolo di feudo, il castello di Cagliari coi borghi di Stampace e di Villanova, col porto e collo stagno; restasse alla Corona il dominio delle saline, riserbato al comune un canone; i Pisani pel loro vassallaggio pagherebbero al re un annuo censo. Diede allora l'infante la solenne investitura del feudo di Cagliari agli antichi sovrani del luogo; i quali si obbligarono a far rispettare quelle condizioni colla prestazione di eguale omaggio dai conti dalla Gherardesca; e rimisero tosto in potere degli Aragonesi le rocche dal comune fino ad allora possedute nell'isola. Anzi le condizioni della pace non erano ancora soscritte, che già, penetrando nel castello stesso della capitale, il quale doveasi continuare a governare dai Pisani, don Pietro de Luna con cento soldati facea per la prima volta sventolare sulla torre del maggior tempio lo stendale di Aragona. Ratificaronsi prestamente dal comune di Pisa le convenzioni; e per l'Italia tutta suonò, non senza ammirazione, la voce delle vittorie dell'infante. Il quale, mentre assoggettava alla sua Corona in così breve tempo una sì vasta isola, non minor vanto traeva dal vassallaggio di una delle più potenti repubbliche italiane, per tanti anni dominatrice dei mari; e destinata a segnare colla conquista e colla perdita della Sardegna il principio ed il termine delle maggiori sue glorie belliche.

Fermata la pace, proseguì don Alfonso ad accelerare l'innalzamento della rocca di Bonaria, la quale in meno di un mezz'anno trovavasi già cinta di mura e popolata da seimila uomini di guerra. Voltossi quindi il principe a guiderdonare largamente i suoi capitani. Don Berengario Carròz, figliuolo dell'ammiraglio, ebbe fra gli altri, con titolo di feudo, secondo le consuetudini d'Italia, varie ville, poste in quelle vicinanze. Intorno alla quale concessione, le tante altre concessioni poscia si raggrupparono, per le quali il feudo di Chirra, posseduto anche oggidì dai discendenti di quella famiglia, soprasta in estensione a tutte le altre signorie di quella natura, esistenti nell'isola. Speciali investiture diede pure don Alfonso a Ranieri e Bonifacio, conti della Gherardesca, per li loro antichi dominii. Nominò infine le persone delle quali maggiormente si confidava, pel governo del novello regno; e commesso a Berengario Carròz, testé nominato, il comando del castello di Bonaria, quello di Sassari a Raimondo di Semenat, e preposti alle altre rocche varii capitani aragonesi e catalani, innalzò al governo generale dell'isola Filippo di Saluzzo, personaggio in quel tempo di grande autorità, venuto recentemente dalla Sicilia per volere del re; il quale, sia perché eragli congiunto di sangue, sia perché lo stimava molto abile ai consigli, non meno che a trattar l'arme, grandissimo conto tenea di lui. Ciò fatto, partivasi don Alfonso da Bonaria e, ragunata la sua cavalleria nel luogo detto di S. Macario, salpava alla volta di Barcellona; dove, accarezzato dal padre, festeggiato ed applaudito da tutti i sudditi, non altro rammarico egli sentiva che di veder ancora perire, per le contratte infermità, molti dei più gagliardi suoi cavalieri.

I semi di novella guerra erano frattanto nelle condizioni stesse della pace. I Pisani aveano ceduto al sinistro destino, ma sofferivano a malapena la loro umiliazione. Il castello di Bonaria era oramai la vera rocca cagliaritana. Ivi scaricavansi le mercatanzie, ivi pagavasi ogni gabella. La spiaggia più vicina a Cagliari chiudevasi ad arbitrio di quei castellani alle navi straniere. I confini della città, già regina dell'isola, estendevansi appena alle falde del colle su cui s'innalzava. Le quali cose, incomportevoli pei Pisani, faceano sì che dessi ogni dì vie maggiormente s'invelenissero contro ai novelli signori. I Genovesi, anch'essi mal paghi, pretendevano altra volta al loro mal celato corruccio l'occupazione di Sassari; e, concitati a loro favore quei popolani, grandi turbamenti introducevano nella città a danno degli uffiziali regii. Questi perciò faceano sostenere le persone dei principali malcontenti, i quali erano tutti o seguaci o congiunti dei Doria; abbenché poscia il re, o per generosità o per prudenza, procedesse rimessamente nel gastigarli. Moriva indi a poco Filippo di Saluzzo; e per la mancanza di un uomo tanto autorevole, le gare o più agevolmente si accendevano fra le parti diverse, o spegnevansi più tardi. In questo stato di cose passò il comando maggiore dell'isola nelle mani di don Berengario Carròz, cui il re commise il supremo potere col titolo allora in uso di governatore generale.

Nondimeno i Pisani prima di prorompere in aperta ostilità, tentarono i mezzi della conciliazione, spedendo alla città di Valenza ambasciatori al re Cello di Agnello e Gerardo di Castelanselmo, i quali narravano: gli uffiziali regii governarsi in Sardegna seco loro in modo che ben vedeasi esser la pace velame di novelle ingiurie, non sostegno di durevole amistà; avere alcuni mercatanti pisani, partiti da Cagliari con lettere dell'infante per recuperare certi loro poderi in Villa Iglesias, sofferto da quelli abitanti e dai Catalani che vi teneano stanza, ogni maniera di strazio; i governatori far le viste d'ignorare tali atrocità; non permettersi ai Cagliaritani verun procaccio di frumento, se prima non si portava ogni cosa a Bonaria; ivi soprastar poscia loro tutte le molestie e vessazioni; chiudersi il loro porto; negarsi ai signori pisani l'esercizio delle ragioni di feudo recentemente accordate. Dall'altro canto scriveva al re il governatore generale: aver i Pisani di Cagliari spento alcuni dei suoi soldati; esser quotidiani gli incontri e le zuffe; impedirsi ai Catalani ogni traffico entro il castello; ricercarsi dagli infinti vassalli ciò che solamente mancava alla palese ribellione, l'opportunità. In tali vicende il re conoscendo ben addentro di che sapeano quelle gare, inviava alla volta dell'isola Bernardo Cespuiades, suo viceammiraglio, con dodici galee; e queste incontrando due navi di Pisa che recavano vittuaglie pel castello di Cagliari, se ne impossessavano. Onde la guerra non più celata scoppiava anche in Pisa; ove si poneva la mano sulle persone e sull'avere di tutti i trafficanti catalani. Nel mentreché anche nell'isola muoveasi d'altra parte la quiete colla ribellione dei marchesi di Malespina; la quale fu prudentemente attutata fin da principio; poiché il re, riputando conferire maggiormente ai suoi interessi la clemenza che il rigore, con facilità inducevasi a riammettere nella grazia sua non solamente i Malespina, ma eziandio i Doria colpevoli delle turbazioni di Sassari.

Intanto erasi accostato ai Pisani colle sue galee Gaspare Doria genovese; il quale, dimenticando la parte ghibellina ed il re Federigo di Sicilia, per soccorso del quale avea egli salpato da Savona, passava repentinamente al servigio di Pisa. Presentavasi dunque colle sue navi e con quelle della repubblica nel golfo di Cagliari, dove l'ammiraglio Francesco Carròz trovavasi già colla sua flotta. Stettero il primo giorno i due navili al cospetto l'uno dell'altro, traendo a vicenda quelle soldatesche delle loro balestre. Nel giorno seguente l'affronto seguì con grave perdita dei Pisani. Pugnarono infine ordinatamente dopo alcuni giorni d'incerte scaramucce; e l'ammiraglio si governò con tal avvedutezza nell'investire l'armata nemica, che le galee pisane perdettero fin dal primo scontro settecento combattenti e sette navi dell'antiguardo restarono in potere degli Aragonesi; dopo la qual cosa, il rimanente dell'armata si sperperava confusamente e lo stesso duce Gaspare Doria cansavasi a malapena mettendosi a nuoto.

Ma non stette guari tempo che l'ammiraglio macchiò queste sue glorie ed altamente demeritò. Il re volendo moltiplicare in Sardegna il numero dei suoi ministri, come l'imperio andavasi dilatando, avea creato generale per le cose di guerra in tutta l'isola Raimondo di Peralta; il quale essendosi abbattuto sui mari sardi nelle reliquie del navilio pisano fugato dall'ammiraglio, avea con incredibile costanza e valore sostenuto talmente l'urto delle forze nimiche di gran lunga superiori alle sue, che bastata sarebbe quella sola fazione per dimostrare come bene gli stava in mani il governo supremo delle cose guerresche. Dell'innalzamento di costui a quella carica ebbe ad aombrare l'ammiraglio; sembrandogli che al capitano delle cose marittime meglio che a qualunque altro convenisse l'esser alla testa degli eserciti in un luogo qual era quello di Bonaria, sopra capo al porto e difeso dal navilio, più che dall'esercito. Invano fin dal primo giugnere del novello generale eransi raccozzate le forze d'amendue per investire d'accordo il borgo di Stampace, cinto allora di valide mura. L'espugnazione del borgo era seguita con grave strage e danno dei Pisani, i quali ivi teneano le donne e figliuoli, colle migliori loro masserizie; ma la comunione di quella impresa, invece di temperare i mali umori, avea dato movimento perché ribollissero maggiormente. Dalle mutue freddezze pertanto, e dalle onte vennesi infine dai due capitani a stringer le spade; e nella terra di Bonaria si videro i vessilli del re correre l'uno incontro all'altro; talmente che senza l'interposizione dei nazionali e di altri che ivi soggiornavano, forse quella guerra civile avrebbe corrotto i vantaggi della guerra straniera. Il re perciò, il quale in principio per la considerazione dovuta alle grandi geste dell'ammiraglio avea trovato modo di tranquillarlo, come seppe essersi già trascorso agli eccessi estremi, così armossi di severità; e chiamando alla sua presenza per render ragione del misfatto ambi li contendenti, privolli delle loro dignità, ed inviò a governare il regno e la rocca di Bonaria Filippo di Boyl ed a capitanare il navilio Bernardo di Boxados; destinato poco dopo anch'egli al supremo comando dell'isola.

Allo stesso tempo i Pisani sbaldanziti più che mai per l'infelice difesa da essi fatta del borgo di Stampace, inclinavano con maggior buona fede a pensamenti di pace. Spediti a tal uopo in Barcellona i loro ambasciatori profferivansi di abbandonare il possedimento della capitale, suggetto d'interminabile discordia per la nazione che lo bramava, di discordia poco fruttuosa per quella che lo teneva. Mentre pertanto i novelli capitani spediti colà dal re strigneano sempre più vigorosamente l'assedio di Cagliari, si calava dal re e dalla repubblica a scambievole accordo: annullate fossero le reciproche esibizioni di annui censi fatte nella preceduta pace; restituiti i prigioni; Cagliari si occupasse dagli Aragonesi; restasse in balia dei Pisani o il partirsene scortati dal navilio del re, o il rimanervi sotto la giurisdizione regia conservando le antiche proprietà; avessero invece i Pisani alcune altre castella di quella provincia con titolo di feudo, o quattromila fiorini d'oro per anno; l'opera del duomo di Pisa continuasse a godere dei suoi antichi diritti. Si riconfermava pure allora ai conti della Gherardesca l'investitura delle loro terre, riserbati solamente alla Corona alcuni luoghi. Conchiusa questa pace il re inviava novelle soldatesche nell'isola; e gli Aragonesi fermando il piede nella rocca principale del novello regno, meravigliavano eglino stessi come una fortezza di tanta importanza, così ben munita e provveduta ancora per lungo tempo del fodero necessario, fosse venuta senza maggiori cimenti in lor potere.

Con minori pericoli riducevasi poscia nel dominio quieto del re la città e terra di Sassari, agitata dalle discordie già notate e dalla inobbedienza ancora dei marchesi di Malespina; i quali, pentitisi prima della ribellione e poscia della sommessione, si assoggettarono infine a cedere ai ministri regii il castello d'Osilo, dopoché Azzo Malespina ottenuto avea a quel prezzo la liberazione della sua persona. I marchesi di Massa, possessori anch'essi nel regno di varie terre acquistate durante la loro sovranità in Cagliari, mostravansi disposti a riconoscere il supremo dominio del re di Aragona. Il giudice di Arborea infine, amico fedele degli Aragonesi, continuava a dimostrare quanto gli stesse a cuore l'esser presso a loro in fede, rimettendo nell'arbitrio del re la scelta della futura giudicessa della sua provincia; e trattavasi tosto con ottimi auspizi il matrimonio che poscia ebbe luogo di Pietro, figliuolo del giudice, con Costanza di Saluzzo prossima congiunta del re e figliuola dell'antico governatore generale dell'isola. Quando perciò giunse al suo termine la vita di don Iacopo di Aragona, egli poté confortarsi di lasciare al figliuolo don Alfonso solidamente assicurati in Sardegna i diritti della novella Corona.

Alfonso re non obbliò punto i servizi renduti dal giudice di Arborea all'infante. Uno dei primi atti del suo governo in Sardegna fu la conferma amplissima dei diritti di Ugone; al quale dichiarò sottoposte le città d'Oristano, Terralba, S. Giusta, Ales, Bosa, colle castella di Goceano, Monreale, Marmilla, Montiferro e Monteacuto. Ed alloraquando si celebrarono in Saragozza le feste dell'incoronazione, speciale onoranza si fece in quella corte al figliuolo testé nominato del giudice, intervenuto a quella solennità coll'arcivescovo della provincia e con don Bernardo de Boxados. Intese quindi il novello re a comprimere l'ardimento dei Doria; i quali, non paghi di aver conturbato la quiete dell'isola per cagione dell'occupazione del Castello Genovese disputato fra varie persone della stessa famiglia, e di avere in tali competenze proceduto con irriverenza verso l'ammiraglio, volevano anche colà propagare colle discordie civili le discordie religiose, parteggiando apertamente per l'antipapa Niccolò V e per lo scisma scandaloso di Lodovico il Bavaro. Sollecito pertanto don Alfonso di sbarbare dalle radici il male, dopo aver provocato presso alla Santa Sede le censure ecclesiastiche contro ai turbolenti, cacciava anche da Cagliari tutti i frati predicatori e quelli della regola dei Minori di S. Francesco, i quali, come Pisani, profittavano di quelle congiunture per tentare la consegna del castello alla repubblica. E quindi pei consigli del cardinale Napoleone, devoto alla casa d'Aragona, comandava che nissun prelato regolare risiedesse in Sardegna, ed ai soli loro vicari fosse permesso il passarvi, purché Aragonesi.

Don Bernardo di Boxados era anch'egli tutto intento a tener a segno quella famiglia dei Doria, la quale erasi oramai colà accresciuta di tanta figliuolanza e tanto si era distesa in potere coll'unire ai suoi dominii la tutela dei figliuoli del conte Ranieri della Gherardesca, che avriano fatto stare sopra pensiero il re, benché nati fossero Aragonesi; molto meglio, quando Genovesi erano e spodestati a malincuore dell'antica loro superiorità. Aggiungevasi a tener svegliati gli Aragonesi la ribellione di Sassari; poiché, sebbene per le dimostrazioni di vigore date dal governatore generale i Doria si fossero sottomessi, pure per la contagione del loro esempio e per effetto dell'incostanza dei marchesi di Malespina, eransi i Sassaresi indotti a scapestrare; e capi della sedizione erano stati colla famiglia dei Pala quelli stessi Catoni che aveano altra volta favoreggiato gli Aragonesi. Ai rimedi estremi fu d'uopo pertanto por mano; e come parea che dentro quelle mura annidarsi non potesse la sommessione degli antichi abitatori, fu mestieri introdurvi persone già avvezze ad amare la signoria. Cacciati dunque da Sassari gli stranieri ed i Sardi che vi dimoravano, si popolò la città di Catalani, Aragonesi ed altri sudditi regii per opera di don Berengario di Villaragut e di Bernardo Gamir, colà a tal uopo inviati dal re col titolo di riformatori.

Eguale cautela si estendeva anche allora al castello di Cagliari, e si decretava non vi fosse ammesso verun novello cittadino che nato non fosse negli stati d'Aragona. Il castello e la città intiera di Cagliari si accrescevano allora giornalmente dei popolatori di Bonaria che passavano a soggiornare nella capitale. Invano don Alfonso avea protetto con ogni maniera di favori la novella rocca elevata sotto i suoi auspizi, e fatto provvisione affinché coll'andar del tempo si riempiesse di fabbriche l'intervallo che la separava da Cagliari. La posizione della fortezza in tanta prossimità ad una città capitale, felicemente situata e ben munita, facea sì che cessasse ogni vantaggio del nuovo castello tostoché gli Aragonesi avessero occupato l'antico. Onde non solo i popolani anelavano a mutar sede, ma gli stessi sovrani valevansi dell'opportunità di quella migrazione per vincolare a loro colla gratitudine gli abitanti della città precipua dell'isola. Fatti perciò gli appuntamenti coi consiglieri di Bonaria, avea già prima il re don Iacopo stanziato: Cagliari non mai sarebbe disertata per opera sua; ampli fossero i confini del territorio cagliaritano e vi godessero i cittadini piena libertà di caccia, pesca, coll'uso comune delle acque, erbe e legne; si creasse in Cagliari una classe di così detti giurati, e cinque consiglieri scelti fra essi reggessero periodicamente le bisogne municipali secondo le consuetudini di Barcellona; fossero gli abitanti di Cagliari pareggiati nelle immunità ai Barcellonesi; vi si tenessero annualmente due fiere; non più nella spiaggia di Bonaria, ma nel porto cagliaritano si scaricassero le mercatanzie; i consiglieri ed abitanti di Bonaria si trasferissero al castello di Cagliari; coloro che intendessero ad edificare nel borgo di Lapola fossero privilegiati di speciali franchigie; si cingesse questo borgo di mura, ed i consiglieri della città per provvedere a quel dispendio avessero la facoltà di metter dazi, col consentimento del governatore; gratuitamente si distribuisse ai cittadini la provvigione del sale. In tal modo la città di Cagliari, diventata di nuovo sede del governo dopo i tre secoli della quadripartita signoria dell'isola, ripigliava l'antico suo splendore; e le creste di Bonaria, spogliate di abitatori, coprivansi delle rovine che durano ancora al dì d'oggi.

Frattanto non si spegnevano le discordie; ed i Doria sommessi o ribelli, come dava la ventura delle armi, accoglievano i Sassaresi fuggitivi; ed attestandosi ai ghibellini di Savona, correano sulle loro navi contro ai litorali signoreggiati dagli Aragonesi. Anzi erano giunti infino a bloccare il castello di Cagliari; ed avrebbero anche impreso il ricuperamento di Sassari, se i riformatori Villaragut e Gamir, insieme col capitano di Villa Iglesias e con Bernardo Cespuiades, viceammiraglio e vicario del castello della capitale, non avessero scemato il numero dei malcontenti, aprendo di nuovo le porte di Sassari ai meno colpevoli fra i banditi, e sventato ogni altro progetto dei nimici in varii punti dell'isola. Conforto grande pei ministri regii era in siffatte circostanze la fedeltà a tutta pruova del giudice; il quale avea già trattato nuovi matrimoni nella sua famiglia, onde mescolare il suo sangue a quello dei sovrani e dei più illustri casati di Aragona. Né vassallo ligio egli mostravasi solamente, ma consigliere fido ed accorto, ammonendo i governatori: diffidassero sempre dell'amistà violenta dei Genovesi e dei Pisani; trattarsi da essi occultamente la guerra ogni qual volta faceano le viste di esser sommessi; non mai sarebbe stabile il dominio aragonese nell'isola se il re non avesse sotto la sua mano Alghero e Castelgenovese; i Doria con quelle due possessioni esser padroni del commercio del Logodoro; resterebbe sempre menomato il regno se quella nobile provincia si dicesse solamente e non fosse in realtà sottoposta agli uffiziali del re. Gravi erano per don Alfonso queste considerazioni, e provvedeva perciò: don Raimondo di Cardona andasse in Sardegna col titolo di governatore e luogotenente generale del regno di Sardegna e Corsica; Guglielmo ed Amberto di Azlor armassero alcune galee; le flotte di Barcellona e del re di Maiorca passassero nell'isola per comprimere con nuove soldatesche i sediziosi, circondando specialmente d'assedio il castello detto Pisano nella Nurra. Con i quali provvedimenti, se assicuravansi maggiormente gli interessi della Corona, davasi eziandio occasione ai Genovesi, non mai contenti di quello stato di cose, di porsi altra volta in allarme. Onde rompevasi apertamente la guerra della repubblica contro al re. E dalla guerra nasceva poscia che, distornata una parte delle forze aragonesi nel travagliare i litorali della Liguria, maggiore fosse nella Sardegna o l'incitamento o la libertà dei nuovi perturbamenti; avendo i Doria colto quell'occasione non solo per insorgere contro al sovrano, ma per trascorrere ancora, come è il costume di coloro che resistono alla suprema autorità, dalla guerra contro al re alla guerra fra se stessi.

Composta poscia momentaneamente la guerra con Genova, il re non tardava punto a provvedere più efficacemente alla quiete dell'isola. Comandava pertanto al novello luogotenente generale formasse alcune compagnie di cavalli; si armassero otto galee; tutti coloro che possedevano feudi in Sardegna vi passassero a sostenere colle armi il loro signore od inviassero a loro costo altri guerrieri. Giunto colà don Raimondo di Cardona con quel fiorito esercito, scelse la sua stanza nella città di Sassari; donde diresse l'approvvigionamento degli altri luoghi più importanti, destinando al governo della Gallura, per la morte seguita di Sancio di Arbe, Arnaldo di Ledrera. Le operazioni degli uffiziali regii furono sì efficaci, che i Genovesi, risolutisi di nuovo ad offendere il re, piuttostoché indirizzare le loro scorrerie alla Sardegna, si voltarono ad inquietare le coste della Catalogna; e tredici galee di Genova che si vollero separatamente avventurare ad andare in corso nel porto di Cagliari, vi trovarono resistenza tale e tanto danno ricevettero dai difensori della città, che dovettero perdere la maggior parte dei marinai. Il re pertanto, la cui signoria gittava ogni dì nella Sardegna radici più profonde, sentiva maggior incitamento a careggiare con ogni maniera di cortesia Mariano e Giovanni d'Arborea, figliuoli del giudice, recatisi ad esempio del loro fratello maggiore Pietro presso al re per crearsi nella di lui corte; dove venivano osservati con sì alto riguardo, che pareggiati erano nel trattamento agli infanti d'Aragona. Abbenché poco abbia giovato per Mariano quest'abbondanza di amorevoli offiziosità; e la sua unione sotto gli auspizi regii con donna Timbora di Rocabertí; e l'esser egli stato onorato dalla mano del re del cingolo equestre nell'occasione di quelle nozze, splendidamente festeggiate nella corte; perché, come in appresso vedremo, questo principe cresciuto nell'aula dei sovrani d'Aragona, fu poscia il più aspro ed il più costante dei loro nimici.

I Genovesi ed i Doria non istettero lungo tempo senza travagliare di nuovo i signori dell'isola; e quantunque male fosse loro tornato il tentativo fatto di occupare il castello di Chirra nella costa orientale della Sardegna, non perciò si tennero dell'armeggiare investendo Terranova e le rocche di Petreso, della Fava e di Galtellì, e dando il guasto alla villa di Sorso. Nel mentre che quattro navi catalane destinate a recare novelli aiuti a don Raimondo di Cardona (il quale trovavasi per le vicende della guerra obbligato ad aver solamente pensiero della difesa delle rocche) cadevano in potere di Salagro Nero, capitano di dieci galee genovesi. Anzi non le sole ordinarie vicende della guerra contristarono in quelli affronti dei Genovesi coi Catalani i nostri litorali, ma le vicende ancora le più ferali; poiché il capitano genovese, il quale avea prima rispettato le leggi della guerra e permesso che le matrone e donzelle catalane trovatesi nelle navi predate scendessero sul lido di Cagliari libere ed immacolate, come poscia seppe aver i Catalani in altra fazione maltrattato con villania i suoi paesani, così corruppe anch'egli la propria vittoria con le più feroci rappresaglie.

I vantaggi che il re ritraeva allora dalla Sardegna erano ben lunge dal compensare i dispendi e le amarezze di quelle contese quotidiane. I frutti delle migliori provincie dell'isola appartenevano al giudice di Arborea, ai Doria, ai Malespina ed ai conti della Gherardesca; ed i sovrani stessi eransi spogliati del profitto della conquista colle numerose e privilegiate concessioni di feudi fatte in favore di quei baroni che vi aveano partecipato. I Barbaricini non erano ancora dimentichi dell'antica indipendenza; e mentre nelle altre provincie si combatteva per sapere cui si dovesse obbedire, eglino protetti dalle loro montagne contendevano solamente per non obbedire a nissuno. Per tali motivi avendo il re dopo la morte del pontefice Giovanni XXII inviato l'infante don Raimondo a prestar omaggio per la Sardegna al novello papa Benedetto XII, commettevagli d'impetrare la rimessione dell'annuo censo dovuto alla Camera Apostolica; dichiarando esser ridotte le possessioni fruttifere della Corona a Cagliari, Sassari, Villa Iglesias ed a poche altre castella; e non aver mai gittato i dritti del tesoro meglio di trentaseimila lire alfonsine delle minute. Allorché pertanto la vita di quel principe animoso si spegneva immaturamente nella verde età di trentasette anni, egli più che del profitto, si dovette confortare della gloria della sua passata nell'isola.

Spegnevasi al tempo stesso la vita del più fedele amico di don Alfonso, quella cioè del giudice Ugone. E perciò Mariano e Giovanni, di lui figliuoli, nell'assistere all'incoronazione del novello re di Aragona Pietro IV, detto il Cerimonioso, non il loro genitore rappresentarono, ma il loro fratello primogenito Pietro III di Arborea, succeduto nel giudicato. Questo in un col governo avea anche ereditato i sentimenti politici del genitore, e fido mostravasi in ogni incontro agli uffiziali regii. I di lui fratelli possessori del Goceano e del Monteacuto imitavano pure allora la di lui fede e prestavano al novello re l'omaggio dovuto per quelle terre. I marchesi di Malespina, i conti della Gherardesca ed il comune di Pisa riconoscevano in egual modo la di lui signoria. Favorevole fu pertanto alle armi aragonesi l'incominciamento del novello regno. E quantunque i Doria resistessero ad obbedire, assediati da don Raimondo di Cardona e vinti in battaglia, piegavansi alla sommessione. I Genovesi stessi calavano al cospetto del papa in Avignone ad accordi di pace col re. Cominciando per tal ragione le cose sarde a procedere più quietamente, poté quel governatore generale partirsi dall'isola lasciando il governo fra le mani di Raimondo di Monpavone, governatore, come ho detto, di Logodoro e vicario di Sassari. Ed il successore nel comando generale del regno don Raimondo di Ribellas poté senza gravi disturbi por mente a fortificare i luoghi li più importanti dello stato; a cingere specialmente di valida bastita il castello di Sorra; ed a togliere con ciò a quelli fra i Doria che tuttavia si mostravano insofferenti del dominio aragonese, se non la volontà, la fidanza almeno di scuoterlo. Alla qual cosa giovava anche grandemente la reciproca emulazione di quei minori signori dell'isola; i quali, come posavano le armi impugnate contro agli Aragonesi, così tosto le ripigliavano per travagliarsi l'un l'altro. Onde gli uffiziali del re, che di leggieri attingevano quanto profitto loro derivasse dallo spartire i nimici, sotto spezie di afforzare col loro ausilio alcuno di essi, infiacchivanli tutti.

Non mancavano eziandio agli Aragonesi minaccie di novelli nimici. Luchino Visconti, signore di Milano, volendo far valere i diritti sulla Gallura, che egli credeva traslati nella di lui famiglia dopo la morte del giudice Nino, si accostava ai Genovesi ed ai Pisani e tramava seco loro un'incursione nell'isola. Essendo dunque cessato nel frattempo il governo di don Raimondo di Ribellas, il re, nominato prima suo successore don Guglielmo di Cervellón, col quale fu dispensato di gire a quella volta, deliberava che passasse altra fiata a reggere il regno Bernardo di Boxados già molto pratico delle cose del paese; ed uomo atto ad inspirare fidanza o timore in chi parteggiava pei novelli o per gli antichi signori. Ma questo egregio capitano poco sopravvisse al suo arrivo nell'isola. Onde fu di mestieri che don Guglielmo di Cervellón nuovamente destinato a quell'incarico si portasse in Sardegna. Ivi trovò le cose talmente incerte per rispetto alle contenzioni dei Doria esacerbatesi dopo la morte di Barnaba, fratello di Brancaleone, che mentre i Sassaresi, non pienamente ligi negli anni precorsi alla Corona, stimavano di fare una cosa gradita al re proscrivendo con pena capitale tutti gli aderenti di Brancaleone, il re comandava al governatore generale difendesse lo stesso Brancaleone contro ai suoi avversari. E bene tornava agli interessi del re quella discordia; perché le sue guerre col re di Maiorca poco agio davangli allora di spedire nell'isola altre forze; in modo che quando per la morte di Giovanni, marchese di Malespina, dovette don Pietro, erede scritto dal marchese, contendere coi di lui congiunti per la possessione della villa d'Osilo e degli altri luoghi da quella famiglia padroneggiati, gli fu necessario ricercare il sussidio del giudice d'Arborea per poter sostenere i diritti della Corona.

Scoppiò finalmente con impeto la guerra dei Doria sotto l'istesso governo del Cervellón, nel momento più rischioso per la Corona; quando cioè più aspri ardevano nei regni di Valenza e di Aragona i civili conflitti per altri rispetti. Matteo, Niccolò, Giovanni ed Antonio Doria, forti della possessione d'Alghero e di Castelgenovese, dopo aver lungo tempo travagliato l'isola, giunti erano a campeggiare la città di Sassari. Il luogotenente generale, al quale non mai erasi presentata in addietro così imponente ed estesa la ribellione, chiedeva affrettatamente soccorso al re; e consigliava si lanciasse l'offa in bocca ai nimici con qualche generosa largizione, piuttosto che correr il pericolo di perdere con la città di Sassari la metà dell'isola. Né il re pensava diversamente. Sebbene considerando esser le condizioni ricercate dai Doria tanto più fallaci, quanto più comparivano temperate; ed esser impossibile d'altronde il comporre il punto il più arduo della possessione d'Alghero, necessaria ad ambe le parti, determinava d'inviare nel regno Ughetto di Cervellón, nipote del luogotenente generale, con molti baroni di Catalogna e di Valenza; i quali, riempiute di combattenti quattro cocche, veleggiarono tosto alla volta della Sardegna. Il luogotenente, intendendo dopo il loro arrivo alla difesa di Sassari e paventando non fosse anche maggiore l'apparato della guerra, dappoiché davasi voce di nuovi armamenti in Genova, spediva il suo figliuolo Gerardo in Cagliari per condurne ad afforzare il suo esercito trecento balestrieri. E ben infausta fu per le armi aragonesi e per la vita di tanti gentiluomini la partenza di quel giovine cavaliere. Avea egli condotto senza rischio quelle compagnie fino al luogo di Macomer; allorché Mariano, giudice di Arborea, il quale succeduto era già in tal tempo al suo fratello Pietro, gli diede avviso: si governasse con diligenza e cautamente, perché i nimici teneano la mira ad intraprendergli il passaggio. Gerardo allora informava il padre della posizione in cui era; ed il padre, sia perché la congiunzione di quelle con le sue forze fosse necessaria, sia perché gli toccasse l'animo il rischio del figliuolo, muovevasi ad incontrarlo con le migliori sue soldatesche. L'incontro fu fortunato nel luogo di Bonorva; senonché i Doria oramai padroni anche della nuova bastita di Sorra, ceduta loro per tradigione del comandante, erano in tali forze da contendere il passo a quelle schiere eziandio unite. Consigliava pertanto il giudice al luogotenente generale: non si commettesse sbadatamente alla ventura, mentre i nimici ingrossati ogni dì numeravano già seimila combattenti. Ed al tempo stesso, valendosi della sua autorità presso ai Doria per moderare la loro ardenza, invitavali a non inalberarsi sì altamente contro al sovrano, che volessero giugnere ad offendere la persona del suo luogotenente; quasi come non fossero dessi già trascorsi all'estremo grado dell'ingiuria, cingendo di assedio una città regia e riempiendo di esterminio quelle provincie. I consigli del giudice furono meglio ascoltati da coloro i quali meno doveano di lui confidare; epperò, mentre i Doria o promettevano, o faceano almeno le viste di desiderare un accordo od una tregua, don Guglielmo di Cervellón tanto fu impaziente nel continuar il suo cammino, che non volle aspettare i novelli soccorsi che gli si profferivano dal giudice dopo i trecento cavalli già inviatigli. Quel movimento pertanto precipitato nel suo principio e, ciò che più sorprende, mal governato anche dopo, ebbe sinistro fine. I soldati regii procedevano nella via con spensierataggine e disordinatamente. Innoltratisi nelle terre dei nemici, incontrarono tutta la loro oste, la quale lasciò passare intatte quattrocento persone dell'antiguardo composto di Sardi; e forse avrebbe rispettato il passaggio pure delle altre schiere, se queste non avessero avuto alla testa un giovinetto. Gerardo veggendosi comparire innanzi la fanteria nimica e stimando facile bisogna lo sperperarla coll'impeto dei suoi cavalli, lanciossi coll'avventataggine della sua età fra quella gente, seguito da un suo fratello chiamato Monico e da alcune compagnie di cavalieri. Ma i Sardi cacciavano nel petto dei cavalli la punta delle loro lancie, ed i cavalli atterrandosi rompevano l'unione degli assalitori o li calpestavano. Seguiva quindi il movimento più franco degli assaliti ed una grandissima strage dei soldati regii, coi quali cadevano estinti fra i primi i due giovani condottieri. Sopravvenendo allora il luogotenente generale con Ughetto, suo nipote, e vedendo abbattuto il fiore del suo antiguardo e volta in fuga la ciurma, non osò porre a cimento le schiere di Arborea ed i pochi cavalli che conduceva seco. Onde avendo indietreggiato con diligenza, riparò alle terre del giudice; dove fermò alla fine il piede in una foresta che gli lasciava qualche speranza di sicuro posamento. Quivi non più ai perigli futuri, ma ai danni trascorsi voltò la mente; e lasciandosi padroneggiare dal suo dolore, estenuato ad un tempo per la fatica della giornata, ansante pel calore della stagione, e perché mancava in quella foresta anche l'acqua con cui spegnere la lunga sua sete, spirava miserevolmente fra le braccia dei suoi scudieri.

Grande assai fu lo sbigottimento degli Aragonesi sopravvissuti a quel disastro. La città di Sassari era oramai priva di difensori. Colà perciò spedivano gli uffiziali regii di Cagliari nuovo soccorso; commettendo anche a Gombaldo di Ribellas, scampato con altri cavalieri da quell'infortunio, passasse il più presto il meglio alla città assediata. Tuttavia l'ausilio il più potente era quello del giudice; il quale, se allora si fosse avvisato di violare quella fede che spregiò in appresso, forse le sorti aragonesi in Sardegna precipitavano. Egli, in luogo di far ciò, ponea in opera ogni mezzo per ristorare le parti del re; e ad un tempo facea depositare con pompa nel castello di Goceano il corpo del luogotenente; mal pago di non poter tumulare egualmente i cadaveri degli altri cavalieri, i quali, caduti sulla terra nemica, o non ebbero sepoltura, o non l'ebbero onorata. Il re trovavasi in Saragozza quando gli giugnevano sì infauste novelle; e non volendo interporre dilazione a riparare alle sopportate disavventure, comandava tosto: novella flotta si spedisse in Sardegna premurosamente; i baroni privilegiati di feudo nell'isola partissero a quella volta colla loro gente d'arme; l'incarico momentaneo del governo generale del regno si commettesse a don Giacomo d'Aragona, figliuolo illegittimo del re don Giacomo II, già da qualche tempo soggiornante in Cagliari; ed egli si consigliasse con Gombaldo di Ribellas e col giudice sull'accordo da trattarsi coi Doria. Elesse poscia per novello luogotenente Rambaldo di Corbera, guerriero già provato in arme; ed al suo lato pose un barone catalano di gran voce nelle cose di guerra, detto Ponzio di Santapace, nominandolo vicario del castello di Cagliari e capitano generale di guerra. Ad un tempo, siccome sapea agitarsi fra il giudice ed il fratello Giovanni, signore di Bosa e di Monteacuto, qualche competenza per la possessione di varie terre del giudicato, ponea mente ad agevolare fra essi un accordo. Ed ai conti della Gherardesca, pacifici spettatori delle gare di quel tempo, facea anche l'abbandono di alcune ville già devolute alla Corona per la morte senza eredi di qualcuno della loro famiglia.

Coll'arrivo del nuovo luogotenente le cose mutarono di sembianza. Le sue truppe, assistite dal favore e dalla potenza dei fratelli di Arborea, liberarono prontamente la città di Sassari dall'assedio; ed i Doria ne rimasero tanto scoraggiati, che senza difficoltà poterono esser cacciati dall'isola. Non perciò si divezzarono del tumultuare; anzi, accostandosi ai loro congiunti ed amici di Genova, ottennero che quella repubblica, presa una parte più attiva nella guerra, permettesse ad alcuni avventurieri di corseggiare colle loro galee nei mari sardi; nel mentreché i maggiori apprestamenti d'invasione si maturavano. In questo tempo la Sardegna era anche al pari di molte altre provincie europee desolata dal più grave dei malori, cioè dalla peste, la quale serpeggiava furiosamente in tutte le sue terre, e specialmente nella capitale. È questa la pestilenza di cui tanto vive si dipinsero alla posterità le stragi nelle pagine sì celebrate del primo padre delle prose toscane, Giovanni Boccaccio; il quale attingendo in quel gran suo quadro i colori dal vero, trovasi perciò pienamente d'accordo con quanto anche gli storici aragonesi lasciarono scritto dell'esterminio e della moria prodotta da quel morbo.

In questo mentre l'invasione dei Doria assistiti dai marchesi di Malespina si recava ad effetto; e le soldatesche da essi comandate campeggiavano un'altra volta la città di Sassari prediletta dei Genovesi. Il luogotenente era allora partito per la Catalogna onde assistere il re in altri travagli. Passò adunque a soccorrer Sassari Ughetto di Corbera, di lui fratello; e questo valorosamente sebbene con fortuna non decisamente prospera pugnò contro agli assedianti; i quali affievoliti ma non dispersi poterono continuare a tener il piede fermo in quei contorni. In tali circostanze inclinando anche il re a pensamenti pacifici si accordava il di lui luogotenente con i fratelli Brancaleone, Manfredi e Matteo Doria; e confermando loro i feudi di Monteleone e di Chiaramonte con i distretti di Nurcara, Capo d'Acque, Bisarcio ed Anglona; ed accettando l'offerta da essi fatta di vendere al re la loro porzione di dominio in Alghero, valevasi del loro stesso ausilio per combattere Niccolò Doria e le altre persone della medesima famiglia che non aveano acconsentito alla pace; le quali gravi danni ebbero perciò allora a patire nel luogo e territorio d'Alghero, ove risiedevano. Ricorsero allora gli Algheresi alla protezione del doge di Genova; e questo credendosi in diritto di sostenere meglio le ragioni della parte dei Doria opposta al re, che dell'altra recentemente pacificata, inviava in Alghero un suo governatore malgrado delle vive rimostranze che facevanglisi a nome del re. E se poscia si sottometteva ad un arbitrato del pontefice, ciò faceva solamente perché non avea in quel tempo pronti i mezzi di maggior offensione.

Questi mezzi si presentarono poscia; e dieci galee capitanate dal figliuolo del doge recarono nuovi soccorsi alle truppe che formavano l'assedio di Sassari; le quali lungo tempo stettero colà infino a tanto il luogotenente investendole coi soldati da lui condotti dalla Catalogna e colle genti di Arborea, le sconfisse e fé levar l'assedio. Ed a tale buona ventura delle armi aragonesi fu dovuto se il re, sollecitato allora dai Veneziani ad una alleanza e dai Genovesi alla pace, spregiò le profferte di questi, ed unitosi in confederazione con gli altri, bandì la sua guerra contro a Genova; risolutasi poscia in lontani incontri, dei quali non appartiene alla storia sarda il narrar le vicende.

Se finora vidimo fronteggiate le armi regie da famiglie straniere non paghe della novella dipendenza, vedremo ora il più potente degli isolani ed il più fido vassallo del re mutare repentinamente risoluzione; travagliare tanto i suoi antichi amici quanto avea loro giovato in addietro; ed impigliare col suo intervento quelle civili discordie che per sì lungo tempo conturbarono del pari e gli Aragonesi che cercavano nel comando la sicurtà, ed i Sardi che bramavano nell'obbedienza la quiete. Mariano, giudice d'Arborea, era dotato di quella tempera robusta di carattere, senza la quale o non si affrontano le cose grandi e rischievoli, od intraprese si trasandano. Il suo lungo soggiorno nella corte di Aragona in un tempo in cui se le passioni apparivano meno velate, più franca ancora mostravasi la virtù, non avea punto ammollito il di lui animo. La di lui perspicacia si era invece accresciuta di quella esperienza che colà si dovea attingere nelle cose di stato. Egli perciò mostrossi nel principio del suo governo consigliere avveduto degli Aragonesi; ai quali, come testé si è detto, il mal uso fatto dei di lui suggerimenti ebbe a tornare pessimo. Mostrossi pure per alcuni anni partigiano costante del novello governo, seguendo gli esempi del suo genitore. E forse inalterabilmente saria stato in fede se alcuni accidenti non fossero insurti, pei quali nacque fra il re e lui qualche ruggine. Mariano avea fatto imprigionare il fratello suo Giovanni. Ricercato più volte per parte del re a render la libertà a quel principe, avea ricusato di farlo; e nel reciproco insistere e rifiutare tanto si era trascorso, che l'animo del giudice ne rimaneva aspreggiato. Aggiugnevasi a ciò che il giudice erasi lusingato di ottenere dal re qual premio all'assistenza prestatagli nella liberazione di Sassari, la promessa della possessione di Alghero; ed il re, al quale il negare era duro, il concedere durissimo, procedeva dissimulatamente, sotto pretesto dell'inutilità di promettere una terra che non si tenea ancor nelle mani. Nelle gare col fratello avea il giudice occupato con altri di lui beni in castello di Monteacuto. E siccome Giovanni di Arborea avea impalmato una gentildonna aragonese chiamata donna Sibilla di Moncada, questa temendo ulteriori danni avea lasciato in potere del luogotenente generale la rocca di Terranova sottoposta al marito; e tentava quindi ogni mezzo acciò gli Aragonesi l'assistessero contro al cognato. Il luogotenente d'altro canto, stando in sentore pel mal umore del giudice, innalzava in Roccaforte un altro castello, che minacciava Mariano più dappresso. Il re istesso conoscendo l'equivoco andamento delle cose mostravasi più facile ad accogliere in grazia i marchesi di Malespina; restituendo loro cogli altri luoghi il castello d'Osilo, onde avere nei prossimi cimenti, se non qualche amico di più, qualche avversario di meno. In questi frangenti il giudice, vedendo che non più occulta era la di lui mutazione, accostavasi alla parte dei Doria e loro permetteva ogni procaccio nelle sue terre, favoreggiando la fortificazione maggiore di Alghero e di Castelgenovese. Il re pertanto, stando sopra pensiero per questa sinistra inclinazione delle cose, provvedeva più efficacemente all'armamento del suo navilio; e frattanto comandava a don Stefano di Aragona, figlio era del duca d'Atene e nipote del re di Sicilia, passasse in Sardegna con una compagnia di cavalli ed altra di balestrieri.

Gli apprestamenti della guerra corrisposero all'importanza. I sudditi aragonesi faceano a gara di secondare il re nell'impresa; ed i procuratori delle città e ville reali di Catalogna offerivano colle loro persone ed averi le imposizioni tutte della provincia, con ciò che capo della spedizione fosse nominato Bernardo di Cabrera; il quale, presente alle conferenze, accettava l'orrevole e rischioso incarico. Il re stesso, prima di permettere la partenza del navilio, ragunava nella sua reggia di Valenza tutti i gentiluomini della spedizione, e con gravi ed animate parole gli esortava a mostrarsi leali cavalieri non meno nel combattere il nemico, che nell'obbedire al loro generale; pel rimanente si confidassero della buona giustizia della causa, della buona ventura del capitano. Partissi quindi don Bernardo di Cabrera tenendogli dietro quarantacinque galee con cinque grosse navi; e giunto prima a Mahón, ebbe quivi la felice novella che Niccolò Pisano, capitano generale dei Veneziani, confederati del re, lo aspettava nel porto di Cagliari con venti galee; che il luogotenente erasi già impadronito del Castello Genovese; stringersi vigorosamente l'assedio d'Alghero; esser più che mai necessario ed opportuno l'arrivo della flotta aragonese. Né questo si fé desiderare; ché tosto comparve don Bernardo di Cabrera nelle marine d'Alghero, ove raggiunto dalla flotta veneta e dal luogotenente che assediava la rocca, preparossi a fronteggiare il navilio genovese; il quale, forte di sessanta legni e comandato da Antonio Grimaldi, non tardò a pararglisi innanzi nelle acque di Portoconte. Lodasi sommamente dal re don Pietro, che indirizzatore fu ad un tempo, e scrittore dei fasti aragonesi della sua età, la destrezza e l'artifizio con cui il capitano generale ordinò il suo navilio; e gli scrittori stessi genovesi, quantunque alla superiorità delle forze nemiche abbiano attribuito la sconfitta della loro flotta, non poterono dissimulare la bravura e il consiglio del Cabrera. Egli riempié in quella giornata i doveri tutti di capitano. E forse non fuvvi fra tanti guerrieri chi da un canto e dall'altro non abbia riempiuto i suoi obblighi; ché animoso e terribile durò per più ore il conflitto, simile meglio ad una pugna terrestre che ad un combattimento marittimo; avendo il capitano aragonese con una catena di antenne e di travi attaccato le navi sue e quelle dei confederati, e sottoposto in tal maniera ciascuno alla necessità di pugnare o di cadere congiuntamente. Restarono in potere degli Aragonesi vincitori trentatré galee nimiche. Il capitano genovese fuggì colle rimanenti; e tanto fu il desolamento della patita strage, che la spiaggia ligustica si riempié di lutto e di lamenti; non essendovi famiglia cui non toccasse il piagnere qualche vittima di quella infausta giornata. Onde i cittadini di Genova, vacillanti e minacciati di totale esterminio, non ebbero miglior deliberazione a prendere che di accomandarsi alla protezione dell'arcivescovo Giovanni Visconti, signore di Milano; il quale assunse allora il governo della repubblica, restandone spodestato il doge Giovanni di Valente. Non rimanendo pertanto agli Algheresi, dopo questa decisiva vittoria, veruna speranza di utile resistenza; e vedendo eglino esser loro tornata vana l'offerta fatta poco prima al doge di Genova di riconoscerlo per loro signore, si arrendevano agli Aragonesi ed aprivano le loro porte a don Bernardo di Cabrera. Il quale, entratovi collo stendardo reale spiegato e coll'esercito in ordinanza, occupava le fortificazioni; e gastigando severamente Fabiano Rosso dei Doria, commetteva il comando della terra al barone catalano Gisperto di Castellet.

Mentre in Valenza si rendevano dal re solenni grazie a Dio per la sconfitta dei nemici esteriori, soprastava già più da vicino un nemico interno non meno da paventare, il giudice d'Arborea. Don Bernardo di Cabrera erasi forse più del dovere lasciato padroneggiare dalla sua buona ventura; e parendogli di poter usare della vittoria anche con chi non era vinto, chiamava al suo cospetto Mariano, affinché rendesse ragione del travagliare ch'ei facea insieme col fratello Giovanni, anche l'altro fratello Niccolò, ecclesiastico; ed acciò adempisse ad un tempo ai doveri trasandati di vassallo. Mariano risentissi altamente. Tuttavia volendo governarsi con prudenza, inviava in Alghero a conferire col capitano generale la sua moglie Timbora di Rocabertí, stretta congiunta dello stesso Cabrera, femmina di sensi virili, di cuore caldo, e nella maniera di consigliarsi sulle cose di quei tempi pienamente all'unisono col suo marito. Introdotta questa dama al cospetto del capitano, avea già appianato nei tenuti colloqui le maggiori difficoltà; ed ottenuta sarebbesi una conciliazione, se tre messaggieri giunti da Cagliari con istruzioni diverse non avessero nel momento il più opportuno spezzato ogni accordo. Partissi allora la giudicessa; ma nell'accomiatarsi dal capitano generale, a quelli stessi messaggieri che per farle onoranza l'accompagnavano, con alte parole rispondeva: sostassero dal seguirla; vedriano in breve qual frutto partorirebbe il loro consiglio; confidava sarebbe un giorno da essi lagrimata quella pace che in mal punto aveano turbata.

Era infatti appena partito il Cabrera da Alghero per passare alla capitale, che gli Algheresi ribellavansi di nuovo e spegnevano tutti i soldati aragonesi, mentre il capitano loro a malapena salvavasi precipitando dalle mura; stimolati a ciò fare quei cittadini dai consigli del giudice, il quale al tempo stesso confederavasi coll'arcivescovo Visconti. Molte altre ville dell'isola seguivano anche le parti di Mariano, specialmente nella provincia di Cagliari; nella quale i di lui seguaci giunsero perfino ad inquietare i contorni stessi della capitale, fermandosi in numero di settecento nel luogo di Quarto; donde poterono solamente esser cacciati quando lo stesso capitano generale con molti gentiluomini e colle sue soldatesche si presentò a combatterli. L'isola tutta quindi era in trambusto; ed i maggiori sospetti dei governanti aragonesi erano per la città di Sassari, minacciata da vicino dai Genovesi d'Alghero. Portavasi perciò colà il luogotenente generale con alcune compagnie di soldati tolti dalla flotta; nel mentre che don Bernardo di Cabrera, conoscendo in questo crescente rivoltamento della sua sorte il bisogno d'impetrare maggiori forze, ritornava col suo navilio vittorioso in Catalogna; ove il re non tanto mostravasi lieto per le fauste cose accadute, quanto sollecito a riparare alle sinistre che l'avvenire minacciava.

Né maggiore potea esser il riparo di quello cui il re allora pose mano; poiché non contento di ragunare la miglior sua baronia ed il più fiorito esercito che giammai si fosse ordinato in Aragona, composto di mille uomini di grossa armatura, di cinquecento armati alla leggiera e di diecimila fanti; non contento dell'ausilio che alcuni nobili avventurieri aveangli recato dalla Germania e dall'Inghilterra per quell'impresa, egli stesso volle colla sua presenza francheggiare le sue squadre, commettendo di nuovo il comando generale allo stesso don Bernardo di Cabrera. Ad affrettare la partenza contribuì ancora la notizia giuntagli della ribellione di Villa Iglesias, dove il solo castello restava in potere degli Aragonesi. Onde egli salpò senza dimora dalle coste di Catalogna con novanta navi; né punto tardò a trovarsi nelle acque di Alghero. Scese allora don Pietro coi suoi gentiluomini nel lido di Portoconte; e non avendo incontrato verun ostacolo per lo sbarco dei cavalli, poté in breve condurre le sue schiere al piede della terra; nel mentre che il capitano generale la circondava colla sua flotta. Nella cui galea principale navigava in quel punto anche la regina; che al pari dell'animosa consorte di don Alfonso volle esser a parte della spedizione. Assediata da ogni lato la fortezza che trovavasi difesa da settecento combattenti, si diede opera ad investirla, elevando attorno alle mura alcune torri mobili e disponendo varie macchine di guerra; dalle quali lanciavasi nella rocca tale tempesta di proietti, che due torri dai primi dì ne restarono smantellate. E non bastando i mezzi ordinari, poiché la terra era assai ben munita ed i difensori mostravano di voler durare lunga pezza nella resistenza, fatte rizzare novelle macchine ed innalzata una bastita nel lido, comandava anche il re che si cingesse di profondo fosso il suo campo; acciò con minor periglio potesse staccare qualche parte del suo esercito per iscorrere nelle terre del giudice e dei Doria, già inquietate dal governatore di Sassari, Raimondo di Rivosecco. Il giudice frattanto erasi fortificato in Bosa, donde confortava gli Algheresi alla difesa. E forse la difesa, non meno che l'assedio, proceduto avrebbe lungo tempo con danno d'ambe le parti; dappoiché l'esercito regio, non potendo viver del paese per mancanza od impedimento di vittuaglie, era costretto a procacciarle dalla Catalogna; e per soprassoma gravi infermità serpeggiavano già fra i guerrieri, ai quali era mancato il luogotenente generale dell'isola, Rambaldo di Corbera, morto con universale rammarico nei primi giorni dell'assedio. Anzi lo stesso re infermava non senza pericolo. Ma tentati vanamente replicati assalti, il re, sospettando pure di qualche novello armamento in Genova e sapendo essersi raccozzata a quattro miglia di distanza la gente del giudice, che, forte di duemila cavalli e di quindicimila fanti, disponeasi ad affrontare il campo reale, calò finalmente, dopo che Alghero avea resistito meglio di quattro mesi, a proposizioni di accordo. E per mezzo di don Pietro di Exerica, sposo della sorella del giudice, donna Bonaventura di Arborea, si composero le dissensioni di Mariano e di Matteo Doria col re con queste condizioni: Alghero aprisse le porte agli Aragonesi; gli antichi abitanti, troppo manifestamente ligi a Genova, sgomberassero il luogo scortati dai soldati regii e salvi nella persona e nell'avere; il novello luogotenente del re fosse persona gradita al giudice; si obbliassero le cose già avvenute e possedesse egli quietamente le castella e terre reali di Gallura; venisse del pari condonato ogni eccesso a Matteo Doria e gli si confermasse l'investitura del feudo di Monteleone e di Castelgenovese.

Non si può dubitare non sia stata questa pace poco onorata per le armi del re; il quale non per altro pareva aver mosso un'oste sì poderosa e spiegato tutta la pompa del personale suo intervento alla guerra, che per lasciar le cose del suo vassallo disobbediente nello stato primitivo ed acquistare alla Corona la sola possessione d'Alghero. Aggiungasi che il contegno del giudice era tale anche allora, che malgrado delle favorevoli condizioni stipulate a suo pro, punto ceder non volle alla dimanda rinovellatagli della libertà del fratello Giovanni; morto poscia prigioniero insieme con un suo figliuolo. Né s'indusse a liberare il castello di Chirra dall'assedio, se lo strumento della pace non era prima pubblicato. Grandemente perciò fu agitata nel consiglio del re la convenienza dell'accordo. Nondimeno don Bernardo di Cabrera inclinante alla pace considerava: esser il re infermo, l'esercito menomato per la moria e posto in disagio di vittuaglie; se la pace era opportuna, giovar meglio la pace presente che la sperabile; se il più savio consiglio era quello della guerra, non mancheriano al re occasioni pronte di romperla di nuovo contro ad un vassallo ribelle; colla pace sperperarsi i Sardi solleciti di riparare alle mura domestiche; togliersi con ciò al giudice la metà delle sue forze; mirassero al vantaggio del ripopolare prontamente Alghero di sudditi fidi, al pericolo del prolungare in altra stagione quell'assedio; il giudice privarsi da se stesso dell'ausilio dei Genovesi e del signore di Milano quando senza loro intervento consentiva ad una pace isolata; le grandi ingiurie perdonarsi talora generosamente; dissimularsi più volte cautamente.

Precipitava quest'arringa le risoluzioni e la pace si conchiudeva; dopo la quale il re entrava in Alghero e vi si soffermava per alquanti giorni, facendo provvisione allo sgombero degli antichi abitanti ed al ripopolarsi del luogo con coloni aragonesi e catalani. Ripartì allora fra questi tutte le terre e privilegiolli in maniera singolare, acciò crescesse sotto i più fausti auspizi la città novella; la quale diventò poscia la prediletta dei Catalani colà accorrenti in tal copia e soggiornantivi con tal compiacenza, che ebbe Alghero a trarne il nome di Barcelloneta.

Passò quindi don Pietro in Sassari, donde ritornato in Alghero, dopo aver ivi provveduto alle maggiori fortificazioni di Casteldoria e di Osilo veleggiò alla volta della capitale; non parendogli o decoroso o prudente il commettersi, tenendo viaggio per terra, alla dubbia fede del giudice. Giunto in Cagliari rafforzava con nuova guarnigione quella rocca e spartiva il suo esercito nella provincia. Indi standogli principalmente a cuore in quella sua gita di cattivarsi la benivoglienza universale con mostrarsi agli occhi dei sudditi principe amorevole, volle in tal occasione esser circondato dal fiore della nazione; e convocati attorno a sé in parlamento i più distinti fra i suoi suggetti, li esortò con benigne parole a serbare alla Corona aragonese quella fede di cui fin allora erasi egli giovato. Questa è la prima volta in cui i rappresentanti della nazione siano stati in modo solenne privilegiati di stare al cospetto del regnante. Ma le circostanze di allora esigevano che in quell'assemblea si trattasse solamente delle cose ragguardanti alla sicurezza della Corona e dello stato. A qual uopo si pubblicava la sentenza data per accusa di fellonia contro al conte Gerardo della Gherardesca, ultimo dei personaggi di quel lignaggio possessori di terre nella Sardegna; e si deliberava eziandio dovessero i vassalli aragonesi e catalani presentati di feudi nell'isola, fermarvi la loro stanza, tenendosi sempre preparati a difender le parti regie. Le vicende infelici degli anni succeduti non permisero per lungo tempo ai sovrani d'intimare altre congreghe; infino a quando nell'inoltrarsi del secolo seguente Alfonso V, ragunando in tempi più tranquilli il parlamento nazionale, stanziò le leggi colle quali doveano esser rette le future adunanze. Per la qual cosa riserbandomi a toccare di ciò alloraquando giungerò colla narrazione a quel tempo, dirò qui solamente esser stati chiamati da don Pietro in tal congiuntura i baroni aragonesi e catalani trovatisi presenti, i prelati e gentiluomini dell'isola, ed i rappresentanti delle città e ville.

Fu fra gli altri convocato il massimo degli ottimati sardi, il giudice d'Arborea. Ma sia che ripugnasse all'altezza del suo temperamento la personale sommessione; sia che ripugnasse al suo cuore, in quel momento specialmente di una pacificazione poco sincera, il rimirare nel viso un principe già amico suo, il quale avea accarezzato con ogni maniera di favori la di lui giovinezza, ricusò egli di presentarsi al parlamento. Condiscese solamente ad inviare la consorte ed il figliuolo Ugone per far riverenza al re. E quando ebbe a trattare delle condizioni di guarentigia per la loro sicurtà, ei si governò con quella autorità di contegno e dignità di forme che usasi fra i sovrani. Il re pertanto, conoscendo che il momento non era ancora opportuno a far risentimento palese, andava a rilento. E mentre per mezzo dei suoi messaggieri ascoltava le proposizioni che il giudice gli faceva per l'impresa di Corsica, premunivasi pure contro alle future vicende; e rinforzava le guarnigioni del Logodoro nominando governatore della provincia don Bernardo di Cruillas, e capitano della gente di guerra in Alghero Pietro Ximenes.

Ed in effetto ambigua manifestavasi sempre l'intenzione di Mariano; dacché né licenziava le sue squadre, né abbandonava secondo i patti le castella di Monteferro e di Marmilla. Anzi muovevasi con molto nerbo di soldatesca inverso Cagliari, dando voce che ciò faceva perché non serbavansi a suo riguardo le convenzioni della cessione della Gallura; ed aver egli in mira di difendere solamente le cose sue, non già di far oste nelle terre altrui. Equivoca del pari era la condotta degli uffiziali regii; dappoiché mentre il re trattava di far inclinare il giudice ad un novello accordo, don Bernardo di Cabrera patteggiava segretamente onde impadronirsi per tradigione della di lui persona. S'infocarono alla fine talmente ambe le parti, che ne seguirono molti incontri e scaramuccie nei dominii del giudice ed anche in quelli del comune di Pisa e di Matteo Doria. Ma siccome non si avvantaggiava nissuno in tali fazioni; ed il re preferiva ad una guerra che non risolvevasi in vittoria una pace che dava luogo ad altri consigli, si venne altra volta a trattar di pacificazione col giudice, e si accordava: fossero cedute al re le castella di Petreso, di Bonvehi, con tutta la Gallura; quelle di Ardara e di Capola si ponessero in potere dell'arcivescovo d'Arborea, o del vescovo d'Ales, fino a quando il pontefice giudicasse dei diritti che il re vi avea malgrado della vendita fattane al giudice da Damiano Doria; il re restituisse i luoghi di Materó e di Gelida staggiti al giudice in Catalogna; il giudizio sulla carcerazione di don Giovanni di Arborea appartenesse al re con appellazione al pontefice. Al tempo stesso si acquetavano le dissensioni con Matteo Doria, mediante l'abbandono a tempo che egli faceva del Castello Genovese e delle fortezze di Roccaforte e di Chiaramonte. La moglie del giudice veniva allora di nuovo ad inchinare il re; ed il giudice stesso piegavasi finalmente a fargli riverenza. Onde il sovrano meno inquieto, nominato prima suo luogotenente generale nel regno Olfo di Procita, fortificato il castello di Chirra e fornite di valorosi castellani le altre rocche, e segnatamente quella di Villa Iglesias già rientrata sotto l'obbedienza regia, partivasi da Cagliari. E veleggiando di nuovo verso Alghero, dimoratovi alcuni giorni per far provvisione alla difesa del Logodoro, salpava alla volta della Catalogna; lasciando che alcuni suoi commessari procurassero la sommessione della Gallura, dove, per quanto eragli stato riferito dal giudice, voleasi solamente riconoscere l'autorità del signore di Milano.

Della suggezione della Gallura al signore di Milano si trattò anche nelle infruttuose conferenze tenute poco tempo dopo dal re in Avignone alla presenza del papa per comporre le dissensioni non mai assopite coi Genovesi. Se non che pensamenti maggiori distornarono don Pietro, impigliato pure nella guerra col re di Castiglia. E questo fu il principal motivo per cui non poté passare nell'isola il navilio ch'egli avea già apprestato per combattere i Genovesi mostratisi poco arrendevoli in quelle trattative; e per punire Matteo Doria nuovamente ribellatosi, appena seguita la partenza del re, con l'occupazione di Casteldoria. Le turbolenze perciò continuavano nella Sardegna; sebbene qualche alleviamento abbia poscia portato ai ministri reali la morte dello stesso ribelle e la momentanea obbedienza prestata dal suo successore e nipote Branca Doria, figliuolo del Brancaleone altra volta mentovato. Dissi momentanea; perché non essendo il re ordinato ad assaltare e potendo egli a malapena inviare leggieri aiuti che bastassero alla difesa, serviva questa di lui strettezza di stimolo a Branca Doria per prorompere all'offesa. Ed il giudice, anch'egli valendosi del destro, ricusava di soddisfare al censo imposto sulla sua provincia. Il re, vedendo adunque che ai suoi disegni di abbassare i ribelli si attraversava la guerra di Castiglia; e che non poteva al tempo stesso provvedere a questa ed alla guerra coi Genovesi, fautori sempre soccorrevoli delle sommosse sarde, deliberava di rimettere ogni arbitrio di futura concordia con essi (dipendente principalmente dal disputato possesso d'Alghero) nel marchese Giovanni di Monferrato; nel cui giudizio rimettevasi pure Simone di Boccanegra, doge in quel tempo di Genova. Ed il marchese, desideroso di stabilire una pace guarentita, sentenziava: si lasciassero in suo potere dal re la città d'Alghero, dal doge la città e rocca di Bonifacio in Corsica; acciò fosse in tal maniera assicurata l'esecuzione dell'arbitrato ch'ei dovea poscia pronunziare nel termine prorogato di cinque anni su tutte le competenze insorte per le due isole. Dichiarava egualmente il marchese doversi i Doria riconoscere per ribelli; ed esser loro solamente aperta, per racquistare gli antichi dominii, la via della sommessione e dell'omaggio. Con la quale concordia, abbenché a tempo, stette il re meno sopra pensiero per le cose sarde; libero, se non dalle molestie dei Genovesi ch'erano suoi vassalli e nemici, contro ai quali dovette anche allora spedire un suo capitano, chiamato Ponzio de Altaribba; dalle molestie almeno dei Genovesi i quali erano solamente suoi nemici.

Tranquillossi colla guerra esteriore genovese anche la guerra intestina da essi protetta; in modo che gli annali aragonesi danno per alcuni anni solamente conto dello scambio avuto in Sardegna da qualche governatore; di alcune compagnie di soldati condottevi da Pietro López di Bolea; e di varie novelle concessioni di feudi. Ma era nel destino delle cose che le gare restassero lunga pezza accese fra i re di Aragona ed i giudici di Arborea. A Mariano erasi somministrato maggiore incitamento di mostrar di nuovo il viso alle truppe aragonesi, dopoché il pontefice Urbano V, mal soddisfatto che don Pietro avesse pei bisogni delle sue guerre posto mano sulle rendite delle chiese, aveva in concistoro non solo mostrato inclinazione a privarlo del regno, ma toccato anche qual cosa del concederne l'investitura al giudice. Il che, mentre induceva il re a risoluzioni più temperate, rinfocolava Mariano a tentare altri mezzi di allargare il suo dominio; favoreggiato com'era da una grande quantità di isolani, o suoi sudditi o suoi aderenti. Ad uguali pensamenti veniva anche commosso il giudice dalle ambasciarie che riceveva al tempo istesso dai Pisani; poiché come stabilivasi fra essi ed i Fiorentini la pace, così tosto Giovanni dall'Agnello, assunto al governo di Pisa, inviava suo messaggiero in Arborea Benincasa di Meo Casoni onde stringere amicizia con Mariano a nome del comune. Il movimento pertanto si propagò con tal ardore, che già nella maggior parte dell'isola non al nome del re si obbediva, ma a quello del giudice. Né poté il re aver agio a combattere i nimici del nuovo regno, senza prima trattare d'una tregua con gli altri suoi nimici del continente. Comandò quindi ad Olfo di Procita, suo luogotenente, allontanatosi per altre cagioni dall'isola, vi passasse altra volta colle sue galee; vi passasse pure Ugone di Santapace con novelle soldatesche; e sottentrasse al governo generale del regno don Pietro di Luna, al quale diede il comando di seicento cavalli e di mille fanti. Nondimeno erano queste forze insufficienti contro agli armamenti del giudice; epperò, quantunque Ugone di Santapace si fosse fortificato nella Gallura ed il governatore d'Alghero don Giovanni Carròz disponesse cautamente le sue genti nel Logodoro, non poterono ambi impedire che le bande del giudice danneggiassero le terre regie e che loro si sottomettesse il castello di Petreso.

Molto opportuno fu per tal cagione il succeduto invio di truppe che il re sottopose al governo dello stesso don Pietro di Luna. Militavano in quell'esercito, comandando alcune compagnie di fanti, due sardi, Lorenzo e Giovanni Sanna di Figulinas, fratelli; i quali, avendo seguito le arme aragonesi fino dai tempi di Rambaldo di Corbera, si tennero sempre in fede e non vollero abbandonare i vessilli reali allora che novello cimento si presentava nella patria loro. L'esercito aragonese si affrettò a porsi a fronte delle genti del giudice, che avea riparato entro le mura d'Oristano; senza por mente che, con un uomo della tempera di Mariano, né facile tornava in ogni tempo l'offesa, né soverchia era in qualunque momento la cautela. Governandosi pertanto sbadatamente quelle truppe e sbrancandosi per quelle pianure, escì repentinamente Mariano dalla città coi suoi; e con tanto impeto investì i soldati regii, che uno solo non poté scamparne; e periva lo stesso luogotenente generale ed il fratello suo Filippo di Luna con molti altri cavalieri, restando prigioni i sopravvissuti. Onde se cadeva già altra volta in quella provincia il rappresentante del re nella fuga, cadeva ora nella mischia; e le cose regie per tal disavventura riducevansi allo scoraggimento ed al periglio estremo. Partì perciò frettolosamente per la Catalogna Olfo di Procita (il quale dal comando generale dell'isola era passato al governo del navilio), lasciando colà poche galee. Ed il re conoscendo che la promessa della personale sua passata in Sardegna potea solo ristorare gli animi abbattuti dei suoi suggetti, facea tosto pubblicare questa sua deliberazione; comandando nel mentre ad Alberto di Zatrillas, governatore di Cagliari, scambiasse coi prigionieri del giudice gli ostaggi sardi che avea presso di sé; ed al conte di Chirra, don Berengario Carròz, assumesse con grande vigilanza la difesa della minacciata città di Sassari.

Allo stesso conte di Chirra fu quindi commesso il comando generale del regno; ed egli giovossi nel resistere alla crescente preponderanza del giudice meglio della fidanza che lasciava il sempre promesso arrivo del re, che dei soccorsi avutine. A tale speranza fu dovuta la difesa coraggiosa del castello di Acquafredda, inutilmente assaltato dalle genti di Mariano; ed il ravvedimento di Brancaleone Doria, il quale dalle parti dell'alleato passò a quelle del re, ottenendone in compenso rinovellazione di feudi e personali onori. Ed invero il re mostrava apertamente di voler di nuovo navigare in Sardegna; e facea perciò spiegare in Barcellona lo stendardo reale, simbolo dell'indossarsi dallo stesso sovrano le arme; ed invitavansi ad accorrere sotto i vessilli, secondo le costumanze di quell'età, coi cavalieri e campioni onorati che cercavano nelle arme la gloria, anche gli uomini di vita malvagia o dissipata; i quali ottenendo in quella maniera il perdono dei misfatti, od una mora nel pagamento dei debiti, scambiavano la certezza di una vita travagliata col pericolo di perderla. Ma la passata del re non potea sì di leggieri effettuarsi; e perciò, quantunque non mancassero fra i Sardi molti valorosi difensori delle parti regie; e rimasta sia specialmente la notizia di Quirico di Mancone, di Giovanni Sogio di Sonsa, di Saturnino Pinna di Minutadas e di Pietro Camboni, presentati dal re con munificenza per la leale e coraggiosa loro devozione alla Corona, pure il giudice dì per dì si rinfrancava con lo scemamento delle forze degli avversari. Ed occupava la città di Sassari, riparando nel castello i capitani aragonesi. Nel mentre che le discordie nate fra il conte di Chirra ed il governatore di Cagliari rendevano se non più dubbie, tristi egualmente le sorti della città capitale.

Mancavano anche le vittuaglie nelle castella; e per questo si dava dal re tanta importanza al servigio in tal rispetto rendutogli da Benvenuto di Graffeo, barone di Partana in Sicilia, col fornimento da lui procurato alle rocche, che lo nominava visconte del luogo di Galtellì. Contribuiva egualmente a sopperire alla ritardata spedizione regia l'assistenza di Brancaleone Doria, le cui genti in una giornata campale aveano messo in fuga una parte delle soldatesche di Arborea. Maggiormente quindi giovò la spedizione colà fatta del gentiluomo inglese Benedetto Gualtero, proffertosi di passare nell'isola con mille lancie a cavallo, cinquecento frecciatori parimente a cavallo, e mille fanti. A questo cavaliere si concedette fra gli altri vantaggi il titolo di conte di Arborea, acciò non per la causa sola del re, ma per la propria ancora avesse a contendere col giudice. Questi frattanto, abbenché fosse obbligato da quella forza sopravvegnente ad andare più a rilento nelle sue operazioni, molto confortò nello stesso tempo la sua parte coll'occupazione del castello acremente disputato di Sassari. Continuandosi così a governare con provvedimenti distaccati e speciali la difesa dell'isola, s'inviava poscia a fortificare Alghero un maggior nerbo di truppe sotto il comando di Gilaberto di Cruillas, governatore del Logodoro. E questo capitano assistito da Brancaleone Doria rispondea così bene col suo valore alla fiducia del re, che, serbata illesa la città d'Alghero, anche il borgo di Lapola in Cagliari salvava poscia dall'invasione dei Genovesi dimentichi della recente pacificazione. Per la qual cosa il re solennemente lo certificava del suo grato animo, elevandolo per la morte del conte di Chirra all'onore di capitano generale dell'isola.

Tuttavia perché non erasi fin allora adoperato un rimedio corrispondente al male, si correa già l'estremo rischio di perdere il frutto di tanti stenti e di tanto sangue versato. La rocca di Cagliari era così assottigliata di fornimenti e vittuaglia, che non era lontano il caso di non poterla più tenere. Nelle altre castella pativasi eguale disagio; dacché l'isola formicava di bande armate aderenti del giudice; e le terre litorali erano infestate dalle galee capitanate da Ugone, di lui figliuolo, colle quali egli travagliava ogni nave catalana. In mezzo a tante angustie il governatore di Cagliari non incontrava altro mezzo onorato che di deliberare: si aspettasse l'ultimo termine dei patimenti; si ardesse allora la rocca; e si supplicasse il sovrano, affinché dopo quella disperata risoluzione giudicasse dei castellani, stimandoli come meglio gli parria o sfortunati, od anche improvidi; purché non disleali.

Ma nel mentre aggiungevasi a questi mali il massimo di tutti, cioè la novella pestilenza non da lungo tempo assopita, scendeva nel sepolcro Mariano, meno pago d'aver abbassato i suoi nimici, che dolente di non averli compiutamente atterrati. Uomo in verità non ordinario. Costante nella primiera fede anche quando poteva nuocere: costante nell'odio anche quando il ritorno alla fede potea giovargli. Nell'una e nell'altra fortuna fé prova d'animo non pieghevole; e libero egualmente dai panici timori della disavventura e dalle confidenti illusioni della prosperità. A portata di giudicare della politica e della potenza del governo aragonese, e vedendo stranamente impigliate le cose di quei sovrani negli altri stati, egli disperò forse di veder radicata la loro dominazione nell'isola. E perciò alloraquando poté credere che dagli Aragonesi stessi venisse spezzato il vincolo che lo univa loro col minor conto fatto della di lui fede, egli non vide mezzo veruno fra il malcontento e la sollevazione; come non ne vide poscia fra il combattere per gli antichi suoi diritti e l'occupare la sovranità intiera dell'isola. Guerriero, egli amò meglio infievolire i nimici affaticandoli che investendoli; e stimò maggior prudenza il commettersi a molti incontri, e con ciò alle vicende compensatrici della sorte, che l'avventurare in una battaglia ordinata la somma intiera delle cose. Forte com'era per la prima maniera di guerra della esperienza dei luoghi e del braccio dei suoi Sardi, agili e destri feritori; e più adatti perciò a quei combattimenti alla spicciolata. Legislatore della sua provincia, egli incoraggì con savie leggi l'agricoltura, guarentì la custodia dei rustici poderi, frenò i ladronecci, diede norma alle accomandite del bestiame, regolò l'uso dei pubblici pascoli, gastigò con severe multe le ingiurie. Né a rendere più stabile questa sua gloria di guerriero e di legislatore mancò la fortuna; poiché dando la vita ad Eleonora, di cui fra breve si darà contezza, egli lasciò dopo di sé un'eroina, che colla spada seppe rincalzare le di lui vittorie; ed una legislatrice, la quale col suo codice diede vita immortale agli ordinamenti paterni. Qualunque dopo ciò sia per esser il giudicio che si porterà di questo nostro principe, si potrà sempre fermar per vero che a lui principalmente si deve attribuire se il governo aragonese non poté durante la di lui esistenza e molto dopo la sua morte gittare salde radici nell'isola.

Il governo di Mariano fu continuato dal figliuolo suo Ugone; e col governo fu anche continuato l'odio contro agli Aragonesi. Al pari del padre vide anch'egli sospesa sul suo capo la corona del regno sardo per l'investitura che Urbano VI disegnava concedergliene, privandone il re d'Aragona. Tanta era perciò, fino dai primi anni del suo reggimento, l'importanza del di lui nome, che un principe lontano e straniero, il duca di Angiò, fratello del re di Francia Carlo V, volendo giovarsi del di lui ausilio nelle contese allora agitate col re d'Aragona per la successione al regno di Maiorca, due volte indirizzavagli una solenne legazione a ricercare colla di lui alleanza la mano della figliuola pel principe suo figlio. La relazione della seconda di tali ambasciate serbasi fra i testi a penna della Biblioteca Reale di Francia. Ed io credo conveniente di qui darne ampia cognizione; sia perché a grandi tratti vi rifulge il carattere franco e spedito di Ugone; sia perché in tanto avvicendamento di fatti guerreschi, questo discorrere sopra un avvenimento di natura diversa, apporterà qualche varietà nella narrazione.

La prima ambascieria fatta al giudice erasi risoluta in un trattato di alleanza che il duca avea mostrato maggior cura di stipulare che di recare ad effetto. Attribuivasi ciò all'interposizione del re di Castiglia, che bramava si soprassedesse del rompere la guerra al re d'Aragona; ed alle contenzioni fra la Francia e l'Inghilterra, per le quali il duca era stato costretto ad impiegare il suo braccio al servigio del fratello. Ciò non ostante il giudice, il quale non governavasi colle parole flessibili della diplomazia ed ai fatti soli era usato di prestar credenza, avea avuto molto per male che mentre egli dal suo canto ponea in opera ogni mezzo per travagliare il comune inimico, il duca avesse esuberantemente promesso, agito fiaccamente. In tale stato di cose gli ambasciatori franzesi, i signori Migon di Rochefort e Guglielmo Cayan presentavansi alle porte di Oristano. Queste erano chiuse; perché in quel continuo conflitto cogli Aragonesi gli ordini del giudice e la cautela dei popolani esigevano un invigilar quotidiano. Si ricercò perciò la licenza di Ugone affinché venissero ammessi gli ambasciatori; i quali, dopo breve posamento, vennero da un uffiziale del palazzo introdotti al cospetto del giudice. Dessi lo trovarono adagiato sovra un letticiuolo, abbigliato con semplicità, non circondato da verun apparato di grandezza; ma trovarono in lui quella grandezza che lampeggia sempre dalla fronte degli uomini di tempera nobile e risoluta. Allontanatosi il vescovo cancelliere, il quale in quel momento era in compagnia del giudice, esposero i gentiluomini franzesi il suggetto della loro ambasciata ed il desiderio aveva il lor signore di conchiudere con novelli patti una seconda alleanza. Il giudice allora, cui le parole suonavano sul labbro come le partoriva la mente, con gravità rimprocciava ai legati le non eseguite convenzioni: la mancanza della data fede ingenerar sempre avversione nel suo animo; ingenerare anche sorpresa se trattisi di un principe; aver il duca per le condizioni di quell'accordo tratto dall'isola molti balestrieri ed altre soldatesche senza mettere verun compenso; non essergli ignote le trattative del duca con l'Aragonese, tenute al tempo istesso che si trattava l'alleanza; aver anch'egli ricevuto dal re ambasciatori e profferte per accostarglisi; ma esser diverso il sentimento della fede dovuta ai patti in chi promettendo la fede ha la sola fede nell'animo, ed in chi nelle condizioni stesse dell'accordo si riserba i mezzi di violarlo; mentre perciò il duca adoperavasi per rappacciarsi col re, aver egli con ben diversi principii ributtato i messaggieri di pace, senza permettere loro di venire nella sua presenza.

Gli ambasciatori, i quali erano forse nuovi a tale sincerità di sensi, ne restarono maravigliati; e rispondevano contenersi nelle loro istruzioni schiarimenti tali da poter satisfare agli uditi rimproveri. E sia pur così, replicò il giudice: diansi nelle mie mani tali istruzioni colle vostre credenze; e la mia risposta sarà pronta e schiettissima». Si trovava in quelle carte anche la dimanda che faceasi dal duca per unire in matrimonio con futura promessione il figlio natogli l'anno avanti colla figliuola del giudice; matrimonio che si diceva ambito da molti potenti principi per le loro figliuole e nel quale si concedeva la preferenza alla casa di Arborea. Il giudice allora, il quale era ben lungi dal non intendere di che sapessero quelle offerte, non titubava punto nel manifestare apertamente che cosa egli ne pensasse: esser quella proposizione un trovamento del duca per blandirlo; esser la principessa d'Arborea oramai da marito, nel mentre che il futuro suo sposo vagiva ancora nella culla; voler egli che la figliuola facesse lieto della sua mano uno sposo in tempo che restasse al padre la speranza di vezzeggiare sulle sue ginocchia la desiderata prole; non essere il suo animo sì leggiero che in una cosa di tanta importanza si volesse commettere all'incertezza dei lontani avvenimenti. Vennesi quindi alle altre condizioni dell'accordo, ed il giudice replicava: aver comandato che agli ambasciatori si manifestassero i patti dell'infruttuosa primiera alleanza; accagionerebbe a suo tempo della mancata fede chi n'avea colpa; rompesse pure il duca la guerra agli Aragonesi, o stesse seco loro in pace, poco calergli; ciascheduno facesse la sua bisogna, e soprattutto senza fraudi; far egli da più anni la guerra contro al re, e farla col solo braccio de' suoi e coll'assistenza divina; volerla così continuare; non esser egli uomo tale da ingannare nissuno; non esser neppur tale da lasciarsi ingannare due volte.

A questa risposta univa il giudice una lettera sua pel duca, ed era concepita così: Ho veduto i tuoi ambasciatori: mi fecero eglino parte delle tue deboli scuse; dai medesimi sentirai le mie risposte; io presi la precauzione di far registrare tutte le scritture nella mia cancelleria». Con tali sensi, che molto ritraggono della brevità spartana, Ugone poneva termine alla trattativa coi messaggieri. Mancava solamente a riempiere un'altra formalità. Il giudice voleva che alle sue deliberazioni assentisse il suo popolo. Inviò pertanto nel seguente giorno alla casa arcivescovile, nella quale gli ambasciatori erano stati onoratamente serviti, alcuni uffiziali e famigli che li riconducessero al suo palazzo. Ivi s'incontrava ragunata nella maggior aula una quantità stragrande di persone di ogni classe; fra le quali distinguevansi il vescovo, il clero ed i famigliari del principe. Mal volentieri perciò sopportavano i messaggieri di trovarsi in quel luogo confusi con la folla; e ricercavano si desse loro il poter passare alla privata udienza del giudice. Ma la chiamata loro non aveva altro scopo che di farli assistere ad una pubblica dichiarazione dei sentimenti di Ugone; epperò dovettero colà sostare infino a quando il vescovo cancelliere, comparendo in mezzo a quell'assemblea fiancheggiato dal podestà del luogo, da un notaio e da altri uffiziali, tenendo una carta fra le mani con alta voce bandì: aver il giudice ragunato i suoi sudditi per far loro conoscere l'infedeltà del suo alleato; essere stata l'alleanza proclamata e giurata al cospetto di tutti nella chiesa maggiore della città; esser giusto che pubblica del pari fosse la disdetta. Ed in così dire ei facea leggere alla presenza del popolo le carte tutte della prima e della seconda ambasciata colle risposte del giudice; e voltandosi quindi agli ambasciatori, loro significava: essere oramai compiuta la loro legazione; dovessero perciò in quell'istesso giorno riparare di nuovo ai loro navigli. Tentarono allora i messaggieri di abboccarsi altra volta col giudice, male soddisfatti come erano delle risposte avute e delle forme rigide della cancelleria d'Arborea. Nondimeno tutto riescì vano; ed eglino dopo aver seduto alla mensa di Ugone senza poterlo vedere, partirono disconclusi e malcontenti. E nello stesso giorno rimontati sulle loro navi, salparono alla volta di Marsiglia, avendo primieramente approdato in Portoconte presso ad Alghero; dove riconobbero, non senza pericolo, che la loro venuta non era punto ignota agli Aragonesi.

In tale modo ebbe termine un'ambascieria che presenta alla curiosità dei savi circostanze notevoli quant'altra mai; e quella soprattutto della franca maniera di procedere e di parlare del nostro giudice. Maniera, che qualunque volta si tacciasse da altri di barbarie, io direi: esser vera barbarie quella che sotto fiorite proteste cela le velenose riserve; quella che prepara il tradimento agli uomini di buona fede ed il contraccambio ai più cauti; quella che profana colle maggiori solennità un atto di menzogna e lascia in balia della malafede i maggiori interessi dello stato; non mai quella che ha nelle sue parole la lealtà e nelle sue azioni la schiettezza del vero.

Ugone, il quale avea già occupato colle sue forze i luoghi tutti del contado di Chirra ed era passato in Sassari per provvedere al governo di questa città soggiogata dal padre suo Mariano, proseguiva ad inquietare sempre più gli Aragonesi; quantunque tratto tratto si accostasse loro qualche nazionale di conto, degli stessi aderenti del giudice. E tale fu fra gli altri Valore Deligia, prossimo congiunto di Ugone, gratificato dal re col titolo vano di barone del Goceano. Il sovrano rinovellava pure coi Genovesi l'antico accordo conchiuso dopo l'arbitrato del marchese di Monferrato; e preparavasi in tal maniera a combattere con miglior fortuna Ugone, allorquando questo cadeva estinto per le mani degli stessi suoi sudditi; o perché realmente l'asprezza del suo carattere avesse degenerato in aperta tirannia, come negli annali aragonesi si riferì; o perché il malcontento di coloro che nol sofferivano signore sia stato aizzato da quelli che nol sofferivano nimico.

Mancava con Ugone l'ultimo maschio del lignaggio di Arborea; ed il popolo concitato a novelli pensieri, tumultuava per reggersi a comune. Ma il valore ed il senno dei più illustri signori di quella provincia era stato tutto transfuso nel seno di una principessa degna della grande fama che di sé lasciò nell'isola; degna della maggiore che coronerà il suo nome quando più dilatata sia la notizia delle di lei geste. Era questa Eleonora, sorella dell'ultimo giudice. Avea essa dato la sua mano a quel Brancaleone Doria di cui più volte si rammentò il nome; ed elevava al regno il comune figliuolo Federigo (il quale per la mancanza della prole mascolina di Ugone dovea succedergli), allorché fu spento questo giudice. Vedendo dunque nel commovimento dei popoli per una novella maniera di reggimento violati i diritti del suo figliuolo, imprese a sostenerli con animo. E scambiate le parti col suo consorte, mentre egli portavasi nella corte del re onde ottenere che accettandosi la di lui sommessione venisse in ricompensa assistito nel comprimere la rivolta della provincia, la moglie assumendo doveri virili indossava le arme; e trascorrendo per l'isola alla testa dei suoi fidi riduceva a obbedienza i ribelli; impossessavasi in breve tempo di tutte le terre e castella della sua famiglia; e facea prestare dai suoi vassalli giuramento ed omaggio al giovanetto principe. Al tempo stesso scrivea Eleonora alla regina d'Aragona una lettera, informandola delle cose avvenute ed implorando per lo di lei mezzo l'ausilio del re per la prosperità della provincia d'Arborea.

Meravigliavasi la corte del re all'udire che tanta altezza di sensi e tanto valore si annidasse nel petto della giovine principessa; e lo stesso consorte, il quale forse non confidavasi di un così pronto risolvimento delle cose da lui lasciate turbatissime, pentivasi quasi della precipitata sua sommessione. Onde parendogli lungo il differire d'esser a parte delle glorie di Eleonora, chiedeva al re licenza per ritornare nell'isola. Ma quelle stesse vittorie della giudicessa aveano fatto stare sopra pensiero il re. Erasi già da lui fatta provvisione all'invio di nuovi soccorsi guerreschi in Sardegna sotto il comando di Ponzio di Senesterra, marito era di donna Violante Carròz, figliuola ed erede del conte di Chirra. Perciò quantunque avesse don Pietro accolto prima con ogni testimonianza di favore Brancaleone, ed armatolo cavaliere e concedutogli il titolo di conte di Monteleone colla baronia di Marmilla, pure come seppe le imprese ardite della moglie, sostener volle il marito. E malgrado delle fatte solenni convenzioni, soprastando alle altre considerazioni il bene della Corona, tenealo in istretta custodia; promettendo solo di accordargli la libertà, allorquando giungendo egli in Cagliari coll'esercito fosse per consegnare colà agli uffiziali regii il piccol figliuolo, perché restasse in ostaggio della fedeltà dei genitori fino all'età in cui potesse crearsi nella corte del re al pari dei suoi maggiori. Nondimeno queste risoluzioni non partorirono verun profitto per le armi regie; poiché Eleonora maggior impulso n'ebbe a voltare contro agli Aragonesi e per la libertà del marito quelle armi che con buona ventura avea fin allora trattato contro ai suoi popolani e pei diritti del figliuolo. Invano fu essa ricercata dal consorte a sottomettersi. Stabile nelle prese risoluzioni, punto non si volle piegare alle stabilite condizioni; o perché non disperava di continuare con miglior successo la guerra dei due ultimi giudici; o perché confidavasi almeno di un esito che migliorasse i partiti della pace. Mentre adunque innalzava Eleonora in Arborea lo stendardo dell'aperta guerra contro al re, questo comandava fosse severamente custodito il di lei marito entro il castello di Cagliari.

Durò questa guerra per due anni; e quantunque le vicende non siano state ricordate dagli storici, pure favorevoli si dee credere siano state alle arme di Eleonora; dacché favorevole ai di lei interessi fu la pace, la quale ne seguì. Questa pace non ebbe verun risultamento per la morte poco dopo sopravvenuta del re. Ciò non ostante giova il toccare di alcune delle principali condizioni contenutevi; affinché, se le vittorie di Eleonora la dimostrarono principessa di gran cuore, le convenzioni sue la chiariscano principessa di profondo consiglio. Non contenta Eleonora di ricercare il tranquillo dominio degli stati posseduti dal padre suo Mariano e la libertà del consorte, estendeva le sue mire a procurare a tutta l'isola una durevole quiete. Epperò domandava: nelle castella del re si ponessero guarnigioni a piacimento, salvo in quello di Sassari; dappoiché colla guerra già agitatavi più volte, gli animi di quei cittadini inacerbiti contro agli Aragonesi a malincuore sopporterebbero di averli così vicini e sopra capo; fosse dunque quella guarnigione formata di Sassaresi, eccettuato il castellano; e se ciò non andasse a grado al re, si demolisse piuttosto la rocca; gli stranieri signori di feudi non più risiedessero in Sardegna; esser eglino il fomite delle rinascenti discordie; mezzo unico per odiarli meno esser quello di non vederli; un solo governatore reggesse tutta l'isola, e fosse egli Aragonese o Catalano al pari degli amministratori delle rendite del tesoro; gli altri uffiziali tutti da eleggersi dal re fossero nazionali, fuoriché quelli di Cagliari e di Alghero; fra i sudditi del re ed i vassalli di Eleonora fosse reciproca la libertà del mutar domicilio. Con tali patti Eleonora mostrava che cosa pensasse dei mezzi i quali poteano spianare le tante difficoltà dì per dì presentatesi al governo aragonese, o nel far rispettare o nel far amare dai Sardi il novello dominio.

Prima sollecitudine del novello re d'Aragona don Giovanni, figliuolo e successore di don Pietro, fu quella di destinare a governatore generale del regno don Ximene Pérez di Arenoso; commettendogli di continuare con Eleonora le trattative, le quali per la mutazione del regno non aveano potuto ricevere eseguimento. Davanglisi istruzioni al tempo medesimo acciò le condizioni già prima stipulate, si allargassero con maggior pro della Corona; ed alle spiegazioni reciproche che precedettero tali variazioni, si deve attribuire se la pace non poté tosto esser conchiusa. Seguì questa finalmente dopo un anno, ed intervennero a renderla più solenne per una parte i sindachi di tutti i comuni soggetti ad Eleonora ed al figliuolo suo minore Mariano, succeduto per la morte di Federigo nel giudicato; e per l'altra i rappresentanti delle città e ville sottoposte al re. Le condizioni fermate contenevano le guarentigie le più ampie per lo scambio o restituzione delle castella e luoghi che passavano dall'una all'altra mano; fra i quali doveansi racquistare dal re la città di Sassari, Villa Iglesias, caduta altra volta sotto la podestà dei giudici d'Arborea, e le rocche di Osilo, di Longonsardo e di Sanluri. Ma siccome queste convenzioni scritte con tutta la sovrabbondanza delle cautele si risolvettero per le rinate difficoltà in vane formole; perciò invece di stancare il lettore con una enumerazione di patti, che più volte doveano esser rinovellati e violati prima che ritornasse sulle nostre terre la quiete, io noterò, come un indizio del buon avviamento del governo civile dell'isola, la condizione inserita in quella pace: che annualmente dovessero gli uffiziali del re esser sottoposti ad un giudizio solenne di sindacato; col quale si frenasse l'arbitrio futuro di chi ministrava le pubbliche cariche; e si gastigassero ad un tempo gli abusi trascorsi.

Desideroso il re di munire gagliardamente le castella che per questa convenzione venivano sotto la sua podestà, spediva prontamente nuovo rinforzo di soldatesche nell'isola; dopoché in presenza dell'ambasciatore di Arborea avea solennemente ratificata la concordia. E riducevasi questa ad effetto colla libertà accordata a Brancaleone e colla rinuncia delle rocche cedute o scambiate. Tuttavia quando sembrava al re di aver solidato la pace, rinasceva più fiera che mai la guerra che Brancaleone rompea altra volta contro agli Aragonesi; o perché gli armamenti i quali faceansi allora dalla repubblica di Genova gli dessero fidanza di trarne qualche ausilio; o perché gli pugnesse l'animo la preferenza data dal re a donna Violante Carròz nella successione del feudo di Chirra, cui Brancaleone aspirava; o perché accostatosi dopo così lunga prigionia all'animosa sua moglie, si fosse nel di lei consorzio acceso a nuovi pensieri d'indipendenza. Né in verun altro tempo si propagò con tanta rapidità il terrore od il favore delle arme d'Arborea; perché non erano passati molti mesi dopo l'accordo, che già tutta quasi la provincia di Logodoro sottostava alle leggi di Eleonora e di Brancaleone. Il quale presentatosi in Sassari avea ricondotto quella città e castello sotto la sua obbedienza; nel mentre che occupava anche la rocca d'Osilo; cingeva d'assedio molte altre castella; facea sollevare contro al re i popolani tutti della Gallura; e tenea segrete pratiche per corrompere la fede degli Algheresi ed intimorire gli abitanti di Chirra. Turbato il re per questo pronto rivoltamento, e sapendo che dopo le stragi e conflitti di tanti anni si difettava oramai di difensori della causa aragonese, nell'eleggere ch'ei faceva il nuovo governatore generale del regno Raimondo di Montbui, comandava con calde istanze a tutti i baroni possessori colà di feudi vi passassero per assistere il novello governante; e forniva di rinforzo Cagliari, Alghero e le altre castella regie spedendo dugento balestrieri ed altrettante lance sotto il comando di Antonio di Podioalto e di Arnaldo Porta, messaggiero inviato dalla Sardegna per annunziare al re i patiti disastri. Fu seguito questo soccorso da altre truppe capitanate da Giordano di Tolono e da quattrocento soldati condotti a stipendio nell'isola; al tempo stesso che alcune galee si faceano passare dalla Sicilia nei nostri mari per ristorare i difensori delle castella litorali. Ed il massimo dei soccorsi prometteva pure il re profferendosi di passarvi egli stesso alla testa di possente esercito. Se non che veniva allora frastornato questo passaggio a cagione della guerra insorta col re di Granata; per la quale il re si dovette contentare di afforzare solamente le guarnigioni di Cagliari, di Acquafredda, di Longonsardo e di Alghero; dove fu spedito Rodrigo Ruiz con molte bande di cavalli e fanti. Si trattava pure allo stesso tempo di qualche conciliazione con Brancaleone; e Giuliano di Garrius, tesoriere e consigliere del re, partiva a tal uopo munito di adatte istruzioni. Ciò non ostante l'intendimento venne vano; poiché Brancaleone assistito da alcune galee di Bonifacio in Corsica, invece di prestar orecchio o fede alle profferte di pace, campeggiava la rocca di Longonsardo. Spinto dunque maggiormente il re da tali ragioni ad accelerar la sua gita, dava voce voler al più presto passare nell'isola. E scieglieva per la sua accompagnatura i più prodi gentiluomini, nominando per capitano generale dell'armata Gilaberto di Cruillas, già luogotenente del regno, allorché fu costretto altra fiata a sostarsi pei sinistri ragguagli giugnevangli dalla Sicilia del ribellamento di quelli isolani; e perché la regina, coi di cui avvisi egli governavasi, era allora assente. La qual cosa partoriva un turbamento tale nelle cose di stato, che o discuteansi con titubazione, od eseguivansi con fiacchezza i consigli altrui.

Distratto pertanto il re dagli armamenti per la Sicilia, facea solo provvisione per le cose sarde alla nomina di suo luogotenente nella nostra isola e nella Corsica a favore del conte Arrigo della Rocca, grande partigiano del re fra i Corsi. Il quale passò a recare qualche soccorso in Alghero; dove Brancaleone, non pago d'inquietare colle sue bande i dintorni stessi della capitale, avea inviato alcune sue squadre per circondar la rocca. Questa nomina del conte della Rocca non ebbe altro risultamento; ed il re procedeva ad innalzare al comando generale dell'isola don Ruggiero di Moncada. Abbenché s'ignori se questo personaggio abbia in quella congiuntura assunto il governo commessogli; riferendosi solamente dagli scrittori la spedizione allora fatta di alcune compagnie di genti da guerra; le quali non sì tosto posero piede nell'isola, avanzatesi a combattere le soldatesche che accerchiavano Longonsardo, dopo aver incontrato in queste la più viva resistenza, giunsero alla fine, dopo molte stragi, a far sgomberare quell'assedio. Ma erano appena migliorate con l'occupazione di quella rocca le condizioni degli Aragonesi, che il re, assalito da malore repentino, mancava ai viventi. E la Corona di Aragona passava sul capo di don Martino, di lui fratello; nel regno del quale non meno concitate doveano essere le cose sarde.

Mentre Brancaleone Doria conquassava le armi in diverse parti dell'isola, Eleonora, meno sopra pensiero per le cose guerresche governate felicemente dal marito, voltava le sue meditazioni ad acquistare una gloria novella; quella di legislatrice della sua provincia. La sua carta detta de Logu, nella quale ampliando e rettificando quella già bandita dal padre suo Mariano, imprese a dare stabili norme alle formalità giudiziarie, alla ragion criminale, alle consuetudini del diritto civile ed alle leggi protettrici dell'agricoltura, non solamente meritò che dai governi succeduti nell'isola fosse approvata quale fondamento di patria legislazione; ma può anche meritare che nel secolo XIX, ed in tanta luce della scienza del dritto, espongasi agli occhi dei dotti. Il difetto di questo codice, difetto è dei tempi. Non è perciò coll'animo di ricercarvi novelle ordinazioni inumane da arrogere a quelle altre che deturparono i codici di tutte le nazioni dell'Europa, che io qui intraprendo la disamina della carta di Eleonora; ma coll'intento di scoprirvi qualcuna di quelle verità consolanti che trapassano incontaminate da una in altra età, malgrado della barbarie del tempo intermedio. Non sarà pertanto senza interesse per chi considera nella storia primieramente gli uomini, e poscia gli avvenimenti, il conoscere come dei principii più importanti della giurisprudenza si portasse giudizio fra noi in un'età, in cui le leggi della maggior parte dell'Europa erano ancora infette dalle massime arrecate dalle nazioni conquistatrici del Settentrione; o derivate almeno dalle nuove maniere di governo che quell'invasione ebbe a partorire.

A qual uopo, mentre io notavo ciò che pareami più degno dell'altrui considerazione, non ho potuto senza compiacimento abbattermi in quell'espressione solenne che sovente s'incontra nella comminazione delle pene più gravi: e per somma qualunque di denaio il reo non iscampi»; espressione che, condannando ogni composizione nei maggiori misfatti, innalza la legislazione criminale di Eleonora di sopra a quelli altri codici nei quali il supplizio per colui che può redimersene, è una maniera di traffico; e per quello il quale non ha mezzi di riscatto, è non tanto un atto di giustizia, come un effetto di mala ventura. Ma dopo aver citato questo tratto, più malagevole resta il continuare il sunto delle leggi penali di Eleonora; nel quale non mi sarebbe dato di poter confortare il lettore di eguali osservazioni. Abbenché rammentando ancora le frequenti atrocità che s'incontrano in quelli ordinamenti, si potrebbe scusare se non la legge, la legislatrice; la quale in quel suo secolo invano sarebbesi affaticata a rintracciare esempi di legislazione più umana. Anzi, donde dovrebbe derivar qualche biasimo, trar potrebbesi novello encomio se nel paragone della ferocia colla ferocia, il maggior rispetto all'umanità meglio che nei codici di altre nazioni si trovasse nella giurisprudenza di Eleonora. Vaglia a ciò dimostrare specialmente la rarità del supplizio capitale riserbato ai soli misfatti di lesa maestà, all'omicidio deliberato, ai ladronecci nelle pubbliche strade, ai furti di casa con frattura, agli incendii delle case abitate ed agli insulti fatti agli uffiziali del governo con spargimento di sangue. Gli altri malefizi di qualunque maniera punivansi da Eleonora o con pene pecuniarie o con qualche troncamento di membra, ragguagliato più volte con quell'antica legge del talione per cui l'offensore dovea sulla sua persona sopportare l'offesa ad altri fatta. Né solamente una maggior umanità, ma un grado eziandio non ordinario di perspicacia si scorgerà nelle leggi penali di Eleonora, tutta volta che si voglia ben addentro considerarne lo spirito. Della quale perspicacia mi giova addurre un esempio nella legge sovra le ingiurie; che obbligava l'ingiuriante a comprovare la fatta imputazione, od a soggiacere ad una multa proporzionata alla gravità dell'oltraggio. Legge invero assai notevole; poiché l'obbligo della prova era allo stesso tempo ed un freno ai mordaci, ed un mezzo facile alla pubblica autorità di chiarire, con quella novella maniera d'inquisizione, molti misfatti occulti.

Più visibili sono le traccie del senno e dell'accorgimento con cui furono compilate quelle leggi, se dalle ordinazioni penali si rivolge l'attenzione a quelle altre che sono indiritte a prevenire alcuni misfatti o ad ottenere la pronta cattura degli inquisiti e la regolare punizione dei rei. Fra le prime meritano special menzione il divieto del recar le arme indosso nei luoghi tutti di pubblico ritrovo; l'obbligo imposto ai possessori di bestiame di farne marchiare il cuoio con una distinta impronta; la minuta cautela adoperata acciò, nel commercio di tal genere, chiara rimanesse la conoscenza della prima vendita e fosse renduta malagevole la contrattazione delle cose furtive. Fra le seconde, si può in quella condizione di tempi citare con lode lo stabilimento fatto in ciascun luogo del giudicato d'una compagnia scelta di persone zelanti del ben pubblico; alle quali, sotto giuramento e colla minaccia di una multa, era commessa la sollecitudine di chiarire i misfatti della loro terra e di fermarne gli autori. Lo stesso si dee dire delle ragioni per le quali quell'obbligo fu esteso agli abitanti tutti di qualunque comune, colla multa che per ciaschedun delinquente occulto o libero imponevasi ai popolani. La qual disposizione, data in un tempo in cui mancava la forza armata destinata al servigio della giustizia, poteasi ben apprezzare come una legge giusta, in quanto trasferiva quell'incarico in coloro che ne sentivano il benefizio; e come una legge sagace, in quanto trasferivalo in quelli che aveano il maggior interesse nel purgar la loro terra dai malfattori.

Considerazione più estesa meritano gli ordinamenti che ragguardano alle forme del procedere nei giudizi. Questo suggetto d'alta importanza, sovra il quale i governi della moderna Europa serbano tuttora maniere diverse, vedesi nel codice di Eleonora trattato con tanta avvedutezza, che meraviglia quasi ne fa di ritrovarvi quelle istituzioni che, o si rispettino come rimembranze dell'antica giurisprudenza dei Quiriti, o si pregino come il germe delle leggi più accreditate dei nostri tempi, son degne egualmente dell'attenzione dei dotti. Ecco come Eleonora determinava la forma dei giudizi: scritte che siansi ordinatamente le allegazioni delle parti, dovranno gli scrivani leggerle al cospetto loro e dei giudici; e fatto ciò, l'uffiziale nostro che presiede al giudizio dovrà eccitare gli stessi giudici a pronunziare, secondo ch'è usato, e render la ragione dovuta». Questi giudici erano allora scelti fra li più notabili del luogo, che detti erano probi uomini. Onde mentre si trova in quella legge il benefizio dell'intervento di più persone nei giudizi eziandio della prima istanza, vi si ravvisa, per quanto appartiene alle cose criminali, una sembianza di quell'ordinamento dei giurati del quale si tiene così alto conto in alcune delle moderne legislazioni. Quei giudici infatti non erano uffiziali del principe, ma consultori solamente del di lui delegato. Ad essi era data la medesima norma nel sentenziare che ai giurati d'oggidì; perché giudicavano nella coscienza delle anime loro». Se si eccettua adunque quella distinzione fra la cognizione del fatto e l'applicazione del diritto, che caratterizza il giudizio dei giurati, vedesi nel provvedimento di Eleonora non poca analogia con quelle teorie della romana giurisprudenza che sì alto rumore levarono poscia fra i riformatori della ragion criminale; e che magnificate da alcuni, e da altri sottoposte a severa disamina, saranno forse in ogni tempo apprezzate diversamente; perché all'opposto della ragion civile, nella quale più uniformi presentansi le condizioni di tutti i popoli, la legge criminale avrà sempre a frenare malvagità di varia maniera, a porre in opera uomini di tempera diseguale, a rispondere a diversi sociali bisogni.

A quel giudizio che nel linguaggio della provincia chiamavasi corona di luogo, soprastava un'altra corona che diceasi di settimana; perché in ciascuna settimana si ragunava nella capitale del giudicato; dove convenivano a formarla molti dei ministri giudiziari delle diverse curie con altre persone a ciò destinate. La maggiore poscia era quella che nomavasi corona di corte composta dai consiglieri del principe; i quali vedonsi indicati col nome di savi della corte o di uditori dell'udienza suprema. La qual corona oltre alle ordinarie sue incumbenze avea anche lo speciale incarico di congregare alla sua presenza, tre fiate in ciascun anno, gli uffiziali tutti del giudicato; acciò rendessero conto dei misfatti accaduti in ogni luogo e dell'andamento dei processi. Stabilimento questo meritevole di commendazione speciale; perché nissun'altra cosa può maggiormente contenere i ministri inferiori che la certezza della periodica disamina delle loro operazioni.

A chi la saviezza considera di questi ordinamenti non dee parere strano che nelle materie suscettive di più agevole e sicura determinazione presenti il codice di Eleonora una quantità di leggi per le quali, secondo che mostrano i tempi e le occasioni, può nascer frequentemente il bisogno dell'ampliazione, ma di rado quello della rettificazione. Così i provvedimenti ragguardanti alla comunione dei beni fra i coniugi nei matrimoni conchiusi senza dote; e quelli che stabilirono nelle successioni una perfetta eguaglianza fra i fratelli e le sorelle, si posson produrre per dimostrare non d'altro fonte essersi derivate dai nostri giuristi le ragioni civili, che da quella legge di natura per cui la moglie impalmata specialmente sotto i soli auspizi dell'amore e della mutua confidenza, è la socia delle cure e delle fortune domestiche; per cui i figliuoli tutti si amano egualmente dai genitori senza distinzione di sesso. Così le ordinazioni agrarie indirizzate particolarmente a guarentire la custodia delle vigne e dei poderi chiusi, a ragione si stimano anche oggidì come il miglior codice di economia rurale che si confaccia allo stato imperfetto di coltivazione, derivante dalla comunione della maggior parte delle terre sarde per sì lungo tempo rispettata dalla nostra legislazione. Anzi la minutezza delle fatte spiegazioni m'induce a credere che agli stabilimenti del giudicato d'Arborea si debba la propagata coltivazione delle viti; la quale nei tempi del dominio romano fu, per quanto altra volta narrai, rimessamente trattata, se non vietata; e nei tempi delle incursioni dei barbari o trascurata certamente, od impedita. Così l'obbligo imposto ai notai d'inserire le carte pubbliche in un protocollo; e la fatta indicazione della quantità d'ogni emolumento loro spettante; e di quello degli altri dritti giudiziari, provano l'attenzione usata dalla legislatrice per render meno suggetto a perire il deposito delle private ragioni dei sudditi e per levare ogni occasione alle arbitrarie riscossioni. Così le norme le quali regolavano il servizio delle milizie del giudicato (il cui nerbo consistea principalmente nei così detti uomini liberi di cavalleria), palesano che Eleonora non contentavasi d'inscrivere nel ruolo della sua gente d'arme ogni avventuriere, o di convocare nei soli momenti del bisogno una turba senza ordinamento e senza disciplina; ma dirigeva le sue leggi a fare le cerne pel suo esercito coi migliori; e ad addestrare i cavalieri colle periodiche rassegne. Così l'obbligo imposto ai feudatari della dinunzia dei giurati delle loro ville serve a manifestare che in quella provincia i giudici aveano ritenuto anche nelle terre date in feudo quella vigilanza sovra le cose appartenenti all'amministrazione della giustizia, il cui abbandono privò in altri paesi il principe del dritto migliore della sovranità; qual è quello di proteggere egualmente tutti i suoi sudditi.

Non posso è vero arguire da ciò che negli antichi tempi dei giudici la giurisprudenza fosse uniforme; come non posso affermare che nella stessa età fosse assai estesa nell'isola la signoria feudale; poiché cadendo il governo di Eleonora in un tempo posteriore al dominio aragonese, poterono i di lei antenati che giurarono vassallaggio ai re d'Aragona, propagare nella provincia la novella maniera di signoria col mezzo dei feudi di un grado subordinato. Ad ogni modo, se fu poco noto fra noi nei secoli dei giudici il potere feudale, la Sardegna per ciò solo presenta all'osservatore una diversità notevole a considerare nel confronto delle altre provincie. E se la concessione dei feudi era diffusa, un'altra differenza si può egualmente notare; in quanto è lecito il credere che i nostri giudici abbiano riserbato a sé anche in quelle terre la superior potestà sulle cose civili. Potendosi tal cosa conghietturare non solamente dalle ordinazioni della provincia di Arborea; ma eziandio dall'essere stati incogniti nell'isola in tutto quel periodo di tempo quei ribellamenti dei vassalli travagliati dai loro signori senza fiducia di riparo; pei quali essendo nato nel X ed XI secolo, dopo molto sangue sparso, il bisogno di determinare fissamente i diritti e gli obblighi reciproci di ciascheduno d'essi, si dovette devenire da Corrado il Salico a stanziarne le leggi.

Che se la cagione si dovesse rintracciare di questa moderazione nell'esercizio delle signorie feudali; e di quella regolarità nei metodi giudiziari; e di quel rispetto serbato a molte massime della ragion civile dei Romani, non sarebbe malagevole il riconoscere esser debitrice specialmente la Sardegna di questi risultamenti alle sue vicende politiche; per cui, mentre negli altri rispetti fu la sua sorte più malaugurosa di quella delle altre provincie europee, in questo riguardo della sua giurisprudenza fu di molte altre più fortunata. L'invasione dei barbari, la quale avea cancellato altrove la rimembranza delle leggi romane, non fu tale in Sardegna che valesse a partorire eguale effetto. I Longobardi non vi fermarono mai il piede. I Goti comparvero e sparirono in brevissimo tempo. I soli Vandali vi durarono meglio di un mezzo secolo; nondimeno essendo stati cacciati dall'isola da un sovrano legislatore, dovettero ad un tratto dileguarsi mercé della pubblicazione allora fattasi del codice imperiale, colle altre vestigia della dominazione vandalica, anche i ricordi delle loro leggi. I Saraceni travagliarono lunga pezza le nostre terre; ma quella genia di ospiti violenti potea bene porre stanza fra i Sardi, non mai mescolarsi con esso loro; ché la religione segnava fra gli uni e gli altri una divisione perpetua; e le istituzioni d'ogni maniera di quelli invasori colla loro religione si confondevano. Ebbe dunque per tali motivi la Sardegna due venture: l'una di poter conservare le tradizioni dell'antica sua giurisprudenza, malgrado delle irruzioni barbariche; l'altra di veder transfuso nelle generazioni che si succedevano, il sangue degli antichi suoi coloni e conquistatori; senza il mescolamento di quelle schiatte settentrionali che cambiarono gli uomini e le cose della maggior parte dell'Europa. Laonde se la Sardegna serba anche in questi dì un nome impostole nei tempi eroici, serba eziandio nei suoi figli alcuni tratti caratteristici che molto ritraggono delle virtù e delle discipline degli antichi popoli.

Dalla carta di Eleonora si possono pure ricavare varie notizie atte a manifestare alcune delle costumanze della nazione in quei tempi. Le ordinazioni minute per la caccia dichiarano che la cacciagione era una delle occupazioni predilette degli isolani, come lo è anche al dì d'oggi; e che i ministri delle curie aveano allora il diritto di obbligare in determinati tempi gli uomini dei loro distretti a convenire ad una caccia a loro pro. Fra le altre quella del falconare dovea essere l'esercizio favorito dei principi; poiché leggi severe s'incontrano nel codice contro a coloro che snidiassero alcun falcone. Dal favore conceduto a questa maniera di cacciagione e dal non trovarsi allorché si parla dell'armatura dei cavalieri cenno veruno di schioppetti od altre arme da fuoco, si può anche trarre argomento per credere che in quel tempo non ne fosse ancora introdotto l'uso in Sardegna. Quantunque da quei provvedimenti s'inferisca che oltre alle aste, alle coltella ed alle spade, altre arme si recavano nelle selve per la caccia. Apparisce eziandio nella carta di Arborea la cura della giudicessa per la conservazione delle razze dei cavalli; e la cautela impiegata perché ai soli Sardi fosse lecito il comperarli. Si chiarisce del pari che fra le diverse signorie che formavano nell'isola stati diversi era riconosciuto il principio politico della perfetta reciprocazione del trattamento; e che nel patrimonio dei giudici d'Arborea non le sole terre e castella si numeravano; ma che la ricchezza loro consisteva anche in greggie ed armenti, e negli alveari di privato loro dominio. Qualche lume s'incontra egualmente in quelle leggi per giudicare dei costumi del tempo; i quali per quanto ne sembra erano corrotti. Le severe pene comminate contro agli insidiatori dei talami maritali e del pudore delle vergini ciò comprovano. E meglio ancora lo dimostra la tacita tolleranza del concubinato, contenuta in quella legge; la quale assoggetta alla pena del furto le concubine che senza il consenso del loro compagno togliessero qualche roba dalla di lui casa.

Darò termine a queste osservazioni toccando dello stile con cui gli ordinamenti della carta di Eleonora furono scritti. Circostanza questa notevolissima per chi conosce quanta differenza partorisca nell'intelligenza delle leggi la concisione delle tavole decemvirali o la prolissità delle Novelle di Giustiniano; la semplicità delle antiche leggi di Roma o l'ampollosità e l'ambage di quelle del basso impero. Le leggi di Eleonora sono un modello di concisione. Non proemi ridondanti di quella laude che qualche fiata è sterile e sempre immatura. Non ragioni della legge che accennino più o meno della legge medesima; e nelle quali la logica ingannosa del foro cerchi il principio di novelle controversie. Non eccezioni che rendano vano l'effetto della ordinazione; o ravviluppate alla mescolata insieme con questa, in modo a far divenire un enigma ciò che dovrebbe essere una dottrina comune. La Carta sarda contiene un solo proemio, quello della pubblicazione; ed in questo una sola semplice e grave sentenza si esprime: essere cioè una cosa certa che dalla giustizia debba derivare l'accrescimento e prosperità di qualunque provincia, regione o terra; e che col mezzo delle buone leggi si raffreni e contenga la superbia e reità dei malvagi uomini». Il motivo poscia della pubblicazione è quest'esso: affinché i buoni, incontaminati ed innocenti possano convivere in mezzo ai rei; e frenati questi dal timore delle pene, e confortati quelli dalla virtù dell'amore obbediscano concordi alla legge». I rimanenti capitoli incominciano tutti colla formola unica vogliamo ed ordiniamo»; e per quanto ricerca la natura della materia, colle più brevi e chiare espressioni spiegano il suggetto dell'ordinamento. Onde nascer può bene il bisogno di ricorrere ad altre dottrine per supplir la legge ove manca; non mai per intenderla ove parla. La qual cosa per coloro che meditarono sulle molte leggi oscure e sulle poche leggi chiare dei vari codici, non deve al certo parere di lieve momento. In somma della legislazione di Eleonora si può dire in questo rispetto ciò che Montesquieu fermava per condizione di ogni legge: esser cioè fatta anche per le persone di mediocre intelletto; e non riconoscervisi perciò verun artifizio logico, ma la ragione semplice di un padre di famiglia.

Ripigliando ora la narrazione delle vicende aragonesi in Sardegna, mi tocca di riferire come fino dai primi tempi del suo regno abbia don Martino voltato i suoi pensieri a migliorare nell'isola le sorti della Corona. Avea egli infatti sedato appena i tumulti della Sicilia con passare colà personalmente per farvi trionfare i diritti del re don Martino, suo figliuolo, che nel veleggiare di nuovo verso i suoi stati, volle per se stesso conoscere l'andamento dei negozi guerreschi della Sardegna. Approdò dunque il re colla sua flotta a Cagliari, e soffermatosi in quel castello per alcuni giorni, andò in Alghero; dove ebbe a soggiornare meglio d'un mese facendo provvisione ai bisogni delle sue genti; fra le quali quelle di Longonsardo strette nuovamente d'assedio abbisognavano di più pronto sussidio. Ritornato il re in Barcellona innalzava tosto al comando generale dell'isola lo stesso don Ruggiero di Moncada già dal fratello destinato al medesimo incarico; il quale avea voce d'uno dei più gagliardi cavalieri di quel tempo. E frattantoché questo disponevasi a partire colle sue soldatesche, inviava il re altre genti e denaio per ristorare i Cagliaritani ed i difensori delle rocche di S. Michele e d'Acquafredda; con istruzioni dirette a Giovanni di S. Coloma, luogotenente allora del governatore generale, acciò non trasandasse quelli altri espedienti che poteano offerirsi per trattare coi rivoltosi una pace onorata. Ed a questa pace o trattata o sperata si riducono i ricordi che nella storia aragonese ci restano degli avvenimenti accaduti in Sardegna nel finire del XIV secolo e nell'incominciare del seguente; fino a che la spedizione del re don Martino di Sicilia fé trionfare la causa del di lui genitore.

Nullameno ci si trasmise in altro modo la memoria di alcuni ordinamenti stanziati in tal tempo a vantaggio del regno. Fra i quali non devesi pretermettere di notare come i governatori di ambi li capi dell'isola vennero allora assoggettati ad un sindacato solenne nello scadere d'ogni quinquennio, ad esempio di quanto per gli uffiziali minori erasi già accordato nella pace d'Eleonora. Non contento il re a questo provvedimento volle anche privilegiare di singolar favore i cittadini della capitale e quelli di Alghero; i quali in quelle traversie aveano dato dì per dì sempre maggiori testimonianze di leale devozione alla Corona. A tal fine concedeva loro di esser convocati in tutte le corti generali che per lo innanzi si congregherebbero in Catalogna ed in Maiorca; e di sedere fra i deputati di quei regni colle facoltà istesse spettanti ai membri ordinari di quelle assemblee; anche nel caso in cui per li accidenti della navigazione tardo fosse riescito il lor arrivo. Grazia invero assai notevole; e che dagli studiosi del pubblico diritto potrebbe esser eziandio stimata alquanto strana; ma che risponde bastantemente al mio intento alloraquando dimostra che il re non sparmiava mezzo nissuno di vincolare colla gratitudine città così devote alla sua signoria. La qual cosa comparirà ancora più onorevole per le città privilegiate, se si ponga mente che le deliberazioni tutte approvate in tal occorrenza dal sovrano furono precedute dalle istanze uniformi degli inviati di Barcellona, di Maiorca e di varie altre città di quei regni. Onde a ragione si può dire che grata tornasse loro quella comunione di diritti; e che la presenza di quei deputati stranieri inutile affatto pei diversi interessi delle distinte monarchie, riescisse piacevole per coltivare la mutua benivoglienza delle nazioni.

La storia sarda deve anche in questo periodo di tempo in cui stazionarie rimasero le armi di Aragona e di Arborea, rammentare due grandi avvenimenti: la pestilenza che afflisse di nuovo l'isola e che con terribile vicenda disertava in quell'intervallo di pace i luoghi rispettati dalla guerra; e la morte di Eleonora; la quale dovette dai di lei sudditi esser lagrimata come un'altra pubblica calamità. Se i nimici di questa giudicessa abbiano rispettato in quel momento l'altezza della di lei fama, non si disse dagli scrittori aragonesi. Ma la fama di Eleonora era già tale, che i nimici commendandola o spregiandola avriano lasciato alla posterità meglio un esempio di buona o di malafede nel giudicare, che un autorevole giudizio. Eleonora ha lasciato nel suo regno traccie più durevoli della laude o dello spregio dei contemporanei: le sue vittorie ed il suo codice. Donna di gran cuore, Eleonora seppe muovere e trattar l'arme. Donna d'animo virtuoso, innalzossi alla fortezza virile senza obbliare le doti del proprio sesso. Donna di gran mente, tanto valse a giudicare delle cose di stato, quanto davano i suoi tempi. Sovrana, mostrò di possedere le virtù tutte dei regnanti: la superiorità del coraggio, per cui non isbigottì nel veder conturbato dalla ribellione dei sudditi il principio del suo regno; la fermezza, colla quale seppe in breve tempo comprimerla; il valore della persona, per cui espose se stessa nei cimenti guerreschi; quello del consiglio, che le fé sempre indirizzare i suoi soldati alla vittoria. Legislatrice, ebbe il raro vanto di concepire e condurre a compimento il nobile pensiero della promulgazione di un codice. Ebbe quello più raro ancora di rispettare nelle sue ordinazioni i vizi insormontabili del suo secolo; e di conoscere che i difetti delle leggi suscettive di eseguimento devono preferirsi alle virtù inutili della perfezione prematura. Quando si consideri che tante doti erano riunite in una femmina, ed in una femmina del XIV secolo, si giudicherà facilmente che l'oscurità in cui giacque fra gli stranieri la di lei memoria, è l'oscurità stessa di quei tanti eroi i quali non per altra cagione sprofondarono nella lunga notte dell'obblio, che per esser loro mancato l'applauso degli uomini d'ingegno.

 

 

LIBRO DECIMO

 

Eleonora era stata in breve tempo seguita nel sepolcro dal di lei figliuolo Mariano. Il giudicato d'Arborea era perciò disputato fra Brancaleone Doria, padre di questo principe, ed Aimerico, visconte di Narbona, marito di Beatrice, sorella secondogenita di Eleonora. I provinciali, incerti cui obbedire, inclinavano a preferire a Brancaleone, già da essi per lunga esperienza conosciuto, e forse per tal ragione meno gradito, un principe straniero. Inviavangli pertanto una solenne ambasciata e profferivansi di prestargli obbedienza. In tale stato di cose Martino, re di Sicilia, figliuolo del sovrano d'Aragona, composte le cose del suo regno ed incitato dalle vicende del tempo a provare nei vari cimenti che presentavansi l'ardenza sua per le cose belliche, recossi nell'animo di preferire alle altre imprese quella di ricondurre sotto il dominio paterno le provincie sarde, che dopo alcuni anni aveano scosso intieramente la signoria aragonese. Salpò pertanto da Trapani con dieci galee; e giunto in Alghero ed avuto ivi pieno conoscimento delle cose dell'isola, inviava tosto al padre i suoi messaggieri, che gli rimostrassero: voler egli seguitare le orme dei suoi maggiori; campo il più adatto alle sue glorie essere la terra sarda conquistata dalle arme dell'infante don Alfonso e del re don Pietro; aver deliberato di non dipartirsene se prima non metteva ad effetto il suo disegno di sottoporre alla Corona le provincie disobbedienti; spedisse adunque prontamente il suo navilio a soccorrerlo ed invitasse la sua baronia a prender parte nella guerra. Insisteva poscia in tale nobile divisamento anche quando il padre tentennante fra l'utilità ed il rischio del progetto scriveagli: esser senza fallo di somma importanza la guerra sarda; nullameno esser più preziosa la vita del re di Sicilia, che esponevasi a dure prove; considerasse ben attento se non era quello un pescare con l'amo d'oro ed un commettersi a pericolo più grande del profitto. Le quali ragioni non valendo a svolgerlo, egli tanto più perseverava nel suo intento, quanto più imminente pareagli l'occasione di cimentarsi; sapendo già che il visconte passava con molte compagnie di gente d'arme in Sardegna; e che per una confederazione di recente conchiusa erasi egli stretto a Brancaleone Doria.

Congregatosi dal re in Catalogna il parlamento per avvisare i mezzi di quella nuova spedizione, grande fu lo zelo che manifestossi nei gentiluomini dei suoi stati onde parteciparvi; tanta era la confidenza da essi presa dello sperimentato valore del re di Sicilia. Non fu perciò famiglia illustre in Catalogna che non avesse in quell'esercito un cavaliere; in guisa che le mille lancie offerte dal parlamento si ebbero col solo concorso delle persone nobili del principato. Contribuiva pure alla guerra la città di Barcellona, armando a suo costo tre navi; e contribuiva l'antipapa Benedetto inviando il suo congiunto Giovanni Martínez de Luna a farne parte con cento uomini d'arme. Di modo che trovavasi con tali aiuti la flotta composta di venticinque grossi legni, dieci galee, quindici galeotte e molte altre cocche in numero fra tutte di centocinquanta navi.

Mentre il navilio salpava da Barcellona, don Martino veleggiava da Alghero a Cagliari e cominciava quivi con le sue cavallerie siciliane a correre nelle terre dei nimici. Le castella regie ristoravansi alla sua presenza; ed i cittadini innalzavansi alla speranza di vedere oramai dopo quaranta anni di continua guerra od assedio, e di una fedeltà a tutta prova, mutata la loro fortuna. La flotta stessa siciliana, benché non numerosa, avventuravasi di combattere; ed un'armatetta genovese incontratasi nelle acque dell'Asinara colle galee del re, cadeva intieramente in potere del capitano siciliano Francesco Coloma.

Quando il navilio catalano giunse nell'isola il visconte di Narbona avea già raunato tutto il suo esercito nella pianura di Sanluri; e perciò don Martino non volendo interporre dilazione all'andargli a rincontro, esciva dal castello di Cagliari con tremila cavalli ed ottomila fanti, e dopo cinque mosse piantava i suoi alloggiamenti in luogo non discosto dal campo dell'inimico. Nel dì seguente le schiere del re in ordinanza presentavansi al cospetto delle soldatesche del visconte. Avea il re preveduto che i Sardi spingerebbero nei primi incontri i loro animosi fantaccini; deliberava pertanto ponessero tosto piè a terra i più destri ed i più prodi dei suoi cavalieri, acciò nella prima pugna resistessero meglio a quell'impeto. Ma la cosa procedette diversamente; perché avendo dovuto il re accerchiare un colle dove la cavalleria del visconte erasi ordinata, sovra questa principalmente dovettero urtare gli Aragonesi e prender battaglia in quel luogo. Gagliardo fu il cozzo delle due cavallerie e furiosa la mischia; la quale durò terribile, quant'altra mai, e con strage grandissima dei combattenti; infino a che le schiere regie francheggiate dall'esempio di un sovrano che in quella giornata non mancò un momento solo del debito suo di capitano e di guerriero, ebbero o il pregio o la sorte della vittoria. La mortalità dei Sardi fu la maggiore, e cinquemila di essi caddero nel luogo stesso ove pugnavano. Lo stendardo del visconte venne in mano dei Catalani. Egli sbaldanzito riparò affrettatamente al suo castello di Monreale, incalzato dai nimici fino alle porte di questa rocca; frattantoché la terra di Sanluri andava a sacco con novella strage di mille di quei popolani ed occupavasi dai vincitori la possessione di quel castello.

Dallo stesso luogo di Sanluri spediva subitamente don Martino il messaggio di quella felice giornata al re suo padre. Ritornando quindi nella capitale ponea la mira a guiderdonare i suoi commilitoni; e fra questi uno dei più animosi, Gerardo Dedoni, già chiaro nelle guerre di Sicilia; il quale, privilegiato di varii feudi, lasciò nell'isola la sua discendenza. Disponeasi pure il re a profittare della vittoria con far provvisione all'assedio della città d'Oristano; dove era poscia rifuggito il visconte con i migliori suoi campioni sopravvissuti alla battaglia. Al tempo medesimo Giovanni de Sena, sardo devoto alla causa regia, era operatore che l'importante castello di Villa Iglesias si riducesse nuovamente a obbedienza. Ma quando ogni cosa parea promettere un seguito di fauste venture, il più calamitoso degli avvenimenti ammortì le speranze degli Aragonesi; ai quali sembrava oramai con un tanto capitano alla loro testa nulla mancare perché a buon segno riescissero le imprese le più malagevoli. Il giovanetto principe colle virtù degli eroi, avea eziandio alcune delle ordinarie loro fiacchezze. Le di lui passioni erano talmente smodate, che famose erano diventate in Sicilia le sue dissolutezze. E più famose restar doveano in Sardegna; poiché presentatasi a lui, mentre non era pienamente riscosso da una infermità sopportata nel suo ritorno a Cagliari, una donzella del luogo debellato di Sanluri di forme leggiadrissime, tanto perdutamente in lei s'invaghì, che egli trovò nell'abuso il termine dei piaceri. Morì pertanto don Martino lagrimato dai suoi Siciliani non meno che dai Catalani e dai Sardi; i quali nella di lui gioventù e prodezza riconoscevano gli auspizi di grande incremento pei reali d'Aragona. E colla di lui morte molto si abbassò la fortuna delle soldatesche regie; perché continuata, com'era forza, la guerra, essendo passate a campeggiare Oristano sotto il comando di don Giovanni e di don Pietro di Moncada, tanto aspramente furono percosse dai nazionali, i quali aveano fatto testa in sito acconcio per impedire loro il passo, che senza il soccorso di alcune compagnie di cavalli condotte in momento opportuno da don Pietro di Torrellas la vittoria in quell'incontro sarebbe restata ai Sardi.

Frattanto i provinciali di Arborea, mal paghi della maniera con cui il visconte avea sostenuto i diritti del giudicato, aveano eletto per loro giudice un ottimate del luogo chiamato Leonardo Cubello, congiunto colla famiglia degli antichi giudici, uomo di gran conto ed assai dovizioso; ed egli cogli altri doveri del governo avea assunto quello più arduo in quel momento di difendere la provincia dagli Aragonesi. A questi era stato preposto dal re come viceré e luogotenente generale dell'isola lo stesso don Pietro di Torrellas, che abbiamo veduto testé trionfatore dei Sardi. Ed egli conoscendo che senza l'occupazione d'Oristano maggiore diventerebbe ogni dì la difficoltà di debellare il visconte (il quale rifattosi dei danni sofferti padroneggiava nella città di Sassari e nella provincia del Logodoro), avea indirizzato a quella volta le sue schiere per campeggiare la capitale di Arborea. Né mancavangli novelli aiuti dagli stati aragonesi; perciocché al re tanto stava a cuore il proseguire la guerra sarda, che ridotto erasi ad impegnare per cinquantamila fiorini il contado suo d'Ampuria in Catalogna. La maggior fidanza che portavasi era quella dello sperimentato valore del Torrellas. E questo capitano non smentì in tal occasione la sua fama; giacché dopo qualche tempo d'assedio seppe così gagliardamente strignerlo, che Leonardo Cubello calava finalmente a sottomettersi ad amichevole concordia. Con questa abolivasi perpetuamente il nome infausto per gli Aragonesi di giudice di Arborea; la città d'Oristano, i così detti Campidani che la circondano, le fortezze degli antichi giudici e la provincia del Goceano si lasciavano in feudo a Leonardo con titolo di marchese di Oristano e di conte del Goceano; egli promettea alla Corona col suo vassallaggio l'annuo censo di cinquecento fiorini aragonesi; e perché l'esercito regio oramai manchevole di pecunia potesse sopperire alle spese della restante guerra, sborsava prontamente trentamila fiorini d'oro di Firenze. Il tal maniera il giudicato di Arborea, che solo soprastava alla ruina degli altri stati dell'isola, cadeva per sempre; abbenché non mai tanto potente e tanto illustre quanto nell'ultimo periodo della sua esistenza. Ma il re poco giovavasi di quella mutazione; perché in quello stesso anno moriva, lasciando tutti i suoi regni in grande esitazione per l'incertezza del successore. Onde i sudditi della casa d'Aragona al tempo stesso in cui per lo scisma della Chiesa erano turbati nell'obbedire ad uno dei tre contendenti il pontificato, restarono anche lunga pezza concitati per non sapere a qual sovrano dovessero sottostare fra i molti principi che pareano aver ragione a quella corona.

Nondimeno quella titubazione non s'impadronì dell'animo del viceré. Questo fedele e valoroso suddito mancando la persona del sovrano imprese a servire con eguale ardore la causa della Corona; ed a lui è dovuto principalmente se in quel trambusto non si perdette ogni frutto delle passate vittorie. Il visconte non contento dei progressi fatti coll'occupazione del Logodoro non scadeva dalle speranze di far suo l'intiero regno. I Genovesi più apertamente vendicavano in quelle congiunture le antiche ingiurie, assistendo i disegni del visconte e quelli dei Doria, sempre possenti nell'isola e sempre macchinanti turbolenze. Con questi dovette lunga pezza contendere il viceré, facendo provvisione alla salvezza delle castella della Corona. Né sgomentossi quando la rocca importante di Longonsardo assalita improvvisamente dalle genti di Cassiano Doria cadde per codardia del comandante catalano in potere dell'inimico. Il viceré che trovavasi già in punto di soccorrerla, se il soccorso si fosse aspettato dai difensori, accresceva allora la guarnigione d'Alghero e la forniva di vittuaglie. Ed al tempo medesimo scriveva ai Catalani: non permettessero che nell'intervallo in cui si disputava il regno, venisse questo menomato; rammentassero i travagli dei reali aragonesi nella conquista, i dispendi delle provincie nell'assisterli; esser oramai le cose aragonesi in tal grado, che un leggiero impulso le farebbe giungere al sommo, un abbandono potria precipitarle per sempre. Partivano messaggi con tali avvisi Andrea di Biore e Francesco Satrillas, acciò, esponendo più ampiamente lo stato rischievole del viceré concitassero il parlamento di Catalogna ad inviare affrettatamente soldati e denaio. Uguale messaggio spedivano anche i Cagliaritani con Marco Iover; ed esponevano trovarsi già ridotti a tale stremo per la pestilenza e per la guerra, che quel castello primario del regno era oramai deserto.

Frattanto il viceré non si perdeva punto d'animo; e sapendo che il visconte erasi inoltrato nell'isola infino a cingere d'assedio Oristano raggranellava alla meglio che potea le sue sparse soldatesche e con coraggio maggiore delle forze presentavasi ardito a fronte dell'inimico. Sorpreso ed invilito il visconte muovea allora parole di pace. Ma il viceré conoscendo quanto importi nei primi momenti dell'acquistata superiorità il non abbassarsi, ributtava dalla sua presenza gli inviati; ed altamente dichiarava non dover il luogotenente del re trattar della pace nel mentre che durava l'assedio; sgomberasse il visconte la provincia d'Arborea; riparasse di nuovo a Sassari; ivi rinnovellasse le proposizioni. E con ciò avendo il visconte rimesso ogni competenza col governo aragonese sulle ragioni della famiglia d'Arborea nell'arbitrato di alcuni baroni catalani, poté il viceré, accettando il partito, ottenere la liberazione d'Oristano, e una maggior quiete nelle altre provincie del regno durante la triegua. Sebbene egli non era destinato a raccorne il frutto; perciocché portatosi per dar compimento a tal concordia in Alghero, ivi cessava di vivere; dopo avere in quella vacanza del trono sopperito saggiamente all'imminente sua mancanza, destinando colla sua autorità a succedergli il cavaliere catalano Giovanni di Corbera; il quale tosto ratificò col visconte e con Niccolò Doria i trattati aggiustamenti. Al tempo stesso moriva in un incontro coi popolani di alcune terre sollevate il governatore di Cagliari Giovanni di Montagnana; ed i Cagliaritani surrogavano in suo luogo il conte di Chirra don Berengario Carròz; il quale negli avvenimenti succeduti, comparisce aver avuto la maggior autorità nel governo generale delle cose dell'isola.

Malgrado della triegua, il visconte stava avvisatamente per governarsi contro agli Aragonesi, come accennerebbe la sorte. Occasione propizia di romper nuovamente la guerra gli fu data dalle dissensioni private dei Doria. Niccolò Doria, signore di Monteleone, già suo prigioniero, avea conseguito il suo riscatto con trentamila fiorini, per istigazione speciale dei Sassaresi; che partigiani allora del visconte vedeano volentieri accrescersi con quel denaio e col vassallaggio di Niccolò la fortuna della loro parte. Erasi pure accostato il visconte a Cassiano Doria, che abbiamo testé veduto occupatore di Longonsardo. Ma questi due congiunti erano aspri nimici; epperò nelle rinnovatesi gare, avendo Niccolò avuto ricorso al conte di Chirra, fu forza a Cassiano ed al visconte di combattere col privato nimico il governatore del regno. Inviavansi per tal ragione da Niccolò Doria trentamila fiorini in Catalogna per assoldare seicento cavalli e trecento balestrieri. Ed è da credere che un tale aiuto avrebbe grandemente ristorato le sorti dei ministri regii; i quali erano ridotti a tale strettezza che nelle castella mancavano le vittuaglie, e mancavano in Cagliari perfino gli uomini necessari a far la scolta; trovandosi il resticciuolo che avanzava delle migliori soldatesche acquartierato in Alghero.

Ma Niccolò venne poscia a rappacciarsi con Cassiano. E questo per mezzo del suo congiunto si riconciliò cogli uffiziali aragonesi; coi quali stava pure costantemente in fede il nuovo marchese di Oristano; disposto in tal tempo a stringere maggiormente la sua concordia concedendo al conte di Chirra la mano della propria figliuola. Il visconte ben lungi dal paventare quell'aumento di forza mostravasi più apertamente inimico; e dopo aver affrontato e sconfitto i Doria, passava coll'aiuto dei Sassaresi a fortificare il luogo di Macomer, rocca di frontiera per penetrare nel giudicato di Arborea. Vi penetrò infatti con felice ventura, assoggettando al suo potere i distretti di Parte Valenza, di Partemonti e di Marmilla; e facendo bucinare dappertutto essere le cose di Aragona per la dissensione fra gli aspiranti al soglio impigliatissime nella Spagna, disperate nei lontani dominii. Frattanto le poche schiere regie assottigliate ogni dì maggiormente a malapena si sostenevano; e cadute sarebbero in totale scoraggimento, se grandemente non fossero state francheggiate per la vigorosa difesa che fecero allora della loro rocca gli Algheresi; i quali non mai dopo la novella fondazione erano mancati del debito loro di fedeltà e di devozione alla causa regia; ma non mai con tanta evidenza e felicità aveano avuto luogo di segnalarla.

Il visconte avea inviato trecento cavalli e centocinquanta balestrieri per sorprendere quei cittadini. E già, poste occultamente di nottetempo le scale intorno alla città, avea una gran parte di quelle soldatesche tocco le cime delle mura, allorquando alcune guardie avvisatesi del tentativo fecero suonar subito nella terra il grido di accorr'uomo, che concitò tutti i popolani alle armi. I nimici erano giunti nel mentre ad occupare una delle torri più valide; e quivi venne a rovesciarsi contro ad essi l'impeto dei cittadini capitanati dal valoroso governatore del Logodoro Raimondo Satrillas. Grande fu allora in mezzo alle tenebre la strage ed il rimescolamento degli assalitori e degli assaliti; se non che il grido Aragona Aragona» ragunava tratto tratto ed incalzava i cittadini a stringere vivamente i nimici; i quali minacciati anche dalle fiamme appicciatesi dai popolani alla torre, furono infine costretti a ceder loro intieramente le armi. Né qui finì la mortalità; perché anche nel giorno seguente il capitano che comandava quella spedizione cadde vittima del suo ardimento condannato nel capo entro alle stesse mura d'Alghero. Dove anche al dì d'oggi si ricorda questo fatto in ciascun anno con solennità; abbenché siansi già obbliate le invettive che lunga pezza si scagliarono in quell'anniversario contro ai cittadini di Sassari partigiani del visconte in quel correre di tempi. Invettive nelle quali gli uni ebbero il torto di contaminare la vittoria colle ingiurie contro ai vinti; gli altri la debolezza di non saperle spregiare; a segno che per gran tempo arsero poscia fra quelle due vicine città gare aspre e velenose.

Al conforto di tal vittoria si aggiunse ancora l'arrivo poco dopo seguito di cento soldati di grave armatura, di dugentocinquanta cavalli e cento balestrieri che dalla Catalogna erano stati spediti sotto il comando di Acarto de Muro. Arrivo questo ben opportuno; dappoiché oltre ai nimici interiori, turbata era anche la quiete dell'isola dalle galee genovesi; alcune delle quali governate da Antonio Doria presentatesi improvvisamente nel porto di Cagliari dopo aver arse due navi catalane, travagliarono con uno sbarco repentino le terre litorali, raunando gran bottino nello scorrere per quei borghi. Nondimeno il maggiore dei conforti era quello che si attendeva colla cessazione della lunga vacanza del trono. E questa allora si conseguiva colla solenne dichiarazione fatta dai compromessari a ciò eletti; i quali aveano riconosciuto alla fine maggiori ragioni per la disputata successione nell'infante di Castiglia don Ferdinando, inchinato tosto unanimemente per sovrano d'Aragona.

Questo animoso principe tranquillo della sommessione dei suoi sudditi della Spagna, voltò tosto i suoi pensieri ad assicurare maggiormente i diritti della sua corona nella Sardegna. Informato appena dall'arcivescovo di Cagliari, e da altri notabili dell'isola, venuti in Saragozza a prestargli omaggio, del vero stato delle cose, fece provvisione alla celere spedizione di nuove soldatesche; destinando ad un tempo per governatore d'Alghero, dove allora era stabilito il comando maggiore del Logodoro, Alberto Satrillas. Ed acciò si procedesse con maggior franchezza nel combattere il visconte, liberava la Sardegna dalla molestia delle incursioni genovesi concertando con quella repubblica una sospensione d'ostilità per cinque anni. Ma il visconte non sì tosto seppe che lo scettro di Aragona era passato nelle mani d'un principe di gran cuore, qual era don Ferdinando di Castiglia, procurò prontamente di ricorrere ai mezzi di conciliazione; e trattate prima le condizioni della guarentigia accordata alla di lui persona ed ai di lui cavalieri per comparire nella corte, presentavasi al re in Lerida, dove veniva accolto amorevolmente e vezzeggiato con ogni maniera di favori. Né fra i riguardi dovuti al potente nimico mancava il re della gratitudine meritata dal suddito fedele, che maggiormente avea fronteggiato il visconte negli anni precorsi. Onde nelle solennità dell'incoronazione singolari testimonianze di onore furono date al conte di Chirra; e le sue nozze con donna Eleonora Manriche, damigella della regina, furono allora festeggiate dai sovrani; e rendute più liete coll'assegnamento di mille e cinquecento fiorini di rendita nella Sardegna. Si compiva poscia col visconte l'accordo mediante l'esibizione che egli faceva di restituire alla Corona la città e terre di Sassari; e l'offerta presentata a nome del re di comprare col prezzo di cencinquantatrémila fiorini d'oro le altre regioni del visconte. Anzi era tale l'importanza che si sentiva dal re per tal convenzione, che non avea egli difficoltà di entrarne mallevadore colla cessione di alcune città dei suoi stati del continente. Sebbene don Ferdinando tanto non ebbe vita da veder ridotta ad effetto quella pacificazione. Onde le poche memorie del breve suo regno si riducono in Sardegna alla nomina da lui fatta del già mentovato Acarto de Muro a suo luogotenente generale; ed al provvedimento dato affinché non si accogliesse nell'isola l'antipapa Benedetto; il quale inflessibile nel non voler abbandonare la tiara, malgrado dei voti di tutta la cristianità e delle ordinazioni di pace vinte nel concilio di Costanza, avea allora in animo di riparare al castello di Cagliari per ivi conservarsi indipendente nella sua contenzione.

Alfonso V salì allora sul trono aragonese, che dovea tanto illustrare col magnanimo suo carattere e colle molte sue virtù. Egli trovò la pace ch'era stata stabilita col visconte nuovamente turbata; perché nelle angustie dell'erario aragonese non erasi data comodità di eseguirne le condizioni. Si aggiugneva ad accendere i partigiani del visconte la circostanza che i di lui vassalli delle Barbagie aveano cooperato alla ribellione di alcuni distretti confinanti contro al loro signore Valore Deligia, investito dal marchese di Oristano di alcuni feudi. Presentandosi ardua in tali congiunture la continuazione delle ostilità, deliberava il re di trattare altra volta della pacificazione; e consisteva questa per parte del visconte nella conservazione della città di Sassari e degli altri suoi dominii a titolo di feudo, fino a quando si soddisfacesse al pagamento della somma di riscatto già convenuta col re don Ferdinando; come fin d'allora rinunciava lo stesso visconte ai titoli dipendenti dal giudicato d'Arborea, la cui memoria voleasi dai reali d'Aragona spegnere in perpetuo.

Malgrado di questa convenzione riconosceva il re la necessità di passare egli stesso nell'isola per affermarvi in modo migliore la sua dominazione; e perché quel viaggio tornava egualmente opportuno a governare più dappresso le bisogne della Sicilia e della Corsica. Onde dopo aver surrogato nel comando generale del regno ad Acarto de Muro, che morì nell'isola, lo stesso Giovanni di Corbera, già altra volta destinato a tal incarico durante l'interregno; vedendo che sotto il di lui reggimento prosperavano di nuovo le cose, per aver egli posto in opera nel combattere i ribelli (i quali o in nome del visconte o di altri non mancavano mai d'inquietare gli uffiziali regii) le soldatesche colà venute dalla Sicilia, risolveva di farne il maggior suo pro e di non differire lunga pezza il suo passaggio; ed a testimonianza di onore e di stima, rendevane informato il marchese di Oristano, al quale i ministri aragonesi erano stati in tutto quell'intervallo di tempo debitori di fedeltà costante, di personale cooperazione negli scontri guerreschi e di grossi sussidi in denaio. Contribuiva infine a confortare l'animo del re a quella gita la morte allora avvenuta del visconte senza discendenza maschile; per la quale riescì più agevole il poter conchiudere con Guglielmo dei Tinerii, suo erede, una nuova conciliazione d'ogni antica controversia, mercé del promesso pagamento di centomila fiorini.

Salpò il re dalle coste di Catalogna con un navilio numeroso e ben ordinato; e sbarcato in Alghero, trovò ivi il conte don Artalo de Luna, già intento da qualche tempo a correre contro ai ribelli; al quale il re tosto commise di passare con sei galee a Longonsardo ed a Terranova per investire quelle due rocche. Divenne a prospero fine questa spedizione, la quale fu la sola cui il re dovesse por mano; poiché da un canto i Sassaresi stanchi di sottostare alla signoria dei visconti di Narbona inviavano i loro messaggieri in Alghero ad inchinare il re ed a supplicarlo di volerli accogliere sotto la sua podestà; dall'altro cogli aiuti di denaio avuti principalmente dal marchese d'Oristano, si mettea in grado il re di sborsare li centomila fiorini del riscatto di Arborea. Onde dopo un secolo di signoria imperfetta e di guerra civile quasi continua, quietavano finalmente per qualche tempo le armi; e le terre tutte dell'isola riconoscevano un solo supremo dominio.

Non così felici furono i risultamenti dell'altra spedizione che il re allora intraprese per l'isola di Corsica; della quale mi tocca solamente di dar cenno per notare l'ardore di molti gentiluomini sardi nel parteciparvi; ed il valore con cui si distinsero specialmente fra essi in quelli incontri Dalmazio Sangiust, Pietro de Feno e Serafino Montagnano, privilegiati dal re in ricompensa con alcune concessioni di feudi. Il re pertanto, abbandonato quel pensiero, navigò di nuovo alla volta della Sardegna; dove volle allora soffermarsi per congregare alla sua presenza nel castello di Cagliari il parlamento della nazione, il quale dopo l'assemblea intimata dal re don Pietro non era stato in quelle perpetue turbolenze dell'isola mai più ragunato.

E qui comincia per la nazione sarda un ordine novello di cose; perché fatta partecipe in qualche maniera delle cure del proprio reggimento ed invitata dai sovrani a rassegnare periodicamente il quadro dei suoi bisogni e la proposizione dei rimedi, fondamento maggiore ogni dì fece a solidare l'opera della sua rigenerazione ed a riparare ai mali che la consumavano. Opportuno perciò tornerà qui il dar un cenno delle leggi politiche della Sardegna, le quali propriamente per la prima volta recate furono ad eseguimento in questa congrega. Il re don Alfonso non volendosi dipartire da quelle norme che nei regni suoi della Spagna erano già in vigore, estese alla Sardegna la stessa legge delle così dette corti generali del principato di Catalogna, convocando a formare il parlamento sardo tre ordini di persone: quello degli ecclesiastici composto dei vescovi, abati, priori e capitoli delle chiese cattedrali, chiamato anche fra noi con vocabolo castigliano stamento ecclesiastico; quello dei gentiluomini, nel quale sono compresi tutti i signori di feudi rappresentanti eziandio i comuni loro sottoposti; ed intervengono tutte le persone nobili ed i cavalieri del regno, appellato stamento militare; e lo stamento intitolato reale, al quale convengono i deputati di ciascheduna città. Allorché per convocazione intimata dal sovrano o dal viceré, si dovettero questi tre ordini congregare in solenne parlamento, chiamossi tal concilio corte generale o curia del regno. La riunione distinta di ciascuno ritenne il nome di stamento; la qual cosa succedette specialmente più volte nelle raunate dello stamento militare per lo privilegio concedutogli di congregarsi anche alloraquando non si trovano adunate le corti, onde rappresentare al sovrano le cose necessarie al bene dello stato; essendo stata a questo stamento in modo particolare commessa la tutela delle ordinazioni vinte nei parlamenti. Ed in questo rispetto devesi osservare che siccome ciascun ordine rappresenta una classe diversa di sudditi, così le risoluzioni prese se furono accordate fra i tre stamenti ed approvate dal sovrano, obbligano il regno intiero ed hanno forza di legge generale; mentre che quelle che ad un solo ordine appartengono, per una sola classe di sudditi partoriscono obbligazione.

Allorché non pei bisogni subitani, non suscettivi di norme regolari, ma colle ordinarie solennità si assembrarono le corti, le formalità maggiori furono quest'esse. Il re scrisse a ciascuno dei membri del parlamento, dicendo loro esigere il servizio pubblico che si convochi la generale assemblea della nazione; aver già egli per tal fine destinato a presidente il suo viceré; convengano adunque dove e quando siano dallo stesso viceré invitati. Giunto il dì del convento portossi il viceré col suo consiglio e con i tre stamenti in pompa alla chiesa maggiore; dove salito sul trono, circondato dai ministri primari, annunziò quali fossero le condizioni del suo mandato e le intenzioni del re nell'intimare quella ragunanza; alla qual dichiarazione rispose l'arcivescovo di Cagliari a nome comune: profferirsi eglino di secondare le benigne risoluzioni manifestate per lo bene dell'isola; ne avesse il sovrano le dovute grazie. Convennero poscia gli stamenti in luogo distinto comunicando i consigli fra essi e col presidente per mezzo di deputati a ciò fare eletti. Ma prima che si passasse agli atti maggiori, occuparonsi le corti di eleggere tre maniere di uffiziali che abilitatori, provvisori e trattatori vennero appellati. Li sei abilitatori nominati per una metà dal presidente e per l'altra dagli stamenti ebbero l'incarico di riconoscere la validità dei titoli delle persone di nuovo intervenute al parlamento. Ai diciotto provvisori scelti anche in parte dal presidente fu commesso l'ufficio di sentenziare sopra qualunque angheria venisse ad esser imputata agli uffiziali regii o per dinunzia degli stamenti, o per querela di qualunque individuo. Ai sedici trattatori eletti in modo consimile spettò l'economia delle spese e la ripartigione equa dei tributi, che dal parlamento si doveano offerire. E fra questi uffiziali reputaronsi sempre di maggior conto i provvisori, o giudici; perciocché quando dopo il proclama con cui s'invitarono i danneggiati a presentare le loro doglianze, ebbe luogo qualche richiamo, non mai si passò a conchiudere i maggiori negozi dell'assemblea prima che si fosse pronunziato sulla giustizia od ingiustizia delle querele.

Quei maggiori negozi furono poscia l'offerta o rinnovazione dell'anno donativo (ché con tal nome si distingue il principale tributo pagato dal regno a pro del tesoro); e l'impetrazione di quelle grazie che la necessità dei tempi o delle persone ricercò; le quali, se accolte furono dai sovrani, acquistarono in tal maniera tutto il valore di una legge solenne. A qual uopo siccome per la vicenda delle discussioni si consumò maggior tempo, si prorogò anche dal presidente la congrega; infino a quando, conchiusa colla maggioranza dei voti in ciascheduno stamento la trattazione d'ogni affare; scritti gli atti dei concili; e destinati i messaggieri, che li rassegnassero a mani del re, si poté in un'altra solenne tornata dell'intiero parlamento al cospetto del presidente, soddisfare all'atto principale dell'adunanza; cioè all'offerta da farsi dai primi di ciascun stamento del periodico tributo.

In tal modo si governarono le assemblee ordinarie dei nostri parlamenti. Ed a gloria della patria nostra sia detto; che mentre in altre provincie sopravanzandosi i confini dalle prische istituzioni segnati alle politiche podestà, o spente restarono le antiche maniere di governo, o procedettero nella creazione delle novelle gravi perturbamenti; la saviezza con cui la nazione sarda contenta ai diritti accordatile non cercò mai modo di snaturare il proprio statuto, fece sì che nel successivo governo dei sovrani di Castiglia, come nella breve signoria della casa imperiale austriaca e nel fausto dominio dei reali di Savoia siano state sempre riconosciute ed apprezzate le basi della politica legislazione dell'isola.

Questo carattere di saviezza manifestarono le corti sarde fino dalla prima convocazione, che, come già ho narrato, ne fece il re don Alfonso. Gioverammi pertanto nel toccare di questo e dei successivi parlamenti il non pretermettere di dare un breve sunto delle cose precipue trattatevi. Dalla qual relazione non leggiera gloria io penso sia per derivare alla Sardegna; poiché nel giudicare dello stato morale di una nazione, la norma più accertata è quella della disamina della di lei legislazione; e fra le leggi colle quali reggesi l'isola, se quelle bandite dai suoi sovrani comprovano la sapienza di chi le diede, quelle altre che procedettero dalle dimande delle corti, possono far fede della perspicacia di chi le richiedeva.

Pose mente il parlamento in questo primo consesso alla conferma della carta di Eleonora, già rispettata per consuetudine pressoché in tutto il regno; proponendo ad un tempo il temperamento di alcune pene inumane non più comportevoli. Conoscendo i danni ed i disagi derivanti dal giudicarsi le cause dei regnicoli da tribunali stranieri, ottenne dal sovrano che vietato fosse pei nazionali qualunque giudizio fuori dell'isola. Considerando quanto importasse il far intervenire negli ordinamenti l'autorevole consiglio della persona onorata della maggior confidenza del sovrano, implorava che nei negozi tutti di privato interesse fosse necessaria alla validità dell'ordinazione la soscrizione del vicecancelliere, o di chi ne faceva le veci. Molte altre proposizioni rassegnò pure il parlamento alla considerazione del sovrano, delle quali tralascio di far menzione; e solo soggiungerò che fino da questa prima congrega si ottenne a favore dei capitoli delle corti (che così chiamaronsi le leggi concedute dai sovrani nella novella forma) la speciale promessa di una pronta ed incontrastabile esecuzione.

Compiuto da don Alfonso quest'atto, veleggiò egli alla volta della Sicilia e quindi di Napoli, onde invigilare dappresso sulle cose turbate di quel regno; per le quali avea già ricevuto in Alghero i messaggi della regina Giovanna profferentesi di adottarlo a suo figliuolo. Durante il quale intervallo di tempo, non meno che negli anni succeduti al ritorno del re in Aragona ed alla sua guerra col re di Castiglia, lo stato politico della Sardegna non soggiacque a veruna grave mutazione; trovandosi solo annotato dagli scrittori l'ingresso di Barzolo Magno a mano armata nella rocca di Goceano, liberata poscia dalle genti di Leonardo, marchese d'Oristano; il sacco dato da sette galee genovesi al castello di Longonsardo, il quale fu perciò poco dopo fatto demolire per comando del re; ed il provvedimento dato alla maggior difesa di Portotorres, del borgo di Lapola in Cagliari e di Alghero; dove non contento il re d'inviare una compagnia di balestrieri, anche una novella colonia ebbe a spedire, onde riparare ai danni sopportati da quella popolazione nella lunga guerra dei giudici d'Arborea.

Frattanto Antonio Cubello succedeva per la morte del padre Leonardo nel marchesato d'Oristano; ed innalzavasi al comando supremo dell'isola Bernardo di Centelles; ed i Sardi non solo quietamente godevano della cessata guerra nelle loro terre, ma mostravansi talmente devoti al re, che profferivansi di prestargli ausilio nelle guerre lontane. Partiva perciò legato dei Sassaresi Leonardo Zonza, uomo già illustre nelle guerre precedute; e le altre città anch'esse sovvenivano con larghe oblazioni al tesoro del principe; al tempo medesimo ch'egli prevaleasi della fede di Salvatore Cubello, fratello del marchese d'Oristano, facendolo passare con dugento cavalieri sardi in Sicilia per vegliare quivi sugli andamenti di alcuni castellani, dei quali il re poco si confidava.

Ebbe poi don Alfonso a conoscere egli stesso quanto i Sardi lo amassero allorché portossi in Cagliari nell'intraprendere la sua spedizione in Africa per combattere la reggenza di Tunisi. E quando temendo i nuovi nimici che gli concitava il maritaggio del duca d'Angiò (suo rivale nella successione al regno di Napoli), colla principessa Margherita di Savoia, figlia di Amedeo I, raccomandava al marchese d'Oristano tenesse pronte ed addestrate le sue genti per passare in Toscana a pugnare coi Fiorentini e coi Senesi, che gli aveano mancato di fede; o far provvisione con quelle a qualunque impensato turbamento nell'isola. Né mal preveduti furono quei turbamenti; perché Niccolò Doria, conte di Monteleone e signore del Castello Genovese, assistito dalla repubblica di Genova, nimica del re in quelle contenzioni del regno di Napoli, innalzò poco dopo nell'isola lo stendardo della rivolta. Onde Giacomo di Besora, il quale allora governava l'isola come viceré, dovette porsi alla testa di varie soldatesche sassaresi, algheresi, e bosane, capitanate da alcuni dei più chiari personaggi di quelle terre, per campeggiare la rocca di Monteleone. Innalzavasi questa sul cacume di una montagna aspra e dirupata; e non correndo fra quei balzi veruna via che desse adito ad investire il castello, fu d'uopo che l'assedio durasse lunga pezza anche nella rigida stagione. Per la qual cosa i Sassaresi, che specialmente si distinsero in quelle fazioni, ebbero lettere onorificentissime dal re, che esortavali da Messina a continuare in quelle dimostrazioni di fede e di prodezza. E ben cadde in acconcio questa costanza dei Sardi nella devozione al re; giacché in quello stesso tempo combatteasi da lui presso all'isola di Ponza nelle marine napoletane la famosa battaglia navale coi Genovesi, nella quale tanto essi soprastettero ai Catalani che impadronironsi della persona stessa di don Alfonso e di quella del re di Navarra e di molti altri cavalieri; fra i quali annoveravasi anche il sardo gentiluomo Salvatore di Arborea testé mentovato. Quantunque siasi poscia risoluta questa vittoria meglio in onore che in profitto dei Genovesi; dappoiché il signore di Milano, il quale allora reggeva i destini di Genova, non sì tosto ebbe in sua podestà quelli illustri prigioni, accordò loro pienissima libertà. Calmato pertanto ogni sospetto anche nella Sardegna, mentre il re impossessavasi nel regno di Napoli dell'importante rocca di Gaeta, cedevansi alle armi regie in Sardegna con le altre ville di Niccolò Doria, che calava alla sommessione, le castella di Monteleone e di Bonvehi; le quali si faceano allora smantellare, acciò non più si annidasse in quelle rupi erte e di malagevole accesso lo spirito di rivolta, che attutavasi ogni dì maggiormente in quel regno glorioso di don Alfonso. Premiava pure il re coloro che aveano cooperato a quell'impresa; e perciò assegnavansi alle città di Sassari, Alghero e Bosa le terre di Monteleone; e privilegiavansi di vari feudi e terre le persone più benemerite delle stesse città, che aveano contribuito colle loro persone e coi loro averi a quella campagna. Non essendo stato poscia sufficiente quello scemamento di dominio, perché Niccolò Doria quietasse lungo tempo, il re vedevasi costretto di nuovo a voltare contro a lui le sue armi, promettendo prima a Francesco Gilaberto di Centelles, e poscia a Francesco Saba, Stefano Fara e Gonnario Gambella la possessione del Castello Genovese tuttavolta che riescisse loro di espugnarlo. La qual cosa si poté solamente ottenere alcuni anni dopo e colle armi regie che occuparono finalmente quella rocca importante; conosciuta dopo quel tempo col nome di Castellaragonese, e più recentemente con quello di Castelsardo.

La città di Sassari, la quale era stata in queste vicende privilegiata da don Alfonso di molti favori, rendeasi anche ad un tempo lieta della presenza del suo arcivescovo; e togliendosi alla colonia di Torres l'ultimo segno della prisca sua grandezza, trasferivasi il prelato turritano col suo clero a soggiornare nella nuova sede, ove fermava poscia stabile stanza. Ma ai vantaggi particolari di alcuni luoghi non corrispondeva lo stato generale delle cose civili nell'isola. Il re continuando ad esser a oste nel regno di Napoli e distratto dalle sollecitudini gravi di quella conquista che tanto illustrò le di lui arme, non poté sempre con eguale opera intendere ai negozi lontani della Sardegna; dove a Giacomo di Besora erano succeduti nel supremo reggimento Francesco Erill e Niccolò Antonio di Montecapra. Quando perciò il posamento dei conflitti civili potea far sperare ai nazionali un corso di avvenimenti più prospero, cominciarono ad esser travagliate le cose dell'isola dalla malvagità degli uffiziali regii. I rispetti privati erano i soli che dessero il movimento agli affari; le cose pubbliche o trasandate, od iniquamente governate; le leggi non lungo tempo avanti approvate, cadute in obblio; le speranze del felice andamento del novello statuto, svanite. In tali tristi circostanze i baroni del regno, vedendo oramai scoperto il pensiero dei regii ministri di manomettere ogni cosa, non sapendo pel rispetto dovuto al regio rappresentante levargli l'obbedienza, non potendosi al tempo stesso temperare del por mano a qualche riparo, acciò la caldezza degli animi con si accrescesse, ragunatisi straordinariamente stanziarono d'inviare al re due messaggeri, che gli rappresentassero lo stato vero delle cose. Portatisi a tal uopo i due deputati don Ignazio de Guevara e don Pietro Gioffré presso a don Alfonso, occupato ancora nella guerra napoletana, gli esposero in una delle dimande rassegnategli un quadro patetico del governo del regno ed il mezzo che credevano più acconcio a contenere i futuri arbitrii dei suoi uffiziali. Eccone il sunto: esser il sovrano assai distante dai suoi sudditi; soggetto ad incertezze il valicar del mare; tardo dover perciò riescire nei bisogni il richiamo, più tardo il provvedimento; frattanto gli uffiziali del re, moltiplicando negli abusi, provocare scandali quotidiani; intenti agli interessi loro personali, se delle cose pubbliche venivano ricercati, esser soliti rispondere: non è niente; presentarsi eziandio talvolta accidenti di guerre non prevedute e di movimenti intestini, ed i ministri mostrarsene così poco abborrenti, che correa voce nell'isola esser eglino stati li motori degli ultimi perturbamenti, nel mentre che la nobiltà ed il popolo ne aveano magnanimamente affrontato i pericoli e sopportato le conseguenze; casi eguali potersi rinovellare; poter sopravvenire altri rischi che conosciuti da tutti, da tutti si abbandonino alle cure d'un uffiziale supremo od appassionato o circonvenuto; piacesse dunque al re di deliberare che in tutte le occasioni nelle quali dai tre stamenti o da uno di essi si reputasse necessaria l'unione del parlamento, si potesse ciò fare senza incorrere in pena veruna e senza patire impedimento. Ardita era questa dimanda, ed ardita l'esposizione dei fatti. Ciò nonostante è d'uopo credere che verace essa fosse; poiché il sovrano non interpose difficoltà ad acconsentire alla richiesta, fermando per condizione sola delle straordinarie congreghe la riunione entro il castello di Cagliari, e la presenza di uno dei governatori del regno e del regio procuratore. Anzi dal re vennesi a tale, che stimò di dover concedere allo stamento militare, mostratosi in tal circostanza il più zelante, la facoltà di potere colle stesse condizioni adunarsi separatamente dagli altri due stamenti, abbenché parlamento generale non si congregasse.

Molti altri provvedimenti diede don Alfonso sulle richieste dei due messaggieri, dai quali accettò pure l'esibizione di uno straordinario donativo. Ma due specialmente sono quelli che richiamar debbono l'attenzione: la concessione d'un privilegio perpetuo per l'osservanza dei capitoli delle corti colla promessa della prestazione del giuramento da farsi a tal uopo da ciascun sovrano alla presenza dei messaggieri del regno; ed il giuramento eguale cui sottopose il viceré e gli altri ministri regii, creando un tribunale per giudicare delle violazioni di tali obblighi ed ampliando le antiche ordinazioni sui giudizi solenni di sindacato, nei quali lo stesso viceré dovea prosciogliersi dalle querele dei sudditi. Il qual giudizio non pertanto non fu posto giammai in esecuzione. E così dovea essere; perciocché le cose partorite da una effervescenza soverchia di zelo non hanno vita; e ciascuno moderatamente pensando conosce elemento essenziale del governo essere la dignità di colui per mano del quale passano i sovrani provvedimenti; vilipendersi la maestà del soglio abbassando periodicamente quella del rappresentante del re; giudice solo dei supremi governanti esser il sovrano; ai sudditi giovare di rado un giudizio intentato contro a chi deve abbandonare nello scadere della sua carica quel comando e quel soggiorno; esser aperto in ogni tempo l'espediente del ricorso al monarca, e con pro maggiore pei fatti recenti che per gli obbliati. Non so pertanto commendare una dimanda tanto esorbitante; eccettoché non per promettersi meglio del futuro, ma per contenere vieppiù quelli che allora governavano, siansi volute rincalzare le cautele.

Fu forse in conseguenza di tali richiami che il governo generale del regno passò fra le mani di Galzerando Mercader, che colà comandava allorquando Giacomo di Besora, già benemerito delle cose sarde, vi passò per commessione del re onde ragunare alcune compagnie di nazionali che lo assistessero nella guerra di Corsica. Eguale assistenza ebbe don Alfonso dai Sardi quando, rotta la guerra contro ai Fiorentini, inviò in Toscana il duca di Calabria, suo figliuolo; alle cui truppe il nuovo viceré della Sardegna Gioffredo di Ortaffa fu largo di aiuti con invio d'uomini e di vettovaglie. Né scarso fu il sussidio che aveano recato nel frattempo al re in Napoli alcuni distinti personaggi dell'isola spediti dallo stamento militare per rassegnargli alcune petizioni attenenti al peculiare interesse dei baroni; per la qual cosa gli fu esibito e pagato lo straordinario donativo di ducati trentaduemila. Onde se fu don Alfonso il primo dei sovrani d'Aragona che abbia richiamato sulle nostre terre la quiete, il primo fu eziandio che siasi giovato di una conquista infino allora più dannosa che utile alla Corona aragonese. E se la vita di questo principe non fosse stata travagliata da quelle continue guerre per le quali egli salì in rinomo di grand'animo e tanto crebbe la potenza della di lui casa, è da credere che maggiore sarebbe stata l'influenza del lungo di lui regno nella prosperità di un'isola bisognosa allora non così d'un re guerriero, come di un sovrano attento alle cure paterne dell'interiore reggimento dei popoli. Negli ultimi anni perciò della sua vita non altri ricordi si serbarono in Sardegna del di lui governo, che lo scambio dato al viceré Giorgio di Ortaffa prima con Giacomo Carròz, conte di Chirra, e poscia con Giacomo Besala.

Succeduto dopo la morte di don Alfonso nei di lui regni il fratello suo don Giovanni, secondo di tal nome, non tardò a dimostrare come grandemente stavagli a cuore la prosperità dell'isola. Resta infatti il ricordo di due prammatiche promulgate nei primi anni del suo governo, nelle quali tutta trasparisce la sollecitudine di preservare i sudditi più deboli da qualunque duro imperio dei grandi. Comandò egli per tal fine non meno ai signori di feudi, che ai ministri suoi, si contenessero del travagliare in conto veruno i vassalli. E discendendo alla numerazione di quei particolari senza la quale le espressioni delle leggi tanto meno colpiscono quanto più accennano, dichiarava: non si esigesse dai vassalli nissun diritto novello; non s'imponessero insolite servitù; tratti umani s'impiegassero seco loro; proibito fosse il costringerli alla vendita di qualunque cosa; libero invece fosse per essi il traffico delle derrate. Rinovellando infine un savio ordinamento degli antichi Romani, di cui altra volta si diede cenno, permetteva ai grandi nelle terre dei vassalli la sola compera delle cose necessarie al vitto; affinché nelle maggiori convenzioni il rispetto della dignità non accrescesse da un canto, e non menomasse dall'altro la libertà dei contratti.

I Sardi pertanto paghi della benigna apertura del novello regno, accoglievano al tempo stesso con ogni dimostrazione d'onore il figliuolo primogenito del re, don Carlo, principe di Viana; il quale passando dalla Sicilia in Ispagna per riconciliarvisi col genitore, soggiornava per qualche tempo festeggiato da ogni ordine di persone nel castello di Cagliari. Nel mentre che Giovanni de Flos, nuovo viceré e governatore speciale del Logodoro, facea provvisione alla sicurtà della di lui navigazione; e Giacomo di Aragall, governatore del capo di Cagliari, trascorreva con mandato del principe l'isola per raccorre i donativi in tal congiuntura esibitigli.

Una nuova istituzione s'introducea pure nell'isola in quell'incominciare del regno, che assai utile tornava alle persone suggette nei loro litigi al giudizio dei tribunali ecclesiastici; per le quali, sparmiato l'obbligo di ricorrere a lontana autorità onde conseguire la riparazione di qualunque danno, stabilivasi allora per la prima volta un tribunale di appellazioni; destinandosi a governarlo il dottore in legge Giovanni di Capdevilla, rettore della parrocchia algherese. Tribunale questo che sussiste anche oggidì, illustrato mai sempre da una serie di personaggi forniti di dottrina profonda e di grande perizia nella ragione canonica.

Alle ordinazioni dello stesso re don Giovanni si deve del pari la dichiarazione fattasi al tempo del suo incoronamento che il regno di Sicilia e quello di Sardegna si dovessero d'allora in poi considerare perpetuamente uniti alla Corona reale di Aragona. E bene gli manifestarono i Sardi poco dopo d'esser uniti di vero animo alla sua Corona; perciocché nei grandi pericoli da lui corsi per lo ribellamento dei Barcellonesi, furongli larghi di pronto sussidio; e nella pugna combattuta presso alle mura di Girona a difesa della regina e del principe don Ferdinando, perirono nel luogo della battaglia fra gli altri campioni della causa regia i gentiluomini sardi Pietro Dessena, visconte di Sanluri, e Pietro Sapata.

Era nei destini di quel re che non solo nel continente, ma ancora nella Sardegna fosse il di lui regno conturbato dai conflitti civili. Era l'isola governata dopo qualche anno dal viceré don Niccolò Carròz di Arborea; e tranquillavano tutte le dissensioni intestine, alloraquando scoppiò nuovamente la rivolta in quella provincia di Arborea che, malaugurosa sempre per gli Aragonesi durante il governo dei suoi giudici, lo fu non meno sotto il reggimento dei suoi marchesi. Onde ben si può dire che se dopo questa guerra civile non più per lungo tempo si vide agitata la nazione da interiori discordie, ciò si debba principalmente derivare dall'essersi atterrato col dominio dei marchesi d'Oristano quel vasto potere per cui sì facilmente erano eglino stimolati a grandeggiare al cospetto dell'autorità regia; costretta perciò ad osservarli o a combatterli.

Ad Antonio Cubello era succeduto nel marchesato d'Oristano il fratello suo Salvatore, che vidimo già fedele campione del re nelle guerre di Sicilia. Morto questo senza discendenza, succedeva nel feudo il di lui nipote Leonardo di Alagón, figliuolo di donna Benedetta di Arborea, nata dal marchese Leonardo Cubello. Avea egli preso appena il possesso di quella cospicua eredità, che il viceré Niccolò Carròz o perché credesse estinta colla discendenza maschile dei Cubelli la successione al marchesato, o perché sopperissero bastantemente a tal credenza i privati rancori che egli avea nell'animo contro al novello successore, lo chiamava a giudizio, acciò dismettesse un dominio che dovea ricadere alla Corona. Non era questo un piato che si potesse dibattere nei tribunali; ché non la sola ricchezza si disputava, ma la potenza; e la potenza giudicò in ogni tempo per se stessa delle cose sue. Mentre perciò il viceré consigliavasi coi comuni suggetti al sovrano del modo di incorporare nel patrimonio regio quella provincia, il marchese la concitava alle armi; e facendo muovere da ogni banda le sue genti rispondea francamente alle fattegli rimostranze: esser il viceré suo particolare nimico; sarebbe di necessità ostile qualunque di lui giudizio; al solo re appartenere il tener conto dei titoli della successione e l'apprezzarli. Vedendo allora il viceré che le operazioni del marchese accennavano più alla guerra che alla sommessione, ragunava anch'egli le soldatesche catalane e sarde che avea sotto la mano, e passando al castello di Monreale, inviava dal vicino luogo di Sardara nuovi messaggi al marchese intimandogli l'obbedienza. E questi accendeasene sempre più a prorompere in aperta guerra; onde le di lui risposte sapeano meglio di signore e di nemico, che di vassallo. Né dissimili alle parole erano i fatti; giacché al tempo stesso che il viceré trasferivasi coi migliori suoi combattenti nella pianura di Uras, il marchese avanzavasi anch'egli per porglisi a fronte con valido esercito; e stimolava l'ardore dei suoi provinciali facendo risuonare ai loro orecchi quel grido di Arborea tante volte infausto per le armi aragonesi, e spiegando ai loro occhi il rispettato vessillo degli antichi giudici. Nullameno prima di venire alle armi, tentava il marchese d'interporre qualche dimora e dicevasi disposto ad una trattativa; la quale fu ricusata dal viceré, perché in quello stesso tempo gli si annunziava segretamente aver il nimico posto la mira a sorprenderlo disavveduto. Precipitando adunque più del dovuto gli indugi, il viceré spinse le sue schiere; e queste, comandate dal visconte di Sanluri, lanciaronsi arditamente a combattere. Ma ardita del pari e meglio ordinata fu la resistenza delle genti del marchese; le quali in breve ora, posto lo scompiglio fra gli Aragonesi, ferirono a morte il visconte, s'impadronirono di alcuni gentiluomini dei principali e misero in volta le soldatesche regie; in modo che restò il marchese padrone del campo e delle copiose spoglie trovatevi, delle quali riserbò a sé quella parte che allora soleano riserbare i sovrani. Forte quindi di quel buon successo, occupava egli le regioni di Partemonte, Valenza, Monreale e Marmilla; e circondando d'assedio la rocca di Monreale mal governata dal cavaliere catalano Bernardo Montboy, la riduceva in pochi dì a sua obbedienza. Ed egualmente avventuroso nell'impossessarsi del castello non meno importante di Sanluri, bandiva ai suoi soldati: lo seguirebbero indi a poco nel castello di Cagliari; esser colà indirizzate le sue armi; molti possenti cittadini esservi apparecchiati a sostener la sua parte. La qual cosa era vera; perché don Francesco di Alagón, di lui fratello, soggiornante nella capitale, eragli pienamente devoto insieme con molti altri gentiluomini suoi aderenti. Il solo don Pietro di Alagón, abbenché stretto congiunto di Leonardo, parteggiava pel re. In lui pertanto riponeva il sovrano la maggior confidenza, allorquando, saputo il subitaneo ribellamento della provincia d'Arborea ed il sinistro evento della giornata di Uras, scriveva al viceré: inclinare il suo animo ad una composizione delle insurte competenze ed esser disposto a lasciare in mano del marchese l'antico patrimonio degli antecessori, qualora s'inducesse a liberare i prigioni e restituire le terre mal occupate; facesse in ogni evento gran conto del senno e del braccio di don Pietro di Alagón; esser egli tal uomo, che impiegato opportunamente avria potuto indirizzare le cose a miglior fine. Con le quali espressioni mostrava già il sovrano di disapprovare l'improntitudine del suo rappresentante; cui oramai tornava dura la conciliazione che impresa in miglior tempo sarebbe stata più agevole. E così fu difatti; perciocché quantunque il re avesse comandato al viceré di Sicilia don López Ximenes de Urrea di passare in Sardegna, ed ivi conchiudere la concordia col marchese mediante uno sborso di centocinquantamila ducati, questi avea continuato nella sua contumacia, seguendo il corso prospero delle sue armi; non senza il conforto di veder assentire ai suoi movimenti i Doria; i quali già privati, ma non dimentichi degli antichi loro dominii nell'isola, faceano allora fondamento per disputarli altra volta nella protezione del duca di Milano.

Restarono le cose per qualche tempo in questo stato perché il re continuava ad esser impigliato nel comprimere la rivolta dei Barcellonesi. Non sì tosto fu libero da quel grave pensiero, che parendogli il tempo accettevole per voltar l'animo alla guerra sarda intese a farvi provvisione. Il re Ferdinando di Napoli avea nel mentre tentato di comporla, ed istava presso a don Giovanni acciò si temperasse il rigore e venisse ammesso il marchese a trattar della pace. Ma il re memore che quel suo vassallo avea conturbato tutta l'isola e sospettando eziandio che non fosse egli straniero della rivolta di Barcellona, ricorreva ai rimedi maggiori; e ponea in ordine un navilio per far passare in Sardegna nuove soldatesche e le artiglierie richieste allo stesso re di Napoli. Il marchese allora d'accordo con don Ferdinando proponeva al re le condizioni della sua sommessione, e dimandava: obblio perpetuo del passato; il marchesato d'Oristano ed il contado del Goceano, qual era stato posseduto dagli ultimi marchesi; il dominio del porto d'Oristano dall'un promontorio all'altro di quel golfo; la liberazione sua e dei suoi dalla giurisdizione d'un viceré a lui avverso; sottomettendosi egli perciò all'autorità di Serafino di Montagnano o di Pietro Puiades, governatore del Logodoro, ed allo sborso a favore del re di lire trentamila.

Queste condizioni migliorate poscia coll'esibizione di ottantamila fiorini, benché riescissero poco accette al re mal sofferente di calare ad un accordo con quel suo vassallo, furono finalmente accolte per le istanze frequentissime fatte a tal uopo dal re di Napoli; tanto appassionato in tutte quelle vicende a favore del marchese, che non lieve dubbio era nato di maggiori reciproche intelligenze. Spedivasi pertanto in Oristano il conte di Avellino, capitano generale del re di Napoli e mediatore della concordia. Giuntovi bandiva le grazie del re, alle quali applaudiva il governatore del Logodoro, facendo riconoscere il marchese nei luoghi tutti della sua provincia. Non così fu del viceré don Niccolò Carròz; il quale nel marchese non solamente perseguitava il vassallo ribelle, ma odiava ancora il privato nemico. E qui è giusto che io condanni all'esecrazione dovuta il nome di questo infedele ministro, che non il servigio del re, oramai piegato alla clemenza, ma le sue passioni sole ebbe nell'animo, ricusando di pubblicare nella capitale gli ordinamenti sovrani, chiudendone le porte al marchese ed ai suoi e facendo staggire tutti quei loro beni che avea sotto la mano. La qual cosa se fu cagione che si rinfocolasse la guerra appena spenta, sarà anche giusto motivo perché lo scrittore disappassionato, riconoscendo meritata dal marchese la triste ventura meglio per gli antichi che per i recenti suoi torti, colpisca pure con severa disapprovazione la burbanza del viceré; dappoiché ponendo egli in non cale la regia benignità, il pericolo delle novelle gare, il trambusto d'un regno intiero, il sangue da spargersi, e facendo piegare all'odio suo ogni altro rispetto, se procacciò alle arme aragonesi nuova gloria e maggior stabilità conducendo felicemente a termine la guerra, a se stesso col riaccenderla procacciò solamente rea fama.

Ribollirono dunque altra volta i mali umori e tutta l'isola si commosse alle armi, parteggiando pel marchese tutti gli antichi suoi guerrieri. Corso rapidamente l'intervallo che le separava dal viceré, giunsero le schiere di Arborea comandate da Niccolò Montagnano a cinger un'altra volta d'assedio la rocca di Monreale; donde partivano a travagliare tutti i luoghi regii e ad intraprendere le vittuaglie indirizzate alle castella. Si arrivò infine a campeggiare il castello stesso della capitale; dove Artalo e Ludovico di Alagón, figliuoli del marchese insieme col visconte di Sanluri, don Giovanni Dessena, comandando un esercito ordinato di seimila combattenti, tanto avanti si spinsero, che poterono infestare quel porto impossessandosi di alcune navi e guastando tutti i luoghi confinanti. In tale stretta di cose il viceré più pronto a provocare il male che preparato a fronteggiarlo, non altro riparo trovava salvo di portarsi in Barcellona, ed ivi esporre al re il tristo quadro della situazione delle cose. Ed è ben da presumere che dovendosi prosciogliere dall'imputazione la quale poteaglisi fare dal re d'aver egli destato quell'incendio, abbia l'oratore se non aggravato la reità del marchese, ottenebrato almeno le notizie delle prime cause della guerra rinata, acciò l'animosità vestisse il colore di zelo. Si bandirono allora con autorità regia due sentenze; la prima delle quali dichiarava il marchese, i suoi figliuoli e fratelli felloni, e condannavali alla pena capitale ed alla confiscazione di tutti i beni da essi posseduti. Si enuncia in tale condanna: aver il marchese con minaccie ed improperii ributtato gli ordinamenti giudiziali comunicatigli dal governatore di Sassari; risultare dalle informazioni prese dall'assessore Bernardo Semfore aver l'accusato mancato dell'obbligo che correagli di restituire al re alcune terre comprese nell'ultima concordia; essersi millantato che a lui tornerebbe agevole l'esser re dell'isola se il ticchio gliene venisse»; esser inoltre trascorso a dire che il re era tutto intento a spegnere il casato di Arborea affinché mancasse ai Sardi l'ultimo difensore dei diritti loro e non fosse oramai chi impedisse di ridurli ad umiliante schiavitù»; aver pure in varie occorrenze disobbedito apertamente a quel governatore; aver i suoi soldati innalzato più volte il grido di viva Arborea e cada Aragona»; in tutta la guerra essersi da essi commesse le nefandità le più intollerabili, travagliando con assedi ed incursioni le terre e gli uomini regii. La seconda sentenza fu indirizzata contro al visconte di Sanluri, che fu anch'egli giudicato reo di lesa maestà e condannato del pari nel capo e nell'avere.

Alla condanna del marchese tennero dietro gli apprestamenti ordinati dal re per muovergli guerra; ed il viceré partiva perciò con maggiori forze e con larghe facoltà; nel mentre che il re commetteva al conte di Cardona, viceré della Sicilia, passasse da quest'isola in Sardegna con numerose soldatesche; ed a Bernardo di Villamarín, capitano generale del navilio, mareggiasse intorno ai litorali per assistere all'uopo le armi regie. La guerra nell'intervallo erasi aspramente agitata fra le genti del marchese e don Dalmazio Carròz, conte di Chirra, figliuolo del viceré e comandante il regno nella di lui assenza. Invano Guglielmo di Peralta ed il governatore del Logodoro erano accorsi colle galee del conte di Cardona a soccorrere i Cagliaritani; le incursioni dei nimici si moltiplicavano e l'assedio di Monreale procedeva sempre più stretto. Aggiungevasi anche ai tanti mali della guerra e dell'inopia delle vittuaglie la pestilenza; la quale non mai avea serpeggiato nell'isola come in mezzo a quei civili turbamenti; e la moria propagavasi così largamente in Sassari, che vi perivano meglio di sedicimila persone.

Dissentiva dalle deliberazioni del re in quelle congiunture il figliuolo suo don Ferdinando, re di Castiglia. Rappresentavagli perciò: esser senza dubbio meritevole di grave punizione il marchese; nullameno correre tali i tempi, che converrebbe meglio il dissimulare che il combattere; esser certo l'incominciamento delle nuove ostilità, dubbio il risultamento; ponesse mente all'amistà del marchese col re di Napoli, ai soccorsi che dovea aspettare dai Genovesi, non ancora divezzi della loro antica signoria. Ma a questi ultimi inconvenienti avea già il re posto riparo; ed una tregua di recente conchiusa colla repubblica di Genova lo avea liberato dal timore di veder concorrere alla guerra sarda nimici stranieri. Il perché, fermo nel primo proposito, ricusava ogni mediazione del figliuolo e procedea con vigore a rincalzare gli apparecchi della campagna.

Intanto don Artalo di Alagón, figliuolo primogenito del marchese, ed il visconte di Sanluri trascorreano per le terre di Logodoro propagando dappertutto la sedizione. Il capitano di Sassari Angelo di Marongio ed il governatore della provincia udito di tal cosa escirono da quella città con lo stendardo regio spiegato ad affrontare i nimici; i quali, malconci in uno scontro coi popolani di Ardara, aveano abbandonato l'assalto di quel castello ed erano passati alla villa di Mores appartenente al pari dell'altra al Marongio. Fu colà che le due bande s'incontrarono; e ne seguì tale strage delle genti di Arborea, che, caduti meglio di cento combattenti, vennero in potere dei regii cinquecento prigioni, salvandosi di sfuggiasco i capitani nelle terre del Goceano. I vincitori inseguendoli anche colà non tardarono ad impadronirsi della villa di Bono, luogo principale di quel distretto; ed avrebbero occupato la rocca stessa del Goceano, se ammoniti del prossimo sopraggiungere di maggior nerbo di soldati comandati dal marchese, non avessero stimato prudente partito quello di rientrare in Sassari. Il viceré al tempo medesimo accelerava in Cagliari i suoi movimenti; favoreggiato dai Siciliani profferitisi nel parlamento convocato dal loro viceré di inviare un sussidio di venticinquemila fiorini affinché passasse in Sardegna a fiancheggiare gli Aragonesi don Sigismondo de Luna con alcune bande di armati. Anzi era tanta l'ardenza di quelli isolani, che invitavano il viceré istesso don Antonio di Cardona a porsi alla testa della spedizione ed a far valere in quell'opportunità la grande sua esperienza delle cose guerresche. Ed egli assentiva tanto più volonteroso, in quanto giugnevangli ad un tempo gli ordini uniformi del re e le preghiere del viceré sardo. Partitosi adunque da Trapani con la sua galea e con quelle del capitano generale Villamarín, intese tosto a fornire di frumento gli Algheresi cibantisi già da parecchi giorni di sole erbe. Anche il conte di Prales, siciliano, era passato allora nell'isola con alcune compagnie di fanti ragunate a sua istanza dagli uffiziali municipali di Palermo; e venivano queste nuove soldatesche a porre stanza nel castello di Cagliari e nel borgo di Lapola. Quantunque non pienamente gradita tornasse al viceré sardo la venuta di quel conte e del capitano generale; dacché non li credea lontani dal tentare col marchese quelli espedienti di conciliazione ch'egli tanto abborriva. Perciò alcune di quelle galee approdando in Bosa venivano accolte quasi ostilmente dalle genti del viceré; ed alle prime parole di pace profferite da quei capitani erano essi rimbeccati da lui in modo che non restasse verun appicco alle trattative di concordia. Tanto infine era confitto nell'animo del nostro viceré il disegno di condurre a termine l'abbassamento del suo nimico per la sola via della forza, che sospettando non si annidassero nelle truppe ausiliarie sentimenti più miti, rifiutava il soccorso delle genti siciliane dicendo: bastargli il denaio promessogli; con questo egli ingrosserebbe le schiere sue di nazionali; esser questi meglio di qualunque altro utili in quelle bisogne; male tornerebbe agli stranieri l'esser dessi selvaggi del luogo ed abituati a diverso cielo. Per la quale brusca ripulsa partivasene il conte mal soddisfatto di veder mozzata ogni via all'offerta di onorate condizioni; ed il viceré di Sicilia partiva egualmente per restituirsi al suo governo; abbenché per esser d'animo più arrendevole o meno aperto, approvava egli, o secondava almeno le risoluzioni del viceré sardo.

Queste erano al tempo medesimo protette dal re di Napoli; il quale dubitando non la passata sua benivoglienza verso il marchese lo rendesse sospetto all'Aragonese, inviava in Sardegna una nave ripiena di spingarde ed altre bocche da fuoco con alcune compagnie di soldati, già pagate per due mesi e col denaio necessario agli stipendi di maggior tempo. Lieto pertanto il viceré di questa ben augurata apertura della campagna accozzava le sue schiere con quelle del governatore Puiades e di Angelo di Marongio; il quale dalla sola città di Sassari avea tratto un aiuto di settecento combattenti ben in arme ed in arredo. Avviatisi i tre capitani prima al castello di Goceano e poscia alla rocca di Macomer, dove il marchese avea posto stanza con tremila dei suoi, investirono nel passaggio le ville di Dualchi e di Nuragugume, che teneansi dai rivoltosi; e si attendarono quindi non lunge dal castello dell'inimico, stando avvisatamente per schivare qualunque di lui sorpresa. Ma questo non che destreggiare, precipitò egli stesso gl'indugi, e fu il primo a mettersi alla fortuna ed a cimentarsi nella pugna. Fu il combattimento assai animoso, perché la somma intiera delle cose pubbliche vi si disputava da due acerbi nimici privati. La sorte delle armi fu pienamente sinistra per le genti di Arborea rotte e sconfitte dai soldati regii. Morì nel campo nel mezzo della mischia don Artalo, figliuolo del marchese, con molti altri cavalieri ed uomini d'arme. Il marchese fu debitore della sua salvezza ad un corridore veloce; sul quale gittatosi, allorquando vide inclinata a suo danno la giornata, riparava affrettatamente con due suoi figliuoli, con tre fratelli e col visconte di Sanluri in Bosa. E mentre il viceré proseguendo il suo trionfo occupava primieramente Macomer, ed entrava poscia senza verun contrasto in Oristano, i fuggitivi lanciavansi smarriti in un burchio, e più sventurati nella fuga che nella battaglia, abbattevansi tosto in una delle galee del capitano generale Villamarín; il quale avendo fatto condurre i prigionieri al suo cospetto in Palermo, posesi in punto di presentarli egli stesso al re veleggiando inver la Spagna e cansando felicemente alcune galee di Genova sopraggiunte per assistere il marchese.

Gli annalisti aragonesi descrivono con enfasi l'impressione gratissima prodotta nell'animo del re da tale risultamento e dall'essersi poscia saputo che alla sommessione intiera di Arborea e del Goceano avea tenuto dietro l'occupazione dell'importante rocca di Sanluri, mal difesa dalle genti del visconte. Considerava il re quanto quel casato di Arborea era stato infausto per le armi aragonesi; esser trascorso meglio d'un secolo e mezzo dopo la conquista di don Alfonso, senza che la Sardegna potesse in realtà stimarsi soggetta al dominio aragonese, occupata com'era per metà da quei giudici o marchesi, troppo già saliti in potenza perché s'inducessero a restare nell'amistà sudditi, nella discordia quieti; esser giunto alla fine il momento in cui la signoria della casa d'Aragona radicavasi immobilmente nell'isola. Stanziava perciò: non mai si distaccasse dal dominio regio quel pericoloso patrimonio di Arborea; ed i re d'Aragona aggiungessero alle altre loro intitolazioni quella di marchese di Oristano e di conte del Goceano; acciò viva si serbasse in ogni età la rimembranza di un titolo il quale non in altra maniera giovar potea alla sovranità che confondendovisi.

I prigioni nel mentre erano trasportati e rinchiusi nel castello di Xativa in Valenza; donde venivano poscia liberati i figliuoli e fratelli del marchese, ad alcuni dei quali fu poscia restituita intieramente la grazia regia. Ma se il marchese era piombato nella più dura calamità, non perciò allegravasene il viceré suo nimico, la cui buona sorte nel governo della guerra era stata poco stante corrotta dalle domestiche disavventure. E fu forse giusto che quell'uomo, il quale nella causa pubblica avea specialmente fatto valere i particolari suoi rancori, non avesse nel trionfo di quella causa verun privato conforto. Il di lui figliuolo don Dalmazio, conte di Chirra, infermò appena seguito il ritorno del genitore in Cagliari, e fra pochi dì succumbendo al male lasciò il viceré nella più gran desolazione. Né mancò al di lui dolore quella maggior asprezza che deriva dal riconoscersi nell'infortunio più che la volontà divina, l'opera maligna dell'uomo; perciocché venne egli nella persuasione che una maliarda avesse con alcune sue stregonerie affatturato il conte. Onde acerbamente si ebbe ancora a procedere contro alle persone sospette di quell'ammaliamento, e specialmente contro alla viscontessa di Sanluri; la quale bastantemente fortunata infin allora per non esser ricercata della sua molto probabile complicità nella ribellione, non lo fu per liberarsi da quella immaginaria inquisizione di fattucchieria.

Moriva da lì a poco il re don Giovanni, e moriva in Sardegna il viceré. Ed invano allegravasi di tal morte il marchese; il quale malgrado del favore con cui il re di Castiglia avealo prima riguardato, continuò ad esser tenuto sotto una severa custodia dopo che lo stesso re succedette alla Corona aragonese. Si spense perciò la vita del marchese fra le angoscie in quel medesimo castello di Xativa; dove morì con lui il visconte di Sanluri.

Comincia qui il regno di don Ferdinando il Cattolico: regno celebre quant'altro mai, e nel vecchio mondo dove surse coll'aggregamento dei reami di Aragona e di Castiglia la gran possanza spagnuola; e nel mondo novello, sul cui vergine suolo furono sotto gli auspizi di quel principe piantati per la prima volta i vessilli d'Europa. Nullameno per la Sardegna passò quel regno senza lasciar copiose memorie; o perché nelle maggiori bisogne che riempierono la vita di quel principe, il reggimento di un popolo lontano e tranquillo attirato abbia minori riguardi; o perché tanto sia stato l'infievolimento generale degli isolani dopo le infelici vicende dei tempi preceduti, che meglio si sentisse il bisogno della quiete che quello del riaversi.

Le prime sollecitudini del novello re si indirizzarono invece all'isola di Corsica, onde ridurla a obbedienza; e da ciò un danno derivava per la Sardegna, poiché cacciati ne furono per ordinamento sovrano tutti quei Corsi che per ragione di commercio vi aveano fissato la loro dimora. A se stesso poscia ed alla sua corona cagionava un danno più grave in quel primo incominciare del regno colla generosa largizione che di molti vastissimi distretti riuniti al patrimonio regio per motivo delle recenti confiscazioni, facea in tal tempo con titolo di feudo allo zio suo materno Enrico di Enríchez. Largizione, la quale non avea già per iscopo di privilegiare quei vassalli con sottoporli ad un signore tanto illustre; ma solamente di accordare a titolo gratuito un diritto di cui si potesse tosto far la cessione ad altri con titolo lucroso.

Nominò don Ferdinando per viceré di Sardegna dopo la morte del Carròz Ximene Pérez. Uno dei più importanti atti del di lui governo si fu la convocazione del parlamento nazionale, intermessa durante il regno turbolento di don Giovanni. Ed in questa adunanza vari novelli ordinamenti si stanziarono, dei quali lo stamento militare fece separatamente la dimanda. Esso ottenne pei suoi membri il privilegio d'essere nelle inquisizioni criminali giudicati dai loro pari. Ottenne a vantaggio della popolazione della capitale che i privilegi di cittadino cagliaritano giovassero a tutti quei stranieri che avessero impalmato una donzella sarda. Impetrò a conforto di coloro che intinto aveano nella ribellione d'Arborea un condono generale. Provvide all'incoraggiamento degli agricoltori, chiedendo che da qualunque obbligo di pegno e da qualunque atto di giudiziale esecuzione andassero immuni i buoi destinati alla coltivazione delle terre. A mire più ampie estese eziandio lo stamento le sue petizioni; e bramando di solidare con maggiori vincoli la politica fratellanza che univa la Sardegna agli altri regni aragonesi, ricercava che nel conferirsi agli stranieri qualche carica nell'isola, o nel concedervisi qualche signoria, fossero solo riconosciuti abili per conseguire tali onori i sudditi di Aragona, di Catalogna, di Valenza, di Maiorca e di Sicilia. Della quale supplicazione, quantunque non accolta dal sovrano, stimai dover tener conto; perché essendo mio intento il far conoscere lo spirito che reggeva le deliberazioni dello stamento, giova al mio proposito meglio ciò che si ricerca, che ciò che si accorda.

Anzi siccome erano dovute quelle domande al solo zelo dello stamento militare (della qual cosa frequenti trovansi gli esempi nella storia dei nostri parlamenti), non sarà qui fuor di luogo il notare che da quell'illustre corpo doveasi specialmente attendere ogni pensiero indiritto al comune profitto. Nell'ordine ecclesiastico i seggi maggiori erano occupati dagli stranieri; e questi, se vere sono le memorie del tempo, non obbliavano pel soggiorno che aveano comune con noi, la patria che aveano comune con altri. Lo stamento reale privato dalle leggi della sua istituzione del vantaggio di poter sciegliere in ogni classe di persone i suoi membri; nudrito altronde in quelle difficoltà che di frequente nascono e così di rado si estirpano nella collisione dell'interesse municipale coll'interesse patrio, raramente innalzava la voce per oggetti che suoi non fossero. Nello stamento militare pertanto si risolveva la vera rappresentanza degli universali bisogni e desiderii; perché in esso si radunava l'altezza dei sensi, la maggior fortuna, l'attaccamento al trono, l'esperienza degli uomini rotti al maneggio dei pubblici affari, e quella sapienza del padre di famiglia che tanto giova al governo delle cose maggiori.

Il re don Ferdinando allor che approvò la maggior parte delle dimande, accettando ad un tempo dal parlamento l'offerto donativo di centocinquantamila lire, avea avuto il rammarico di vedere in qualche maniera conturbata la pace dell'isola e per sospetto di nemiche invasioni, e per interne dissensioni. Davasi voce che un navilio genovese si apprestasse per tentare una incursione in Oristano, od in altra popolazione litorale. Epperò il re comandava che il borgo di Lapola in Cagliari venisse privilegiato di speciali franchigie, affinché diventando più popoloso, diventasse anche più sicuro. Acerbe contenzioni agitavansi al tempo medesimo fra il viceré Ximene Pérez ed il procuratore regio Giovanni Fabra, col quale attestavansi Giacomo Aymerich, Andrea Sugnier, gentiluomini cagliaritani, e molti dei cavalieri di Sassari, mostratisi già nell'assemblea delle corti poco affetti al viceré. Avendo egli in quella competenza (della quale non si ha maggiore contezza) se non il vantaggio del buon diritto, quello almeno dell'autorità, travagliava aspramente i suoi avversari. Levandosi perciò il popolo a romore, gravi commozioni si generavano: di minor durata nella capitale, dove i consiglieri della città acconsentivano a trattare una conciliazione; di maggior importanza in Sassari, dove alcuni dei cittadini tumultuando furiosamente, cacciavano dal seggio loro i consiglieri posti dal viceré ed eleggevano altri uffiziali a lor talento. Sebbene non lunga pezza poté durare quella sollevazione; poiché si pose mente ad un tempo a reprimere gli accaduti eccessi ed a toglier il fomite alle nuove discordie, condannandosi nel capo i rivoltosi di Sassari e richiamandosi dal governo del regno il Pérez; al quale succedevano in tal incarico prima Guglielmo di Peralta, e poscia Pietro Massa.

Tuttavia non tardò molto tempo a comparir di nuovo in Sardegna il Pérez; il quale dovette sincerare il re che le sue operazioni erano state leali, dacché ne ottenne in quel ritorno la facoltà di procedere contro ai suoi emoli e di condannarli in un giudizio di maestà. Questa è la sola memoria che resta del rinnovato di lui governo. Gli atti dei successori suoi Ignazio di López Mendosa ed Álvaro Carrillo sono involti in maggior oscurità. Il viceré che loro succedette, chiamato Giovanni Dusay, lasciò di sé maggiori ricordi perché durante il suo governo vennero cacciati dall'isola tutti gli Israeliti che colà aveano posto stanza fino dal tempo in cui Tiberio li avea ivi confinati. Altri due grandi avvenimenti ebbero pure effetto nel tempo del di lui comando: la riduzione a minor numero delle chiese vescovili sarde; e la convocazione del parlamento.

Era già da lungo tempo che le pestilenze e le guerre civili aveano disertato una gran parte delle più fiorenti città e ville della Sardegna. I diciotto antichi vescovadi erano perciò di soverchio in tanto scemarsi di popolazione. Nel secolo XV erasi per tal motivo unita alla chiesa della capitale quella di Suelli. Nell'incominciare del secolo seguente più estesi furono gli ordinamenti che concertati prima col pontefice Alessandro VI venivano recati ad eseguimento dal suo successore Giulio II, onde ridurre i seggi vescovili ad un numero più adattato alle circostanze del tempo. Univasi pertanto alla chiesa di Cagliari quella di Dolia; univansi alla turritana le chiese di Sorra e di Ploaghe; all'arcivescovado di Arborea il vescovado di S. Giusta; ed al seggio usellese quello di Terralba; nel mentre che la sede di Bisarcio aggregata a quella di Ottana trasferivasi nella città d'Alghero, priva fino ad allora di tal dignità; quella d'Ampurias trasportavasi nel Castello Aragonese; e la sulcitana in Iglesias, dove durava per brevissimo tempo, per esser stata da lì a non molto unita alla cagliaritana. Veniva quindi dallo stesso pontefice stabilita l'unione delle due cattedre vescovili di Civita e di Ampurias. Ed in quel correre di tempi infine anche la sede di Galtellì veniva soppressa e sottoposta al metropolitano di Cagliari.

Convocava anche Giovanni Dusay il parlamento sardo; ma prevenuto dalla morte continuavasi la presidenza delle corti da don Ferdinando Girón di Rebolledo, suo successore. Fu lo stamento militare anche in queste corti quello che trattenne l'attenzione del re colle sue supplicazioni indiritte specialmente a provocare alcune spiegazioni intorno allo statuto. Don Giovanni Dusay era stato per la prima volta dopo la convocazione dei parlamenti intitolato nelle patenti della sua carica luogotenente generale del regno. Acciò pertanto una mutazione nel nome non partorisse una mutazione nelle cose, richiese lo stamento che ai luogotenenti generali fossero applicate senza distinzione le leggi tutte delle corti che faceano menzione dei viceré. Anzi volle in questa circostanza lo stamento proceder oltre nel guarentire contro all'opposizione dei ministri regii la facoltà delle congreghe straordinarie conceduta dal re don Alfonso; ed espose che vano più volte sarebbe per tornare quel diritto, se abusandosi i ministri della condizione del necessario intervento loro alle adunanze, ricusassero d'intervenire; nascere talvolta il bisogno di discutere oggetti tali che riferendosi all'amministrazione degli uffiziali del re non potriano esser trattati al loro cospetto con convenienza, od almeno con calma; fosse adunque lecito allo stamento il congregarsi anche senza i ministri. Della quale dimanda il re non rifiutò l'accettazione, accordando la ricercata facoltà in quei casi nei quali gli uffiziali regii, abbenché richiesti di intervenire, non si presentassero all'assemblea.

Lo stamento, dopo aver anche apportato una maggior chiarezza nelle così dette consuetudini delle corti, impetrando che queste fossero per intiero conformi a quelle poste in uso nel principato di Catalogna, occupossi della sorte dei numerosi vassalli rappresentati dai loro baroni, ottenendo, per lo stamento tutto, il condono generale delle pene incorse per qualunque misfatto. Nella quale petizione se io considerassi quel tempo in cui fresca era per anco la memoria dei politici perturbamenti dell'isola ed accesa forse ancora la gara di alcune fazioni, io riconoscerei una savia provvisione per acquetare gli animi. Ma considerando essere stata poscia tale dimanda ripetuta come una formola necessaria in tutti i successivi parlamenti, e per lo stamento non esser mancato che la periodica aspettata impunità non facesse traboccare nell'isola ogni scelleraggine, io non so astenermi dal notare con riprovazione una richiesta che male si associa colle tante altre testimonianze di saviezza politica e di magnanimità di sensi date in ogni tornata delle corti dai sardi gentiluomini. Abbenché non sia derivato danno veruno alla cosa pubblica da quelle supplicazioni; poiché la cancelleria spagnuola, perspicace quant'altra mai, seppe ridurle al niente, accordandole con generale espressione ed assottigliandole poscia con sì minuta sequela di eccezioni, che malagevole sarebbe il giudicare a quali casi restasse la grazia applicabile.

Moriva dopo pochi anni Ferdinando il Cattolico lasciando i vasti suoi regni a Carlo d'Austria. E questi governando insieme colla madre Giovanna le provincie spagnuole, formava coll'unione degli stati paterni quel potente imperio, i fasti del quale avriano soprastato a tutti gli altri avvenimenti dell'età moderna, se i grandi commovimenti dei giorni nostri segnando rapidamente epoche novelle, non avessero fatto sì che la storia di pochi anni contenga tanta copia di grandi e di lagrimevoli vicende quanta saria bastata a riempiere gli annali di molti secoli trascorsi; quanta basterà certamente a cattivare tutta l'attenzione di molti secoli avvenire.

Il primo atto di quel sovrano in Sardegna fu la nomina del novello viceré don Angelo di Villanova, già altra volta destinato a quel supremo comando. Il primo atto importante del viceré fu la convocazione delle corti. In queste germinò per la prima volta nelle cose appartenenti allo statuto quella funesta dissensione fra l'una provincia e l'altra del regno, della quale per altri rispetti erano già da lunga pezza ascosi i semi. I gentiluomini di Sassari, d'Alghero e degli altri luoghi settentrionali comportavano a malincuore che per la validità delle unioni dello stamento militare si richiedesse un'assemblea nella capitale. Ottennero perciò dal parlamento che si ricercasse la facoltà delle radunanze separate nella città di Sassari pei membri dello stamento militare soggiornanti in quella provincia. Se non che alla condiscendenza delle corti non corrispose il decreto del sovrano; il quale avvedutamente comandò si serbassero in tale proposito inalterate le antiche costumanze.

E giacché dei primi passi fatti per scindere in due parti lo stamento militare io ragionai, converrà anche che ragunando in questo luogo le notizie appartenenti ai tempi posteriori, io soggiunga essersi nei succeduti parlamenti rinovellato con espedienti indiretti il tentativo per conseguire l'accoglimento di quella proposizione. Senza considerare che la doppia unione disnaturava uno statuto pel quale la congrega universale dei membri dello stamento si privilegiava, e non già alcun individuo; che l'assemblea era legittima in un sol luogo perché uno solo è lo stamento; che il luogo dalle leggi di don Alfonso, dalla consuetudine, dalla dignità stessa determinato, era nella capitale, dove il seggio ordinario era dei rappresentanti del sovrano; che le comunicazioni per via di scrittura, colle quali si confidava di poter mescolare i voti delle due adunanze, non poteano sopperire ai vantaggi di una verbale discussione; che l'intento infine di capovolgere con quella strana dimanda l'ordine intiero delle cose, misurato era più col desiderio di satisfare ad una rivalità municipale, che colla ragione. Tuttavia tornò infruttuosa la continuata competenza, quantunque gli innovatori avessero a loro profitto quello che nei corpi deliberanti a maggioranza di voti appellasi valore numerico; poiché i sovrani ponendo mente all'opinione la più giusta, e non a quella di cui si contavano più seguaci, intatta sempre vollero serbare l'antica legge; e con varie prammatiche non solamente la confermarono, ma di debolezza ancora accagionarono quei viceré che in qualche occorrenza non seppero governarsi con accorgimento a fronte di coloro che rimesso non aveano l'animo di violare le prese deliberazioni.

Gli altri atti di questo parlamento non presentano materia ad osservazione; né materia all'istoria danno gli avvenimenti susseguiti dell'isola; insino a quando rialzatosi più nemico che mai di Cesare Francesco I di Francia, il quale tutto avea perduto nelle pianure di Pavia fuorché l'onore, trasse a sé in potente lega, che fu appellata santa, il papa, il re d'Inghilterra, il duca di Milano e la repubblica di Venezia; e fu causa colla rinnovata acerbissima guerra che anche la Sardegna restasse inviluppata in quei disastri.

Disastroso infatti fu all'isola nostra appena quietante per la cessazione delle guerre civili quel fatale anno secondo della nuova guerra; in cui mentre l'esercito di Cesare saccheggiava Roma, mentre le bande di Solimano disertavano l'Ungheria, mentre la riforma religiosa facea nella Germania i più rapidi progressi, i Sardi anch'essi già inquietati dai Barbareschi, doveano esser tribolati del pari dalle truppe del Cristianissimo. L'armata degli alleati era comandata da quel gran capitano Andrea Doria che dovea poco dopo col suo parteggiare per Cesare di tanto accrescere la di lui fortuna. Nel veleggiare dalla Toscana per travagliare le Sicilie, si soffermò il di lui navilio o per fortuna di mare, od avvisatamente nei mari sardi; e dall'approdare al correre per quelle terre era breve il passo. E così fu; perché Renzo Ursino di Ceri, capitano delle truppe franzesi da sbarco, posto il piede con quattromila dei suoi nelle spiagge di Longonsardo, procedette prestamente avanti coll'animo di sorprendere la rocca importante di Castelaragonese. Il viceré era stato in tutto il frattempo così a mala guardia, ed avea così rimessamente considerato il bisogno di difesa che il concitamento delle armi in Italia potea far nascere ad ogni momento, che per lui non mancò non siano le cose andate per la peggiore. Ma sopperì alla di lui fiacchezza e spensierataggine lo zelo svegliato del governatore del Logodoro Francesco de Sena e la prodezza di due gentiluomini sassaresi. Furono questi don Giacomo e don Angelo Manca dei baroni di Tiesi, i quali profferitisi di difendere il castello, si gittarono colle lor genti entro quelle mura senza frappor tempo in mezzo; nel mentre che alcuni altri primari personaggi della provincia scorreano per ogni dove ragunando soldatesche ed animando i popolani dei luoghi litorali a resistere gagliardamente al nemico.

Il Castello Aragonese fu trovato senza soldati, senza bocche da fuoco e senza vittuaglie. Si pose tosto mano a restaurare alla meglio la rocca prima che sopraggiugnessero le schiere di Renzo; le quali cacciandosi innanzi anch'esse con velocità, giunsero in breve, dopo aver guastato le regioni confinanti, a campeggiare il castello; frattanto che l'armata di Andrea Doria chiudeva il porto. Questo capitano avvisando che il nome dei Doria non fosse ancora obbliato in quella rocca eretta dai suoi maggiori, spediva al tempo stesso sotto le mura suo messaggiere Antonio Doria, e questi rappresentava agli assediati: esser vana la difesa contro ad un esercito agguerrito e così ben ordinato; evitassero le terribili conseguenze d'un assalto e le ire d'una soldatesca efferata che agognava il sacco della terra; potrebbono in tal maniera le condizioni della resa trattarsi dagli uni con maggior vantaggio, dagli altri con maggior arrendevolezza. Benché questo stato di cose fosse più sinistro che incoraggiante per gli assediati, pure non vollero essi mancare del debito loro, ed arditamente rispondevano: esser eglino venuti colà per far rispettare dagli assalitori il vessillo di Cesare; non confidar delle loro forze a segno che si augurassero una felice ventura; confidar bastantemente del loro coraggio per augurarsi ventura onorevole; esser soverchio l'allettare con liberali offerte o l'intimorire con minaccie di minori disastri quelli che già erano preparati al maggiore di tutti; a morire in quelle rovine.

Né queste loro risposte si risolvettero in vane dimostrazioni di tracotanza; perché non solo durarono la fatica necessaria a sostenere quell'assedio, ma furono anche osi di tentare una sortita, guidati dai valorosi fratelli Manca; i quali sboccando repentinamente dalla rocca con le loro genti, e spintisi a corsa addosso al nemico combatterono con tal foga, che senza grave loro danno poterono rientrar nelle mura ricchi di una bandiera tolta ai Franzesi nella mischia. E siccome le buone al pari delle ree sorti si appiccano l'una all'altra, dopo questa felice impresa, altro conforto derivò agli assediati dall'opportuno arrivo di don Gioffredo di Cervellón, che giugnendo da Sassari con rinforzi seppe malgrado dell'assedio trovar modo di penetrare nel castello. Per la qual cosa Andrea Doria e Renzo da Ceri stimando esser necessario oramai un formale assalto, incominciarono tosto a trarre delle loro bocche da fuoco contro alla rocca in modo che le mura erano già in qualche luogo aperte ed una torre ruinava. Ciò nonostante i castellani non si sbaldanzirono, e presentando sempre il petto nei siti i più rischievoli, poterono per un'intiera giornata sostenere l'oppugnazione; abbenché la mancanza di artiglierie facesse sì che coloro i quali maggiormente loro nuocevano fossero per essi fuori di gittata. Il prode animo pertanto diede vinta quella fazione agli assediati. Al rimanente provvide la buona loro sorte; poiché mentre eglino ponevano opera a riparare ai danni della giornata, un gagliardo fortunale suscitatosi nell'albeggiare del giorno seguente sferrava dal porto le navi di Andrea Doria, spingendole sui litorali dell'Asinara; e Renzo da Ceri privo di quell'ausilio, e conoscendo per prova che non di leggieri gli verrebbe fatto di condurre a compimento l'occupazione d'una rocca difesa da così valorosi campioni, rinunciò finalmente all'impresa; e voltandosi ad una fazione di minor importanza e pericolo, si avviò al luogo di Sorso, disertato dagli abitanti, dove il suo esercito manchevole di vittuaglie si mise tosto alla preda.

Alla difesa di Castelaragonese rispose in quanto al coraggio dimostrato, non in quanto all'esito, la difesa della città di Sassari. Ossia che il governatore siasi lasciato ingannare dalla voce sparsasi da Renzo del suo intento di assaltar Alghero; ossia che abbia egli preso parte nella spedizione dei Sassaresi avanzatisi ad affrontare i Franzesi; il certo si è che lo scontro passò col maggior danno degli isolani. A diminuire la fortuna di questi era concorsa la fretta con cui nell'estremo pericolo eransi raccolte quelle bande di soldati subitari; l'inferiorità delle armi; e la mancanza di disciplina guerresca a fronte d'un nimico esercitato nella milizia. A confortare i Franzesi si era per l'opposto aggiunto l'ausilio che Andrea Doria avea loro opportunamente inviato di alcune soldatesche addestrate egualmente ai pericoli marittimi ed ai combattimenti di terra. Renzo prevedendo l'impeto con cui i Sardi avrebbero percosso le sue schiere, volle destreggiare prima dello scontro per sorprenderli con un suo aggiramento; e questo si fu il disporre e far appiattare in sito acconcio alcuni dei suoi migliori guerrieri armati di schioppetto; i quali appena videro arrivare le bande degli isolani, sbucando subitamente trassero delle loro armi con tanto vantaggio che i Sardi soprappresi meglio che intimiditi poterono esser rincacciati indietro, e seguì quindi nello sperperarsi gravissima strage per la copia specialmente delle bocche da fuoco poste in mano ai nimici. Onde agevole poscia tornò a Renzo l'occupare la città di Sassari e il prendervi gli alloggiamenti colle sue truppe.

Tuttavia donde egli sperava un felice risultamento più sinistre vennero per lui le vicende. Uno dei motivi pei quali Andrea Doria avea tentato uno sbarco nell'isola, era stato quello di nutrirvi i soldati, che pronti erano a mettersi ad ogni fatica per far provvisione ai bisogni urgenti della loro annona. Né fallò in questa parte l'impresa, perché la città di Sassari si trovò riboccare di quanto era d'uopo. Ma questa copia stessa ed ubertà nocque a chi dovea averne pro; perciocché i Franzesi datisi allo stravizzo ed alla intemperanza, caduti in gravi infermità perirono in gran numero. Alla qual cosa si aggiunse anche che i Sassaresi rincorati di nuovo raccolsero quante forze poterono; e postisi ad assediare la terra loro nativa grandemente travagliarono i nimici, o molestandoli allorché tentavano di andar alla busca nelle terre confinanti, od impedendo in altro modo l'arrivo nella città di novelle vettovaglie. Fu pertanto necessario alle truppe di Renzo di abbandonare la possessione della città e riparare di nuovo al navilio. Ed in tal maniera se la gloria maggiore di quell'avvenimento restò ai Sardi, insieme colla riconoscenza di Cesare, i danni restarono comuni.

I tempi correano malaugurosi per l'isola; e perciò cominciarono le novelle molestie onde manco pensavasi. Il viceré sopra il quale avria dovuto rimanere tutta la somma delle cose erasi sottratto ad ogni cura, e punto non avea badato a sovvenire di uomini e di munizioni da guerra i combattenti dell'altra provincia. Avea egli solamente scritto alla corte di Spagna dando conto dell'invasione e ricercando aiuti. Questi giunsero quando doveano giungere, vale a dire dopo il fatto. Ma egli in luogo di tenerli in quella quiete ch'era stata tanto a lui cara, stimò d'indirizzarli alla volta di Sassari insieme con alcune soldatesche nazionali sotto il comando di don Filippo Cervellón e di don Biagio di Alagón. Quelle bande spagnuole erano composte di gentame di vil conto, e si misero perciò fino dal primo giungere a tribolare con avanie ed estorsioni i cittadini; in modo tale che le calamità della pace sopravanzando quelle della guerra, fu mestieri ai Sassaresi di ricercare il viceré di un pronto sgombero di quelle masnade. Passarono allora quei soldati turbolenti ad Oristano, non senza aver toccato molte ferite in Pozzomaggiore, a cagione delle insolenze alle quali si abbandonarono nel transito. Né con ciò cessarono le disavventure; perché la più ferale di tutte venne a piombare altra volta sull'isola, cioè la pestilenza; la quale introdotta dall'Italia nella Gallura, serpeggiò per molti mesi orrendamente in Alghero, nel Castello Aragonese, in molte ville della provincia, e più che altrove infierì poscia in Sassari, dove perirono meglio di quindicimila persone. Il nuovo viceré pertanto, chiamato Martino di Cabrera trovò l'isola molto contristata per ogni rispetto; e lo stesso parlamento da lui convocato risentissi dell'universale abbattimento; poche essendo le cose stanziatevi e nissuna di storica importanza.

Ebbe egli poscia lo scambio con don Antonio di Cardona; nel governo del quale si ultimò da Cesare una concordia colla Santa Sede, acciò ai sovrani della Sardegna fosse conceduta la prerogativa del patronato sulle chiese dell'isola, colla presentazione dei nuovi vescovi ed abati. Prerogativa che confermata in altri tempi con eguali provvedimenti, pose fra le mani del re i mezzi migliori d'indirizzare faustamente le cose religiose. Comandava anche nell'isola lo stesso viceré quando Cesare veleggiando in quella famosa spedizione africana che tanta gloria procacciò alle sue armi e tanto conforto ai molti suoi sudditi schiavi della reggenza di Tunisi, avendo assegnato per l'unione del numerosissimo suo navilio il golfo di Cagliari, colà sbarcò egli stesso, e volle per breve ora far lieta colla sua presenza la capitale dell'isola. E continuava lo stesso governo quando una terribil fame attristò sì fattamente gl'isolani, che anche oggidì se ne serba il ricordo nei volgari loro proverbi.

Procedendo le sorti così sinistre, qualche conforto produsse nell'animo dei nazionali la presenza di Cesare; il quale nella seconda spedizione africana, tanto infausta, quanto gloriosa era stata la prima, volle per qualche dì soffermarsi in Alghero e lasciarvi numerose testimonianze del conto ch'ei teneva di quel suo regno. Conservasi ancora in essa città il ragguaglio compiuto di quanto Cesare fece e disse in quella sua gita, del quale stimo di dover dare qui un cenno; poiché sebbene abbia io in ogni incontro schivato quelle minute digressioni che lo storico temperante lascia sepolte nelle scritture dei cronichisti, pure non saprei resistere in questo luogo al desio ch'è in me di rammentare ciò che commosse e concitò a gioia straordinaria la dolce terra ove nacqui. Anzi non discaro riescirà in tal modo a chi legge il veder sottentrare ai ricordi delle pestilenze, delle stragi e della civile inerzia, un breve periodo di allegrezze pubbliche e di pompe regali.

Tutto il pensiero di quei cittadini al primo annunzio dell'arrivo s'indirizzò a far provvisione acciò l'armata ritrovasse nel luogo la maggior dovizia di vittuaglie; Cesare v'incontrasse le migliori testimonianze di onore e di omaggio che per essi si poteano offerire. Nel mentre a tal uopo apprestavansi nella città le cose convenienti, ne partivano alcuni destri cavalieri; e passavano alla spiaggia del vicino porto, affinché al primo toccare del navilio di Cesare in quel luogo, egli potesse esser lieto dello spettacolo di una cacciagione da farsi sotto i suoi occhi in quelle montagne. La qual cosa tornò molto opportuna; poiché non sì tosto erasi il governatore generale della provincia don Diego de Sena portato nel primo approdare dell'imperatore ad inchinarlo, che scorgendo Cesare dalla sua galea qualche movimento di cavalieri sul lido ed informato del disegno, si dispose a scendere su quella spiaggia accompagnato da pochi dei primari suoi cortigiani ed a prender parte festivamente nella caccia; nella quale o l'accidente, o l'artifizio di chi la indirizzava, fece sì che un cignale presentatosi a breve gittata a Cesare potesse esser da lui colpito.

Frattanto la città tutta era in ardenza per accogliere il sovrano. Le galee vi giungevano in gran numero precedendolo; ed arrivava infine desiderata da tutti la galea maggiore; dalla quale disceso Cesare in un leggiero burchio, volle prima di entrare nel luogo costeggiare la rocca che bagnata è in gran parte dalla marina. Rimasero perciò dubitanti i cittadini non volesse Cesare penetrare nella città dal lato di terra; ed allontanavansi per un istante dal ponte che aveano fondato in faccia al molo. Ma non sì tosto abbandonavano essi quel sito, che con una improntitudine la quale caratterizza le costumanze del tempo, i soldati di Cesare lanciandosi sul ponte lo spogliarono dei ricchi tappeti ed arazzi coi quali era stato parato; quasi come per andare a ruba, e non per onore di chi passava fossero stati colà spiegati. Ed in quelle costumanze del tempo è anche una cosa più notevole che Cesare, ritornando allora dal suo giro lungo la costiera, abbia preso trastullo di quella militare licenza.

Nel discender a terra accommiatò l'imperatore tutte le sue guardie delle quali dicea non aver bisogno fra i suoi; ed accolto ivi con benigne parole l'omaggio fattogli dal consiglio della città nel presentargli le chiavi del luogo, salì sopra un destriero di gran podere e di bella guisa, di cui era stato presentato da don Giovanni Manca; ed accompagnato quindi dai vescovi d'Alghero e d'Ampurias, dal consiglio, dal clero, dai nobili e dal popolo che affoltato lo seguiva, avendo prima orato nella chiesa maggiore, volle tutta riconoscere la fortezza cavalcando attorno alla città. Rientratovi poscia, e postosi al balcone della sua casa, fu presente ad uno spettacolo che sapeva di quella stessa barbara licenza che al primo suo giungere erasi veduta. I soldati spagnuoli saccheggiando le vittuaglie che in gran quantità erano esposte, trascorreano da spavaldi per la piazza cacciando e passando a fil di spada i numerosi capi di bestiame che il consiglio avea colà ragunato coll'animo di farne un presente al navilio; e che non poterono esser presentati a persone le quali non sofferenti dell'accettare, amavano meglio lo strappare i doni. Cesare sorrise anche di ciò; e lieta in ogni rispetto passò la giornata dell'arrivo e la seguente; nella quale, dopo ch'ebbe il sovrano armato col cingolo equestre vari distinti personaggi, e dopo aver più volte rallegrato con amorevoli accenti l'animo dei cittadini, salpò di nuovo alla volta di Maiorca, accompagnato da voti, ma non da auspizi favorevoli.

Dopo la relazione di questa venuta dell'imperatore, le memorie della storia sarda non altro avvenimento ragguardevole contengono che la congrega del nuovo parlamento tenutasi mentre ancora reggeva l'isola lo stesso don Antonio di Cardona. A questo viceré erasi per la prima volta data la qualificazione di capitano generale delle genti d'arme dell'isola; e forse ciò fu fatto perché a nissuno dei viceré cadesse in pensiero che la loro pretura fosse solo un uffizio di civile reggimento; e che fosse lecito nelle vicende guerresche il seguir l'esempio della militare accidia di don Angelo di Villanova. Lo stamento militare pertanto trasse da quel novello provvedimento l'occasione per richiedere si dichiarasse non dover quel titolo partorire negli obblighi dei viceré dipendenti dalle leggi stanziate nelle corti veruna mutazione. Pose mente eziandio lo stamento a vari altri affari d'universale interesse del regno: esponendo al sovrano il preciso bisogno che aveasi di restaurare alcuni ponti, a qual uopo offerivasi una porzione delle somme votate in quelle corti; implorando piacesse al sovrano dichiarare abolita la concessione delle regie lettere di mora, per le quali arrestavasi l'effetto legale degli obblighi privati; rappresentando la convenienza di frenare il lusso strabocchevole delle classi inferiori della società colla promulgazione di una legge regolatrice delle spese.

Partitosi qualche tempo dopo dall'isola don Antonio di Cardona, fu commesso il governo col titolo di presidente del regno a don Gerolamo di Aragall, e conferita quindi la carica viceregia a don Lorenzo Fernández di Heredía. Toccò a questo di far provvisione alla difesa dell'isola contro alle correrie del famigerato corsale di quei tempi Dragut; il quale, occupata coll'ausilio delle armi del Cristianissimo una parte della Corsica, portato avea la guerra anche sui lidi sardi, gittandosi colle sue masnade nel luogo di Terranova, da lui barbaramente saccheggiato ed incendiato. Concitava pertanto il viceré lo zelo dei Sassaresi a segnalarsi in sì duro frangente; e rispondeva alle sollecitudini del viceré l'attività del governatore del Logodoro Gerardo Satrillas, che con bande scelte di cavalli trascorrendo i lidi settentrionali, se non ebbe il vanto di combattere i nimici, ebbe quello di tranquillare i provinciali. Quest'esempio fu anche imitato dal di lui successore Antioco Bellit, restauratore del Castello Aragonese; e dai gentiluomini sassaresi Pietro Aymerich e Francesco Casalabria, passati a difendere colle loro genti le costiere della Gallura; dove resistendo virilmente allo sbarco che i Franzesi vi tentarono con sette galee, fecero sì che vana sia tornata quella repentina invasione. Meno inquieto adunque per la salvezza dell'isola, celebrava poscia don Lorenzo di Heredía le corti generali; ma tanto egli non visse per poter ricevere dal sovrano l'approvazione dei capitoli presentati in quel parlamento; i quali non poterono esser sì tosto confermati dalla suprema autorità, perché, accaduto nel frattempo quel grand'atto di renuncia con cui Cesare volle chiudere la sua vita politica, non poté Filippo, suo figliuolo, occuparsi di quell'oggetto, salvo dopo qualche anno.

Il regno di Filippo II, che conturbò l'Europa, infiacchì la Spagna, contristò i penetrali stessi della reggia, fu per una vicenda singolare fausto per la Sardegna. Fino dai primi anni mostrò egli singolar cura perché la giustizia fosse amministrata con mano imparziale a coloro specialmente pei quali mancando gli umani rispetti, parla solamente al cuore dei giudici l'umanità. Egli pertanto scrivea a don Álvaro di Madrigal, succeduto alla carica di viceré: essergli giunta contezza che alcuni grandi del regno maltrattavano i loro vassalli, e che questi riparando all'autorità tutelare del viceré non incontravano accoglimento; esser i sovrani ad immagine di Dio protettori degli afflitti e degli aggravati, e passare tal obbligo nei rappresentanti del re; esser perciò suo volere che nel reprimere quelle vessazioni impiegassero i viceré sollecitudini massime.

Ponea quindi mente Filippo ad approvare i capitoli presentati nelle corti presiedute dal viceré trapassato. In queste si era ricercato che le consuetudini di Catalogna, già abbracciate in altri rispetti, si osservassero anche nel tempo delle periodiche tornate del parlamento; il quale si dovesse perciò convocare allo scadere di ciaschedun triennio, od almeno di ogni quinquennio. Ma questa deliberazione, sebbene favorevolmente accolta, non fu giammai posta in osservanza; e la norma consueta sempre si serbò della decennale convocazione. Un altro negozio di molto conto misero quelle corti in vista al sovrano. Le decime delle chiese sarde, patrimonio del clero, giovavano di rado ai regnicoli; perciocché le prelature e dignità maggiori erano conferite agli stranieri. Due gravi danni derivavano da tal cosa: l'emulazione negli studi ecclesiastici s'intiepidiva mancando il conforto di alte speranze; una parte cospicua della ricchezza nazionale passava fra le mani dei forastieri. Implorava adunque il parlamento che riserbate fossero ai soli Sardi le prelature, le abbazie, dignità, i benefizi e le pensioni ecclesiastiche; e che al tempo stesso si provvedesse alle materiali restaurazioni delle chiese cattedrali poco curate dai prelati spagnuoli, applicando i frutti delle chiese vacanti a quelle opere. Ambe le supplicazioni accolte furono benignamente da Filippo, il quale promise d'interporsi presso alla Santa Sede onde ottenere le provvisioni ragguardanti all'ultima richiesta; eccettuando solamente dalla prima dimanda la collazione delle prelature, nella quale non si acconsentì dal re a nissuna innovazione. Veniva poscia nel principio del seguente secolo la promessione solenne di Filippo recata ad effetto da Clemente VIII pontefice, il quale a richiesta degli stamenti del regno dichiarò allora con sua bolla: coltivarsi felicemente nell'isola gli studi ecclesiastici o nelle molte pubbliche scuole ivi aperte a tal uopo, o col mezzo dei frequenti viaggi che i Sardi intraprendevano in Italia ed in altri luoghi del continente per istruirsi; darsi di ciò l'esempio dalle più nobili famiglie, le quali destinavano sempre al servigio della Chiesa qualche loro figliuolo; nullameno tornare inutili sì buone disposizioni e spegnersi ogni ardore per lo studio, dappoiché i vescovi stranieri presentavano dei migliori benefizi o di ricche pensioni i loro nazionali; esser pertanto dovere di giustizia l'interporre l'autorità apostolica per colpire radicalmente tali abusi, condannando qualunque manifesta od occulta violazione dei diritti che i Sardi aveano alla privilegiata collazione di tutti i benefizi inferiori all'episcopato.

Al regno di Filippo II devesi anche l'importante ordinamento della principale podestà giudiziaria dell'isola. Fu questo principe che istituì in Cagliari il magistrato supremo, che chiamato fu al pari dei magistrati maggiori della Spagna col nome di Reale Udienza. E fu pur egli che alcuni anni dopo con novella prammatica ne dichiarò più ampiamente la composizione, la dignità, le incumbenze. Prammatica, la quale al pari delle altre che si pubblicarono poscia per compiere quello stabilimento, può meditarsi dagli uomini di stato come un atto della più profonda politica saviezza; tanto è l'accorgimento che in quella si manifesta per ciò che ragguarda alla parte conceduta al magistrato nella trattazione delle cose anche politiche di gran momento; tanta la cautela con cui si scorge governato l'esercizio degli ardui doveri della giudicatura; tanta l'umanità con cui si fa provvisione alle cause di coloro i quali se non sempre si chiariscono rei, sono per certo sempre infelici.

Nel frattempo erano state da don Álvaro di Madrigal convocate le nuove corti ed approvate dal sovrano le dimande rassegnategli. Ma nissun oggetto di conto si discusse in tal parlamento, se si eccettua qualche ordinamento indiritto a migliorare nell'isola la razza dei cavalli; la provvisione fatta per ridurre ad uniformità il calendario, che diverso era nelle due provincie dell'isola; e la proposizione presentata acciò le leggi municipali colle quali reggevansi dal tempo dei giudicati le città di Sassari, Iglesias e Bosa, fossero voltate per l'intelligenza comune dalla favella italiana nella lingua di Catalogna.

Morto alcuni anni dopo don Álvaro, e succedutogli dopo la breve presidenza di don Girolamo di Aragall, il nuovo viceré don Giovanni Coloma, congregò questo il parlamento; del quale tre sole memorie si ponno raccorre da uno storico: il divieto cioè del rappresentarsi nelle corti con altrui mandato un numero di voti maggiore di quattro; la tenuta periodica in ciascheduna settimana nelle città del regno di un mercato libero di derrate; e l'ottenuta dichiarazione del diritto spettante alla Reale Udienza di continuare i suoi uffizi e l'esercizio della suprema podestà in unione del governatore della provincia ogni qual volta per morte, o per assenza venisse a mancare nell'isola il viceré.

Ebbe quindi per due volte il comando generale del regno don Michele di Moncada; e gli toccò il dispiacere di veder serpeggiare nella città di Alghero una orribile pestilenza; della quale il dottore fisico Quinto Tiberio Angelerio, coraggioso oppugnatore di quel male, lasciò ampia memoria in un testo a penna assai pregievole per le dottrine contenutevi e per la vivacità dello stile, con cui in lingua latina descrisse gli orridi effetti di quel morbo, e le cure da lui adoperate ed i mezzi avuti di salvamento. Toccò pure allo stesso viceré l'incarico di congregare l'assemblea ordinaria delle corti; nella quale fra le altre dimande presentate al sovrano rimasero più meritevoli di esser notate: la richiesta fatta acciò si ordinasse in ciascuna città un pubblico archivio per riporvi le scritture dei notai defunti; la creazione nelle stesse città di un maestrato di carità e di umanità, chiamato con nome corrispondente al suo istituto, padre di orfani; e la maniera immaginata affinché nella mancanza di una pubblica università di studi per le scienze maggiori, potessero anche coloro ai quali era impedito per le domestiche circostanze il portarsi in altre regioni, giovarsi nella patria di qualche istruzione, mediante l'obbligo allora imposto a tutti i novelli dottori in legge di ritorno da oltremare di leggere e spiegare in ciascun anno a torno in pubblica scuola l'istituta di Giustiniano.

Non così meritò della Sardegna Filippo per aver approvato tali capitoli, come per avere in quel medesimo tempo dato mano ad uno stabilimento per cui se le cose pubbliche aveano proceduto sotto la sua signoria con maggior regola, procedettero anche in appresso con maggior sicurtà. Le vaste spiaggie dell'isola desolate in molti luoghi di abitatori erano di continuo minacciate dai pirati delle reggenze africane. Filippo avea già provveduto alla difesa dei punti i più importanti facendo fornire di artiglierie e munizioni le fortezze di Cagliari ed Alghero; nella qual opera avea impiegato gran parte degli emolumenti ritratti dal regno. Avea eziandio inviato gran numero di schioppetti, di lancie ed altri attrazzi militari ad uso comune, consumando a tal uopo sulle rendite degli altri suoi stati meglio di cinquecentomila ducati d'oro. Mancava il massimo dei ripari, cioè quello di circondar tutta l'isola di torri munite per la guerra, acciò resistendosi con maggior fidanza agli inimici, si avesse pure un mezzo maggiore di proteggere la navigazione e di agevolare la pesca; e quella specialmente dei tonni, la quale, conosciuta da parecchi anni in Sicilia, sperava Filippo di poter introdurre nei mari sardi, ove si avea contezza essersi più fiate veduto vagante quel pesce. Confidavasi nel principio il sovrano di poter dal continente spedire nell'isola il denaio necessario per recar ad effetto sì vasta impresa; ma trattenuto da varie difficoltà appigliossi infine all'espediente di ricercarne nell'isola stessa i mezzi. A qual uopo reputando acconcia l'imposizione di un dazio per l'uscita di alcune derrate, avea commesso a don Michele di Moncada di consigliare cogli stamenti intorno al modo di determinarlo. E fu allora che si devenne a mettere una gabella sul cacio, sulle lane e sovra i cuoi e coralli che si estraessero dall'isola; sembrando che per lo stato in cui si trovava il commercio di quei generi, potesse il dazio gittare un pro annuo di dodicimila ducati. Questa è l'esposizione fatta dallo stesso sovrano delle ragioni che lo mossero a soscrivere la prammatica a tal fine pubblicata; nella quale approvando tutti i capitoli che dal viceré erano stati trattati colle corti per assicurare in ogni minuta parte la regolarità e cautela di quel servizio, riserbò pure l'amministrazione delle rendite ad una deputazione composta di alcuni membri dei tre stamenti. Fruttò grandemente nei tempi posteriori questo insigne stabilimento; e gli amministratori succeduti ebbero il vanto di condurlo gradatamente al suo termine e di coronare, per così dire, di valide torri situate a brevi distanze tutto il nostro litorale; che teatro fu più volte di eroico coraggio nel fulminare i nemici e di svegliata attenzione nel guarentire l'isola dal contagio.

Partitosi dal regno don Michele di Moncada, venne il comando supremo commesso al marchese di Aytona. Le corti alle quali egli presiedette furono le estreme delle quali Filippo II soscrisse l'approvazione; dopoché avea già destinato a succedere al marchese ed inviato nell'isola il novello viceré conte d'Elda, don Antonio Coloma. Le petizioni di questo parlamento furono principalmente indiritte a prescrivere alcune maggiori cautele per l'esercizio della farmacia; ad estendere ai villaggi i più cospicui il benefizio del deposito delle scritture dei notai; ed a sottoporre ad un pubblico esperimento quei laureati che dalle università del continente venivano nell'isola per professarvi la giurisprudenza e la medicina. La qual cosa o si consideri come un novello giudizio tendente a porre in evidenza l'altrui perizia, o come un'occasione di rendere più frequenti le scientifiche disputazioni, non si può in quella condizione di tempi che commendare. E l'ultimo si può pur dire questo dei provvedimenti di Filippo per la Sardegna; perciocché dopo alquanti mesi egli discendeva nel sepolcro; se non compianto da coloro che trovando in lui la cupa ferocia di Tiberio, segnarono di odiosissima nota la sua memoria, lagrimato certamente dai Sardi; i quali non giovatisi della soverchia potenza di Carlo V, non risentitisi della menomata grandezza spagnuola sotto il di lui figlio, dovettero non colla gloria dell'uno, o con le tristizie dell'altro misurare i propri applausi; ma col vantaggio delle civili istituzioni. Nel qual rispetto il regno di Filippo II sopravanzò fra noi i regni di altri principi suoi predecessori che ebbero voce di generosi e di eroi.

Continuatosi il regno delle Spagne da Filippo III, grande fu l'impulso che le cose sarde ricevettero per un miglioramento progressivo di sorte. Ma questo impulso non tanto fu comunicato da chi reggeva i destini dell'isola che dalla nazione istessa; la quale nei primi anni del novello regno si seppe innalzare a tutta l'altezza della civile sapienza nel parlamento celebrato dal viceré conte d'Elda: parlamento che può esser citato come il più orrevole per la nazione sarda; tanta è la saviezza delle discussioni che illustrarono quell'assemblea. Io darò pertanto un cenno rapido delle più importanti; poiché la dignità della storia se si accomoda alla narrazione dei civili ordinamenti, ricusa i ragguagli troppo minuti e non comporta quelle relazioni che alla privata ragione appartengono, od al governo dei negozi minori dello stato.

Ignoravansi nel foro le consuetudini speciali di alcune città e gli Statuti che le reggevano dal tempo dei giudici; e si facea provvisione nel parlamento per la compilazione e stampa di tali scritture. Agitavasi da lunga pezza fra l'arcivescovo di Cagliari e quello di Pisa la malagevole quistione del primato ecclesiastico; e si ricorreva perciò al sovrano, acciò vedesse modo di por termine alla competenza. Esisteva nell'isola una commenda dell'ordine gerosolimitano applicata a benefizio della così detta lingua italiana, nella quale i gentiluomini della Sardegna non erano mai stati annoverati; richiedevano pertanto le corti che la lingua sarda fosse incorporata colla italiana, a qual uopo si doterebbero dal regno altre novelle commende. Ma questa dimanda avea in se stessa il germe della difficoltà; perché non potea aggradire alla politica castigliana che ad un sovrano straniero giovassero quelle rendite; onde rescrisse il sovrano volerle egli invece applicare alla creazione di alcune commende pei Sardi nell'ordine spagnuolo di Montesa. La qual cosa, perciocché non rispondeva alle viste del parlamento, cadeva poscia in dimenticanza. Abusi gravi eransi radicati nell'esercizio della farmacia e della chirurgia; ed il riparo fu pronto ed efficace. Malagevole tornava alle persone di contado il pagamento dei pubblici tributi in quei tempi dell'anno in cui l'agricoltore consuma il suo avere; e tosto si ridusse l'obbligo a quella stagione nella quale egli si rifà dei suoi dispendi. L'opera della restaurazione dei ponti e delle pubbliche vie abbisognava d'incoraggiamento e di straordinari sussidi; ed ebbe l'una cosa e l'altra. Traevano gli isolani dagli stranieri i drappi e le sete; e per iscuotere questa servitù ricercava il parlamento s'inviassero dalla Spagna artefici e macchine, onde stabilire nell'isola quelle manifatture. Alla qual richiesta corrispondeva specialmente il sovrano, concedendo ogni immunità per le cose che a quell'uopo doveano recarsi in Sardegna. Al tempo stesso le corti dimandavano che fosse obbligato qualunque possessore di vigneti od altri terreni chiusi pel pascolo del bestiame, di piantare nel recinto del podere il numero per lo meno di ventiquattro alberi di gelsi; e che i vassalli dimoranti nelle terre feraci di oleastri avessero l'obbligo d'innestarne dieci tronchi in ciascun anno ed il vantaggio di acquistarne con quel solo mezzo la proprietà; nel mentreché i signori dei feudi si sottometteano a stabilire in quei luoghi i mulini per l'olio. Mancava in quel tempo la forza armata nella capitale, e la custodia della pubblica sicurezza commettevasi ad alcune compagnie di popolani; richiedeva adunque il parlamento che i soli cittadini i quali per lo cognito loro interesse a pro della comune tranquillità meritavano la generale confidenza, venissero inscritti nel ruolo di quelle bande, che con linguaggio d'oggidì potriansi dire compagnie di guardia nazionale. Raddoppiavasi al tempo medesimo l'antico dazio applicato alla fabbrica delle torri. Si accordava a benefizio del commercio una franchigia temporaria di gabella, stabilendo che di ciascuna mercatanzia provegnente da oltremare, non escluse le più ricche, si dovesse tosto fare l'esposizione per tre giorni in pubblica vendita; affinché i compratori più diligenti avessero il vantaggio di acquistarle non ancora gravate dal dazio.

Tuttavia la maggiore e la più considerevole delle richieste fu quella della creazione in Cagliari di una università di studi. Esposero le corti i grandi vantaggi che risulterebbono ai Sardi se potessero trovare nella patria quell'istruzione che erano obbligati a ricercare nelle scuole maggiori della Spagna e dell'Italia. Avea già il parlamento contemporaneamente assegnato la somma necessaria per la fabbrica dell'edifizio; e perché maggiormente si chiarisse che quella nobile proposizione derivava da un partito preso comunemente e non vinto, ciascun membro del parlamento rinunciava per benefizio della nuova opera all'emolumento introdotto dalle antiche costumanze a favore dei concorrenti alle congreghe. Dimandavano adunque piacesse al sovrano stabilire e proteggere nella capitale la desiderata università; nella quale si potessero leggere le scienze superiori ed ottenere quelli onori accademici che nelle altre scuole dell'Europa erano in uso. Accolse il re con significazione speciale di gradimento questa supplicazione. E non tardò poscia a sorgere in Cagliari lo studio generale, del quale in altro luogo più acconciamente darò contezza; toccando anche dell'altro che correndo quelli stessi tempi fu con laudabile emulazione eretto nella città di Sassari.

Nel succeduto governo del conte del Real o mancò agli affari pubblici il movimento, o mancò la novità delle cose, la quale è sovente l'unico titolo per la rimembranza. Dell'altro del duca di Gandia restarono più notevoli le traccie, perché durante il di lui governo ebbe luogo l'invio nell'isola d'un personaggio di gran conto; il quale investito dell'autorità di visitatore e commessario generale del regno fu degno stromento delle cure del re a pro dei Sardi. Era questi il dottore Martino Carrillo, canonico di Saragozza, uomo dotato di quelle virtù che lo poteano render meritevole di quel sublime incarico. Passò egli in Sardegna, dove occupatosi senza indugio a rimettere in assetto le cose pubbliche, a chiamare a severo scrutinio gli amministratori delle entrate dello stato, a definire molte ragioni private, punto non venne meno nell'opera sua per la copia o difficoltà dei negozi; ma con rara sollecitudine, mentre provvedeva a tutte le bisogne per le quali era comandato o ricercato, scriveva anche la sua relazione del regno di Sardegna, che fu poscia pubblicata in Barcellona. Comprende questa le notizie compendiose delle antiche sorti dell'isola e la descrizione dello stato in cui trovavasi in quel tempo; e se le indagini del Carrillo in un rispetto provano la vasta sua istruzione, quelle indiritte a formare un quadro esatto e veritiero del regno fanno fede del suo senno e della sua attività in modo a giovare non solamente ai contemporanei, ma eziandio a noi che quel tempo chiamar dobbiamo antico. Molto perciò io mi varrò di questa di lui relazione allorquando più di proposito mi toccherà di considerare l'andamento generale delle cose pubbliche dell'isola. E per ora mi basterà l'aver commendato la scelta fatta da Filippo III d'un uomo, il quale possedeva in grado eminente quel consiglio perspicace per cui si giudica chiaramente delle cose; e quel consiglio pacato per cui, dissipato il prestigio delle orgogliose prevenzioni recate talvolta da uno ad altro paese, si giudica ancora più rettamente.

Toccò pure al duca di Gandia di intimare al tempo stesso il convento delle corti generali. In queste fu deliberato: ricercarsi per poter godere della facoltà del voto nello stamento militare l'età per lo meno d'anni venti; doversi privare del diritto d'intervento le persone non nate negli stati aragonesi; e di quello di rappresentare per mandato gli altri membri d'uno stamento chiunque non appartenesse allo stesso ordine. Furono pure obbligati in questo parlamento i signori dei diversi feudi a tenere ciascuno nelle proprie terre un armento di cavalle non inferiore a quindici capi. E si richiedeva che la quantità oramai abbondevole delle diverse leggi conosciute col nome di prammatiche si ordinasse e se ne pubblicasse il codice.

Toccò infine al duca di Gandia di prender parte in quello straordinario movimento che correndo quei tempi destò nella capitale dell'isola lo zelo dell'arcivescovo d'Esquivel nell'onorare i depositi allora rinvenuti nell'antica chiesa di S. Saturnino. Ma siccome di tal invenzione si diede già contezza in altro luogo; perciò non restami a notare del regno di Filippo III altro avvenimento salvo la nomina da lui fatta del novello viceré conte don Alfonso d'Erill; l'ordine dato nell'anno stesso della di lui morte per la convocazione di uno straordinario parlamento onde farsi provvisione a fortificare le due isole di S. Pietro e di S. Antioco, minacciate di qualche nemica incursione; ed il passaggio nel porto d'Alghero ed in quello di Cagliari del principe Filiberto Emanuele figliuolo terzogenito di Carlo Emanuele I, duca di Savoia. Questo principe animoso che esercitava allora la carica di grande ammiraglio della marina spagnuola, mareggiando rincontro ai litorali sardi, soffermavasi per qualche dì nel porto d'Alghero; interveniva ad una cacciagione che come spettacolo a lui gradito gli si offeriva dai primari cittadini della terra; accoglieva con amorevolezza i loro omaggi; facea accettare nel suo navilio le abbondevoli provvigioni di vittuaglie delle quali la città lo presentava; e salpava quindi alla volta della capitale lasciando dappertutto le memorie della sua amorevolezza. Né inopportuno comparirà certamente questo cenno del soggiorno d'uno dei reali di Savoia nei nostri mari, ora che debbo voltare la narrazione alle vicende sarde del secolo XVII durante il regno dei due monarchi Filippo IV e Carlo II; coi quali ed ebbe termine nelle Spagne la dominazione dei principi d'Austria, ed ebbe termine nella Sardegna la signoria spagnuola.

Il primo viceré che da Filippo IV fu destinato a rappresentarlo nell'isola fu don Giovanni Vivas; e l'atto il più notevole di autorità dello stesso sovrano in quei primi anni del suo regno fu l'approvazione dei capitoli presentati nel parlamento da quel viceré intimato. Imitandosi l'esempio delle precedute corti, si volle in queste estendere alle leggi stanziate nei parlamenti il benefizio della compilazione e pubblicazione già approvata per le altre leggi del regno; e dare un maggior impulso alle determinazioni prese altra volta per le manifatture da introdursi nell'isola, per l'innesto degli oleastri e per la coltivazione dei gelsi; implorando s'inviassero da Valenza e da Maiorca alcune persone pratiche per ammaestrar meglio i regnicoli nella seconda operazione; e da Barcellona e dalla riviera di Genova alcuni fabbricanti di drappi di lana, a vantaggio dei quali si proponevano vari favori. Deliberavasi pure che si creasse in ogni comune un censore agrario, cui appartenesse lo speciale incarico d'invigilare sovra ogni lavoro di agricoltura e di tenere depositata nei magazzini a tal uopo destinati la scelta semente che doveasi gittare in ciascun anno. Stabilimento questo, che mostra una sembianza di quei monti frumentarii della Sardegna, dei quali largamente per me si scriverà allorché l'ordine degli avvenimenti mi condurrà ai tempi migliori della sarda istoria. Si recava anche a compimento in queste corti il pensiero dichiarato in quelle del conte d'Elda, onde avesse la Sardegna il vantaggio della stazione fissa nei suoi mari di una armata di otto galee destinate a proteggere i litorali e la navigazione e ad ammaestrare i regnicoli nel servizio della marineria. A qual fine mentre riserbavansi ai nazionali i posti principali del navilio, eccettuato quello del maggior capitano, offerivansi le somme necessarie al mantenimento di quella forza. In questo parlamento infine si giugneva a toccare la meta di un desiderio che da lunga pezza andava ai Sardi per l'animo; cioè di conseguire che nel Consiglio Supremo dei regni di Aragona, col voto del quale governavansi le cose maggiori dello stato, avesse la Sardegna, fra i così detti reggenti delle altre corone che lo componevano, un reggente nativo dell'isola; il quale nutrito nella cognizione delle cose pubbliche della sua patria, fosse presso al trono l'interprete dei voti comuni; e presso al consiglio discoprisse il difetto delle opinioni errate di coloro che le cose discoste giudicano colla norma delle vicine. Accolse il sovrano per a tempo questa dimanda, la quale fu poscia nelle succedute corti del marchese di Baiona favorita con un privilegio perpetuo. E veniva destinato nel frattempo a quell'importante carica don Francesco Vico, personaggio di grande autorità e dotto nella scienza delle leggi: quello stesso che scrisse in lingua spagnuola la storia generale della Sardegna da me più volta notata colla severità che ricercava la grave mia professione. La qual cosa non iscema punto l'opinione che io porto dell'aver egli onorato la patria sua in altri rispetti; ché a pochi il ciel largo comparte il poter illustrare il proprio nome in diverse maniere.

In altro luogo caderà più in acconcio il portar compiuto giudizio dei lavori storici di questo nostro egregio magistrato. Questa parte della storia politica e civile della Sardegna sarà frattanto sede più degna di un'altra di lui scrittura scientifica di gran conto, per la quale specialmente il nome del Vico deve fra i Sardi esser in onore. Eragli stata commessa prima dal duca di Gandia, e poscia dal conte d'Erill l'importante opera che già vidimo essere stata deliberata nelle corti convocate dal primo di questi due viceré; quella cioè di ordinare in un solo corpo ed ammendare le varie prammatiche dei sovrani d'Aragona e di Castiglia. Soddisfece egli all'onorevole incarico con molta saviezza; e non paventando la mole delle indagini, la difficoltà del disporre distintamente le materie disparate e quella di serbare in ogni legge l'ottima parte, supplire la manchevole, correggere la difettosa, riescì con diligenza e con perspicacia a formare un codice di legislazione in cui li più importanti ordinamenti banditi per lo corso di vari secoli furono da lui o riformati, o spogliati delle formole cancelleresche e delle inutili ripetizioni, e collocati nell'ordine il più limpido e il più adatto alle cose. Codice questo, che anche oggidì costituisce una delle parti essenziali della nostra giurisprudenza; e che in quanto appartiene al governo politico del regno, all'amministrazione giudiziaria, alla custodia delle regalie del sovrano ed a vari altri oggetti di pubblico interesse meriterebbe di esser maggiormente conosciuto a quanti dello studio delle cose politiche si giovano; ché in tal maniera verrebbono a conoscere come sapesse addentro in tali materie la cancelleria spagnuola e con quale costanza e profondità di massime si reggessero i suoi consigli.

Illustrò don Francesco Vico questa sua opera con copiosi commenti; i quali sarebbero stati più apprezzabili pei forensi se un po' più si fosse egli trattenuto nel rischiarare il senso delle leggi, un po' meno nell'accumulare tante quistioni od aliene dal suo assunto, o soverchie. Ma di ciò accagionar si deve l'influenza contagiosa dei così detti trattanti o prammatici, e di quelli specialmente della Spagna coi quali il Vico misuravasi; e che non tanto amavano la gloria di comprovare le proprie opinioni, quanto quella di numerare in una lunga filza di nomi oscuri le altrui sentenze. Malgrado di ciò, in quei tratti nei quali il Vico intraprese a svolgere le consuetudini del regno, pregievolissimo è il di lui lavoro; è perciò si può dir con ragione che il di lui innalzamento, del quale ho fatto menzione, era dovuto non alle cariche che avea coperto nel magistrato supremo del regno, non al nome distinto che portava, ma al merito che lo distingueva.

Era stato appena imposto termine al parlamento convocato da don Giovanni Vivas, che una congrega straordinaria s'indisse per comandamento del re; il quale abbisognando per sopperire al dispendio della guerra di quei tempi di maggiori soccorsi dai suoi regni, anche alla Sardegna avea indiritto le sue richieste. Spedì egli a tal uopo don Luigi Blasco, consigliere nel Supremo di Aragona; e questi secondato dal novello viceré don Girolamo Pimentel, marchese di Baiona, riescì felicemente nel suo incarico, avendo ottenuto un donativo di scudi ottantamila per un quinquennio.

Tale donativo era poscia rinnovato per un decennio nelle succedute corti ordinarie. Furono queste presiedute dallo stesso marchese di Baiona, senza che siagli toccato di vederne l'approvazione; perciocché questa fu soscritta dal sovrano dopo che per la di lui morte eragli succeduto nel comando il marchese di Almonazir. Si ripeté dagli stamenti in questa assemblea l'istanza onde ottenere pei soli nazionali la collazione delle prelature. E si ripeté vanamente; perché dal sovrano si promise un decreto al quale fin d'allora si volle annessa anticipatamente l'autorità di una legge di parlamento. Ma siccome quel decreto non si maturò giammai pienamente, non intervenne perciò nelle antiche massime la mutazione bramata dai nazionali. Eguale privilegio si chiedeva contemporaneamente per le cariche giudiziarie e del regio patrimonio. E simile fu pure la sorte di questa dimanda; dacché una riserva, di cui non si prevedeva da una parte, non si sperava dall'altra il termine, impose silenzio alla petizione. S'imploravano nelle stesse corti novelli ordinamenti per la restaurazione dei ponti; e concedevasi dal sovrano sulla somma annua degli scudi cinquantamila offerta dagli stamenti pei bisogni dello stato, la metà intiera di tal donativo. Non essendosi ancora messa in opera la compilazione e pubblicazione degli atti delle corti, della quale sovra si è dato cenno, venivane in questo parlamento rinnovata l'istanza; ed accompagnato era al desiderio il provvedimento coll'incarico che di ciò si commetteva al giudice della Reale Udienza don Giovanni Dexart, cagliaritano, innalzato poscia dal re alla dignità di membro del Superior Consiglio napoletano.

Né più savia potea essere la scelta; poiché in questo insigne giurista concorreva e la scienza delle leggi, e la calma delle opinioni, e l'amore della fatica necessaria a svolgere le stampe ed i testi a penna nei quali riposavano i ricordi di tante corti. Commentò egli li primi tre libri dell'opera con glosse assai pregievoli, nelle quali prima di lui cura è sempre l'illustrare ed allargare, per dir così, in più chiara perifrasi la legge che imprende a spiegare. Metodo questo tanto più vantaggioso, in quanto che gli atti di quelle corti trovansi scritti in idioma catalano, famigliare alle persone colte del regno durante il governo dei reali di Aragona, andato poscia gradatamente in disuso quando le due corone di Aragona e di Castiglia si riunirono sul capo di Carlo V; dopo il cui regno, introdotta nell'isola la favella castigliana, viva serbossi l'altra solamente entro le mura d'Alghero. Meritano anche lode i commenti del Dexart poiché più parco egli mostrossi degli altri nel seminare d'interminabili quistioni le sue pagine e nel riempierle di stucchevoli citazioni. Sommo parmi infine il di lui consiglio allorquando fassi a trattare le ardue discussioni appartenenti allo statuto; imparziale allorché di quelle sentenze imprende a scrivere, nelle quali egli non si potea considerare scevro d'interesse; pacato quando degli interessi o delle gare municipali della patria sua Cagliari gli cade in acconcio di toccare. La laude è dovuta eziandio al Dexart di generoso cittadino; perciocché non essendo stata bastante per lo dispendio della pubblicazione la somma a tal uopo destinata nel parlamento, sopperì egli coi privati suoi mezzi a quanto era necessario per arricchire di sì importante opera la patria sua; la quale perciò lo deve annoverare con compiacenza fra i suoi maestrati più onorevoli, fra gli scrittori suoi più utili.

Mentre la Sardegna intenta alle sue civili bisogne tranquillava da lunga pezza, dimentica quasi delle guerre straniere, una novella e subitaria invasione di nemici conturbò per vari giorni l'isola intiera. Cagione ne fu la guerra asprissima accesasi per molti anni fra il re Cattolico ed il Cristianissimo; durante la quale il conte di Harcourt, capitano dell'armata franzese giunta allora dall'Oceano per soccorrere il duca di Parma, veggendo che fallavagli l'opportunità di osteggiare in Italia per aver gli Spagnuoli restituito a questo principe gli stati da essi occupati, avvisò che dovesse conferire alla di lui gloria se in altra guerresca fazione impiegasse con buona ventura le sue soldatesche. La relazione dello sbarco che egli intraprese allora nelle spiaggie di Oristano, dell'occupazione fatta di questa città e del pronto abbandono seguitone, fu registrata dagli scrittori franzesi negli annali del tempo. Essi attribuirono alla sola superiorità numerica delle soldatesche sarde, accorse a difendere la capitale d'Arborea, il prudente consiglio di ritirata abbracciato dal loro capitano; e sulla loro fede lo storico Gazano anch'egli ne parlò in tal maniera da lasciar dubbio se il valore degli isolani abbia contribuito al veloce termine d'una impresa che sapeva meglio di temerità che di eroismo. A me ora è dato il poter spargere maggior luce su questo avvenimento glorioso per le armi sarde, mercé delle memorie contemporanee serbatesene fino al presente ed ignorate da quello scrittore. Delle quali io userò, non abuserò; non essendo malagevole a chi con animo pacato confronta le narrazioni degli opposti scrittori il conoscere da qual punto ciascuno di essi sia trascorso all'esagerazione; ed in qual punto siasi o mostrato, o dissimulato quel vero, il quale malgrado degli artifizi storici trapela sovente o dalle reticenze che importano una sfavorevole confessione, o dalle ragioni non rispondenti ai fatti che importano una ragione diversa delle cose.

La lunga pace avea ammorzato ma non spento gli spiriti guerreschi della nazione. Perciò la notizia della comparsa di quaranta navi nemiche nel golfo di S. Marco e dell'approssimarsi del navilio alla costiera, giunse più improvvisa che terribile. Il viceré conte d'Almonazir non d'altre arme poteasi valere che di quelle bande nazionali conosciute col nome di milizie che sommavano in quel tempo a cinquemila fanti e quindicimila cavalli; poiché i re di Spagna non teneano allora nell'isola veruna milizia condotta a stipendio. Ma queste soldatesche sperperate in tutto il regno e quietanti nelle loro case, non così affrettatamente poteano esser raccolte. Onde se tutte risposero col repentino e rapido movimento al grido d'allarme elevatosi nella capitale, a poche delle più vicine fu dato il partecipare alla gloria dell'impresa. Comandava queste prime schiere partite da Cagliari don Diego d'Aragall, governatore della città, e capitaneggiavano sotto di lui Pietro Fortesa, Diego Masones ed altri prodi uffiziali; ai quali fu commesso di ordinare le milizie delle terre di Arborea, acciò avessero queste alla loro testa guerrieri abili nel fronteggiare il nemico.

Frattanto il conte di Harcourt bersagliava colle sue artiglierie la gran torre di quel golfo; e proteggendo lo sbarco delle truppe nel lido, facea sì che le poche scolte sorprese entro quella torre, veggendo impossibile la resistenza, l'abbandonassero in mano ai nemici. Gli abitanti di Oristano soprappresi anch'essi rifuggivano in altri luoghi più mediterranei; specialmente dopoché, violata dai Franzesi la promessa di sostare l'occupazione della città fino a quando giugnessero colà le risposte del viceré, spinsero il loro esercito inverso Oristano. Mentre perciò l'arcivescovo coadiutore don Pietro Vico, sullo zelo del quale era in quei primi momenti riposta la somma delle cose, riparava col grosso dei popolani alla villa di S. Giusta, il conte di Harcourt occupava senza contrasto la città; fiancheggiato anch'egli da un arcivescovo, cioè da Antonio di Borbone, arcivescovo di Bordeaux, il quale prese parte in tutta quella fazione.

Le prime ad accorrere a S. Giusta furono le compagnie del Masones; e giunservi in tempo che un drappello di Franzesi a vessillo spiegato avventuravasi a penetrare più addentro nell'isola. Abbaruffaronsi quelle due bande con grave danno degli stranieri. Ma ai Sardi caleva meno quel momentaneo pro, che il timore di vedere con eguale prontezza escire dalle mura d'Oristano un giusto esercito; poiché a sostenerne l'urto colle inferiori loro forze, essi ben conosceano esser in quel momento meglio disposti che abili. Vollero pertanto confidarsi di uno stratagemma, che intrattenendo l'avversario, desse tempo agli aiuti di Cagliari di sopravvenire. La chiesa maggiore di S. Giusta poggia sopra un'altura, e stando a ridosso di quella vasta pianura scorgesi da lunge. In quel luogo adunque con un artifizioso rivolgimento faceano i nostri passare e ripassare le poche loro cavallerie, acciò il nemico vedendole, avvisasse maggiore colà esser la forza di ciò ch'era in effetto. Né male riescì lo spaventacchio. Il conte di Harcourt invece di innoltrarsi, fece la chiamata a quei di S. Giusta acciò posassero le armi. E mentre fra i suoi capitani ed il segretario del vescovo, Andrea Capuxedo, si veniva a parlamento, arrivavano opportunamente don Ignazio Aymerich, don Francesco di Villapaderna ed il capitano Pietro Fortesa con i cavalli dei loro distretti. Per la qual cosa i Sardi non più peritosi poterono avanzarsi arditamente insino ad Oristano ed accerchiare quasi intieramente quelle mura; dalle quali tentarono invano i Franzesi di allontanarli, traendo a furia dei loro moschetti da quelle feritoie.

Videro poco stante i nostri fumare la torre della città; udirono scoppi violenti entro le mura, e rombazzo di tamburi, e tintinnar di campane: ed incerti dell'evento stavano sopra di sé, allorquando giunsero al campo alcuni popolani che davano loro avviso aver i Franzesi abbandonato la città dopo aver posto a sacco quanto era passato sotto le mani; ed indirizzarsi le loro schiere alla sfilata lungo lo stradone che conduce al Tirso, e per esso alla costiera. Accese questa notizia l'animo dei Sardi, e corsero tutte le schiere a impeto, affinché potesse venir fatto di frastornar il passo al nemico, e se possibil fosse, chiuderlo fra le loro bande e le altre che doveano ancora sopraggiugnere. Volati perciò per via diversa alla sponda del Tirso, guadarono quel fiume francheggiati dall'esempio dei capitani; fra i quali don Ignazio Aymerich essendogli escito di sotto il cavallo perveniva animosamente ad afferrare l'altra ripa mettendosi a nuoto. Le prime armi si mossero allora dalla schiera del capitano Fortesa e dalle bande dell'arcivescovo di Bordeaux; il quale in quel punto, raccomandata al conte di Harcourt ogni bisogna, riparava al suo vascello. Di questo primiero scontro degli antiguardi, non meno che degli altri della battaglia, diedero diverso conto l'annalista franzese ed il cronichista sardo. Dal primo si narrò essere stati sfolgorati i nostri mille cavalli dopo leggiera mischia; ed aver quindi i Franzesi inseguito meglio d'una giornata e mezza i Sardi, ripiegando solamente allorché si avvidero che giugnevano da varie parti novelle frotte di armati. Dal secondo minutamente si descrisse l'arrivo di nuovi rinforzi franzesi su per lo fiume; lo scaramucciare dei nostri con quei moschettieri; lo sperperarsi dei Sardi alle prime scariche delle bocche da fuoco; il raccozzamento loro, l'ardore con cui investirono i nemici, la precipitosa fuga infine di questi. Notò egli le due bocche da fuoco, li otto vessilli, li trentasei prigioni rimasti in potere dei nazionali; ed il bottino d'Oristano recuperato in gran parte; e gli undici paliscalmi trattenuti a forza nello sgombero dell'oste franzese, e fra questi quello comandato da un Carlo di Rossel; ed il numero dei moschetti e la quantità delle munizioni incontrate entro quei burchi. Circostanze sono queste, le quali sanno meglio di verità che quella dell'inseguirsi per una giornata e mezza le bande fuggitive per terre ignote; donde, al termine di sì lunga corsa, ben malagevole saria tornato agli invasori il dar indietro; selvaggi com'erano di quei luoghi e circondati assai dappresso dai drappelli crescenti dei nazionali. Vaglia dunque a palesare la soverchia condiscendenza dell'annalista straniero verso i suoi, la prontezza istessa della loro ritirata; e si dica pure che non senza grave strage dei nostri passarono quelle fazioni, purché non si neghi che quelli furono i perdenti contro ai quali con maggior evidenza parla il risultamento finale della mala pruova da essi fatta.

Si distinsero sopra gli altri in quella difesa oltre ai già nominati Aymerich, Masones, Villapaderna e Fortesa, don Paolo Vidal, che sotto gli ordini di don Diego d'Aragall comandava le squadre sarde, don Girolamo Pitzolo, don Gasparo Pira, don Gasparo Sanna, don Sisinnio Ponte e i fratelli Concas, cavalieri di Mara, i quali combatterono specialmente con valore contro ai soldati novellamente sopraggiunti. Resta che io dia cenno d'un'altra maniera di coraggio mostrata in quella occorrenza dall'arcivescovo Vico. Scrisse egli all'arcivescovo di Bordeaux dal suo ritiro di S. Giusta una gravissima epistola latina; ed in questa indirizzandosi non così al guerriero, come al prelato, con concitate espressioni lo avvisava: rammentasse esser quelle le truppe del re Cristianissimo; comandare ad esse al lato del generale un pastore della Chiesa; preservasse nell'incursione di una soldatesca composta in gran parte di Ugonotti la Chiesa di Cristo dalle contaminazioni; gli salvasse intatta la sua sposa. Pregavalo quindi per le viscere del Salvatore non permettesse che da una guerra ordinata si trascorresse al saccheggio ed alla militare licenza; e che sotto gli occhi d'un principe della Chiesa venissero manomessi barbaramente quei cittadini. Era in tal punto della sua lettera l'arcivescovo, allorché gli giungeva la notizia che le truppe franzesi aveano lasciato nella città le traccie maggiori del furore soldatesco; le chiese spogliate degli ornamenti e degli arredi; i segni entro ai luoghi sagri di ogni profanazione; nelle private magioni le vestigia del depredamento. Animava perciò maggiormente il suo stile l'afflitto prelato e conchiudeva la sua scrittura scongiurando altamente l'arcivescovo ponesse riparo a tanto scandolo; emendasse ciò che dissimulando forse non curò d'impedire; temperasse colla prudenza sacerdotale l'iracondia guerresca; facesse sì che le cose maltolte alla Chiesa venissero rimandate. Avrebbe potuto aggiungere: essere più fortunata che prevista l'opportunità d'incontrare alla testa dell'esercito nemico un vescovo. Ma se ciò apertamente non scrisse, tanto scrisse in quella sua lettera dei doveri vescovili, che non v'ha dubbio non abbia dovuto chi la lesse stentare a levarsi dell'animo quei taciti rimproveri della strana di lui partecipazione a quelle militari operazioni.

Il viceré d'Almonazir al primo annunzio dell'invasione, non contento alle provvisioni fatte nel luogo, avea spedito anche affrettatamente la nuova ai viceré di Napoli e di Sicilia ed al governatore di Milano, chiedendo loro soccorso. Quest'ultimo corrispose senza ritardo alla dimanda, inviando nell'isola il cavaliere gerosolimitano Sforza Melzi, luogotenente del gran mastro, con molti altri guerrieri. Ma quest'aiuto giunse ritardato. Se non che cessati punto non erano i sospetti di novelle incursioni dei Franzesi. Per la qual cosa il viceré principe di Melfi, succeduto al marchese di Almonazir, dovette più volte stare sopra di sé, onde premunire il regno da una seconda sorpresa. Mentreché egli stesso creato per la prima volta generale delle galee sarde (alla costruzione delle quali aveano solo allora posto mano i ministri regii dopo il parlamento di don Giovanni Vivas), procurava di render proficuo il novello stabilimento contro alle incursioni più costanti e più terribili dei Barbareschi.

Si risolvettero quelle cautele in vani timori, poiché nissuna flotta nemica inquietò allora i litorali sardi. Onde il duca di Avellano, novello viceré, poté quietamente convocare le corti ordinarie del regno. Il negozio più importante che in queste siasi trattato fu quello di francare il commercio del regno da un monipolio introdotto in quel tempo dai ministri regii; i quali consumando anticipatamente le entrate del tesoro, aveano già per molti anni venduto ad alcuni trafficanti il pro dell'estrazione delle biade; e con ciò assoggettato i proprietari a vendere loro malgrado a questi privilegiati compratori le derrate. In altro luogo caderà più a proposito il dichiarare come in questa non meno che in altre parti della amministrazione delle pubbliche rendite, si andasse dagli uffiziali regii per la peggiore. Qui basterà il notare ad onore del parlamento e della città di Cagliari, che questa sciolse il groppo offerendo per dieci anni il pagamento dei trentamila scudi che si credettero necessari per distrigare il fisco dai precipitati suoi obblighi. Degna di osservazione è pure negli atti di questo parlamento la dimanda della nomina di due deputati per ciascuno stamento, ai quali fosse commesso l'incarico d'invigilare sovra l'osservanza degli antichi capitoli delle corti e di chiamare in giudizio gli uffiziali che li avessero violati o posti in non cale. E molte altre cose degne di memoria si potrebbono ancora notare in tali atti, se alcune di esse non fossero state già ricercate nei preceduti parlamenti; e se le altre non ragguardassero più all'interesse particolare di alcuni luoghi che dell'isola intiera; per la qual cosa la disamina di tali scritture può meglio giovare ad alcune private, o municipali ragioni, che allo scrittore delle generali vicende dell'isola.

Se mancarono in tal tempo altre invasioni ordinate, non perciò i nemici si rimaneano dell'inquietare improvvisamente qualche terra litorale e del correre alla ventura a danneggiare i popolani. In questi stessi anni pertanto si serbò il ricordo d'avere la ciurma d'una nave franzese insolentito sì fattamente nelle spiaggie d'Alghero, che fu mestieri si tentasse dal prode governatore della città marchese di Villarios l'assalto del legno. La qual cosa riuscì felicemente; essendo egli coll'opera di quei cittadini venuto a capo di poterne far la preda; e ciò con tanta sua gloria, che il re volle tosto rimeritarnelo, privilegiandolo del dono di uno dei cannoni dei quali erasi in quella fazione impadronito.

Liberi furono da tentativi nemici meritevoli di speciale menzione i governi succeduti del duca di Montalto, del cardinale Teodoro, principe di Trivulzio, del marchese di Camporeale e del conte di Lemos. Del comando dei tre primi non restò traccia veruna notevole. Di quello del conte di Lemos si può dare più estesa contezza, perché cadde in quel tempo il periodico convento delle nostre corti; e perché durante il di lui governo un novello contagio pestilenziale (il quale fu l'estremo dei tanti che travagliarono in quei secoli l'isola) contristò le città d'Alghero e di Sassari, e quindi la capitale dell'isola. Costretto fu pertanto il viceré a passare in Sassari per dar compimento agli atti di quelle corti. Abbenché non senza opposizione dei Cagliaritani, i quali malgrado dell'imperiosa legge della necessità invalida dissero la congrega in quella città. Se le agitazioni del contagio non attutarono punto la rivalità delle due città, per assopire le quali fu necessario che si dichiarasse con una sentenza legittima l'assemblea, non poterono nemmeno quelle agitazioni far sì che nei negozi in tal occasione trattati fosse minore lo zelo degli stamenti. Questo si palesò specialmente in una dimanda, nella quale se non si può notare la novità, si dee far valere l'insistenza dimostrata dalle corti: voglio dire la richiesta fatta le tante volte perché ai soli nazionali fossero concedute le prelature ed abbazie del regno colle cariche civili e militari dello stato. Ed a questo grado d'insistenza si deve ascrivere il temperamento che dai ministri di Madrid s'introdusse allora nelle severe loro massime; e la cura manifestata di sincerare la nazione che la diversità delle opinioni riferivasi solamente al diritto, nel quale non era aggradita al re una maggior mutazione, e non già al fatto; poiché dicevasi notorio il conto tenuto tuttodì dei regnicoli nella collazione delle primarie dignità della Chiesa e del governo. Discendendo pertanto a stanziare partitamente le cose, il sovrano dopo aver notato che dei tre arcivescovadi dell'isola, due trovavansi allora occupati dai Sardi, determinava che nelle future nomine ai vescovadi ed alle abbazie si osservasse un'alternativa di elezione fra i nazionali e gli stranieri; che delle cariche civili, eccetto quelle del reggente e degli avvocati fiscali, la metà fosse sempre riserbata ai Sardi; che riserbate fossero loro del pari le cariche dei governatori di Cagliari e Sassari, e quelle del luogotenente generale e dei capitani delle galee; che infine in tutti gli altri uffizi nei quali il servizio regio esigeva la facoltà di una libera scelta, avessero i regnicoli se non la certezza di una privilegiata concessione, la fiducia di una graziosa preferenza.

Le ulteriori memorie del regno di Filippo IV non altro contengono che la destinazione alla carica di viceré del marchese di Castelrodrigo; l'erezione di una seconda classe di giudici nel supremo magistrato, cui fu commesso l'incarico di trattare delle cose criminali; e la scelta poscia fatta dei due nuovi viceré principe di Piombino e marchese di Camarassa. Egli moriva poi in quell'istesso anno in cui quest'ultimo dei suoi rappresentanti passava nell'isola con auspizi assai sinistri. Nel regno infatti di Carlo II, la catastrofe di questo viceré è un avvenimento tale, che il simile non trovasi punto nella sarda istoria.

Maria Anna d'Austria, reggente della monarchia pel giovanetto suo figliuolo, trovandosi inviluppata in una difficile guerra col Cristianissimo, avea per mezzo del marchese di Camarassa ricercato anche nell'isola straordinari aiuti di denaio. Il sussidio maggiore a tal uopo richiesto non parve alle corti allora congregatesi si potesse conciliare con le angustie del regno. Non pertanto molti degli ottimati credettero che anche offerendosi il donativo di scudi settantamila dato nei preceduti due parlamenti, le circostanze difficili nelle quali trovavasi allora la regina fossero un'occasione accettevole per ottenere in compenso alcuni di quei favori dei quali erasi nelle altre assemblee implorata invano la concessione; e fra i quali uno dei principali si era la privilegiata concessione delle prelature e cariche dello stato, sì spesso con sinistra o dubbia sorte dimandata. Soprastava agli altri nell'ardenza di quella opinione il marchese di Laconi don Agostino di Castelvì, personaggio dei più cospicui del regno e riputato uomo di gravi sensi e di svegliato carattere. Quantunque perciò gli animi fossero divisi in quel rispetto e molti si accostassero al marchese di Villasor, difensore delle dimande della Corona, pure i seguaci del marchese di Laconi prevalevano; e posto il partito, si vinceva che le dimande tanto ambite si presentassero non nella forma solita con cui nei preceduti parlamenti erano state rassegnate al re le petizioni, ma quali condizioni annesse all'offerta del donativo. Veniva pure eletto dalle corti per sindaco incaricato di presentare alla regina tali domande lo stesso marchese di Laconi, indirizzatore principale di quei consigli.

La presenza di questo messaggio in Madrid non produsse verun cambiamento nelle risoluzioni dei ministri spagnuoli; perché la dignità della Corona non comportava che alterandosi la forma dello statuto sottentrasse alle antiche supplicazioni una dimanda condizionata. Perciò il marchese, cui consentiva don Giorgio di Castelvì, suo congiunto, reggente del Supremo Consiglio di Aragona, con calde lettere incitava i suoi od a persistere nei primi divisamenti, od a temporeggiarsi almeno fino a quando, peggiorate le condizioni della guerra, si ammortisse la costanza dei ministri. Gli spiriti poscia si rinfocolarono maggiormente quando il marchese di ritorno dalla sua infruttuosa ambasciata intervenne di nuovo alle corti. Onde il viceré, dopo aver tentato invano i mezzi di autorità per conseguire dal parlamento che nella profferta già da lunga pezza accordata fra i tre stamenti non si variassero le prische maniere; riconoscendo ad un tempo che nelle quistioni ogni dì attraversatesi alla conclusione delle novelle trattative troppo manifesto appariva l'intento di render migliore la condizione delle pretensioni dilungando l'offerta del tributo, scioglieva il parlamento. E ricercato poscia di qualche maggiore spiegazione dagli stamenti, i quali altamente con lui si dolevano di quell'atto, rispondeva esser cessata fra il viceré ed il parlamento ogni corrispondenza, poiché il parlamento era sciolto. Ma non cessava con ciò l'animosità delle parti; giacché o si credesse da molti quel provvedimento inopportuno, o non necessario od almeno precipitato, ne derivò che il viceré ebbe voce d'uomo testereccio e rotto ad immature risoluzioni; il marchese pel contrario ne salì in maggior rinomanza di zelante cittadino e di uomo non pieghevole.

Mentre egli confortavasi di quell'aura popolare, mancavagli il primiero dei conforti, la domestica felicità. La moglie sua donna Francesca Satrillas, marchesa di Sietefuentes, era di quella tempera di cuore cui ratto s'apprende l'affetto benché illegittimo. Accesosi di lei un gentiluomo cagliaritano, don Silvestro Aymerich dei conti di Villamar, tanto era trascorso l'uno, tanto erasi l'altra abbandonata, durante specialmente l'assenza del marchese, che oramai pareva si avesse la di lui moglie levato dell'animo ogni rispetto maritale. Quando più caldo procedeva l'innamoramento, il marchese era improvvisamente spento per la mano di alcuni scherani. Davansi tosto due voci. Coloro che riferivano ai negozi pubblici ogni cosa tirandola al peggio, subodoravano le maggiori trame: avere il viceré per levarsi dagli occhi un tanto ostacolo ai suoi disegni tolto di vita il marchese; non essere straniera di quell'assassinio la marchesa di Camarassa, la quale per private cagioni avea qualche ruggine nell'animo contro all'ucciso; avergli nociuto l'ardente suo zelo, lo zelo sanguinario del nimico. Gli altri che sapevano, le prime fila le quali regolano il movimento apparente degli uomini e delle cose pubbliche, agitarsi il più delle volte in luogo privato ed oscuro, giudicavano diversamente: quei sicari essere stati prezzolati dallo drudo; non l'animoso oratore dello stamento militare essere stato da essi colpito, ma il marito infelice.

Qualunque sia stata la verità di queste opposte asserzioni, i fatti mostrano che la credenza della reità del viceré s'infisse talmente nell'animo di alcuni dei più caldi partigiani del marchese, che le più terribili vicende dovettero conseguirne. Vennero in quella persuasione personaggi di conto: don Antonio Brondo, marchese di Villacidro, don Francesco Cao, don Francesco Portoghese, don Gavino Crixoni. Tuttavia fra questi nissuno fu meritevole di esser lagrimato al pari del marchese di Cea, don Iacopo Artaldo di Castelvì. Questo rispettato personaggio, già molto innanzi cogli anni; incanutito nel servire il sovrano meglio di otto lustri nella carica eminente di procuratore reale; decorato di onori militari negli stati di Fiandra pel suo valore e devozione al sovrano; ricco della pubblica estimazione, obbliando ad un tratto se stesso, lasciossi innescare dagli aggiramenti della vedova marchesa, sua nipote. Alla quale od innocente o rea giovava sempre che l'imputazione di quel misfatto rimbalzasse in danno di un uomo, se non esecrato come uccisore del marito, odioso certamente come nimico di amendue. Quel venerevole vecchio pertanto fu trascinato anch'egli ad intingere nella congiura che con cauto artifizio e fuori del dicevole a femmina, ordiva allora quella dama. Indettavasi fra i congiurati che alcuni sicari disposti nella casa di Antioco Brondo stessero avvisatamente in posta, affinché abbattendosi il viceré in quel luogo non discosto dalla reggia, potessero con sicurezza ferirlo a breve gittata. E così fu. Il viceré senza apporsi del pericolo attraversava dopo alquanti giorni la strada colla sua consorte e coi figliuoli, allorquando, giunta la di lui carrozza al sito dove era aguatato, udissi improvvisamente lo scoppio di molti archibusi e videsi egli cadere colpito da diciannove scaglie. Invano i di lui seguaci tentarono di far vendetta del misfatto. Col delitto erasi anche premeditato il modo di consumarlo con salvezza. Onde sperperato dai congiurati il piccol drappello che seguiva il viceré, riparava il marchese di Cea a luogo sicuro; e si appuntava fra gli altri che restassero eglino accanto alla marchesa per schermirla da qualunque insulto; frattantoché giugnevano alcune bande di spavaldi chiamati dai suoi feudi per guardarla.

Tentavansi allora dai congiurati quei maggiori delitti ai quali una primiera scelleraggine disserra la via. Si promuoveano da un canto le querele giudiziarie contro alla consorte del viceré per l'uccisione del marchese di Laconi. Si conspirava d'altra parte apertamente acciò il popolo si levasse a rumore ed il maleficio di pochi restasse involto in una sedizione generale. Ma il popolo se avea compianto il marchese di Laconi, avea anche veduto con orrore un misfatto novello nell'isola; e maledetto perciò anche da quelli che lo reputavano una vendetta. Ed il magistrato della Reale Udienza, il quale in quel frangente avea assunto il maggior impero, non avea obbliato che la sua autorità esercitavasi a nome del sovrano. Primo pensiero del magistrato fu quello di dare contezza celere dell'occorso alla regina ed ai viceré di Napoli e di Sicilia; e di salvare la marchesa di Camarassa da qualunque ingiuria facendo provvisione al pronto di lei imbarco. Occupavasi quindi di stare a riguardo contro ai turbamenti maggiori ed accettava la profferta che faceagli il principe di Plombin, generale delle galee, di munire il castello colle sue soldatesche. Abbenché abbia dovuto poscia desistere da tal cautela per le vigorose rimostranze dello stamento militare, il quale mal sopportava che ad uno straniero fosse commessa la sollecitudine della pubblica sicurtà. Questa infatti non fu molto conturbata; poiché sebbene molte bande di partigiani proteggessero manifestamente l'asilo cui erano rifuggiti i congiurati, i sospetti dell'avvenire penetravano già negli animi di tutti, e dei congiurati istessi; tra i quali il più grave d'anni e di consiglio, il marchese di Cea, mentre alcuni nell'ebbrezza del misfatto confidavansi dell'impunità col pensiero di novelli eccessi, non rimaneasi del raffrenare quell'impeto con far suonare ai loro orecchi la terribile parola dell'imminente vendetta sovrana. Le cose perciò si governarono siffattamente anche dopo l'arrivo e presidenza del governatore, che quantunque non venisse fatto a veruno di molestare quei potenti congiurati, anzi si fosse più facilmente aperta ad essi la via di provocare contro alla marchesa di Camarassa le criminali inquisizioni già incominciate (valendosi eglino a tal uopo della deferenza del presidente e della debolezza di molti membri del magistrato che loro assentivano o con soverchia passione, od almeno con soverchia imprudenza); pure non fu dato agli uccisori del viceré di poter sperare una lunga quiete. E prevedendo essi che le cose anderebbero in peggiore stato, tostoché giugnesse in Ispagna l'annunzio della seguita catastrofe, calavano a pensamenti più riguardosi ed allontanavansi dalla capitale riparando alle loro terre.

In effetto appena arrivò in Madrid la notizia della cosa, la regina nominava viceré di Sardegna colla più ampia podestà il duca di S. Germano, uomo di quella tempera rigida, non sempre inutile nei regni quieti, utilissima nei turbati. Presentavasi egli in Cagliari con piglio severo, seguito da una forte mano di soldatesche spagnuole; le quali da lunga pezza non erano più passate nell'isola, difesa solamente in quei tempi, come altrove notai, dalle milizie nazionali. Tutto subitamente si riordinava. Conducevasi al suo compimento la causa dell'assassinio, la quale era andata per lo avanti molto a rilento; ed i rei tutti venivano condannati nel capo e nell'avere. Grandi allettamenti si promettevano al tempo stesso a coloro che si profferissero di dar nelle mani gli autori principali del misfatto; ed erano creati tre commissari che doveano specialmente trovar modo di ottenere quell'arresto. I delinquenti pertanto avvisando che l'unica via di francarsi dall'imminente rovina era quella di una pronta fuga, cansavansi dall'isola ed approdavano per diverse vie in Nizza; lasciando solamente nel regno il marchese di Villacidro, il quale poco stante ebbe a morire; ed il marchese di Cea, il quale abbattuto nello spirito per le forti presunzioni acquistate nel frattempo sulla probabile reità della marchesa, già passata contro al di lui volere a novelle nozze con don Silvestro Aymerich; costretto d'altra parte a risparmiare le sue forze per l'età avanzata, volle per qualche tempo scambiare i pericoli del mareggiare con quelli di una vita più rischievole durata da lui in patria per molti mesi, onde evitare i molti satelliti che aliavano di continuo intorno a lui per sorprenderlo. S'indusse alla fine a salpare allorché vide le cose sue ridotte in angustissimo luogo. E congiungevasi agli altri suoi compagni in Nizza; dove trovava che i fuggiaschi ben lungi dallo spogliar la speme di rivedere la patria, mostravansi più avveleniti che mai, e andavano rivolgendo per l'animo come rientrare nell'isola con vantaggio, riappiccandovi i conflitti coll'ausilio dei partigiani. Risolutisi perciò al tentar novelli cimenti, volendo più dappresso conoscere come accennassero le cose, spedivano alla volta dell'isola don Francesco Cao, acciò consuonasse cogli altri loro amici nell'ordinare una novella conspirazione. Se non che la fortuna della navigazione non permise a costui di toccare allora i lidi sardi; costretto a por piede altrove ed a passare quindi in Roma.

Colà nel momento appunto delle mal concette lusinghe cominciò la sorte dei congiurati a dare l'ultimo crollo. Uno dei tre commissari, don Iacopo Alivesi, uomo di trista natura, ambidestro e dotato di quella cupa dissimulazione ch'è la larva necessaria di ogni tradimento, ebbe lingua del viaggio e dei disegni del Cao. Ed avvisando tosto di trarne pro, come gli venne in pensiero così fece. Volò egli in Roma ed ivi accostatosi al fuggiasco colla sembianza d'uomo tenero della di lui causa ed infiammato al par di lui alla vendetta, seppe così destramente adoperare con esso lui le parole melliflue del blandimento e le parole stimolatrici della provocazione, che, acquistata la maggior entratura nella confidenza del Cao, venne a poterlo indurre a veleggiare seco lui in Corsica, donde potriano meglio indirizzare gli amici dell'isola, o se le cose diversamente ricercassero, trattare come pacieri le condizioni del perdono.

Diedero poscia in quella stessa ragna gli altri complici. Nocque loro l'illusione del compagno, che scriveva esser le cose in tal punto mercé dell'opera amica dell'Alivesi, che oramai la presenza loro nella Sardegna era più profittevole che rischiosa; abbandonassero il luogo dell'esiglio; esser aspettati nella terra natia; il termine appressarsi delle disavventure. Ed il termine invero appressavasi. Abbandonata nella città di Nizza la sola marchesa, giungevano in Corsica il marchese di Cea e don Silvestro Aymerich, mentre che vi arrivava d'altra parte don Francesco Portoghese; e quivi dopo molti parlari, mentre l'occulto loro nemico manteneva chiusamente in Sardegna le intelligenze perché riescisse a buon fine la trama da lui macchinata, non sospettando eglino di che sapessero quei movimenti, di lui soprattutto si confidavano. Facendo adunque veduta di curare i loro interessi, tanto innanzi spinse il commissario i suoi fingimenti, che alla fine poté muoverli a portarsi sopra un'isoletta chiamata Rossa, che fronteggia il litorale di Castelsardo. Toccata quivi la terra patria cadde la larva sì lunga pezza portata. Erano appena i condannati dopo il desco amichevole passati a prender riposo, che quel luogo diserto suonò repentinamente d'armi e d'armati. L'Aymerich, il Cao, il Portoghese cadevano estinti nel primo abbaruffarsi. Il marchese di Cea, personaggio del quale più caleva l'arresto, veniva afferrato gagliardamente dallo stesso commissario e riserbato al di lui trionfo ed al supplizio. Conducevasi quindi per tutta l'isola quell'incauto vegliardo preceduto dall'apparato il più ferale; e giunto nella capitale, e sentenziato nuovamente come reo di maestà, perdeva il capo sopra un palco. Mostrando nella rassegnazione dell'animo e nella dignità serena del volto, esser egli stato uomo tale, che né avrebbe meritato di esser spinto al delitto con un inganno, né di esser condotto al supplizio con un tradimento.

Nondimeno questo tradimento fruttò al commissario Alivesi la concessione gratuita di alcuni feudi. E qui lo storico imparziale non dee tenersi di biasimare in tal proposito la condotta del viceré; poiché se la condizione delle cose umane ricerca che anche dei servigi ignobili e vili si debba trar pro; se la giustizia del governo esige che a tali servigi si adatti un premio, la dignità morale del governo non permette che al premio si aggiunga l'onore. E l'illustrare un traditore colle onorificenze accordate in addietro al valore militare ed alla distinzione delle virtù cittadine, non è altro che un capovolgere quel grande principio di politica saviezza pel quale allora solamente muovono dall'onore le grandi imprese, quando l'onore è incontaminato.

Il duca di S. Germano non lasciò del suo governo altra notevole memoria che la vendicata uccisione del suo predecessore. Più scarse sono le notizie che ci rimangono del succeduto governo del marchese de los Veles. Continuato quindi il comando dal conte di S. Stefano, marchese de las Navas maggiore gli si presentò l'opportunità di segnare alla posterità il tempo del suo reggimento per la congrega da lui intimata delle corti periodiche del regno. Proseguì in queste corti la politica castigliana a flettere la rigidezza delle antiche massime intorno alla collazione delle prelature; e per a tempo si concedeva il desiderato privilegio ai nazionali, eccettuati li tre arcivescovadi ed il vescovado d'Alghero. Si incoraggiava il servizio dei Sardi nella marineria, mercé dell'ottenuta promessione di una considerazione più estesa a loro pro nella concessione dei posti delle galee. La stessa ragione per cui agognavano i Sardi una speciale distinzione nel servizio del navilio, facea sì che fosse incomportevole per essi il prolungato soggiorno dei soldati spagnuoli; i quali dopo la morte del marchese di Camarassa avendo fermato il piede nell'isola, ben lungi dall'inspirare ai popolani sicurtà e confidenza, erano cagione di maggiori turbazioni ed aveano grido di arrappatori e di sfrenati. Ma il decreto del sovrano non satisfaceva alla richiesta fatta dell'allontanamento di tali bande; ed allegavansi i timori delle novelle invasioni per lasciare la forza militare dell'isola nello stato in cui trovavasi. Si deputarono eziandio in questo parlamento alcuni uffiziali incaricati di raccorre nell'isola spontanee largizioni per la liberazione degli schiavi tratto tratto predati dai Barbareschi. Si ricercava che agli ecclesiastici si facessero assegnamenti di terreni per sopperire al loro sostentamento. E molte altre cose si stanziavano parimenti, le quali erano indiritte ad evitare alcuni incagli ed inconvenienti nel corso delle inquisizioni criminali.

Il nuovo decennio corso fra l'un parlamento e l'altro fu egualmente un intervallo di quiete. La qual cosa se poco giova a chi raccoglie le memorie del tempo, giovò forse a coloro i quali meno doveano amare la celebrità mercata il più delle volte colle disavventure, che la tranquillità senza fama. Privi restarono perciò di storico interesse i governi del marchese di Osera, del conte d'Egmont e del conte di Fuensalida. Se non che governando quest'ultimo, una novella prammatica si approvava da Carlo II, la quale in ogni rispetto di amministrazione di giustizia, di raffrenamento dei misfatti, d'incoraggiamento del commercio, di protezione segnalata per l'agricoltura e di agevolamento della pubblica istruzione, conteneva provvedimenti tali, che li migliori non furono mai deliberati dal governo spagnuolo. Ma non sempre all'eccellenza delle leggi rispondeva lo zelo dei ministri incaricati di eseguirle; e breve era oramai il periodo di tempo assegnato dal destino al termine della signoria spagnuola in Sardegna, perché le leggi anche ottime avessero tempo a fruttare.

Continuando pertanto nello scadere di quel termine la stessa sterilità di storiche venture, nissun'altra cosa memorabile presentasi a considerare nel governo del succeduto viceré duca di Monteleone, fuorché la convocazione in quello rinnovata del parlamento nazionale. Il ricordo più importante di tal assemblea restò nella nomina provocatavi di un novello reggente, chiamato con titolo spagnuolo reggente di cappa e spada; il quale scelto sempre fra i più chiari gentiluomini regnicoli sedesse nel consiglio supremo di Aragona; ed unito all'altro reggente detto di toga, della cui opera molto erasi fin allora giovato il regno, fosse in grado di far valere la propria esperienza nel maneggio delle cose dello stato, non solamente presso a coloro che apprezzavano un savio consiglio, ma eziandio presso agli altri che osservavano un nome illustre. La qual cosa essendo favorevolmente accolta dal sovrano, appena furono dalle corti preparati i mezzi di sopperire al dispendio della novella carica, era elevato a quella dignità il marchese di Laconi.

Governava poscia l'isola per un sesennio il conte di Altamira. Succedevagli quindi il conte di Montelliano, e congregavasi sotto il di lui governo l'ultimo parlamento decennale della nazione; del quale non altro provvedimento di pubblico interesse si può rammentare salvo la nomina fatta di alcuni commissari, acciò un migliore scompartimento si ordinasse, sia fra i tre stamenti, sia fra i membri di essi del donativo allora offerto di scudi sessantamila annui. Somma questa che servì anche di norma ordinaria ai tributi ricercati dai succeduti governi.

Vedea questo viceré spuntare l'anno primo di quel secolo decimottavo di cui niun altro fu più grave di avvenimenti, e nel quale i fati sardi erano già per ricevere una fausta e ben augurata mutazione. Carlo II negli estremi giorni di sua vita innalzava al comando dell'isola don Fernando di Moncada, duca di S. Giovanni. E questo insigne personaggio non tardava a rispondere alla fiducia del sovrano; poiché erano appena decorsi alcuni mesi della sua pretura, che un ordinamento di somma importanza da lui si pubblicava, col titolo di bando generale, nel quale si prescrivevano minutamente le norme per la facile e breve spedizione delle cause civili e criminali; si stabilivano nuove leggi per la retta amministrazione della giustizia; si promovea con saggi provvedimenti il benefizio dell'agricoltura; si vietava l'uso delle armi nocive; gli obblighi ed i favori chiaramente si spiegavano che ragguardavano all'importante servigio delle milizie del paese. Regolamento questo restato in pieno vigore fino al dì d'oggi, perché le cose contenutevi hanno non solamente il pregio di quella saviezza più facile che deriva dalle generali massime della scienza politica; ma il merito ancora di quella prudenza più difficile che palesasi in una accomodata applicazione dei principii ai bisogni.

Quell'egregio viceré, di cui forse niun altro fra quanti lo precedettero merita di essere commendato del pari, trovò fra gli altri disordini nei quali il regno era involto, talmente impigliata l'amministrazione del fisco, che le rendite principali dello stato consumate già anticipatamente, trovavansi impegnate per alcuni anni; ed il tesoro gravato di censi superiori alle entrate avea già tralasciato da lunga pezza di soddisfare ai creditori. Ma nissuna cosa sbigottì quel saggio ed avveduto uomo di stato. La felicità dell'annona la quale permettea talvolta in quei tempi una estrazione di poco inferiore per le sole biade alla quantità di un milione di moggia, venne in suo soccorso; e fé sì ch'egli poté disporre in ciascun anno del suo governo pel solo titolo delle copiose estrazioni di una somma mezzana fra li dugento e trecentomila scudi. Onde provvido amministratore seppe nei soli tre anni del suo reggimento redimere gli antichi censi, ristabilire il credito fiscale e lasciare al suo malavveduto ed inetto successore un deposito del valsente di settantamila scudi; non mai meglio ragunato, non mai peggio trasmesso.

Non molti mesi erano passati dopo il fortunato innalzamento del duca di S. Giovanni al governo della Sardegna, che spegnevasi la vita di Carlo II; e spenta con lui la dominazione dei principi d'Austria nelle Spagne, riforbivansi di nuovo le armi di Europa, e nasceva quella guerra che fu chiamata di successione. Guerra nella quale, conquassatesi le sorti di molte nazioni, restò lunga pezza dubbio da qual lato fosse il miglior dritto, da qual lato la maggior ventura della armi. La Sardegna ebbe in quei turbamenti parte grandissima. Ma prima che io mi faccia a rammentare le vicende nostre di tal tempo ed il seguito cambiamento di signoria, è opportuno che seguendo la norma colla quale finora mi governai, anche delle condizioni della dominazione aragonese e castigliana imprenda appostatamente a ragionare. Già nello scrivere questi libri furono indicati da me i principali ordinamenti che alle bisogne civili appartenevano. Ciò nonostante siccome alcune cose meritevoli di nota non ebbero sede opportuna fra le vicende politiche, ed altre per difetto di confronto o di considerazione non ebbero sede degna; gioverà che con uno sguardo rapido e continuato si trascorra di nuovo pei passati secoli; e con libera commendazione, con libera censura si porti giudizio delle cose maggiori. Ché in ciò consiste precipuamente il frutto delle storiche lezioni; e la notizia delle civili discipline tanto soprasta nell'utilità a quelle nude filze di fatti illustri, che talvolta compongono la narrazione dei tempi andati, quanto l'interesse di tutti è maggiore della gloria di pochi. Questo discorso dovendomi condurre a toccare anche delle cose scientifiche e letterarie dell'isola mi aprirà la via a ricordare il nome di alcuni nazionali, che se non ebbero, meritarono laude di dotti e d'ingegnosi. In tal maniera concludendo le memorie del più lungo reggimento che dopo il romano siasi radicato nella Sardegna, forse mi verrà fatto di poter affermare che allorquando non nocque al giudizio la pochezza dell'ingegno, la mia opinione sulle cose venne sopra ai rispetti delle persone; l'opinione mia sugli uomini venne sopra al timore che deriva dalla mancanza di celebrità.

 

 

LIBRO UNDICESIMO

 

Nella disamina delle diverse maniere di civile reggimento soprasta alle altre considerazioni quella dei mezzi adoperati acciò la suprema autorità possa mostrare nei suoi divisamenti la giustizia, negli atti suoi la forza dell'impero. Dell'una e dell'altra virtù abbisognano maggiormente quei governi che posti a larga distanza dalla nazione suggetta, sopperir debbono coll'efficacia alla prontezza dei comandamenti; e con più estese indagini ricercare quella verità la quale se vedesi le tante volte travisata, odesi più di frequente alterata. Ad ambi questi bisogni di chi comanda e di chi obbedisce satisfecero in Sardegna i re aragonesi e castigliani colla saviezza delle leggi ragguardanti all'esercizio della loro signoria. Né qui io intendo favellare della parte ch'essi vollero concedere ai notabili della nazione nel discutere o rappresentare alcuni degli interessi maggiori dello stato; ché di tale provvedimento e dei frutti che partorì già altre volte toccai nel dar cenno del periodico convento delle nostre corti. Il mio scopo in questo luogo è solamente di manifestare che mercé degli ordinamenti stanziati pel governo della Sardegna, i reggitori dell'isola nelle cui mani doveasi risolvere il potere sovrano, se ebbero in se stessi tutta la forza necessaria al comando, furono anche sottoposti a quelle saggie cautele senza le quali le persone investite di una podestà delegata, trasandando i propri confini, si videro più volte disposte meglio a far obbliare che a far rispettare la suprema autorità da esse rappresentata. Laonde se gli atti di quei luogotenenti del regno non in ogni tempo fortunarono la nazione, ciò si deve attribuire meno al difetto delle leggi che al vizio delle persone; poiché torna più agevole il conoscere che praticare il giusto; e non sempre risponde al senno degli uomini di stato l'energia o la virtù.

Il viceré o luogotenente generale era destinato a rappresentare ai sudditi lontani la persona del sovrano. Come questo adunque egli dovea ragunare in se stesso tutte le maniere di giurisdizione e tener sotto la mano tutte le cariche dello stato. Mentre perciò gli si commise l'impero delle milizie e genti da guerra, gli si sottopose eziandio coll'amministrazione politica ed economica del regno quella che di tutte è la più sublime, l'amministrazione giudiziaria; facendosi dipendere dalla di lui autorità le facoltà concedute al supremo magistrato dell'isola, del quale il viceré fu dichiarato il capo. In tal modo siccome nei di lui atti il nome veneravasi del sovrano, così in ogni atto dei maestrati la podestà si riconobbe del viceré.

Il solo procuratore reale (ché così allora chiamavasi quello che reggeva l'amministrazione e il foro delle cose fiscali) fu per molto tempo considerato dai sovrani come assoluto disponitore delle bisogne da lui governate; e vietato fu più volte ai viceré di turbare l'andamento delle di lui operazioni, o d'intromettersi nella definizione dei litigi che agitati in quel tribunale privilegiato, non ad altra podestà poteano essere sottoposti che a quella immediata del sovrano. La qual cosa nella distanza del trono importava il silenzio della maggior parte delle persone mal soddisfatte di quei giudizi. Solo nel regno di Filippo II, in quel regno che con sì diverse sembianze mostrasi nella storia di Sardegna e nella storia dell'Europa, si pose riparo a quella mostruosa eccezione. E mercé dell'appello alla Reale Udienza stabilito per le cause fiscali, i negozi contenziosi d'ogni maniera ebbero un corso separato ma uno sbocco comune.

Dopo questo provvedimento l'unità della giurisdizione generale dei viceré nelle cose del civile reggimento dei popoli non fu più rotta. Le sole cose ecclesiastiche continuarono come per lo avanti ad esser governate colla norma delle leggi canoniche. Ma talmente erano chiare le deliberazioni prese infino dai primi tempi della monarchia, perché nissun dubbio s'innalzasse circa ai confini delle due podestà, che se non mancarono in Sardegna qualche volta i conflitti di giurisdizione, molto più rari vi furono che altrove; dappoiché, estesasi alla Sardegna la concordia in tal proposito conchiusa fra la regina Eleonora, governatrice generale degli stati a nome del suo consorte don Pietro, ed il cardinale Comengie, delegato della sede apostolica, si ebbe una regola più certa di procedere pei casi in quella convenzione spiegati, ed una maniera agevole di decisione pei casi non bastantemente definiti, mercé dello stabilimento di un tribunale chiamato delle Contenzioni, e creato entro l'isola dall'autorità pontificia e regia per dirimere tutte le controversie future. Per la qual cosa se nell'esercizio ordinario dell'autorità ecclesiastica giudiziale conceduto fu ai Sardi, come in altro luogo notai, il privilegio di avere nel regno un tribunale per le appellazioni, anche nelle straordinarie discussioni che poteano derivare dal confronto delle leggi civili e canoniche godettero di un eguale vantaggio.

In quella riserbata giurisdizione per le cose ecclesiastiche erano anche comprese le cause trattate nel tribunale detto dell'Inquisizione, stabilito dai sovrani spagnuoli anche nella Sardegna; dove risiedettero durante il loro governo un inquisitore maggiore ed un fiscale soggiornanti in Sassari, dai quali deputavasi nella capitale un commissario generale. Ma, qualunque ne sia stata la causa, degli atti di questo tribunale non restò fra noi verun ricordo notevole; mostrando i monumenti di quel tempo, ch'ebbe più ch'altro l'inquisizione di Sardegna a trattenersi nel contendere col governo dell'isola per le così dette competenze di giurisdizione, e per la protezione che concedeva ai numerosi suoi uffiziali. Anzi quella dichiarata tendenza a moltiplicare per ogni dove gli uffiziali dell'inquisizione, pel solo fine di renderli partecipi delle franchigie del foro, trascorse sì fattamente oltre ad ogni convenienza che l'amministrazione civile del regno non poco ebbe a risentirsi di quello smoderato numero di persone esenti dall'autorità degli uffiziali regii; poiché mercé dei personali favori d'immunità propagati da quel tribunale e dagli altri giudici ecclesiastici, una considerevole porzione dei popolani trovavasi in grado di cansare il potere dei delegati del re. La qual cosa conferendo a francheggiare colla speranza dell'impunità i malvagi che abusavano talvolta di quel privilegio, molti ordinamenti dovettero a tal uopo bandirsi durante la signoria spagnuola. E maggiori poscia furono quelli che si pubblicarono dai reali di Savoia; i quali fra le prime cure del nuovo governo ebbero specialmente a cuore d'invocare l'autorità dei sommi pontefici, onde divellere con una saggia concordia tutti gli abusi da più secoli invalsi per la guasta interpretazione delle canoniche discipline.

L'ampio potere dei viceré avrebbe potuto facilmente degenerare in arbitrio in un luogo ove per la distanza della metropoli non era dato così facilmente al sovrano o l'invigilare sugli andamenti di chi comandava, o l'accogliere i richiami di chi obbediva. Fece riparo contro a tali abusi la legge spagnuola in diverse maniere. Ecco come a tal uopo provvidero le reali prammatiche: acciò il governo del nostro regno proceda più sicuro ed abbiano i sudditi la soddisfazione di pensare esser giusto ciò che loro vien comandato, ordiniamo che il nostro luogotenente generale prima di risolvere in qualche negozio di governo ne tratti con i dottori dell'udienza nostra, e la deliberazione in tal modo presa debbasi pubblicare colla soscrizione del reggente la reale cancelleria; il quale avrà anche l'occhio attento acciò gli scrivani nel comporre poscia gli spacci non si discostino dalla legge. Ed a tal uopo dovrà la soscrizione del reggente esser apposta la primiera; quella del viceré la seconda». Con tale ordinazione venivano le sublimi incumbenze del consiglio di stato commesse ai maestrati maggiori del luogo; al giudizio dei quali potea, è vero, nuocere talvolta quella rigidezza di inflessibile dottrina che acquistasi nella severa applicazione delle leggi alle private ragioni; ma giovava più di frequente l'esperienza dei negozi pubblici, la gravità del senno e dell'età, la fiducia e venerazione del pubblico. Il perché se questa legge fu poscia meglio accomodata all'importanza, moltiplicazione e natura dei pubblici affari, non perciò deesi lasciare di commendarne l'utilità e la saviezza.

Le cautele delle leggi erano anche maggiori nelle cose contenziose. La giurisdizione del viceré in queste non in altro modo si esercitava che pel mezzo del magistrato supremo; onde la sua presidenza in quel corpo era meglio indiritta a render più venerevole la magistratura che ad allargare la podestà viceregia. Nelle cause criminali nelle quali l'arbitrio delle grazie fu sempre riservato al supremo potere, quest'arbitrio era ridotto ad angusti termini; né permettevasi ai viceré nissuna indulgenza verso i delinquenti, se primieramente non erano stati i rei sentenziati e se la parte offesa non rimetteva le ingiurie. Col qual mezzo si prendea guardia acciò i viceré non cancellassero con un condono immaturo i misfatti che non conosceano abbastanza; o con un condono pericoloso lasciassero vivo fra i popolani il fomite delle private vendette.

Cansato in tal modo nelle cose di governo il rischio dell'immaturità, nelle cose di dritto individuale, quello del favore, innalzavansi le cautele a far sì che anche nei negozi pei quali s'invocava la spiegazione del sovrano volere, non fosse la sola proposizione dei viceré quella che dovesse influire alle deliberazioni. Stanziavasi a tal fine che ogni qual volta vacasse nel regno qualche prelatura o dignità ecclesiastica nella quale spettasse alla corona il padronaggio, come nei casi nei quali si dovesse procedere all'elezione dei ministri regii d'ogni maniera, desse il magistrato supremo per scritto il suo avviso sopra le persone più degne di esser presentate alla considerazione del re; e queste scritture fossero prontamente inviate alla corte.

Tanta è la saviezza di queste leggi, che minore d'assai comparirà nel confronto il difetto principale che nelle ordinazioni appartenenti all'autorità viceregia mi parve di poter notare. Consiste questo difetto nel rigoroso periodo del termine triennale prescritto pel governo dei viceré; periodo rispettato con tanto scrupolo che per un giorno solo non era permesso loro l'esercitare lo scaduto potere; e privati uomini restar doveano nel paese da essi governato insino a quando le fortune del mare permettessero di partirsene. Forse era già troppo limitato quel tempo per un comando di così alta importanza; nel quale non era dato ai viceré il poter nel primo anno preparare grandi provvedimenti pel secondo, senza che la previdenza del prossimo abbandono introducesse nel loro animo quell'indifferenza con cui si guardano le cose delle quali è vietato cogliere il frutto; o quello scoraggiamento con cui si trattano i negozi dei quali è negato il finale indirizzamento. Ad ogni modo quella sospensione repentina nuovi inconvenienti aggiugneva al danno della breve durata. Rimediavano, è vero, a tal inconveniente i sovrani con dare speciali incarichi di presidenza del regno; e se mancava la speciale provvisione sopperiva la legge generale, la quale trasferiva colla presidenza l'esercizio dell'impero al governatore ed alla Reale Udienza. Ma questi uffizi di governatore non sempre erano riempiuti da persone che all'altezza potessero sorgere delle incumbenze viceregie. Conferivansi tali cariche per lo più a vita; talvolta diventavano anche ereditarie, ed il governatore era un fanciullo. Il magistrato poi trovava in se stesso in quei momenti l'ostacolo al felice andamento dei pubblici affari; perché è proprio dei corpi numerosi il consigliare saviamente, l'agire fiaccamente. Quelli intervalli pertanto che separavano talvolta anche meglio di un anno la partenza d'un viceré e l'arrivo d'un altro, intervalli erano di amministrazione rimessa; ché tal è per l'ordinario il carattere degli uomini nel trattare le cose che già sanno dover loro quanto prima sguizzar di mano: accidia, se probi; accelerata malvagità, se iniqui.

Il quadro testé fatto della podestà viceregia in Sardegna non contiene le memorie dei primi tempi della signoria, ma quelle sole dell'età succeduta al consolidamento della monarchia mercé della pace civile. In quei tempi malaugurosi, che durarono meglio di un secolo e mezzo, l'autorità dei viceré mancante della forza necessaria per intimorire i vassalli ribelli, mancava eziandio del temperamento conveniente per francheggiare i sudditi sommessi. Tempi invero d'infelice ricordanza! O non esistevano leggi che al governo delle cose civili dell'isola facessero bastante e chiara provvisione, o se esistevano le leggi, chi ponea mano ad elle in quel perenne scompiglio? Mentre i governanti non della maniera del comando, ma della signoria istessa erano in forse; mentre i popoli spinti a continue stragi non così erano in pensiero della vita tranquilla come della vita. Dovette pertanto il più delle volte risolversi quel comando in puro arbitrio. E tal è per verità il ricordo palese che ne restò negli atti dei nostri parlamenti di quell'età, nei quali vedemmo insorgere con gravi e concitate parole lo stamento militare a rappresentare al re don Alfonso come la licenza degli uffiziali maggiori e minori travagliasse i privati, come l'indifferenza loro facesse svanire ogni pensamento di pubblico pro.

Che se il volere fosse stato in quei tempi anche migliore, mancati sariano i mezzi di indirizzare le cose al bene; perché mancava quel compartimento di pubblici uffizi che o troppo ristretto o troppo moltiplicato nuoce del pari. Il viceré avea al suo fianco solamente un consultore ossia assessore coll'opinione del quale dovea far provvisione alle cose dell'isola intiera. Il governatore del Logodoro, il quale sotto la podestà del viceré comandava alla metà del regno, non avea miglior consiglio. Aggiugnevasi poscia in aiuto al viceré il governatore generale della capitale; il quale estendeva il suo potere sovra tutta la provincia meridionale e sul dipartimento della Gallura. Arrivavasi quindi regnando Ferdinando il Cattolico ad onorare specialmente il consultore del viceré colla creazione allora fatta dell'importante uffizio del reggente la reale cancellaria. E con questa il primo passo si avanzava verso un maggiore perfezionamento; giacché fra le mani di questo grave maestrato dovea la guarenzia della giustizia esser più sicura; potendo egli assai più che gli antichi assessori far valere la dignità stessa del proprio incarico acciò il viceré si contenesse di ogni illecito ordinamento. Lo stesso re don Ferdinando nominava pure un avvocato del fisco; i doveri del quale erano stati per l'addietro eseguiti da persone non provviste di stabile uffizio. Ma quanto questi provvedimenti fossero minori del bisogno ognun sel vede. La legge migliore adunque che fé cambiar faccia all'amministrazione civile della Sardegna, quella si è dovuta a Filippo II, la creazione del magistrato supremo della Reale Udienza; dopo la quale ebbero i viceré un consiglio, gli uffiziali minori un ritegno, i sudditi incerti dei loro diritti un giudizio appagante, i sudditi gravati una via di ricorso.

Questo stabilimento se fruttò in ogni altro rispetto, dovette specialmente partorire i più vantaggiosi risultamenti a benefizio di coloro che dimoravano nelle terre date in feudo ai novelli signori stranieri. Smembrata tutta l'isola in signorie di questa natura, colle quali era connessa la podestà del giudizio, troppo infelice dovette esser la condizione di quei popolani fino a quando non per impedimento della legge, ma per le circostanze imperiose che faceano voltare ad altre sollecitudini il pensiero di chi comandava, furono eglino privati del rimedio del ricorso e dell'appellazione presso ai tribunali del sovrano. Dissi che non il diritto, ma i fatti ostavano; perché incognita è intieramente nella storia sarda, come nei tempi dei giudici così nella dominazione aragonese, quella maniera di feudo che obbligando solamente il signore alla prestazione d'omaggio verso il sovrano maggiore, lasciava soggetti alla podestà indipendente di quello, per rispetto alle cose civili, i vassalli delle terre. I feudi della Sardegna, benché di varia natura in quanto appartiene alle successioni ed ai proventi, furono sempre retti con una sola uniforme massima per ciò che ragguarda alla dipendenza plenaria e dei baroni e dei loro suggetti dalla sovrana autorità. Anzi non in questa sola dipendenza sta la diversità della nostra giurisprudenza feudale dalle costumanze di altre nazioni; ma nella natura ancora dei diritti. Per la qual cosa non mai furono rammentate nella tradizione delle nostre ragioni feudali quelle inumane o disonoranti consuetudini a cagion delle quali la storia dei tempi mezzani non presenta al lettore, nel riguardo avuto alle leggi le più sagrosante, relazioni o più umane o più pudiche della storia augustale. Nondimeno non bastava la moderazione dei principii se le leggi non ne spiegavano, se le circostanze pubbliche non ne permettevano l'applicazione. Ed in quei tempi disastrosi nei quali, come dissi, le leggi od erano mute, o non erano eseguite, tal cosa non si potea ragionevolmente sperare. Fu adunque fausta per quei numerosi abitanti delle terre feudali l'ampliazione e consolidamento che ricevette l'autorità viceregia prima colla cessazione delle contenzioni civili, e poscia colla erezione del tribunale supremo. Il potere allora rifluì colà donde erasi dipartito, e la giurisdizione dei signori, governata da savie leggi nel periodo del suo esercizio, stretta fu anche dal diritto, del quale ciascuno poteasi prevalere utilmente, di richiamarsi avanti ai tribunali del re di qualunque ingiustizia od obblio dei delegati dei baroni. La nostra giurisprudenza feudale si resse dopo quel tempo con massime più estese mercé dei nuovi ordinamenti dei sovrani e delle richieste dei parlamenti. Onde i nostri codici riboccano di saggi ordinamenti indirizzati tutti a pareggiare nella speranza di protezione e nell'esercizio delle ragioni civili gli uomini delle terre feudali a quelli delle terre regie.

A questi paterni provvedimenti si dee in gran parte riferire se dopo la stabilità del dominio aragonese in Sardegna non più sentissi colà risuonare l'odioso nome di schiavo, che sì di frequente incontrasi nelle memorie dei tempi anteriori; e della cui abolizione sono indubitati i risultamenti, incerta l'età. Anzi s'è lecito in una materia poco suscettiva di rischiaramento per difetto di monumenti, gir oltre con le conghietture, forse senza l'introduzione nell'isola del dominio feudale la condizione degli antichi schiavi migliorata sarebbesi con minor prontezza. Poiché se nelle cose fiscali fossero eglino stati compresi, avrebbe talvolta per più lungo tempo parlato invano a loro favore l'umanità, mentreché l'interesse dei reggitori del pubblico tesoro si opponeva all'affrancare tante utili braccia. Ed in cambio di ciò coll'esser diventata l'antica servitù della gleba suggezione feudale, l'interesse generale della corona del proteggere dalle avanie ogni qualunque suddito, non poté esser corrotto da veruna di quelle considerazioni per le quali vedemmo testé eccettuato con raro esempio dalla suprema podestà del viceré l'amministratore delle entrate fiscali. La via pertanto a recuperare lo stato civile fu, se io non fallo, aperta in Sardegna, od agevolata almeno dallo stabilimento della signoria feudale.

Dopo tali considerazioni più facilmente si viene a conoscere come di quel miglioramento nelle bisogne civili dell'isola siansi giovati indistintamente tutti i sudditi, specialmente in quanto dipendeva dall'amministrazione della giustizia; alla quale erasi in special modo posta mente nella creazione del supremo magistrato. Devesi a tale stato di cose il frutto delle buone leggi in vari tempi stanziate od a richiesta delle corti o per spontanea cura dei principi intorno al maneggio dei negozi giudiziali. Una gran parte di tali leggi spetta alle minute formalità dei giudizi. Ma molte altre fra quelle ordinazioni non sono affatto prive di quello storico interesse che procede dal chiarire qual somma di utili pensamenti abbia ciascuna nazione versato nel perfezionamento delle cose morali. Tale si è la legge, che a nissuno sia lecito il ministrare il proprio uffizio per mezzo altrui; che i pubblici uffiziali diano malleveria prima di esercitare una carica giudiziaria, onde guarentire all'occorrenza i danni dei gravati; che a ciascuno di essi corra l'obbligo di prosciogliersi in pubblico giudizio di sindacato dalle imputazioni dei popolani allo scadere dell'uffizio. Tal è pure la legge, per cui si vuole che i posti di giustizia non siano giammai venali; giurisprudenza questa di cui i popoli li più inciviliti conobbero, ma non apprezzarono l'importanza. Tale il divieto fatto ai ministri di concorrere ai pubblici incanti; di ricevere donativi dai popolani; di prender parte in negoziazioni; di possedere armenti o greggie; la qual ultima prescrizione tendeva ad evitare che negli scontri facili ad insorgere in un paese ove lo stato imperfetto dell'agricoltura rendea sovente nemico il pastore all'agricoltore, uno dei nemici fosse il giudice del luogo. Tale l'obbligo imposto al viceré ed ai maestrati di visitare in ciascheduna settimana le carceri pubbliche; affinché l'aspetto di quelli infelici svegliasse maggiormente l'umanità dei giudici. Tale, per tacere di tante altre, era la sollecitudine speciale mostrata dai governanti nel determinare con minutezza a quali persone potessero i maestrati maggiori rendere quei doveri di urbanità sociale; i quali se giovano a diffondere la scambievole fratellanza, ingenerano anche talvolta o quella domestichezza che menoma il rispetto, o quella benivoglienza che conduce al parzialeggiare.

Alla tiepidezza in qualche rispetto necessaria con la quale si considerarono nei primi tempi del governo aragonese i negozi civili dell'isola, non rispondeva il pensiero delle cose militari. La conquista della Sardegna fu per quella nazione uno di quei grandi avvenimenti i quali non solamente eccitano l'interesse comune per l'importanza, ma accendono ancora il comune entusiasmo per la gloria delle gesta. La prontezza e il valore con cui da un principe bellicoso ed ardente, l'Achille e l'Agamennone del suo esercito, era stata condotta a termine quell'avventurosa spedizione, avea impresso per così dire alla possessione della Sardegna un tal carattere di eroica ricordanza, che ove mancata fosse ogni altra ragione, avrebbe sopperito al desiderio vivo della conservazione della fatta conquista, quel senso concitato di onore il quale anche in mezzo ai più grandi pericoli francheggia il cuore dei prodi. Quell'impresa perciò ebbe subito per istorico un re; ebbe in ogni tempo per suo sostegno i sovrani aragonesi che salirono in grido di maggior valore, e la più chiara baronia di Aragona, di Catalogna e di Valenza; la quale non sì tosto bandivasi oste e si spiegava lo stendardo reale in Saragozza o in Barcellona, infiammavasi anch'essa a fronteggiare di nuovo i pericoli di un nemico non sempre domabile e di un cielo non sempre propizio; affinché non isfuggisse di mano dei suoi principi il frutto delle antiche vittorie. Le stesse considerazioni che venivano sopra alle altre difficoltà della guerra, venivano eziandio sopra alla malagevolezza dei dispendi. L'inopia del tesoro aragonese non permetteva il più delle volte che con mezzi ordinari si apprestassero le spedizioni. Ricorrevasi dunque agli straordinari; e ponevansi pegno le provincie e città dei regni del continente; senza considerare che, occupata qual era l'isola allora dagli antichi magnati sardi e dai nuovi vassalli d'Aragona, scarso assai presentavasi il pro fiscale da trarsene; o molto lontana e dubbia la speranza di poter col tempo ricompensare l'indugio.

Non dee pertanto far meraviglia se l'attenzione impiegata dai sovrani d'Aragona nel munire le castella, nel sostentarvi le necessarie soldatesche non siasi in quei primi secoli giammai rallentata. Sorgevano perciò sotto i loro auspizi le mura di Lapola in Cagliari ed afforzavasi quella rocca; e l'importante fortezza d'Alghero coronavasi di nuovi propugnacoli; ed innalzavasi il nuovo castello in Sassari e gli altri luoghi muniti per la guerra restauravansi. Cessate le guerre intestine, non cessava in quel rispetto la sollecitudine dei sovrani; e nel regno di Carlo V e dei successori suoi lo spirito stesso di curare il buono stato delle fortezze conservavasi inalterato. Solamente pel minor bisogno che si sentiva allora di milizie straniere commettevasi la custodia del regno al valore ed alla fede degli isolani. Né male tornò alla signoria quella confidenza; ché ben manifestarono i Sardi e nell'incursione di Renzo da Ceri, e nell'invasione di Oristano, e nei frequenti scontri coi Barbareschi, come gagliardamente agitassero eglino le armi e destramente percuotessero l'inimico. Agli stessi Sardi tornò pure vantaggiosa quella mutazione; perché ne derivò quella cerna regolare di soldati nazionali conosciuta col nome di milizie, che in ogni tempo fu poscia il miglior baluardo dell'isola.

Devesi il migliore stabilimento di queste milizie (già conosciute fra noi come altra volta notai fino dai tempi di Eleonora) agli ordinamenti di Carlo V. Erano governate dai sergenti maggiori di fanteria, e dai commissari generali di cavalleria delle due provincie e dai capitani che sotto di essi militavano. Obbligavansi in ciascun anno a convenire due volte ad una generale rassegna; nella quale i cavalieri ed i fanti non solamente comparivano muniti delle armi loro convenienti, ma esercitavansi ancora all'affilarsi e ad avvezzare la persona ai simulati movimenti di guerra ed all'imberciare cogli archibusi; a qual uopo con saggio pensamento le multe dovute dai soldati restii impiegavansi a presentare di un donativo coloro che in quelli esperimenti dessero maggior prova di marziale destrezza. Sceglievansi inoltre da tali compagnie li più svegliati, che formando alcuni drappelli distinti (pei quali l'obbligo degli esercizi guerreschi rinovellavasi nel primiero giorno festivo di cadun mese), erano destinati a correre prontamente al primo annunzio di allarme; nel mentre che il grosso delle bande, il quale non poteasi rassembrare con eguale velocità, poneasi in moto. Con questi semplici e ben intesi ordinamenti il sovrano disponeva facilmente di una milizia agguerrita, che formicando, per così dire, in tutta la superficie dell'isola, era abile a portarsi prontamente al luogo del rischio. Ed i popolani difendendo se stessi liberavano lo stato dal dispendio delle truppe assoldate; poiché non d'altro ricompenso essi giovavansi che di poche personali franchigie, e di quel sentimento di onore che derivava dall'esser aggregati ad un corpo composto dei migliori.

A queste truppe nazionali era propriamente commesso il servizio di guerra. Quella parte della militare sorveglianza che tende a guarentire l'interiore tranquillità dello stato col curare che i misfatti vengano impediti, o siano fermati i malfattori, esercitavasi in Sardegna dai così detti giurati delle curie per quanto ragguardava ai malefizi che offendono le persone; e dalle bande conosciute nell'isola col nome di compagnie di barrancelli per quanto dipendeva dai delitti contro alla privata proprietà. Queste compagnie, cognite già fra noi nel tempo dei giudicati, furono stabilite in ciaschedun villaggio per particolare accordo coi comuni; dal quale derivava in quelle bande l'obbligo di ricompensare di qualunque danno sopportato nelle proprietà quei popolani che di buon grado si volessero giovare della loro opera; e ciò mediante una retribuzione di cui era determinata dalle convenzioni la quantità, come lo era del pari il valsente delle indennità. Sentivano dunque quelle compagnie il bisogno di affrancarsi dall'obbligo di rifare gli altrui danni impedendoli. Ed in tal modo davasi nella Sardegna in tempi assai da noi discosti l'esempio di quelle utili società di assicurazione le quali, stabilite primieramente per la salvezza delle spedizioni di commercio, pullularono poscia in Europa ai nostri dì in tanti altri rispetti. Dissimili in ciò solamente dalla società dei custodi delle nostre proprietà; ché molte di quelle sono ciecamente governate dalla ventura; questa si appoggia nelle opere concordi e fruttifere degli stessi soci.

Non bastò ai sovrani spagnuoli la creazione di una forza nazionale abile ad affrontare i nemici che ponessero il piè nel territorio sardo; ma estesero anche le loro sollecitudini a far sì che vietato fosse ad essi l'accostarsi ai nostri litorali. Deliberato perciò da Filippo II l'utilissimo provvedimento della difesa maggiore dei lidi, di cui diedi altra volta contezza, sursero intorno alla Sardegna le torri che la circondano; donde anche in tempi a noi vicini il valore di pochi custodi percosse più volte quelle ciurme barbaresche che per tanti secoli contristarono i navigatori del Mediterraneo. Creossi anche a tal uopo l'uffizio del commissario generale di artiglieria, il quale dovea indirizzare quanto apparteneva al traino e munizione delle bocche da fuoco ed all'ammaestramento degli artiglieri sparsi nelle principali fortezze. Allo stesso spirito di proteggere la sicurezza delle terre litorali e la libertà dei mari fu dovuto lo stabilimento di una forza navale destinata a costeggiare l'isola. Sebbene in questo proposito molto più sia stato da commendare lo zelo del parlamento sardo profferitosi di sopportare i dispendi del servizio marittimo, che la premura del governo spagnuolo nel fabbricare le navi. Onde, ridotta a tre sole galee la forza maggiore desiderata dalle corti, il servizio non sempre rispose ai bisogni dell'isola; ed il dispendio si risolvette principalmente in gratificare ampiamente i maggiori capitani; ai quali decorati del fastoso titolo di generali e circondati da un numeroso stuolo di uffiziali militari e di amministrazione, nissun'altra cosa mancava fuorché il navilio.

Confidandosi adunque di siffatti provvedimenti forse i sovrani spagnuoli avrebbero consumato in Sardegna il periodo di tempo fissato dai destini alla loro signoria senza il bisogno di ricorrere ad altro ausilio nel difendere i loro diritti e proteggere la quiete dei popoli, se l'omicidio del marchese di Camarassa non avesse partorito o il bisogno o l'occasione di mantenere fissamente nell'isola una mano di soldatesche straniere. Fu questa poscia divisa nei luoghi principali; ed ebbe le sue stanze fissamente nell'isola con poco pro del governo che l'avrebbe trovata nei casi di rischio insufficiente a contenere popoli inquieti; con molta dispiacenza dei nazionali che la conoscevano inclinata a travagliare i popoli tranquilli.

I nazionali furono poscia ammessi fra le file di quei soldati stranieri. Ma da lungo tempo aveano essi già militato in eserciti ordinati lungi dalla patria loro nei maggiori cimenti della monarchia. I sovrani di Aragona e di Castiglia pregiando quella vispa animosità che in ogni tempo brillò sulla fronte dei nostri isolani, giovaronsi in ogni incontro di difficile guerra degli aiuti sardi. Già fino dai primi secoli del governo aragonese una legge speciale avea dichiarato esser i Sardi tenuti a servire il re nella guerra al pari degli Aragonesi; per la qual cosa si comandava che senza dilazione si spedisse il maggior nerbo di gente che si potesse raccogliere onde prender parte nella guerra allora agitata colla Francia. Nelle imprese guerresche succedute ebbero perciò gli isolani a concorrere con tanto maggior gloria loro, in quanto che il più delle volte non per comando dei sovrani, ma per ispeciale dimostrazione di zelo dei magnati della nazione correvano le schiere sarde da essi radunate a fiancheggiare gli eserciti del monarca. Così allorquando partissi il re don Alfonso dall'isola per intraprender la difficile occupazione del regno di Napoli, lo seguivano colà i più notabili dei gentiluomini sassaresi colle loro genti; e tali prove lasciavano poscia di loro bravura, che meritarono di esserne guiderdonati dal sovrano con distinte dichiarazioni di gradimento. Così nel parlamento congregato da don Luigi Blasco si decretava la leva di un reggimento nazionale, che portavasi affrettatamente a combattere nelle guerre di quel tempo. Così nelle guerre posteriori dello stesso secolo mentre si somministravano dai baroni dell'isola e dalla città di Cagliari copiose vettovaglie agli eserciti, quattro compagnie di truppe sarde volontarie volavano a mescolarsi colle altre soldatesche del re. Così al tempo medesimo, quando il marchese di Laconi, presentando al re i capitoli delle corti convocate dal duca di Avellano, veniva dal sovrano eccitato a formare un reggimento di cavalleria sarda che giovasse a comprimere i turbamenti della Catalogna, rispondeva prontamente quel leale deputato al fattogli invito; e ritornando sollecitamente nell'isola, ne partiva in breve tempo coi suoi mille cavalli per unirsi alle squadre di Castiglia. Dalla qual cosa animato il marchese di Villasor, gentiluomo sardo di quel casato degli Alagón che tanto erasi innalzato nella possessione del marchesato d'Oristano, ragunava anch'egli a proprio dispendio una banda di fanti ed una compagnia di cavalleggieri, ed acconciatili di arme e di arredo passava con esso loro in Barcellona. Così nei turbamenti di Messina vedeansi comparire in Sicilia in aiuto delle armi regie don Andrea e don Antonio Pilo di Sassari con tre compagnie di pedoni da essi condotte a stipendio, alla testa delle quali andavano eglino a guerreggiare. Così, per tacere delle altre spedizioni, nelle guerre famose della Fiandra che tanto agitarono la Spagna nel secolo XVI, il duca d'Alba fra le quattro legioni chiamate spagnuole, componenti la fanteria del suo esercito, comandava colle legioni napoletana ed insubrica anche la sarda capitanata da Gonsalvo Bracamonte. Né poca fu la parte che questa legione ebbe nel primo felice incontro delle truppe comandate dal prode ed infelice Arembergo cogli eserciti di Nassau. Quantunque abbia nociuto poscia a quell'animoso capitano l'ardenza stessa delle sue truppe, e delle sarde specialmente, che ad alte voci provocando un combattimento maggiore trascinarono a malincuore il generale ad ascoltare non la fredda ragione, che gli facea conoscere esser quel momento per molti rispetti inopportuno ad una battaglia ordinata, ma il cieco impeto delle soldatesche; utilissimo quando seconda, fatale se spinge le deliberazioni del duce.

Non solamente si mostrarono i Sardi sudditi devoti ogni qual volta fu d'uopo esporre la loro persona a difesa ed a gloria dei loro sovrani, ma eziandio sempre quando poté giovare alla causa del re il sagrifizio delle loro sostanze. Non intendo io qui toccare di quelle offerte le quali, benché appellate col nome di donativi, erano destinate ai bisogni dell'amministrazione o della difesa dello stato sardo; perché di ciò da me si scriverà in altro luogo più acconcio, quando darò contezza delle entrate del pubblico tesoro. Rammento solo in questo luogo quelle straordinarie largizioni colle quali aitavasi il sovrano a sopperire agli impegni che non aveano rispetto nissuno all'isola. Fra queste si possono annoverare in primo luogo i presenti periodici che faceansi dalla Sardegna nelle occasioni dei maritaggi o delle incoronazioni dei reali di Aragona e di Castiglia. Ma siccome questi erano meno offerti che dovuti, poiché alla Sardegna erasi estesa la consuetudine degli altri regni aragonesi, perciò mi contento di darne un cenno. Maggior prova di spontanea larghezza si dee trarre da quei sussidi più e più volte accordati dai parlamenti, o dalle città del regno, allorquando per la sorte delle guerre nelle quali trovaronsi sempre involti i sovrani negli altri stati, necessario rendevasi il venire in loro soccorso con gratuite oblazioni. Già notai altra volta come nel parlamento intimato dal marchese di Baiona con assistenza del deputato regio don Luigi Blasco, avvisando le corti le strettezze nelle quali il sovrano trovavasi per la guerra allora sostenuta contro all'Inghilterra, abbiano esibito un donativo grazioso che dovette gittare il valsente di un milione e dugentomila scudi. Quest'esempio fu imitato nelle congreghe successive; e non seguì giammai che i sovrani si trovassero in angustia notoria di denaio o vettovaglie, e che il regno, le città, i magnati od il clero non accorressero abbenché non ricercati al riparo. Onde ben si può dire aver mai sempre la Sardegna con nobile disistima del particolare suo profitto, posto solo mente a considerare quali fossero i bisogni e le convenienze del suo sovrano; e non già a quale porzione della vasta monarchia spagnuola fosse per riferirsi il motivo o frutto dei sagrifizi dei quali si accomodava. Come si può affermare per lo stesso motivo, e non senza rammarico, doversi attribuire unicamente alle imperiose circostanze dello scemamento dell'universale opulenza se con una vicenda malaugurosa quella stessa nazione, la quale sì largamente rispondeva ad un'amministrazione o rimessa o noncurante, non poté sempre aver la sorte di rispondere egualmente nei tempi succeduti al benefizio della maggiore vigilanza ed amorevolezza dei novelli suoi sovrani.

Una nazione così volonterosa dell'esibire pronti aiuti al tesoro dei suoi principi, così magnifica nel porgerli, mostravasi perciò solo meritevole di un accurato reggimento delle pubbliche sue entrate. Nondimeno in tale rispetto poco appagante è il risultamento che presentasi a chi trascorre i ricordi rimasti dell'amministrazione fiscale di quei tempi. Gli auspizi della signoria aragonese erano disfavorevoli per l'erario sardo prima ancora che l'infante don Alfonso se ne impadronisse. Negli stati d'Aragona abbondava meglio la virtù guerresca abile a compiere, che la pecunia necessaria a condurre l'impresa di una lontana conquista. Si ricorreva perciò dal re don Giacomo all'autorità del pontefice, onde col privilegio della riscossione delle rendite ecclesiastiche dei suoi regni un novello mezzo se gli desse di aggiungere al suo scopo. Ma ciò non bastava alle esigenze. L'esercito era fiorito di gentiluomini prodi ed animosi; e questi presentandosi a fiancheggiare il loro principe in una guerra discosta e rischiosa, se non sopravanzavano quei doveri che cogniti erano nei tempi feudali col nome di cavalcate, tanto altamente meritavano nell'estimazione del sovrano coll'ardore manifestato nell'accingersi all'impresa e colla bravura mostrata nel consumarla, che una ricompensa corrispondente all'importanza dei servigi diventava se non un obbligo rigoroso di giustizia, un uffizio indispensabile di gratitudine. Nella mancanza pertanto di altri espedienti per una così vasta remunerazione nasceva prima che si conquistasse dal re la terra sarda il bisogno di spartirla fra i suoi capitani. Ed in effetto non sì tosto le prime decisive vittorie risposero faustamente ai desiderii del conquistatore, che a larga fiumana sboccarono, per così dire, dalla cancelleria aragonese le concessioni feudali. Notai altra volta a qual novero fino dai primi anni del novello dominio sommassero i baroni stranieri privilegiati di feudi nell'isola. Notai eziandio con quanta facilità si concedessero in un giorno a titolo gratuito cospicui distretti pel solo fine che nel giorno seguente potessero vendersi dal vassallo a titolo di lucro. Questa facilità nel disporre delle terre della Sardegna si accrebbe fuor di misura dopoché, cessata nel regno di Ferdinando il Cattolico la previdenza di nuove intestine discordie, non tanto concedevansi i feudi alle persone che coi servigi loro avevano cooperato alla quiete dello stato, quanto a coloro che con offerte talvolta tenuissime traevano il loro pro dalle strettezze del tesoro aragonese. Si accrebbe del pari dopoché nel colmo della potenza di Carlo V la Sardegna, la quale per lo avanti attiravasi meglio gli sguardi dei suoi monarchi, parve ai loro occhi porzione troppo minuta d'un vastissimo impero. Il particolareggiare descrivendo questa ridondanza di prodigalità obbligherebbe lo storico a ragguagli troppo estesi. Basterà perciò a far giudizio dello spirito di quel governo in tale proposito il notare essere stato in quei tempi malcurato talmente ogni pensiero di saggia economia nella concessione dei feudi, che senza verun bisogno di far concorrere il beneplacito sovrano nell'esercizio di un potere così importante pel tesoro pubblico e pei popoli, il procuratore reale avea la piena facoltà ed arbitrio di dare colle condizioni che gli parevano più acconcie qualsivoglia porzione dell'isola a chiunque cadessegli in pensiero. La qual cosa se abbia fruttato incalcolabili dissipazioni, il sanno per pruova coloro che sono addottrinati nella storia del paese; il sanno per principio quelli che conoscono quanto rischievole sia l'abbandono delle più alte prerogative del trono nelle mani d'un maestrato lontano. Onde Filippo II, il quale non solo assoggettò questo maestrato alla giurisdizione del viceré, ma contenne pure quella illimitata facoltà delle concessioni feudali, acquistò anche con tale provvedimento un titolo novello pel quale devesi il di lui regno ricordare dai Sardi con encomio.

Quella malvagia politica del consumare nei bisogni od arbitrii presenti le sostanze che apprestar doveano alimento ai regni successivi non si mostrò solamente nelle concessioni feudali. L'isola per la sua situazione, per l'abito acquistato nella lunga dominazione di due repubbliche trafficanti, era accomodata quant'altra mai a mantenere un esteso traffico. Il diritto adunque di disporre delle gabelle del commercio era un diritto prezioso per la corona nel rispetto non meno degli interessi dello stato che degli interessi fiscali. Tuttavia fino dai primi tempi della novella monarchia il sovrano abbandonava la facoltà d'imporre dazi sulle mercatanzie straniere, investendone i consigli delle città. Nel mare sardo erasi ripigliata nel secolo XVII con attività e successo la pesca dei tonni per lungo tempo intermessa; e promettevasi con ciò all'erario un copioso e durevole profitto. Ma la metà del secolo XVII era appena varcata che le sei più considerevoli tonnare erano passate nel dominio di un patrizio genovese, il quale avea rallegrato gli amministratori del tesoro collo sborso di trecentotrentamila scudi. Più sicuro emolumento somministrava al fisco nello stesso tempo il diritto di pescagione che esercitavasi in alcuni degli stagni principali dell'isola. Ciò nonostante anche tali diritti passavano in mani private; ed acquistandosi dallo stesso possessore delle sei tonnare i più fruttiferi di essi stagni, ingoiavasi per sempre in quello che poteasi allora giustamente appellare baratro fiscale, lo sterile ricompenso di centoventimila scudi. Per denaio vendevansi quindi i diritti da riscuotersi nelle pubbliche scrivanerie. Per denaio mercavansi i privilegi conceduti ai comuni ed ai particolari. E per denaio riscattavansi poscia gli obblighi ai quali tali privilegi assoggettavano i compratori. Tanto infine fu il trabocco nello sperperare le sostanze dell'erario, che oramai il novero delle cose pubbliche vendute pareggiava quasi quello delle cose pubbliche vendibili.

Assottigliatesi dopo tale sgombramento le entrate del principe e costretti perciò gli uffiziali del fisco ad andare più fiate tapinando per sorreggersi, maggiore di giorno in giorno si rese l'inopia dell'erario, del quale mi tocca ora di rammentare lo stato.

Governavasi il tesoro da un procuratore reale; dirigeva le ragioni un maestro ragioniere; custodiva le rendite un tesoriere generale. Questi tre maestrati uniti all'avvocato del fisco e per le cose giudiziali all'assessore, ossia consultore del procuratore regio, consigliavano e decidevano sulle cose ragguardanti all'interesse patrimoniale. Al secondo di essi, il quale per principale suo dovere dovea accendere e spegnere li conti dell'erario, era inoltre commessa per l'ordinario la direzione e governo della zecca esistente nella capitale e la disposizione di quanto apparteneva al corso delle monete. Questa distribuzione di uffizi era al certo ben avvisata; specialmente perché le leggi le quali reggevano l'andamento dell'amministrazione, erano caute abbastanza per quanto ricercava la maggior semplicità dei ragionieri di quel tempo. Ma il vizio esisteva forse talvolta nelle persone pel motivo che le principali di quelle cariche, concedute quasi per diritto ereditario ad alcune famiglie, esercitavansi o coll'inesperienza della prima età o colla debolezza dell'età cadente, o con quella confidenza la quale non poche fiate diminuisce la solerzia dei maestrati non amovibili.

Comunque debbasi di ciò portar giudizio, gioverà maggiormente il rivolgere l'attenzione alle cose amministrate. Poiché non sarebbe punto strano il trovare in Sardegna probi ed attenti amministratori fra persone chiamate dal dritto di famiglia a quelli incarichi, quando altre nazioni incontrarono prodi capitani e gravissimi giureconsulti in quelle persone che salivano agli alti seggi della milizia e della toga pagandone il prezzo.

Nei primi tempi della conquista, quando non era stato ancora intimato verun convento dei notabili della nazione, era stabilito (per quanto si può dedurre da qualche antico monumento) il pagamento in benefizio del tesoro di un annuo canone a carico dei possessori dei terreni e di una porzione delle entrate feudali dovuta dai baroni. Esigevansi anche talvolta alcune altre prestazioni da applicarsi a restaurare le fortezze ed a sostentare la guerra sempre accesa nell'isola. Allorché perciò combatteasi coi Genovesi pochi anni dopo della conquista, comandava don Alfonso agli amministratori generali del regno obbligassero i baroni a contribuire a quel dispendio colle rendite di un anno, facendo loro solamente il diffalco corrispondente alla spesa delle genti armate che li seguivano nella guerra. Al tempo stesso faceansi soggiacere ad altra contribuzione le persone provvedute di qualche stipendio sul tesoro, mediante la ritenzione di due terze parti del loro assegnamento. Per eguale ragione il re don Pietro facea poscia concorrere alle spese delle vittuaglie necessarie al castello di Cagliari il tesoro regio per una metà e l'erario della città per l'altra. Essendosi poscia convocate le corti generali, ebbero in queste i sovrani l'occasione di ridurre a norme più determinate quella maggiore prestazione, che in luogo degli instabili antichi tributi fu pagata dal regno col nome di donativo e che formò la più certa entrata del tesoro. Fino a quando le assemblee furono interrotte, o non regolari, le cose procedettero variamente secondo i bisogni. Stabilita infine la decennale convocazione del parlamento, incominciò la proroga da un decennio all'altro degli offerti donativi a considerarsi come un provvedimento necessario e progressivo. Ed andò d'allora in poi gradatamente accrescendosi la profferta; in modo che nelle corti ragunate dal duca di Avellano vennesi a stanziare a tal uopo la somma di scudi settantamila; continuatasi poi per mezzo secolo, infino a quando nell'ultimo parlamento intimato dal conte di Montelliano fu pel motivo della maggior penuria dei contribuenti ridotto quel tributo a scudi sessantamila. Questo donativo pagato dai membri di ciascuno stamento nelle proporzioni determinate dalle stesse corti formava adunque se non il maggiore, il pi